Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/06/2022
I “rigoristi” tedeschi vanno all’attacco della Spagna. L’amaro destino dei Pigs
In questo caso ha preso di mira la Spagna. Lo aveva già fatto ad aprile, poi a maggio in occasione della sua elezione qualche giorno fa a segretario del Ppe ed ora è tornato nuovamente alla carica contro il governo spagnolo.
Weber ha invitato la Commissione europea a estrarre il cartellino e “tenere d’occhio” ciò che il presidente del governo, Pedro Sanchez, sta facendo in Spagna, perchè, a suo avviso, l’Ue non potrebbe accettare un’altra crisi economica in quel paese.
Weber ha chiesto ai vertici di Bruxelles di verificare come il capo dell’esecutivo di Madrid stia spendendo i soldi del Recovery Fund (anche se la Spagna ha usato solo quelli a fondo perduto e non anche quelli a debito come ha fatto l‘Italia, ndr) che rappresenta “un grande sforzo di solidarietà europea” che può essere messo a rischio se dovesse ripresentarsi una prossima crisi.
“È stato difficile convincere i finlandesi e gli olandesi, i politici di tutti i partiti, a spendere così tanto denaro a livello europeo. Ma l’abbiamo fatto e il Ppe vi ha contribuito”, ha ammonito l’esponente conservatore.
“La Spagna è troppo importante per l’Europa e l’economia spagnola è troppo importante per l’euro”, ha aggiunto Weber. “In Italia vediamo un tasso di crescita e la volontà di riformare il Paese e di affrontare le sfide del momento. Non è quello che vedo oggi in Spagna. Vedo un approccio di sinistra, persino ideologico”, ha evidenziato il presidente del Ppe.
Con toni che richiamano quelli utilizzati contro la Grecia negli anni scorsi, Weber ha affermato che “Il rischio maggiore per i fondi europei è Sanchez. Non è Draghi, non sono altri, è la Spagna. È per questo che ci occuperemo di questo aspetto”, ha rimarcato Weber.
In merito alle ricette del Ppe per affrontare la crisi, Weber ha spiegato che è necessario “conciliare le aspirazioni di tutti” e, riferendosi al cambiamento climatico, ha sottolineato che ciò non può avvenire “contro l’occupazione” e con “proposte irrealistiche e ideologiche avanzate dai socialisti che danneggiano” la competitività. “Vogliamo la decarbonizzazione, ma non la deindustrializzazione nel nostro continente”.
Anche se appare evidente che l’attacco di Weber alla Spagna e al governo di Sanchez sia piuttosto strumentale e tesa a sostenere il Partito Popolare spagnolo, i toni e le modalità dell’intervista indicano che il partito dei falchi nella Ue sta rialzando la testa, e ancora una volta contro i paesi Pigs.
Fonte
28/05/2022
Le debolezze del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
di Guglielmo Forges Davanzati
Abstract:
Il
PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) costituisce il programma
di politica economica italiano nell’ambito di quello europeo denominato
Next Generation EU (NGEU) ed è strutturato nella forma di investimenti
finalizzati a raggiungere gli obiettivi di crescita e di resilienza. Il
PNRR italiano è quello maggiormente finanziato fra quelli degli altri
paesi europei. In questo articolo se ne mettono in evidenza due
debolezze: segnatamente la sua provvisorietà rispetto al ripristino del
Fiscal Compact e la sua inadeguatezza, sotto il profilo quantitativo. Si
evidenzia inoltre come il PNRR si basi sulla convinzione che nel breve
periodo l’aumento del PIL derivante da una politica fiscale espansiva
sia tale da generare una crescita duratura e tale da mantenere
sostenibile l’aumento del debito in rapporto al PIL. Si considera
preferibile, in alternativa, un intervento strutturale e non
condizionato a riforme di segno liberista. In più, si evidenziano alcune
criticità nel modello di previsione, accentuate dalle incognite
politiche che pesano sulla revisione del Patto di Stabilità e Crescita e
dalla guerra in Ucraina.
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Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza) costituisce il programma di politica economica italiano nell’ambito di quello europeo denominato Next Generation EU (NGEU) ed è strutturato nella forma di investimenti finalizzati a raggiungere gli obiettivi di crescita e di resilienza. Il PNRR italiano è quello maggiormente finanziato fra quelli degli altri paesi europei.1
Questo saggio si propone di dar conto di due ordini di critiche mosse al Piano, ovvero la sua condizionalità rispetto alle politiche di austerità (quantomeno nella interpretazione di quella parte della Commissione Europea che fa riferimento ai c.d. ‘paesi frugali’) e la sua insufficienza sotto il profilo quantitativo. Non si entrerà nel merito delle singole riforme, ma si valuterà l’impatto complessivo che il combinato di politiche fiscali espansive e riforme stesse può avere sull’economia italiana post-COVID.
L’esposizione è articolata come segue. Nel paragrafo 1 si dà conto dei nessi esistenti fra PNRR e Patto di Stabilità e Crescita, nel paragrafo 2 si riporta il dibattito sugli effetti delle politiche di austerità, nel paragrafo 3 ci si sofferma sulle metodologie di stima del tasso di crescita contenute nel PNRR. Il paragrafo 4 offre alcune considerazioni conclusive.
1. Il PNRR e il Patto di Stabilità e Crescita
Il Next Generation EU – del quale il PNRR costituisce parte – trova la sua base legale in due momenti: il Consiglio UE del 17-21 luglio 2020, nel quale i presidenti del Consiglio degli Stati UE trovano l’accordo politico, e l’approvazione del Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF). Tale Dispositivo rappresenta la componente centrale di Next Generation EU, il pacchetto per la ripresa volto a rilanciare l’economia dell’UE dopo la pandemia di COVID-19. Per ricevere il sostegno previsto dal dispositivo, gli Stati membri devono presentare i loro Piani per la ripresa e la resilienza alla Commissione, che li valuta rispetto alle raccomandazioni specifiche per paese e alle finalità del dispositivo (missioni).
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dell’Italia è composto dai seguenti strumenti: RRF per un importo di 191,5 miliardi; REACT-EU (Pacchetto di assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa) per un importo di 13,5 miliardi (di cui 0,5 utilizzati per l’assistenza tecnica). Per il finanziamento dei progetti del Piano, il governo impiega anche risorse nazionali, non europee: quelle del Fondo sviluppo e coesione (FSC) per un ammontare di circa 15,5 miliardi; quelle aggiuntive stanziate con il d.l. 59/2021 per la realizzazione di un Piano nazionale per gli investimenti complementari finalizzato a integrare gli interventi del PNRR per complessivi 31 miliardi circa per gli anni dal 2021 al 2026.
I 191 miliardi europei del PNRR si dividono in: contributi a fondo perduto (sovvenzioni), pari a 68,9 miliardi e prestiti, per un ammontare complessivo di 122,6 miliardi. A loro volta i prestiti sono suddivisi in: linee di finanziamento, che sostituiscono coperture di interventi già disposte a legislazione vigente (“prestiti sostitutivi”), e “prestiti aggiuntivi” per il finanziamento di nuovi progetti, non dotati di un’autonoma copertura finanziaria.
La Commissione Europea, che gestisce l’erogazione dei fondi, chiede ai singoli paesi un piano che prevede delle riforme strutturali, piano che la Commissione dovrà valutare e approvare.
Oggetto di discussione è il nesso fra PNRR e Patto di stabilità e crescita. In particolare, all’interno della Commissione Europea, si confrontano due posizioni: la prima, che fa riferimento ai c.d. paesi frugali, fa propria la convinzione che il PNRR debba essere una misura una tantum; la seconda, fatta propria anche dall’Italia, in base alla quale, anche tenendo conto delle spese connesse alla guerra in Ucraina, il PNRR possa e debba diventare un intervento strutturale (v. infra par. 2). In quanto segue, si procede a una critica della prima posizione.
Occorre fare una premessa. L’austerità nella UE ha il suo passaggio cruciale nell’irrigidimento del Patto di stabilità: esso viene normato originariamente con il Regolamento 1476/97. Con la crisi dell’euro, e, in Italia, con l’arrivo del Governo Monti, il Patto di stabilità viene irrigidito tramite due Regolamenti europei, il Regolamento 1176/2011 e il Regolamento 472/2013. Ogni stato membro deve ridurre il rapporto debito/PIL al 60%, valore da raggiungere in venti anni.
In Italia, prima della pandemia, il rapporto debito/PIL sfiorava il 135%. Nel 2020 siamo arrivati al 155% a causa del deficit necessario per contenere le conseguenze della pandemia. Il Patto di stabilità è sospeso. Attenzione, sospeso ma cogente. Quindi in venti anni l’Italia dovrà ridurre il rapporto debito/PIL dal 155% al 60%. Nel PNRR gli stati membri anticipano i soldi per i progetti con fondi propri e presentano due volte l’anno alla Commissione una richiesta di pagamento del contributo finanziario: tale richiesta comporta l’avvenuto raggiungimento di traguardi e obiettivi concordati, indicati nel PNRR approvato. La Commissione valuta entro due mesi in via preliminare se questi obiettivi siano stati effettivamente conseguiti “in maniera soddisfacente”. In caso di esito positivo, la Commissione trasmette le proprie conclusioni al Comitato economico e finanziario e adotta “senza indebito ritardo” una decisione che autorizza l’erogazione dei fondi.
Occorre, a questo punto, chiedersi cosa accade se la Commissione valuta negativamente le richieste di pagamento, qual è la destinazione di questi finanziamenti.
La risposta è nel Regolamento (UE) 2021/2041 che norma il Recovery Fund. Qualora la Commissione considerasse non raggiunti gli obiettivi indicati nel PNRR, il pagamento (totale o parziale) viene sospeso per riprendere solo dopo che lo stato membro interessato abbia adottato le “misure necessarie per garantire un conseguimento soddisfacente dei traguardi e degli obiettivi”. Se non vi fossero progressi concreti, dopo 18 mesi è prevista la possibilità di risolvere il contratto che norma il PNRR e disimpegnare l’importo del contributo finanziario. Eventuali prefinanziamenti sarebbero integralmente recuperati. Secondo l’articolo 10 del Regolamento sul Recovery Fund, la Commissione presenta al Consiglio una proposta per sospendere in tutto o in parte gli impegni o i pagamenti qualora il Consiglio decida, a norma dell’articolo 126 del Trattato di Funzionamento della UE, che uno stato membro non ha implementato le c.d. riforme strutturali e non ha adottato misure efficaci per correggere il suo disavanzo eccessivo. Oppure i pagamenti possono essere sospesi se il Consiglio adotta due raccomandazioni, a norma del Regolamento (UE) n. 1176/2011, perché uno stato membro ha presentato un piano d’azione correttivo insufficiente, oppure non ha adottato le misure correttive raccomandate. E infine il Consiglio può sospendere i pagamenti se uno stato membro non rispetta il memorandum imposto dall’articolo 7 del Regolamento (UE) n. 472/2013. In ogni caso, il meccanismo ipotizzato dal Recovery Fund è che se dal 2023 l’Italia non avvierà una nuova stagione di ‘riforme’ – inclusa una nuova stagione di austerità, qualora dovesse prevalere la posizione dei paesi frugali – non solo i fondi ricevuti nel Recovery Fund non arriveranno, ma la UE si riprenderà anche l’anticipo arrivato ad agosto al governo italiano. Il Dispositivo RRF richiede agli stati membri un pacchetto comprensivo di investimenti e riforme articolato in 6 missioni: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, infrastrutture per mobilità sostenibile, inclusione e coesione, salute. I criteri della suddivisione dei fondi in missioni ripercorrono quasi pedissequamente la ripartizione richiesta dalla Commissione Europea nel Regolamento UE che norma il fondo. Precisamente i 191,5 miliardi del RFF sono così suddivisi:
- La missione 1, digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, ha il 21%, ovvero 40,3 miliardi: 9,75 per la digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA, 23,89 per quella del sistema produttivo, 6,68 per turismo e cultura 4.0.2.
