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05/07/2026

Quando in Indonesia finirono le illusioni della “terza via” e delle rivoluzioni nazionali a carattere socialista

di Sandro Moiso

Nicola Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 256, 22 euro

Viviamo per lottare e lottiamo per vivere. Non viviamo per il semplice gusto di esistere, ma per difendere la vita con coraggio fino all’ultimo battito del cuore. Dalla nascita all’ultimo respiro, la vita è sempre una lotta. Talvolta ci attende una prova durissima, talvolta una battaglia aspra. Non ogni contesa conduce alla vittoria. Ma il senso della vita è avere il coraggio di affrontare quelle battaglie e, insieme, aspirare a vincerle. (Sudisman, ultimo segretario generale del Partito Comunista Indonesiano. Discorso difensivo dinanzi al tribunale militare straordinario (Mahmillub) poco prima della condanna a morte – 21 luglio 1967)

All’epoca non costituì soltanto una strategia comunicativa tra le tante possibili, ma un sogno di alterità rispetto all’esistente. Una possibilità altra di riorganizzare il mondo al di fuori della spartizione del pianeta tra le due uniche superpotenze uscite vincitrici dal secondo macello imperialista: USA e URSS. Ma, come tutti i sogni, era destinato a finire, senza aver mai inciso davvero sulla realtà.

Si parla, ovviamente, del movimento dei Paesi non allineati che anche se era nato ufficialmente con il vertice tenutosi a Belgrado dal 1° al 6 settembre 1961, in realtà, aveva iniziato a formarsi con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, ospitata dal presidente Sukarno su iniziativa di Josip Broz Tito, Jawaharlal Nehru e Gamal Abd el-Nasser. Un movimento da cui avrebbe preso vita la definizione di Terzo Mondo, ispirata al Terzo Stato protagonista della Rivoluzione francese e, per questo motivo, tutt’altro che riduttiva; i cui intenti dichiarati erano, oltre a quelli di una necessaria presa di distanza sia dagli USA che dall’URSS, costituiti dall’opposizione al colonialismo, all’ imperialismo e al neocolonialismo.

A quell’epoca i paesi aderenti erano 25, in gran parte, escluse Iugoslavia e Cuba, appartenenti all’Africa, al Medio Oriente, al Sub-continente indiano e all’estremo oriente peninsulare, mentre il vertice successivo si sarebbe tenuto al Cairo nel 1964, tra 46 Stati. Con il vertice del 1969 a Lusaka si sarebbe poi giunti alla realizzazione di una struttura permanente su temi economici e politici. Ma con il venir meno dei suoi principali leader e promotori come Nasser, Neheru e il maresciallo Tito il movimento avrebbe perso progressivamente peso e importanza a partire dalla fine degli anni 1960, anche se continuò ad attirare molti Paesi usciti dalla colonizzazione che, con il passare degli anni, l’avrebbero associato principalmente ad un’unione che garantisse sostegno economico per lo sviluppo.

È sicuramente un lungo cappello introduttivo quello che qui si è posto alla recensione del libro di Nicola Tanno pubblicato da Mimesis, ma utile per inquadrare un insieme di illusioni, prospettive politiche e valutazioni più di carattere ideologico che materiale, che fecero parte di una lunga storia, spesso contraddittoria e confusa, di cui il massacro perpetrato nei confronti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) nel 1965 costituì un elemento tutt’altro che secondario, essendo avvenuto proprio nel paese in cui tale movimento aveva iniziato formalmente il suo cammino.

Un paese che conta oggi quasi trecento milioni di abitanti, ponendosi in tal modo al quarto posto tra quelli più popolati (dopo India, Cina e Stati Uniti), costituisce la nazione islamica più grande (in cui quasi il 90% della popolazione aderisce all’Islam) e si estende su un territorio di un milione e 905mila chilometri quadrati suddiviso in un arcipelago formato da 17.508 isole (di cui 2.342 abitate, secondo le stime del governo nel 2013), tra le quali le maggiori sono quelle di Giava, Sumatra, Borneo e Papua o Nuova Guinea Occidentale. Le due ultime attualmente condivise con Malesia e Brunei la prima e con lo Stato di Papua Nuova Guinea nella sua parte sud-orientale.

Anche se la lingua ufficiale, almeno fin dalla dichiarazione di indipendenza del 1945, è l’indonesiano occorre segnalare che le lingue presenti sul territorio sono almeno 700, secondo le stime riportate da Tanno, e che la maggior parte degli indonesiani parla almeno una di queste lingue locali (bahasa daerah), spesso come prima lingua. Di queste il giavanese è la più parlata, essendo la lingua del principale gruppo etnico e anche dell’isola che da sola raccoglie circa la metà della popolazione complessiva.

Nell’economia indonesiana odierna è il settore dei servizi a garantire la percentuale più elevata della ricchezza del paese, contribuendo al 45,3% del PIL. Segue l’industria (40,7%) e l’agricoltura (14,0%), anche se quest’ultima occupa ancora la parte più importante della forza lavoro, rappresentando il 44,3% dei 95 milioni di lavoratori. Mentre il settore dei servizi occupa il 36,9% delle persone impiegate e l’industria il 18,8%. Le principali industrie includono quella petrolifera e del gas naturale, dei prodotti tessili, dell’abbigliamento e il settore minerario. I principali prodotti agricoli sono olio di palma, riso, tè, caffè, spezie e gomma. Anche se ancora nel 2006 si stimava che il 17,8% della popolazione vivesse al di sotto della soglia di povertà e che il 49,0% della popolazione vivesse con meno di due dollari al giorno.

Un paese che, sicuramente ha costituito il cuore dell’impero olandese delle Indie orientali e la cui indipendenza dall’Olanda fu per forza di cose osteggiata e combattuta con un mix di parziali riforme e di brutale repressione che l’autore del libro, un collaboratore di “Jacobin Italia” laureato in Scienze politiche e relazioni internazionali e in Analisi economica delle istituzioni internazionali all’Università Sapienza di Roma che vive e lavora a Barcellona, descrive nella prima parte della sua ricerca.

Prima parte (Revolusi 1914-1948, pp. 29-70) di cui l’aspetto più interessante è costituito dal lento e contraddittorio processo di formazione e sviluppo di quello che sarebbe stato il più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese. Uno sviluppo segnato da alcuni fattori cui vale la pena di dedicare attenzione sia per il loro studio che per una loro corretta interpretazione.

Il primo di questi è rappresentato dall’avere avuto tra i suoi fondatori un militante rivoluzionario neerlandese, Henk Sneevliet, giunto a Semarang nel 1914 in un momento di risveglio politico e sindacale. Proveniente da una famiglia povera, nei Paesi Bassi Sneevliet era stato capo del sindacato dei ferrovieri e aveva rotto con l’area maggioritaria del partito socialista, da lui accusata di moderatismo. Da ciò derivo un’originale mescolanza tra lavoratori indonesiani, meticci e di origine europea che, in qualche modo, superò le rigide interpretazioni secondinternazionaliste dello sviluppo delle lotte proletarie nelle colonie.

Da questo punto di vista l’aspetto forse più significativo è fornito dal fatto che tale unità tra lavoratori indigeni e allogeni avvenisse, comunque, in uno dei settori per l’epoca più avanzati dal punto di vista tecnologico e dell’importanza economica: quello delle ferrovie e dei trasporti. Cosa che, però, orientò inizialmente l’azione politica in direzione di un eccesso di attenzione nei confronti di una classe operaia industriale tutt’altro che sviluppata, in un paese che vedeva, e ancora oggi, come si è visto già prima, vede, la maggior parte della forza lavoro impiegata nell’agricoltura.

Il secondo fattore fu determinato da una radicalizzazione politica, non soltanto di quel comparto lavorativo, sviluppatasi in un contesto in cui i primi movimenti per l’indipendenza nazionale furono caratterizzati da una significativa presenza di ideali e concetti derivati dalla religione islamica, che era stata adottata per la prima volta nel nord dell’isola di Sumatra nel XIII secolo attraverso l’influenza dei commerci, diventando la religione dominante del paese nel XVI secolo. Mentre la Chiesa cattolica era stata invece introdotta dai colonizzatori e dai missionari portoghesi e il protestantesimo durante il periodo coloniale olandese.

