Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/11/2022
In Spagna una legge per la memoria della guerra civile
Dal canto loro, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, che bloccava alla frontiera spagnola grandi quantità di armi destinate ai repubblicani, avevano appena firmato gli accordi di Monaco con Germania e Italia e abbandonarono definitivamente al suo destino la Spagna repubblicana.
Le Brigate Internazionali furono salutate durante una grande sfilata a Barcellona, di cui si ricorda il discorso pronunciato da Dolores Ibarruri che si concluse con queste parole: “Voi siete la storia, Voi siete la leggenda, siete l’esempio eroico della solidarietà e dell’universalità della democrazia. Noi non vi dimenticheremo, e quando l’olivo della pace germoglierà di nuovo, intrecciando le sue foglie a quelle dell’alloro della vittoria della Repubblica spagnola, tornate!” [1]
Purtroppo, sappiamo che i volontari internazionali non tornarono e tanti tra loro ebbero un destino molto duro, in particolare i tedeschi, i polacchi e gli italiani che non poterono rientrare nel loro paese. Gli italiani, in particolare, finirono internati nei campi di concentramento francesi oppure finirono al confino in Italia e costituirono in seguito una colonna portante della Resistenza italiana, tanto che si è parlato di una Lunga Resistenza che unisce la guerra di Spagna e la Resistenza italiana [2].
Tuttavia, nei giorni scorsi il Parlamento spagnolo ha approvato, su iniziativa del governo, una “Legge di Memoria Democratica” che consente almeno ai discendenti dei volontari in Spagna che si impegnano a sostenere la memoria della guerra civile di ottenere la cittadinanza spagnola senza rinunciare a quella d’origine. Un provvedimento tardivo, ma certamente molto alto dal punto di vista simbolico.
Questa possibilità è estesa ai discendenti nati all’estero da genitori esuli dalla Spagna per le più varie ragioni politiche durante la guerra e anche nel periodo della dittatura. Egualmente, sono annullate tutte le condanne comminate in quel periodo per ragioni di carattere politico. Saranno anche previsti risarcimenti per le sentenze subite e per i periodi di lavori forzati a cui furono condannati gli oppositori del franchismo.
Un ulteriore aspetto riguarda la cancellazione di tutti i simboli del regime ancora esistenti e la revisione della toponomastica; inoltre la Valle de Los Caidos, enorme sacrario dei caduti falangisti, cambierà denominazione in Valle de Cuelgamuros.
Infine, un punto assai importante della legge prevede che lo stato spagnolo s’impegni nell’esumazione e nell’identificazione delle vittime delle stragi franchiste sinora non ritrovate e non identificate. Secondo il premier Sanchez si tratterebbe di oltre 114.000 persone sparite in fosse comuni.
Sino ad oggi, il lavoro di ricerca di tali caduti e la loro identificazione è stato sostenuto soltanto da associazioni private che curano la memoria della guerra, come è stato anche narrato nel recente film Madres Paralelas, di Pedro Almodovar.
Chi in Italia desiderasse avere informazioni e assistenza per ricerche sui propri cari dispersi nella guerra di Spagna o per ottenere la cittadinanza spagnola riservata ai discendenti dei volontari, può rivolgersi all’AICVAS, Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna scrivendo a aicvas.segreteria2@gmail.com.
Note
1) Alessandro Vaia: Da galeotto a generale, Milano, Teti Editore, p. 139.
2) Un importante documentario dal titolo, appunto, La Lunga Resistenza, di cui abbiamo già scritto in Contropiano, La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia – Contropiano è stato realizzato in Italia dall’AICVAS ed è disponile in rete al sito lalungaresistenza.it per qualunque iniziativa e per le scuole e i centri di formazione storica.
Fonte
26/05/2022
[Contributo al dibattito] - Il nuovo disordine mondiale / 14: Per disertare i due fronti, una riflessione
di Sandro Moiso
In tempi cupi di guerra, in cui i paragoni e i paralleli tra guerra in Ucraina, Resistenza e guerra civile spagnola si sprecano e mentre le tentazioni da tifoseria calcistica si infiammano tra quegli stessi militanti che semplicemente alla guerra dovrebbero opporsi senza voler a tutti costi prender parte allineandosi a uno dei due fronti in lotta, potrebbe essere utile la lettura di una ricerca condotta alcuni anni or sono da Mirella Mingardo sul dibattito, e le conseguenti scelte politiche, che si svolse tra le fila dei militanti comunisti italiani al deflagrare della guerra di Spagna.
In particolare la parte dedicata all’analisi che la Sinistra comunista italiana svolse in diretta sull’evoluzione dei fatti che avevano preceduto e accompagnato i primi momenti di quella guerra sulle pagine delle due riviste che la frazione italiana redigeva all’estero: «Prometeo» e «Bilan»1.
La Sinistra comunista, l’organizzazione che si richiamava al Partito comunista d’Italia negli anni della sua fondazione, prima che le imposizioni di Mosca ne cambiassero la natura, si poneva a sinistra del PCI. Quest’area, definita genericamente bordighista, con la scissione avvenuta al suo interno, nel luglio 1927, aveva visto una separazione tra il gruppo facente capo a Michelangelo Pappalardi – che si richiamava alle posizioni critiche di Rosa Luxemburg nei confronti del potere bolscevico – e la maggioranza facente capo a Ottorino Perrone, detto Vercesi, che per sfuggire alle persecuzioni fasciste riparò a Parigi nel 1926, divenendo il punto di riferimento dei compagni. Il gruppo di maggioranza, che si richiamava a Perrone, nel 1928 a Pantin, nelle vicinanze di Parigi, si costituì in frazione, e si definì “Frazione di sinistra del Partito comunista d’Italia”.
Il sollevamento degli operai spagnoli contro la rivolta militare che, nelle giornate di luglio del 1936, aveva dato inizio alla guerra civile, fu motivo di dibattito nella Frazione. Mentre una parte vedeva nell’insurrezione spontanea un inizio di rivoluzione, l’altra, al contrario, la riteneva un tumulto sanguinoso, impossibilitato a tramutarsi in una lotta rivoluzionaria. Tra i due gruppi prevalse quest’ultima corrente che, minoritaria da principio, divenne maggioritaria e faceva riferimento, oltre che a Perrone, a Virgilio Verdaro, che aveva partecipato alla fondazione del Pcd’I.
La maggioranza considerava la Spagna un paese capitalistico che, in quanto tale, avrebbe dovuto proiettarsi verso una rivoluzione comunista, ma mancava di un elemento essenziale: il partito rivoluzionario. Essa riteneva infatti che né il POUM né la CNT potevano dirsi forze realmente rivoluzionarie. Riteneva inoltre che il dirottamento delle masse proletarie, in rivolta contro la sollevazione nazionalista, nell’alveo del Fronte popolare e l’intervento dei paesi stranieri, Germania e Italia da una parte e URSS dall’altra, avevano ormai trasformato la guerra civile in guerra imperialista. Nel conflitto non vi erano due classi che si scontravano, ma due fazioni all’interno della stessa borghesia spagnola, con il sostegno dei due opposti blocchi imperialisti. Mentre Franco attaccava militarmente, le forze borghesi, che guidavano la Repubblica, manovravano e usavano i lavoratori, e li disarmavano ideologicamente.
In questo gioco il POUM e la CNT assumevano un ruolo importante nell’arruolamento degli operai per il fronte. Le due organizzazioni divenivano pertanto delle «pedine» nelle manovre del capitalismo che, per loro tramite, faceva «credere» al proletariato che si combatteva per il socialismo o l’anarchia. “Bilan”, il mensile della Frazione, pubblicato a Bruxelles dal 1933, metteva in luce come alla fine di luglio l’esercito repubblicano si fosse di fatto «dissolto», e come, invece, grazie al POUM, agli anarchici e al PSUC stalinista, il Partito socialista unificato della Catalogna, esso si fosse «ricostituito gradualmente con le colonne dei miliziani», il cui stato maggiore restava nettamente borghese.
Un motivo che, secondo la maggioranza della Frazione, induceva a sopravvalutare la sollevazione spagnola era dato soprattutto dagli esempi di collettivizzazione delle fabbriche e delle terre; in realtà questi episodi non potevano contribuire ad un rivolgimento sociale, in quanto non erano supportati da una rivoluzione politica per la conquista del potere sotto la guida del proletariato. «La socializzazione di un’impresa – ammoniva “Bilan” –, che lasci intatto l’apparato statale, costituisce l’anello di una catena che blocca il proletariato dietro il proprio nemico». Infine, le violenze e le distruzioni perpetrate contro i detentori di capitali, i preti, i proprietari fondiari, non avevano nulla di rivoluzionario: «La distruzione del capitalismo non è la distruzione fisica, anche se violenta delle persone che incarnano il regime, ma la distruzione del regime stesso».
In un momento in cui arruolarsi in difesa della libertà e contro il fascismo erano le parole d’ordine, il gruppo maggioritario contrapponeva, all’adesione al fronte repubblicano, la diserzione degli eserciti e invocava la fraternizzazione dei soldati, chiedendo di non andare ad offrire il proprio tributo nelle colonne internazionali e nelle milizie; raccomandava quindi di intraprendere la sola lotta possibile: la lotta contro la borghesia, favorendo l’insurrezione degli operai e la paralisi degli eserciti. «A chi ci dice che dobbiamo essere dove i proletari si battono, noi rispondiamo che combatteremo per ritirare fino all’ultimo operaio da queste armate di Unione Sacra, che lavorando accanitamente in Spagna e negli altri paesi, noi combattiamo per distruggere la macchina capitalista dell’oppressione, quella da cui sgorga fascismo ed antifascismo, per battere la borghesia, per cacciarla dalla comoda finestra che essa occupa attualmente e dove può fregarsi esultante le mani contemplando la carneficina del proletariato spagnolo ed internazionale.»
Un certo numero di militanti della Frazione, quelli che si ritrovavano nelle scelte della minoranza (sorta nel luglio del 1936 in occasione del dibattito sulla guerra in corso in Spagna, e facente riferimento ai napoletani Enrico Russo e a Mario De Leone, rifugiato a Marsiglia), partì invece per Barcellona dove fondò la Federazione Barcellonese della Frazione italiana della sinistra comunista e prese contatti con il POUM e con la CNT.
Giunto in Spagna, Enrico Russo, che era stato capitano durante la prima guerra mondiale, raccolse una cinquantina di compagni (circa venti trotskisti e una trentina di bordighisti italiani residenti in Belgio e in Francia), formando la “Colonna Internazionale Lenin” aderente al POUM, ne assunse il comando, andando a combattere sul fronte di Huesca. In agosto partì anche Mario De Leone, incaricato dalla Federazione marsigliese di recarsi in Catalogna come osservatore.
