Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

Mai più armi atomiche! Da Hiroshima contro riarmo e proliferazione

Introduzione

A 81 anni dall’esplosione delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, come Ecoresistenze abbiamo visitato Hiroshima per continuare a tenere viva la testimonianza degli orrori derivanti dall’unico utilizzo sul campo della bomba atomica mai effettuato – ad opera degli Stati Uniti, nel 1945.

In un presente in cui la recrudescenza della guerra e una nuova spinta alla proliferazione nucleare stanno rivelando la fragilità del sistema di relazioni internazionali confezionato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo capitolo oscuro della Storia ci insegna che le conseguenze più gravi della corsa al riarmo e della devastazione del Pianeta riguarderanno l'intera specie umana.

Anche per questo come ambientalisti continueremo a militare per contrastare l’implementazione del nucleare come scelta che il nostro Paese, nel quadro della spinta europea all’indipendenza strategica e al rafforzamento militare, sta portando avanti.

Le cicatrici di Hiroshima a monito perpetuo per tutta l’umanità
L’esplosione della Bomba-A


Alle ore 8:15 del 6 agosto 1945, la prima bomba atomica della storia fu sganciata sulla città di Hiroshima, seguita tre giorni dopo, il 9 agosto, da quella su Nagasaki.

Una bomba atomica agisce in tre modi: il calore, l’urto, la radiazione. Nel caso di Hiroshima, la detonazione di 13-18 kilotoni avvenuta a 600 metri sopra il suolo produsse una palla di fuoco dalla temperatura superficiale di 7.700°C, raggiungendo vicino all’ipocentro fino a 3.000-4.000°C; un’immensa pressione di 11 tonnellate al metro quadro a 500 m dall’ipocentro; una massiccia dose di radiazione iniziale, seguita da quella “residua” che si depositò al suolo.

Tutti e tre provocarono conseguenze immediate sconvolgenti: la pelle umana fu bruciata fino a 3,5 km dall’ipocentro, ma nelle persone distanti fino a 1,2 km le ustioni arrivarono alla cane, provocando morte istantanea o dopo qualche giorno di agonia; l’onda d’urto non causò solo il collasso di moltissime strutture, intrappolando le persone tra le macerie e investendole di schegge, ma fu così forte da sollevarle in aria, farle svenire o schiacciarle a morte.

Anche piante e animali furono coinvolti: la vegetazione della città fu istantaneamente ridotta in cenere e solo lo sforzo tra il 1957 e il 1958 (in cui altri municipi e prefetture giapponesi, ma anche organizzazioni e singoli donarono piante e semi alla città) permise di riforestarla.

Ma le conseguenze più drammatiche e permanenti derivarono dalle radiazioni.

I danni da radiazioni

Hiroshima e Nagasaki sono stati gli unici casi in cui si siano potuti verificare gli effetti dell’esposizione a dosi così massicce di radiazione su un essere umano. La cosiddetta “radiazione iniziale” sprigionata con l’esplosione sotto forma di raggi gamma e neutronici, impose una dose di 4.200 millisievert di sola radiazione gamma per ogni persona non schermata, entro 1 km dall’ipocentro.

Questa energia era sufficiente ad uccidere istantaneamente chi si trovasse nei pressi dell’ipocentro, ma chi non morì sul colpo patì sofferenze mai conosciute prima. Dopo i primi sintomi (debolezza, nausea, febbre, diarrea) si manifestarono gli effetti acuti dell’avvelenamento da radiazioni, come la perdita dei capelli, la comparsa di macchie di sangue sottocutanee (rinominate “macchie della morte”), emorragie nel tratto di bocca ed esofago e la distruzione massiccia dei globuli bianchi – oltre a disturbi permanenti all’apparato riproduttivo. Infatti l’impatto più significativo delle radiazioni si manifesta immediatamente sui tessuti contenenti cellule che si dividono rapidamente: midollo osseo, nodi linfatici, mucose dell’apparato gastrointestinale, genitali e bulbi piliferi.

Dopo il bombardamento, la “radiazione residua” indotta negli oggetti ed edifici o ricaduta al suolo colpì anche chi, pur non esposto direttamente, si recò successivamente ad Hiroshima. La pioggia di fuliggine radioattiva nera e appiccicosa che cadde a seguito dell’esplosione è un esempio di nuclear fallout, ed è diventata simbolica della pervasività delle conseguenze di un simile disastro. Poco dopo l’esplosione gli abitanti di Hiroshima, sconvolti, assetati e bruciati dagli incendi la bevvero, contribuendo ad amplificare l’avvelenamento da radiazioni.

Tumori, leucemia ed altre malattie e disturbi hanno continuato a manifestarsi anche ad anni o decenni di distanza. Ancora oggi, la comprensione degli effetti a lungo termine di questa esposizione non è completa, e tante sono le questioni oggetto di studio. Non è un caso che sia nato proprio a Hiroshima l’Istituto di Ricerca per la Biologia delle Radiazioni e per la Medicina, fondato nel 1958 come Istituto per la Ricerca sulle Radiazioni Nucleari – uno dei maggiori istituti universitari di ricerca in questo campo presenti in Giappone. Conduce l’analisi epidemiologica concernente i colpiti dalla bomba atomica, oltre che lo sviluppo di trattamenti per curare i danni da radiazioni e la ricerca in medicina rigenerativa per la sindrome da radiazione acuta (ARS).

Gli Hibakusha – sopravvissuti ma non illesi

Entro la fine del 1945 erano morte approssimativamente 140.000 persone, ma gli effetti della bomba atomica si sono protratti per i decenni a venire.

