Analisi cinese in attesa di prove
«Diversi circoli accademici e di intelligence d’oltre Muraglia ipotizzano che gli eventi di Ceuta coinciderebbero con un’operazione di Hybrid Warfare volta ad aumentare la pressione sul governo di Pedro Sanchez», riporta in occidente Federico Giuliani. «Stando a questa interpretazione, la manovra avrebbe coinvolto il Mossad, il servizio di intelligence israeliano, interessato a promuovere una campagna di destabilizzazione contro la Spagna. La tesi è stata rilanciata anche dalla politologa egiziana Nadia Helmy, esperta di politica cinese e relazioni sino-israeliane, in un articolo pubblicato sulla rivista Modern Diplomacy».
Usa-Israele anti premier spagnolo
«I centri di analisi dell’intelligence cinese hanno esaminato l’escalation delle tensioni diplomatiche e politiche tra Spagna e Israele. Da questa prospettiva, il deterioramento delle relazioni bilaterali potrebbe aver motivato il Mossad a essere coinvolto nella crisi migratoria tra Marocco e Spagna, esacerbando la situazione e infiltrando agenti per promuovere il malcontento e il caos tra la popolazione marocchina», ha sostenuto Helmy su Modern Diplomacy.
‘El Mundo’ sulla crisi di Ceuta
Nelle loro conversazioni private, ha sottolineato il quotidiano spagnolo El Mundo, alcuni diplomatici e analisti vicini ai circoli politici di Pechino si stanno chiedendo se l’assalto a Ceuta possa essere legato al progressivo deterioramento delle relazioni tra Madrid e Tel Aviv, relazioni segnate dalle critiche del governo spagnolo alla guerra a Gaza e al riconoscimento dello stato palestinese. «Dalla normalizzazione delle relazioni nel 2020, il Marocco e Israele sono diventati alleati e hanno rafforzato la loro difesa e la cooperazione di intelligence», ha commentato un diplomatico cinese. Un dato di fatto sino ad oggi quasi trascurato.
Sospetti non solo cinesi
Questa teoria ha tra l’altro preso piede anche al di fuori della Cina. L’ex presidente colombiano Gustavo Petro, per esempio, ha indicato direttamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come responsabile della suddetta crisi migratoria a Ceuta. Petro ha dichiarato che il leader israeliano «paga perché i poveri rischino la vita per raggiungere la Spagna», e sostiene che «il Marocco si è arreso alla volontà di un genocida fuggitivo, collegando l’afflusso migratorio alla stretta relazione tra Rabat e Tel Aviv». Lo stesso Petro ha anche accusato il primo ministro israeliano di promuovere campagne di destabilizzazione contro i governi che mettono in discussione la sua politica in Medio Oriente.
Timori di Pechino
In Cina, un Paese in cui il controllo delle frontiere è un pilastro della sicurezza nazionale, le immagini di migliaia di persone che hanno attraversato il confine spagnolo hanno scatenato un mix di stupore e incredulità, insiste Giuliani. «Come è possibile per loro attraversare il confine così facilmente?», è una delle domande chiave. Mentre i media ufficiali si sono soffermati sulle conseguenze politiche per l’Europa. «La crisi di Ceuta ha messo in luce le carenze delle riforme migratorie post-2015 dell’Ue e dimostra le difficoltà del blocco nel costruire una risposta unificata», ha dichiarato Cui Hongjian, professore all’Università di studi stranieri di Pechino, al Global Times, che ha dedicato un’analisi alle tensioni all’interno dell’Unione europea a seguito degli eventi al confine spagnolo.
L’assist di Pechino a Madrid
L’aspetto più curioso dell’intera vicenda riguarda le motivazioni che hanno spinto la Cina, attraverso i suoi accademici e diplomatici anonimi, a rilanciare l’indiscrezione della regia israeliana dietro la crisi di Ceuta. Pechino ha osservato l’intera vicenda da una prospettiva geostrategica. Il governo cinese non ha infatti alcuna intenzione di accusare ufficialmente Israele. Le voci che circolano sui media provengono infatti da esperti o analisti, non da ministri o portavoce ministeriali. È vero che tra Cina e Spagna si sta consolidando un eccellente rapporto bilaterale – Sanchez ha effettuato quattro visite in terra cinese negli ultimi quattro anni, più di ogni altri leader europeo – e che Madrid si sta trasformando nella porta d’ingresso prediletta del Dragone per l’Europa, ma è altrettanto vero che esistono relazioni eccellenti anche tra Pechino e Rabat.
Marocco e Cina
Nello specifico, il Marocco è diventato uno dei partner in grado di offrire al gigante asiatico una importante proiezione strategica in Africa. Al momento, dunque, non esistono prove certe che colleghino i fatti di Ceuta al Mossad o ad altre agenzie straniere. Certo, la notizia messa in circolazione da informatori cinesi – reale o accentuata che sia – risponde a un duplice scopo: da un lato offrire un assist al governo Sanchez, così da alleviare le pressioni che gravano sulle spalle di Madrid, dall’altro far capire che Pechino ha tutto l’interesse a mantenere il Nord Africa il più stabile possibile.
Il motivo? Business e affari devono prosperare. Le aziende cinesi vedono sempre più il Marocco come un centro di produzione al servizio dei mercati europei e africani. Il Dragone ha insomma svariati miliardi di dollari di investimenti e di ragioni per far sì che nessuno stravolga la stabilità a Ceuta e dintorni.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026
Dietro la crisi di Ceuta la mano del Mossad
08/08/2026
La guerra dei vendi-patria alla Spagna
Se dovessimo interpretare la «guerra» di comunicati tra l’Italietta fascistella e la Spagna «socialista» di Sanchez secondo gli schemini dementi della stampa nazionale rimarremmo basiti e basta. Col cervello spento...
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
Fonte
Appare infatti surreale che due paesi della cosiddetta Unione Europea si trattino a pesci in faccia a partire da un evento che con assoluta certezza è stato provocato da un paese terzo ed estraneo alla Ue come il Marocco.
L’«invasione di Ceuta» da parte di cittadini-sudditi marocchini, infatti, già dopo le prime 48 ore si era rivelata una provocazione organizzata dalla monarchia al potere, che aveva fatto circolare la notizia dell’abolizione dei controlli sulla frontiera con l’exclave spagnola per un giorno.
Come sappiamo, i governi di destra occidentali hanno colto la palla al balzo per attaccare frontalmente il governo di Madrid incolpandolo di scarsa determinazione nel contenimento dell’immigrazione (in realtà per un provvedimento che garantiva il permesso di soggiorno – non “la cittadinanza” – ai lavoratori del “sommerso” ricattati da imprenditori-schiavisti).
La UE nel complesso lì aveva dovuto fare marcia indietro dopo la riunione dei ministri dell’interno comunitari, che avevano appreso e verificato come nessuno – dicasi NESSUNO – dei circa 60.000 marocchini entrati a Ceuta era poi passato in Spagna. Quindi NESSUNO sarebbe prima o poi migrato in altri paesi della stessa UE.
L’unico governo rimasto «fermo» sulla posizione fasulla è stato non per caso quello italiano, apparentemente sotto la sferza competitiva dei vannacciani che crescono nei sondaggi a forza di cazzate sulla «remigrazione» dei «non italici». Ma se un governo ragiona allo stesso livello subumano di una pseudo-formazione che, tra le proposte “economiche”, prevede un futuro da raccoglitori di pomodori nei campi al posto dei “remigrati”, non sta messo proprio bene...
Il top è stato raggiunto con la sospensione del trattato di Shengen relativamente alla sola Spagna, seguito ovviamente dalle proteste di Madrid e dalla minaccia di applicare «ritorsioni proporzionate», ossia controlli alle frontiere sui cittadini di questo sfortunato paese. Il che, in piene vacanze estive (per chi riesce ancora a pagarsele), è un problemino per l’economia turistica (l’unica risorsa ancora in relativa crescita per questo declinante paese).
Quasi inutile dar conto del florilegio di sciocchezze dette nei comunicati italioti, vera summa della retorica fascistoide applicata ad una guerra dove fortunatamente non si spara: “L’Italia non accetta ultimatum o richieste dall’estero in materia di sicurezza nazionale e controllo delle frontiere”. Controlli che rimarranno in vigore “almeno fino al 15 agosto e, in ogni caso, fino a quando non saranno completamente esclusi i rischi per la sicurezza e il terrorismo per l’Italia”, aggiungendo che in quella data è prevista una nuova “ondata migratoria” a Ceuta.
L’unica cosa seria è il riferimento esplicito alla data del 15 agosto, quando il governo marocchino promuoverà una nuova ondata di «invasori». Cosa che, secondo logica geopolitica, avrebbe dovuto provocare una «ferma protesta» italiana ed europea contro Mohammed VI, sovrano-scafista che ha evidentemente diversi interessi per usare i suoi sudditi come «proiettili» in una guerra ibrida vera, non farlocca come i «droni russi» (in realtà ucraini) su paesi europei.
In una classe politica continentale che ha abolito la conoscenza della Storia e si affida ormai solo a slogan muscolari che contrassegnano l’assenza di neuroni funzionanti, diversi esperti hanno cominciato a vedere ciò che dovrebbe essere evidente: questa crisi somiglia come un gemello monozigote a quella del 1975, quando il Marocco promosse la «Marcia verde» alla frontiera con il Sahara spagnolo approfittando della lunga malattia del dittatore Francisco Franco, che indeboliva oggettivamente la possibile risposta di Madrid.
Quella crisi terminò con il controllo di fatto di quell’area da parte marocchina, la resistenza dei Sahrawi appoggiati dall’Algeria, ecc. Quella «ripresa di sovranità», per quanto contrastata dalla popolazione locale, sembrava comunque inserirsi nel processo di decolonizzazione ormai quasi completato, che bene o male aveva portato al movimento dei «Paesi non allineati» con i due schieramenti geopolitici principali (la Nato e il Patto di Varsavia).
Ora Mohammed VI, figlio di quel re – Hassan II – ripete la mossa contando però su uno schieramento di alleati decisamente differente. La sovranità spagnola su Ceuta è per esempio messa apertamente in discussione dai due principali alleati-padroni della monarchia marocchina: Usa e Israele.
Per vostra informazione, dal 2020, il Marocco e gli Stati Uniti hanno stretto legami notevolmente più stretti. In quell’anno, Trump ha compiuto un passo storico riconoscendo le rivendicazioni di Rabat sul territorio conteso del Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele.
La scorsa settimana, Trump ha ribadito tale riconoscimento in una dichiarazione rilasciata dall’ambasciata statunitense a Rabat, proprio mentre i migranti affluivano a Ceuta. Rabat ha manifestato la propria soddisfazione per la decisione annunciando di aver intitolato al presidente un’importante autostrada.
Ad alimentare le preoccupazioni della Spagna riguardo ai territori in Nord Africa, l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, ha reagito alle immagini dell’afflusso di migranti della scorsa settimana replicando alle critiche di Madrid sulla guerra a Gaza e la Cisgiordania, oltre che sulla guerra all’Iran, e contestando la presenza spagnola a Ceuta e Melilla.
“Forse, prima di continuare a farci la morale, è ora che [Sanchez, ndr] spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”, ha scritto su X.
Vista da questo punto di osservazione decisamente meno provinciale si constata che è in corso una vera e propria guerra ibrida occidentale contro il governo di Madrid, tiepidamente “liberal-democratico” ma colpevole di non essersi allineato totalmente con Washington e Tel Aviv. Guerra in cui la destra franchista di Vox – col leader Abascal – fa da sponda interna, senza neanche accorgersi che questo ruolo di “vendi-patria” è l’opposto della presunta identità “nazionalista” che rivendica a fini elettorali.
Guerra, infine, cui partecipa, con la pochezza che lo contraddistingue, anche il governo Meloni.
L’alleanza dei «vendi-patria» procede così, usando teste di turco sempre differenti.
Fonte
01/08/2026
Il re-scafista ha regalato lo spettacolo di Ceuta a Trump
A 48 ore di distanza dalla clamorosa ondata di cittadini marocchini che si sono riversati nell’enclave spagnola di Ceuta tutto è abbastanza chiaro.
Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.
Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.
Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.
In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.
Il problema è capire bene il perché.
La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.
Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?
Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.
Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.
Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.
In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.
Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”...
E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.
Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.
Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.
Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.
La questione non può però finire qui.
Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.
Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.
L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.
L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump...
Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.
Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.
Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.
Fonte
Chi ha qualche esperienza di “movimenti” sa che non si possono mobilitare quasi 60.000 persone, portandole anche a rischiare la vita – ci sono ufficialmente 57 morti in mare, nel tentativo di aggirare le barriere – facendo conto solo sulla “spontaneità”.
Sono peraltro tornati indietro in quasi 50.000 e numerosi sono i testimoni che riferiscono di esser stati praticamente “invitati” dalle autorità di Rabat a fare l’esperienza di un salto nell’Occidente ricco, perché la frontiera sarebbe stata lasciata aperta per un giorno.
Numerosi sono anche i video che mostrano camion fermarsi su indicazione dei poliziotti e scaricare decine di ragazzi cui veniva indicata la direzione per il confine.
In sintesi, il re del Marocco, Muhammad VI, ha deciso di usare i propri sudditi come massa di manovra per dare un colpo al governo spagnolo. Un caso da manuale di “guerra ibrida”, ma stavolta “i russi” non possono proprio essere chiamati in causa.
Il problema è capire bene il perché.
La tattica usata, in fondo, è la stessa degli scafisti libici – tipo quell’Almasri rimpatriato dall’Italia con volo di stato, o quell’Abd al-Rahman al-Milad, detto Bija, ospitato addirittura per un vertice con ufficiali italiani nel Cara di Mineo, entrambi ricercati per traffico di esseri umani –: voglio qualcosa da un certo paese, apro le porte a chi vuole andare lì, provoco una crisi umanitaria e politica, e ottengo quel che mi serve.
Ma cos’è che può servire al re del Marocco, proprietario in prima persona dell’80% delle ricchezze del suo paese, peraltro in crescita e in ottimi – ancorché servili – rapporti con l’Occidente, al punto di dedicare un’autostrada di 1.000 chilometri a Donald Trump?
Le reazioni internazionali hanno risolto in poche battute l’enigma.
Tutte le formazioni di estrema destra, sia europee che statunitensi (tralasciamo qui i reggicoda come Milei o altri Quisling sudamericani), e persino i ministri israeliani come il genocida Ben Gvir, si sono lanciati come un sol uomo, quasi “a comando”, nell’incolpare dell’evento il “reprobo” governo di Pedro Sanchez, reo di avere una politica sull’immigrazione solo leggermente diversa dalla media dei “colleghi”, ma soprattutto reo di dirazzare continuamente rispetto ai desiderata di Washington in materia di operazioni belliche nonché di essere poco entusiasta in materia di ReamEurope (con relativo maxi-acquisto di armi Usa) e di acquistare ancora gas e petrolio dalla Russia anziché dall’America a costo triplo o quadruplo.
Aggiungiamoci anche che era reo di aver vinto i Campionati mondiali di calcio, che Trump avrebbe voluto regalare all’Argentina – visto che proprio non poteva vincerli con quella squadretta che si ritrova, nonostante i favori di Infantino (si sta rifacendo privatizzando per sé la Fifa) –, con una schiera di campioni “rimasti umani” al punto da farlo mettere da una parte nelle foto ricordo, e il quadro assume una certa coerenza.
In più, e di suo, il monarca marocchino poteva scaricare in qualche modo anche l’irritazione per la recentissima visita di Sanchez in Algeria – “nemico storico” per l’appoggio fornito ai sahrawi del Fronte Polisario – dove aveva ovviamente sottoscritto anche contratti commerciali.
Un re che fa lo scafista, mandando allo sbaraglio – a nuoto – i suoi stessi sudditi, senza neanche l’ausilio di barconi ancorché fatiscenti, sembra il massimo oggi come “amico della civiltà occidentale”...
E infatti ne sono state dette di ogni, mentendo in modo così spudorato che persino Goebbels avrebbe avuto un leggero moto di disgusto. Momentaneo, sia chiaro.