La minoranza di Russo e De Leone riteneva che le conquiste rivoluzionarie, economiche e sociali, delle giornate di luglio, fossero tali da imporre a ogni militante il dovere di battersi accanto al proletariato spagnolo contro il fascismo; poi la lotta sarebbe proseguita contro la democrazia e i suoi rappresentanti. Nella prima fase, scriveva un militante che si firmava Il Maremmano, «lotta armata contro la reazione che attacca e distrugge esistenze e organizzazioni, lotta politica contro la democrazia di fronte popolare e antifascismo denunziando al proletariato il ruolo che essa giuoca per salvaguardare le istituzioni borghesi ed i suoi privilegi, solo nella seconda fase quando il proletariato si sarà liberato della reazione di destra passare all’attacco frontale della democrazia che vorrà certamente opporsi alla distruzione completa delle istituzioni borghesi.»
Da principio, dinanzi a questa precisa scelta, non fu presa da parte della maggioranza, alcuna misura di espulsione. La minoranza, costituitasi in “Comitato di Coordinazione”, in un suo comunicato, approvava l’atteggiamento dei compagni che si erano recati in Spagna a difendere anche con le armi la rivoluzione, considerava già poste le condizioni per una scissione e rinviava la soluzione delle divergenze a un prossimo congresso. Ma in ottobre, con la militarizzazione delle milizie, i membri della minoranza che erano presenti in Spagna decisero di sciogliersi e, in seguito, la maggior parte di loro tornò in Francia2.
Quest’ultima parte è approfondita in un altro testo, di Augustín Guillamón Iborra, a cura del Centro Studi Pietro Tresso3, ma ciò che va qui sottolineato è che nel momento stesso in cui l’intervento dell’Internazionale Comunista stalinizzata e dell’URSS nella guerra spagnola iniziava a costruire strutture militari più rigide e autoritarie, mirando a inquadrare le formazioni militari “rivoluzionarie” all’interno di un esercito maggiormente controllato dalla borghesia spagnola e dagli inviati di Mosca, per i compagni che pur erano accorsi tra i primi a fianco dei proletari e contadini spagnoli apparve evidente il rintocco della campana a morto per tutta quella esperienza.
Campana a morto che risuonò tragicamente prima con le giornate di Barcellona durante le quali gli stalinisti imprigionarono e massacrarono i militanti del POUM e anarchici e, successivamente, nell’abbandono dei lavoratori spagnoli al loro destino dopo la sconfitta della Repubblica ad opera delle forze franchiste e la firma del trattato di non aggressione decennale Ribbentrop – Molotov, tra URSS e Germania nazista, il 23 agosto 1939.
Se in un primo momento il dibattito sviluppatosi all’interno della Frazione, i cui militanti dissidenti furono tra i primi a giungere in Spagna per combattere contro il fascismo di Franco, aveva dimostrato la complessità delle valutazioni di carattere tattico e strategico in un contesto in cui una guerra di carattere nazionalista e, successivamente, imperialista aveva contribuito alla sollevazione in armi degli operai e all’istituzione di consigli di fabbrica e comuni contadine che ridistribuivano le terre ai campesinos, la valutazione dell’abbandono del campo di battaglia da parte di coloro che pur avevano rotto con la Frazione agli albori della guerra dimostrò l’evidenza dell’inutilità della partecipazione ad una guerra che si era sviluppata a partire da esigenze borghesi o nazionaliste, in un contesto in cui i proletari e rivoluzionari, pur coraggiosissimi, avrebbero funzionato soltanto come carne da cannone.
Se tutto ciò è possibile dire oggi, ed era già possibile dire allora, in una situazione in cui l’attività e iniziativa proletaria e rivoluzionaria avevano per un periodo contribuito a determinare gli avvenimenti e ad accendere le speranze del proletariato europeo e internazionale, come si può pensare adesso, anche solo lontanamente, che lo stesso sacrificio possa essere messo in pratica da militanti, che si ritengono rivoluzionari, sia sul fronte del Donbass che su quello della “resistenza” ucraina, entrambi determinati da ben precisi interessi ed iniziativa di carattere imperiale, come l’altolà dato dal segretario generale della NATO Stoltemberg a Zelensky sulla possibilità di intavolare negoziati con la Russia ha confermato? Oppure si vuol ancora credere che nelle repubbliche indipendentiste sia in atto una nuova Comune, autonoma dalle scelte putiniane che hanno visto invece inquadrare nelle proprie operazioni militari le milizie di quelle due regioni?
Oltre tutto, l’unico parallelo che è oggi possibile tracciare con la guerra di Spagna è dato dal fatto che, esattamente come in quella, nell’attuale guerra si stanno sperimentando le tecniche, anche di comunicazione, e le armi destinate a contraddistinguere i futuri scenari di guerra europea e mondiale. Mettendo a confronto una tattica militare di carattere ancora novecentesco, come quella messa in atto dalle forze armate russe, con una più avanzata che gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti hanno messo fino ad ora in atto soltanto su scala ridotta4, ma ora utilizzata su scala allargata nei confronti di un esercito regolare “tradizionale”.
Allora, meglio meno ma meglio per un movimento che voglia dirsi ancora antagonista e che, per rimanere effettivamente tale, dovrà affidarsi al buon vecchio antimilitarismo di classe. Quello che incita alla diserzione e all’affratellamento dei militari degli eserciti contrapposti e alla successiva o contemporanea rivolta sociale contro i rispettivi governi, di cui alcuni episodi avvenuti sul campo e la fuga di migliaia di giovani sia dalla Russia che dall’Ucraina per sfuggire alla chiamata di leva, sempre meno pubblicizzati, tenderebbero già a dimostrare una seppur remota possibilità5.
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.(Giuseppe Ungaretti – Mariano, 15 luglio 1916)
(14 – continua)
Note
Mirella Mingardo, I comunisti italiani e la guerra civile spagnola. La stampa clandestina (1936 – 1939), Quaderni di pagine marxiste – serie bianca, Milano 2016, pp. 246 – qui anche la sua versione disponibile on line
Sintesi delle pp. 99 – 104 del testo di Mirella Mingardo
Augustín Guillamón Iborra, I bordighisti nella guerra civile spagnola, in “Quaderni del Centro studi Pietro Tresso, Serie: Studi e ricerche, n. 27, 1993
Ad esempio l’uso su larga scala degli omicidi mirati tramite missili e droni, utilizzata precedentemente nei confronti di leader e comandanti militari iraniani, libanesi e palestinesi, ma oggi adottata nei confronti dei vertici militari russi
Si veda, a titolo di esempio, Daniele Raineri, Quei soldati ucraini allo sbando nel bosco. “Morale a pezzi, vogliamo andare a casa”, «la Repubblica» 30 aprile 2022 oppure i vari episodi riguardanti i militari russi che si rifiuterebbero di combattere sabotando i propri mezzi e disobbedendo agli ordini impartiti dall’alto o, ancora, il sabotaggio degli uffici di reclutamento in Russia – qui
07/10/2021
Ricordando Norman Bethune
Il libro è una dettagliata biografia del famoso medico canadese Norman Bethune (1890-1939), che mise il suo sapere di affermato chirurgo prima al servizio delle classi popolari del Canada e in seguito dei combattenti repubblicani in Spagna e comunisti in Cina. Dopo la sua morte, nel 1939, Mao Ze Dong gli dedicò l’ appassionato ricordo In memoria di Norman Bethune.
Il libro è opera del giornalista Ted Allan, che di Bethune fu compagno nel Partito Comunista Canadese e nella guerra di Spagna e del suo collega Sidney Gordon e, diciamolo chiaramente, anche se di lettura piacevole e interessante, ha dei toni narrativi a volte piuttosto agiografici.
Probabilmente ciò è dovuto al momento in cui fu scritto, all’inizio degli anni cinquanta, quando la rivoluzione cinese era da poco terminata e celebrava i suoi eroi che avevano contributo alla vittoria dopo una lotta durata decenni.
Il libro fu pubblicato la prima volta in traduzione italiana da Feltrinelli, nel 1955 e in seguito, durante le lotte studentesche della fine degli anni sessanta e dell’inizio dei settanta, divenne un testo di riferimento per molti studenti di medicina che cercavano di dare un senso politico ai loro studi.
La presa di coscienza politica di Norman Bethune maturò in buona parte attraverso la sua esperienza professionale. Avendo aperto il proprio studio medico ai limiti di un quartiere popolare, si rese ben presto conto di come i poveri non avessero mezzi per pagarsi le cure, a volte anche quelle più semplici.
Cominciò a visitare e curare gratuitamente molte persone del popolo, mentre il suo studio e persino la sua casa divennero un punto di riferimento, poiché proprio nel suo domicilio, essendo attento anche all’educazione, aprì con una collaboratrice un atelier artistico per i piccoli del quartiere. Ciò comportò, purtroppo, la devastazione della casa-atelier da parte dei fascisti.
Colpito dalla tubercolosi, che gli costò la perdita di un polmone, approfondì lo studio della cura chirurgica di tale malattia, divenendo in breve un chirurgo toracico di fama, inventore tra l’altro di nuove tecniche e di nuovi strumenti.
Forse proprio l’essersi specializzato nella cura della TBC, una malattia dalle note implicazioni sociali, lo convinse della necessità di rivoluzionare i servizi sanitari, immaginando un sistema sanitario pubblico che non attenda che l’ammalato si rivolga, spesso tardivamente, per ragioni economiche, al medico.
Deve essere la sanità – pensava Bethune – ad andare per prima incontro al cittadino, possibilmente prima ancora che si ammali, con la prevenzione, e se è già ammalato, curarlo prima che sia troppo tardi. Una convinzione che fu rafforzata in Bethune dalla partecipazione a un convegno medico in URSS, che egli trasformò in un’occasione di inchiesta politica sulla sanità sovietica.
Fu proprio il sovrapporsi del suo forte impegno sociale alla sua fama di chirurgo che portò il comitato canadese per gli aiuti alla Spagna democratica a chiedergli di dirigere una missione medica finanziata con fondi raccolti da una sottoscrizione svolta in tutto il Canada.
Bethune non esitò ad accettare e poco tempo dopo partì. In Spagna egli svolse un lavoro sanitario massacrante, ed ebbe un rapporto particolarmente intenso con il comandante Carlos Contreras, l’italiano Vittorio Vidali, mentre maturava perplessità sulle indecisioni e le incertezze politico-militari del governo spagnolo.
Dal punto di vista strettamente sanitario, la grande innovazione portata da Bethune fu quella di avvicinare i punti di soccorso alle prime linee, per offrire assistenza immediata ai feriti, ma ancor più fu l’invenzione delle unità trasfusionali mobili.