Una presenza, quella olandese, che, come ci ricorda Nicola Tanno, solo da inizio Ottocento si era trasformata da dominio commerciale a potere coloniale vero e proprio, pur essendo gli olandesi presenti nell’arcipelago sin dal XVII secolo attraverso la Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Avvenne dunque in questo modo che durante i primi anni del Novecento le Indie Orientali Olandesi vivessero il proprio apogeo.

Giava era la principale isola delle Indie Orientali Olandesi. Pur essendo soltanto la quinta dell’arcipelago per ordine di grandezza, essa ne era il principale centro politico, economico e culturale, ospitando nel 1920 all’incirca il 70% della popolazione delle Indie, pari a trentaquattro milioni di persone. Dalla metà del XIX secolo uno dei principali centri agricoli dell’isola divenne la fertile zona di Surakarta, incastonata tra maestosi vulcani nella parte interna del paese. Lungo la pianura migliaia di contadini coltivavano la canna da zucchero e poi trasportavano i fusti ai mulini a vapore, dove altri lavoratori erano impiegati nella loro lavorazione. Questa città era anche la capitale del Principato di Surakarta, uno Stato nominalmente indipendente, ma di fatto al servizio del governatorato delle Indie Olandesi e che, in nome dell’obbedienza ai Paesi Bassi, garantiva il mantenimento dei privilegi dell’aristocrazia giavanese. Chi viveva tra i campi di Surakarta e il porto di Semarang – nella parte centro-settentrionale dell’isola – osservava un mondo che cambiava velocemente, e viveva sulla propria pelle lo sfruttamento sia del vecchio mondo feudale che del potere capitalista e coloniale. Lungo le linee ferroviarie che trasportavano lo zucchero, viaggiavano anche idee nuove, che denunciavano il colonialismo, il feudalesimo, il capitalismo e che promuovevano la solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo1.

Quello che, giunti a questo punto, dovrebbe saltare agli occhi è dato dal fatto che tutto quanto avrebbe contribuito alle successive sollevazioni indipendentistiche e/o proletarie dell’arcipelago indonesiano sarebbe stato di origine esterna alla tradizione dei popoli che abitavano con le loro culture, lingue e religioni molte delle isole dello stesso; come conseguenza di una partita più ampia che, se al centro aveva il commercio di varie potenze economiche con un’area particolarmente ricca di materie prime, derivava anche dal fatto che tra l’isola di Sumatra e la prospiciente penisola malese si sviluppa uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale, quello di Malacca. Lungo 930 chilometri e largo poco meno di due miglia nautiche nel suo punto più stretto, cosa che costringe le navi che lo utilizzano ad avere dimensioni conformi, costituendo il collegamento più breve tra l’Oceano Indiano e il Mar Cinese Meridionale e fungendo così da porta d’accesso marittima all’Asia. Come ha spiegato in una recente intervista Paola Morselli, Research Fellow per l’Asia Center dell’ISPI:

La sua importanza deriva soprattutto dalla posizione geografica che collega direttamente i principali fornitori di risorse energetiche con i grandi poli manifatturieri asiatici.
Ogni anno vi transitano circa 80mila navi, un flusso che riflette la sua centralità nelle catene di approvvigionamento globali: si stima infatti che attraverso questo stretto passi circa un quarto del commercio marittimo mondiale e oltre il 40% del petrolio trasportato via mare.
La stessa natura delle merci che passano dallo stretto è fortemente strategica in quanto riguarda le forniture energetiche dirette alle principali economie asiatiche. Paesi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan dipendono in larga misura da questa rotta per l’importazione di petrolio e gas dal Medio Oriente. In particolare, si stima che circa l’80% delle importazioni petrolifere cinesi attraversi lo stretto. Questa combinazione di fattori rende lo Stretto di Malacca un’infrastruttura strategica insostituibile, nonostante negli ultimi anni si parli sempre più di rotte alternative o corridoi terrestri, nessuna opzione appare ad ora in grado di pareggiarne l’efficienza e i costi.

Se si stima che lo stretto di Hormuz contribuisce per il 20,9%, quello di Suez per l’8,8%, Bab-el-Mandeb l’8,6%, gli stretti danesi ovvero i tre canali che congiungono il mar Baltico con il mare del Nord il 4,9%, i Dardanelli e il Bosforo il 3,4 e il canale di Panama il 2,1%, si comprenderà come quello stresso sia di enorme interesse geo-politico, economico e militare non soltanto a partire dal petrolio e da oggi. Un pesante fattore indiretto di necessità di controllo di un’area vastissima, in cui i fattori ideologici, politici, religiosi hanno quasi sempre rivestito soltanto, o quasi, la funzione di mascheramento degli interessi profondi che li agitavano, più o meno coscientemente.

Il testo di Tanno si interroga su alcune questioni essenziali: com’è stato possibile che nel biennio 1965-1966 almeno 500.000 militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) siano stati assassinati dall’esercito di Suharto, finendo con l’annientare del tutto un partito così grande?

E come è stato possibile che un crimine di tali dimensioni sia stato quasi del tutto cancellato dalla narrazione storica e dalle menti degli stessi discendenti delle vittime?
Infine, quale ruolo decisivo giocarono le potenze occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, nel permettere e sostenere quel massacro?

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati. Ma è anche il racconto dei dilemmi che il PKI si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Problemi e dilemmi ancora scottanti per chi si voglia impegnare, ancora oggi, nella lotta anti-imperialista e contro la guerra. Motivo per il quale rivolgere l’attenzione ai miti fondativi del movimento rivoluzionario indonesiano, con il suo mai superato misto di incroci tra marxismo e islamismo, tra nazionalismo e sindacalismo, tra interessi dei lavoratori poveri e quelli della piccola e media borghesia e tra aspirazioni all’indipendenza e sudditanza agli interessi degli imperi maggiori, rimane di fondamentale e più che complessa importanza.

Ad esempio nel caso, fondamentale ad avviso di chi scrive, del conflitto dichiarato, in nome di un sempre sedicente antifascismo, dall’Occidente e dalla Russia contro l’occupazione giapponese dell’estremo oriente peninsulare e di una città importantissima come Singapore. Una lotta feroce cui fu chiamata la popolazione di quell’arcipelago anche nelle sue lande più isolate, come il Borneo, in cui la guerra nel 1945 raggiunse momenti di esasperazione, rappresaglie e crudeltà difficilmente raggiunti su altri fronti2.

Un coinvolgimento in una guerra che, però, fece sì che la forza della lotta anticoloniale dei popoli sottomessi agli imperi occidentali volgesse a favore dell’Occidente stesso e che Stalin contribuì a benedire sostenendo che in quel frangente la lotta anti-imperialista e anticolonialista nei confronti dell’Olanda, della Gran Bretagna e della Francia dovesse lasciare il passo a quella «prioritaria» contro l’imperialismo giapponese. Un modo come un altro, dopo tutta la sequela di battute d’arresto, cambi di fronte e di parole d’ordine, di tattiche e strategie politiche, tutte riassunte nel libro di Tanno, che avevano accompagnato l’Internazionale Comunista fin dagli anni successivi alla rivoluzione d’ottobre, per sviluppare l’idea del socialismo in un solo paese e la sua difesa. A qualsiasi costo: politico, economico e umano.

Ecco dove affondava le radici il fallimento, annunciato, non solo del non allineamento come alternativa o terza via di sviluppo tra capitalismo e socialismo, ma soprattutto del movimento comunista indonesiano. Utilizzato e poi abbandonato anche dallo stesso presidente Sukarno, abile venditore di se stesso e della propria ideologia politica destinata a governare un paese troppo grande e diviso attraverso gli strumenti della mescolanza ideologica tra religione, laicismo, marxismo sempre e irrimediabilmente deformato, sviluppismo e valori provenienti dalle necessità dell’accumulazione di stampo capitalistico. Cui la bestiale repressione neerlandese e anglo-americana pose fine senza interrompere la continuità degli interessi nazionali, imperiali e neo-coloniali.

Senza tutto ciò, e senza l’incomprensione mostrata dai rivoluzionari per la complessità di quel mondo, il «metodo Giacarta» non sarebbe certo stato sufficiente3. Così, proprio per questo motivo, l’entità del crimine, la vastità della sconfitta, le insurrezioni mancate e quelle fallite non possono soltanto servire a farci invocare la giustizia, soprattutto quella di un ordine internazionale superiore mai esistito e sempre asservito,  per perorarne ancora la causa, ma al contrario farci riflettere sugli errori e sulla loro diabolica ripetizione. Non solo per pietà verso i caduti e gli sconfitti, ma per non ripetere parole d’ordine, formule politiche e giaculatorie talmudiche inefficaci e troppo spesso nate già morte.