Il governo italiano – spalleggiato dalle superpotenze Finlandia e Danimarca... – ha chiesto di chiudere lo spazio Shengen con la Spagna, “per motivi di sicurezza”, come se una qualsiasi persona arrivata a Ceuta – peraltro senza documenti, dato che l’aveva raggiunta nuotando – potesse automaticamente esondare in un qualsiasi paese europeo.
Non c’è voluto molto a leggere i trattati che regolano la questione. Ceuta è in Africa, geograficamente parlando, e da lì entrano liberamente in Europa, attraverso la Spagna, solo i cittadini con un passaporto europeo (o americano). Gli altri sono e restano “extracomunitari” e quindi non possono neanche raggiungere la Spagna, se non rimettendosi in acqua e nuotando fino a Gibilterra.
Infatti sono quasi tutti tornati indietro, dopo “una giornata particolare”.
La questione non può però finire qui.
Il re-scafista ha in tutta evidenza agito per esaudire una richiesta di Trump, che ha tra i molti deliranti obbiettivi quello di promuovere quanti più governi di estrema destra possibile in Europa. Un po’ perché sono “servi naturali” di chi è più forte, un po’ perché questo potrebbe indebolire drasticamente le residue velleità “indipendentiste” dell’Unione Europea.
Un po’ molto, soprattutto, perché nel modello antico-coloniale che prevale oggi a Washington gli unici alleati “buoni” sono dei viceré – proprio come Muhammad VI – liberi di strangolare i propri popoli, purché totalmente obbedienti all’unico “Re” che conta. Basta con questa finzione della “democrazia”, anche nella “madrepatria” stelle-e-strisce, che ha illuso i singoli di poter contare qualcosa persino nel cuore dell’Impero.
L'“Europa” farfuglia, guidata com’è da imbecilli senza pari, capaci soltanto di gridare “È inaccettabile” davanti a qualsiasi problema che dovrebbero risolvere in prima persona – lo ha fatto ieri Ursula von der Leyen – mentre tacciono timorosi davanti a genocidi, guerre, massacri e altre amenità compiute dai loro “partner” seduti al posto di comando.
L’unico vagito “indipendentista” è arrivato paradossalmente dalla Uefa, che si è resa conto di star diventando una concessionaria della famiglia Trump...
Tutte le pseduo-argomentazioni buttate nel calderone dai post-para-proto-fascisti e “liberali” italo-europei sono emerite menzogne senza un briciolo di fondamento. Persino un giornalucolo sionista come Repubblica è in grado di confutare le più evidenti.
Si potrebbe andare avanti, ma è praticamente inutile. Come mormora in stanze chiuse persino Tajani – incapace di imbroccarne una, se non per errore – “I fascisti capiscono solo la forza”. Sulle popolazioni dell’Occidente imperialista è calato un “velo di Maya” che impedisce di distinguere e capire alcunché.
Squarciare quel velo è il nostro compito e il nostro lavoro. Ma naturalmente non si fa solo con un’informazione migliore.
Fonte
31/03/2026
L’Italia s’è desta come la Spagna di Sanchez? Calma e gesso
In un post su X il ministro della Difesa, in queste ore, sta già ridimensionando l’eco della notizia sullo stop all’uso delle basi militari italiane da parte degli aerei militari statunitensi.
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.
In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.
La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.
Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.
Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.
Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.
Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.
In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.
Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.
Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.
La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.
“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.
Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.
Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.
Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.
In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).
Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.
Fonte
Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.
In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.
La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.
Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.
Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.
Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.
Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.
In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.
Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.
Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.
La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.
“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.
Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.
Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.
Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.
In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).
Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.
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04/03/2026
Trump minaccia lo stop al commercio con la Spagna, Merz gli dà corda
Il livello di prevaricazione della seconda amministrazione Trump, e quello di sudditanza delle classi dirigenti europee è stato confermato plasticamente dall’incontro che ieri il tycoon ha avuto col cancelliere tedesco Friedrich Merz. Al primo incontro ufficiale con un leader straniero dall’inizio dell’aggressione condotta insieme a Israele contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha usato l’occasione per distribuire “pagelle” agli alleati europei.
Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.
“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.
Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.
Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.
Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.
“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.
Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).
La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.
Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.
Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.
Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.
Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.
Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.
In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.
È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.
Fonte
Il bersaglio principale di Trump è stata la Spagna. Madrid ha negato l’uso delle basi militari di Rota (Cadice) e Morón de la Frontera (Siviglia) per le operazioni belliche contro Teheran, invocando le clausole dei trattati bilaterali che consentono la chiusura delle infrastrutture in caso di conflitto non concordato.
“La Spagna è un alleato terribile”, ha dichiarato Trump senza giri di parole. “Ci hanno detto che non possiamo usare le loro basi, ma nessuno può dirci cosa fare. Potremmo semplicemente volare lì e usarle se volessimo”. Che il diritto valesse “fino a un certo punto” anche per The Donald era evidente a tutti, ma qui si sta parlando di una violazione di sovranità non indifferente, che mostra la realtà dietro le basi militari: sono strumenti di un’occupazione, non il risultato di un’architettura di sicurezza condivisa.
Trump ha anche annunciato una ritorsione economica immediata, ordinando al Segretario al Tesoro, Scott Bessent, di tagliare tutte le relazioni commerciali con Madrid. Trump ha criticato la Spagna per essersi rifiutata di raggiungere l’obiettivo del 5% del PIL in spese militari, raggiunto nell’Alleanza Atlantica.
Al contrario della Spagna, la Germania di Merz è stata promossa a pieni voti. Il cancelliere ha confermato la piena sintonia con Washington sull’obiettivo di un regime change a Teheran. Il politico tedesco è stato in imbarazzato silenzio durante la sfuriata di Trump contro il governo Sánchez (con cui ricordiamo condivide non solo il mercato unico, ma anche organismi di direzione politica, un parlamento, e così via), ma alla fine è stato messo alle strette dalla domanda di una giornalista.
Merz, invece di condannare l’attacco scomposto alla dirigenza spagnola, oltre che quello al rispetto di accordi e sovranità altrui, ha fatto da sponda all’inquilino alla Casa Bianca. “Stiamo cercando di convincere la Spagna a raggiungere il 3% o il 3,5% [di spese prettamente militari, a cui va aggiunto l’1,5% nel settore della sicurezza in generale, ndr] su cui siamo d’accordo in ambito NATO”, ha detto Merz.
“La Spagna – ha continuato – è l’unica che non è disposta ad accettarlo e stiamo cercando di convincerla che questo fa parte della nostra sicurezza comune, che tutti dobbiamo rispettare questi numeri”. Insomma, il governo spagnolo è come un bambino da educare, e per fortuna ci sono Washington e Berlino che gli stanno facendo capire cosa è meglio per il paese iberico. A suon di ricatti commerciali e minacce alla sovranità.
Sul fronte dei dazi, Merz ha ribadito che il dossier viene trattato in maniera centralizzata da Bruxelles, e che “non esiste alcuna possibilità di trattare la Spagna peggio degli altri: arriveremo a un risultato comune, e in quel risultato sarà compresa anche la Spagna”. Una magra consolazione, tra l’altro promossa per cercare di fare massa sulle decisioni di Trump, e per evitare ulteriori scompensi nel mercato unico (di cui magari qualche paese – e in questo caso non la Germania – potrebbe avvantaggiarsi).
La risposta del governo spagnolo non si è fatta attendere. Fonti istituzionali hanno ribadito che la Spagna è un “membro chiave della NATO”, che contribuisce in modo significativo alla difesa europea, ma che l’uso delle basi deve essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha chiarito che non verranno prestati asset per operazioni non previste dai trattati.
Stamattina, inoltre, Sánchez ha rilasciato una dichiarazione molto netta. Ha affermato che il suo paese è dalla parte della legalità internazionale, e ha evocato il disastro dell’Iraq per far capire che il suo governo ha capito la lezione. Quel conflitto, ha detto, “ha portato a un mondo più insicuro e a una vita peggiore”, e quello attuale “non poterà a un ordine internazionale più giusto, né salari più alti, né migliori servizi pubblici, né un ambiente più sano”.
Nel frattempo, la Commissione ha reso pubblico un primo commento sulle minacce a Madrid, e per quanto abbia espresso solidarietà con il paese che ne è parte, ci ha tenuto a ricordare che “salvaguardare questa relazione, in particolare in un momento di turbolenze globali, è più importante che mai ed è chiaramente nell’interesse di entrambe le parti”. Un po’ come a voler elomosinare agli USA che non ne facciano una leva di una guerra commerciale che ha colpito innanzitutto proprio i “fratelli” europei.
Non è solo la UE a subire – e ad accettare – un trattamento da “zerbino”. Anche il Regno Unito non è uscito indenne dal vertice. Trump si è scagliato contro il primo ministro Keir Starmer, che aveva preso la decisione di far assumere al suo paese solo un atteggiamento difensivo in relazione al conflitto con l’Iran, impedendo inizialmente l’uso, da parte delle forze statunitensi, della base di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
“Non abbiamo a che fare con Winston Churchill”, ha ironizzato Trump, e ha poi aggiunto: “ci abbiamo messo tre-quattro giorni per capire dove potessimo atterrare”. Di nuovo, una base militare altrui, e dunque un luogo dove neanche un normale cittadino di quello stesso stato può entrare senza le dovute autorizzazioni, viene trattata come un asset statunitense da parte degli USA. E ancora una volta gli europei annuiscono in silenzio.
Non può non saltare agli occhi come, certo, gli imperialisti europei ancora considerino la NATO come vettore fondamentale della loro politica estera, nonostante il ridimensionamento continuo di Trump. E del resto, la cornice di sicurezza atlantica è un ottimo “vincolo esterno” da sbandierare, da una parte per legittimare il riarmo e la transizione verso un’economia di guerra, dall’altra per scaricare le responsabilità intorno alla riduzione conseguente delle spese sociali.
Non si può però ignorare anche il fatto che la NATO non solo è ridimensionata nell’impegno profusovi da Washington, ma è anche usata come strumento di ricatto dalla Casa Bianca per indirizzare le decisione sovrane degli stati “alleati”. Insomma, Trump sta mostrando che non esiste alcuna politica alternativa ai desideri degli Stati Uniti finché si è dentro la NATO.
In tutto ciò, la UE non solo non è pervenuta, ma alcuni dei suoi governanti si fanno immortalare accanto a The Donald, mentre trovano motivi per legittimare la sua prevaricazione. Le divergenze politiche e materiali tra i suoi paesi, aumentano, e i proclami di sudditanza non fanno che allargarle. È difficile immaginare che la UE assurga a grande potenza globale, mentre i suoi governi si pugnalano l’un l’altro alle spalle.
È più probabile che, a lungo andare, peggiorino ulteriormente le asimmetrie interne. Allora, ai vincoli da rompere per costruire una qualsiasi alternativa, e anche per la semplice difesa della sovranità popolare e dell’autodeterminazione dei popoli, per chi ha ancora a cuore questi principi, va aggiunta, oltre alla NATO, anche la sclerotizzata integrazione europea, avviata definitivamente sulla strada del riarmo.
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25/09/2025
Le falle nell’embargo di Sánchez: no alla compravendita di armi con Israele, a meno che...
Dopo quasi due anni dall’inizio delle operazioni dell’IDF a Gaza e con due settimane di ritardo rispetto all’annuncio di Pedro Sánchez, il decreto che stabilisce l’embargo sulle armi a Israele, a lungo reclamato dal movimento BDS, è stato approvato nel consiglio dei ministri di ieri e inviato alla stampa.
Da un lato il provvedimento vieta il commercio d’armi con Israele e proibisce le importazioni dei prodotti provenienti dai territori occupati.
Dall’altro prevede un’eccezione alla norma che ha suscitato le critiche non solo del movimento di solidarietà con la Palestina ma anche dei soci di governo (Sumar e Izquierda Unida).
Secondo questa eccezione, la compravendita di armi, di materiale e di tecnologia di difesa rimane permessa per assicurare “gli interessi generali della nazione”.
Fatta la legge trovato l’inganno recita il proverbio... E l’inganno sta nel soggetto che dovrà stabilire quando sia in gioco “l’interesse generale della nazione” e autorizzare la compravendita di armi: si tratta di una Giunta Interministeriale che regola il commercio con l’estero del materiale di difesa e che già in passato ha permesso il passaggio di armi dirette a paesi in guerra.
Ma soprattutto si tratta di un organismo che può avvalersi del segreto di stato e che può mantenere nell’ombra le proprie decisioni, sottraendole a qualsiasi controllo democratico.
È così che “l’interesse generale della nazione” si traduce in una fattispecie ambigua che può essere invocata in qualsiasi momento dal governo di turno, in particolare per assicurare il mantenimento delle scorte necessarie al funzionamento del materiale militare precedentemente comprato da Israele.
La dipendenza dell’esercito spagnolo dalla tecnologia militare israeliana interessa numerosi prodotti rispetto ai quali la disconnessione annunciata da Sánchez si sta rivelando né semplice né immediata.
Si tratta di sostituire nel breve e medio periodo un insieme di prodotti, per un valore di circa 2 miliardi di euro, rispetto ai quali non ci sono alternative all’impresa e alla tecnologia israeliana.
Come e quando si sostituirà il programma spia Pegasus, utilizzato dal CNI (il servizio segreto spagnolo)? Come e quando si sostituiranno i numerosi componenti di produzione israeliana montati sul veicolo di combattimento VCR 8X8 Dragon? E cosa accadrà ai carri Leopard, ai caccia e al sistema radio SCRT che usano tecnologia israeliana?
Il loro acquisto sarà proibito o si invocherà “l’interesse generale della nazione” per continuare a farne uso beneficiando le grandi imprese d’armamenti spagnole e israeliane che negli ultimi anni hanno rafforzato progressivamente la loro lucrosa collaborazione?
Se questi interrogativi mettono in dubbio la reale efficacia del decreto appena approvato dal governo del PSOE, la base militare di Rota rappresenta una falla certa all’embargo.
La base, un porto e aeroporto militare nella baia di Cadice, è utilizzata dagli Stati Uniti, da altri paesi della NATO e dalla Spagna. Pur non ospitati permanentemente nella base, sia gli aerei che le navi americane vi fanno scalo per rifornirsi di combustibile e proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo. È il caso di uno dei più grandi aerei militari da trasporto, il Lockheed C-5 Galaxy, rispetto al cui carico il governo spagnolo non può effettuare alcun controllo.
Secondo l'accordo per la Cooperazione e la Difesa siglato dagli USA e dalla Spagna, le forze armate del Pentagono non sono tenute a informare le autorità spagnole della destinazione finale del materiale militare che trasportano. E la Moncloa ha già assicurato che non intende mettere in discussione gli accordi siglati con gli Stati Uniti, essenziale socio politico e militare. Il che significa che per questa via il principale alleato di Israele non troverà ostacoli a rifornire di materiale militare l’esercito sionista.
D’altro canto la narrativa socialista sull’embargo presenta anche più di una falla sul piano strettamente politico: secondo la retorica di Pedro Sánchez il provvedimento nasce per tutelare la dignità di quei popoli che, come i palestinesi e come gli ucraini, subiscono un’invasione.
Questo parallelismo tra il popolo palestinese, da decenni impegnato nella lotta contro l’occupazione militare e l’apartheid, e l’Ucraina foraggiata dalla NATO e guidata dalla giunta nazista e golpista, risulta specialmente ripugnante e dovrebbe mettere in guardia rispetto al preteso internazionalismo di Pedro Sánchez.
Così come la giravolta spettacolare con la quale nel marzo 2022 il leader socialista ha abbandonato il tradizionale sostegno spagnolo al referendum di autodeterminazione previsto dall’ONU per il popolo saharawi ed ha riconosciuto l’occupazione marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio del controllo dei militari di Mohamed VI sul flusso migratorio del Maghreb. Una spregiudicata mossa di politica estera degna di quella compiuta solo pochi mesi prima da Donald Trump: il presidente americano aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della ripresa delle relazioni tra il paese del Maghreb e Israele.