- La missione 2, rivoluzione verde e transizione ecologica, ha il 31%, ovvero 59,47 miliardi: 5,27 per l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, 23,78 per la transizione energetica e mobilità ecosostenibile, 15,36 per efficienza e riqualificazione degli edifici, 15,06 per tutela del territorio e della risorsa idrica.
- la missione 3, infrastrutture per una mobilità sostenibile, ha il 13,26%, ovvero 25,4 miliardi: 24,77 per rete ferroviaria ad alta velocità/capacità e strade sicure, 0,63 per intermodalità e logistica integrata.
- La missione 4, istruzione e ricerca, ha il 16,12% ovvero 30,88 miliardi: 19,44 per il potenziamento dei servizi di istruzione (da asili nido a università), 11,44 per connettere la ricerca all’impresa.
- La missione 5, inclusione e coesione, ha il 10,34%, ovvero 19,81 miliardi: 6,66 per le politiche del lavoro, 11,17 per infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore, 1,98 per interventi speciali di coesione territoriale.
- La missione 6, salute, ha l’8,16% ovvero 15,63 miliardi: 7 per le reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza territoriale, 8,63 per innovazione, ricerca e digitalizzazione del Servizio Sanitario nazionale.
La Presidenza del Consiglio ha la responsabilità di indirizzo del Piano tramite una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri, alla quale partecipano di volta in volta i ministri e i sottosegretari competenti in ragione delle tematiche affrontate in ciascuna seduta. La Cabina di regia ha poteri di indirizzo, impulso e coordinamento generale sull’attuazione degli interventi del PNRR. Alla Cabina di regia partecipano i Presidenti di regione e delle province autonome di Trento e di Bolzano quando sono esaminate questioni di competenza regionale o locale e il Presidente della Conferenza delle regioni su questioni d’interesse di più regioni o province autonome. Supporta la Cabina di regia una segreteria tecnica. Tale segreteria tecnica ha una durata temporanea sicuramente superiore a quella del governo che l’ha istituita e si protrae fino al completamento del PNRR entro il 31 dicembre 2026.
Il che significa che qualunque governo succeda a quello attuale avrà la segreteria tecnica sul PNRR già composta. E poi, il monitoraggio e la rendicontazione del Piano sono affidati al Servizio centrale per il PNRR, istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, che rappresenta il punto di contatto nazionale con la Commissione Europea per l’attuazione del Piano. Il Servizio centrale per il PNRR è responsabile della gestione del Fondo di Rotazione del Next Generation EU-Italia e dei connessi flussi finanziari, nonché della gestione del sistema di monitoraggio sull’attuazione delle riforme e degli investimenti del PNRR, assicurando il necessario supporto tecnico ai ministeri titolari di interventi previsti nel PNRR. Ogni ministero titolare di interventi previsti dal PNRR individua (o costituisce ex novo) una struttura di coordinamento che agisce come punto di contatto con il Servizio centrale per il PNRR. Presso la Ragioneria dello Stato è inoltre istituito un ufficio dirigenziale con funzioni di audit del PNRR e di monitoraggio anticorruzione. Alla realizzazione operativa degli interventi previsti dal PNRR provvedono i singoli soggetti attuatori: i ministeri, le regioni e le province autonome e gli enti locali.
Ultimo, ma non meno importante, la Presidenza del Consiglio ha poteri sostitutivi dei ministeri, delle regioni e provincie autonome che dimostrino inerzia e mettano a rischio il conseguimento degli obiettivi intermedi e finali del PNRR. Cruciali nel sorvegliare i soggetti attuatori e proporre la loro eventuale sostituzione sono la suddetta segreteria tecnica della Cabina di regia e il Servizio centrale per il PNRR istituito presso il Ministero dell’Economia (Del Monaco, 2021).
Nel Dispositivo RRF sono comprese anche le riforme. Il governo ha considerato quattro aree: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza.2 In definitiva, il PNRR si regge su una base teorica fondata sulla tesi secondo la quale le riforme implementate in regime di politica fiscale espansiva (e di temporaneo aumento del debito) diano un così rilevante impulso alla crescita nel breve periodo da generare un sentiero di crescita stabile, anche in virtù del cambio di direzione delle politiche fiscali e della riproposizione delle misure restrittive (ma per l’atteso aumento della produttività totale dei fattori). La crescita ottenuta da un aumento della spesa pubblica nel breve periodo e dall’atteso incremento di produttività nel lungo periodo dovrebbe anche dar luogo a un sentiero di sostenibilità del rapporto debito pubblico/PIL.
Come è stato messo in evidenza, se l’Italia assorbe il 70% dei prestiti europei, questo implica un profilo enormemente diverso fra i singoli paesi in termini di debito pubblico. È chiaro che questa è la scommessa che l’Italia sta facendo: lasciamo crescere il debito basta che sia debito buono. Se però questo debito non produrrà una crescita strutturale e permanente del 3%, il problema del rapporto debito/PIL si riporrà fra 3-4 anni in modo molto evidente. L’Italia cioè continuerà ad essere il paese europeo con un rapporto debito/PIL tra i più alti della zona euro (con dubbi sulla sua sostenibilità), mentre gli altri paesi della zona euro saranno a livelli enormemente minori (Baldassarri, 2021, corsivo aggiunto).
In altri termini: “l’impulso dal lato della domanda, ammesso che vengano utilizzati presto e bene quei fondi, è certamente importante, ma quell’impulso si esaurisce nell’arco di tre o quattro anni e la speranza è che subentrino poi gli effetti dal lato dell’offerta in termini di aumento della produttività totale dei fattori” (Baldassarri, 2021).3 Il rischio è accentuato dalle incognite politiche che pesano sulla revisione dei criteri di sostenibilità del debito contenuti nel Patto di Stabilità e Crescita.
Sorge qui un duplice problema: (i) verificare sotto quale ipotesi, intervento una tantum o misura strutturale, il PNRR sia più efficace e (ii) stimare nel modo più corretto possibile l’impatto di queste misure sulla crescita e sul debito. A questi temi verranno dedicati i prossimi paragrafi.
2. Il PNRR e le politiche di austerità
Come è stato messo in evidenza, si fronteggiano, all’interno della Commissione Europea, due interpretazioni del PNRR. La prima, che fa riferimento ai paesi c.d. frugali, lo interpreta come intervento una tantum; la seconda, sostenuta, fra gli altri dall’Italia, lo vede come un primo passaggio verso la revisione dei parametri del Patto di Stabilità e Crescita.
Le politiche di austerità vengono motivate (e criticate) fondamentalmente con questi argomenti, con particolare riferimento ai suoi effetti per l’economia italiana (cfr. Cesaratto e Pivetti, 2012).4
- È necessario ridurre la spesa pubblica e aumentare l’imposizione fiscale dal momento che, solo così facendo, si riduce il rapporto debito pubblico/PIL. Si tratta di un argomento falso, sia sul piano propriamente teorico, sia sul piano empirico. Il contenimento della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo la domanda, diminuisce l’occupazione e, per conseguenza, il PIL, potendo determinare un aumento del rapporto debito pubblico/PIL. In più, soprattutto per le imprese di piccole dimensioni che vendono su mercati locali (è il caso della gran parte delle imprese meridionali), la contrazione dei consumi derivante dalla minore spesa pubblica e dalla maggiore tassazione può determinarne il fallimento, con conseguente aumento della disoccupazione, conseguente calo della produzione e della base imponibile. L’evidenza disponibile mostra infatti che il rapporto debito pubblico/PIL, in Italia, è aumentato dal 107% del 2007 a oltre il 120% della prima metà del 2012.
- Si ritiene che l’aumento della spesa pubblica, e ancor più un significativo intervento diretto dello stato nella produzione di beni e servizi, agisca negativamente sulle aspettative imprenditoriali e conseguentemente sugli investimenti privati. Le aspettative imprenditoriali sarebbero influenzate negativamente dall’intervento pubblico, dal momento che l’operatore pubblico – in questa visione – sottrae quote di mercato alle imprese private. A ciò si aggiunge che l’aumento della spesa pubblica comporta minori consumi oggi, dal momento che – in condizioni di perfetta capacità previsionale – i consumatori sanno che subiranno domani un aumento della tassazione. Da queste considerazioni, si fa discendere l’idea che quanto maggiore è la spesa pubblica tanto minore è il tasso di crescita. Ciò anche a ragione del fatto che si ritiene assiomaticamente che l’operatore privato sia sempre più efficiente dell’operatore pubblico.
Si tratta di una tesi – quest’ultima – che si presta a numerose obiezioni.
- Non è sempre e necessariamente vero che le imprese private siano più efficienti delle imprese pubbliche. L’esperienza delle privatizzazioni, almeno con riferimento al caso italiano, mostra inequivocabilmente che il solo effetto che si è registrato è stato un aumento delle tariffe, a parità di qualità del servizio offerto (o spesso con qualità peggiore).
- È molto opinabile l’idea secondo la quale le decisioni di investimento, da parte delle imprese private, dipendano esclusivamente dall’ammontare (e dalla dinamica) della spesa pubblica. Si può argomentare, per contro, che le decisioni di investimento sono assunte sulla base ciò che Keynes definiva gli ‘spiriti animali’ degli imprenditori, e, dunque, da aspettative che maturano in condizioni di incertezza e che non rispondono a criteri di pura razionalità economica. Vi è di più. Per almeno due ragioni, il nesso di causalità fra spesa pubblica e investimenti privati può viaggiare semmai nella direzione opposta rispetto a quella suggerita dai teorici dell’austerità. In primo luogo, la contrazione della spesa pubblica, in quanto diminuisce i mercati di sbocco interni, riduce i profitti monetari. Il calo dei profitti riduce gli investimenti e il tasso di crescita. In secondo luogo, tale calo dei profitti, conseguente alla diminuzione della spesa pubblica, influisce negativamente sulle scelte del sistema bancario in ordine al finanziamento degli investimenti. Si genera, in tal modo, una spirale viziosa per la quale tanto meno lo stato spende, tanto minori sono i profitti e gli investimenti e tanto più le banche sono indotte a reagire restringendo l’erogazione di credito. A ciò fa seguito una minore crescita economica e, per le ragioni individuate sopra, maggiore indebitamento pubblico in rapporto al PIL.