Le difficoltà e le sofferenze sopportate dai colpiti dalla bomba atomica negli anni a venire furono immense, sia dal punto fisico che psicologico ed emotivo. Molti sopravvissuti si trovarono a fronteggiare la mancanza di conoscenza delle malattie insorte, e la discriminazione derivante dalla credenza errata che quelle malattie fossero contagiose. Anche chi riusciva a trovare un lavoro era spesso malvisto: “la malattia dei fannulloni” chiamavano in maniera sprezzante la continua stanchezza propria di molti colpiti dalle radiazioni.

Tanti altri non sopravvissero a lungo. Uno dei casi più noti è quello di Sadako, una bambina che al tempo del bombardamento aveva appena 2 anni. Visse serenamente fino ai 9 anni, quando sviluppò una leucemia acuta. Il museo conserva tante delle gru di carta che piegò durante la malattia, e la sua vicenda ha ispirato la costruzione del Monumento per la Pace dei Bambini, in ricordo di tutti i bambini uccisi dalla bomba atomica. Tutt’oggi il monumento è circondato dagli origami donati dai bambini in visita.

Un appello continuo alla Pace

La città di Hiroshima è completamente permeata di riferimenti al disastro nucleare, monumenti memoriali e messaggi di Pace. Il Parco Memoriale della Pace, che si articola nei pressi dell’ipocentro dell’esplosione, è quello che ne contiene la maggior parte.

In particolare, il Museo della Pace raccoglie la maggior parte dei reperti relativi al bombardamento, oltre che ripercorrere la storia dello sviluppo e dell’utilizzo della bomba atomica, e dei trattati internazionali per la non proliferazione dalla Guerra Fredda ad oggi.

Un’iscrizione iniziale recita:
“Una singola bomba atomica ha ucciso indiscriminatamente decine di migliaia di persone, distruggendo in profondità ed alterando le vite dei sopravvissuti. Tramite gli oggetti lasciati dalle vittime, artefatti bombardati, testimonianze dai sopravvissuti alla bomba atomica e materiali correlati, il Museo Memoriale della Pace comunica al mondo gli orrori e la natura inumana delle armi nucleari e diffonde il messaggio: mai più altre Hiroshima.”
Sono reperti che convogliano un enorme carico emotivo, simile per molti alla sensazione che si trova nel visitare gli ex campi di sterminio nazisti. L’utilizzo delle armi atomiche è ed è stato un crimine contro l’umanità, e sono migliaia le storie che, nel museo, lo testimoniano.

Il Museo della Pace non riporta tuttavia soltanto testimonianze di vittime e sopravvissuti, ma anche una meticolosa disamina della storia relativa alla bomba atomica – inclusi l’invenzione, gli utilizzi, gli sviluppi successivi alla guerra ed i trattati sulle armi nucleari in vigore fino ad oggi.

Il ruolo degli scienziati

Particolarmente rilevanti i documenti storici che ricostruiscono le “ragioni” e la pianificazione dello sganciamento della bomba, oltre che quelli che testimoniano il ruolo degli scienziati che hanno contribuito non solo ad idearla, ma a consigliarne l’utilizzo ed a studiare la massimizzazione del suo impatto.

Nel luglio 1941, il comitato MAUD convocato dal governo britannico fu il primo a stabilire la fattibilità della bomba atomica. Quello stesso novembre, l’Accademia Nazionale delle Scienze Statunitense stimò che questo tipo di arma sarebbe stato realizzabile in 3-4 anni.

Inizia qui la storia dello sviluppo della bomba atomica, con il Progetto Manhattan lanciato nel giugno 1942 ai laboratori di Los Alamos: uno sforzo costato 2 miliardi di dollari che coinvolse militari, industriali di tutta la Nazione e scienziati – questi ultimi soprattutto stranieri. Particolare importanza ebbe infatti “l’importazione” di fisici europei in fuga dal nazismo1, tra cui Albert Einstein, Hans Bethe, John von Neumann, Leo Szilard, James Franck, Edward Teller, Rudolf Peierls, Klaus Fuchs, Enrico Fermi.

La bomba fu testata con successo per la prima volta il 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos (Trinity Test).

L’idea di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone prese forma nel corso del suo sviluppo, anche in contemporanea all’apertura del fronte della Guerra nel Pacifico. Rispetto alle altre opzioni sul campo, questa fu privilegiata a causa della convinzione che terminare la guerra con un bombardamento atomico prima che l’Unione Sovietica potesse dichiarare guerra al Giappone avrebbe di molto ridotto l’influenza dell’URSS sull’Isola dopo la guerra, oltre che giustificato agli occhi dei cittadini statunitensi l’altissimo costo per il suo sviluppo.

Fu in questo quadro che gli Stati Uniti iniziarono a valutare, dalla primavera del 1945, i possibili bersagli: aree urbane con un diametro di almeno 4,8 km ed una topografia adatta ad amplificare gli effetti della deflagrazione. Il Comitato ad Interim per la selezione del bersaglio stabilì inequivocabilmente che dovesse trattarsi di un’area abitata e prese in considerazione Kyoto, Hiroshima, Yokohama, Kokura, Niigata e Nagasaki, consigliato tra gli altri da Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence.

Altri furono più tiepidi, e il “Rapporto Franck” (firmato per l’appunto da James Franck, Donald J. Hughes, James J. Nickson, Eugene Rabinowitch, Glenn T. SeaborgJoyce, C. Stearns e Leó Szilárd) sconsigliò l’utilizzo della bomba nucleare sul Giappone senza preventivo avvertimento – sostenendo che questa mossa avrebbe sacrificato il supporto pubblico mondiale, precipitato la corsa agli armamenti, pregiudicato la possibilità di accordi internazionali sul futuro controllo di armi di questo tipo. Per contro, il suggerimento fu di rivelare al mondo l’esistenza di quest’arma tramite dimostrazione su aree non abitate.

