Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2016

Gerda Taro - Fotografa e rivoluzionaria

Al ritorno dal fronte di Brunete, Gerda Taro perse la vita a causa di un incidente. Viaggiava aggrappata al predellino esterno della vettura del generale polacco Walter Swierckinsky, colma di feriti; Walter fu un noto Comandante delle Brigate Internazionali.

Ad un certo punto, aeroplani tedeschi volarono a bassa quota sul convoglio repubblicano mitragliandolo, seminando il panico e provocando il caos fra i vari veicoli fra i quali quello della reporter. Un carro armato repubblicano amico urtò, nel trambusto generale, l’auto alla quale era aggrappata Gerda che cadde sotto i cingoli del tank restando schiacciata e letteralmente sventrata.

Gerda non perse conoscenza e durante il penoso trasferimento, che durò ore, all’ospedale di Madrid ‘El Geloso’ mantenne le viscere in sede con la pressione delle proprie mani; i testimoni ricordano un’incredibile freddezza e coraggio nella ragazza.

Alcuni tra i migliori medici delle Brigate Internazionali le trasfusero plasma e tentarono di operarla senza anestetici e senza antibiotici, suturare la devastante ferita ma si resero subito conto che ogni tentativo non l’avrebbe mai salvata; il suo organismo non poteva più svolgere alcuna funzione vitale che si protraesse oltre le poche ore.

All’infermiera che dovette vegliarla fu indicato di somministrarle tutta la morfina possibile per non farla soffrire in quanto il decesso era inevitabile. Restò in vita e vigile sino all’alba del 26 luglio 1937; morì semplicemente “chiudendo gli occhi”. Gerda aveva 26 anni.

Il suo corpo fu traslato a Parigi e accompagnato da 200mila persone fu tumulato al Père Lachaise con tutti gli onori dovuti ad un’eroina repubblicana. Allo scultore Alberto Giacometti venne chiesto di realizzare il monumento funebre. Pablo Neruda e Louis Aragon lessero un elogio ‘in memoriam’.

Il suo compagno Capa non si riprese mai più dalla morte della dolce e vivacissima Gerda, prima donna reporter a morire sul lavoro. Da allora anch’egli rischierà sempre la morte sul lavoro, incontrandola poi nel 1954 nella guerra di Indocina.

Un anno dopo la morte di Gerda, nel 1938, Robert Capa pubblicherà in sua memoria “Death in the Making”, riunendo molte foto scattate insieme.

La sua tomba a Parigi, giace dimenticata nella zona di Père Lachaise dedicata ai rivoluzionari e alla Resistenza, vicino al noto Mur des Federès.

Nel 1942 il regime collaborazionista fascista francese censurò l’epitaffio inciso sulla tomba di Gerda, epitaffio mai più restaurato. La tomba, dopo le modifiche occorse nel 1953, è accessibile da un viottolo posteriore.

La tomba di Gerda Taro fu l’unica ad essere violata dalla mano nazi-fascista, forse per l’influenza che la giovane rivoluzionaria, caduta nella guerra contro il fascismo, ancora esercitava sulla crescente Resistenza francese.

Rimasta a lungo nell’ombra del fidanzato Robert Capa e relegata al ruolo di sua compagna, dalla metà degli anni 1990 Gerda Taro è oggetto di interesse storico per il suo ruolo di giovanissima donna contro-corrente, rivoluzionaria militante sino al sacrificio massimo e protagonista della storia della fotografia e della Resistenza al fascismo.

Fonte

29/03/2016

Le fotografie di De Val

Nel settembre del ’43, le Quattro Giornate di Napoli offrono alla storia una stupenda “foto di massa”, ma nell’immaginario collettivo lo stereotipo della “città di plebe” è duro a morire. L’8 novembre 1943, alcune foto di “scugnizzi” armati, firmate da Robert Capa per la rivista “Life”, diventano il simbolo di un moto spontaneo, senz’anima politica: rabbia, popolino e sopravvivenza. Quelle foto, in realtà, il fotografo non le ha mai scattate; l’autore, un partigiano poco più che ventenne, gliele ha vendute per fame in cambio di pochi dollari. Si chiama Alessandro De Val, è comunista e ha portato nella lotta una identità politica così forte, da smentire l’ambiguo messaggio trasmesso dalle sue foto.

Nel 1948, la polizia arresta il De Val, ormai giornalista della “Voce”, perché gli trova in casa caricatori e bossoli senza proiettili. Sono cimeli delle Quattro Giornate e il giudice lo assolve, ma la montatura poliziesca contro un partigiano non scandalizza nessuno. Del ruolo degli antifascisti non si parla più e la rivolta è ormai il solito moto di “collera cupa che fermenta sotto la scorza della secolare umiliazione del Sud”, con i “lazzari” che per una volta sono dalla parte giusta. Poco dopo Roberto Battaglia scriverà che utilizzare la parola insurrezione per le Quattro Giornate significa “dire qualche cosa di troppo preciso” per un evento che ha i connotati “indefinibili di un fenomeno della natura”.

Perché è andata così? Perché ignoriamo vicende umane e militanza dei combattenti? Esiste un volto politico delle Quattro Giornate? Se esiste, come si poteva riconoscerlo nei gruppi indistinti fissati dalla “foto di massa” del settembre 1943? Forse sarebbe bastato collegare elenchi dei combattenti e fascicoli degli antifascisti schedati, per scoprire la storia politica di tanti partigiani.