In quest’ottica, e anche in virtù dell’esperienza fatta in particolare nel biennio 2011-2013, si può stabilire che le politiche di austerità abbiano effetti recessivi. Come è noto, l’intera impalcatura istituzionale europea, fin dalla creazione della moneta unica (e con riferimento, in particolare, al Patto di Stabilità e Crescita), si è retta sulla convinzione che gli stati membri debbano aderire a meccanismi di disciplina fiscale. In tal senso vanno letti i parametri del 3% in relazione al rapporto deficit/PIL e del 60% tendenziale del rapporto debito/PIL. L’ipotesi implicita è che un’economia di mercato deregolamentata tenda spontaneamente alla migliore possibile allocazione delle risorse e che, dunque, occorra una finanza ‘sana’ – il tendenziale equilibrio del bilancio pubblico – per garantire la minima interferenza dello stato in economia. Il NGEU viene letto, in seno alla Commissione Europea, dai paesi frugali in particolare, come una deviazione temporanea da una normalità che deve essere caratterizzata appunto dal minimo intervento pubblico: da qui l’insistenza affinché, una volta terminata l’esperienza del PNRR, si torni al rispetto dei parametri su citati. La posizione italiana si colloca all’opposto, chiedendo maggiore flessibilità di bilancio, soprattutto per i costi connessi alla pandemia e alla guerra in Ucraina. Vi è poi una possibile terza posizione, qui sostenuta, secondo la quale il PNRR rischia di essere poco efficace se non diventa una misura strutturale di politica fiscale espansiva e se, contestualmente, non viene svincolato dalla condizionalità delle riforme. Ciò per le seguenti ragioni:
(a) Il PNRR è fondamentalmente finalizzato a trasformare l’economia italiana in un’economia ad alta intensità tecnologica. Nel far questo, come mostrato in particolare nella letteratura postkeynesiana (cfr. Mazzuccato, 2014; Forges Davanzati, 2022), occorre un intervento diretto dello stato nella produzione di innovazioni. È bene precisare che, contrariamente a quanto previsto dall’attuale governo, ciò comporta un aumento delle dimensioni del pubblico impiego;5
(b) Questo rilievo è particolarmente importante se si considerano gli effetti del PNRR sui divari regionali interni. È stato recentemente pubblicato uno studio della Banca d’Italia, a firme di Luciana Aimone Gigio e altri (Aimone Gigio et al., 2022), sull’evoluzione dell’occupazione negli enti territoriali a partire dal 2008. Ne emerge un quadro poco rassicurante per il Mezzogiorno. A partire dagli anni Duemila, si assiste, infatti, a una graduale e significativa riduzione del personale nella pubblica amministrazione, motivata con l’obiettivo di ridurre i costi per contenere la dinamica del deficit pubblico. Fino al decennio precedente nelle amministrazioni meridionali lavorava un numero di dipendenti in rapporto agli abitanti più elevato rispetto al Centro-Nord. Da allora si assiste a un graduale allineamento che porta gli uffici pubblici del Sud (in particolare le regioni a statuto ordinario) a disporre mediamente di meno personale. La penalizzazione riguarda in particolare i comuni di più grandi dimensioni, così che si stabilisce che il taglio di spesa è stato più intenso a danno del Mezzogiorno.
Le retribuzioni sono rimaste sostanzialmente invariate dato il blocco della contrattazione a partire dal 2015. Per quanto attiene alla struttura del personale nelle amministrazioni comunali del Mezzogiorno è stato più frequente il ricorso a forme contrattuali flessibili che hanno gradualmente portato a una maggiore presenza di lavoratori con stipendi più bassi. Il calo assoluto dei dipendenti è stato più marcato al Sud e nelle Isole, con livelli simili di uscite per pensionamenti. Ciò vuol dire che le amministrazioni meridionali hanno potuto assumere meno negli ultimi anni quando sono stati progressivamente allentati i vincoli sul ricambio del personale. Da notare che gli ingressi sono principalmente avvenuti tramite la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili, mentre al Centro-Nord era più diffusamente utilizzata la strada dei concorsi.
Gli autori dello studio avvertono che il divario potrebbe ulteriormente aumentare in ragione del fatto che le regole in vigore dal 2020 legano ancora di più la capacità di assumere da parte degli enti locali alla loro situazione di bilancio. In questo scenario non sorprende che i comuni meridionali abbiano avuto maggiore difficoltà nell’assumere dipendenti con elevata qualifica e dotati di un titolo di studio almeno universitario. Da qui l’allarme di Banca d’Italia in merito al fatto che le competenze disponibili nelle pubbliche amministrazioni meridionali “risultano meno adeguate rispetto al resto del paese per fronteggiare le sfide poste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Ne segue maggiore difficoltà nella realizzazione delle opere, dal momento che “la scarsa capacità progettuale di molte stazioni appaltanti [...] incide significativamente sui tempi di realizzazione” (Aimone Gigio et al., 2022, pp. 3 e 6 ). Si registra una correlazione positiva fra dotazione di capitale umano negli enti locali ed efficienza progettuale.
La questione non può non essere nota al governo che, con il “decreto reclutamento” di metà 2021 ha previsto 24mila assunzioni finalizzate proprio a irrobustire la dotazione di capitale umano nella pubblica amministrazione. Ma la situazione di partenza perpetua gli svantaggi nel Mezzogiorno, come testimoniano le difficoltà incontrate, nel febbraio 2022, a partecipare proficuamente a bandi PNRR per gli asili nido.
(c) Le c.d. riforme, per contro, si muovono in una direzione liberista, rinviando l’intervento pubblico alla deregolamentazione dei mercati.6 In particolare, per quanto attiene al mercato del lavoro, si ritiene che sia la sola riforma del sistema educativo a poter generare significativi incrementi di occupazione, a fronte del fatto che l’elevata disoccupazione italiana, giovanile e meridionale in particolare, è difficilmente imputabile al mismatch fra domanda e offerta di lavoro, quanto alla caduta della domanda aggregata combinata con il blocco del turn-over nel pubblico impiego (cfr. Forges Davanzati e Giangrande, 2019; Forges Davanzati, 2022). È anche opinabile, e difficilmente verificabile in sede previsionale, la prospettiva che la riforma della giustizia (e dunque l’accelerazione dei tempi dei processi) possa accrescere la produttività totale dei fattori (cfr. Baldassarri, 2021).
Peraltro, occorre considerare che, rispetto al periodo della formulazione del PNRR, lo scenario macroeconomico è in rapidissimo mutamento. In Italia la produzione industriale perde terreno già da prima della guerra in Ucraina. A febbraio, secondo le stime del Centro studi di Confindustria, la contrazione è stata dello 0,3%, che fa seguito al calo dello 0,8% di gennaio. È un dato che non tiene ancora conto della guerra in Ucraina e dell’impatto, in particolare, su due fronti. In primo luogo, l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici (non solo gas e petrolio, ma anche rame, alluminio, acciaio e prodotti bituminosi), che potrebbero restare eccezionalmente alti per molto più tempo del previsto; in secondo luogo, l’effetto di calo della domanda per i settori più esposti, tipicamente moda e turismo.
Le conseguenze sul tasso di inflazione, citate anche dal recente Rapporto del Fondo Monetario Internazionale, si fanno già sentire per le famiglie più povere per le quali il reddito è fisso: un allargamento del conflitto avrebbe conseguenze devastanti. La variazione acquisita (ovvero quella che si avrebbe nel caso di crescita nulla a marzo) è pari a –1%. Una evidente inversione rispetto a quanto fatto registrare nel terzo trimestre 2021 (+1%). Il Centro studi di Confindustria pone l’accento soprattutto sull’aumento dell’incertezza connesso alla guerra in corso e le aspettative pessimistiche degli imprenditori che potrebbero portare a un ulteriore calo degli investimenti. Alimentari, moda, mobili, legno, metalli sono i prodotti più esportati a Mosca; seguono la meccanica, la meccatronica e l’agroalimentare. La crisi ucraina frena anche le importazioni: si stima, a riguardo, che sono coinvolti circa 12 miliardi di forniture, pari al 3% delle importazioni nazionali. Sono a rischio il gas naturale (la cui dipendenza italiana è pari al 58%) petrolio e altri metalli, fra i quali ferro, metalli preziosi, antracite, rame) e cereali.
L’ultimo Rapporti di Confcommercio (marzo 2022) prevede un calo del PIL italiano a marzo dell’1,7% rispetto al mese precedente e, nel trimestre, una contrazione nell’ordine del 2,4%. Anche considerando le risorse del PNRR, per il 2022, non si raggiungerà l’obiettivo di una crescita al 2%.
3. Le basi teoriche del modello di previsione
I modelli econometrici usati a sostegno del PNRR – in linea con quelli consolidati per prassi in seno alla Commissione Europea – sono modelli di equilibrio economico generale stocastico (DSGE) con capitale pubblico. In sintesi, esso si basa su un insieme di ipotesi che porta alla conclusione per la quale un’economia di mercato deregolamentata tende spontaneamente al pieno impiego, salvo l’esistenza di alcune ‘imperfezioni’, segnatamente la rigidità dei prezzi e le forme di mercato non concorrenziali. Si tratta di uno schema che si presta a critiche sotto il profilo del realismo, se non altro per l’esistenza di un’elevata disoccupazione di massa che nei fatti smentisce l’ipotesi di mercati che si autoregolano in regime di pieno impiego. Stando alle iniziali previsioni del governo italiano, l’impatto del PNRR è pari al 2% nel 2022 per attestarsi intorno al 3% annuo nel periodo 2023-2026.7 Una conclusione analoga viene raggiunta da Mahieu et al. (2021), che – considerando gli effetti di spillover analizzando un modello basato sull’European Commission’s QUEST model – hanno stimato un incremento del PIL approssimativamente pari al 3% nel 2024. La stessa Commissione Europea, nell’Economic Forecast del 2021,8 stimava un tasso di crescita molto elevato per il 2022 (+6,2%) e un meno elevato tasso di crescita nel 2023 (+2,3%). Vi è un certo accordo in letteratura sul fatto che, contrariamente alla vulgata (per la quale il PNRR sarebbe assimilabile a un nuovo Piano Marshall), gli importi complessivi non sono eccezionalmente alti: si stima, a riguardo, che il beneficio netto totale per l’Italia del NGEU ammonterebbe a circa 50 miliardi: è sufficiente pensare che soltanto le uscite pubbliche in conto interessi, nel 2021, sono state pari a più di 70 miliardi per comprendere che si tratta comunque di benefit abbastanza contenuti in valore.