Bethune aveva notato che un gran numero di soldati periva per dissanguamento, anche se le ferite di per sé non sarebbero state mortali. Per questo, creò le unità mobili che consentivano trasfusioni tempestive ai feriti.
Fu proprio Carlos Contreras che chiese a Bethune di rientrare in Canada dopo la battaglia di Guadalajara. Tale battaglia aveva dimostrato, secondo Carlos, che la guerra si poteva vincere disponendo di armi adeguate. Purtroppo i rifornimenti ai repubblicani erano scarsi.
Gran Bretagna, Francia e USA avevano dichiarato l’embargo e i soli aiuti dell’URSS non potevano bastare perché le navi sovietiche dovevano compiere un viaggio troppo lungo e pericoloso.
Per contro, Germania e Italia non lesinavano aiuti ai franchisti. Secondo Carlos, era più utile che Bethune rientrasse in America per cercare di mobilitare l’opinione pubblica in favore della Spagna e far mutare atteggiamento ai governi di Canada e USA.
Bethune esitò, ma alla fine accettò di lasciare la Spagna e per sette mesi si dedicò al suo compito di conferenziere a favore della causa repubblicana. Fu proprio durante una di tali conferenze che annunciò la sua iscrizione al Partito Comunista Canadese.
Bethune sarebbe tornato volentieri in Spagna, ma quando prese la decisione, un gruppo di medici americani lo aveva preceduto. Inoltre, il fronte cinese reclamava urgente aiuto. Bethune prese contatto con l’Associazione per la difesa della Cina, diretta dalla moglie del primo presidente cinese Sun Yat Sen, chiedendo che si formasse una colonna medica a sostegno dei combattenti cinesi.
Il periodo cinese dell’attività di Bethune fu anch’esso molto intenso. Le condizioni del paese erano di estrema povertà e le strutture sanitarie pressoché inesistenti. Inoltre, Bethune dovette rendersi conto che la cultura dei cinesi era ben diversa dalla sua. Per esempio, quando propose agli abitanti di un villaggio di donare il sangue per salvare la vita di un soldato ferito, dovette confrontarsi con la paura che la pratica trasfusionale, praticamente sconosciuta in Cina, provocava nei contadini.
Tuttavia egli non si perse d’animo e con molta sensibilità riuscì non solo a istituire delle unità mobili trasfusionali simili a quelle realizzate in Spagna ma anche a costruire un ospedale modello che divenne un punto di riferimento per lo sviluppo della sanità in Cina.
In Cina Bethune si dedicò particolarmente alla formazione del personale sanitario, assolutamente necessaria in una situazione in cui medici e infermieri erano pochi e spesso improvvisati. Lo fece sia formando direttamente il personale, sia scrivendo opuscoli e manuali che, tradotti, in cinese, furono largamente distribuiti.
Non credo di sbagliare dicendo che molto probabilmente Bethune è colui che ha posto le basi ideali per la politica di formazione dei “medici scalzi” che ebbero un ruolo fondamentale nella costruzione della sanità pubblica della Cina post rivoluzionaria.
Tali medici erano contadini che ricevevano una formazione sanitaria accelerata e che in seguito istruivano la popolazione in materia di igiene, profilassi, pianificazione familiare e curavano le malattie più comuni nelle campagne.
Bethune morì nel 1939, a causa di una sepsi dovuta a una ferita che si era provocato durante un intervento. Le sue spoglie riposano in Cina, in un piccolo mausoleo sulle cui pareti sono affisse diverse lapidi commemorative firmate dai più importanti comandanti delle armate rivoluzionarie cinesi.
Fonte
26/09/2019
La mozione Ue? Un’offesa anche ai volontari della Guerra di Spagna
Il 19 settembre 2019, il Parlamento Europeo ha approvato a maggioranza (535 voti a favore, 66 contrari, 52 astenuti) la Risoluzione “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. L’Aicvas – Associazione Italiana Combattenti Antifascisti di Spagna – denuncia le numerose e gravi inesattezze proprio dal punto di vista della memoria storica contenute nel documento, pieno di omissioni e infarcito di affermazioni inaccettabili.
Nella risoluzione si sostiene che la strada della Seconda Guerra Mondiale è stata aperta dal patto di non aggressione tedesco-sovietico (Patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto del 1939), senza citare, invece, il Patto di Monaco che, nel 1938, vide come protagonisti – oltre a Germania e Italia – anche Regno Unito e Francia, che consegnò di fatto la Cecoslovacchia alla Germania nazista.
Né una parola è stata dedicata alla politica di non intervento nella Guerra Civile spagnola sostenuta dal 1936, che naturalmente la Germania hitleriana e l’Italia fascista non rispettarono, il che permise l’instaurazione di un regime fascista in Spagna e il rafforzamento degli eserciti nazista e fascista.
Il documento prosegue invitando i Paesi membri a rifiutare attivamente ogni forma di totalitarismo, cosa sulla quale non possiamo che concordare, ma pone sullo stesso piano nazismo e comunismo.
Il quadro internazionale imposto dall’accordo di Yalta ha condizionato in diversi modi e gradi lo sviluppo democratico ed economico di molti Paesi. I cambiamenti geopolitici attuali permettono di criticare e denunciare i limiti di quell’accordo. Tuttavia, riteniamo questa equiparazione un’autentica sciocchezza dal punto di vista storico e una infamia, se si pensa al contributo enorme dei comunisti alla lotta di liberazione e alla costruzione di un’Europa democratica e solidale.
Si può pensare quello che si vuole del socialismo realizzato, dei suoi errori e delle sue tragedie, ma non si può ignorare che ci sono differenti modi di coniugare l’ideologia comunista, e non la si può liquidare identificandola unicamente con lo stalinismo e i suoi derivati, di cui furono soprattutto i comunisti le vittime principali.
Nella risoluzione, invece, è assente qualsiasi riferimento al ruolo dell’Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo, dimenticando che ha avuto 22 milioni di morti nella Seconda Guerra mondiale e che è stata l’Armata Rossa a liberare Auschwitz e a conquistare Berlino.
Lo scrittore americano Ernest Hemingway ebbe a dire: “Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti alla Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita”.
Comunque, ed è la cosa che più ci importa come associazione di memoria storica, il comunismo è stato concepito da milioni di uomini e donne come un ideale di libertà e di giustizia sociale. Questo ideale ha nutrito le lotte per l’emancipazione nei Paesi di appartenenza e la partecipazione alla guerra di liberazione in tutta Europa e non solo.
Tra le sue conclusioni, il documento invita i Paesi membri a rimuovere ogni riferimento simbolico, oltre che al nazismo, al comunismo.
Ci chiediamo che cosa avverrà dei monumenti che, specialmente nell’Europa dell’Est, commemorano la resistenza al nazismo e celebrano le vittorie dell’Armata Rossa.
La questione non è di secondaria importanza se si pensa che stanno per iniziare le celebrazioni della Seconda Guerra Mondiale e che la Russia, che ha cessato di richiamarsi al comunismo da lungo tempo, è stata esclusa da queste celebrazioni.
Il documento contiene anche un accenno a minacce esterne non meglio precisate, il che fa sorgere alcune preoccupazioni sugli attuali equilibri del continente europeo, rispetto ai quali sarebbe auspicabile una maggiore prudenza al fine di scongiurare il pericolo di ulteriori guerre.
L’AICVAS è l’associazione italiana che raccoglie l’eredità dei combattenti internazionalisti che accorsero in Spagna da 53 Paesi per difendere la Repubblica e scongiurare il pericolo del fascismo, costituendo l’esempio più luminoso di solidarietà internazionale. E proprio in quanto associazione di memoria storica, ribadendo la propria condanna di ogni totalitarismo, dichiara il proprio disaccordo nei confronti della Risoluzione del Parlamento Europeo, il proprio stupore per l’evidente ignoranza storica, la propria indignazione per la cancellazione del ruolo degli antifascisti nella sconfitta del nazismo, molti dei quali in Francia, in Belgio, in Italia, in Iugoslavia e in altri Paesi erano reduci delle Brigate Internazionali.
24 settembre 2019
Fonte
15/02/2019
La lunga Resistenza: dalla guerra di Spagna all’Italia
Il documentario ha come titolo La lunga Resistenza (ed è rintracciabile appunto al link www.lalungaresistenza.it) a sottolineare che la guerra di Spagna si pone come un antecedente in cui si formò politicamente e militarmente una parte consistente di quella che sarebbe stata, qualche anno dopo, la Resistenza italiana.
Forse basterebbe citare il nome di Luigi Longo, che delle brigate internazionali fu Commissario Generale per poi essere vice-comandante del Corpo Volontari della Libertà italiano e comandante delle brigate comuniste a rendere evidente tale continuità, ma nel documentario si citano molti altri volontari che ebbero un posto importante nella Resistenza e anche, in seguito, nella Repubblica Italiana, come Pietro Nenni, Giuliano Pajetta, Ilio Barontini, Antonio Roasio, Giuseppe Di Vittorio.
Sono molte, interessanti e vissute le testimonianze dirette dei combattenti, i più noti dei quali sono Giovani Pesce, che partecipò giovanissimo alla guerra di Spagna e Alessandro Vaia, ma molti altri come Anello Poma, Cesare Menarini, Italo Nicoletto contribuiscono a ricostruire un quadro palpitante di quella sfortunata quanto eroica impresa. Un’impresa che vide impegnati circa 5000 volontari italiani, inquadrati in maggior parte dapprima nel battaglione “Garibaldi” poi in una brigata mista italo–spagnola.
Diversi italiani, tuttavia, furono presenti in Spagna in altre formazioni, primo tra tutti Vittorio Vidali che contribuì in modo decisivo alla costituzione del famoso Quinto Reggimento considerato il “reggimento di ferro” dell’Esercito Popolare Spagnolo. Dato che l’Italia è un paese di emigranti, altri nostri connazionali fecero parte di brigate legate ai paesi dove vivevano e lavoravano al momento della guerra, come per esempio gli USA o il Belgio. Dei volontari italiani, almeno un quarto morì in combattimento.
Le Brigate Internazionali furono un modello nuovo di concepire la lotta militare. Composte da militanti di 53 diversi paesi, tanto che si dovettero organizzare brigate di gruppo linguistico per potersi facilmente capire nella rapidità delle azioni militari, superavano completamente le barriere etniche, di genere, di orientamento sessuale.
Furono molte le donne, anche se in genere non impiegate in combattimento, come la nota fotografa italiana Tina Modotti che in quell’occasione, tuttavia, abbandonò la macchina fotografica per assumere il ruolo d’infermiera. Oliver Law, comunista nero texano comandò una brigata di bianchi; George Nathan, inglese, fu stimato comandante anche se dichiaratamente omosessuale. Entrambi morirono in combattimento.