In una sorta di eterno giorno della marmotta politico, senza alcuna via d’uscita4.

Note

  1. N. Tanno, Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1968), Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2026, pp. 29-30.
  2. Si veda lo spietato romanzo Addio al Re di Pierre Schoendoerffer (Bompiani 1970 – ed. originale Éditions Bernard Grasset 1969) da cui, nel 1988, John Milius avrebbe tratto un film (Farewell to the King) interpretato da Nick Nolte, in cui si narra come i soldati giapponesi fossero giunti al cannibalismo per continuare la resistenza e la propria sopravvivenza e avessero contribuito a massacrare con implacabile ferocia le tribù locali che avevano accettato di combattere contro di loro. Pierre Schoendoerffer (1928-2012) è stato anche regista cinematografico e in questa veste realizzò, nel 1964, La 317e Section, in assoluto il miglior documento filmico sulla catastrofe militare del colonialismo francese in Indocina dopo la sconfitta di Diên Biên Phu, che vinse il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes del 1965.
  3. Si veda: V. Bevins, Il metodo Giacarta. La crociata anticomunista di Washington e il programma di omicidi di massa che hanno plasmato il nostro mondo, Giulion Einaudi Editore, Torino 2021. Si vedano, inoltre anche i due documentari di J. Oppenheimer: The act of killing del 2012, candidato agli Oscar come miglior documentario e The look of silence (2014), che si ricollega ai fatti del precedente (il massacro in Indonesia degli oppositore del generale Suharto), presentato in concorso alla 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria, il premio FIPRESCI, il Mouse d’Oro della critica online italiana e il Premio Miglior Film dell’Area Europea e Mediterranea.
  4. Il riferimento è al film Groundhog Day di Harold Ramis, realizzato nel 1993, in cui il protagonista (Bill Murray) appare rinchiuso in un loop temporale che lo condanna a risvegliarsi sempre nello stesso giorno e a ripetere le medesime azioni.

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12/06/2026

L’export UE verso gli USA diminuisce, ma è più interessante il caso cinese

I dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump sembrano iniziare a sortire qualche effetto sull’economia europea. Secondo gli ultimi dati rilasciati da Eurostat, nei primi tre mesi del 2026 il valore dei beni scambiati tra UE e USA è crollato di circa il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Una contrazione che equivale a quasi un terzo delle esportazioni europee verso gli States e che rappresenta uno dei peggior trend commerciali degli ultimi anni per Bruxelles. Bisogna però comprendere i dati, non solo riportarli. Nel primo trimestre dell’anno scorso c’è stata un’impennata delle esportazioni, soprattutto di prodotti chimici e annessi, proprio perché era scattato l’allarme sulla guerra commerciale trumpiana.

Effettivamente, il valore delle merci esportate negli USA è diminuito velocemente, con una brusca frenata dopo l’accordo negoziato dalla Commissione Europea con Washington nell’agosto del 2025, che prevedeva l’introduzione di una tariffa del 15% su diverse categorie di merci. Il rialzo del primo trimestre del 2026 non ha fatto recuperare il terreno perso rispetto ai livelli dell’export raggiunti dal 2023 in poi.

Ma stando alle informazioni di Eurostat, l’aumento del deficit commerciale statunitense negli ultimi anni era già stato parzialmente riequilibrato dall’esplosione delle importazioni europee di beni energetici in seguito alla rottura economica e commerciale con la Russia. In sostanza, bisogna prendere con le pinze qualsiasi faglia che sembri emergere nel rapporto consolidato tra i mercati delle due sponde dell’Atlantico.

Ci sono comunque elementi da tener presenti. La Casa Bianca aveva giustificato la stretta protezionistica citando un deficit commerciale superiore ai 300 miliardi di euro a favore dell’UE, anche se i dati della Commissione Europea lo attestano intorno ai 200 miliardi per il 2025. Ovviamente, i numeri sparati da Trump non considerano l’esportazione di servizi statunitensi verso la UE, che riduce il surplus a favore di quest’ultima a soli 21 miliardi di euro.

Ciononostante, la linea dura di Washington ha prevalso, colpendo i pilastri dell’export europeo. Auto e semiconduttori hanno registrato forti rallentamenti, così come il settore farmaceutico. Le eccellenze alimentari del Vecchio Continente sono state tra le più colpite, con una drastica riduzione delle quote di mercato oltreoceano, anche se rimangono marginali rispetto a veicoli, macchinari e prodotti chimici.
Ad ogni modo, gli Stati Uniti rimangono il principale mercato per l’export UE, con un volume d’affari di circa 120 miliardi di euro (pari a circa il 19% del totale delle merci esportate dai suoi membri).

Tra il primo trimestre del 2025 e il secondo dell’anno corrente le esportazioni europee verso l’Indonesia sono volate, grazie alla finalizzazione del CEPA (Comprehensive Economic Partnership Agreement), e sono cresciute verso altri partner (Australia, Canada, e altri).

Bisogna però sottolineare che l’export europeo è diminuito verso altri importanti attori. Con la Cina, il Giappone e la Turchia la flessione per lo stesso periodo si aggira intorno all’8%. A mostrare un trend che sembra davvero attestarsi in maniera strutturale in senso discendente sono le esportazioni verso il Dragone, mentre l’import è tornato a salire.

La frammentazione del mercato globale è la cornice entro la quale vanno comprese queste dinamiche, che è evidente si trovino ancora in una fase di assestamento, e dunque ampiamente soggette a cambiamenti. Tuttavia, bisognerà vedere come avanzerà il braccio di ferro tra Washington e Bruxelles.

La presidenza USA ha accusato l’UE, lo scorso mese, di non contrastare efficacemente il commercio di merci prodotte tramite lavoro forzato, minacciando nuovi dazi. Non è un moto umanitario, quello della Casa Bianca: ciò viene considerato come un danno per gli interessi della produzione stelle-e-strisce, che subisce così una concorrenza sleale.

L‘accusa del tycoon è legata, in realtà, ai ritardi europei nell’attuazione degli impegni presi con l’accordo del 2025, di cui l’implementazione finale dovrà avvenire entro la scadenza tassativa del 4 luglio. L’Europarlamento dovrà dare la ratifica decisiva il prossimo 16 giugno.

Ma l’eliminazione di molti dazi europei su vari prodotti statunitensi è vista come un pericolo sostanziale per molti settori già in affanno nel Vecchio Continente, e dunque l’esito non è scontato. La Cina, nel caso in cui si approfondisse la rottura con Washington, potrebbe rappresentare davvero l’unica àncora di salvezza di Bruxelles.

Fonte

10/05/2026

Arcipelago Rosso. Un libro per togliere dal silenzio il massacro dei comunisti in Indonesia

Il libro “Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia (1914-1965)”, edito da Mimesis e curato da Claudio Tanno, è un corposo testo che racconta la storia del genocidio anticomunista avvenuto tra il 1965 e il 1966 in Indonesia ma tratta più in generale della storia del PKI, il più grande partito comunista del ‘900 non al potere.

Nel biennio 1965-1966 viene calcolato che quasi 500mila militanti del Partito Comunista Indonesiano (PKI) furono assassinati dall’esercito golpista di Suharto. Quello che è stato uno dei più terribili e dimenticati massacri del ‘900 pose fine alla storia del più grande partito comunista al mondo non al potere, inferiore nei numeri solo a quello sovietico e a quello cinese.

“Arcipelago rosso” racconta la storia di quel partito: dalla lotta anticoloniale contro i Paesi Bassi fino alle grandi battaglie anti-imperialiste del dopoguerra nell’Indonesia di Sukarno, segnate dalla nascita del movimento dei Paesi Non Allineati.

Ma è anche il racconto dei dilemmi che il Partito Comunista Indonesiano si trovò ad affrontare – sul rapporto tra democrazia e rivoluzione, tra violenza e legalità, tra socialismo e nazionalismo – e che restano ancora attuali.

Al massacro dei comunisti indonesiani sono stati dedicati anche due film. “The Look of Silence” del 2014, “uno dei più grandiosi e potenti documentari mai realizzati” secondo Werner Herzog ed Errol Morris, che erano stati anche i produttori esecutivi del primo film sullo stesso tema di Joshua Oppenheimer “The Act of Killing” (2012) che aveva già squarciato il velo sull’agghiacciante massacro di massa in Indonesia della metà degli anni Sessanta.