Per contro, uno studio recente di Canelli et al. (2021) stima che, adottando una metodologia diversa, le risorse previste dal Next Generation EU per l’Italia sono insufficienti per rilanciare il paese. Gli autori fondano la loro analisi su un modello “stock e flussi” che, ricostruito l’andamento dell’economia italiana dal 1995 al 2019, sviluppa proiezioni sino al 2025. Si tratta di una articolata metodologia che negli ultimi anni si è affermata nella letteratura internazionale e che rappresenta l’alternativa ai tradizionali modelli previsionali DSGE, utilizzati anche dal Tesoro e dalla Banca d’Italia, che hanno prestato il fianco a molte critiche. L’analisi degli autori per il 2020 è in linea con i più recenti dati presentati dall’Istat e dal governo; ma le previsioni sugli anni avvenire, tenendo conto dell’impatto delle risorse europee e anche dell’azione della Banca Centrale Europea, non sono rosee. Il lavoro mostra infatti che con le politiche europee attuali l’economia italiana, pur sperimentando un modesto rimbalzo nel 2021, non riuscirà a ritornare al livello del PIL del 2019 nemmeno entro il 2025. Inoltre, il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, dopo l’incremento di quasi 25 punti registrato nel 2020, proseguirà la sua crescita lungo un sentiero che rischia di rivelarsi non sostenibile nel lungo periodo. Canelli et al. (2021) esaminano anche scenari alternativi, chiarendo che un ritorno alle politiche di austerità del non lontano passato peggiorerebbe ulteriormente le condizioni dell’economia italiana. Essi mostrano anche che l’Unione Europea avrebbe gli strumenti per spingere l’economia italiana lungo un sentiero di crescita più significativo e sostenibile nel lungo periodo.
Bianchini (2021) osserva che “L’Italia da sempre è un paese contributore netto. Nel caso del Recovery, però, si ritroverà, per via dei danni ingenti della pandemia, a essere beneficiario netto. Tuttavia, tolto il Recovery, rispetto al normale bilancio europeo dei prossimi 7 anni, l’Italia resterà contributore netto. Il saldo tra queste due posizioni sarà di circa 10 miliardi. Non proprio una pioggia torrenziale”. Baldassarri (2021) fa osservare che non essendo quantificabili gli impatti delle riforme sulla produttività totale dei fattori, l’ipotesi di crescita derivante dalle spese PNRR resta appunto un’ipotesi.9 Resta anche molto problematica, nel modello di previsione, l’ipotesi di un tasso di interesse stabile sui titoli del debito pubblico, laddove – come è ampiamente dimostrato sul piano teorico ed empirico – l’andamento del tasso di crescita lo influenza in modo apprezzabile (cfr. Jacobs et al., 2020).
A ciò si possono aggiungere ulteriori considerazioni. In primo luogo, dopo una previsione per il 2021 di un deficit dell’11,8% in rapporto al PIL, questo rapporto è risultato pari al 5,7% nella Legge di Bilancio. È verosimile attendersi un ulteriore aumento del deficit se si considerano le maggiori spese dovute alla guerra in Ucraina (per armamenti, data la previsione di un loro aumento fino al 2% del PIL, per l’assistenza ai rifugiati, per l’aiuto a imprese e famiglie) e le minori entrate, laddove si dovesse entrare in una fase recessiva del ciclo. In secondo luogo, è utile il confronto con l’esperienza statunitense post-COVID, laddove il deficit si è attestato intorno al 10% in rapporto al PIL a fronte di un modesto 3% dell’Europa.
Considerazioni conclusive
In questo articolo sono state messe in evidenza due debolezze del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, segnatamente la sua provvisorietà rispetto al ripristino del Fiscal Compact e la sua inadeguatezza, sotto il profilo quantitativo. È stato messo in evidenza come il PNRR si basi sulla convinzione che nel breve periodo l’aumento del PIL derivante da una politica fiscale espansiva sia tale da generare una crescita duratura e tale da mantenere sostenibile l’aumento del debito in rapporto al PIL. Si è messo in evidenza come sia preferibile che si tratti di un intervento strutturale e non condizionato a riforme di segno liberista. In più, si sono evidenziate alcune criticità nel modello di previsione, accentuate se si considera l’impatto delle riforme sulla crescita e le incognite politiche che pesano sulla revisione del Patto di Stabilità e Crescita.
*****
L’autore desidera ringraziare Giorgio Colacchio, Carlo D’Ippoliti, e un anonimo referee per gli utili suggerimenti offerti.Note
1) Sul modo in cui sono allocati i fondi del PNRR e sulla sua capacità di attivare innovazioni, si rinvia a Lucchese e Pianta (2021).
2) Una pubblica amministrazione digitalizzata ed efficiente è di per sé desiderabile, così come una giustizia celere. Il forte accento posto sulla promozione della concorrenza si presta tuttavia a una considerazione critica. Forme di mercato concorrenziali sono assunte essere di superiore efficienza rispetto a forme di mercato non concorrenziali per quanto riguarda l’entità del ‘surplus del consumatore’: detto diversamente, viene riconosciuto nella teoria economica che la concorrenza tende a esercitare una spinta al ribasso dei prezzi a vantaggio di chi consuma i beni prodotti in questo regime. Non vi è tuttavia analoga certezza in merito al fatto che la concorrenza incentivi l’avanzamento tecnico. Come mostrato da un’ampia letteratura (cfr. Sylos Labini, 1958) vi è semmai da attendersi che siano forme di mercato non concorrenziali a promuoverlo: ciò soprattutto a ragione del fatto che le grandi imprese hanno maggiori fondi interni per realizzarlo.
3) Si osservi che la produttività totale dei fattori è una categoria di per sé discutibile in quanto considera come autonomamente produttivo il fattore capitale, del quale si ritiene possibile una misurazione. Sul tema la letteratura è estremamente ampia e sono note le critiche della scuola neoricardiana a questi tentativi di misurazione. Si osservi anche che, come messo in evidenza da Fumagalli (2022), nella logica del PNRR la produttività aumenta a seguito degli investimenti privati che dovrebbero aumentare a seguito di decontribuzioni. Ma l’evidenza empirica mostra che le decontribuzioni si traducono quasi interamente in risparmi delle imprese. In più, come è stato fatto osservare, per un paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di beni strumentali, l’attuazione di misure di decontribuzione per l’avanzamento tecnico rischia di avere il solo effetto di aumentare le importazioni (cfr. Maranzano et al., 2021).
4) La letteratura sull’argomento è notevolmente ampia. Una rassegna accurata delle diverse posizioni è contenuta in Cesaratto e Pivetti (2012), ai quali si rinvia. Per gli sviluppi più recenti delle politiche economiche europee, si vedano, in particolare, Saraceno (2020, 2022) e Visco (2021).
5) Che è il più sottodimensionato fra i paesi europei. Si noti che la questione è di massima rilevanza soprattutto per il Mezzogiorno, dove si tratta di formulare e intercettare finanziamenti PNRR da parte di enti locali sottodimensionati per organico e spesso privi di progettisti. La disoccupazione giovanile italiana – da molti anni superiore alla media europea – dipende essenzialmente dal combinato di un calo di lungo periodo della domanda aggregata (calo che si è manifestato con la massima intensità a seguito dello scoppio della prima crisi, nel 2007- 2008, e che ha avuto impatti anche sulla disoccupazione di individui in età adulta e sulla disoccupazione di lungo periodo) e dalla crescente fragilità della nostra struttura produttiva, particolarmente nel Mezzogiorno. La disoccupazione giovanile è aumentata sia perché le imprese hanno trovato conveniente, in una fase recessiva, non licenziare lavoratori altamente qualificati per non dover sostenere i costi della formazione dei neo-assunti, sia per il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego.
6) Va da sé che alcune condizionalità sono condivisibili, per esempio quelle riferite ai risultati da raggiungere in termini di riduzione di CO2, occupazione e digitalizzazione. Le criticità nascono quando si rileva che tali obiettivi li si intende raggiungere pressoché esclusivamente tramite iniziativa privata. Sul tema si rinvia a Fumagalli (2022). Per un inquadramento generale del nesso fra politiche neo-liberiste e bassa crescita in Italia, sia consentito rinviare a Forges Davanzati e Giangrande (2019).
7) Si veda https://www.truenumbers.it/pnrr-italia-pil-consumi-occupazione/
8) Si veda https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/economic-performance-and-forecasts/economic- forecasts/autumn-2021-economic-forecast-recovery-expansion-amid-headwinds_en
9) V. anche Ufficio Parlamentare di Bilancio (2021).
Riferimenti bibliografici
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Baldassarri M. (2021), “PNRR, riforme strutturali e impatto sulla crescita italiana”, Centro studi sull’economia reale Osservatorio Recovery Plan, disponibile alla URL: https://www.osservatoriorecovery.it/pnrr-riforme- strutturali-e-impatto-sulla-crescita-italiana/
Bianchini F. (2021), “Quanto vale (davvero) il PNRR per l’Italia”, Money.it, 25 ottobre, disponibile alla URL: https://www.money.it/Quanto-vale-davvero-PNRR-per-Italia Canelli R., Fontana G., Realfonzo R. e Veronese Passarella M. (2021), “Are EU Policies Effective to Tackle the Covid- 19 Crisis? The Case of Italy”, Review of Political Economy, 33 (3), pp. 432-461.
Cesaratto S. e Pivetti M. (a cura di) (2012), Oltre l’austerità, Roma: Micromega.
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Fumagalli A. (2022), “Alcune note critiche sul Piano Nazionale di ripresa e di resilienza”, Il Ponte, 1, gennaio- febbraio.
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Jacobs J., Ogawa K. Sterken E. e Tokutsu I. (2020), “Public Debt, Economic Growth and the Real Interest Rate: A Panel VAR Approach to EU and OECD Countries”, Applied Economics, 52 (12), pp. 1377-1394.
Lucchese M. e Pianta M. (2021), “Il Piano nazionale di ripresa e resilienza in una prospettiva di politica industriale”, Moneta e Credito, 74 (294), pp. 177-190.
Mahieu G., Pfeiffer P., Varga J. e in ’t Veld J. (2021), “A stylised quantitative assessment of Next Generation EU investment”, voxeu.org, 4 agosto, disponibile alla URL: https://voxeu.org/article/stylised-quantitative- assessment-next-generation-eu-investment
Maranzano P., Noera M. e Romano R. (2021), The European industrial challenge and the Italian NRRP, PLS Quarterly Review, 74 (298), pp. 202-218.
Mazzucato M. (2014), Lo Stato innovatore, Bari: Laterza.
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Saraceno F. (2022), “The return of fiscal policy. Eurozone macroeconomic governance after COVID”, Annals of the Fondazione Luigi Einaudi, 55, pp.191-208. Sylos Labini P. (1956), Oligopolio e progresso tecnico, Milano: Giuffrè; rist. 1957; nuova ed. Torino: Einaudi, 1964, rist. 1967 (trad. ingl. Oligopoly and Technical Progress, Cambridge (MA): Harvard University Press, 1962, rist. 1969).
Ufficio Parlamentare di Bilancio (2021), L’impatto finanziario del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, Flash n.1, 15/2021, disponibile alla URL: https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2021/07/Flash- 1_2021_PNRR_c.pdf
Visco I. (2021), “Pandemia, inflazione e politica monetaria”, Moneta e Credito, 74 (298), pp. 239-247.
Università del Salento,
email: guglielmo.forges@unisalento.it
Per citare l’articolo:
Forges Davanzati G. (2021), “Le debolezze del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, Moneta e Credito, 75 (297): 77-88.