Da un punto di vista ideale, le Brigate Internazionali rappresentavano non singole forze politiche ma erano una proiezione dei Fronti Popolari degli anni trenta che si ergevano a barriera contro il fascismo dirompente in Europa.
I volontari delle Brigate Internazionali non furono i soli italiani a combattere in Spagna, poiché ci furono anche i cosiddetti volontari organizzati dal regime fascista, alcuni dei quali reclutati con l’inganno poiché credevano di essere diretti a lavorare nelle colonie, altri disoccupati in cerca di mezzi per vivere, che si aggiunsero a truppe anche regolari dell’esercito e dell’aviazione.
In ogni caso, già nella guerra di Spagna si trovarono ad affrontarsi italiani antifascisti e fascisti, soprattutto nella famosa battaglia di Guadalajara, conclusasi con le resa dei secondi. Uno scontro quindi inusuale, che diede luogo a episodi altrettanto inconsueti, come i comizi che, attraverso un grande megafono, Giuliano Pajetta, Luigi Longo e Teresa Noce tennero verso le linee nemiche, invitando gli italiani inquadrati nell’armata fascista a rinunciare a combattere e a disertare.
Nelle testimonianze dei volontari emerge, anche a distanza di decenni, il rimpianto per le sorti della battaglia dell’Ebro, che avrebbe potuto concludersi diversamente e cambiare le sorti della guerra se solo il governo francese non avesse bloccato i rifornimenti d’armi destinati alle Brigate Internazionali e all’esercito repubblicano. La battaglia terminò con la vittoria dei franchisti che disponevano di artiglieria pesante e del supporto aereo italiano e della famigerata Legione Condor tedesca, già responsabile del bombardamento di Guernica e di molte altre azioni.
Il grande divario di mezzi e di armamenti tra l’armata repubblicana e quella franchista, sostenuta dalla Germania nazista e dall’Italia fascista fu peraltro determinante lungo tutto il corso della guerra. Gli unici aiuti internazionali ai repubblicani giungevano dall’Unione Sovietica ma, seguendo la via del mare, compivano un viaggio lungo e pericoloso che non sempre arrivava a destinazione.
La speranza che Italia e Germania, causa l’approssimarsi di una guerra contro Gran Bretagna e Francia potessero abbandonare il sostegno militare ai franchisti fu in parte la ragione per cui Juan Negrin, capo del governo repubblicano, nel 1938 chiese la smobilitazione delle Brigate Internazionali. Negrin pensava, illudendosi, che il ritiro delle Brigate Internazionali avrebbe potuto distogliere Italia e Germania, impegnate su altri fronti, dalla Spagna.
Al contrario, la conferenza di Monaco, dove si dimostrò l’arrendevolezza delle potenze occidentali verso la Germania concesse di fatto a Hitler di poter continuare il suo impegno in Spagna. Quello di Negrin fu un errore politico e militare che tra l’altro mise in gravissima difficoltà quei componenti delle Brigate, come gli italiani, i tedeschi e i polacchi che non potevano rientrare nel loro paese poiché erano esuli politici. Per questi militanti, che dovettero riparare in Francia, si aprì quindi un periodo di sostanziale detenzione nei campi concentramento di tale paese, in condizioni assai dure1.
La difficoltà della vita nei campi non impedì comunque che vi si svolgesse un’intensa vita artistica e di studio organizzata dagli ex combattenti. Tuttavia, la durezza della situazione nei campi francesi era tale che alcuni internati riconsegnati all’Italia e inviati a Ventotene trovarono la vita del confino meno disagevole. Ventotene era il luogo dove si trovavano tutti i più importanti esponenti dell’antifascismo e fu per molti un’occasione di formazione politica nelle lunghe discussioni che i confinati, pur continuamente spiati e costretti ad accompagnarsi in non più di tre, riuscivano a sviluppare. Una formazione che, accompagnandosi a quella avuta in Spagna, forgiò quella generazione di quadri che, già sperimentata sui campi di battaglia iberici, fu decisiva per l’affermazione della Resistenza italiana.
Quando il Partito Comunista formò la prima direzione delle brigate partigiane, i soli Secchia e Giancarlo Pajetta non avevano mai combattuto, essendo tutti gli altri reduci dalla Spagna. Anche la struttura di comando delle brigate partigiane italiane fu ripresa da quella spagnola, peraltro già sperimentata nella rivoluzione russa. Questa struttura prevedeva la presenza di un commissario politico a fianco del comandante, a significare che ogni decisione militare andava valutata politicamente, ma anche che i componenti delle brigate avevano diritto al rispetto personale e che le loro esigenze e proposte dovevano essere ascoltate con criteri politici.
Si può quindi ben cogliere quanto fosse stato prefigurante il messaggio – Oggi in Spagna, domani in Italia! – lanciato da Radio Barcellona dal volontario e dirigente azionista Carlo Rosselli che purtroppo non poté partecipare personalmente alla liberazione italiana perché ucciso in Francia da sicari collegati ai fascisti, insieme al fratello Nello, già nel 1937.
Tra le iniziative dell’AIVACS c'è anche la pubblicazione del CD Al pueblo y a la flor, interpretato da La Desbandá (Massimo Sartori, Tiziana Cappellino e Ángeles Aguado López) che raccoglie vari canti della guerra di Spagna (tra cui l’inno della Brigata italiana “Garibaldi”) e anche della clandestinità del periodo franchista. Inoltre l’AIVACS ha anche collaborato, lo scorso anno, alla realizzazione di un pregevole doppio CD realizzato in collaborazione con l’“Istituto Ernesto De Martino per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario” che raccoglie ventisette canti della guerra di Spagna, sotto il titolo Spagna 36 un sogno che resiste.
I canti sono proposti in versioni e arrangiamenti curati da alcuni dei migliori protagonisti della musica popolare italiana come i Gang, Giovanna Marini, Sandra Boninelli, Gualtiero Bertelli e Yo yo mundi.
Note
1 La condizione vissuta in Francia dai reduci della guerra di Spagna è documenta in alcune opere autobiografiche, tra cui Teresa Noce: Rivoluzionaria professionale, Milano, La Pietra, 1974 e Alessandro Vaia: Da galeotto a generale, Milano, Teti, 1977
Fonte
27/03/2018
Douce France. Una testimonianza di Giuliano Pajetta sulla resistenza italiana in Francia
«Noi non siamo una setta di «uomini neri», siamo quadri, oggi necessariamente clandestini, di un partito che anche nell’illegalità più profonda è composto da uomini che vivono la vita umana di tutti i giorni e che devono essere a loro volta i quadri, i dirigenti di altri uomini comuni, semplici, molti dei quali ignorano non solo che noi esistiamo, ma perfino che sia possibile un simile tipo di vita»
Douce France di Giuliano Pajetta è la ricostruzione autobiografica della vita di questo militante politico comunista nel Sud della Francia durante il regime collaborazionista di Vichy.
Il volume inizia con la sua strana fuga in tram dal campo “di transito” di Les Milles (Marsiglia) nel febbraio del 1941 e termina con il suo arresto a Nizza insieme a Stefano Schiapparelli, alias “Willy”, nel maggio del 1942.
Come molti combattenti antifascisti volontari nella guerra civile spagnola a sostegno della giovane repubblica, Pajetta era stato “internato” dalla Francia repubblicana.
“Camen” – nome di battaglia di Pajetta – è stato il braccio destro di Luigi Longo, nominato a fine 1936, ispettore generale delle Brigate Internazionali in Spagna.
“Gallo”, cioè Longo, diverrà il responsabile politico di circa 50.000 volontari provenienti da 52 paesi, Pajetta gli farà da segretario e lo aiuterà nei rapporti con il PCE, il partito comunista spagnolo.
L’esperienza di Pajetta nella penisola iberica dal ’37 al ‘39 è narrata sotto forma di diario nei suoi Ricordi di Spagna.
Come spiega l’autore stesso nell’introduzione del libro egli scrive con il linguaggio che si usava allora: il tono, un po’ «guascone» mi sarà perdonato da chi vorrà ricordare che allora avevo poco più che 21 anni.
A quell’età Pajetta si trova a ricoprire un incarico di grande responsabilità, descritto da Longo stesso nel suo Storia delle Brigate Internazionali, al fianco di uno dei maggiori dirigenti del comunismo italiano, a cui il movimento comunista internazionale aveva affidato uno dei ruoli più delicati di quella difficile fase storica.
Per questo militante politico, come per una generazione di comunisti, le Brigate Internazionali prima e l’attività clandestina tra le fila dell’immigrazione italiana in Francia poi, saranno propedeutiche al ruolo che si troveranno a svolgere come dirigenti e quadri nella lotta di liberazione dal nazi-fascismo in Italia.
All’inizio del ’41 – come scrive Elvira Pajetta in Compagni – matura la possibilità che il partito ha cercato per Giuliano e per altri: l’asilo politico in Messico, uno dei pochi paesi neutrali disposti ad accogliere gli ex combattenti delle Brigate Internazionali.
Espletate le non facili incombenze del caso per permettergli di recarsi in Messico, dal Vernet viene trasferito a Les Milles, che sarà prima un campo per stranieri “non desiderati” in attesa di documenti per andare via dal paese ma che diverrà nei mesi successivi la stazione di partenza per Auschwitz degli ebrei della Francia del sud.
Il trasferimento è solo una copertura, infatti a Pajetta, così come ad altri, il Partito ha chiesto di scegliere fra una destinazione sicura in Messico e l’incertezza della clandestinità, nella quale dedicarsi ad un lavoro organizzativo fra gli immigrati italiani.
La scelta risoluta del lavoro clandestino, invece della destinazione d’Oltreoceano, per quanto convinta, lo turba: non è solo la rinuncia ai vecchi sogni d’adolescenza, è la rinuncia a vedere un mondo largo largo dopo un anno e mezzo di campo in cui siamo stati tanto stretti, è la rinuncia a vivere con mia moglie, a stare un po’ con mio figlio che quasi non conosco, è la rinuncia a ritornare alla vita legale, ampia, movimentata.
Pajetta ha nostalgia dell’Italia che non vede da 10 anni, e il suo compito principale è quello di ritessere le maglie organizzative del Partito, un compito non facile: qui bisogna che il funzionario illegale diventi lui stesso il «costruttore» del Partito.
In questo frangente e in un tale contesto, il lavoro del “rivoluzionario di professione” sta anche nel comprendere velocemente le caratteristiche personali e le possibili qualità politiche e metterle a frutto per il partito.
L’organizzazione comunista, ricostruito il suo Centro Estero, con sede a Marsiglia, gli da carta bianca su questo compito.
Per Pajetta si tratta di fare nuovamente un “bagno nella realtà” dopo il lungo internamento: per anni nei campi sono stato solo in mezzo a gente «politica», o a banditi o a poliziotti. Ho sete di sapere cosa dice la gente comune.