Anche in questo caso, non venne messa in discussione la necessità che tali armi fossero prodotte e detenute, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Solo l’orrore delle conseguenze dello sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, la cui realizzazione degli effetti fu così freddamente pianificata, sembrò “aprire gli occhi” a molti scienziati, che negli anni successivi si spesero per il disarmo nucleare. Una prima base fu il manifesto di Russel-Einstein del 1955 che, a seguito della messa a punto della bomba a idrogeno, spronava il resto della comunità scientifica a mobilitarsi contro la realizzazione e l’utilizzo delle armi di distruzione di massa.

Proprio da questo documento traggono ispirazione le Pugwash Conferences on Sciences and World Affairs, appuntamenti organizzati da scienziati dediti a promuovere approfondimento e argomentazioni sulla minaccia posta all’umanità dalle armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa.

Ed è a Hiroshima stessa che abbiamo avuto la possibilità di incontrare il referente giapponese del Pugwash: Tomohiro Inagaki, fisico delle particelle, Deputy director presso l’Education and Research Center for Artificial Intelligence and Data Innovation e professore presso l’Information Media Center dell’Università di Hiroshima – un incontro che all’importante valenza simbolica ha aggiunto contenuti che ben fanno da ponte tra il passato e il presente di una città e più in generale di una nazione che hanno sperimentato il dramma della bomba atomica.

La sua storia è un esempio di come pur se nipote di un hibakusha e studente di fisica, la memoria e la coscienza non sono scontate, ma possono essere recuperate, coltivate e trasformate in azione:
“Quando ero bambino, mio nonno era un hibakusha, cioè un sopravvissuto al bombardamento atomico.
In Giappone usiamo solitamente la parola hibakusha piuttosto che semplicemente “sopravvissuto”. Queste persone sono sopravvissute al bombardamento, ma hanno continuato a soffrirne le conseguenze per tutta la vita. La loro esperienza non si è conclusa nel momento in cui sono sopravvissute all’esplosione.
Da bambino ascoltavo spesso i racconti di mio nonno. Tuttavia, non gli piaceva parlare nei dettagli di ciò che era accaduto. Mi diceva soltanto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la vita era estremamente difficile.
Quando ero molto giovane, mi interessavo alla gravità e alla cosmologia. In seguito, durante il liceo, sviluppai un interesse per la fisica delle particelle, in particolare per i quark. Dopo essere entrato all’Università di Hiroshima, scoprii che diversi fisici stavano studiando gli effetti a lungo termine dei materiali radioattivi e cercavano di comprendere meglio ciò che era accaduto il 6 agosto 1945.
A quel tempo non riflettevo su queste questioni come fisico. Piuttosto, mi consideravo uno studente dell’Università di Hiroshima che riteneva importante comprendere l’eredità del bombardamento atomico e riflettere su come l’esperienza di Hiroshima potesse contribuire a ridurre il rischio delle armi nucleari nel mondo. Tuttavia, non ero personalmente coinvolto in queste attività.
Dopo aver completato il mio dottorato di ricerca, le cose cambiarono gradualmente.
Nel 1995 si tenne a Hiroshima la conferenza annuale del Movimento Pugwash. Quello stesso anno ottenni il dottorato. Il mio relatore era uno degli organizzatori della conferenza e lo vidi impegnarsi per ottenere finanziamenti e coordinare l’evento.
Dieci anni dopo, nel 2005, ero ricercatore presso l’Università di Hiroshima e il mio relatore era diventato rettore dell’università. Organizzò un’altra Conferenza Pugwash a Hiroshima. In seguito mi disse che desiderava che gli scienziati più giovani proseguissero questo lavoro, ed è allora che iniziai a prendere seriamente queste attività”. 
Un interesse che negli anni non si è rivolto solo a Hiroshima, ma progressivamente al resto del Giappone e al mondo. Recentemente, il prof. Inagaki ha visitato l’isola di Okinawa, in occasione del Giorno Memoriale dedicato a una pagina della storia giapponese meno nota di quella di Hiroshima e Nagasaki, ma maggiormente rivelatrice delle dinamiche che seguirono la Seconda Guerra Mondiale.
“Verso la fine della guerra, tra il 1944 e il 1945, l’esercito degli Stati Uniti avanzò attraverso il Pacifico partendo da luoghi come le Filippine, conquistando un’isola dopo l’altra fino a raggiungere Okinawa.
La Battaglia di Okinawa fu devastante. Circa il 25% della popolazione civile venne ucciso, compresi molti studenti. Ancora oggi è considerata una delle più grandi tragedie della storia di Okinawa.
Successivamente arrivarono i bombardamenti atomici di Hiroshima, il 6 agosto, e di Nagasaki, il 9 agosto. Ma prima di questi eventi, il 23 giugno, l’esercito giapponese aveva già abbandonato Okinawa. Quella data è ancora oggi commemorata come il Giorno della Memoria di Okinawa.
In effetti, ero a Okinawa proprio la scorsa settimana per tenere una conferenza magistrale su come Okinawa possa continuare a trasmettere al mondo il suo messaggio di pace.
Dopo la guerra, molti abitanti di Okinawa persero le loro case perché gli Stati Uniti costruirono basi militari in tutta l’isola. 
All’epoca, Okinawa era estremamente importante al livello strategico. L’Unione Sovietica era vicina, la Cina era vicina e il Giappone stesso era un alleato fondamentale degli Stati Uniti nell’Asia orientale.
Per la sua posizione geografica, Okinawa divenne una delle più importanti basi militari statunitensi nel Pacifico. A partire dagli anni Cinquanta vi furono schierate grandi quantità di armi nucleari.
Al culmine della Guerra Fredda, circa 1.300 armi nucleari erano dispiegate nell’intera regione del Pacifico. Okinawa da sola ospitava la concentrazione più elevata”.
“Ufficialmente, tutte le armi nucleari furono rimosse prima della restituzione del 1972.” Eppure “Circa il 70% di tutte le installazioni militari statunitensi presenti in Giappone è ancora concentrato a Okinawa.”