Infine il leader socialista ha più volte giustificato la misura come un mezzo per mantenere viva la soluzione dei due stati, guardando alla Autorità Nazionale Palestinese e allineandosi alla condanna pura e semplice della composita resistenza. Dimenticando che è grazie a questa resistenza, ferma davanti all’IDF, che la lotta dei palestinesi è tornata all’ordine del giorno internazionale, ha suscitato la solidarietà e la protesta dei popoli di tutto il mondo e ha costretto il sionismo a un isolamento finora inedito. Valga per i governi dell’Unione Europea, così come per Pedro Sánchez, la frase di Nizar Banat, palestinese oppositore dell’ANP, ucciso dalla polizia di Abu Mazen nel 2021, secondo il quale “chi è solidale con i nostri cadaveri, però non con i nostri razzi, è un ipocrita, e non è dei nostri”.
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Da un lato il provvedimento vieta il commercio d’armi con Israele e proibisce le importazioni dei prodotti provenienti dai territori occupati.
Dall’altro prevede un’eccezione alla norma che ha suscitato le critiche non solo del movimento di solidarietà con la Palestina ma anche dei soci di governo (Sumar e Izquierda Unida).
Secondo questa eccezione, la compravendita di armi, di materiale e di tecnologia di difesa rimane permessa per assicurare “gli interessi generali della nazione”.
Fatta la legge trovato l’inganno recita il proverbio... E l’inganno sta nel soggetto che dovrà stabilire quando sia in gioco “l’interesse generale della nazione” e autorizzare la compravendita di armi: si tratta di una Giunta Interministeriale che regola il commercio con l’estero del materiale di difesa e che già in passato ha permesso il passaggio di armi dirette a paesi in guerra.
Ma soprattutto si tratta di un organismo che può avvalersi del segreto di stato e che può mantenere nell’ombra le proprie decisioni, sottraendole a qualsiasi controllo democratico.
È così che “l’interesse generale della nazione” si traduce in una fattispecie ambigua che può essere invocata in qualsiasi momento dal governo di turno, in particolare per assicurare il mantenimento delle scorte necessarie al funzionamento del materiale militare precedentemente comprato da Israele.
La dipendenza dell’esercito spagnolo dalla tecnologia militare israeliana interessa numerosi prodotti rispetto ai quali la disconnessione annunciata da Sánchez si sta rivelando né semplice né immediata.
Si tratta di sostituire nel breve e medio periodo un insieme di prodotti, per un valore di circa 2 miliardi di euro, rispetto ai quali non ci sono alternative all’impresa e alla tecnologia israeliana.
Come e quando si sostituirà il programma spia Pegasus, utilizzato dal CNI (il servizio segreto spagnolo)? Come e quando si sostituiranno i numerosi componenti di produzione israeliana montati sul veicolo di combattimento VCR 8X8 Dragon? E cosa accadrà ai carri Leopard, ai caccia e al sistema radio SCRT che usano tecnologia israeliana?
Il loro acquisto sarà proibito o si invocherà “l’interesse generale della nazione” per continuare a farne uso beneficiando le grandi imprese d’armamenti spagnole e israeliane che negli ultimi anni hanno rafforzato progressivamente la loro lucrosa collaborazione?
Se questi interrogativi mettono in dubbio la reale efficacia del decreto appena approvato dal governo del PSOE, la base militare di Rota rappresenta una falla certa all’embargo.
La base, un porto e aeroporto militare nella baia di Cadice, è utilizzata dagli Stati Uniti, da altri paesi della NATO e dalla Spagna. Pur non ospitati permanentemente nella base, sia gli aerei che le navi americane vi fanno scalo per rifornirsi di combustibile e proseguire il loro viaggio nel Mediterraneo. È il caso di uno dei più grandi aerei militari da trasporto, il Lockheed C-5 Galaxy, rispetto al cui carico il governo spagnolo non può effettuare alcun controllo.
Secondo l'accordo per la Cooperazione e la Difesa siglato dagli USA e dalla Spagna, le forze armate del Pentagono non sono tenute a informare le autorità spagnole della destinazione finale del materiale militare che trasportano. E la Moncloa ha già assicurato che non intende mettere in discussione gli accordi siglati con gli Stati Uniti, essenziale socio politico e militare. Il che significa che per questa via il principale alleato di Israele non troverà ostacoli a rifornire di materiale militare l’esercito sionista.
D’altro canto la narrativa socialista sull’embargo presenta anche più di una falla sul piano strettamente politico: secondo la retorica di Pedro Sánchez il provvedimento nasce per tutelare la dignità di quei popoli che, come i palestinesi e come gli ucraini, subiscono un’invasione.
Questo parallelismo tra il popolo palestinese, da decenni impegnato nella lotta contro l’occupazione militare e l’apartheid, e l’Ucraina foraggiata dalla NATO e guidata dalla giunta nazista e golpista, risulta specialmente ripugnante e dovrebbe mettere in guardia rispetto al preteso internazionalismo di Pedro Sánchez.
Così come la giravolta spettacolare con la quale nel marzo 2022 il leader socialista ha abbandonato il tradizionale sostegno spagnolo al referendum di autodeterminazione previsto dall’ONU per il popolo saharawi ed ha riconosciuto l’occupazione marocchina sul Sahara Occidentale, in cambio del controllo dei militari di Mohamed VI sul flusso migratorio del Maghreb. Una spregiudicata mossa di politica estera degna di quella compiuta solo pochi mesi prima da Donald Trump: il presidente americano aveva riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della ripresa delle relazioni tra il paese del Maghreb e Israele.
Infine il leader socialista ha più volte giustificato la misura come un mezzo per mantenere viva la soluzione dei due stati, guardando alla Autorità Nazionale Palestinese e allineandosi alla condanna pura e semplice della composita resistenza. Dimenticando che è grazie a questa resistenza, ferma davanti all’IDF, che la lotta dei palestinesi è tornata all’ordine del giorno internazionale, ha suscitato la solidarietà e la protesta dei popoli di tutto il mondo e ha costretto il sionismo a un isolamento finora inedito. Valga per i governi dell’Unione Europea, così come per Pedro Sánchez, la frase di Nizar Banat, palestinese oppositore dell’ANP, ucciso dalla polizia di Abu Mazen nel 2021, secondo il quale “chi è solidale con i nostri cadaveri, però non con i nostri razzi, è un ipocrita, e non è dei nostri”.
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10/09/2025
Spagna - Sánchez annuncia la fine del commercio d’armi con Israele, sarà vero?
Grazie alla breve conferenza stampa tenuta ieri alla Moncloa, Pedro Sánchez è tornato a catturare l’attenzione sia dei propri sostenitori che dei critici con un nuovo annuncio, atteso da quasi due anni e reclamato caparbiamente da tutto il movimento di solidarietà con la Palestina.
Secondo quanto affermato dal presidente del consiglio spagnolo è imminente l’approvazione di un decreto legge che dovrebbe finalmente imporre l’embargo sulle armi a Israele e il divieto di attraccare nei porti spagnoli per le navi che trasportano materiale bellico o combustibile destinato all’IDF.
Il decreto dovrebbe anche includere il divieto di importare prodotti provenienti dai territori occupati, il divieto di entrata nello stato spagnolo per coloro che hanno violato i diritti umani e partecipato al genocidio a Gaza e diversi nuovi progetti di collaborazione con l’ANP, volti a rafforzarne il ruolo sia sullo scenario interno che internazionale.
Affiancato dalla bandiera spagnola e da quella dell’Unione Europea, Sánchez ha cominciato il proprio discorso riconoscendo il diritto di Israele ad “avere un proprio stato e a sentirsi sicuro”, ricordando le sofferenze patite nel corso della storia dagli ebrei. Ed ha proseguito con l’immancabile condanna del 7 ottobre, tacendo come di consueto sulla composizione plurale della resistenza palestinese, semplicemente condannando Hamas come organizzazione terrorista.
Dopodiché ha annunciato l’embargo ed ha usato ancora una volta il termine genocidio per riferirsi alle operazioni militari dell’IDF a Gaza.
Ma il Centre Delàs per la Pau avverte che il testo integrale e i dettagli del decreto per il momento non si conoscono. E afferma che “questo annuncio del presidente del governo arriva tardi, e ci piacerebbe pensare che non contenga vuoti e clausole opache; che comprenda ciascuno dei passaggi che alimentano la macchina degli armamenti israeliana”.
Il centro reclama un embargo veramente integrale, che davvero metta fine all’ambiguità sugli scambi militari con Israele. Secondo il centre Delàs “a giugno esponenti del ministero della difesa hanno annunciato un piano per disconnettersi dalla tecnologia militare israeliana che, secondo quanto annunciato dai mezzi di comunicazione, avrebbe incluso i progetti legati al missile Spike e ai lanciarazzi SILAM, ma il segretario di stato alla difesa ha dichiarato che nessuno di questi programmi è a rischio”.
Per il Centre Delàs un embargo integrale deve “impedire qualsiasi scambio, ogni transito e ogni operazione di carico e scarico in Spagna; deve obbligare a cancellare tutti i contratti con aggiudicatari israeliani, compresi gli intermediari e le filiali spagnole”.
Uno scetticismo giustificato dai dati sul commercio d’armi raccolti fin qui dal Centre Delàs, secondo il quale “tra l’ottobre del 2023 e il maggio del 2025, la Spagna ha importato da Israele almeno 54.370.124 euro, di cui 29.150.592 in armi e munizioni e 25.219.532 euro in tank e altri veicoli blindati da combattimento, incluso il loro armamento. Diciamo almeno perché esiste molto altro materiale di difesa il cui impiego militare non si può stabilire se non dopo molti mesi, in seguito alla classificazione del ministero del commercio”.
Scettici sull’annuncio anche molti rappresentanti di diverse organizzazioni di solidarietà con il popolo palestinese: quest’ultimi ricordano che il divieto al transito di armi dirette in Israele è in vigore dall’anno scorso ma non ha portato finora a nessuna ispezione dei carichi militari, reclamata invece dalle organizzazioni per i diritti umani e dai sindacati.
L’annuncio di Sánchez viene dopo una lunga serie di mobilitazioni che dal 7 ottobre non si sono mai interrotte e che, pur con diversa intensità e con momenti di stasi, hanno attraversato tutto lo stato spagnolo e hanno mantenuto una pressione continua sul governo del PSOE.
Se Sánchez si è deciso a compiere davvero questo passo, lo si deve:
– a un movimento composito animato dagli studenti che hanno imposto alle rispettive università la fine delle collaborazioni con i partner israeliani;
– ai lavoratori che hanno denunciato e boicottato la presenza di Israele a numerose fiere internazionali (prima fra tutte il Mobile World Congress a Barcellona) e ai raduni musicali come il Sonar;
– alla collaborazione tra baschi e catalani che ha interrotto gli affari dell’impresa basca Sidenor (acciaio) con Israele;
– alla grande manifestazione dello scorso maggio tenutasi a Madrid, con la partecipazione di 100.000 persone;
– al movimento BDS e alla rete di organizzazioni per la Palestina che hanno ottenuto misure simboliche come la chiusura degli uffici della Generalitat de Catalunya a Tel Aviv e la sospensione del gemellaggio del comune di Barcellona con la capitale israeliana;
– al manifesto di oltre 200 artisti che chiedevano la fine del commercio d’armi con Israele;
– alle contestazioni che hanno accompagnato quasi quotidianamente la presenza dell’equip israeliana alla Vuelta;
– alle pressioni dei partiti alla sinistra del PSOE, indispensabili alla tenuta del governo.
Fino alla grande iniziativa della Global Sumud Flotilla, che vede tra gli altri anche la partecipazione di un esponente della sinistra radicale dello stato spagnolo come l’ex sindaco di Barcellona, Ada Colau, e della deputata alla camera catalana Pilar Castillejo, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), imbarcatesi al porto di Barcellona.
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Secondo quanto affermato dal presidente del consiglio spagnolo è imminente l’approvazione di un decreto legge che dovrebbe finalmente imporre l’embargo sulle armi a Israele e il divieto di attraccare nei porti spagnoli per le navi che trasportano materiale bellico o combustibile destinato all’IDF.
Il decreto dovrebbe anche includere il divieto di importare prodotti provenienti dai territori occupati, il divieto di entrata nello stato spagnolo per coloro che hanno violato i diritti umani e partecipato al genocidio a Gaza e diversi nuovi progetti di collaborazione con l’ANP, volti a rafforzarne il ruolo sia sullo scenario interno che internazionale.
Affiancato dalla bandiera spagnola e da quella dell’Unione Europea, Sánchez ha cominciato il proprio discorso riconoscendo il diritto di Israele ad “avere un proprio stato e a sentirsi sicuro”, ricordando le sofferenze patite nel corso della storia dagli ebrei. Ed ha proseguito con l’immancabile condanna del 7 ottobre, tacendo come di consueto sulla composizione plurale della resistenza palestinese, semplicemente condannando Hamas come organizzazione terrorista.
Dopodiché ha annunciato l’embargo ed ha usato ancora una volta il termine genocidio per riferirsi alle operazioni militari dell’IDF a Gaza.
Ma il Centre Delàs per la Pau avverte che il testo integrale e i dettagli del decreto per il momento non si conoscono. E afferma che “questo annuncio del presidente del governo arriva tardi, e ci piacerebbe pensare che non contenga vuoti e clausole opache; che comprenda ciascuno dei passaggi che alimentano la macchina degli armamenti israeliana”.
Il centro reclama un embargo veramente integrale, che davvero metta fine all’ambiguità sugli scambi militari con Israele. Secondo il centre Delàs “a giugno esponenti del ministero della difesa hanno annunciato un piano per disconnettersi dalla tecnologia militare israeliana che, secondo quanto annunciato dai mezzi di comunicazione, avrebbe incluso i progetti legati al missile Spike e ai lanciarazzi SILAM, ma il segretario di stato alla difesa ha dichiarato che nessuno di questi programmi è a rischio”.
Per il Centre Delàs un embargo integrale deve “impedire qualsiasi scambio, ogni transito e ogni operazione di carico e scarico in Spagna; deve obbligare a cancellare tutti i contratti con aggiudicatari israeliani, compresi gli intermediari e le filiali spagnole”.
Uno scetticismo giustificato dai dati sul commercio d’armi raccolti fin qui dal Centre Delàs, secondo il quale “tra l’ottobre del 2023 e il maggio del 2025, la Spagna ha importato da Israele almeno 54.370.124 euro, di cui 29.150.592 in armi e munizioni e 25.219.532 euro in tank e altri veicoli blindati da combattimento, incluso il loro armamento. Diciamo almeno perché esiste molto altro materiale di difesa il cui impiego militare non si può stabilire se non dopo molti mesi, in seguito alla classificazione del ministero del commercio”.
Scettici sull’annuncio anche molti rappresentanti di diverse organizzazioni di solidarietà con il popolo palestinese: quest’ultimi ricordano che il divieto al transito di armi dirette in Israele è in vigore dall’anno scorso ma non ha portato finora a nessuna ispezione dei carichi militari, reclamata invece dalle organizzazioni per i diritti umani e dai sindacati.
L’annuncio di Sánchez viene dopo una lunga serie di mobilitazioni che dal 7 ottobre non si sono mai interrotte e che, pur con diversa intensità e con momenti di stasi, hanno attraversato tutto lo stato spagnolo e hanno mantenuto una pressione continua sul governo del PSOE.
Se Sánchez si è deciso a compiere davvero questo passo, lo si deve:
– a un movimento composito animato dagli studenti che hanno imposto alle rispettive università la fine delle collaborazioni con i partner israeliani;
– ai lavoratori che hanno denunciato e boicottato la presenza di Israele a numerose fiere internazionali (prima fra tutte il Mobile World Congress a Barcellona) e ai raduni musicali come il Sonar;
– alla collaborazione tra baschi e catalani che ha interrotto gli affari dell’impresa basca Sidenor (acciaio) con Israele;
– alla grande manifestazione dello scorso maggio tenutasi a Madrid, con la partecipazione di 100.000 persone;
– al movimento BDS e alla rete di organizzazioni per la Palestina che hanno ottenuto misure simboliche come la chiusura degli uffici della Generalitat de Catalunya a Tel Aviv e la sospensione del gemellaggio del comune di Barcellona con la capitale israeliana;
– al manifesto di oltre 200 artisti che chiedevano la fine del commercio d’armi con Israele;
– alle contestazioni che hanno accompagnato quasi quotidianamente la presenza dell’equip israeliana alla Vuelta;
– alle pressioni dei partiti alla sinistra del PSOE, indispensabili alla tenuta del governo.