Gli italiani, insieme ai polacchi, sono le due maggiori componenti dell’immigrazione in Francia tra le due guerre. Per gli italiani questo flusso migratorio nel Midi precede il periodo tra le due guerre e si innesta su storiche dinamiche transfrontaliere nei territori di confine.
Lo scritto di Pajetta è una lucida analisi “sociologica” di questa importante componente del proletariato in Francia, ed uno spaccato di queste comunità nei diversi territori di insediamento e nelle differenti mansioni in cui sono impiegate. Il libro compie una attenta disamina dei comportamenti delle generazioni che compongono l’immigrazione italiana, in un confronto tra le varie stratificazioni delle classi subalterne.
Descrivendo l’interno di una casa di operai a Lione, in stridente contrasto con quelle appena visitate – poco più che “baracche” – del villaggio minerario di Saint Étienne, Pajetta riflette che sul fatto che in Francia milioni di persone vivevano così «civilmente», erano così «sistemati». Aggiunge: Il loro modo di pensare, di soffrire e di lottare non può essere quello della vostra gente, bisognerà capirlo un po’ meglio.
Non si tratta solo di una condizione di relativo benessere materiale degli uni rispetto agli altri, ma di uno status giuridico differente tra il proletariato francese e quello multinazionale residente in Francia.
Alle difficoltà oggettive dell’operare in clandestinità si sommano la necessità di creare una struttura organizzativa da una rete di contatti pregressa che è tutta da verificare mettendola alla prova.
All’interno di questo partito “disperso e diffuso” maturano atteggiamenti differenti nei confronti della militanza politica.
Lo spettro delle scelte di vita dei vari “contatti” varia alquanto. Da un lato l’abnegazione nell’assumersi nuovamente rischi per il Partito, in cui spiccano in particolar modo le figure femminili della militanza comunista così come i giovani che andranno a svolgere la propria attività clandestina in Italia all’interno delle truppe dell’esercito. Dall’altro lato dominano la rassegnazione e il qualunquismo tra le fila di alcuni ex simpatizzanti ed aderenti. A proposito di uno di questi che rinunciano con mille scuse alla lotta politica dice che: è più prigioniero lui dei suoi quattro mobiletti lucidi che non tutti i suoi compagni di ieri che ho lasciato nei campi.
È chiaro che lì dove una presenza politica organizzata si era dissolta, emergono atteggiamenti individualistici tesi a pensare che nella propria piccola nicchia non si possa essere travolti dalla “locomotiva della storia”, e spesso la capacità di tenuta si da all’interno del nucleo famigliare. Spesso in un periodo di inattività la famiglia diviene una sorta di “cellula dormiente” dove si sono mantenuti vivi i valori antifascisti nonostante la recisione involontaria dei legami con la struttura organizzata.
La storia dell’immigrazione politica comunista italiana in Francia non è fatta solo dei nomi più celebri: Pajetta, Amendola, Fontanot ma da una costellazione di nuclei anonimi che gli epiloghi del Fronte Popolare, la sconfitta militare, e l’occupazione tedesca aveva segnato pur senza annullare la disponibilità a “mettersi in gioco”.
Chiaramente l’accelerazione della dinamica storica ha posto la comunità politica degli immigrati di fronte a scelte decisive del proprio operato non prive di lacerazioni anche profonde e di precise conseguenze materiali: si pensi alle divaricazioni rispetto al Patto di non aggressione tedesco-sovietico del ’39, lo scoppio della guerra con la Germania e la sconfitta militare francese con la veloce occupazione tedesca di una parte dell’Esagono.
In una prima fase la raccolta delle quote per mantenere in piedi l’organizzazione, è fondamentale la circolazione della stampa di Partito e i primi lanci di volantini, che denunciano l’invasione hitleriana dell’URSS.
La situazione storica diviene incalzante vista l’aggressione all’Unione Sovietica con l’inizio dell’Operazione Barbarossa da parte della Germania nazista e dei suoi alleati.
L’attacco all’URSS è percepito come una minaccia diretta all’esistenza dei comunisti e del comunismo, e non solo fisicamente “al cuore” dell’Unione Sovietica in cui le maggiori città verranno messe a lungo sotto assedio.
Cosa fosse l’Unione Sovietica per un comunista dell’epoca lo spiega bene Pajetta: Cos’è per tutti noi l’Unione Sovietica, non lo dici in due parole. Han provato a farlo in tanti poeti e tanti maghi della penna e tutti hanno detto ancora poco e scialbamente; cosa sia per me, lo so poi io, diventato comunista nel ’30, quando il primo piano quinquennale alzava superbo i suoi cantieri quasi a dire al cielo che i proletari in Russia lo assaltavano sì, come i loro nonni parigini, ma con le macchine da guerra questa volta, capaci di espugnarlo.
Cosa sarebbe successo in caso di caduta dello Stato dei Soviet?
Pajetta se lo chiede, pensando alla visione distopica contenuta nel Tallone di ferro dello scrittore nord-americano Jack London, cercando di scacciare lo spettro di questa ipotetica disfatta: possibile che per decenni e decenni, forse per generazioni intere, quelli di noi che scamperanno, rifugiati nella più profonda illegalità, dovranno ricominciare tutto, non da zero, ma da meno di zero dalla catastrofe più completa? Alla fine si vincerà e quando? E cosa sarà il mondo delle generazioni cresciute sotto il tallone di ferro nazista?
Ma la certezza della vittoria, e la convinzione che ognuno avrebbe dato il proprio contributo per perseguila, non lo abbandonano.
In questa direzione un compito fondamentale è ciò che Pajetta definisce la correzione di ascolto dei dispacci che giungono attraverso le onde radio dall’estero, per avere una corretta percezione degli avvenimenti storici che stavano avvenendo attraverso gli unici canali informativi: capire come lavorava e lottava il popolo sovietico, capire – per farlo capire – quali erano le forze in movimento e a chi quindi poteva spettare la vittoria, e imparare dal singolo soldatino, o dal singolo operaio russo a «mettercela tutta» ognuno di noi.
Quali sono le forze materiali in campo, come agiscono e come muta la situazione? Quali riflessi hanno questi avvenimenti nella situazione specifica in cui i comunisti italiani in Francia stanno operando?
In questo caso la coscienza storica che si matura sugli eventi, non è una banale fotografia in movimento della situazione ma la consapevolezza di potere “replicare” la resistenza anche molto al di qua del Don, minando la sicurezza delle retrovie per i nazisti.
L’azione dei militanti comunisti deve farsi perciò sempre più incisiva fino all’apertura di un vero e proprio “secondo fronte” che dalla propaganda passi al sabotaggio della macchina bellica fino alla lotta armata vera e propria, senza dimenticare il compito che diverrà sempre più una incombenza prioritaria per Pajetta: preparare e prepararsi all’attività che si sarebbe dovuta svolgere nuovamente nella Penisola.
In questo compito l’analisi della posta è fondamentale e permette di comprendere attraverso il monitoraggio dei contenuti degli scambi epistolari dall’Italia verso la Francia gli umori delle persone: l’intelligence per i comunisti è propedeutica all’attività politica vera e propria, anzi è l’inchiesta stessa ad essere attività politica.
Dalle pagine del libro emerge vividamente il contesto in cui si svolge l’azione, viene mostrato il vero volto del governo di Vichy, l’attendismo gaullista nei confronti dell’azione partigiana vera e propria, l’attaccamento delle forme esteriori che stridono con la realtà e che indossano la maschera della grandeur francese imperiale in una situazione di sostanziale schiavitù nei confronti della Peste Bruna, una subordinazione che fa apparire agli occhi di Pajetta gli uomini del regime collaborazionista tante piccole caricature viventi.
Un dato importante è la sempre più dura repressione contro i comunisti: dalle leggi «democratiche» dei primi del ’40, si passa al decreto promulgato nel settembre del ’41: così per qualsiasi attività clandestina anti-nazionale, cioè antitedesca, siamo passibili della pena di morte, e di lì a poco, a fine ottobre verrà emessa la prima condanna a morte per attività comunista a Tolone.
A fine conflitto sarà un giornalista tutt’altro che propenso a simpatie verso i comunisti a definire giustamente il partito comunista francese: il partito dei fucilati.
La strenua difesa di Mosca e l’inizio della contro-offensiva dell’Armata Rossa dissolvono i dubbi intimamente covati nell’ora più buia, e danno ai comunisti un primato nella lotta al nazi-fascismo: il fatto che sia proprio l’esercito creato e guidato dai comunisti il primo a sconfiggere gli eserciti hitleriani da ad ognuno di noi un grande senso di forza e di sicurezza.
È necessario un cambio di passo: ormai si tratta di sviluppare un’azione politica che pesi, che si faccia sentire, e anche una certa azione «tecnica», essendo consapevoli che per ora su questo fronte ci siamo solo noi.
La “rottura” con il continuum della storia, significa innanzitutto dismettere gli abiti mentali che inibiscono l’azione ristabilendo il primato della prassi e invertendo il rapporto di subordinazione con gli eventi “subiti”. È nell’interregno francese che i comunisti trovano lo spazio di incubazione per quello che sarà il futuro spirito gappista: colpire il nemico per primi, in condizioni assolutamente ostili e con scarsissimi mezzi.
Sabotare la macchina bellica tedesca diviene una priorità, che si tratti delle miniere di bauxite o dalle officine che lavorano per i nazisti.
In questo lavoro di consolidamento dell’organizzazione in vista dello sviluppo vero e proprio del “secondo fronte”, incominciano ad avere una rilevanza i contatti con le altre componenti dell’emigrazione nel Midi: armeni, polacchi, greci fanno parte di quello che si appresta ad essere un “esercito nell’ombra” che darà un notevole contributo di sangue nelle file delle formazioni della resistenza formate integralmente da immigrati.
Forse le pagine più belle e drammatiche del libro sono quelle dedicate al villaggio minerario della Loira precedentemente citato, in cui vivono e lavorano per la maggior parte operai italiani e polacchi, dove le necessità organizzative e l’esiguo numero di militanti spingono ad un ricambio veloce dei referenti organizzativi, perché un quadro importante va in Corsica, l’altro rientra in Italia. Non potrebbe esserci differenza più abissale tra la situazione riscontrata nel ’36 in pieno affermazione del Fronte Popolare e quella attuale: la città operaia – la città rossa è oggi un arsenale di Hitler: è brutto dirlo ma è così – bisogna che produca meno e peggio.
Produrre per il nemico, vuol dire anche essere maggiormente esposti al rischio ed una tragedia in miniera miete più di venti vittime tra gli operai: i padroni delle miniere e i tedeschi non hanno la paura che abbiamo noi di veder morire i lavoratori.