Attraversando cinquant’anni di storia indonesiana, il libro di Claudio Tanno si interroga su due questioni essenziali: com’è stato possibile che un partito così grande sia stato annientato del tutto? Un ruolo decisivo in questo vero e proprio genocidio (si parla infatti di quasi mezzo milione di morti) fu giocato dagli Stati Uniti.

In una prima fase gli USA sostennero economicamente e logisticamente i partiti politici anticomunisti, ma senza ottenere i risultati sperati. Al contrario, il relativo successo elettorale del PKI alle elezioni del 1955 e del 1957 spinse Washington ad adottare misure molto più violente, ideate dai fratelli Dulles – Allen, alla guida della CIA, e John Foster a quella del Dipartimento di Stato.

Nel biennio 1957-'58 gli USA diedero manforte a un’operazione militare per rimuovere Sukarno, un leader nazionalista sempre più distante dagli USA e affine al PKI. Un gruppo di militari e politici anticomunisti proclamò l’indipendenza di una repubblica alternativa, la PRRI/Permesta, attraverso una ribellione innescata nelle zone di Sumatra e Sulawesi. Gli USA intervennero direttamente attraverso bombardamenti, operazioni segrete e sostegno logistico ai militari rivoltosi, ma sottovalutarono il nazionalismo interno al grosso dell’esercito, finanche nelle sue frange più anticomuniste, restie ad accettare la secessione di un pezzo del paese.

Il pretesto per la sanguinaria controrivoluzione si materializzò il 30 settembre 1965 quando un colpo di Stato di un alcuni ufficiali proclamò “un governo rivoluzionario” dopo aver giustiziato alcuni membri dello stato maggiore della fazione di destra.

Suharto, il capo delle truppe riserviste, il giorno dopo – 1 ottobre 1965, prese il controllo di Jakarta e iniziò la repressione e i massacri di massa. Il coinvolgimento della Cia, dell’ambasciata degli Stati Uniti, così come dei servizi segreti britannici sono stati ampiamente provati.

La Cia ebbe un ruolo chiave nell’elaborazione della propaganda anticomunista dei golpisti, facendo circolare false notizie sulle atrocità commesse dai comunisti e fomentando l’odio razziale contro i cinesi o religioso contro gli atei. L’ambasciata USA e la CIA avevano stilato un elenco di 5000 quadri di tutti i livelli del Partito Comunista e li avevano forniti all’esercito indonesiano, facilitando così il massacro dei militanti e dei dirigenti del partito.

“Arcipelago rosso” ha il merito di restituire alla conoscenza pubblica una storia troppo poco conosciuta, tanto da sospettarne la chiusura di un altro scheletro negli armadi dei crimini commessi dagli Stati Uniti.

Ma non è solo la storia di un genocidio, è anche l’epopea di un partito comunista di massa in un realtà complessa e lontana come quella dell’Indonesia, un arcipelago di migliaia di isole e con decine di milioni di abitanti nella quale però le istanze di emancipazione sociale crebbero vertiginosamente per decenni. Fino ad essere stroncate in un bagno di sangue che merita di essere conosciuto e ricordato.

Fonte

02/11/2025

Le rivolte della Generazione Z

Un’ondata di rivolte ha colpito le istituzioni politiche ed economiche di vari Paesi sparsi per il globo, dal Nepal alla Mongolia. Tutte hanno un tratto in comune: coloro che vi hanno preso parte sono per la maggior parte appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Le analisi condotte dai media hanno sottolineato le proteste contro la corruzione o la repressione poliziesca, senza sforzarsi di comprendere a fondo il fenomeno e tracciare le similitudini. Molte di queste lotte sono infatti animate da una coscienza politica profonda e vedono tra i promotori movimenti che contestano apertamente le disparità economico-sociali, puntando il dito contro un modello di sviluppo che permette condizioni sempre più agiate a una ristretta élite, in molti casi figlia della stessa classe dirigente, in netto contrasto con l’abbandono infrastrutturale e la diffusa povertà della maggior parte della popolazione. Questi manifestanti non chiedono una generica riforma della politica, ma pretendono il cambio di un sistema incentrato su privilegi per pochi e precarietà di vita per tutti gli altri.

Nepal, da Discord alla caduta del governo

Tra le proteste che negli ultimi due anni hanno imperversato tra l’Asia meridionale e il Sud Est Asiatico, le manifestazioni in Nepal sono state quelle maggiormente coperte dai mezzi di comunicazione occidentali. 

Dopo secoli di monarchia, nonostante l’ottenimento della democrazia, durante gli ultimi vent’anni la situazione in Nepal non ha portato ai miglioramenti sperati dalla popolazione. L’attuazione di un modello capitalista fondato su una scarsa industrializzazione e sul turismo ha ingrossato le casse delle caste più elevate, a discapito della maggior parte della popolazione nepalese. Il tasso di povertà assoluta che supera il 20% e la disoccupazione giovanile al 21% si scontrano con le condizioni economiche delle famiglie al potere, le quali, in molti casi, fanno sfoggio dei propri agi sui social network. Dopo una prima ondata di manifestazioni, represse duramente dalla polizia, l’8 settembre sono riesplose le proteste, quando il governo ha deciso di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network. Rapidamente le proteste, organizzate su piattaforme come Discord, sono divenute violente e si sono abbattute sulle principali strutture del potere nepalese a Kathmandu.

I manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema, oltre che le residenze del presidente e le sedi del Partito Comunista del Nepal. Nei giorni seguenti il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni e il testimone è passato nelle mani di Sushila Karki, giurista nota per la sua lotta alla corruzione e segnalata dai manifestanti come unica figura in grado di traghettare il Paese alle prossime elezioni.

Indonesia, il dissenso contro la militarizzazione

Tra le proteste imperversate nei Paesi del Sud Est asiatico, l’Indonesia ha raggiunto livelli di violenza e repressione militare eccezionalmente alti e allarmanti. In pochi giorni le attività della polizia hanno portato a 3000 arresti, 20 persone risultano scomparse e l’utilizzo della violenza da parte delle autorità militari ha causato almeno 8 morti accertati. Il fuoco della protesta è deflagrato il 25 agosto 2025, quando i giovani, appoggiati dai sindacati, sono scesi per le strade di Jakarta e in particolare di fronte al Parlamento a manifestare contro l’approvazione di una legge che prevedeva l’aumento di benefici economici per i parlamentari del Paese. Gli stipendi di queste figure politiche superano i 100 milioni di rupie indonesiane (più di 5000 euro), di cui una parte è costituita da un bonus per l’alloggio. Queste cifre entrano in netto contrasto con le politiche attuate dal presidente indonesiano Prabowo Subianto che, in carica dall’ottobre del 2024, ha dato il via a una serie di misure di austerity finalizzate a contrastare l’aumento dell’inflazione attraverso profondi tagli a settori come la sanità e l’istruzione.  

Se da un lato i progetti economici di Prabowo hanno già deluso le aspettative, dall’altro la società indonesiana sta vivendo sulla propria pelle un aumento drastico della militarizzazione del Paese. È bene sottolineare che la figura del presidente è storicamente legata agli anni della dittatura, quando, sotto l’autorità di Suharto, Prabowo ricopriva il ruolo di comandante delle forze speciali indonesiane. Difatti, l’approvazione di alcune misure in ambito militare ha rapidamente attirato l’attenzione di coloro i quali hanno vissuto gli anni della dittatura. Nel marzo del 2025, Prabowo ha rimaneggiato l’articolo 47 della Costituzione, applicando un aumento dell’età pensionabile per il personale militare e l’accesso agli incarichi civili da parte delle forze militari. Tra questi ruoli spiccano la segreteria di Stato, la procuratoria generale e l’antiterrorismo. Se la prima ondata di proteste è stata repressa con violenza dalle autorità, l’approvazione di una nuova misura che raddoppia l’indennità dei parlamentari per le vacanze sta innalzando nuovamente il livello di tensione tra i manifestanti.