“Eccellenza”, scrive il 30 agosto 1928 Salvatore Mauriello a Mussolini, affinché ascolti “il grido di chi fu al Suo fianco nelle battaglie sacre del socialismo”. Rivendicata la comune militanza, l’uomo espone la sua storia a Mussolini perché gli lasci riprendere “l’onesta via del lavoro, unica fonte di fecondo benessere per ogni famiglia”. E’ un percorso esemplare. Quando Michele Bianchi, ministro fascista, era Segretario della Borsa del Lavoro di Napoli, Mauriello, “era nella Commissione Esecutiva. Nel 1913 ebbe l’onore di stringerLe la mano alla Casa del Popolo di Milano. Nel giugno 1914 fu arrestato e processato per i moti della Settimana Rossa. Richiamato alle armi, mai disertò il suo posto di combattimento. Con l’ingegnere Amadeo Bordiga, preparò la formazione del partito comunista e nel 1921 fu inviato in Russia, come delegato politico e sindacale; lì conobbe uomini e cose di quell’immenso vulcano sociale. Processato per preparativi di atti insurrezionali”, si arrese e manifestò al “Questore sentimenti di attaccamento alla Patria, a V.E. e al Fascismo”. Dimesso dal carcere, vive però in “una miseria spaventevole, perché sotto stretta sorveglianza riesce impossibile procurarsi del lavoro e ricostruire una vita per sé e per la famiglia. Duce”, conclude, “quale prova deve dare un figlio d’Italia per essere degno di riabilitazione?”.

Come De Val, Mauriello ha “fatto” le Quattro Giornate. Comunista, ha sposato Ines Telarico, sorella di Gustavo, intellettuale e poeta, che a fine Ottocento saluta il “secolo dei lavoratori” con parole di fuoco: “E’ la vigilia della gran giornata. / Dato un urlo di sfida al mondo intero, / alla pugna m’accingo. / Sollevate le teste e tripudiate; / è vigilia solenne, o sofferenti”. E’ questa la città del giovane Mauriello: Napoli socialista, ricca di speranze e fermenti, che combatte battaglie sindacali, pone per prima il tema della “questione morale” e dà la parola a donne come Emilia Marabini, autrice di versi dolenti dedicati alle masse “che vagano in terra pallide, affamate / vagano dalla sorte abbandonate”. Parole che incantano i giovani della Federazione socialista, animata da Oreste e Attilio Wanderlingh e da Giuseppe Giudicepietro, tutti coinvolti nei moti del ‘98. Dopo decenni, il 22 agosto 1943 Giudicepietro è di nuovo in manette, stavolta con decine di antifascisti riuniti a Cappella Cangiani per organizzare la resistenza contro i tedeschi. In quanto ai Wanderlingh, benché anziani, nel 1940 sono in un gruppo clandestino che fa capo allo studio legale Amendola-D’Ambra, situato a Piazzetta Augusteo. E’ il gruppo che il primo maggio 1943 lancia un manifesto per la festa del lavoro e riempie la città di scritte contro la guerra, il fascismo e la monarchia. E’ la prova che un’attività politica cospirativa precede la sommossa e non stupisce se il 27 settembre, alla resa dei conti, Ugo Wanderlingh, figlio di Attilio, distribuisce armi ai partigiani e partecipa alla rivolta con lo zio Oreste che, malgrado l’età, scende in strada.

Come Mauriello e Giudicepietro, i Wanderlingh, non hanno tradito i loro ideali e il fascismo, che li  riconduce alla lotta, spinge Oreste verso il comunismo. Più sfortunato, Alfredo, il terzo dei fratelli, giunge alla militanza dopo la Grande Guerra e non si intruppa; è un “irregolare”, uno spirito libero, forse un libertario. Lavora per l’azienda di famiglia, ma si esibisce come prestigiatore ovunque trova un contratto. Girovago, irruente, estroso e troppo libero per subire il regime, dà nell’occhio, si espone e dichiara la sua avversione. Quanto basta perché passi per matto e finisca nell’elenco dei sovversivi da arrestare, quando a Napoli è in visita un’autorità. Una condanna che gli costa periodiche e dure giornate di carcere. La sua vita corre su un filo: viaggi, pedinamenti, “fogli di via”, il carcere e il rischio del manicomio, feroce risorsa della repressione. Il filo si spezza in vista dell’armistizio, in una città che è una polveriera. I nazisti, che prevedono la rivolta e diffidano di Badoglio, agiscono nell’ombra, danno la caccia ai “sovversivi pericolosi” e Alfredo Wanderlingh, svanisce nel nulla.

A giugno del ‘44, indagando su un collaborazionista, la polizia riferisce che, prima della rivolta, catturati alcuni sventurati, i tedeschi li hanno probabilmente fatti sparire nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario e poi spediti in Germania, da dove torneranno in pochi. Di certo non torna Alfredo e la sua scomparsa toglie un uomo agli insorti e alla famiglia e allunga la serie dei crimini impuniti commessi dai nazisti.

Quante storie come queste nascondono gli elenchi dei combattenti? Tante. E’ lì che va cercato il volto politico delle Quattro Giornate.

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