Sono le condizioni oggettive che smascherano la narrazione del governo collaborazionista e conferiscono un profilo più marcato alla natura di classe del dominio nazista.
Il libro si conclude con l’arresto dell’autore insieme a “Willy”, anche lui estensore delle proprie memorie in Ricordi di un fuoruscito, un termine spregiativo usato dal regime per definire gli antifascisti costretti all’esilio.
I due rivoluzionari di professione si trovano nelle mani del nemico, obbligati a disfarsi del materiale compromettente che hanno con sé – un documento del partito che indica la necessità di un salto di qualità militare nell’azione dei comunisti – costretti a dissimulare la loro vera identità celando i compiti che stanno svolgendo sotto la pressione, sarebbe forse meglio dire “la tortura” degli apparati collaborazionisti.
Scrive “Willy”: una sola cosa bisognava a tutti i costi evitare: pronunciare il nome di Marsiglia dove esisteva il Centro del Partito! Non solo: al nemico non si deve cedere nulla. Mi si permetta di dire ciò con un po’ di fierezza! L’esperienza ci aveva insegnato che in quelle circostanze è sufficiente «mollare» un po’ per poi «mollare del tutto»: quello che «canta» pensando di evitare il peggio dimentica infatti che più si dice più la polizia vuol sapere.
Douce France inizia con una “strana” fuga in tram da un campo di internamento e termina con un arresto ed una condanna che porterà ancora al carcere e successivamente ad una evasione manu militari ed alla successiva fuga verso l’Italia.
In Francia, nelle stesse ore in cui l’esercito tedesco invade la Polonia, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale, i comunisti vengono perseguitati e divengono clandestini, spesso torturati se arrestati nonostante molti di loro fossero stati i primi ad avere combattuto il fascismo, a questo destino non sfuggono i comunisti italiani.
Molti daranno un contributo alla resistenza armata contro l’occupante nazista nelle file delle FTP-MOI, pagando spesso con la propria vita l’impegno politico della lotta al fascismo al di là di ogni frontiera.
Tutte le parti in corsivo tranne quando espressamente riportato sono estrapolate dal testo di Douce France
Bibliografia
Contro il Fascismo oltre ogni frontiera. I Fontanot nella guerra antifascista europea, Nerina Fontanot, Anna Digianatonio, Marco Puppini, Kappa Vu Edizioni, settembre 2016
Luigi Longo, una vita partigiana (1900-1945), Alexander Höbel, Carocci Editore, novembre 2013
Compagni, Elvira Pajetta, Pietro Macchione Editore, aprile 2015
Ricordi di Spagna, Giuliano Pajetta, Editori Riuniti, luglio 1977
Vichy 1940-1944. Il regime del disonore, Robert O. Paxton, Nuove Edizioni Tascabili, gennaio 2002
Ricordi di un fuoruscito, Renzo Schiapparelli, Edizioni del Calendario, 1971
Fonte
26/04/2017
Guernica, 26 aprile 1937: dal criminale bombardamento nazifascista al capolavoro di Picasso
– No, l’avete fatto voi.”
Tratto da I maestri del socialismo
Guernica è il titolo di un noto dipinto di Pablo Picasso, realizzato dopo il bombardamento aereo della città omonima durante la guerra civile spagnola. L’attacco fu opera della Legione Condor, corpo volontario composto da elementi della tedesca Luftwaffe, e della Aviazione Legionaria Fascista d’Italia il 26 aprile 1937. I nazifascisti attaccarono per appoggiare gli sforzi di Francisco Franco nel rovesciare il governo legittimo della Repubblica Spagnola. La cittadina era affollata da civili (soprattutto donne e bambini: gli uomini abili al servizio militare erano al fronte). L’uso di bombe incendiarie rase al suolo più del 45% della cittadina, favorito da un forte vento che ne ha amplificato gli effetti. Si trattò di un’azione di guerra, ma che ha portato (probabilmente voluto) anche ad un attacco “terroristico” alla popolazione civile, del tipo che sarebbe diventato la prassi in tutta la Seconda guerra mondiale. Da segnalare che durante il regime franchista la versione ufficiale della propaganda del regime spagnolo negò l’esistenza stessa del bombardamento, sostenendo che la città era stata distrutta dagli stessi Repubblicani in fuga, per lasciare “terra bruciata”.
Questo primo bombardamento su popolazione civile (e l’emozione che suscitò si deve anche al fatto che fosse il primo dell’infinita serie di quelli effettuati nella Seconda Guerra Mondiale, ed era quindi ancora percepito come “eccezionale”) scioccò numerosi artisti e venne immortalato nel famoso quadro di Pablo Picasso, venendo considerato uno dei capolavori del pittore. La gamma dei colori è limitata. Infatti vengono utilizzati esclusivamente toni grigi, neri e bianchi, così da rappresentare l’assenza di vita e la drammaticità. L’alto senso drammatico nasce dalla deformazione dei corpi, dalle linee che si tagliano vicendevolmente, dalle lingue aguzze che fanno pensare ad urli disperati e laceranti, dall’alternarsi di campi bianchi, grigi, neri, che accentuano la dinamica delle forme contorte e sottolineano l’assenza di vita a Guernica. Questo quadro doveva rappresentare una sorta di manifesto che “esponesse” al mondo la crudeltà e l’ingiustizia delle guerre. I colori del quadro sono il bianco e nero perché, secondo Picasso la guerra è sofferenza, ma nell’opera, se guardiamo bene, c’è una lampadina che simboleggia la speranza.
L’opera, commissionata per incarico del governo repubblicano spagnolo, era destinata a decorare il padiglione spagnolo durante l’esposizione mondiale di Parigi del 1937. Dopo l’esposizione, quando il governo repubblicano era ormai caduto, Picasso non permise che il suo dipinto più famoso venisse esposto in Spagna, dichiarando esplicitamente che avrebbe potuto tornarvi solo dopo la fine del fascismo. Venne quindi ospitato per molti anni al Museum of Modern Art di New York e tornò in patria nel 1981 ad otto anni dalla sua morte e sei da quella di Francisco Franco. Durante gli anni ’70 fu un simbolo per gli spagnoli sia della fine del regime franchista che del nazionalismo, così come lo era stato prima, per tutta l’Europa, della resistenza al nazismo. Guernica è l’opera che emblematicamente rappresenta l’impegno morale di Picasso nelle scelte democratiche e civili. E quest’opera è stata di riferimento per più artisti europei, soprattutto nel periodo post-bellico, quale monito a non esentarsi da un impegno diretto nella vita civile e politica.
Guernica è il nome di una cittadina spagnola che ha un triste primato. È stata la prima città in assoluto ad aver subìto un bombardamento aereo. Ciò avvenne la sera del 26 aprile del 1937 ad opera dell’aviazione militare tedesca. L’operazione fu decisa con freddo cinismo dai comandi militari nazisti semplicemente come esperimento. In quegli anni era in corso la guerra civile in Spagna, con la quale il generale Franco cercava di attuare un colpo di stato per sostituirsi al legittimo governo. In questa guerra aveva come alleati gli italiani e i tedeschi. Tuttavia la cittadina di Guernica non era teatro di azioni belliche, così che la furia distruttrice del primo bombardamento aereo della storia si abbatté sulla popolazione civile uccidendo soprattutto donne e bambini.
Quando la notizia di un tale efferato crimine contro l’umanità si diffuse tra l’opinione pubblica, Picasso era impegnato alla realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi del 1937. Decide così di realizzare questo pannello che denunciasse l’atrocità del bombardamento su Guernica. L’opera di notevoli dimensioni (metri 3,5 x 8) fu realizzata in appena due mesi, ma fu preceduta da un’intensa fase di studio, testimoniata da ben 45 schizzi preparatori che Picasso ci ha lasciato.
Il quadro è realizzato secondo gli stilemi del cubismo: lo spazio è annullato per consentire la visione simultanea dei vari frammenti che Picasso intende rappresentare. Il colore è del tutto assente per accentuare la carica drammatica di quanto è rappresentato. Il posto centrale è occupato dalla figura di un cavallo. Ha un aspetto allucinato da animale impazzito. Nella bocca ha una sagoma che ricorda quella di una bomba. È lui la figura che simboleggia la violenza della furia omicida, la cui irruzione sconvolge gli spazi della vita quotidiana della cittadina basca. Sopra di lui è posta un lampadario con una banalissima lampadina a filamento. È questo il primo elemento di contrasto che rende intensamente drammatica la presenza di un cavallo così imbizzarrito in uno spazio che era fatto di affetti semplici e quotidiani. Il lampadario, unito al lume che gli è di fianco sostenuto dalla mano di un uomo, ha evidenti analogie formali con il lampadario posto al centro in alto nel quadro di Van Gogh «I mangiatori di patate». Di questo quadro è l’unica cosa che Picasso cita, quasi a rendere più esplicito come il resto dell’atmosfera del quadro di Van Gogh – la serenità carica di valori umani di un pasto serale consumato da persone semplici – è stata drammaticamente spazzata via.
Al cavallo Picasso contrappone sulla sinistra la figura di un toro. È esso il simbolo della Spagna offesa. Di una Spagna che concepiva la lotta come scontro leale e ad armi pari. Uno scontro leale come quello della corrida dove un uomo ingaggia la lotta con un animale più forte di lui rischiando la propria vita. Invece il bombardamento aereo rappresenta quanto di più vile l’uomo possa attuare, perché la distruzione piove dal cielo senza che gli si possa opporre resistenza. La fine di un modo di concepire la guerra viene rappresentato, anche in basso, da un braccio che ha in mano una spada spezzata: la spada, come simbolo dell’arma bianca, ricorda la lealtà di uno scontro che vede affrontarsi degli uomini ad armi pari.
Il pannello si compone quindi di una serie di figure che, senza alcun riferimento allegorico, raccontano tutta la drammaticità di quanto è avvenuto. Le figure hanno tratti deformati per accentuare espressionisticamente la brutalità dell’evento. Sulla sinistra una donna si dispera con in braccio il figlio morto. In basso è la testa mutilata di un uomo. Sulla sinistra, tra case e finestre, appaiono altre figure. Alcune hanno il volto incerto di chi si interroga cercando di capire cosa sta succedendo. Un’ultima figura sulla destra mostra il terrore di chi cerca di fuggire da case che si sono improvvisamente incendiate.
Guernica è l’opera che emblematicamente rappresenta l’impegno morale di Picasso nelle scelte democratiche e civili. E quest’opera è stata di riferimento per più artisti europei, soprattutto nel periodo post-bellico, quale monito a non esentarsi da un impegno diretto nella vita civile e politica.