E le testate nucleari? “Non è chiaro dove siano state trasferite esattamente. Alcune probabilmente furono spostate in luoghi come Guam o le Filippine, ma i documenti pubblici non specificano ogni singolo trasferimento”. 

Ad oggi “pur credendo che non vi siano armi nucleari permanentemente stazionate a Okinawa, non possiamo verificare in modo indipendente ciò che potrebbe essere trasportato dai mezzi militari in visita” dal momento che “non esiste alcun modo per ispezionare le navi, i sottomarini o le altre unità militari americane”. 

Si tratta insomma di una storia che racconta, come quella dello sganciamento delle bombe atomiche, quali siano stati i mezzi impiegati dal secondo dopoguerra in poi dagli Stati Uniti per affermare la propria egemonia – un’egemonia che sembrava avesse avuto il suo culmine con il crollo dell’Unione Sovietica, ma che oggi è profondamente in crisi.

Ed è proprio questa crisi a spingere l’Occidente ed i suoi alleati politici e militari al riarmo – il Giappone non fa eccezione:
“C’è una forte pressione da parte degli Stati Uniti affinché il Giappone aumenti il proprio bilancio militare, e il governo giapponese ha deciso di ampliare la spesa per la difesa.
Il governo sostiene che ciò sia necessario per proteggere il Giappone e che non abbia finalità offensive. Ma la domanda è: chi può distinguere chiaramente tra difesa e offesa?
Le stesse strutture e gli stessi sistemi militari possono essere utilizzati per entrambi gli scopi”. 
In particolare, rispetto alla “deterrenza nucleare”, l’argomento più in voga per sostenere la produzione delle armi atomiche e la loro proliferazione:
“La deterrenza nucleare funziona attraverso un ciclo continuo: un Paese aumenta le proprie capacità militari e un altro Paese risponde aumentando a sua volta le proprie. Questo porta a una corsa agli armamenti senza fine.
De-escalation. Naturalmente, questo è molto difficile. Molte persone non credono che il dialogo possa risolvere gravi conflitti internazionali. Ma io credo che dovremmo continuare a impegnarci per creare le condizioni affinché ciò sia possibile”. 

Condividiamo l’impegno del prof. Inagaka e di tanti altri perché questo tipo di coscienza si continui a sviluppare anche negli ambienti accademici e della ricerca, il cui ruolo è tutt’altro che neutrale – contrariamente a quanto il liberismo continua a propagandare.

Una scia di morti e devastazione che attraversa il passato e minaccia il presente

“Che tutte le anime qui riposino in pace; perché non si ripeta il male”

Questa è l’iscrizione che reca il Cenotafio di Hiroshima per le vittime della bomba atomica.

Una frase esemplificativa di un grande non detto che aleggia su tutti i memoriali e in tutti i discorsi: l’utilizzo della bomba atomica è stato un crimine contro l’umanità – crimine per il quale nessuno ha mai pagato e per cui nessuna scusa è mai pervenuta ai familiari e ai sopravvissuti.

Un crimine che si è protratto anche nei decenni successivi, continuando a mietere silenziosamente vittime tramite le centinaia di test nucleari che sono stati effettuati in tutto il mondo.

Oltre 500 sono quelli registrati fino al 1980, con la dispersione di materiali altamente nocivi in ampie aree del Pianeta, con effetti devastanti su tutti coloro che furono esposti (chi abitava in prossimità dei siti, soldati coinvolti nei test) e, ovviamente, sull’ambiente.

È il caso dei test nucleari come quelli portati avanti nel Nevada Test Site dal 1951 in poi, i cui residui radioattivi che si sparsero nelle aree circostanti (ed in alcuni casi a centinaia di chilometri di distanza, raggiungendo Utah e Arizona) esposero almeno 170.000 persone, provocando un innalzamento delle morti per leucemia e cancro.

Nonostante il primo Trattato di Non Proliferazione sottoscritto nel 1970 e tutte le sue estensioni e divieti di test che sono stati sottoscritti negli anni successivi, la crisi delle istituzioni e dei trattati internazionali frutto degli equilibri post-bellici ha coinvolto anche questo ambito.

Oggi il CTBT (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) del 1996 è in stallo, e tutti gli accordi sono indeboliti dalle progressive prese di posizione belliciste di un Occidente che ha fondato l’attuale quadro normativo internazionale a proprio vantaggio e che oggi, sempre a proprio vantaggio, lo rifiuta.

Note

1 https://ahf.nuclearmuseum.org/scientist-refugees-and-manhattan-project/

Fonte

30/07/2026

Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna

Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.

Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.

Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).

Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.

Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.

In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.

Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.

Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.

Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.

Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).

Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.

Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.

Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.

All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.

Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.

Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.

Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.

Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.

Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.

Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.

Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.

Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).

Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.

Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).

La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.

Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.

Fonte

05/07/2026

Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista

di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)

All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.

Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.

A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.

È sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.

Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra le quali le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.

Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.

Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL. Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà e che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.

Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.

Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.

Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.

Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.

Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.

Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.

Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.

Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center dell’ISPI:

La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.

Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quello stresso sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.

Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?

E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.

Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.

Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.

Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di se stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.

Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito,  per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà verso i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.

In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.

Note

  1. N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.
  2. Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.
  3. Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.
  4. Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.

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27/06/2026

Crisi tra Kiev e Varsavia. Il nodo è la memoria nazista e banderista dell’Ucraina

Nel silenzio quasi totale dei media italiani, si sta consumando una significativa crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina. Un silenzio di cui è facile capire i motivi: non solo sarebbe poco furbo, in questo momento in cui bisogna propagandare l’unità dell’Europa al fianco dell’Ucraina, ma anche e soprattutto perché il nodo del contendere rivelerebbe il peso profondo della memoria nazista nella costruzione del consenso all’attuale regime di Kiev e nel rafforzamento degli spiriti nazionalistici, necessari di fronte al disastro della guerra.

Può far sorridere (anche se c’è davvero poco per cui esser contenti) il fatto che al centro del contendere ci sia una decorazione, una medaglia, insomma, dietro cui si nasconde una profonda faglia politica e una pacificazione mai avvenuta davvero, tra i due paesi dell’Europa orientale.

Il Presidente polacco Karol Nawrocki ha deciso di revocare a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia. Il prestigioso riconoscimento era stato conferito a Zelensky il 5 aprile 2023, durante la presidenza di Andrzej Duda.

All’epoca, l’onorificenza era stata concessa come simbolo delle relazioni amichevoli, ed era ormai quasi una prassi consolidata, dato che la decorazione era stata data anche a vari predecessori di Zelensky (Kučma, Juščenko e Porošenko). Ovviamente, non a Viktor Janukovyč, considerato filo-russo. Zelensky aveva dedicato l’onorificenza ai suoi militari, tracciando l’idea che Polonia e Ucraina combattevano insieme contro Mosca.

Tuttavia, sotto la superficie della solidarietà bellica, ha continuato a covare la memoria storica della Seconda guerra mondiale, di una ferita tra i due paesi su cui l’ultimo decennio di governo di Kiev non ha fatto altro che gettare sale. Nel 1943, nelle regioni della Polonia orientale – che oggi sono parte dell’Ucraina occidentale – i reparti che, in ultima istanza, facevano capo al collaborazionista Stepan Bandera uccisero circa 100 mila civili polacchi (oltre a ebrei, russi e bielorussi) per costruire un’Ucraina “pura”.

Nel 2016 la Polonia ha riconosciuto ufficialmente quegli eventi come genocidio e nel 2025 ha istituito l’11 luglio come giornata nazionale della memoria. Se la ragione “superiore” della guerra alla Russia aveva portato a sopire momentaneamente lo scontro ancora aperto con Kiev intorno alla memoria di quei fatti, alla fine il caso è scoppiato.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare dell’esercito ucraino proprio agli “eroi dell’UPA”, cioè dell’organizzazione nazista ucraina autrice dei massacri di polacchi. A ciò, si è aggiunta anche la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk (anch’egli tra le fila dei collaborazionisti ucraini, anche se in competizione con Bandera).

Di fronte al rifiuto ucraino di fare un passo indietro sulla glorificazione di figure legate al collaborazionismo e ai massacri di polacchi, Nawrocki ha deciso di revocare l’onorificenza a Zelensky. La reazione di Kiev non si è fatta attendere, in termini piuttosto “capricciosi”. Zelensky ha restituito la medaglia spedendola per posta al governo di Varsavia, e ha accusato Nawrocki di strumentalizzare la storia per fini di politica interna, paragonando il presidente polacco a Viktor Orbán.

Per quanto non c’è dubbio che la leadership di Varsavia stia strumentalizzando la questione per consensi domestici, la questione della glorificazione dei collaborazionisti nazisti e la rimozione dei crimini di pulizia etnica commessi rimane. Zelensky, tra le altre cose, ha ribadito l’interpretazione ucraina degli eccidi del 1943, definendoli la “tragedia di Volinia”, coinvolgendo in egual misura polacchi e ucraini.

La frattura è stata allargata anche dagli ex presidenti Kučma, Juščenko e Porošenko, che hanno rinunciato a loro volta all’Ordine dell’Aquila Bianca, e così hanno fatto anche il ministro degli Esteri Andrii Sybiha e il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov con altre onorificenze polacche.

Nel frattempo, lo scontro è arrivato anche su X. Alle polemiche sollevate da Zelensky, che ha affermato di non essere felice di un riconoscimento attribuito anche a figure come Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder, la Sottosegretaria di Stato polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato ricordando che l’Ordine non può essere tolto ai defunti, e che, ad ogni modo, il “filo-russo” Schröder non ha “eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” o intitolato unità dell’esercito tedesco alle SS.

Parole molto pesanti che disvelano l’infestazione profonda del regime ucraino da parte di nazisti e banderisti. Una realtà che è bene continuare a tenere nascosta, ora che bisogna ribadire il fatto che l’Ucraina sta combattendo per la “libertà” dell’Europa.

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24/06/2026

“La nostra guerra contro la Russia”. L’ammissione nell’anniversario dell’Operazione Barbarossa

Lo scorso 22 giugno, nel lugubre 85° anniversario dell’aggressione nazista all’Unione Sovietica, appare quantomeno curioso osservare come da alcune dispute giornalistiche tedesche scaturisca, involontariamente, la realtà di un’Europa che, ancora una volta, è impegnata militarmente sul “fronte orientale”.

Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista “si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa”.

Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica “distorce la realtà storica”.

Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di compromettere “la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni”. Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia.

Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014.

È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.