DOI: https://doi.org/10.13133/ 2037-3651/17736
JEL codes: E00, H00, H70
Keywords:
Italian economy, economic growth, fiscal policy
Homepage della rivista:
http: //www.monetaecredito.info
21/05/2022
A chi serve, oggi, il PNRR?
A differenza degli altri Paesi europei, solo l'Italia ha chiesto di attingere con tanta decisione ai loan, ai debiti europei che servono per finanziare il PNRR: una scelta già azzardata in tempi normali, che ora va decisamente bloccata.
Sono tanti soldi, troppi: la Nuova Cortina di ferro che si sta erigendo per isolare la Russia ci costringe a riscrivere le priorità. In ogni caso, bisogna fermarsi finché la guerra in Ucraina non sarà terminata ed il quadro geopolitico definito.
Dobbiamo guardare in faccia alla realtà: la guerra sta modificando radicalmente il quadro geopolitico e le prospettive strategiche dell'Italia e dell'Europa.
Stiamo tornando indietro rispetto alla Globalizzazione, un mondo iniziato con la dissoluzione dell'URSS nel 1991, giusto trent'anni fa: un mondo apparentemente senza frontiere, dominato solo dal Mercato, in cui tutti potevano fare commercio con tutti, spostare capitali a piacimento, mettere su fabbriche dovunque, con la libertà assicurata da una Lex Mercatoria che non veniva mai intaccata da niente e da nessuno.
Fino all'autunno scorso, le priorità erano quelle del COP26, la transizione globale verso la decarbonizzazione della produzione per fermare il riscaldamento ambientale. Nonostante il biennio di pandemia, per il Covid-19 che ha bloccato le economie e le società soprattutto occidentali gettandole in una nuova recessione, il futuro sembrava dischiudersi secondo equilibri nuovi.
Erano sfide complesse, ardite, ma fondate su una prospettiva di pace e di armonia: soprattutto tra l'Uomo e la Natura.
Siamo caduti all'indietro, di schiena, all'improvviso: la guerra in Ucraina ci ha riportato alla fine della Guerra mondiale, alla divisione dell'Europa decisa a Yalta, ad una nuova Cortina di ferro che scende tutta a ridosso della Russia: dalla Finlandia alla Svezia, passando per le tre repubbliche baltiche di Estonia, Lettonia e Lituania, e poi giù con la Polonia e la Ucraina. Solo la Bielorussia è rimasta a far parte di quello che una volta era il Blocco sovietico.
Occorre fare i conti con questa realtà, che ci piaccia o meno: la Russia è tornata ad essere un nemico dell'Occidente. Le sanzioni sono destinate a durare a lungo, per sempre: almeno finché l'Occidente non sarà in grado di conquistarla, mettendo le mani sulle sue risorse energetiche e minerarie. Lo stesso vale per la Cina: non basta fare commercio con un Paese che ha un Partito comunista che decide tutto, dalle priorità della crescita allo sviluppo internazionale, lasciando al Mercato solo il compito strumentale di produrre ma mai di indirizzare lo sviluppo in un senso o nell'altro.
Mentre era in corso una politica che aveva come priorità assoluta la decarbonizzazione completa dell'economia, ora l'obiettivo a brevissimo e lungo termine è rendersi autonomi dalle fonti energetiche proveniente dalla Russia, carbone, petrolio e gas, cercandolo dappertutto. Ma il quadro si fa ancora più complesso se si guarda alla altra cintura che sta cingendo attorno alla Cina, per ridurre al minimo le esportazioni occidentali di tecnologie avanzate nel settore informatico e di ridurre al minimo la dipendenza dell'Occidente dalle produzioni cinesi.
In modo molto indiretto, il PNRR ci aiuterebbe pure di fronte a queste due sfide: la transizione verso le energie rinnovabili e quella verso le tecnologie informatiche ci svincolerebbero dalle fonti fossili di qualsiasi provenienza e dalle importazioni dalle grandi corporation della Cina. La verità è che è tutto fondato su ipotesi, dall'idrogeno verde alla stessa tenuta di una economia che abbandona la manifattura e la agricoltura per sviluppare esclusivamente i servizi in rete.
Questo è il punto: ora si parla di gravi carenze nei rifornimenti di grano, non solo dalla Ucraina ma anche dalla Russia, con l'India che chiude anche le sue frontiere alle esportazioni; di mancanza del mangime per gli allevamenti di animali e dei concimi per i nostri campi, per non parlare dei prezzi stratosferici di tutte le altre importazioni di materie prime.
Bisogna essere realisti: finché il quadro internazionale non si chiarisce, rischiamo di continuare a spendere troppi soldi, presi a debito, per priorità superate.
Forse, domani, chissà... Ma oggi no, proprio no.
Fonte
28/12/2021
Una telefonata da Bruxelles ti cambia la vita
Il fatto che Draghi sia sostanzialmente “solo”, insostituibile ma senza vice altrettanto pesanti, rende la situazione oggettivamente complicata come il famoso nodo di Gordio.
Se va al Quirinale, da dove governerebbe di fatto per sette anni in nome del Recovery Fund e delle “necessarie riforme” pretese dalla UE, si scopre la casella di Palazzo Chigi. Ma fare il premier per un solo anno, con una maggioranza da inventare (saltato Draghi, ognun per sé) e con la prospettiva di dover passare gli ultimi sei mesi sotto schiaffo per le esigenze della campagna elettorale, non è un obiettivo appetibile per nessuno dei parvenu che si credono leader.
E quindi vorrebbero una garanzia sullo scioglimento anticipato delle Camere – anche in contrasto con la platea dei peones che non rientreranno mai più in Parlamento e che vorrebbero arrivare almeno a settembre, in modo da maturare il diritto alla pensione più soddisfacente d’Italia (cosa che Draghi ha già promesso, candidandosi).
Se invece restasse a Palazzo Chigi, diventerebbe contendibile il Quirinale. Ovviamente senza i superpoteri attribuibili a SuperMario. Ma è una soluzione intollerabile per quella “borghesia europea” (compresa la ristretta frazione con passaporto italiano), perché tra sei mesi – come chiunque altro – dovrebbe smettere di imporre certe scelte a scatola chiusa (la prima “legge di stabilità” neanche esaminata dalla Commissione Bilancio, per mancanza di tempo, porta la sua firma).
Soprattutto, la seconda investitura da premier richiederebbe tempo, tentativi falliti di creare una maggioranza e infine un’altra “coalizione di salvezza nazionale” con tutti i partiti dentro. Nel frattempo salterebbero le tappe già fissate di realizzazione di certe “riforme” da cui dipendono le prossime rate del Recovery Fund, ed anche alcuni passaggi europei fondamentali (esercito comune, interventi in Africa, ecc).
Oltretutto un presidente di centrodestra, tirato fuori dal mazzo degli impresentabili di cui corre il nome in questi giorni, non assicurerebbe che questo “piano B” vada in porto. Per mancanza di volontà, cupidigia di potere, stupidità, assenza di carisma... Ogni motivo sarebbe possibile, ma pericoloso.
Sembra quasi incredibile, ma una parte di quella “borghesia italiana” sembra non aver ancora compreso di aver perso da tempo qualsiasi ruolo “egemonico”. E dire che da quasi 30 anni, ogni volta che ha provato a fare di testa sua (con Berlusconi, in genere) ha dovuto poi chinare la testa davanti al superiore potere di quella “continentale”, e chiedere scusa per essere riammessa al gioco.
Ma “è nella sua natura”, come per lo scorpione della favola.
Anche a sinistra molti faticano a vedere la nuova realtà istituzionale in cui viviamo, che possiamo riassumere sinteticamente così: il potere politico reale non è più domiciliato a Palazzo Chigi, ma tra Bruxelles, Francoforte e Berlino. Da Roma si gestisce l’Italia come fa un qualsiasi “governatore” con la sua Regione o un sindaco con il suo Comune: entro i rigidi binari definiti dalla “legge di stabilità” (che, secondo le regole di Six Pack e Two Pack, viene scritta di concerto con la Commissione Europea e infine approvata da quest’ultima).
Se questo è il quadro istituzionale reale, allora anche la vicenda del Quirinale va vista in un’altra luce.
Siccome non tutti vedono convincente il nostro parere, stavolta ci facciamo aiutare da Mattia Feltri, direttore dell’Huffington Post in versione italiana, che ha pubblicato un editoriale dal titolo che voleva essere davvero “persuasivo” con quella parte di borghesia italiota che immagina di poter mandare sul Colle qualcun altro: “Se l’Italia congeda Draghi, preparate l’elmetto”. Un po’ terroristico, vero?
Nell’argomentare questo autentico diktat Feltri rivela un po’ troppe dinamiche interne ai poteri continentali, che magari qualcuno – lassù – avrebbe preferito tenere più “riservate”. Ma la situazione deve essergli apparsa grave, pericolosa, e allora c’è andato giù piatto.
Seguiamolo. Parte ricostruendo la caduta di Giuseppe Conte, senza nemmeno un voto di sfiducia parlamentare, pilotata direttamente da Mattarella (forzando un bel po’ sui poteri che la Costituzione gli attribuisce).
In pratica, i 200 e passa miliardi di prestiti decisi per aiutare l’Italia a superare lo shock della pandemia non potevano né dovevano essere gestiti da un governo “obbediente”, sì, ma comunque percorso da “progetti di riforma nebulosi o particolarmente dozzinali, e appetiti da crapula dei partiti per il banchetto dei loro elettori”.
Il Recovery – per Feltri e l’Unione Europea – “talvolta malinteso dalle nostre leadership e dai nostri commentatori (anche “di sinistra”, aggiungiamo noi), non è semplicemente un piano di soccorso di stampo pandemico, ma l’occasione per finanziare riforme che soprattutto l’Italia manca da qualche decennio, e in particolare da quando negli anni Novanta ci attardammo sulla rivoluzione digitale”.
Dunque occorreva blindare la fase di costruzione delle coordinate del PNRR con qualcuno che sapeva già cosa fare, che non aveva bisogno di imbeccate e rimbrotti continui, di indicazioni passo passo, anche perché aveva contribuito in prima persona a definire le coordinate di quei piani europei. Insomma: Draghi.
“Bastarono un paio di telefonate dalle parti di Bruxelles perché ci fosse certificata l’ampia diffusione dei sentimenti squadernati dalla Boersen Zeitung, e per definire il crepuscolo di Conte: il fallimento dell’operazione comunitaria, con un inaudito principio di debito comune, avrebbe significato non soltanto il collasso italiano ma dell’intero disegno europeo.”
Se si può cambiare governo in Italia con “un paio di telefonate dalle parti di Bruxelles” è evidente che parlare di “regime democratico parlamentare” è una presa per i fondelli. E un problema istituzionale che chi vuole “cambiare il mondo” dovrebbe identificare con chiarezza il prima possibile, senza illusioni infantili.
Si vota, certo, e si può persino eleggere qualche parlamentare. Persino entrare in un governo (chiedete a Rifondazione), ma non per fare “qualcosa di sinistra”. A meno di non avere una strategia di rottura e la forza per realizzarla.