Tratto da Francesco Morante
Fonte
27/07/2016
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
Certo non è l’unico e nemmeno tra i più famosi fra i testi della memorialistica repubblicana, ma la sua ristampa in qualche modo è un piccolo evento sia perché questo diario era caduto nel campo dei libri dimenticati e scomparsi (l’unica edizione italiana risale agli anni sessanta) sia per la sua profonda pregnanza politica, per la capacità di narrare dalla linea di fuoco la posta in gioco, i valori, le pratiche, le virtù e i vizi del campo repubblicano e antifascista. Leggendo questo corposo diario viene da dire, tanto per non staccarsi dalla nostra contemporaneità, quale distacco politico, etico e quasi antropologico si percepisce tra il corrispondente sovietico e le narrazioni giornalistiche del nostro circo massmediatico. Quello che colpisce a pelle di questa narrazione è la descrizione del fronte repubblicano; si rifugge da una lettura gloriosa, enfatica, anzi si espone anche crudamente i grandi limiti soggettivi della Repubblica, la sua scomposta e contraddittoria reazione al pronunciamento, la sua immanente disorganizzazione, le divisioni ideologiche, politiche, organizzativi e militari. Tutto ciò non toglie nulla alla potenza sociale che si vive nella Spagna di quegli anni. La potenza sociale che vede protagoniste le masse contadine e del proletariato urbano delle grandi città spagnole. Non c’è nel novecento europeo una vicenda più schierante, che distingue così nettamente il contenuto della contesa e il campo della nemicità.
Progresso e reazione, Repubblica contro fascismo, mondo contadino e operaio contro il vecchio potere monarchico, latifondista, clericale, militare: la linea dei due campi è netta, verticale. L’insorgenza delle masse incalza gli eventi, basti pensare al repentino assalto delle masse alle caserme di Madrid e nelle altre città per armarsi contro il golpe di Franco. Ma la difesa della Repubblica esce anche dai confini nazionali, è vissuta dal mondo antifascista e internazionalista come il primo banco di prova della lotta mondiale ai fascismi, di lì a poco la Resistenza antifascista europea, con la seconda guerra mondiale potrà mettere a frutto alcuni degli insegnamenti della guerra popolare di Spagna. Da questo punto di vista la Resistenza jugoslava, spesso dimenticata, contro gli occupanti italiani e tedeschi nel 1941-1945 ha una grande analogia con la storia repubblicana: l’assoluta prevalenza della guerra di popolo.
Nelle pagine, che si leggono con piacere e con passione, è colto il punto di vista di un comunista sovietico, attraverso dialoghi, interviste, commenti alle vicende politiche e militari, schizzi dei vari leggendari personaggi che dirigono la Repubblica, ed anche e soprattutto, la crudezza dello scontro e le insidie della vita quotidiana, insomma un buon libro che ci racconta il lato cattivo della storia. Siamo molto lontani dal cogliere la durezza e la ferocia dello scontro in atto nel Novecento, veniamo da troppi anni, non solo di narrazione tossica, secondo cui il secolo breve è stato prevalentemente il secolo dell’odio e del totalitarismo, ma anche di addomesticamento culturale e la Spagna e l’Italia, non a caso, sono state sicuramente apripista nell’opera di rimozione, revisionismo e “riconciliazione”. Sono i due paesi del campo occidentale in cui si sono registrati i tentativi più interessanti di mobilitazione generale delle masse popolari, guidati prevalentemente dal movimento comunista. Era quindi necessaria un’opera profonda e sistematica di “riconciliazione”, di deformazione della memoria e di oblio nel migliore dei casi. In Spagna questo è avvenuto già negli anni dei governi socialisti post Franco e qui, invece, con i vari trapassi del Pci dalla socialdemocrazia moderata post togliattiana all’assunzione piena, attiva della restaurazione neoliberale in politica e liberista in economia. Quante pubblicazioni nel nostro paese sulla storia della Resistenza antifascista e classici del movimento operaio giacciono dimenticate negli archivi, e nelle biblioteche!
Allora la ripubblicazione di questo piccolo classico della memorialistica va salutato come una buona operazione culturale che va continuata, sorretta. Non può essere derubricata a senso nostalgico per “l’età dell’oro”, ma nello stesso tempo non veniamo dal nulla, non siamo i figli dell’eterno presente come la schiera di apologeti del capitalismo si affannano a inculcare in ogni occasione. Abbiamo bisogno, invece, di ridare lustro alla tradizione storica del movimento popolare e operaio, alle sue vicende, ridare senso materiale alla nostra tradizione di valori e pratiche, all’irriducibilità del pensiero e della storia del movimento socialista. Non possiamo che salutare il rinnovarsi di questo lavoro editoriale che recupera, attualizza il senso della nostra lotta, l’appartenenza collettiva a un campo e a un mondo che seppure ha visto tante sconfitte, è oggi più che mai necessario, per non condannarsi alla storytelling dell’imperialismo.
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31/05/2016
Gerda Taro - Fotografa e rivoluzionaria
Ad un certo punto, aeroplani tedeschi volarono a bassa quota sul convoglio repubblicano mitragliandolo, seminando il panico e provocando il caos fra i vari veicoli fra i quali quello della reporter. Un carro armato repubblicano amico urtò, nel trambusto generale, l’auto alla quale era aggrappata Gerda che cadde sotto i cingoli del tank restando schiacciata e letteralmente sventrata.
Gerda non perse conoscenza e durante il penoso trasferimento, che durò ore, all’ospedale di Madrid ‘El Geloso’ mantenne le viscere in sede con la pressione delle proprie mani; i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza.
Alcuni tra i migliori medici delle Brigate Internazionali le trasfusero plasma e tentarono di operarla senza anestetici e senza antibiotici, suturare la devastante ferita ma si resero subito conto che ogni tentativo non l’avrebbe mai salvata; il suo organismo non poteva più svolgere alcuna funzione vitale che si protraesse oltre le poche ore.
All’infermiera che dovette vegliarla fu indicato di somministrarle tutta la morfina possibile per non farla soffrire in quanto il decesso era inevitabile. Restò in vita e vigile sino all’alba del 26 luglio 1937; morì semplicemente “chiudendo gli occhi”. Gerda aveva 26 anni.
Il suo corpo fu traslato a Parigi e accompagnato da 200mila persone fu tumulato al Père Lachaise con tutti gli onori dovuti ad un’eroina repubblicana. Allo scultore Alberto Giacometti venne chiesto di realizzare il monumento funebre. Pablo Neruda e Louis Aragon lessero un elogio ‘in memoriam’.
Il suo compagno Capa non si riprese mai più dalla morte della dolce e vivacissima Gerda, prima donna reporter a morire sul lavoro. Da allora anch’egli rischierà sempre la morte sul lavoro, incontrandola poi nel 1954 nella guerra di Indocina.
Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, Robert Capa pubblicherà in sua memoria “Death in the Making”, riunendo molte foto scattate insieme.
La sua tomba a Parigi, giace dimenticata nella zona di Père Lachaise dedicata ai rivoluzionari e alla Resistenza, vicino al noto Mur des Federès.
Nel 1942 il regime collaborazionista fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, epitaffio mai più restaurato. La tomba, dopo le modifiche occorse nel 1953, è accessibile da un viottolo posteriore.
La tomba di Gerda Taro fu l’unica ad essere violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria, caduta nella guerra contro il fascismo, ancora esercitava sulla crescente Resistenza francese.
Rimasta a lungo nell’ombra del fidanzato Robert Capa e relegata al ruolo di sua compagna, dalla metà degli anni 1990 Gerda Taro è oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della storia della fotografia e della Resistenza al fascismo.
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04/11/2015
Mattarella lo sa?
Da qualsiasi parte lo guardi, l’annuncio dell’ANCIS, l’Associazione Nazionale Combattenti Italiani di Spagna è una patata bollente per tutti e non fa onore a nessuno: né alla festa delle Forze Armate repubblicane, né alla nostra diplomazia, né al Governo Renzi, che non può lasciar passare iniziative decisamente improvvide. Cosa accada in questi giorni a Madrid, ci vuole davvero poco a dirlo. Molto più complicato sarebbe invece spiegarlo, se, malauguratamente, non si trattasse di un equivoco, di qualcuno che millanta crediti o, più semplicemente, di una stupida menzogna.
A dar retta al sito ufficiale dell’ANCIS, cui fa ottima compagnia quello della “Falange” – espressione dell’estrema destra spagnola – il 5 novembre, presso la sede del Consolato d’Italia a Madrid, al n. 3 di Calle Augustin de Betancour, i nostalgici dell’Italia fascista, reduci e complici del macello franchista, se ce ne sono di sopravvissuti, i loro familiari e con ogni probabilità esponenti della nostra peggiore destra, festeggeranno le Forze Armate dell’Italia Repubblicana e ricorderanno di fatto quelle fasciste e franchiste. E sì, fasciste e franchiste, come rammenta La Falange a chi soffre di vuoti di memoria, accennando alla fraternità di armi e di spirito “en la Cruzada de Liberación Nacional del 1936/39”. Insomma, i “crociati” fascisti e falangisti assieme, ufficialmente ospiti della nostra sede diplomatica.
Sul destino degli uomini dopo la vita ognuno ha diritto di pensarla come vuole, ma non occorre certo essere medium, per sentire lo sdegno dei fratelli Rosselli ammazzati a coltellate in un bosco, perché portarono in Spagna l’Italia che lottava per la dignità, la libertà e la democrazia. Quell’Italia che ambasciatori e consoli non hanno alcun diritto di ignorare o calpestare, inserendo tra i loro ospiti d’onore i “legionari” di Mussolini o chi per essi, protagonisti diretti o discendenti e rappresentanti di quei piloti che ci coprirono di vergogna, partecipando ai primi bombardamenti terroristici della storia, colpendo l’inerme Barcellona, bombardando persino le scuole e partecipando alla terribile distruzione di Guernica. Come criminali e pirati, avevano cancellato dalle ali dei loro velivoli i segni distintivi dell’Italia, il nostro Paese aggressore. Un Paese ben diverso da quello che rappresenta ufficialmente in Spagna il corpo diplomatico della repubblica.
Per questa inaccettabile escursione estera dell’ANCIS, sono previste – la citazione è testuale – “convivialità con i camerati spagnoli”. Non è dato sapere se e in quale veste – ufficiosa o addirittura ufficiale – saranno presenti anche esponenti politici o diplomatici della Repubblica Italiana. Quella repubblica che, sino a prova contraria, con i “camerati” falangisti e con i rappresentanti dei nostri volontari fascisti non può e non deve avere alcun rapporto, meno che mai “conviviale”, perché non glielo consente la Costituzione nata anche dal sangue dei combattenti di Spagna. Quelli antifascisti, naturalmente. E sarebbe bene che qualcuno lo ricordasse alle nostre rappresentanze diplomatiche all’estero, perché mai come stavolta è terribilmente vero: chi tace acconsente.