Fino alla grande iniziativa della Global Sumud Flotilla, che vede tra gli altri anche la partecipazione di un esponente della sinistra radicale dello stato spagnolo come l’ex sindaco di Barcellona, Ada Colau, e della deputata alla camera catalana Pilar Castillejo, della Candidatura d’Unitat Popular (CUP), imbarcatesi al porto di Barcellona.
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04/11/2022
In Spagna una legge per la memoria della guerra civile
Nell’ottobre del 1938 il governo spagnolo decise di sciogliere le Brigate Internazionali che sostenevano la causa della Repubblica. L’annuncio fu un estremo tentativo del capo del governo repubblicano Juan Negrin che sperava che ciò avrebbe potuto portare a una fine del sostegno italo-tedesco ai franchisti. Ma era solo un’illusione e alla fine tale decisione si rivelò controproducente.
Dal canto loro, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, che bloccava alla frontiera spagnola grandi quantità di armi destinate ai repubblicani, avevano appena firmato gli accordi di Monaco con Germania e Italia e abbandonarono definitivamente al suo destino la Spagna repubblicana.
Le Brigate Internazionali furono salutate durante una grande sfilata a Barcellona, di cui si ricorda il discorso pronunciato da Dolores Ibarruri che si concluse con queste parole: “Voi siete la storia, Voi siete la leggenda, siete l’esempio eroico della solidarietà e dell’universalità della democrazia. Noi non vi dimenticheremo, e quando l’olivo della pace germoglierà di nuovo, intrecciando le sue foglie a quelle dell’alloro della vittoria della Repubblica spagnola, tornate!” [1]
Purtroppo, sappiamo che i volontari internazionali non tornarono e tanti tra loro ebbero un destino molto duro, in particolare i tedeschi, i polacchi e gli italiani che non poterono rientrare nel loro paese. Gli italiani, in particolare, finirono internati nei campi di concentramento francesi oppure finirono al confino in Italia e costituirono in seguito una colonna portante della Resistenza italiana, tanto che si è parlato di una Lunga Resistenza che unisce la guerra di Spagna e la Resistenza italiana [2].
Tuttavia, nei giorni scorsi il Parlamento spagnolo ha approvato, su iniziativa del governo, una “Legge di Memoria Democratica” che consente almeno ai discendenti dei volontari in Spagna che si impegnano a sostenere la memoria della guerra civile di ottenere la cittadinanza spagnola senza rinunciare a quella d’origine. Un provvedimento tardivo, ma certamente molto alto dal punto di vista simbolico.
Questa possibilità è estesa ai discendenti nati all’estero da genitori esuli dalla Spagna per le più varie ragioni politiche durante la guerra e anche nel periodo della dittatura. Egualmente, sono annullate tutte le condanne comminate in quel periodo per ragioni di carattere politico. Saranno anche previsti risarcimenti per le sentenze subite e per i periodi di lavori forzati a cui furono condannati gli oppositori del franchismo.
Un ulteriore aspetto riguarda la cancellazione di tutti i simboli del regime ancora esistenti e la revisione della toponomastica; inoltre la Valle de Los Caidos, enorme sacrario dei caduti falangisti, cambierà denominazione in Valle de Cuelgamuros.
Infine, un punto assai importante della legge prevede che lo stato spagnolo s’impegni nell’esumazione e nell’identificazione delle vittime delle stragi franchiste sinora non ritrovate e non identificate. Secondo il premier Sanchez si tratterebbe di oltre 114.000 persone sparite in fosse comuni.
Sino ad oggi, il lavoro di ricerca di tali caduti e la loro identificazione è stato sostenuto soltanto da associazioni private che curano la memoria della guerra, come è stato anche narrato nel recente film Madres Paralelas, di Pedro Almodovar.
Chi in Italia desiderasse avere informazioni e assistenza per ricerche sui propri cari dispersi nella guerra di Spagna o per ottenere la cittadinanza spagnola riservata ai discendenti dei volontari, può rivolgersi all’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna scrivendo a aicvas.segreteria2@gmail.com.
Note
1) Alessandro Vaia: Da galeotto a generale, Milano, Teti Editore, p. 139.
2) Un importante documentario dal titolo, appunto, La Lunga Resistenza, di cui abbiamo già scritto in Contropiano, La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia – Contropiano è stato realizzato in Italia dall’AICVAS ed è disponile in rete al sito lalungaresistenza.it per qualunque iniziativa e per le scuole e i centri di formazione storica.
Fonte
Dal canto loro, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, che bloccava alla frontiera spagnola grandi quantità di armi destinate ai repubblicani, avevano appena firmato gli accordi di Monaco con Germania e Italia e abbandonarono definitivamente al suo destino la Spagna repubblicana.
Le Brigate Internazionali furono salutate durante una grande sfilata a Barcellona, di cui si ricorda il discorso pronunciato da Dolores Ibarruri che si concluse con queste parole: “Voi siete la storia, Voi siete la leggenda, siete l’esempio eroico della solidarietà e dell’universalità della democrazia. Noi non vi dimenticheremo, e quando l’olivo della pace germoglierà di nuovo, intrecciando le sue foglie a quelle dell’alloro della vittoria della Repubblica spagnola, tornate!” [1]
Purtroppo, sappiamo che i volontari internazionali non tornarono e tanti tra loro ebbero un destino molto duro, in particolare i tedeschi, i polacchi e gli italiani che non poterono rientrare nel loro paese. Gli italiani, in particolare, finirono internati nei campi di concentramento francesi oppure finirono al confino in Italia e costituirono in seguito una colonna portante della Resistenza italiana, tanto che si è parlato di una Lunga Resistenza che unisce la guerra di Spagna e la Resistenza italiana [2].
Tuttavia, nei giorni scorsi il Parlamento spagnolo ha approvato, su iniziativa del governo, una “Legge di Memoria Democratica” che consente almeno ai discendenti dei volontari in Spagna che si impegnano a sostenere la memoria della guerra civile di ottenere la cittadinanza spagnola senza rinunciare a quella d’origine. Un provvedimento tardivo, ma certamente molto alto dal punto di vista simbolico.
Questa possibilità è estesa ai discendenti nati all’estero da genitori esuli dalla Spagna per le più varie ragioni politiche durante la guerra e anche nel periodo della dittatura. Egualmente, sono annullate tutte le condanne comminate in quel periodo per ragioni di carattere politico. Saranno anche previsti risarcimenti per le sentenze subite e per i periodi di lavori forzati a cui furono condannati gli oppositori del franchismo.
Un ulteriore aspetto riguarda la cancellazione di tutti i simboli del regime ancora esistenti e la revisione della toponomastica; inoltre la Valle de Los Caidos, enorme sacrario dei caduti falangisti, cambierà denominazione in Valle de Cuelgamuros.
Infine, un punto assai importante della legge prevede che lo stato spagnolo s’impegni nell’esumazione e nell’identificazione delle vittime delle stragi franchiste sinora non ritrovate e non identificate. Secondo il premier Sanchez si tratterebbe di oltre 114.000 persone sparite in fosse comuni.
Sino ad oggi, il lavoro di ricerca di tali caduti e la loro identificazione è stato sostenuto soltanto da associazioni private che curano la memoria della guerra, come è stato anche narrato nel recente film Madres Paralelas, di Pedro Almodovar.
Chi in Italia desiderasse avere informazioni e assistenza per ricerche sui propri cari dispersi nella guerra di Spagna o per ottenere la cittadinanza spagnola riservata ai discendenti dei volontari, può rivolgersi all’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna scrivendo a aicvas.segreteria2@gmail.com.
Note
1) Alessandro Vaia: Da galeotto a generale, Milano, Teti Editore, p. 139.
2) Un importante documentario dal titolo, appunto, La Lunga Resistenza, di cui abbiamo già scritto in Contropiano, La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia – Contropiano è stato realizzato in Italia dall’AICVAS ed è disponile in rete al sito lalungaresistenza.it per qualunque iniziativa e per le scuole e i centri di formazione storica.
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03/07/2022
Per Sánchez e la Nato anche l’immigrazione è un nemico
di Marco Santopadre
Nel corso di una lunga conferenza stampa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con orgoglio i risultati politici incassati durante il vertice Nato di Madrid. Il leader socialista puntava a rafforzare le relazioni con Washington e a questo scopo martedì ha siglato una dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Spagna. Il “governo più progressista” che Madrid abbia avuto dalla morte di Franco, paradossalmente, ripercorre i passi del premier di destra José Maria Aznar, che nel 2001 siglò un’intesa simile con George W. Bush subito dopo l’intervento militare della Nato in Afghanistan, conclusosi con un eclatante fallimento lo scorso anno.
Tra i punti fondamentali del documento che porta la firma di Sánchez e Biden c’è una gestione comune dei “flussi migratori illegali”. Per quanto il punto 9 raccolga le raccomandazioni dell’ONU sulla promozione di una «immigrazione sicura, ordinata e regolare», il testo fa un ulteriore passo nella tendenza a considerare i flussi migratori una minaccia da affrontare anche attraverso appositi meccanismi militari.
La strage di Melilla
Un obiettivo che chiarisce il senso delle dichiarazioni del premier socialista a proposito della strage di migranti a Melilla, che hanno creato sconcerto e indignazione nella sinistra iberica e sono state accolte con stupore da molti sostenitori dell’attuale esecutivo. Il 24 giugno, 37 profughi subsahariani (per lo più sudanesi) sono morti asfissiati o schiacciati nel tentativo di superare le recinzioni che blindano l’enclave spagnola in Marocco. Associazioni e Ong hanno denunciato la brutalità dei gendarmi marocchini, che hanno aggredito i migranti con manganelli, lacrimogeni e pietre, picchiando persone inermi già a terra e tirando o spingendo giù dalle reti e dai cancelli chi riusciva ad arrampicarsi. Le crude immagini della strage hanno fatto il giro del mondo: decine di corpi senza vita o agonizzanti impilati uno sull’altro e vigilati da un cordone di gendarmi marocchini in assetto antisommossa.
L’immigrazione irregolare come minaccia
Il presidente del governo spagnolo e alcuni dei suoi ministri – tutti socialisti – hanno però elogiato l’operato della Gendarmeria marocchina, sottolineando la proficua collaborazione con le forze di sicurezza di Madrid. Sánchez ha denunciato addirittura un «attacco violento all’integrità territoriale della Spagna» e ha puntato il dito contro «le mafie responsabili del traffico di esseri umani».
In molti hanno sottolineato il cinismo e l’ipocrisia di una presa di posizione che considera il disperato tentativo del 24 giugno addirittura un’aggressione all’integrità territoriale spagnola, quando Madrid ha finora accolto senza colpo ferire più di 170 mila rifugiati ucraini, bianchi, cristiani e “politicamente corretti” perché provenienti da un paese aggredito da un nemico strategico della Nato come la Russia.
Per masse crescenti di diseredati in fuga da guerre, dittature e catastrofi climatiche, Ceuta e Melilla – territori retaggio del passato coloniale spagnolo incastonati in territorio marocchino – rappresentano delle fondamentali porte d’ingresso nel continente europeo, le uniche a disposizione via terra nel continente africano. Per questo, avvisano sinistre e associazioni, la strage di Melilla non sarà l’ultima se Spagna, Unione Europea e Nato non cambieranno le proprie politiche migratorie. Ma il nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid e i toni e gli argomenti utilizzati dal premier spagnolo sembrano andare esattamente nella direzione opposta.
La Nato contro l’immigrazione irregolare
Nell’agenda del vertice, infatti, l’immigrazione illegale è stata affrontata come una “minaccia all’integrità degli stati” ai quali far fronte in maniera organizzata e decisa, al pari dei ricatti energetici. Gongolante, nel corso di un intervento con il segretario di stato Usa Antony Blinken durante il Nato Public Forum, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares ha spiegato che il nuovo Concetto Strategico considera le migrazioni irregolari, quando vengono usate come arma politica, delle minacce alla sicurezza degli stati. «Il rischio è sempre, come abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Polonia, che qualcosa possa usare l’immigrazione contro la nostra integrità territoriale o la nostra sovranità» ha ribadito l’esponente socialista.
Intervistata dal quotidiano progressista spagnolo Público, la ricercatrice del CIDOB (Barcelona Center for International Affairs) Blanca Garcés spiega: «Si sta creando un concetto di minaccia ibrida che intende trasformare le politiche migratorie in una questione di difesa» attraverso due narrazioni complementari, quella dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza degli stati e quella della gestione dei flussi migratori da parte delle mafie. Questo discorso, sottolinea Garcés, permette di «trasformare le migrazioni in una questione di sicurezza nazionale e di legittimare la creazione di situazioni emergenziali che prevedono la sospensione del diritto di asilo, l’intervento degli eserciti alle frontiere e la sospensione della possibilità di operare per i giornalisti e le organizzazioni sociali».
Da parte sua, un dossier del “Centro Delàs d’Estudios por la Paz” denuncia i meccanismi – ad esempio l’operazione Sea Guardian condotta dalla Nato nel Mediterraneo – attraverso i quali «gli stati europei deviano i flussi migratori fuori dal territorio dell’UE, privando i migranti della protezione» loro accordata dalle convenzioni internazionali. Il riferimento ai lauti finanziamenti concessi dall’Ue al regime turco per “contenere” l’immigrazione verso il continente, infischiandosene delle modalità utilizzate dalle forze di sicurezza di Ankara, è obbligato. Ma di fatto la Spagna di Sánchez sta utilizzando lo stesso meccanismo demandando alle forze di sicurezza marocchine – costi quel che costi – il compito di impedire che migliaia di disperati arrivino a Ceuta e Melilla.
Queste considerazioni gettano una luce più chiara sulle argomentazioni utilizzate dai dirigenti socialisti spagnoli per giustificare il brutale comportamento della gendarmeria marocchina, certo non estraneo alla morte di decine di persone.
La realpolitik di Sánchez
Gli elogi di Sánchez e Albares nei confronti delle autorità marocchine riflettono anche i nuovi rapporti di Madrid con Rabat. Nel maggio del 2021, infatti, dopo l’ingresso a Ceuta – agevolato dalla «distrazione» della gendarmeria marocchina – di circa 8000 profughi, i toni usati dal leader del PSOE contro Rabat erano stati durissimi. Ma nel marzo scorso Sánchez ha cambiato registro, riconoscendo la sovranità marocchina sui territori saharawi illegalmente occupati dal regno di Mohammed VI e avviando nuove relazioni di amicizia con Rabat. Il premier spagnolo non ha desistito neanche dopo che la sua intelligence lo ha informato che il suo cellulare era stato spiato dalle autorità marocchine tramite il malware israeliano Pegasus, o dopo la reazione stizzita dell’Algeria che, dopo aver bloccato il trasferimento del suo gas al Marocco ha sospeso il Trattato di amicizia e di buon vicinato firmato con Madrid nel 2002, riducendo le esportazioni di gas anche in Spagna. Sánchez non vuole ora mettere a rischio i rapporti con il paese nordafricano e non vuole fare a meno dell’esternalizzazione del compito di “difendere” le proprie frontiere meridionali dai flussi migratori.
Ceuta e Melilla contese
D’altra parte, però, con il Marocco la Spagna ha ancora aperta la questione della sovranità su Ceuta e Melilla che il governo di Rabat non ha smesso di rivendicare. Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Madrid, infatti, ha insistito con i suoi partner dell’Alleanza affinché i due territori coloniali venissero esplicitamente citati come protetti dall’ombrello della difesa collettiva in caso di attacco, sulla base di quanto previsto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Un’esplicita menzione del tema all’interno del nuovo Strategic Concept avrebbe concesso numerosi punti a Sánchez, delegittimando le richieste marocchine di restituzione dei due territori. Il Marocco è uno dei principali partner della Nato in tutta l’Africa – particolarmente prezioso ora che occorre contenere l’Algeria legata a Mosca o la presenza russa in Libia – ma Mohammed VI non potrebbe non tener conto di un simile pronunciamento da parte del Patto Atlantico.