Mongolia, si dimettono due presidenti

Tra le manifestazioni contro la corruzione che hanno animato i giovani asiatici, sicuramente le proteste in Mongolia hanno trovato poco spazio nella stampa generalista italiana. Anche in questo caso, la popolazione è scesa in piazza in seguito a scandali di corruzione legati alla classe politica a capo del Paese. Nel maggio del 2025 sono state organizzate altre manifestazioni in occasione di scandali della famiglia presidenziale emersi attraverso i social network. Il casus belli riguarderebbe alcuni regali di lusso fatti dal figlio del presidente Oyun-Erdene Luvsannamsrai alla propria fidanzata, elemento che metterebbe in evidenza le ricchezze della famiglia al governo e sottolineerebbe così le profonde disuguaglianze tra le élite del Paese e il resto della popolazione. Eletto nel 2024, Luvsannamsrai raggiunse la presidenza grazie a un’alleanza tra il suo Partito Popolare e il Partito Democratico, avversario durante le elezioni.

Le proteste, che si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica, hanno raccolto il plauso di alcuni deputati democratici: proprio questo elemento ha portato all’esclusione del partito dalla coalizione di governo e, di conseguenza, alla proposta di una mozione di fiducia nei confronti del presidente Luvsannamsrai. Nonostante il capo del governo abbia negato ogni coinvolgimento con i casi di corruzione, il 3 giugno scorso si è visto costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’insuccesso della mozione di fiducia. 

Dopo soltanto quattro mesi, il 10 ottobre del 2025, anche il neopresidente Gombojav Zandanshatar è stato sfiduciato dal parlamento con l’accusa di aver nominato unilateralmente il nuovo ministro della Giustizia e degli Affari Interni, contravvenendo alla Costituzione. 

Marocco: più ospedali, meno stadi

Anche i giovani marocchini stanno scendendo in piazza da settimane per protestare contro il sistema. Tutto ha avuto inizio a fine settembre 2025, quando, dopo la diffusione di una notizia riguardante le morti di 8 partorienti nell’ospedale Hassan II di Agadir, migliaia di giovani si sono radunati nelle piazze principali delle più grandi città marocchine per manifestare contro le politiche di Rabat. Le immagini delle condizioni in cui versano molti degli ospedali pubblici hanno acceso un sentimento di profonda ingiustizia in una popolazione che denuncia gravi lacune in ambito sanitario, profonde disuguaglianze economiche, un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 37% e una condizione di totale abbandono delle aree più periferiche del Paese.

A questo si aggiunge l’organizzazione della Coppa d’Africa del 2025 e dei Mondiali di calcio del 2030, che, come reclamato dai giovani manifestanti, sta mettendo in evidenza l’interesse da parte del governo di concentrarsi su tematiche futili, invece di intervenire sulle condizioni critiche in cui versano i principali settori pubblici del Paese. Come in Nepal, le proteste sono state organizzate su piattaforme social come Discord e Instagram, sotto il nome di GenZ212 e Moroccan Youth Voices. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in tutto il territorio e, come denunciato da vari collettivi impegnati nella tutela dei diritti umani, le forze di polizia hanno represso fin da subito ogni forma di dissenso, attaccando con violenza sproporzionata i giovani manifestanti e uccidendo 3 persone. Gli arresti sarebbero oltre 2000, 900 le accuse di crimini di vario genere. Nonostante le proteste, il multimiliardario primo ministro e sindaco di Agadir Aziz Akhannouch ha sorvolato sulle ragioni delle manifestazioni, mentre il re Mohammed VI ha invitato il governo ad approvare riforme sociali, senza però mai accennare all’eventualità di dimissioni per il presidente Akhannouch.

Perù, la repressione infiamma le proteste

Anche nel caso del Perù, le proteste si sono concentrate dopo l’approvazione, da parte del governo di Dina Boluarte, di una legge legata al sistema pensionistico del Paese. Spontaneamente, dal 13 settembre, vari manifestanti, ispirati dalle immagini provenienti dal Nepal e dall’Indonesia, hanno iniziato a riunirsi nelle vie del centro della capitale Lima e, nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse in varie città del Paese, interessando specialmente i giovani. Fin da subito la polizia ha attaccato con violenza i manifestanti, ferendo anche vari giornalisti, ma la repressione non ha fatto altro che innalzare il livello della tensione sociale.

Il 9 ottobre il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte, per poi trasferire l’incarico al conservatore José Jerí, accusato, tra le altre cose, di aggressione sessuale e arricchimento illecito. L’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente non ha fatto che aizzare le proteste, che il 15 di ottobre si sono svolte simultaneamente in più di quindici città peruviane. Anche in questo caso la polizia ha represso brutalmente i manifestanti, ferendone a decine, mentre a Lima un agente di polizia avrebbe ucciso il musicista Mauricio Ruíz, noto con il nome d’arte Trvko. L’uccisione di Ruíz ha innescato una spirale di rabbia tra i manifestanti, che la stessa sera si sono radunati davanti alla sede del Congresso della Repubblica e del Palazzo del Potere giudiziale e hanno iniziato a lanciare sassi contro le due sedi istituzionali.

Il termine «Gen Z» per celare la lotta di classe

Sebbene sia indubbio che i principali fautori di questa nuova ondata di proteste siano i giovani appartenenti alla generazione nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, è interessante notare come la stampa occidentale abbia rapidamente etichettato le proteste attraverso la dicitura «Gen Z», senza sottolineare che nella quasi totalità dei casi si tratta di manifestazioni indette dalle fasce più colpite dalle disuguaglianze sociali e dalla disoccupazione. Come affermato da Wlliam Shoky, redattore della rivista online Africa is a Country, l’attenzione rivolta dai media all’età dei manifestanti sembra avere il fine di depoliticizzare le proteste, che invece denunciano le nefandezze di sistemi politici ed economici chiaramente definiti.

Se da un lato i media generalisti scelgono di soffermarsi sulla presenza tra i manifestanti di bandiere con il Jolly Roger tratto dal fumetto giapponese One Piece, con l’intenzione di trasformare le proteste in elementi di costume giovanile, dall’altro sembra essere messa in atto dalla stessa stampa un’operazione di profonda delegittimazione del movimento, che, nella sua essenza, vuole soppiantare un sistema ereditato da politiche messe a punto dalle generazioni precedenti.

Se si vuole tracciare un filo rosso tra queste manifestazioni, è necessario, chiaramente, includere anche le proteste che si stanno verificando in Italia e in molte città europee contro il genocidio in Palestina, perché fondate sull’ingiustizia sofferta davanti all’impunità di cui gode Israele. La rabbia che sta animando simultaneamente migliaia di giovani in varie parti del mondo è il risultato di un sistema politico ormai fallito. Queste proteste stanno dimostrando la forza di una popolazione schiacciata da decenni di disuguaglianze economiche e sociali; limitarle alla dicitura «Generazione Z» è fin troppo riduttivo.

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15/09/2025

[Contributo al dibattito] - Lo strano effetto domino che colpisce i Governi inclini a collaborare con India e Cina

I governi di mezza Asia sono alle prese con gravi situazioni di emergenza, rivolte popolari e instabilità politiche. I media internazionali le raccontano semplicemente come se fossero crisi sistemiche o, nei casi più violenti, insurrezioni popolari alimentate da una Generazione Z stanca di abusi e soprusi di leader corrotti e senza scrupoli. C’è, tuttavia, chi sta iniziando a ipotizzare la presenza di una regia esterna, di una longa manus interessata ad appiccare l’incendio in aree strategiche per minare il cortile di casa di potenze rivali, nemiche o appartenenti al cosiddetto “resto del mondo”.

La mappa delle proteste parla chiaro: la recente destabilizzazione ha coinvolto gran parte del Sud Est Asiatico, laddove si trovano Paesi più o meno inclini a collaborare con Cina e India, e pure storici alleati statunitensi collocati in Estremo Oriente. Ebbene, se in un primo momento questi scossoni geopolitici danneggiavano per lo più Pechino, con progetti della Belt and Road Initiative congelati (in Pakistan), governi inclini a collaborare con Xi Jinping saltati in aria come mine (Bangladesh) e ingenti investimenti perduti nel nulla (in Sri Lanka), adesso riguardano anche Delhi.

Il caso del Nepal, piccola nazione incastonata nel cuore dell’Himalaya, è emblematico: a lungo satellite indiano, e poi abile nel mantenere un certo equilibrio tra i due giganti asiatici, Kathmandu è ora diventata un rebus tanto per il Dragone quanto per l’Elefante.

Lo strano caso del Nepal

In Nepal non c’erano segnali economici allarmanti. Nel 2024 il Pil del Paese è aumentato del 3,9% e per la fine del 2025 ci si attendeva un incremento compreso tra il 4,5 e il 4,6%. La World Bank forniva persino una proiezione del 5,4% medio annuo per il 2026-2027 “grazie a servizi, energia idroelettrica e commercio interno”. In tutto questo, come spiegato qui, il Pil pro capite è passato dai circa 1229 dollari del 2019 ai 1447 del 2024.