L’esigenza di “non far collassare l’intero disegno europeo” a causa del fallimento dell’Italia nel “fare la sua parte” è ancora lì. Il PNRR è approvato, 51 “riforme” sono state fatte passare, ma ora bisogna scrivere i “decreti attuativi” per tradurle in fatti. Nonché rispettare altre 477 “condizionalità” che accompagnano a scadenza fissa le tappe successive del Recovery Fund.
Dunque la presa su Quirinale (per la lunghezza del settennato) e Palazzo Chigi (per il ruolo operativo, benché da subordinati) non può essere mollata proprio ora che “il lavoro” è appena stato avviato. Per questo “all’Europa” serve Draghi alla presidenza della repubblica (con la minuscola, a questo punto).
“Ora immaginatevi che questo paese fra un mese rinunci a eleggere Draghi al Quirinale, che magari subito dopo o al massimo nel giro di un anno lo congedi da Palazzo Chigi, che lo dichiari dunque un ingombro, lo dichiari inutile al mondo. Immaginatevi la bella immagine che daremmo di noi, della nostra consapevolezza, della nostra credibilità agli altri paesi europei, ai cattivissimi mercati, e saranno anche cattivissimi, ma detengono il nostro debito e quindi parte della nostra sovranità (gliel’abbiamo ceduta, non l’hanno rubata). Immaginiamocela un’Italia così. Non so voi, ma io indosserei l’elmetto.”
È una battuta, certamente, perché i meccanismi sono sicuramente più complessi. Ma torna utile farla: anche a Feltri, forse, è arrivata qualche telefonata. “Fai capire a quegli imbecilli che qui si fa sul serio; o fanno quello che diciamo noi o vi ammazziamo a forza di spread, blocco del Recovery e tutto quel che già sapete”. E il nodo di Gordio viene ancora una volta sciolto con un colpo di spada.
Sarebbe il caso di cominciare a pensare “la politica” a partire dalla realtà, non credete?
Fonte
20/11/2021
Risalgono gli italiani favorevoli alla UE, ma basta con l’Europa castigatrice
L’ultimo rapporto congiunto dell’Istituto Affari Internazionali e del Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (Laps) dell’Università di Siena ha illustrato i risultati di un’indagine che ha coinvolto più di 2mila cittadini italiani maggiorenni.
L’indagine ha evidenziato un aumento del favore per l’UE e un giudizio complessivamente positivo sulla politica del governo Draghi in Europa, ma appena si gratta la superficie emergono una serie di nodi problematici dai quali dipenderà, in larga misura, anche il futuro atteggiamento degli italiani nei confronti dell’UE e quindi il riaffacciarsi dell’ipotesi di fuoriuscita.
Un sondaggio IAI-Laps realizzato nella primavera 2020 e in piena pandemia, registrò un vero e proprio crollo di fiducia nell’Unione. Per la prima volta nella serie di indagini IAI-Laps, emerse quasi una maggioranza relativa (48%) favorevole all’uscita dell’Italia dall’UE in caso di referendum e un 52% d’accordo nel rimanervi.
Un sondaggio realizzato sei mesi dopo (autunno 2020), evidenziava invece un’inversione di tendenza, con un recupero di fiducia nell’UE e il 56% di italiani (4% in più) questa volta favorevoli alla permanenza nell’Unione Europea.
Il dato era chiaramente dovuto ai meccanismi nel frattempo attivati dall’UE per fronteggiare la pandemia e soprattutto all’annuncio del Recovery Plan e del Next Generation EU europeo, che evocava una pioggia di miliardi per l’Italia.
L’ultimo sondaggio IAI-Laps effettuato nel 2021 mostra che il recupero “filoeuropeista” si è in effetti stabilizzato con il 57% a favore della permanenza nell’Ue. Anche se la quota di chi ritiene più vantaggioso uscire dall’Unione Europea resta abbondantemente sopra il 40%.
Contestualmente sono arrivati anche gli ultimi dati dell’Eurobarometro, dai quali risulta che l’immagine dell’Ue in Italia è considerevolmente migliorata rispetto a un anno fa e che la fiducia nell’UE è tornata circa al livello della media europea.
Sempre stando all’Eurobarometro, gli italiani sarebbero abbastanza soddisfatti per come l’UE sta gestendo la campagna vaccinale e tra i più fiduciosi nell’utilità del Next Generation EU.
Eppure dal sondaggio Iai-Laps emergono alcuni fattori di una certa importanza e che non lasciano certo immaginare un “filoeuropeismo di ritorno” trionfante in Italia. Si è andata infatti radicando la percezione che l’Italia sia trattata ingiustamente da Bruxelles.
L’ultimo sondaggio mostra che sulle politiche di bilancio gli italiani si sentono ora meno discriminati di prima (dal 69% della primavera 2020 al 44% di oggi); un effetto dovuto evidentemente, alla narrazione sul Next Generation EU e alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita nella UE fino al 2022.
Il rapporto evidenzia però come la grande maggioranza degli italiani (57%) non vuole che l’UE torni a chiedere di fare tagli e sacrifici per adempiere alle misure di austerity e ai vincoli di bilancio.
Infine, sul tema dell’immigrazione persiste, come in passato, una percezione assai diffusa che la UE si disinteressi della situazione che l’Italia è chiamata ad affrontare con gli sbarchi nel Mediterraneo (il 53% è dell’idea che l’Italia sia trattata ingiustamente in campo migratorio).
Resta per ora positivo il giudizio complessivo sull’operato del governo Draghi in Europa. Su una scala da zero a dieci, gli intervistati gli assegnano un voto di 6,3, mentre il governo Conte II si fermava al 4,4. Ma danno una giudizio negativo sulla capacità di imporre ai partner europei maggiore collaborazione sulla questione immigrazione.
Gli autori del rapporto commentano piuttosto preoccupati come nei prossimi mesi questo “europeismo” degli italiani dovrà andare a verifica con sfide molto impegnative nei rapporti con l’UE, a cominciare dall’attuazione del PNRR dove l’Italia sarà inoltre impegnata a coniugare le esigenze economico/sociali del paese con le regole del bilancio e poi con il ripristino del Patto di Stabilità europeo.
Quando l’Unione Europea ricomincerà a chiedere conto e a comminare i suoi diktat per politiche di austerity ne riparleremo. Sperando che il presunto “sovranismo” della destra sia nel frattempo battuto e sostituito da un movimento popolare e democratico che rimetta in campo la fuoriuscita dalla UE e una alternativa possibile.
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12/11/2021
Due palazzi, un solo Draghi
Sergio Mattarella ha preso ad esempio Giovanni Leone – non proprio il migliore, certo il più bersagliato dei presidenti – per ribadire che un secondo mandato non è proponibile né accettabile, e che in proposito andrebbe semmai riformata la Costituzione esplicitando il divieto e sopprimendo di conseguenza anche il “semestre bianco” (gli ultimi sei mesi, in cui il Quirinale non può sciogliere le Camere e indire nuove elezioni politiche).
Così facendo si è tirato fuori dai giochi, lasciando in pista il solo Mario Draghi, circondato di nomi che servono solo a far polverone.
I media di regime, intossicati da decenni di servilismo e politica ridotta a gossip, si sono immediatamente lanciati alla ricerca di una nuova trama per il vecchio sceneggiato, sbizzarrendosi in interpretazioni sui silenzi di Tizio o la dichiarazioni di Caio, smarrendosi tra le speranze e le delusioni di questa o quella frazione di partito.
Com’è noto, noi non siamo cronisti parlamentari, e non viviamo di battutine rilasciate da qualche portaborse addetto alla “comunicazione”. Preferiamo perciò delineare il “rebus Quirinale” nei suoi termini oggettivi, come “problema politico”, lasciando perdere il toto-nomine.
Uscendo da Montecitorio, peraltro, il quadro è relativamente semplice. La classe dirigente di questo paese sa benissimo che ha bisogno di creare una governance stabile per i prossimi cinque anni. Quello è infatti l’orizzonte previsto dal Recovery Fund europeo, tradotto nel PNRR del governo Draghi.
Ogni milestone da qui ad allora è già stata stabilita: chiunque governi dovrà realizzare una serie di “riforme” indicate con certosina precisione dalla Commissione Europea (equivalente Ue del governo), altrimenti si interromperà l’erogazione delle rate di prestiti e riprenderà l’oscena danza dello spread, con tutte le sue conseguenze (miliardi in più per interessi sul debito pubblico).
Tutta la “diversità” tra i vari partiti potrà sfogarsi sui barconi dei migranti, i ddl pro o contro qualche minoranza; roba per memorabili scontri tra un Fedez e un Pillon, insomma.
Alla fine di quel percorso l’Italia dovrà essere un paese più povero, più diseguale, più vincolato nelle filiere produttive continentali (ma senza controllarne alcuna, come si vede dall’offerta franco-tedesca per Oto Melara, ossia l’industria militare), più autoritario e meno “paterno” nei confronti della sua popolazione.
Su questo sono tutti d’accordo. Confindustria, partiti di ogni “orientamento culturale”, sindacati complici, bottegai e archistar.
Il problema è però che non esiste una classe politica credibile rispetto all’establishment multinazionale europeo. Anche qui, lo sanno anche i diretti interessati, che continuamente ricordano – a tutti noi e a se stessi – che “Mario Draghi è una garanzia”.
Tradotto: è un membro di lunga data della élite multinazionale (fin dai tempi del Britannia, un club davvero esclusivo), e dunque “quel che va fatto” lo sa da solo e meglio di chiunque altro. Ha contribuito a “stilare il programma”. Non ha bisogno di suggeritori né, tanto meno, di dar retta a bisogni e richieste popolari.
Ma se l’orizzonte da tener fermo è collocato da qui a cinque anni – mentre la legislatura termina tra 16 mesi – allora sorge il problema istituzionale oggettivo: è meglio che stia a Palazzo Chigi per questo poco tempo, insufficiente a realizzare tutte le “riforme”, oppure è preferibile insediarlo al Quirinale, riconoscendogli poteri da “presidenzialismo di fatto”?
Messa così, l’unica candidatura possibile è la sua.
Perché le prossime elezioni politiche – in qualsiasi data avvengano entro marzo 2023, con questa o altra legge elettorale – consegneranno di certo un Parlamento rimpicciolito di presenze, ma egualmente “balcanizzato” per l’oggettiva inconsistenza di questa classe politica. Oppure con una maggioranza chiara, che dovrebbe in qualche misura realizzare almeno qualcuna delle mirabolanti promesse elettorali, sicuramente in conflitto con il “risanamento” in stile Ue.
Da quel Parlamento, insomma, potrà venir fuori un governo credibile per i poteri sovranazionali soltanto se ad averne la regia sarà lo stesso Mario Draghi, “garante internazionale” dell’Italia su una delle due poltrone più importanti.
Più complicato è invece l’altro percorso, quello che porterebbe al Colle una figura certamente di granitica “fede europeista”, ma di minor spessore internazionale (a meno di non rispolverare Prodi e Monti...).
A quel punto, però, ci sarebbe l’incertezza sulla formazione del governo nella prossima legislatura. Qualunque ne fosse la composizione partitica, infatti, non sarebbe lineare far accettare un Draghi-bis con le caratteristiche di quello attuale – un “governo vero” che si occupa di temi economici, e uno “di facciata” per far giocare nani e ballerine.