Ma per non indispettire i marocchini gli statunitensi non hanno accettato del tutto le richieste di Madrid. Alla fine Sánchez si è dovuto accontentare di un riferimento indiretto e generico alla questione, ottenendo che nel Concetto Strategico fosse inserito un passaggio che recita: la Nato ha l’obiettivo di «difendere ogni centimetro del territorio alleato, preservando la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli aderenti». «Appare chiaro il concetto che la Nato difende ogni centimetro di tutti i paesi che ne fanno parte senza eccezione – ha spiegato Albares – Nei documenti non appaiono mai i nomi di città specifiche».
Fonte
Nel corso di una lunga conferenza stampa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con orgoglio i risultati politici incassati durante il vertice Nato di Madrid. Il leader socialista puntava a rafforzare le relazioni con Washington e a questo scopo martedì ha siglato una dichiarazione congiunta tra Stati Uniti e Spagna. Il “governo più progressista” che Madrid abbia avuto dalla morte di Franco, paradossalmente, ripercorre i passi del premier di destra José Maria Aznar, che nel 2001 siglò un’intesa simile con George W. Bush subito dopo l’intervento militare della Nato in Afghanistan, conclusosi con un eclatante fallimento lo scorso anno.
Tra i punti fondamentali del documento che porta la firma di Sánchez e Biden c’è una gestione comune dei “flussi migratori illegali”. Per quanto il punto 9 raccolga le raccomandazioni dell’ONU sulla promozione di una «immigrazione sicura, ordinata e regolare», il testo fa un ulteriore passo nella tendenza a considerare i flussi migratori una minaccia da affrontare anche attraverso appositi meccanismi militari.
La strage di Melilla
Un obiettivo che chiarisce il senso delle dichiarazioni del premier socialista a proposito della strage di migranti a Melilla, che hanno creato sconcerto e indignazione nella sinistra iberica e sono state accolte con stupore da molti sostenitori dell’attuale esecutivo. Il 24 giugno, 37 profughi subsahariani (per lo più sudanesi) sono morti asfissiati o schiacciati nel tentativo di superare le recinzioni che blindano l’enclave spagnola in Marocco. Associazioni e Ong hanno denunciato la brutalità dei gendarmi marocchini, che hanno aggredito i migranti con manganelli, lacrimogeni e pietre, picchiando persone inermi già a terra e tirando o spingendo giù dalle reti e dai cancelli chi riusciva ad arrampicarsi. Le crude immagini della strage hanno fatto il giro del mondo: decine di corpi senza vita o agonizzanti impilati uno sull’altro e vigilati da un cordone di gendarmi marocchini in assetto antisommossa.
L’immigrazione irregolare come minaccia
Il presidente del governo spagnolo e alcuni dei suoi ministri – tutti socialisti – hanno però elogiato l’operato della Gendarmeria marocchina, sottolineando la proficua collaborazione con le forze di sicurezza di Madrid. Sánchez ha denunciato addirittura un «attacco violento all’integrità territoriale della Spagna» e ha puntato il dito contro «le mafie responsabili del traffico di esseri umani».
In molti hanno sottolineato il cinismo e l’ipocrisia di una presa di posizione che considera il disperato tentativo del 24 giugno addirittura un’aggressione all’integrità territoriale spagnola, quando Madrid ha finora accolto senza colpo ferire più di 170 mila rifugiati ucraini, bianchi, cristiani e “politicamente corretti” perché provenienti da un paese aggredito da un nemico strategico della Nato come la Russia.
Per masse crescenti di diseredati in fuga da guerre, dittature e catastrofi climatiche, Ceuta e Melilla – territori retaggio del passato coloniale spagnolo incastonati in territorio marocchino – rappresentano delle fondamentali porte d’ingresso nel continente europeo, le uniche a disposizione via terra nel continente africano. Per questo, avvisano sinistre e associazioni, la strage di Melilla non sarà l’ultima se Spagna, Unione Europea e Nato non cambieranno le proprie politiche migratorie. Ma il nuovo Concetto Strategico approvato a Madrid e i toni e gli argomenti utilizzati dal premier spagnolo sembrano andare esattamente nella direzione opposta.
La Nato contro l’immigrazione irregolare
Nell’agenda del vertice, infatti, l’immigrazione illegale è stata affrontata come una “minaccia all’integrità degli stati” ai quali far fronte in maniera organizzata e decisa, al pari dei ricatti energetici. Gongolante, nel corso di un intervento con il segretario di stato Usa Antony Blinken durante il Nato Public Forum, il ministro degli Esteri spagnolo Josè Manuel Albares ha spiegato che il nuovo Concetto Strategico considera le migrazioni irregolari, quando vengono usate come arma politica, delle minacce alla sicurezza degli stati. «Il rischio è sempre, come abbiamo visto al confine tra Bielorussia e Polonia, che qualcosa possa usare l’immigrazione contro la nostra integrità territoriale o la nostra sovranità» ha ribadito l’esponente socialista.
Intervistata dal quotidiano progressista spagnolo Público, la ricercatrice del CIDOB (Barcelona Center for International Affairs) Blanca Garcés spiega: «Si sta creando un concetto di minaccia ibrida che intende trasformare le politiche migratorie in una questione di difesa» attraverso due narrazioni complementari, quella dell’immigrazione come minaccia alla sicurezza degli stati e quella della gestione dei flussi migratori da parte delle mafie. Questo discorso, sottolinea Garcés, permette di «trasformare le migrazioni in una questione di sicurezza nazionale e di legittimare la creazione di situazioni emergenziali che prevedono la sospensione del diritto di asilo, l’intervento degli eserciti alle frontiere e la sospensione della possibilità di operare per i giornalisti e le organizzazioni sociali».
Da parte sua, un dossier del “Centro Delàs d’Estudios por la Paz” denuncia i meccanismi – ad esempio l’operazione Sea Guardian condotta dalla Nato nel Mediterraneo – attraverso i quali «gli stati europei deviano i flussi migratori fuori dal territorio dell’UE, privando i migranti della protezione» loro accordata dalle convenzioni internazionali. Il riferimento ai lauti finanziamenti concessi dall’Ue al regime turco per “contenere” l’immigrazione verso il continente, infischiandosene delle modalità utilizzate dalle forze di sicurezza di Ankara, è obbligato. Ma di fatto la Spagna di Sánchez sta utilizzando lo stesso meccanismo demandando alle forze di sicurezza marocchine – costi quel che costi – il compito di impedire che migliaia di disperati arrivino a Ceuta e Melilla.
Queste considerazioni gettano una luce più chiara sulle argomentazioni utilizzate dai dirigenti socialisti spagnoli per giustificare il brutale comportamento della gendarmeria marocchina, certo non estraneo alla morte di decine di persone.
La realpolitik di Sánchez
Gli elogi di Sánchez e Albares nei confronti delle autorità marocchine riflettono anche i nuovi rapporti di Madrid con Rabat. Nel maggio del 2021, infatti, dopo l’ingresso a Ceuta – agevolato dalla «distrazione» della gendarmeria marocchina – di circa 8000 profughi, i toni usati dal leader del PSOE contro Rabat erano stati durissimi. Ma nel marzo scorso Sánchez ha cambiato registro, riconoscendo la sovranità marocchina sui territori saharawi illegalmente occupati dal regno di Mohammed VI e avviando nuove relazioni di amicizia con Rabat. Il premier spagnolo non ha desistito neanche dopo che la sua intelligence lo ha informato che il suo cellulare era stato spiato dalle autorità marocchine tramite il malware israeliano Pegasus, o dopo la reazione stizzita dell’Algeria che, dopo aver bloccato il trasferimento del suo gas al Marocco ha sospeso il Trattato di amicizia e di buon vicinato firmato con Madrid nel 2002, riducendo le esportazioni di gas anche in Spagna. Sánchez non vuole ora mettere a rischio i rapporti con il paese nordafricano e non vuole fare a meno dell’esternalizzazione del compito di “difendere” le proprie frontiere meridionali dai flussi migratori.
Ceuta e Melilla contese
D’altra parte, però, con il Marocco la Spagna ha ancora aperta la questione della sovranità su Ceuta e Melilla che il governo di Rabat non ha smesso di rivendicare. Nei giorni che hanno preceduto il vertice di Madrid, infatti, ha insistito con i suoi partner dell’Alleanza affinché i due territori coloniali venissero esplicitamente citati come protetti dall’ombrello della difesa collettiva in caso di attacco, sulla base di quanto previsto dell’Articolo 5 del Trattato Atlantico. Un’esplicita menzione del tema all’interno del nuovo Strategic Concept avrebbe concesso numerosi punti a Sánchez, delegittimando le richieste marocchine di restituzione dei due territori. Il Marocco è uno dei principali partner della Nato in tutta l’Africa – particolarmente prezioso ora che occorre contenere l’Algeria legata a Mosca o la presenza russa in Libia – ma Mohammed VI non potrebbe non tener conto di un simile pronunciamento da parte del Patto Atlantico.
Ma per non indispettire i marocchini gli statunitensi non hanno accettato del tutto le richieste di Madrid. Alla fine Sánchez si è dovuto accontentare di un riferimento indiretto e generico alla questione, ottenendo che nel Concetto Strategico fosse inserito un passaggio che recita: la Nato ha l’obiettivo di «difendere ogni centimetro del territorio alleato, preservando la sovranità e l’integrità territoriale di tutti gli aderenti». «Appare chiaro il concetto che la Nato difende ogni centimetro di tutti i paesi che ne fanno parte senza eccezione – ha spiegato Albares – Nei documenti non appaiono mai i nomi di città specifiche».
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08/06/2022
I “rigoristi” tedeschi vanno all’attacco della Spagna. L’amaro destino dei Pigs
Manfred Weber, leader tedesco del Partito Popolare europeo (Ppe), in una intervista al quotidiano spagnolo El Mundo, ha usato toni durissimi tornando a parlare il linguaggio dei falchi tedeschi nei confronti dei paesi Pigs.
In questo caso ha preso di mira la Spagna. Lo aveva già fatto ad aprile, poi a maggio in occasione della sua elezione qualche giorno fa a segretario del Ppe ed ora è tornato nuovamente alla carica contro il governo spagnolo.
Weber ha invitato la Commissione europea a estrarre il cartellino e “tenere d’occhio” ciò che il presidente del governo, Pedro Sanchez, sta facendo in Spagna, perchè, a suo avviso, l’Ue non potrebbe accettare un’altra crisi economica in quel paese.
Weber ha chiesto ai vertici di Bruxelles di verificare come il capo dell’esecutivo di Madrid stia spendendo i soldi del Recovery Fund (anche se la Spagna ha usato solo quelli a fondo perduto e non anche quelli a debito come ha fatto l‘Italia, ndr) che rappresenta “un grande sforzo di solidarietà europea” che può essere messo a rischio se dovesse ripresentarsi una prossima crisi.
“È stato difficile convincere i finlandesi e gli olandesi, i politici di tutti i partiti, a spendere così tanto denaro a livello europeo. Ma l’abbiamo fatto e il Ppe vi ha contribuito”, ha ammonito l’esponente conservatore.
“La Spagna è troppo importante per l’Europa e l’economia spagnola è troppo importante per l’euro”, ha aggiunto Weber. “In Italia vediamo un tasso di crescita e la volontà di riformare il Paese e di affrontare le sfide del momento. Non è quello che vedo oggi in Spagna. Vedo un approccio di sinistra, persino ideologico”, ha evidenziato il presidente del Ppe.
Con toni che richiamano quelli utilizzati contro la Grecia negli anni scorsi, Weber ha affermato che “Il rischio maggiore per i fondi europei è Sanchez. Non è Draghi, non sono altri, è la Spagna. È per questo che ci occuperemo di questo aspetto”, ha rimarcato Weber.
In merito alle ricette del Ppe per affrontare la crisi, Weber ha spiegato che è necessario “conciliare le aspirazioni di tutti” e, riferendosi al cambiamento climatico, ha sottolineato che ciò non può avvenire “contro l’occupazione” e con “proposte irrealistiche e ideologiche avanzate dai socialisti che danneggiano” la competitività. “Vogliamo la decarbonizzazione, ma non la deindustrializzazione nel nostro continente”.
Anche se appare evidente che l’attacco di Weber alla Spagna e al governo di Sanchez sia piuttosto strumentale e tesa a sostenere il Partito Popolare spagnolo, i toni e le modalità dell’intervista indicano che il partito dei falchi nella Ue sta rialzando la testa, e ancora una volta contro i paesi Pigs.
Fonte
In questo caso ha preso di mira la Spagna. Lo aveva già fatto ad aprile, poi a maggio in occasione della sua elezione qualche giorno fa a segretario del Ppe ed ora è tornato nuovamente alla carica contro il governo spagnolo.
Weber ha invitato la Commissione europea a estrarre il cartellino e “tenere d’occhio” ciò che il presidente del governo, Pedro Sanchez, sta facendo in Spagna, perchè, a suo avviso, l’Ue non potrebbe accettare un’altra crisi economica in quel paese.
Weber ha chiesto ai vertici di Bruxelles di verificare come il capo dell’esecutivo di Madrid stia spendendo i soldi del Recovery Fund (anche se la Spagna ha usato solo quelli a fondo perduto e non anche quelli a debito come ha fatto l‘Italia, ndr) che rappresenta “un grande sforzo di solidarietà europea” che può essere messo a rischio se dovesse ripresentarsi una prossima crisi.
“È stato difficile convincere i finlandesi e gli olandesi, i politici di tutti i partiti, a spendere così tanto denaro a livello europeo. Ma l’abbiamo fatto e il Ppe vi ha contribuito”, ha ammonito l’esponente conservatore.
“La Spagna è troppo importante per l’Europa e l’economia spagnola è troppo importante per l’euro”, ha aggiunto Weber. “In Italia vediamo un tasso di crescita e la volontà di riformare il Paese e di affrontare le sfide del momento. Non è quello che vedo oggi in Spagna. Vedo un approccio di sinistra, persino ideologico”, ha evidenziato il presidente del Ppe.
Con toni che richiamano quelli utilizzati contro la Grecia negli anni scorsi, Weber ha affermato che “Il rischio maggiore per i fondi europei è Sanchez. Non è Draghi, non sono altri, è la Spagna. È per questo che ci occuperemo di questo aspetto”, ha rimarcato Weber.
In merito alle ricette del Ppe per affrontare la crisi, Weber ha spiegato che è necessario “conciliare le aspirazioni di tutti” e, riferendosi al cambiamento climatico, ha sottolineato che ciò non può avvenire “contro l’occupazione” e con “proposte irrealistiche e ideologiche avanzate dai socialisti che danneggiano” la competitività. “Vogliamo la decarbonizzazione, ma non la deindustrializzazione nel nostro continente”.
Anche se appare evidente che l’attacco di Weber alla Spagna e al governo di Sanchez sia piuttosto strumentale e tesa a sostenere il Partito Popolare spagnolo, i toni e le modalità dell’intervista indicano che il partito dei falchi nella Ue sta rialzando la testa, e ancora una volta contro i paesi Pigs.
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23/04/2022
Spiati i dirigenti della Catalogna. Il governo spagnolo elusivo nel dare risposte
Anche il presidente della Generalitat della Catalogna e altri dirigenti indipendentisti sono stati spiati attraverso il sistema israeliano “Pegasus”. Pegasus è un software concepito per aggirare le difese degli degli smartphone Apple e Android. Gli attacchi lasciano pochissime tracce.
Le tradizionali misure – password ordinarie e complesse – sono scarsamente utili. Pegasus può insinuarsi rubando foto, registrazioni, dati relativi alla localizzazione, telefonate, password, registri di chiamata, post pubblicati sui social. Il programma può anche attivare telecamera e microfono dello smartphone.
I ricercatori di Citizen Lab hanno scoperto che il famigerato spyware Pegasus è stato utilizzato per infettare gli smartphone di almeno 65 politici catalani, tra cui alcuni membri del Parlamento europeo. Ciò è avvenuto tra il 2017 e il 2020, sfruttando vulnerabilità di iOS e SMS. Il Parlamento europeo sta istituendo una commissione d’inchiesta sullo scandalo Pegasus. Ci sono sempre più prove che questo programma sia stato usato per spiare politici, giornalisti e attivisti in diversi Stati membri.