Leggi: Reduci mussoliniani in gita in Spagna. Con la benedizione dell’ambasciata italiana?
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04/10/2015
Bombe italiane su Barcellona: “Roma chieda scusa”
Tra il 16 e il 18 marzo del 1938 la città di Barcellona venne martoriata dalle bombe sganciate dai caccia italiani decollati dalle loro basi nelle Isole Baleari, a poca distanza dalla costa catalana. Tre giorni di bombardamenti a tappeto contro Barcellona, dalle 22.00 del 16 marzo alle 15.19 del 18, 41 ore d'inferno per la popolazione della capitale catalana sulla quale per ordine di Benito Mussolini i Savoia Marchetti 79 italiani sganciarono 44 tonnellate di bombe.
Fu una strage di civili, soprattutto donne e bambini. Secondo i media dell’epoca - quelli internazionali, naturalmente, non certo quelli italiani - almeno seicento abitanti furono massacrati, per lo più residenti nei quartieri popolari della città repubblicana. In realtà il numero delle vittime fu almeno doppio rispetto a quello diffuso subito dopo la strage operata dall’aviazione di Benito Mussolini accorsa a sostenere il “levantamiento” franchista.
Il bombardamento italiano di Barcellona rimane una delle pagine più buie del coinvolgimento dell'Italia fascista al fianco del futuro dittatore Francisco Franco.
Eppure ben poco della verità sull’orrore scatenato dai bombardieri italiani decollati dalle Baleari con l’ordine preciso di colpire e seminare terrore è giunto alla nostra opinione pubblica. Così come, in ossequio al luogo comune – assai comodo e auto-assolutorio – degli “italiani brava gente”, poco gli italiani sanno dell’altra strage provocata dai bombardieri fascisti nella cittadina basca di Durango, presa di mira e distrutta il 31 marzo 1937: 289 i morti. E c’è da giurare che la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica del Belpaese ignori del tutto la partecipazione al bombardamento di Gernika, insieme agli Stukas germanici, il 26 aprile del 1937. In quel caso le distruzioni e la strage di abitanti arrivati nella località basca in occasione del giorno di mercato furono assai più grandi.
Contrariamente alle autorità tedesche, quelle italiane mai hanno riconosciuto la responsabilità di Roma nelle stragi indiscriminate compiute in Catalogna, nel Paese Basco, in Spagna.
A riportare la vicenda all’attenzione dell’opinione pubblica – almeno di quella parte di essa che si interessa di qualcosa – e delle autorità politiche è un documentario della giornalista Monica Uriel, presentato al Memorial Democratic della Generalitat di Catalunya a Barcellona. Il documentario non solo ricostruisce i drammatici eventi del 1938 ma dà voce alle famiglie delle vittime e ai sopravvissuti che chiedono all’Italia almeno un gesto morale che chiuda la ‘ferita’, che il governo italiano chieda ufficialmente scusa. In "Barcelona, ferida aberta" (‘Barcellona, ferita aperta’ in catalano) Monica Uriel ricostruisce con le crude immagini di archivio della Filmoteca di Catalunya, le analisi di storici e le testimonianze di una bambina ferita nel cortile della scuola e del figlio di una vittima, il calvario dei civili di Barcellona, una delle ultime sacche di resistenza all'avanzata di Franco, sostenuto da Mussolini e Hitler.
L'ordine di "martellare" la 'rossa' Barcellona, già attaccata dal vascello da guerra italiano Eugenio di Savoia nel febbraio 1937, era venuto direttamente dal duce in un telegramma inviato al generale Velardi, l’allora capo della Aviazione Legionaria di stanza a Maiorca: "Iniziare da stanotte azione violenta su Barcellona, con martellamento diluito nel tempo". Per spargere il terrore tra i civili e infliggere il numero maggiore di vittime. Per dimostrare a Hitler e a Franco che gli italiani non erano quegli inetti ‘mandolinisti’ di cui si lamentavano i comandi militari fascisti spagnoli e germanici. E così i Marchetti Savoia scaricarono le loro bombe sulla indifesa Barcellona per tre giorni, ogni tre ore. Il martellamento si interruppe solo dopo le proteste internazionali per ordine di Franco; un altro telegramma impose a Velardi: "Urgentissimo. Generalissimo ordina sospendere bombardamento".
Nel 2013 l'Audiencia Nacional di Barcellona su denuncia di una associazione di italiani che vivono nello Stato Spagnolo, AltraItalia, ha avviato un'inchiesta penale per crimini di guerra e chiesto l'aiuto della autorità italiane. Che, denunciano gli avvocati della parte civile, Newton Bozzi e Jaume Aseus, è mancato. "Nel 2015 la giustizia italiana ha ritenuto conclusa la rogatoria spagnola argomentando che il ministero della difesa 'non è in grado di fornire' la lista dei piloti dell'Aviazione Legionaria" precisa Uriel: 75 anni dopo i bombardamenti di Barcellona "l'Italia non ha ancora chiesto scusa". Il filmato si conclude con l'incontro fra Alfons Canovas, figlio di José, ucciso dalle bombe italiane, e Rosina Costa, figlia di Luigi, uno dei piloti italiani. "Si può perdonare, sussurra Canovas, dimenticare mai".
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16/09/2015
Dedicato agli antifascisti “distratti”
Le Istituzioni della repubblica antifascista e quanti si dicono oggi antifascisti avrebbero dovuto essergli riconoscenti, averlo in gran conto, onorarlo e non fargli sentire il peso della solitudine. Nessuno s’è mai ricordato di lui e le Istituzioni, tutte e a tutti i livelli, lo hanno lasciato solo, come solo se n’è andata senza la sorella, che da Barcellona, dai microfoni di “Radio Lìbertà” portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e repubblicana.
Si fanno mille analisi per comprendere le ragioni della micidiale sconfitta delle sinistra, ma sono chiacchiere di sedicenti intellettuali, che hanno costruito le loro fortune sul nulla. La spiegazione è molto più semplice di quanto si voglia far credere. Semplice e terribile. La solitudine di Aurelio ce la racconta con una evidenza che non lascia spazio ai dubbi. Tra pochi giorni, per ricordare le Quattro Giornate, prenderanno la parola cani e porci e ci parleranno di scugnizzi e carabinieri. Di Aurelio non si ricorderà nessuno, perché nessuno sa che esiste e se glielo dici, non ti stanno a sentire. Qui a Napoli oltre 200 tra ex confinati e perseguitati politici presero le armi contro i nazifascisti, ma nessuno ne sa niente. Ormai la storia si scrive sotto dettato. Un insieme di veline.
Ecco che ciò che scrive Pasquale D’Aiello:
“Oggi abbiamo incontrato per il nostro documentario, “I primi saranno gli ultimi”, l’ultimo combattente italiano della guerra civile spagnola, Aurelio Grossi. Alla fine lo abbiamo ringraziato per il suo impegno per la libertà e per l’attenzione che ci aveva dedicato. Lui ci ha risposto, sforzandosi per raccogliere le sue poche energie: “sono io che ringrazio voi”. E il sorriso che ci ha regalato mi ha reso felice.
Ringrazio il professor Giuseppe Aragno che ci ha permesso di conoscerlo e ci ha reso possibile incontrarlo e il presidente dell’AICVAS, Italo Poma, che per primo ci ha messo sulle sue tracce“.
Per conoscere meglio l’interessante lavoro dell’ottimo D’Aiello, cliccare sul link:
I primi saranno gli ultimi.
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25/04/2015
Garcia Lorca giustiziato dai franchisti perché “comunista, massone e omosessuale”
Finora la ricostruzione dell'esecuzione più accreditata dagli storici era che il poeta e drammaturgo antifascista fosse stato fucilato assieme ad altre tre persone: due toreri e un maestro di scuola. Federico Garcia Lorca era per la polizia "un massone appartenente alla loggia Alhambra, nella quale adottò il nome simbolico di Homero, essendo ignoto il grado che vi raggiunse".
Si spiegava, inoltre, che "era tacciato di pratiche di omosessualità, aberrazione, arrivate a essere vox populi, ma è certo che non ci sono precedenti di nessun caso concreto", si aggiungeva. L'informativa descrive l'arresto del poeta di Granada, in casa dei suoi amici, i fratelli Rosales, dove Lorca si era rifugiato dopo ben due perquisizioni effettuate dalla polizia nella sua abitazione realizzata a breve distanza l’una dall’altra. I Rosales, secondo il rapporto di polizia, tentarono di intercedere per lui davanti al comandante locale dell’esercito. Senza peraltro riuscirvi, come dimostrò il tragico epilogo degli eventi.
Quasi trent'anni dopo, la stessa polizia fa comunque di quegli eventi una ricostruzione abbastanza confusa. "Dopo l'arresto", fu portato in auto "nelle vicinanze del luogo noto come Fuente Grande", nell'area di Alfacar (Granada), assieme ad un altro detenuto non identificato, e fu "passato per le armi dopo aver confessato, essendo sepolto in quei paraggi, in una fossa molto in superficie, in una scarpata", a circa due chilometri sulla destra della Fuente Grande. Un luogo "di difficile localizzazione", come è stato evidente dopo che i due tentativi di recuperare i resti del poeta dalla fossa comune, effettati dalla Giunta dell'Andalusia in due diverse zone del 'Barranco di Viznar' - l'ultimo nel novembre 2013 - sono rimasti finora senza esito. L'informativa rivelata nei giorni scorsi, destinata a riattivare l'interesse mai spento degli storici e delle associazioni di Memoria Storica per recuperare le spoglie dell'autore di 'Poeta a New York', fu redatta a partire dalla richiesta ufficiale fatta dall'ispanista francese Marcelle Auclair nel giugno del 1965, trasmessa tramite il ministero degli esteri alle autorità spagnole. Queste autorizzarono il rapporto di polizia, salvo poi mantenerlo chiuso nei cassetti, senza dare risposta alla ispanista. A conferma che, ancora nella metà degli anni Sessanta, l'esecuzione di Lorca rappresentava un problema per il regime franchista che sarebbe finito più di dieci anni dopo solo grazie alla volontà da parte delle elite dello Stato Spagnolo di integrarsi nell’Unione Europea e nella Nato. Un'autoriforma del regime che si basò sul mantenimento del nucleo dell'ideologia e dell'organizzazione dello stato franchista, sulla secretazione dei crimini commessi in 40 anni di dittatura e sull'amnistia per gli aguzzini.
Tra i segreti sepolti grazie all'autoriforma - e autoassoluzione - del regime franchista anche quelli riguardanti la morte del poeta. La versione ufficiale difesa dalla dittatura fascista fu sempre che Lorca morì nell'agosto del 1936 a causa di alcune ferite riportato in un episodio bellico non meglio specificato.
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