D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa “non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa”.

Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.

Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev.

Oggi, dice “si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina”. L’Europa, afferma Luk’janov, “sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina... Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva“.

E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina “non stia perdendo”: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui “la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio”.

Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che “la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace”.

Da qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste.

Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che “l’Ucraina ha già perso”. Vade retro.

Tra una declamazione e l’altra su “Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa” ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per “l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte”, dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei.

Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che “sono critici sulle armi”. Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.

La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio.

Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurata “da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva””. Questo, da un lato.

Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”.

Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale.

E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.

Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli Esteri, l’intera “esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia”.

L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda.

E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.

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10/05/2026

9 maggio, socialismo o barbarie. Comunisti in piazza contro la guerra e per l’alternativa


Sabato pomeriggio le strade da Piazza Vittorio a San Lorenzo hanno visto sfilare la manifestazione in occasione del 9 maggio che celebra la sconfitta del nazifascismo in Europa. Se liberali, conservatori e destre hanno provato a manipolarla facendola diventare la giornata dell’Europa, nel nostro paese è venuta crescendo la determinazione di impedire che il revisionismo storico – e un anticomunismo di ritorno – ometta il ruolo avuto dall’URSS nella sconfitta del nazifascismo.

Migliaia di persone hanno riaffermato questa verità storica e politica coniugandola con l’agenda politica attuale, in particolare contro la guerra su cui ci stanno trascinando le classi dominanti europee e ribadendo la necessità di una alternativa a tutto campo ad un futuro fatto di guerre, regressione sociale e di civiltà.

Una prima esperienza di corteo per celebrare il 9 maggio c’era stata lo scorso anno. Quest’anno si è replicato con numeri ancora maggiori.

Se qualcuno immaginava una manifestazione di vecchi comunisti è rimasto sorpreso e smentito dalla stragrande maggioranza di giovani e giovanissimi che ha caratterizzato il corteo.

Sulla manifestazione di ieri a Roma lasciamo parlare le immagini.

Fonte e foto del corteo

09/05/2026

9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina

di Fulvio Scaglione

Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.

Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.

Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale

Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al Mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).

O dalla Francia, che nel 2011 partecipò ai bombardamenti sulla Libia e all’uccisione del dittatore Gheddafi con l’altra panzana delle fosse comuni e dei sanguinari mercenari africani, guidata del resto da quel Nicolas Sarkozy su cui prende una possibile condanna a sette anni di carcere per essersi fatto finanziare la campagna elettorale del 2007 da... Gheddafi.

Boicottaggio abbracciato dai Paesi UE che nel 2014, nelle fasi cruciali dell’Euromaidan, avevano “mandato” Lady Ashton, allora Alto commissario per la politica estera, e le alte cariche del Parlamento europeo a sfilare per Kiev accanto ai giannizzeri dell’ultra-destra ucraina, contribuendo a far saltare l’accordo in dieci punti che l’opposizione aveva siglato con il corrotto presidente Yanukovich (ritorno alla Costituzione del 2004, formazione di un governo transitorio, elezioni presidenziali anticipate...) e che accoglieva di fatto le richieste dei manifestanti.

Cercando quindi il ribaltone totale, ben sapendo che ciò avrebbe scatenato un conflitto interno all’Ucraina, che sul tema Europa e Nato vs Russia era spaccata a metà, come tutte le ricerche americane e ucraine dell’epoca (ne parlo ampiamente nel mio libro “Zelens’kyj – L’uomo e la maschera”) confermavano. Una per tutte quella di Usaid del dicembre 2013, in pieno Euromaidan: il 37% degli ucraini chiedeva l’adesione alla Ue, il 33% l’adesione all’Unione doganale proposta dalla Russia e il 15% diceva né l’una né l’altra.

Il ricordo della “Grande guerra patriottica”

Avviso per i cacciatori di putiniani in servizio permanente effettivo: tutto questo non giustifica nulla. Nessun Paese è “obbligato” ad aggredirne un altro, e non lo era la Russia nel 2022. Un pizzichino di storia recente, però, può aiutare a capire che non ci voleva Einstein, in quell’ormai lontano 2015, per capire che impostare il rapporto con la Russia di Vladimir Putin nello stile del marchese del Grillo (“io, Occidente, sono io e faccio quel che mi pare, e voi non siete un …”) non era una grande idea.

Qualcuno aveva per caso boicottato gli Usa o la Gran Bretagna per l’Iraq? Le loro squadre erano state cacciate dalle competizioni internazionali? La libertà di movimento dei loro cittadini limitata in alcun modo? No, vero? Ecco. Immaginate tutto questo visto dai russi.

E non solo per la questione politica del cosiddetto “doppio standard”. Si sa come i russi vedono la vittoria sul nazismo. Come il trionfo finale della “grande guerra patriottica”. Il che dà un po’ l’idea che la Seconda guerra mondiale l’abbiano vinta da soli. Cosa che, come ben sappiamo, non è vera: non sarebbe stata vinta senza la tenacia degli inglesi, o i mezzi forniti dagli americani, o i movimenti di resistenza dei diversi Paesi.

Però due cose restano vere. La prima è che nessun Paese ha avuto il numero di morti (militari e civili) che ebbe l’URSS (compresi, per dire, gli ebrei ucraini o bielorussi, che erano comunque cittadini sovietici), siano essi 20 o 25 milioni secondo le diverse stime.

La seconda è che a combattere i nazisti (e i collaborazionisti che stavano con loro) sull’enorme fronte Est c’erano i sovietici e che l’80% dei soldati nazisti caduti in battaglia cadde per mano dei soldati sovietici, come accertato dagli studi dello storico inglese Richard Overy (cfr “Russia in guerra”, Il Saggiatore).