Pegasus è il prodotto di punta della NSO Group, un’azienda israeliana leader nella produzione di spyware, ed è stato concepito per insinuarsi negli iPhone e negli apparecchi Android.
“Il cosidetto ‘Catalangate’ è diventata uno dei più grandi casi di spionaggio politico nell’Europa occidentale e probabilmente in tutti i paesi democratici del mondo” scrive il quotidiano spagnolo Publico.
“Forse le conseguenze politiche non saranno paragonabili ad altri precedenti che hanno segnato la storia contemporanea, come il Watergate, ma avrà senza dubbio un impatto sulla politica spagnola con una probabile tensione nella maggioranza che sostiene il governo del PSOE e dell’UP. E minando il rapporto tra Generalitat e Moncloa. A meno che non vengano fornite spiegazioni e non vengano sanzionate le responsabilità”.
Il presidente della Catalogna, Pére Aragones, nonostante quanto emerso, non pensa di interrompere il tavolo di dialogo intrapreso con il governo spagnolo ma chiede “spiegazioni”. In un’intervista all’emittente radiofonica Cadena Ser, Aragones è intervenuto sul caso di spionaggio nei confronti di diversi dirigenti indipendentisti catalani attraverso il programma Pegasus.
Allo stesso tempo il presidente della Catalogna ha chiesto all’esecutivo spiegazioni che finora sono state “insufficienti e controproducenti” per recuperare la fiducia.
Aragones ha accusato il governo di essere stato “elusivo” fino a questo momento. “Immaginate se il presidente spiato fosse quello della Galizia, cosa accadrebbe? Tutti possono immaginare che ci sarebbe uno scandalo molto più grande e si chiederebbero spiegazioni”, ha sottolineato il leader catalano che a Madrid ha incontrato i rappresentanti dei partiti coinvolti nel presunto caso di spionaggio.
Ieri la ministra delle Difesa spagnola, Margarita Robles, aveva dichiarato che le azioni del Centro nazionale d’intelligence (Cni) sono sempre soggette alla legislazione vigente, respingendo in questo modo le accuse mosse “senza prove” dato che tutte le azioni del Cni sono segrete e “non possono essere difese”.
Fonte
Le tradizionali misure – password ordinarie e complesse – sono scarsamente utili. Pegasus può insinuarsi rubando foto, registrazioni, dati relativi alla localizzazione, telefonate, password, registri di chiamata, post pubblicati sui social. Il programma può anche attivare telecamera e microfono dello smartphone.
I ricercatori di Citizen Lab hanno scoperto che il famigerato spyware Pegasus è stato utilizzato per infettare gli smartphone di almeno 65 politici catalani, tra cui alcuni membri del Parlamento europeo. Ciò è avvenuto tra il 2017 e il 2020, sfruttando vulnerabilità di iOS e SMS. Il Parlamento europeo sta istituendo una commissione d’inchiesta sullo scandalo Pegasus. Ci sono sempre più prove che questo programma sia stato usato per spiare politici, giornalisti e attivisti in diversi Stati membri.
Pegasus è il prodotto di punta della NSO Group, un’azienda israeliana leader nella produzione di spyware, ed è stato concepito per insinuarsi negli iPhone e negli apparecchi Android.
“Il cosidetto ‘Catalangate’ è diventata uno dei più grandi casi di spionaggio politico nell’Europa occidentale e probabilmente in tutti i paesi democratici del mondo” scrive il quotidiano spagnolo Publico.
“Forse le conseguenze politiche non saranno paragonabili ad altri precedenti che hanno segnato la storia contemporanea, come il Watergate, ma avrà senza dubbio un impatto sulla politica spagnola con una probabile tensione nella maggioranza che sostiene il governo del PSOE e dell’UP. E minando il rapporto tra Generalitat e Moncloa. A meno che non vengano fornite spiegazioni e non vengano sanzionate le responsabilità”.
Il presidente della Catalogna, Pére Aragones, nonostante quanto emerso, non pensa di interrompere il tavolo di dialogo intrapreso con il governo spagnolo ma chiede “spiegazioni”. In un’intervista all’emittente radiofonica Cadena Ser, Aragones è intervenuto sul caso di spionaggio nei confronti di diversi dirigenti indipendentisti catalani attraverso il programma Pegasus.
Allo stesso tempo il presidente della Catalogna ha chiesto all’esecutivo spiegazioni che finora sono state “insufficienti e controproducenti” per recuperare la fiducia.
Aragones ha accusato il governo di essere stato “elusivo” fino a questo momento. “Immaginate se il presidente spiato fosse quello della Galizia, cosa accadrebbe? Tutti possono immaginare che ci sarebbe uno scandalo molto più grande e si chiederebbero spiegazioni”, ha sottolineato il leader catalano che a Madrid ha incontrato i rappresentanti dei partiti coinvolti nel presunto caso di spionaggio.
Ieri la ministra delle Difesa spagnola, Margarita Robles, aveva dichiarato che le azioni del Centro nazionale d’intelligence (Cni) sono sempre soggette alla legislazione vigente, respingendo in questo modo le accuse mosse “senza prove” dato che tutte le azioni del Cni sono segrete e “non possono essere difese”.
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17/08/2020
Spagna - Operazione “salvare la corona”
I fatti erano noti da mesi e facevano presagire una mossa della famiglia reale volta a mettere la corona al riparo dall’ultimo scandalo che minacciava non solo di travolgere il re emerito Juan Carlos (indagato in Svizzera e in Spagna per riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale e corruzione) ma anche di far traballare il trono del figlio Filippo.
La trama era stata scoperta da alcune inchieste giornalistiche inglesi e svizzere, che ne avevano rivelato i dettagli, mentre Filippo VI cercava di prendere le distanze dal padre e annacquare la vicenda.
Ma è difficile mettere la sordina ai cento milioni di dollari che nel 2008 sarebbero transitati dalla monarchia saudita al conto svizzero dell’ex sovrano e approdati alla fondazione Lucum, una entità finanziaria con sede a Panama e ora chiusa, il cui beneficiario risultava essere, dopo Juan Carlos, l’attuale re Filippo VI, secondo quanto rivelato dal quotidiano inglese The Telegraph.
La somma sarebbe stata una commissione in nero legata all’aggiudicazione dei lavori dell’alta velocità da Medina a La Mecca a un consorzio di imprese spagnole.
La necessità di arginare la prevedibile indignazione dell’opinione pubblica (la cui fiducia nella monarchia è scesa in Catalunya a livelli minimi, dietro la chiesa e le banche) è così all’origine della pezza cucita dal governo e da Filippo VI alla istituzione più rappresentativa del regime del ’78: la fuga del re emerito non è un gesto impulsivo e disperato, ma un’operazione dei più alti poteri dello stato, preparata con cura per salvare una corona sempre più sommersa dalla corruzione.
Come in un gioco di prestigio, il governo PSOE-Podemos ne ha organizzato la sparizione esibendosi in una imbarazzante commedia delle parti. In un primo momento il segretario del PSOE, rispondendo alla domanda se era a conoscenza della mossa del re emerito, ha dichiarato che “i nostri uffici sono discreti. Tra la mia persona e la casa reale c’è una riservatezza che intendo preservare”, lasciando intendere di sapere più di quanto era disposto a raccontare.
La reazione sdegnata non solo dei partiti indipendentisti di tutto lo Stato (ERC, CUP, BNG, EH Bildu...), ma anche dei soci di governo, ha costretto i socialisti a correggere il tiro, affermando tardivamente di non aver accordato con la casa reale la fuga dell’anziano ex governante. Ma tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza del re emerito viene gestito direttamente dal ministero dell’interno, attualmente occupato dal socialista Fernando Grande-Marlaska.
Per quanto riguarda il ruolo svolto da Podemos nella vicenda, nonostante il partito vanti la vicepresidenza del governo (occupata da Pablo Iglesias) e sia dunque presumibilmente al corrente delle scelte del governo di coalizione, sembra aver potuto fare ben poco per evitare la fuga dell’anziano Borbone, mostrando una volta di più lo scarso peso specifico di cui gode nel governo.
A questo proposito è interessante l’opinione di uno storico militante dell’esquerra independentista, lo scrittore Julià de Jòdar, secondo il quale “Podemos è vittima di un miraggio: fare la politica del PCE di Carrllo durante la transizione. Lottare per ottenere un posto nell’establishment che l’establishment non ti concederà mai, perché se lo stato spagnolo ha una caratteristica distintiva (sia durante il franchismo che nella transizione) è l’anticomunismo. Chiunque si dica comunista non sarà mai accettato, né dalle élites economiche né dall’oligarchia politica”.
E nonostante abbia cercato disperatamente di smarcarsi dalla posizione di Sánchez, la formazione della sinistra spagnola è stata aspramente criticata dall’esquerra independentista.
Secondo Vidal Aragonés, deputato della CUP alla camera catalana, il repubblicanesimo di Podemos, privo di misure tattiche e strategiche per raggiungere l’obbiettivo, si riduce alla occasionale difesa di un simbolo, la repubblica spagnola, dietro il quale si nasconde la difesa dell’unità di Spagna. Perciò Aragonés ha ribadito la scommessa per la repubblica catalana, una rottura in grado di riaprire un processo di democratizzazione in tutto lo Stato.
La persistente corruzione e l’impunità della corona non sono che ulteriori elementi rivelatori del fallimento della transizione e mostrano tutti i limiti delle istituzioni liberaldemocratiche in Spagna (dove le famiglie arricchitesi col franchismo continuano a rappresentare l’élite economica del paese). Riproponendo la favola della transizione modello, Pedro Sánchez ha difeso la monarchia e la fuga di Juan Carlos affermando di considerare “pienamente vigente il patto costituzionale”.
Peccato che questo patto non abbia mai incluso una votazione popolare sull’istituzione monarchica, la cui legittimità risiede ancora nel regime franchista. Juan Carlos infatti accetta il titolo offertogli da Franco nel 1969 giurando con la seguente formula: “ricevo da Sua Eccellenza il Capo dello Stato e Generalissimo Franco la legittimità politica sorta il 18 luglio del 1936, in mezzo a tanto patimento, triste ma necessario perché la nostra patria recuperi nuovamente il suo destino”.
Difficile essere più chiari. Una fedeltà al fascismo spagnolo che i partiti democratici ingoiarono all’epoca come un rospo, ribadita solennemente da Juan Carlos dopo la morte del Generalissimo, quando il Borbone sale al trono e giura “nel ricordo emozionato di Franco” di “difendere i principi fondamentali del movimiento nacional”.
“Repubblica sí, sempre, però catalana, come unica garanzia di un nuovo patto istituzionale che non si porti dietro né i fantasmi della dittatura né le oligarchie inamovibili”, ha affermato la deputata della CUP a Madrid Mireia Vehí.
E gli anticapitalisti e indipendentisti catalani hanno rilanciato la loro proposta radicale per le prossime settimane proponendo una serie di misure per cambiare le condizioni delle classi popolari: esproprio di tutte le risorse sanitarie private e servizi pubblici al 100%, fine delle esternalizzazioni, abolizione della riforma del lavoro e riduzione dell’orario, nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, esproprio delle proprietà immobiliari degli istituti finanziari e alloggio degno per tutti, istituzione di una banca pubblica, esercizio del diritto all’autodeterminazione dei Països Catalans e uscita dall’Unione Europea.
Per la CUP, infatti, il recente accordo di Bruxelles è in perfetta continuità con le ricette liberiste seguite da decenni dai governi europei che, secondo gli anticapitalisti e indipendentisti catalani, semplicemente “vogliono sostituire gli uomini in nero della Troika con quelli grigi dei paesi frugali”.
Perciò la CUP ritiene più che mai necessario difendere la sovranità dei popoli davanti alla UE, al capitale finanziario (rappresentato dall’Íbex35, il principale indice di borsa spagnolo) e allo stato. Istituzioni davanti alle quali per la formazione dell’esquerra independentista “non c’è altra soluzione che l’autodeterminazione”.
Il video del giuramento di Juan Carlos si trova a questo indirizzo.
Nel 2018, un collettivo di musicisti formatosi per l’occasione compose l’evocativo singolo Los Borbones son unos ladrones, in solidarietà con i rapper Pablo Hasél e Valtònyc, accusati di istigazione al terrorismo e ingiuria alla corona: il video, girato nella prigione franchista recentemente dimessa della Model di Barcellona, si può vedere qui.
Fonte
La trama era stata scoperta da alcune inchieste giornalistiche inglesi e svizzere, che ne avevano rivelato i dettagli, mentre Filippo VI cercava di prendere le distanze dal padre e annacquare la vicenda.
Ma è difficile mettere la sordina ai cento milioni di dollari che nel 2008 sarebbero transitati dalla monarchia saudita al conto svizzero dell’ex sovrano e approdati alla fondazione Lucum, una entità finanziaria con sede a Panama e ora chiusa, il cui beneficiario risultava essere, dopo Juan Carlos, l’attuale re Filippo VI, secondo quanto rivelato dal quotidiano inglese The Telegraph.
La somma sarebbe stata una commissione in nero legata all’aggiudicazione dei lavori dell’alta velocità da Medina a La Mecca a un consorzio di imprese spagnole.
La necessità di arginare la prevedibile indignazione dell’opinione pubblica (la cui fiducia nella monarchia è scesa in Catalunya a livelli minimi, dietro la chiesa e le banche) è così all’origine della pezza cucita dal governo e da Filippo VI alla istituzione più rappresentativa del regime del ’78: la fuga del re emerito non è un gesto impulsivo e disperato, ma un’operazione dei più alti poteri dello stato, preparata con cura per salvare una corona sempre più sommersa dalla corruzione.
Come in un gioco di prestigio, il governo PSOE-Podemos ne ha organizzato la sparizione esibendosi in una imbarazzante commedia delle parti. In un primo momento il segretario del PSOE, rispondendo alla domanda se era a conoscenza della mossa del re emerito, ha dichiarato che “i nostri uffici sono discreti. Tra la mia persona e la casa reale c’è una riservatezza che intendo preservare”, lasciando intendere di sapere più di quanto era disposto a raccontare.
La reazione sdegnata non solo dei partiti indipendentisti di tutto lo Stato (ERC, CUP, BNG, EH Bildu...), ma anche dei soci di governo, ha costretto i socialisti a correggere il tiro, affermando tardivamente di non aver accordato con la casa reale la fuga dell’anziano ex governante. Ma tutto ciò che ha a che fare con la sicurezza del re emerito viene gestito direttamente dal ministero dell’interno, attualmente occupato dal socialista Fernando Grande-Marlaska.
Per quanto riguarda il ruolo svolto da Podemos nella vicenda, nonostante il partito vanti la vicepresidenza del governo (occupata da Pablo Iglesias) e sia dunque presumibilmente al corrente delle scelte del governo di coalizione, sembra aver potuto fare ben poco per evitare la fuga dell’anziano Borbone, mostrando una volta di più lo scarso peso specifico di cui gode nel governo.
A questo proposito è interessante l’opinione di uno storico militante dell’esquerra independentista, lo scrittore Julià de Jòdar, secondo il quale “Podemos è vittima di un miraggio: fare la politica del PCE di Carrllo durante la transizione. Lottare per ottenere un posto nell’establishment che l’establishment non ti concederà mai, perché se lo stato spagnolo ha una caratteristica distintiva (sia durante il franchismo che nella transizione) è l’anticomunismo. Chiunque si dica comunista non sarà mai accettato, né dalle élites economiche né dall’oligarchia politica”.
E nonostante abbia cercato disperatamente di smarcarsi dalla posizione di Sánchez, la formazione della sinistra spagnola è stata aspramente criticata dall’esquerra independentista.
Secondo Vidal Aragonés, deputato della CUP alla camera catalana, il repubblicanesimo di Podemos, privo di misure tattiche e strategiche per raggiungere l’obbiettivo, si riduce alla occasionale difesa di un simbolo, la repubblica spagnola, dietro il quale si nasconde la difesa dell’unità di Spagna. Perciò Aragonés ha ribadito la scommessa per la repubblica catalana, una rottura in grado di riaprire un processo di democratizzazione in tutto lo Stato.