Pare sia bastata una stretta sui social network, poi ritirata in fretta e furia dopo le prime proteste, per scatenare una specie di guerra civile costata le dimissioni del primo ministro KP Sharma Oli e la vita di decine di persone. Sarà senza dubbio un caso, ma nel 2024, al termine di una visita di Oli a Pechino, Nepal e Cina hanno firmato il “Quadro per la cooperazione sulla Belt and Road”, dopo che il governo nepalese aveva aderito al progetto cinese nel 2017.

Erano stati individuati dieci progetti da realizzare nell’ambito della Bri: la strada-tunnel Tokha-Chhahare; il progetto stradale Hilsa-Simikot; la strada e il ponte Kimathanka-Khandbari; la ferrovia transfrontaliera Jilong-Kerung-Kathmandu; il municipio di Amargadhi a Dadeldhura; la linea elettrica Jilong-Kerung-Rasuwagadhi-Chilime da 220 kV; l’Università Madan Bhandari; il centro scientifico e il museo della scienza di Kathmandu; il parco industriale dell’amicizia Cina-Nepal a Damak; e il complesso sportivo e atletico di Jhapa. Difficilmente adesso questi progetti andranno in porto.

Il Sud Est Asiatico in fiamme, il Giappone nel caos

Pochi giorni dopo che la Cina era riuscita a rafforzare i rapporti con l’India, a includere la Russia in un pantheon di governi desiderosi di cooperare per creare un’alternativa al blocco occidentale, ad arruolare i leader del ruspante Sud Est Asiatico, e persino a istituzionalizzare Kim Jong Un, ecco che sono esplose rivolte in Indonesia e Nepal.

Detto di Kathmandu, dove potrebbe salire al potere un governo molto diverso rispetto a quello precedente, anche Jakarta rischia di scivolare nel caos. Per il momento il governo Subianto – che ha appena portato l’Indonesia nei Brics – resiste ma le tensioni sociali nella quarta economia della regione restano altissime.

Che dire, invece, di Bangladesh, Sri Lanka e Pakistan? Negli ultimi anni rivolte popolari e insurrezioni hanno trasformato radicalmente l’ossatura politica di questi tre Paesi allontanando dal potere leader eccessivamente inclini al dialogo con la Cina (fatta eccezione per lo Sri Lanka dove è salito al potere addirittura un marxista).

In Giappone, infine, non ci sono state guerre civili ma Shigeru Ishiba, l’uomo che avrebbe dovuto traghettare Tokyo attraverso il mare dei dazi di Trump e arruolare il Paese ai diktat militari di Washington, è stato fagocitato dal Partito Liberal Democratico. Al suo posto potrebbe essere scelto un uomo d’ordine molto meno spigoloso e più incline a collaborare con gli Stati Uniti...

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05/09/2025

Indonesia scossa da vaste proteste

È il quarto Paese più popoloso del pianeta (oltre 280 milioni di persone), il più grande Stato-arcipelago del Mondo e quello con il maggior numero di musulmani (più di 240 milioni). Alcune proiezioni autorevoli, targate PwC, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, ritengono che possa diventare una delle quattro principali economie internazionali entro il 2050. L’Indonesia ha aggiunto alla sua costante crescita economica, frutto di investimenti stranieri e pragmatismo, un’eccellente maturazione diplomatica e politica. Jakarta è stata infatti ammessa come membro a pieno titolo al blocco delle nazioni in via di sviluppo dei Brics+, mantiene eccellenti rapporti con Cina e Russia, e dialoga con gli Stati Uniti.

In seguito alla salita al potere di Prabowo Subianto, presidente eletto lo scorso ottobre che ha ulteriormente avvicinato il Paese al Sud Globale, sono emerse importanti fratture sociali esplose in violentissime proteste anti governative. Tutto questo rischia di far naufragare l’Indonesia verso il caos assoluto. Le rimostranze popolari, ufficialmente causate dall’aumento del costo della vita e dagli elevati stipendi dei legislatori, stanno danneggiando il sentiment degli investitori in quella che è la più grande economia del Sud-Est Asiatico.

Il miracolo economico indonesiano a rischio

Secondo i dati Lseg, lo scorso lunedì l’indice composito di Jakarta è sceso fino al 3,6%, mentre la rupia indonesiana si è deprezzata a 16.500 rispetto al dollaro statunitense (per inciso: il livello intraday più debole dal primo agosto). C’è chi si dice convinto che la potenziale debolezza della rupia nel breve termine sarà temporanea e che probabilmente invertirà la propria tendenza non appena le incertezze interne si attenueranno. Però nessuno sa con certezza come finiranno le proteste.

Anche perché i cittadini criticano le indennità di alloggio dei legislatori – pari a dieci volte il salario minimo mensile del Paese – a maggior ragione in un momento in cui gli aumenti delle tasse, i licenziamenti e l’inflazione hanno colpito gli indonesiani a basso reddito. La rabbia pubblica è ulteriormente deflagrata dopo che un tassista motociclista è stato ucciso durante un’azione di polizia in un luogo di protesta. Le proteste si sono intensificate, con i rivoltosi che hanno preso di mira le abitazioni dei parlamentari, saccheggiando e depredando proprietà e incendiando edifici governativi.

La causa delle proteste

Nel frattempo Prabowo Subianto sostiene che l’ondata di disordini che sta travolgendo l’Indonesia potrebbe essere collegata a non meglio specificati atti di tradimento da parte di personaggi “mafiosi”. “Si tratta di atti di tradimento. Ho il sospetto che ci siano già delle indicazioni, e non esiteremo a difendere il popolo. Affronterò la mafia, non importa quanto sia forte”, ha dichiarato Prabowo, dopo aver fatto visita agli agenti di polizia feriti durante le manifestazioni.

Il leader del Paese ha anche ipotizzato che alcune azioni compiute dalle forze dell’ordine durante le proteste possano essere il risultato di negligenza involontaria o coercizione. “Se ci sono vittime, i veri colpevoli sono coloro che fomentano disordini, causando sofferenze a persone innocenti”, ha aggiunto Prabowo, senza fare nomi. I legislatori hanno accettato di eliminare alcune delle loro indennità e diversi membri della Camera dei Rappresentanti sono stati sospesi per aver rilasciato commenti insensibili. Tuttavia, Prabowo non ha indicato di voler modificare alcuna delle sue principali politiche economiche.

Le speculazioni sul coinvolgimento della mafia nei disordini si sono intensificate dopo che alcuni membri del governo di Prabowo hanno diffuso sui social media contenuti che alludevano al ruolo della criminalità organizzata nel controllo di diverse materie prime strategiche, come riso, olio da cucina, petrolio e gas.

In un contesto del genere, l’attuale presidente aveva promesso di portare il tasso di crescita medio del Paese all’8% nell’arco di cinque anni. L’ingresso dell’Indonesia nei Brics+ avrebbe dovuto consentire a Jakarta di sbloccare nuove opportunità economiche, attrarre investimenti e rafforzare la propria influenza globale. Se le proteste non si placheranno ogni speranza sarà vana.

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31/07/2025

Crolla il prezzo del caffè alla borsa di NY. Le conseguenze sui piccoli produttori

di Laura Buconi

A febbraio 2025, i prezzi del caffè hanno registrato un forte aumento alla borsa di New York, arrivando a un incremento del 140% rispetto all’anno precedente, poiché si prevedevano siccità in Brasile e Vietnam con conseguente calo della produzione. I produttori locali si sono affrettati ad acquistare macchinari più sofisticati e a migliorare i livelli di produzione, a volte indebitandosi, con la speranza di maggiori guadagni.

Alla fine, le perdite previste non si sono verificate e, di conseguenza, a luglio il prezzo del caffè alla borsa di New York è sceso da 4,30 a 2,90 dollari per libbra. Un crollo forte, alimentato dalla speculazione selvaggia, che ha ridotto drasticamente i guadagni dei piccoli produttori.

La varietà robusta, di qualità inferiore e usata per la produzione di caffè solubile, per la prima volta nel marzo 2025 ha raggiunto il prezzo dell’arabica in borsa. In un contesto di grande incertezza, come possono sopravvivere i piccoli produttori locali?