Il rischio che qualche componente imbizzarrisca, tra finto-”sovranisti” e veri maneggioni, è abbastanza elevato. Tra un anno e mezzo, infatti, i primi effetti mortiferi delle “riforme” draghiane saranno già avvertibili. Mentre lo sciocchezzaio no vax, e a maggior ragione no green pass, sarà verosimilmente un lontano ricordo.
Le manifestazioni, a quel tempo, saranno probabilmente su questioni molto più serie (pensioni, salari, diritti sul lavoro, scuole, università, welfare, sanità pubblica, reddito, disoccupazione, ecc.), socialmente condivise, non raccontabili come “irrazionalismi terrapiattisti”.
Davanti a un panorama sociale più segnato dalla sofferenza della maggioranza, le tentazioni di “guadagnarsi” qualche consenso facendo sponda – anche finta, come con “quota 100” – potrebbero diventare irresistibili. E dunque ostacolare l’azione dell’”uomo del destino”, “solo al comando”.
Meglio, molto meglio, fargli presidiare la cabina di regia dal più alto dei Palazzi.
Anche per questo il “No Draghi Day” del 4 dicembre, e gli appuntamenti successivi, diventano politicamente importanti.
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07/11/2021
I sostenitori del nucleare tornano alla carica: “È energia green”
I sostenitori in Italia dell’opzione nucleare hanno infatti ricevuto un assist da Bruxelles con un tweet della presidente della Commissione UE Ursula Von Der Leyen nel quale è scritto che “Abbiamo bisogno di più rinnovabili: sono economiche e carbon-free”, sostiene la Von Der Leyen,
“Ma abbiamo anche bisogno di una fonte stabile, il nucleare, e, durante la transizione, di gas. Questo è il motivo per il quale andremo avanti con le nostre proposte per la tassonomia”. E l’Unione Europea entro l’anno deciderà se il nucleare è una fonte energetica compatibile con la transizione ecologica.
L’aver inserito il nucleare in quella che l‘Unione Europea ha definito come “tassonomia degli investimenti verdi”, sarà il pertugio per ogni iniziativa e investimento energetico ritenuto sostenibile, consentendogli così di accedere ai finanziamenti pubblici e di riconoscergli la patente green.
Sull’energia, la tassonomia impostata dalla Ue definisce due soglie chiave: una soglia bassa di 100gCO2/kWh al di sotto della quale le tecnologie di generazione di energia sono generalmente considerate “sostenibili”.
Ciò esclude che carbone e gas siano etichettati come verdi, anche se sono dotati di tecnologia di cattura e sequestro del carbonio. Una soglia più alta, fissata a 270gCO2/kWh, determina le tecnologie energetiche ritenute “dannose” per l’ambiente.
Fatto sta che in parlamento arriverà assai presto una mozione per impegnare il governo a riconsiderare l’apporto del nucleare al mix energetico nazionale nel percorso per arrivare al traguardo della neutralità climatica entro il 2050.
Secondo il quotidiano finanziario Milano Finanza, l’iniziativa parte dall’ex ministro delle Infrastrutture e presidente di Noi con l’Italia, Maurizio Lupi.
“Mentre continuiamo a comprare energia nucleare dalla Francia, riconsideriamo se non sia il caso, visti i progressi tecnologici nel campo della sicurezza, di pensare di produrla anche noi in un futuro più vicino di quanto non si creda, potremmo così onorare gli impegni presi, difficilmente raggiungibili nei tempi previsti con il solo utilizzo delle rinnovabili” afferma il deputato ed ex ministro delle Infrastrutture Lupi.
Secondo il presidente del gruppo parlamentare Noi con l’Italia: “dieci Paesi dell’Unione Europea chiedono che il nucleare sia inserito nella Tassonomia degli investimenti verdi, la ricerca ormai in fase avanzata di reattori di quarta generazione di cui ha parlato anche il ministro Cingolani e il test, riuscito, di una consociata Eni di un super-magnete per il controllo e la gestione della fusione nucleare, cioè per la produzione di energia atomica pulita con una tecnologia che riproduce la dinamica del sole, e che prelude alla costruzione di un primo impianto sperimentale nel 2025, cioè domani“.
Appare evidente come sbarrare la strada al ritorno al nucleare debba diventare una priorità di tutti i movimenti sociali e ambientalisti. Anche perchè nel 2022 ci si troverà già a fare i conti con le “eredità velenose” del nucleare del passato, in quanto andranno resi esecutivi i depositi per lo stoccaggio delle scorie nucleari nel nostro paese, una incombenza che pare non più rinviabile.
Sono stati profetici i giovani di Cambiare Rotta quando poche settimane fa a Milano, in occasione della Cop 26-giovani, avevano denunciato con singolare capacità di anticipazione il riaffacciarsi della ipoteca nucleare nel nostro paese. È il caso di prenderli sul serio e prendere sul serio l’emergenza.
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06/11/2021
Il governo Draghi all’assalto dei servizi pubblici locali
Mentre i media mainstream ancora una volta dirottano l’attenzione (colpiti i tassisti, risparmiati i concessionari degli stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento, concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.
Un provvedimento vergognoso che, sin nelle finalità espresse all’art. 1, sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.
Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di “promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (...) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”.
Se dalle finalità generali passiamo allo specifico articolo sui servizi pubblici locali, va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna esclusione. Come si evince dall’unico passaggio – paragrafo d – in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per la globalità dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questa estensione, valga il richiamo (par. o) alla normativa relativa al Terzo Settore.
Ribaltando a 360 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo.
I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di ribaltamento della realtà.
Mentre all’affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre “una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato” (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.
Per quanto riguarda i servizi pubblici a rilevanza economica (par. d), ovvero acqua, rifiuti, energia, e trasporto pubblico, si prevedono inoltre incentivi e premialità che favoriscano l’aggregazione (leggi multiutility).
Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche (par. q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente.
In questo contesto, il richiamo (par. t) alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.
Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali. Di questo si tratta. Portato avanti da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.
“La zavorra dei vincoli e del debito ci impedisce qualunque movimento. Non avere alcuna agibilità sul bilancio significa impattare enormemente sulla qualità di vita dei cittadini. È impossibile governare la città se non possiamo mettere risorse”. Così ha tuonato pochi giorni fa Gaetano Manfredi, nuovo sindaco di Napoli.
La risposta del governo Draghi è che non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.
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23/10/2021
Consiglio Europeo contro Polonia. Tutti “falchi” ma la Germania invita alla mediazione
Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, è entrato nella disputa in apertura del vertice dichiarando che “l’Unione non è mai stata messa in discussione in modo così radicale”. Non solo. Il 20 ottobre scorso lo stesso Parlamento ha annunciato che ricorrerà alla Corte di giustizia Ue contro la Commissione Europea per non aver attuato ancora il regolamento sulla condizionalità dei fondi Ue.
La Polonia è il paese della Ue che nel 2020 ha ricevuto più soldi da Bruxelles, oltre 18 miliardi di euro. Un importo pari al 3,6 per cento del suo Pil nazionale. Sul Recovery Plan la Polonia risulta come quarto paese beneficiario (dopo Italia, Francia, Spagna) con 23,6 miliardi di sovvenzioni e 12,9 di prestiti. Bruxelles ha già dato il via libera ai piani nazionali di 18 paesi, ma non si è ancora pronunciata su quelli di Polonia e Ungheria.
A favore di sanzioni alla Polonia, si sono posizionati i premier del Benelux e dell’Irlanda assieme ai leader socialisti di Spagna, Portogallo, Malta, Danimarca, Finlandia e Svezia. Quello svedese Stefan Lofven è stato tra i più zelanti: “Ciò che sta accadendo in Polonia non è tollerabile. Se vogliamo avere un bilancio comune, deve esserci anche l’opportunità di trattenere tali fondi per i Paesi che non rispettano le regole”. Il “falco” olandese Mark Rutte ha sostenuto che “bisogna essere duri” contro la Polonia procedendo con l’attivazione dell’articolo 7, e bloccando i fondi del Recovery Plan per Varsavia fino a quando non sarà tornata sui suoi passi.
Anche Draghi – come prevedibile – si è unito al coro contro la Polonia usando parole dure nei confronti di Varsavia: “Uno non sta in Europa solo perché ha bisogno dell’Europa, ma anche perché condivide gli ideali che sono alla base della costruzione europea”. “C’è un problema di primazia della Corte di giustizia europea rispetto alle Corti costituzionali nazionali”.
Non si è fatta attendere la replica del premier polacco Mateusz Morawiecki e del suo alleato, il leader ungherese Viktor Orban, che insieme ad alcuni paesi baltici, sembrano essere gli unici a sostenere la dissonanza polacca dal concerto europeo.
Toni più concilianti ma di circostanza ci sono stati da parte del premier spagnolo Pedro Sanchez e del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
Secondo Limes siamo ancora lontani dalla rottura. La Von der Leyen non ha annunciato contromisure, limitandosi a elencare opzioni, senza attivarle: da quella di portare il governo polacco davanti alla Corte europea di giustizia (la stessa di cui Varsavia rifiuta la superiorità) fino al congelamento del Recovery Fund. Ma non lo ha ancora fatto.
“Non lo ha fatto” – commenta Limes – “perché non ne ha l’autorità, perché è intervenuta la Germania. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha condannato la richiesta del Parlamento, ha invitato ad attendere il responso in merito della Corte di giustizia, ha suggerito di negoziare un compromesso”.
Infatti, nello scontro in corso ed anche se ormai è a fine corsa, è intervenuta anche la cancelliera tedesca Angela Merkel schierandosi contro l’ipotesi di un “diluvio di cause” fra Bruxelles e Varsavia. Rimane da vedere se il nuovo governo tedesco – senza la Merkel e senza il partito della Merkel – fiuterà l’odore del sangue che circola in Europa o rinnoverà la linea del compromesso possibile.
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26/06/2021
Le pagelle dell’UE: perché l’Italia è promossa a pieni voti?
Come ogni giugno che si rispetti, anche quest’anno sono arrivate le pagelle. Quest’anno però è differente e le pagelle non riguardano solamente decine di migliaia di studentesse e studenti, ma anche Stati teoricamente sovrani che, per avere accesso ai fondi del Next Generation EU (altrimenti noto come Recovery Plan) hanno presentato nei mesi scorsi alle istituzioni europee dettagliati compiti a casa con cui dimostrare la propria responsabilità e rispettabilità.
Nel suggestivo scenario di Cinecittà, la presidentessa della Commissione Europea Von der Leyen ha quindi consegnato al presidente del Consiglio Draghi la valutazione europea del PNRR italiano. La notizia è stata accolta con toni trionfalistici e si sono sprecate le espressioni roboanti – l’orgoglio nazionale che si ridesta! Una giornata storica!! Un’occasione irripetibile che cambierà per sempre le sorti del nostro Paese!!! – in quanto il piano di riforme presentato dal Governo Draghi ha ricevuto un’approvazione piena, che di fatto sblocca anche i primi fondi, che dovrebbero arrivare nei prossimi mesi.