La persistente corruzione e l’impunità della corona non sono che ulteriori elementi rivelatori del fallimento della transizione e mostrano tutti i limiti delle istituzioni liberaldemocratiche in Spagna (dove le famiglie arricchitesi col franchismo continuano a rappresentare l’élite economica del paese). Riproponendo la favola della transizione modello, Pedro Sánchez ha difeso la monarchia e la fuga di Juan Carlos affermando di considerare “pienamente vigente il patto costituzionale”.
Peccato che questo patto non abbia mai incluso una votazione popolare sull’istituzione monarchica, la cui legittimità risiede ancora nel regime franchista. Juan Carlos infatti accetta il titolo offertogli da Franco nel 1969 giurando con la seguente formula: “ricevo da Sua Eccellenza il Capo dello Stato e Generalissimo Franco la legittimità politica sorta il 18 luglio del 1936, in mezzo a tanto patimento, triste ma necessario perché la nostra patria recuperi nuovamente il suo destino”.
Difficile essere più chiari. Una fedeltà al fascismo spagnolo che i partiti democratici ingoiarono all’epoca come un rospo, ribadita solennemente da Juan Carlos dopo la morte del Generalissimo, quando il Borbone sale al trono e giura “nel ricordo emozionato di Franco” di “difendere i principi fondamentali del movimiento nacional”.
“Repubblica sí, sempre, però catalana, come unica garanzia di un nuovo patto istituzionale che non si porti dietro né i fantasmi della dittatura né le oligarchie inamovibili”, ha affermato la deputata della CUP a Madrid Mireia Vehí.
E gli anticapitalisti e indipendentisti catalani hanno rilanciato la loro proposta radicale per le prossime settimane proponendo una serie di misure per cambiare le condizioni delle classi popolari: esproprio di tutte le risorse sanitarie private e servizi pubblici al 100%, fine delle esternalizzazioni, abolizione della riforma del lavoro e riduzione dell’orario, nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia, esproprio delle proprietà immobiliari degli istituti finanziari e alloggio degno per tutti, istituzione di una banca pubblica, esercizio del diritto all’autodeterminazione dei Països Catalans e uscita dall’Unione Europea.
Per la CUP, infatti, il recente accordo di Bruxelles è in perfetta continuità con le ricette liberiste seguite da decenni dai governi europei che, secondo gli anticapitalisti e indipendentisti catalani, semplicemente “vogliono sostituire gli uomini in nero della Troika con quelli grigi dei paesi frugali”.
Perciò la CUP ritiene più che mai necessario difendere la sovranità dei popoli davanti alla UE, al capitale finanziario (rappresentato dall’Íbex35, il principale indice di borsa spagnolo) e allo stato. Istituzioni davanti alle quali per la formazione dell’esquerra independentista “non c’è altra soluzione che l’autodeterminazione”.
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Il video del giuramento di Juan Carlos si trova a questo indirizzo.
Nel 2018, un collettivo di musicisti formatosi per l’occasione compose l’evocativo singolo Los Borbones son unos ladrones, in solidarietà con i rapper Pablo Hasél e Valtònyc, accusati di istigazione al terrorismo e ingiuria alla corona: il video, girato nella prigione franchista recentemente dimessa della Model di Barcellona, si può vedere qui.
Fonte
25/04/2020
Spagna - Si organizza la ripartenza, assimettrica ma centralizzata
Nel Regno di Spagna, l’alleanza di governo tra Psoe e Podemos annuncia la costituzione di una Comisión de Reconstrucción, “Commissione per la ricostruzione”, per pianificare la ripartenza del paese.
Inoltre, il ministro della salute, Salvador Illa, ha annunciato l’incontro tra le autorità del Ministero con i rappresentanti delle Comunità autonome per affrontare le misure per la prossima fase della lotta al coronavirus.
Lunedì scorso, dopo giorni di silenzio e di polemiche inviate a mezzo stampa, il premier Pedro Sanchez (Psoe) aveva raggiunto un “accordo verbale” per via telematica con il leader del “Partido popular” (Pp) Pablo Casado in merito alla nascita della Comisión.
Gli obiettivi della Commissione annunciati al Congresso nella mattinata di venerdì sono quattro: rafforzare la salute pubblica; modernizzare il modello produttivo spagnolo; rafforzare la protezione sociale, la cura e migliorare la fiscalità; ridefinire la posizione della Spagna nei confronti dell’Unione europea.
Questo nuovo “forum parlamentare”, la cui istituzione ufficiale dipende ora dalla riunione dell’Ufficio di presidenza del Congresso prevista per martedì prossimo, ha come fine quello di ricevere le proposte dei vari gruppi che lo compongono, discutere e concordare conclusioni sulle misure da intraprendere per la ricostruzione economica e sociale del Regno, flagellato dalla crisi del covid-19.
Come riportato dagli organi d’informazione nazionali, la Commissione non avrà natura permanente, e sarà composta da 46 membri dei diversi gruppi della Camera, con la presenza di tutti i partiti che hanno ottenuto un rappresentante alle ultime elezioni, il cui voto sarà pero ponderato alle effettive forze presenti nelle sedute plenarie del Parlamento.
L’esecutivo affida dunque a una sorta di “parlamentino” la discussione sulla cosiddetta “fase 2”, e nel farlo trova un’unità d’intenti nell’accoppiata Psoe-Podemos fino a oggi piuttosto deficitaria, con i secondi più impegnati a non incalzare l’operato del premier Sanchez che il contrario.
Agli immediati attacchi dei neofascisti di Vox contro la scelta governativa, fa da contraltare il silenzio fino a ora di Casado, messo alle strette da una mossa che invoca, sì, l’unità di azione tra tutte le forze politiche in capo, ma che di fatto con la ponderazione del voto replica la possibilità per il governo di andare diritto senza dover ascoltare le richieste dell’opposizione, certo fino ad ora volte più alla destabilizzazione della precaria maggioranza che non alla ricerca della “dialettica politica”.
In aggiunta, la proposta del duo Sanchez-Iglesias apre la porta alla creazione di accordi regionali o locali che vadano oltre le dinamiche registrate su scala nazionale. Le risposte delle Comunità locali non si sono fatte attendere, in generale “rafforzando” (con le dovute cautele) la scelta governativa.
In Andalusia, il presidente della Giunta Juan Manuel Moreno Bonilla (Pp, che governa in coalizione con Ciudadanos e con l’appoggio esterno di Vox), ha proposto un’alleanza di tutti i partiti. Gli ha fatto da eco la leader del Psoe andaluso, Susana Diaz. Nella Comunità valenciana, il presidente Ximo Puig (Psoe) ha offerto un patto politico a tutte le forze e agli agenti sociali una volta superato lo stato di allarme, mentre per il presidente del Principato delle Asturie, il socialista Adrian Barbon, la ripartenza deve coinvolgere anche l’opposizione, da lui già convocata per lettera.
Sulla falsa riga dell’unità nazionale invocata per le celebrazioni del 25 aprile nel nostro paese, l’esecutivo trova una misura per sorreggere la retorica dello “Stato unito” nella risposta alla pandemia, mantenendo il bandolo contro gli attacchi dell’opposizione conservatrice.
Bandolo, ossia centralizzazione delle scelte in questo passaggio di crisi profonda, testimoniata anche dal ministro della salute Salvador Illa sulla transizione verso «una nuova normalità», come l’ha definita Sanchez, rispetto alle misure di confinamento da mettere in atto da qui a breve termine per le Comunità autonome.
«Le regioni autonome avranno un ruolo molto importante da svolgere, e possono logicamente trasmetterci i loro suggerimenti. Ma sarà il governo a guidare il processo sulla base di alcuni indicatori», ha detto il ministro, sottolineando che sarà l’esecutivo centrale a determinare i criteri e le modalità per affrontare il processo di «de-escalation». In ogni caso, questa transizione sarà «asimmetrica per territorio, non necessariamente per Comunità», ha chiosato Illa.
Il superamento dei criteri comunitari per quelli territoriali elude l’autorità regionale, lasciando l’ultima parola al governo di Madrid, costantemente impegnato in questa pandemia a non lasciare nessuna autonomia di decisione ai governi regionali, in un’ottica prettamente nazionalistica dell’“unità degli spagnoli” come dimostrato dal continuo protagonismo pubblico concesso dalle Forze armate in questa crisi, diretta espressione del “regime del ‘78”.
Fonte
Inoltre, il ministro della salute, Salvador Illa, ha annunciato l’incontro tra le autorità del Ministero con i rappresentanti delle Comunità autonome per affrontare le misure per la prossima fase della lotta al coronavirus.
Lunedì scorso, dopo giorni di silenzio e di polemiche inviate a mezzo stampa, il premier Pedro Sanchez (Psoe) aveva raggiunto un “accordo verbale” per via telematica con il leader del “Partido popular” (Pp) Pablo Casado in merito alla nascita della Comisión.
Gli obiettivi della Commissione annunciati al Congresso nella mattinata di venerdì sono quattro: rafforzare la salute pubblica; modernizzare il modello produttivo spagnolo; rafforzare la protezione sociale, la cura e migliorare la fiscalità; ridefinire la posizione della Spagna nei confronti dell’Unione europea.
Questo nuovo “forum parlamentare”, la cui istituzione ufficiale dipende ora dalla riunione dell’Ufficio di presidenza del Congresso prevista per martedì prossimo, ha come fine quello di ricevere le proposte dei vari gruppi che lo compongono, discutere e concordare conclusioni sulle misure da intraprendere per la ricostruzione economica e sociale del Regno, flagellato dalla crisi del covid-19.
Come riportato dagli organi d’informazione nazionali, la Commissione non avrà natura permanente, e sarà composta da 46 membri dei diversi gruppi della Camera, con la presenza di tutti i partiti che hanno ottenuto un rappresentante alle ultime elezioni, il cui voto sarà pero ponderato alle effettive forze presenti nelle sedute plenarie del Parlamento.
L’esecutivo affida dunque a una sorta di “parlamentino” la discussione sulla cosiddetta “fase 2”, e nel farlo trova un’unità d’intenti nell’accoppiata Psoe-Podemos fino a oggi piuttosto deficitaria, con i secondi più impegnati a non incalzare l’operato del premier Sanchez che il contrario.
Agli immediati attacchi dei neofascisti di Vox contro la scelta governativa, fa da contraltare il silenzio fino a ora di Casado, messo alle strette da una mossa che invoca, sì, l’unità di azione tra tutte le forze politiche in capo, ma che di fatto con la ponderazione del voto replica la possibilità per il governo di andare diritto senza dover ascoltare le richieste dell’opposizione, certo fino ad ora volte più alla destabilizzazione della precaria maggioranza che non alla ricerca della “dialettica politica”.
In aggiunta, la proposta del duo Sanchez-Iglesias apre la porta alla creazione di accordi regionali o locali che vadano oltre le dinamiche registrate su scala nazionale. Le risposte delle Comunità locali non si sono fatte attendere, in generale “rafforzando” (con le dovute cautele) la scelta governativa.
In Andalusia, il presidente della Giunta Juan Manuel Moreno Bonilla (Pp, che governa in coalizione con Ciudadanos e con l’appoggio esterno di Vox), ha proposto un’alleanza di tutti i partiti. Gli ha fatto da eco la leader del Psoe andaluso, Susana Diaz. Nella Comunità valenciana, il presidente Ximo Puig (Psoe) ha offerto un patto politico a tutte le forze e agli agenti sociali una volta superato lo stato di allarme, mentre per il presidente del Principato delle Asturie, il socialista Adrian Barbon, la ripartenza deve coinvolgere anche l’opposizione, da lui già convocata per lettera.
Sulla falsa riga dell’unità nazionale invocata per le celebrazioni del 25 aprile nel nostro paese, l’esecutivo trova una misura per sorreggere la retorica dello “Stato unito” nella risposta alla pandemia, mantenendo il bandolo contro gli attacchi dell’opposizione conservatrice.
Bandolo, ossia centralizzazione delle scelte in questo passaggio di crisi profonda, testimoniata anche dal ministro della salute Salvador Illa sulla transizione verso «una nuova normalità», come l’ha definita Sanchez, rispetto alle misure di confinamento da mettere in atto da qui a breve termine per le Comunità autonome.
«Le regioni autonome avranno un ruolo molto importante da svolgere, e possono logicamente trasmetterci i loro suggerimenti. Ma sarà il governo a guidare il processo sulla base di alcuni indicatori», ha detto il ministro, sottolineando che sarà l’esecutivo centrale a determinare i criteri e le modalità per affrontare il processo di «de-escalation». In ogni caso, questa transizione sarà «asimmetrica per territorio, non necessariamente per Comunità», ha chiosato Illa.
Il superamento dei criteri comunitari per quelli territoriali elude l’autorità regionale, lasciando l’ultima parola al governo di Madrid, costantemente impegnato in questa pandemia a non lasciare nessuna autonomia di decisione ai governi regionali, in un’ottica prettamente nazionalistica dell’“unità degli spagnoli” come dimostrato dal continuo protagonismo pubblico concesso dalle Forze armate in questa crisi, diretta espressione del “regime del ‘78”.
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17/04/2020
Spagna - Riapertura industrie e nuovi “Patti della Moncloa”, Sanchez cerca l’unità che non esiste
Inizio della “fase 2” per l’industria e nuovi “Patti della Moncloa”, per affrontare il baratro economico-sociale che si va aprendo sotto i piedi del Regno di Spagna. Sono queste le due proposte su cui si è sviluppato il dibattito politico alla corte di “sua maestà” Felipe VI nell’ultima settimana.
Settimana caldissima, nella penisola iberica, dove il teatrino della politica assume i toni scomposti con cui siamo abituati a fare i conti anche nel nostro paese, ma conditi da quel sinistro sapore reazionario-nazionalistico spesso troppo goffo per essere invece credibile qui da noi, calcio a parte.
La settimana scorsa il premier Pedro Sanchez (Psoe) aveva annunciato una riunione con tutte le forze politiche per approntare un piano di uscita congiunto dalla crisi, che potesse rafforzare quell’unità nazionale fino a oggi riconosciuta solo nelle parole del Governo e nel protagonismo delle Fuerzas armadas de España per le strade e le tv del paese. Esercito che è un lascito diretto del fascismo franchista, così come lo è il padre del Re attuale, il “re emerito” Juan Carlos I, il Borbone.
La proposta del premier si ispira ai Patti della Moncloa dell’ottobre del 1977, durante la presidenza di Adolfo Suarez, con cui il paese, alle prese con un’inflazione galoppante, la crisi petrolifera e l’acuirsi delle lotte portate avanti dal movimento operaio, rispose alla dura congiuntura economica.
Nel palazzo madrileno i partiti legali misero appunto le linee guida per far fronte alla crisi senza consultare i sindacati, e quegli accordi economici furono il preludio alla più generale intesa costituzionale, perno della solo-formale transizione dal franchismo alla monarchia parlamentare.
A dispetto del nuovo assetto parlamentare e della costruzione delle Comunità autonome, non si registrò infatti alcun cambio nei vertici istituzionali, che concessero unilateralmente delle misure di democratizzazione della vita politica, senza intaccare il centro geografico e politico del potere: l’esecutivo post-franchista di Madrid.
Il precedente scelto dal “capo politico” del Psoe non è di certo uno di quelli neutrali, perché rimanda a un periodo di profondo smottamento sociale per il paese, risoltosi nelle torsioni su se stesse della maggior parte delle aspirazioni democratiche ed egalitarie delle comunità che abitano la penisola.
Ma, come anticipato, il teatrino della politica è sempre sul chi va là anche nel Regno, e l’uscita del Psoe ha dato nuova linfa alla destra all’opposizione, che soffia sul fuoco della destabilizzazione del governo, a sua volta alle prese con un calo dei consensi registrato nelle ultime settimane.
Il Partido popular (destra conservatrice) guidato da Pablo Casado, dopo aver rifiutato l’incontro di oggi per essere stato avvertito solo tramite la stampa del nuovo corso che si voleva imprimere, pare si incontrerà col premier solo la prossima settimana, ma ha già dichiarato di non aver nessuna fiducia nell’operato del governo, additando la proposta come una «manovra di distrazione di massa» dai madornali errori di gestione.