Capire le lezioni del passato

Ragioni che dovrebbero rendere comunque rispettabile il sacrificio della Russia in quella che fu la guerra contro il male assoluto per l’umanità. Non rappresentarono questo i promotori dell’Olocausto?

In più, non c’è in pratica famiglia, in Russia, che non ricordi un antenato scomparso in quella guerra. E non solo in Russia, ovviamente. Quando si ritrovano i sempre meno numerosi reduci della resistenza nella Casa Pavlov, uno dei caposaldi della resistenza di Stalingrado (morirono più tedeschi per cercare, invano, di conquistarla, di quanti ne caddero per prendere Parigi), la maggior parte di loro viene dalle ex Repubbliche dell’Asia Centrale.

Nella famiglia Zelensky, il nonno si aumentò l’età per potersi arruolare volontario. E i suoi tre fratelli più grandi partirono per il fronte e non tornarono. E per che cosa o chi andavano a combattere? Non certo per l’Ucraina, perché i nazionalisti stavano con le truppe tedesche nella speranza di essere liberati da Stalin. Gli altri combattevano per l’URSS e per Stalin, ci piaccia o no.

Quindi, boicottare quella parata per ragioni politiche fu come sputare in un occhio a quei molti milioni di russi che onoravano la memoria dei loro cari, caduti come gli inglesi, gli americani e tanti altri nella guerra per la salvezza dell’umanità.

Messa in prospettiva, la decisione dei Paesi occidentali fu un enorme regalo alla propaganda nazionalista di Putin, che proprio in quegli anni cominciava a girare a pieno regime, mostrando inequivocabilmente ai russi che gli standard di giudizio che l’Occidente applicava agli altri non erano paragonabili a quelli, assai più generosi, che riservava a sé.

E fu l’inizio del progressivo allontanamento dei Paesi del Sud del Mondo dagli orizzonti politici dell’Occidente, che si riservava il diritto di devastare l’Iraq o la Libia, dove aveva collaborato a fare centinaia di migliaia di morti, ma prendeva posizione contro la riannessione della Crimea, tra l’altro costata 4 morti (1 soldato e 3 civili) ai russi e 5 (tutti soldati) agli ucraini.

Per questo la Russia non è uscita isolata dalle sanzioni economiche occidentali. Per questo tra due giorni [oggi, ndr], sulla Piazza Rossa, sfileranno con le truppe russe quelle di altri 13 Paesi.

Le lezioni del passato, però, non servono se ci si rifiuta di meditarle. Ed è proprio questo che accade, dal beneplacito Usa-Ue alle stragi di Gaza agli episodi minimi come la decisione dell’Estonia di non concedere il proprio spazio aereo ai velivoli dei presidenti di Brasile e Cuba che intendono recarsi a Mosca per la parata del 9 maggio.

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07/05/2026

Il 9 maggio i comunisti ci mettono la faccia. Corteo a Roma per la vittoria sul nazifascismo

Dopo la riuscita manifestazione dello scorso anno, anche questo 9 maggio a Roma si terrà la manifestazione in occasione della Giornata della Vittoria sul nazifascismo, contro la guerra e il riarmo, per riaffermare la prospettiva del socialismo.

Da anni è evidente che siamo di fronte ad una battaglia ideologica a tutto campo contro la storia e le conquiste del socialismo, come testimoniato dalla risoluzione che equipara nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo.

In un contesto di guerre, regressione sociale e di civilizzazione, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista e alla guerra.

“Il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista” è scritto nell’appello di convocazione della manifestazione.

Il corteo, convocato unitariamente dalle “comuniste e i comunisti” partirà alle 15 da Piazza Vittorio e si concluderà a San Lorenzo sotto lo slogan “Socialismo o barbarie”.

Qui di seguito l’appello unitario che ha convocato l’appuntamento del 9 maggio.
Il 9 maggio del 1945 l’Armata Rossa e le Resistenze che si erano battute in tutta Europa poterono annunciare la sconfitta del nazifascismo e la fine della barbarie scatenata dalla Germania nazista e dei suoi alleati, Italia fascista compresa.

A distanza di ottantuno anni, la crisi del capitalismo sta portando di nuovo la guerra nell’agenda politica di tutti i giorni, minacciando i popoli del mondo intero.

Il genocidio ancora in corso a Gaza e la colonizzazione della Cisgiordania, l’attacco Usa-Israele all’Iran e al Libano, il rapimento del presidente Maduro e il criminale “bloqueo” imposto a Cuba sono gli ultimi esempi dell’aggressività dell’area euroatlantica nella competizione imperialista.

L’Unione Europea e il governo Meloni sono compartecipi di questa deriva guerrafondaia, complici dei crimini dello stato terrorista di Israele e degli attacchi degli Stati Uniti, che sostengono puntando sul riarmo per rispondere a crisi interna e crisi internazionali.

Il piano di riarmo da 800 miliardi dell’Unione Europea si inserisce in questa dinamica, risponde alla necessità della competizione imperialista e alle vicende interne nell’alleanza atlantica dell’era Trump, mettendo una seria ipoteca sul futuro di tutto il continente.

Su questo, in Italia anche le forze del campo largo, che si professano alternative alla Meloni, sostengono invece il riarmo e la prospettiva di un esercito europeo e una difesa comune, con le conseguenti politiche del governo antipopolari e securitarie per chi vive e lavora nel Paese.