Ho intervistato Fernando Celis Callejas, consigliere generale della Coordinadora Nacional de Organizaciones Cafetaleras, originario del comune di San Rafael, Veracruz in Messico.

Scoppia la bolla speculativa

«Le prime notizie che abbiamo ricevuto parlavano di siccità in Vietnam che avrebbe colpito il raccolto 2024-25. Dopo la fioritura in Brasile, si prevedeva siccità a partire da ottobre. Poiché si aspettava una scarsità di caffè, il prezzo è salito ulteriormente.

Anche dal Vietnam arrivavano previsioni di condizioni climatiche avverse per il raccolto 2025-26, e tutti i prezzi del caffè sono saliti in borsa fino a 4,40 dollari per libbra, per poi chiudere a 4,30», riassume Celis.

In effetti, il prezzo del caffè ha toccato il massimo storico a febbraio di quest’anno, il più alto degli ultimi 50 anni, suscitando preoccupazione tra molti esperti per la sua volatilità e per le condizioni precarie e instabili dei piccoli produttori. La comunità di coltivatori di caffè di Veracruz, in Messico, è abituata alle pratiche speculative che contraddistinguono questo mercato, e temeva un calo. Inoltre, i produttori locali riportano che le grandi aziende acquirenti, con l’aumento del prezzo del caffè, hanno visto salire i costi operativi, finanziari e di stoccaggio, motivo per cui hanno ridotto i pagamenti ai coltivatori da 20,50 pesos messicani al chilo di drupe (frutti della pianta del caffé) a 18 pesos.

«Alla fine, in Brasile è piovuto e in Vietnam si è fatto uso di più irrigazione e fertilizzanti, e la produzione ora è persino superiore al ciclo precedente. Probabilmente le informazioni diffuse da Brasile e Vietnam non erano del tutto veritiere, hanno esagerato riguardo alla siccità, e gli speculatori ne hanno approfittato», spiega Celis.

È noto infatti che nel mercato del caffè vi siano forti pratiche speculative, che aumentano la volatilità dei prezzi, causando picchi ben superiori alle reali dinamiche di domanda e offerta. Le principali organizzazioni acquirenti (Nestlé, Kraft, Procter & Gamble e Sara Lee) controllano circa il 50% della produzione mondiale e hanno una grande influenza sui prezzi. Piccole variazioni nei loro acquisti possono provocare forti oscillazioni.

Nei mercati del caffè, la speculazione ha inizialmente gonfiato artificialmente i prezzi, a causa della paura di perdite per fenomeni climatici, dinamiche geopolitiche e logistiche. Secondo Índice Político e un report di Hedge Point Global Markets, oltre il 30% dei contratti futuri sull’arabica a New York sono in mano a investitori non commerciali. Fondi d’investimento e grandi trader hanno sfruttato l’incertezza e le previsioni di scarsità per speculare. I piccoli produttori, fiduciosi in un mantenimento dei prezzi alti, si sono indebitati per aumentare la produzione, finché la bolla è esplosa e i prezzi sono crollati bruscamente.

«Con un aumento della produzione del 2%, il calo dei prezzi è incredibilmente grande. Alcuni dicono che è dovuto all’aumento della produzione di robusta», afferma Celis. Il robusta è una varietà più resistente e meno costosa, usata soprattutto per il caffè solubile, mentre l’arabica è più pregiata, delicata da coltivare e raccolta a mano.

Il pagamento medio ai produttori nazionali è sceso a 16 pesos messicani per chilo di drupe, quando date le condizioni si sarebbe dovuto pagare almeno 24 pesos. Una differenza di 8 pesos (circa 50 centesimi di euro)», lamenta Celis.

Celis denuncia un “abuso commerciale senza precedenti” da parte delle multinazionali come AMSA, La Laja, Merino, Aresca, California e Tomari, principali acquirenti di Nestlé. Per questo, è stata chiesta al Ministero dell’Economia e alla Segreteria dell’Agricoltura un’indagine approfondita, con sanzioni per i responsabili e misure di risarcimento per i produttori.

Il robusta si avvicina al prezzo dell’arabica

A marzo, il prezzo del robusta (cosí come la domanda) ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 30 anni. Le cause, secondo Sahra Nguyen e Ryan Delany, sono:
– minimo storico della produzione a gennaio 2024 (2.996 lotti);
– aumento della domanda di robusta di alta qualità;
– crescita della popolarità delle miscele.

«L’aumento del robusta, molto economico, ha trascinato l’arabica. Ora la discesa del robusta trascina anche quella dell’arabica. Il Brasile ha esportato in Vietnam il 54% in più di caffè da inizio anno a giugno rispetto all’anno scorso, e il prezzo è sceso a 160 dollari al sacco (unità da 60 kg). A novembre, potrebbe scendere sotto i 100 dollari», spiega Celis. Questo porta a un peggioramento della qualità, poiché i prezzi incentivano la produzione di robusta.

Considerando le condizioni climatiche, il Coffee Report dell’USDA prevede che il raccolto combinato di arabica e robusta del Brasile aumenti fino a 65 milioni di sacchi nel ciclo 2025/26.

Si prevede che il raccolto di robusta aumenti di 3,1 milioni di sacchi e raggiunga la cifra record di 24,1 milioni, grazie al buon volume di pioggia che ha contribuito allo sviluppo delle drupe nei principali stati produttori del paese, Espíritu Santo e Bahia.

Si prevede invece che la produzione di arabica diminuisca di 2,8 milioni di sacchi, arrivando a 40,9 milioni, poiché la siccità e le alte temperature negli stati di Minas Gerais e São Paulo, in Brasile, hanno influito negativamente sulla fioritura, sull’attecchimento e sullo sviluppo delle drupe.

Le esportazioni del Brasile dovrebbero diminuire, poiché i prezzi elevati scoraggiano i paesi importatori dal ricostituire le scorte. Di conseguenza, si prevede che le scorte finali aumentino di 1 milione di sacchi, fino a 1,7 milioni, dopo il forte calo registrato l’anno scorso.

In Colombia si stima che la produzione cali di 700 mila sacchi, arrivando a 12,5 milioni, a causa delle piogge eccessive e della nuvolosità, che hanno ostacolato il periodo di fioritura e ridotto i rendimenti. Anche se queste condizioni hanno favorito la proliferazione della ruggine del caffè, un fungo che distrugge le coltivazioni, i tassi generali di rilevamento sono stati relativamente bassi grazie all’ampia presenza di varietà resistenti. Si prevede che le esportazioni di caffè in grani, principalmente verso Stati Uniti e Unione Europea, diminuiscano di 500 mila sacchi, fino a 10,7 milioni, a causa della riduzione della produzione.

Si prevede che la produzione dell’Indonesia aumenti di 550 mila sacchi, fino a 11,3 milioni. La produzione di robusta potrebbe raggiungere i 9,8 milioni di sacchi, grazie alle condizioni favorevoli nelle zone pianeggianti di Sumatra meridionale e Giava, dove si coltiva circa il 75% del caffè del paese. Anche la produzione di arabica dovrebbe aumentare leggermente, fino a 1,5 milioni di sacchi. Si prevede che l’elevata produzione favorisca l’aumento delle esportazioni di chicchi di caffè di 400 mila sacchi, fino a 6,5 milioni.

L’Etiopia potrebbe aumentare la propria produzione di 900 mila sacchi, raggiungendo la cifra record di 11,6 milioni di sacchi. La crescita degli ultimi tre anni è stata sostenuta dalla recente sostituzione di oltre la metà delle superfici coltivate con varietà di caffè ad alto rendimento. Inoltre, i coltivatori sono stati incoraggiati a migliorare i rendimenti attraverso la potatura dopo il raccolto. Si prevede che le esportazioni di caffè in grani aumentino di 800 mila sacchi, fino a 7,8 milioni, grazie all’aumento dell’offerta.

La produzione dell’America Centrale e del Messico aumenterà di 300 mila sacchi, fino a 17,7 milioni. Fatta eccezione per un modesto calo in Costa Rica, si prevedono leggeri aumenti in tutta la regione.

«Globalmente la produzione di robusta è ancora inferiore, ma la domanda è in forte aumento. Tra pochi anni supererà quella dell’arabica», conclude Celis.