Contro la mancanza di dialogo si pronunciano anche alcuni degli alleati di Sanchez, come il Partido nacionalista vasco (Pnv), rappresentante delle borghesia della regione, tra i più duri critici delle restrizioni alla produzione imposte dal governo, e la Esquerra republicana de Catalunya (Erc), centro-sinistra indipendentista catalano, che assieme alla Generalitat della Comunità denuncia da settimane il “dirigismo” di Madrid nella gestione della pandemia.
Attacchi frontali invece tra Pablo Iglesias (Podemos) e i neofascisti di Vox, le due seconde formazioni più importanti rispettivamente della maggioranza e dell’opposizione, con il primo che ha richiamato il duo Pp-Vox a un abbassamento dei toni in rispetto della Carta costituzionale che garantisce la tenuto dello Stato attuale, mentre Vox ha chiesto direttamente le dimissioni de governo.
In questo clima da “botte da orbi”, le azioni di governo confermano tuttavia il “doppiopesismo” con cui si sta operando nei confronti del paese. Da una parte, il confinamento e le restrizioni individuali sono confermate fino al 10 maggio, mentre dall’inizio di questa settimana è iniziata la “fase 2” per una serie di settori produttivi non essenziali impossibilitati alla produzione fino alla scorsa Pasqua.
Seppure Sanchez neghi il superamento della prima fase, tuttavia appare tale la graduale riapertura per una serie di attività, nonostante la “curva” dei contagi sia ancora nel suo punto più alto (giorno più giorno meno): cui invece fa il paio il doppio registro – in piena sintonia con il fallimentare modus operandi del nostro governo – tenuto nei confronti delle libertà di spostamento individuali.
C’è da dire che il “Decreto reale” con cui si metteva in «letargo» l’economia del Regno era risultato un po’ più stringente di quello redatto dal nostro Consiglio dei ministri. Non tanto nelle attività “salvate” dalla chiusura, quanto nelle possibilità di chiedere la deroga mediante autocertificazione ai prefetti.
E allora questa misura sembra inserirsi propria in quella “faglia”, permettendo al settore industriale e delle costruzioni di riaprire i battenti, certo “rispettando” gli obblighi di indossare le mascherine, mantenere distanza di sicurezza e garantire sanificazione degli ambienti.
La Stampa riporta che già martedì, nella sola Comunità autonoma di Madrid, erano 300mila i lavoratori rientrati a pieno regime. Se non vi saltano immediatamente alla memoria i risultati di queste disposizioni in Val Seriana, leggete troppo poco questo giornale...
Alla soddisfazione della Confindustria spagnola (Ceoe), cui Sanchez ha chiesto anche una mediazione per convincere Casado a collaborare con la maggioranza, fanno da contraltare i gelidi numeri del secondo paese più colpito al mondo dal Covid-19.
A ieri si contavano 177mila contagi e più di 18mila decessi nel paese, triste secondo posto “europeo” che lo posiziona nel mondo oramai dietro solo agli Stati Uniti e l’Italia, pur con tutte le riserve del caso sui numeri ufficiali (diffidenza valida per i conteggi in tutti i Paesi).
Come se non bastasse, martedì ci ha pensato anche l’outlook del “Fondo monetario internazionale” ad allontanare la luce dal fondo del tunnel, prevedendo l’impennata del debito pubblico al 113% del Pil per il 2020. Non una buona notizia, qualora fosse confermata, in vista della contrattazione in corso sul “fronte europeo”, che pone l’area mediterranea sempre più alla mercé dei voleri dell’“osso tedesco”.
La “Settimana santa” è oramai alle spalle, ma la “passione” che invece investe le varie comunità del Regno fa ancora sentire tutto il suo peso.
E anche qui, come nello stivale, la fine non sembra dietro l’angolo.
Fonte
Settimana caldissima, nella penisola iberica, dove il teatrino della politica assume i toni scomposti con cui siamo abituati a fare i conti anche nel nostro paese, ma conditi da quel sinistro sapore reazionario-nazionalistico spesso troppo goffo per essere invece credibile qui da noi, calcio a parte.
La settimana scorsa il premier Pedro Sanchez (Psoe) aveva annunciato una riunione con tutte le forze politiche per approntare un piano di uscita congiunto dalla crisi, che potesse rafforzare quell’unità nazionale fino a oggi riconosciuta solo nelle parole del Governo e nel protagonismo delle Fuerzas armadas de España per le strade e le tv del paese. Esercito che è un lascito diretto del fascismo franchista, così come lo è il padre del Re attuale, il “re emerito” Juan Carlos I, il Borbone.
La proposta del premier si ispira ai Patti della Moncloa dell’ottobre del 1977, durante la presidenza di Adolfo Suarez, con cui il paese, alle prese con un’inflazione galoppante, la crisi petrolifera e l’acuirsi delle lotte portate avanti dal movimento operaio, rispose alla dura congiuntura economica.
Nel palazzo madrileno i partiti legali misero appunto le linee guida per far fronte alla crisi senza consultare i sindacati, e quegli accordi economici furono il preludio alla più generale intesa costituzionale, perno della solo-formale transizione dal franchismo alla monarchia parlamentare.
A dispetto del nuovo assetto parlamentare e della costruzione delle Comunità autonome, non si registrò infatti alcun cambio nei vertici istituzionali, che concessero unilateralmente delle misure di democratizzazione della vita politica, senza intaccare il centro geografico e politico del potere: l’esecutivo post-franchista di Madrid.
Il precedente scelto dal “capo politico” del Psoe non è di certo uno di quelli neutrali, perché rimanda a un periodo di profondo smottamento sociale per il paese, risoltosi nelle torsioni su se stesse della maggior parte delle aspirazioni democratiche ed egalitarie delle comunità che abitano la penisola.
Ma, come anticipato, il teatrino della politica è sempre sul chi va là anche nel Regno, e l’uscita del Psoe ha dato nuova linfa alla destra all’opposizione, che soffia sul fuoco della destabilizzazione del governo, a sua volta alle prese con un calo dei consensi registrato nelle ultime settimane.
Il Partido popular (destra conservatrice) guidato da Pablo Casado, dopo aver rifiutato l’incontro di oggi per essere stato avvertito solo tramite la stampa del nuovo corso che si voleva imprimere, pare si incontrerà col premier solo la prossima settimana, ma ha già dichiarato di non aver nessuna fiducia nell’operato del governo, additando la proposta come una «manovra di distrazione di massa» dai madornali errori di gestione.
Contro la mancanza di dialogo si pronunciano anche alcuni degli alleati di Sanchez, come il Partido nacionalista vasco (Pnv), rappresentante delle borghesia della regione, tra i più duri critici delle restrizioni alla produzione imposte dal governo, e la Esquerra republicana de Catalunya (Erc), centro-sinistra indipendentista catalano, che assieme alla Generalitat della Comunità denuncia da settimane il “dirigismo” di Madrid nella gestione della pandemia.
Attacchi frontali invece tra Pablo Iglesias (Podemos) e i neofascisti di Vox, le due seconde formazioni più importanti rispettivamente della maggioranza e dell’opposizione, con il primo che ha richiamato il duo Pp-Vox a un abbassamento dei toni in rispetto della Carta costituzionale che garantisce la tenuto dello Stato attuale, mentre Vox ha chiesto direttamente le dimissioni de governo.
In questo clima da “botte da orbi”, le azioni di governo confermano tuttavia il “doppiopesismo” con cui si sta operando nei confronti del paese. Da una parte, il confinamento e le restrizioni individuali sono confermate fino al 10 maggio, mentre dall’inizio di questa settimana è iniziata la “fase 2” per una serie di settori produttivi non essenziali impossibilitati alla produzione fino alla scorsa Pasqua.
Seppure Sanchez neghi il superamento della prima fase, tuttavia appare tale la graduale riapertura per una serie di attività, nonostante la “curva” dei contagi sia ancora nel suo punto più alto (giorno più giorno meno): cui invece fa il paio il doppio registro – in piena sintonia con il fallimentare modus operandi del nostro governo – tenuto nei confronti delle libertà di spostamento individuali.
C’è da dire che il “Decreto reale” con cui si metteva in «letargo» l’economia del Regno era risultato un po’ più stringente di quello redatto dal nostro Consiglio dei ministri. Non tanto nelle attività “salvate” dalla chiusura, quanto nelle possibilità di chiedere la deroga mediante autocertificazione ai prefetti.
E allora questa misura sembra inserirsi propria in quella “faglia”, permettendo al settore industriale e delle costruzioni di riaprire i battenti, certo “rispettando” gli obblighi di indossare le mascherine, mantenere distanza di sicurezza e garantire sanificazione degli ambienti.
La Stampa riporta che già martedì, nella sola Comunità autonoma di Madrid, erano 300mila i lavoratori rientrati a pieno regime. Se non vi saltano immediatamente alla memoria i risultati di queste disposizioni in Val Seriana, leggete troppo poco questo giornale...
Alla soddisfazione della Confindustria spagnola (Ceoe), cui Sanchez ha chiesto anche una mediazione per convincere Casado a collaborare con la maggioranza, fanno da contraltare i gelidi numeri del secondo paese più colpito al mondo dal Covid-19.
A ieri si contavano 177mila contagi e più di 18mila decessi nel paese, triste secondo posto “europeo” che lo posiziona nel mondo oramai dietro solo agli Stati Uniti e l’Italia, pur con tutte le riserve del caso sui numeri ufficiali (diffidenza valida per i conteggi in tutti i Paesi).
Come se non bastasse, martedì ci ha pensato anche l’outlook del “Fondo monetario internazionale” ad allontanare la luce dal fondo del tunnel, prevedendo l’impennata del debito pubblico al 113% del Pil per il 2020. Non una buona notizia, qualora fosse confermata, in vista della contrattazione in corso sul “fronte europeo”, che pone l’area mediterranea sempre più alla mercé dei voleri dell’“osso tedesco”.
La “Settimana santa” è oramai alle spalle, ma la “passione” che invece investe le varie comunità del Regno fa ancora sentire tutto il suo peso.
E anche qui, come nello stivale, la fine non sembra dietro l’angolo.
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08/01/2019
Le spese militari? Fanno bene all’economia e alla società. Parola di ministro “socialista”
La ministra della Difesa spagnola, Margarita Robles, ha fatto un appello allo sforzo negli investimenti militari per l’effetto positivo sull’intera economia nazionale. Il benessere e l’occupazione di tutta la nazione sono i beneficiari diretti dell’impegno a modernizzare l’Esercito, la Marina e la Guardia Civil. Una inquietante ambizione che si traduce in oltre 13 miliardi di euro investiti in questa area solo dal governo di Pedro Sanchez nei suoi sei mesi di permanenza alla Moncloa, anche se questi programmi di spesa verranno spalmati fino all’anno 2032 e, quindi, il loro costo sarà condiviso in tutti quegli esercizi.
La ministra Robles si è detta a favore di Forze Armate che abbiano capacità materiali e tecnologiche “adeguate e moderne” in un discorso nel Palazzo Reale alla presenza del Re e del Primo Ministro, Pedro Sanchez. Nella cerimonia davanti alle gerarchie militari, il ministro ha sottolineato l’impegno “fermo” alla modernizzazione delle Forze Armate Spagnole dopo l’approvazione, avvenuta a metà dicembre, di un investimento di 7,3 miliardi di euro in programmi come la costruzione di cinque fregate F-110, l’acquisto di 348 veicoli 8×8 Dragon e l’aggiornamento dell’aereo da combattimento europeo Eurofighter.
Si tratta del più ampio impegno di spesa nei programmi della Difesa dal 1997, necessaria, secondo Robles, “non solo per la difesa degli interessi della Spagna, ma come parte di una responsabilità collettiva e di un concerto internazionale con partner e alleati”. Il ministro ha anche sottolineato che questi programmi sono “di grande importanza per promuovere l’occupazione e il settore industriale”. “Le politiche statali, come quelle della Difesa, hanno un impatto reale sulla fiducia con cui viene visto il futuro ed hanno un effetto diretto sulla nostra vita quotidiana, sul nostro benessere e sulla creazione essenziale di occupazione”, ha aggiunto.
In totale, il governo socialista ha lanciato progetti militari per un valore globale vicino a 13 miliardi di euro in soli sei mesi. Con alcuni cambiamenti in alcuni progetti, si tratta più o meno degli stessi investimenti che il governo di destra del Partido Popular pensava di effettuare prima della mozione di censura in giugno. In effetti, è stato l’ex ministro della Difesa, María Dolores de Cospedal, a spiegare che durante lo scorso anno avrebbe dovuto essere lanciato un nuovo ciclo di spesa per i prossimi 15 anni.
Oltre all’aumento delle spese militari, la neo-ministra “socialista” Robles ha chiesto di mantenere le Forze Armate e la Guardia Civile “lontane da decisioni partigiane o congiunturali” per consentire la “massima stabilità” di una politica volta a “proteggere i cittadini e preservare il loro benessere e il libero esercizio dei loro diritti e libertà “.
Già a luglio il quotidiano ‘El Pais’, riferiva come la Spagna prevedeva di aumentare le proprie spese militari portandole al 2% del PIL, come concordato in ambito NATO e richiesto dal presidente statunitense Trump.
Pedro Sanchez, poche settimane dopo il suo insediamento, aveva confermato che si sarebbe fatto carico dell’impegno assunto dal suo predecessore Mariano Rajoy in occasione del summit della Nato tenutosi in Galles nel 2014.
Fonte
La ministra Robles si è detta a favore di Forze Armate che abbiano capacità materiali e tecnologiche “adeguate e moderne” in un discorso nel Palazzo Reale alla presenza del Re e del Primo Ministro, Pedro Sanchez. Nella cerimonia davanti alle gerarchie militari, il ministro ha sottolineato l’impegno “fermo” alla modernizzazione delle Forze Armate Spagnole dopo l’approvazione, avvenuta a metà dicembre, di un investimento di 7,3 miliardi di euro in programmi come la costruzione di cinque fregate F-110, l’acquisto di 348 veicoli 8×8 Dragon e l’aggiornamento dell’aereo da combattimento europeo Eurofighter.
Si tratta del più ampio impegno di spesa nei programmi della Difesa dal 1997, necessaria, secondo Robles, “non solo per la difesa degli interessi della Spagna, ma come parte di una responsabilità collettiva e di un concerto internazionale con partner e alleati”. Il ministro ha anche sottolineato che questi programmi sono “di grande importanza per promuovere l’occupazione e il settore industriale”. “Le politiche statali, come quelle della Difesa, hanno un impatto reale sulla fiducia con cui viene visto il futuro ed hanno un effetto diretto sulla nostra vita quotidiana, sul nostro benessere e sulla creazione essenziale di occupazione”, ha aggiunto.
In totale, il governo socialista ha lanciato progetti militari per un valore globale vicino a 13 miliardi di euro in soli sei mesi. Con alcuni cambiamenti in alcuni progetti, si tratta più o meno degli stessi investimenti che il governo di destra del Partido Popular pensava di effettuare prima della mozione di censura in giugno. In effetti, è stato l’ex ministro della Difesa, María Dolores de Cospedal, a spiegare che durante lo scorso anno avrebbe dovuto essere lanciato un nuovo ciclo di spesa per i prossimi 15 anni.
Oltre all’aumento delle spese militari, la neo-ministra “socialista” Robles ha chiesto di mantenere le Forze Armate e la Guardia Civile “lontane da decisioni partigiane o congiunturali” per consentire la “massima stabilità” di una politica volta a “proteggere i cittadini e preservare il loro benessere e il libero esercizio dei loro diritti e libertà “.
Già a luglio il quotidiano ‘El Pais’, riferiva come la Spagna prevedeva di aumentare le proprie spese militari portandole al 2% del PIL, come concordato in ambito NATO e richiesto dal presidente statunitense Trump.
Pedro Sanchez, poche settimane dopo il suo insediamento, aveva confermato che si sarebbe fatto carico dell’impegno assunto dal suo predecessore Mariano Rajoy in occasione del summit della Nato tenutosi in Galles nel 2014.
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