Purtroppo non stupisce che, coperta dalla propaganda e dalla coltre di informazioni cattive e/o parziali, la sostanza dei fatti sia passata sotto traccia. Ancora una volta, però, è sufficiente rivolgere l’attenzione direttamente e senza filtri alle dichiarazioni dei protagonisti e ai documenti ufficiali prodotti dalla Commissione Europea per comprendere appieno la portata di quanto sta succedendo ed il disegno politico che sottende la strategia europea di contenimento delle conseguenze economiche della pandemia.
È la stessa Von der Leyen a ricordare che i fondi del Recovery Plan – tra l’altro quantitativamente assolutamente insufficienti a risollevare le economie colpite dalla pandemia – verranno erogati a rate. L’Italia, con il suo PNRR, si è impegnata ad effettuare 58 riforme e 132 progetti specifici d’investimento. Su base semestrale le istituzioni europee vigileranno sul grado di avanzamento lungo questo cammino ed avranno facoltà di interrompere l’erogazione dei fondi, qualora il Paese devii dalla retta via. Al riguardo, lapalissiano è un recente intervento del ministro Brunetta: “Il PNRR cos’è? È un contratto. Io non temo questa definizione: è un contratto. È un contratto che ci obbliga nei confronti dell’Europa (…), in cambio di 40 pagine di riforme, da realizzare i 5 anni secondo un timing assolutamente stretto e obbligato. Se non si fanno le riforme in quel timing e con quelle caratteristiche, non ci sono i soldi. Brutale, sì, brutalissimo.”
Ecco, allora, che la pagella per l’Italia assume la luce sinistra del cronoprogramma della nostra discesa nei meandri sempre più profondi di un attacco ai residui di stato sociale e regolamentazione dei mercati, un piano dettagliato di tutto quello a cui dovremo rinunciare nei prossimi anni e di come pochi privilegiati riusciranno a trarre profitto dalla drammatica crisi economica nella quale siamo avviluppati.
In maniera emblematica, il documento preparato dalla Commissione Europea in vista dell’approvazione finale, da parte del Consiglio Europeo, del PNRR italiano, parte con una prolungata tirata contro l’elevato indebitamento pubblico italiano (l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi, soprattutto per quanto riguarda l’elevato debito pubblico e la prolungata debole dinamica della produttività), per preparare il terreno all’austerità che si annuncia all’orizzonte, non appena il Patto di Stabilità e Crescita tornerà a mordere. Si passa poi a una disamina delle principali linee di intervento messe in programma dal Governo Draghi, che coincidono esattamente con le priorità delle istituzioni europee:
- Enfasi assoluta sulle politiche attive del lavoro, cioè quelle misure imbevute della retorica secondo la quale la ‘colpa’ della disoccupazione è del disoccupato,
non abbastanza appetibile per il padrone e non al passo con i tempi.
Una visione favolistica del mercato del lavoro che ci racconta di
imprenditori che desidererebbero enormemente assumere a più non posso,
frenati esclusivamente dalla qualità scadente dei lavoratori disponibili
e dal non allineamento tra le loro esigenze produttive e le ‘skills’
(le capacità) di chi cerca un lavoro. Tutto questo in barba alla realtà
dei fatti, che purtroppo hanno la testa dura e ci ricordano che, a fronte
di 2,5 milioni di disoccupati e di altrettante persone inattive causa
scoraggiamento o motivi simili, i posti vacanti – cioè i lavori
disponibili e che aspettano di essere occupati – sono solo 350mila.
- Il ritorno della famigerata ‘spending review’, cioè tagli feroci alla spesa pubblica presentati come misure tese a migliorare l’efficienza della spesa pubblica attraverso un quadro rafforzato di revisione della spesa e il completamento della riforma delle relazioni in materia di bilancio tra i diversi livelli amministrativi.
- Mano libera al mercato, nella convinzione che quest’ultimo sappia, in autonomia, generare al contempo benefici per tutti ed efficienza. Si scopre infatti che fare il padrone in Italia è un’attività faticosa e gravata da miriadi di noiosi impedimenti burocratici. Ecco allora la necessità di riforme sostanziali per migliorare il contesto imprenditoriale generale e ridurre gli ostacoli alla concorrenza. E non si tratta semplicemente di un pronunciamento generale, imbevuto di ideologia neoliberista. Le misure da prendere, ossia le scelte di politica economica sulle quali il Governo Draghi si è impegnato sotto l’occhio benevolo delle istituzioni europee, prevedono il potenziamento di processi competitivi per l’aggiudicazione dei contratti di servizi pubblici locali, in particolare per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, i trasporti (porti, ferrovie regionali e trasporto pubblico locale) e le concessioni (autostrade, stazioni di ricarica per la mobilità elettrica ed energia idroelettrica). Tradotto in parole povere: bisognerà eliminare ogni residua gestione pubblica fuori dalle dinamiche del mercato e della concorrenza nei servizi pubblici già da anni intensamente logorati da riforme liberiste che ne hanno snaturato la funzione.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Si tratta esattamente delle stesse viete e banali ricette che compongono l’agenda neoliberista da quarant’anni. Nonostante tutta l’enfasi sui cambiamenti epocali che stiamo vivendo, sugli interventi senza precedenti messi in campo e la solidarietà europea, assistiamo semplicemente a un ulteriore tassello dell’offensiva che le classi dominanti portano avanti, con resistenza via via minore, dal principio degli anni ’80.
In maniera sempre più lampante, Draghi e il suo governo ci stanno mostrando quanto siano all’avanguardia nel compiere tale offensiva, usando il grimaldello del PNRR allo scopo di impegnare il Paese per anni sulla via dell’austerità e delle riforme. Il tutto, come ammesso dalla stessa Commissione europea, sotto il ricatto della condizionalità dei fondi del Recovery Plan. Altro che governo tecnico e neutrale: l’esecutivo Draghi non è venuto in pace, rendendosi disponibile a proseguire il programma di tagli e di riforme lacrime e sangue che ci hanno condotti alla miseria e alla precarietà in cui ci troviamo oggi e alle quali, senza invertire decisamente la rotta, ci troveremo per i prossimi decenni.
22/06/2021
Le giornate particolari di Draghi, tra Merkel e Von der Leyen
Anche le “indiscrezioni”, uscite fuori a spizzichi e bocconi, non sono altro che titoli generici, sotto cui si potrebbe scrivere qualsiasi cosa, anche due opposte fra loro. Chi mai potrebbe essere – in astratto – contrario a “profonde riforme” in un paese in cui ormai ben poco funziona per il benessere di tutti?
Chi potrebbe essere contrario a una politica produttiva “più attenta all’ambiente”, all’“ammodernamento tecnologico”, alla “banda larga” e via elencando?
Il segno di classe (pro o contro la popolazione) si vede dai dettagli. Non a caso sono quelli che mancano. Ma che evidentemente a Bruxelles sono stati comunicati con dovizia di particolari.
Poi, certo, gioca l’antica consuetudine “europeista e atlantica” garantita da un premier che fa parte da decenni dell’élite finanziaria internazionale. Una “garanzia” che le politiche disegnate altrove saranno applicate in Italia (come negli altri paesi europei) senza troppe variazioni sul tema.
Lo spazio per le “autonomie nazionali” è condensato nella battuta rivelatrice di Angela Merkel: “siamo d’accordo su tutto, tranne che sul calcio”. Ecco, cari lavoratori e sudditi europei, potete tifare per la vostra squadra nazionale come per quella cittadina. Ma non rompete le scatole con le vostre pretese su tutto il resto (politiche industriali, occupazione, condizioni di lavoro, salari, pensioni, sanità, istruzione, welfare, ecc.).
Un assetto padronale e reazionario giocato sul filo sella “simpatia”, sfruttando – da parte dell’establishment italiano – il felice abbrivio della squadra di Mancini agli europei. Lo “stellone” italico sta tutto lì: se per caso ci dovessero essere degli intoppi prima di arrivare in finale, al governo resterebbe ben poco da sbandierare per tener su l’”orgoglio nazionale” a sostegno della ristrutturazione generale prevista dal PNRR.
Al di sotto della facciata, però, non tutto è altrettanto commendevole.
Sulla questione dei flussi migratori, per esempio, da un lato si ribadisce la centralità degli accordi con la Turchia, che “va aiutata” (leggi: pagata) nel trattenere alcuni milioni di profughi dalla Siria all’Afghanistan (tutti frutto delle politiche militari “atlantiche” degli ultimi 20 anni).
Ancora più spinoso il dossier sulla “redistribuzione” di quanti, comunque, riescono ad approdare fortunosamente (in Italia, Spagna, Grecia) dentro un confine europeo.
Qui la diversità dei vari interessi nazionali (e della difficoltà di governare le rispettive opinioni pubbliche, pesantemente condizionate dalle pulsioni razziste) è emersa con grande chiarezza.
Merkel ha spiegato che “l’Italia è un Paese di arrivo, noi [tedeschi, ndr] siamo colpiti dai flussi secondari. Occorre iniziare ad agire dai Paesi di provenienza e su questa gestione siamo completamente d’accordo“. E quindi non c’è disponibilità di Berlino ad allargare i corridoi dal nostro e da altri paesi. Semmai a trasferire la “frontiera europea” anti-immigrazione sempre più lontano.
Così come è nota la resistenza reazionaria soprattutto dei paesi dell’Est (Polonia, Ungheria, baltici, ex Cecoslovacchi, ecc.), che pretendono di non condividere neanche le spese per l’”accoglienza”. Figuriamoci le persone in carne e ossa...
Tocca però oggi a Ursula von der Leyen, come capo della Commissione europea, consegnare la “pagella” e, con essa, i primi 25 miliardi del Recovery Fund. Con tutte le condizionalità che abbiamo provato più volte a illustrare.
La prossima tranche, se ci sarà, sarà erogata sulla base della realizzazione di alcune delle “riforme” indicate dalla stessa Commissione. E che non potranno essere contrattate più di tanto nel dibattito parlamentare (ormai ridotto a pura esibizione canora di “personaggetti” senza storia, spessore, dignità).
Un’ultima nota di colore ci sembra adeguata a illustrare il rapporto ora esistente tra governo italiano e Unione Europea, sempre più decisamente a “trazione tedesca”.
La location scelta da Draghi come palcoscenico dell’ok di Bruxelles sono gli studios di Cinecittà, gestiti da Istituto Luce Cinecittà (controllata del Mef). Stabilimenti gloriosi di una delle principali industrie di questo paese, certo, ma anche il regno della “narrazione”, della “recita”, della “finzione”.
La distanza tra quel che accade davvero e lo spettacolo imbastito per mostrare il contrario non potrebbe essere indicata meglio.
Roba da far impallidire il ricordo dei fondali di cartone (provenienti appunto da Cinecittà) per “ingigantire” il colpo d’occhio della Stazione Ostiense, costruita apposta per ricevere il macellaio di Berlino nel 1936.
La differenza? Non occorre più far accorrere un popolo che applauda l’evento (per quello, lo si manda allo stadio). E del resto non vediamo all’orizzonte registi pronti a girare un’altra “Giornata particolare”...
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