Di fronte alla battaglia ideologica combattuta contro le conquiste del socialismo, come testimonia l’equiparazione tra nazismo e comunismo votata dal Parlamento europeo nel 2025, riaffermare la storia del movimento operaio e comunista significa riaffermare la centralità del socialismo come unica soluzione possibile alla crisi del modo di produzione capitalista.

Mettere al centro la questione del socialismo oggi significa dare una prospettiva concreta ai lavoratori, agli studenti, alle donne e alle classi popolari anche qui in Italia, un paese che fa parte della NATO e dell’UE. I comunisti e le comuniste possono svolgere un ruolo fondamentale per risalire il piano inclinato in cui le classi dirigenti stanno trascinando l’umanità.

Nell’esempio della resistenza di Cuba e della Palestina, come di tutti coloro che si battono contro l’imperialismo e la guerra, il 9 maggio scendiamo anche quest’anno in piazza per la verità storica affermata dalla Giornata della Vittoria, contro le falsificazioni della “giornata dell’Europa” e in difesa di tutte le esperienze di lotta antimperialista e anticolonialista.

Comunisti e comuniste
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30/04/2026

La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio

1942, agosto, Rommel avanza verso l’Egitto e gli inglesi sono nel panico, non hanno truppe in loco, perciò organizzano in tutta fretta un Reggimento Palestinese nel Mandamento loro attribuito dalla Società delle Nazioni, che controllavano in Terra Santa, forza che arrivò ad avere 7000 uomini arruolati al suo apice, 3800 ebrei e 3200 arabi palestinesi.

Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.

In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.

Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.

I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.

La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.

Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.

Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.

Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.

Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.

La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.

Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.

Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.

Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.

Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.

La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.

La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.

Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.

Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.

Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.

Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.

Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.

La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).

Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.

Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.

Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.

Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.

Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.

Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.

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18/04/2026

Su Giovanni Gentile, 82 anni dopo e sul mito “fascista per caso amico degli ebrei”

Chiudendo su Giovanni Gentile 82 anni dopo quel celebre 15 aprile a Firenze e sul mito “del fascista per caso amico degli ebrei” (nota dinamica della destra “finiana” e “meloniana” di rileggere le vicende storiche dei propri riferimenti su misura del rapporto con Israele rafforzato dopo gli anni ’90 ed entrato notoriamente in crisi solo nelle ultime settimane).

Riguardo al “filosofo in camicia nera” (grazie allo storico Mimmo Franzinelli per la definizione) la mia domanda principale è: perché i celebratori e rivalutatori di Gentile – anche a sinistra – nella santificazione del personaggio gli fanno il torto enorme di negare il lato militante della sua adesione al fascismo?

Perché far passare per un bonario opportunista, un “liberale confuso” o un uomo politicamente “passivo” l’intellettuale organico per eccellenza del regime mussoliniano, una personalità pubblica che rimase coerente con lo spirito militante-combattentistico del suo percorso politico e della sua fede mussoliniana dopo i trascorsi liberal-conservatori della sua formazione giovanile (dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, fino alla scelta di campo per la “Repubblica di Salò”, quando le sorti della guerra negative avevano già stemperato il fanatismo di altri famosi colleghi legati alla corte accademica del regime)?

Perché ricondurre la scelta “repubblichina” di un filosofo che, in base agli scritti privati, sempre vide in Mussolini la massima affermazione “post-risorgimentale” della sua idea di Italia-Nazione, solo alla vicenda personale, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, del figlio Federico, ufficiale del Regio Esercito Italiano di stanza a Tolone nel territorio della Francia meridionale occupata, poi deportato dai tedeschi in un campo d’internamento militare a Lvov in Ucraina (tesi che circola spesso sul suo periodo “repubblichino”: un adesione su misura esclusivamente di far liberare il figlio)?

Riassumendo su Gentile: con la sua spesso celebrata riforma dell’Istruzione del 1923 sancì un primato sessista dell’insegnamento umanistico escludendo le donne dalla docenza in filosofia, pose le basi con la stessa riforma per la persecuzione dell’uso delle lingue minoritarie nelle province di confine (lo sloveno e il croato in quelle nord-orientali, il tedesco e il ladino in Alto Adige, il francese e il franco-provenzale in Val d’Aosta), ideò il giuramento di fedeltà del 1931 per i docenti universitari, incoraggiò l’arruolamento volontario dei propri figli in guerra dopo il 1940 come “offerta al Duce”, esaltò nel 1942 il Giappone militarista alleato come modello di virtù guerriere, si circondò dopo l’adesione alla “Repubblica di Salò”, a Firenze, dei personaggi più estremisti e screditati nello stesso mondo culturale fascista (tipo lo scultore Antonio Maraini – nonno della più celebre e di altro orientamento politico Dacia – ammiratore della politica contro l'“arte degenerata” della Germania nazista), definì gli inglesi “barbari del 20° secolo” e, infine, pronunciò il suo ultimo discorso pubblico come rettore dell’Accademia d’Italia il 19 marzo 1944 – in cui definì Hitler “grande Condottiero” – quando a Firenze l’occupazione tedesca aveva già portato la guerra in città.

Come avrebbe detto un vecchio compagno dell’ANPI-Legnaia di mia conoscenza, con trascorsi in montagna e ormai scomparso da anni: “E che altro avrebbe dovuto fare per dimostrare che l’era fascista?”.

Quello che i partigiani comunisti fiorentini dei GAP guidati da Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini colpirono non era un “liberale confuso”, ma un fascista “repubblichino” convinto, anche se non della tipologia più estrema o più truce (ma con responsabilità morali, politiche intellettuali più gravi di qualsiasi squadrista semi-analfabeta).

Riconoscere quello che Gentile era senza inventarsi biografie riabilitatorie forse è l’atto più pietoso che noi compagni possiamo concedergli.

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