L’influenza delle grandi aziende del caffè

«Il robusta è più attraente per la grande industria del solubile. In Messico non c'è un censimento proprio della produzione, ma l’organismo del CIAT fa un censimento ogni anno, secondo il quale si prevede una produzione di 3,9 milioni di sacchi per il prossimo ciclo. Del totale, poco più del 50% è destinato al consumo nazionale, e il 65% del consumo interno è di caffè solubile, cosa che non accade in altri paesi produttori. È un’eredità del controllo che aveva Nestlé, con il suo Nescafé, che è arrivato a rappresentare l’80% del consumo nazionale fino ad allora. Ora Nestlé gestisce il 60% del consumo nazionale di caffè e importa 1,8 milioni di sacchi», spiega Fernando Celis.

«La forza della presunta competitività di Nestlé sono i suoi prezzi molto accessibili. Del caffè solubile che si vende in barattoli da 1 kg, 2 kg o 5 kg, si utilizzano 2 grammi per una tazza. Il prezzo di una tazza è quindi di circa 80 centesimi di peso (circa 0,04 centesimi di euro). In un caffè, invece, una tazza di americano non costa meno di 25 pesos (poco più di un euro). Inoltre, ora Nestlé vende caffè cappuccino in bustine singole che costano 6 pesos (circa 25 centesimi di euro). Guardando gli ingredienti, risulta che contengono dal 5 al 7% di caffè solubile robusta importato, e non hanno latte in polvere, ma una miscela di polvere di farina di mais giallo importato e olio idrogenato di palma di cocco africano», continua l’esperto.

Celis afferma che è quasi impossibile competere con grandi aziende del caffè come Nestlé, a causa dei suoi prezzi molto bassi. La società ha annunciato all’inizio di quest’anno un investimento di 1 miliardo di dollari in Messico in progetti produttivi per il triennio 2025-2027, tra cui prevede di raddoppiare l’estensione della sua sede di produzione di caffè a Veracruz. Secondo l’USDA, durante questo ciclo le esportazioni di caffè solubile verso gli Stati Uniti aumenteranno di più di 400.000 sacchi, causando una possibile riduzione del prezzo e rendendo l’affare ancora più redditizio.

«Nestlé ha molti privilegi in Messico e ha una grande tecnologia: ha i suoi stabilimenti e si occupa di tutto il processo di produzione. In Messico ha il più grande stabilimento industriale a livello mondiale, perché il governo messicano le ha dato molte agevolazioni. Per esempio, una settimana dopo che l’ex presidente López Obrador è entrato in carica, Nestlé stava già offrendo un investimento in un nuovo stabilimento a Veracruz. Tuttavia, l’ex presidente non ha mai voluto incontrarsi con noi della Coordinadora Nacional de Organizaciones Cafetaleras», racconta Celis.

Vale la pena menzionare che negli anni passati Nestlé non ha aumentato la produzione di caffè solubile in Messico, probabilmente a causa del costo più alto della manodopera in Messico rispetto ad altri paesi produttori come Vietnam e Uganda.

«Nestlé ha costruito un potere non solo economico, ma politico, di influenza nel governo. Può persino nominare funzionari, come il responsabile della Segreteria dell’Agricoltura, Santiago Argüello Campos», denuncia Fernando Celis, «che è anche responsabile dei programmi di caffè certificato in Agroindustrias Unidas, o AMSA, una delle più grandi multinazionali acquirenti di caffè a livello mondiale e in Messico, insieme a Nestlé e alla tedesca NKG, Neumann Kaffee Gruppe. Le tre dominano l’80% della commercializzazione del caffè messicano, sia quello che viene esportato sia quello destinato al consumo interno, e quindi pongono le condizioni di acquisto. Non pagano per la qualità, ma per il rendimento».

A questo proposito, il rapporto “Explotación y opacidad: la realidad oculta del café mexicano en las cadenas de suministro de Nestlé y Starbucks” afferma che «La transizione di Argüello da CI (Conservation International, ONG statunitense) a ECOM (ECOM Trading, multinazionale del caffè con sede in Svizzera), e poi a un incarico federale è un caso di “porte girevoli”, che mette in evidenza un possibile conflitto di interesse o influenze indebite nel processo di certificazione di Starbucks e CI, così come nei processi regolatori di ECOM – che tramite AMSA è il maggiore fornitore di Nestlé in Messico».

La lotta dei produttori locali a Veracruz

Il conflitto tra i produttori locali di caffè di Veracruz e le grandi multinazionali del caffè è una disputa che dura da anni.

Nel luglio del 2022, pochi giorni dopo l’inaugurazione dello stabilimento di produzione della Nestlé nella regione, i produttori di caffè di tutto Veracruz emisero un comunicato intitolato: “Stop ai privilegi per la Nestlé e rispetto per le organizzazioni dei produttori”, in cui sottolinearono che Nestlé “compete in modo sleale e manipola il caffè messicano nel consumo nazionale. Nestlé e i suoi acquirenti dominano la commercializzazione del caffè messicano, in uno schema che danneggia i produttori”, poiché diminuiscono notevolmente la qualità durante il processo produttivo e si rifiutano di effettuare un pagamento equo ai produttori per il caffè di qualità superiore, con il risultato che il caffè messicano viene esportato a un prezzo inferiore rispetto ad altri paesi.

Il 24 gennaio dello stesso anno, il presidente del Consiglio Regionale del Caffè di Coatepec, Cirio Ruiz González, guidò una protesta nel centro di Ixhuatlán del Café, insieme a decine di altri colleghi, perché AMSA aveva deciso di ridurre il pagamento per il caffè ai produttori da 16 pesos al chilo a 11 pesos.

Lo stesso giorno si verificò un piccolo incendio nelle strutture di AMSA nella regione e l’azienda denunciò i produttori di caffè come responsabili. Cinque di loro, incluso Cirio, furono arrestati arbitrariamente. Dopo un mese e due giorni di carcere, Minervo Cantor Peña, Cirio Ruiz González e Abraham Cabal Pulido riacquistarono la loro libertà, mentre Crisanto Valiente Miramón e Viridiana Bretón (ex presidente municipale di Ixhuatlán del Café) furono liberati solo il 7 ottobre 2023, quasi due anni dopo.

Solo a fine aprile di quest’anno, dopo un lungo iter di denunce, appelli e ricorsi, si giunse a una risoluzione del conflitto, e AMSA decise di rinunciare a continuare le accuse di danni e altri procedimenti correlati. Fernando Celis commenta che da allora la partecipazione dei piccoli produttori alle manifestazioni è diminuita notevolmente, probabilmente per la paura di repressione e punizione da parte delle grandi aziende.

Il 14 luglio si è registrato un leggero aumento a 3,01 dollari nel prezzo dell’arabica, dovuto all’imposizione di dazi da parte del governo degli Stati Uniti per il Brasile. «Il 50% è alto, un vero abuso», denuncia Celis. Per la Colombia i dazi sono aumentati al 25% e per il Messico al 30%. Per il Vietnam e l’Indonesia sono elevati. «Se già c’era una forte distorsione nei prezzi del caffè a causa del funzionamento eccessivo della Borsa, i dazi, se mantenuti, genereranno un altro grande problema», spiega l’esperto, ma non è ancora stata raggiunta una negoziazione definitiva.

Da parte sua, AMECAFE e il Sistema Producto Café di Veracruz si sono riuniti il 18 luglio a Córdoba, Veracruz, per trattare il tema dell’istituzione della Legge sul Caffè, fortemente sostenuta dai produttori di caffè della zona. La Legge prevede la creazione di una commissione nazionale per lo sviluppo della coltivazione di caffè, ed uno spazio di concertazione tra governo, produttori e grandi acquirenti dove possano essere stabiliti i prezzi di riferimento, tema di fondamentale importanza affinché le comunità di produttori possano ricevere un pagamento giusto.

Tuttavia, la Ley del Café è attualmente bloccata alla Camera dei Deputati, poiché, sebbene la Camera dei Senatori abbia approvato il disegno di legge all’unanimità, la Segreteria dell’Economia richiede che vengano effettuate diverse modifiche alla Legge.

Il deputato Adrián González, uno dei principali sostenitori della Legge, in intervista si dichiara fiducioso che venga rispettato l’impegno preso dalla Camera per proseguire con il disegno di legge, al fine di promulgare la Ley a settembre di quest’anno, durante il prossimo periodo ordinario di sessioni.

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20/06/2023

Guerra in Ucraina - Le proposte di negoziati sul campo

Si è conclusa la visita della delegazione di alcuni stati africani a Kiev e Mosca nel tentativo di porre fine al conflitto in Ucraina. Nei colloqui la Russia ha affermato di prendere in considerazione tutte le proposte in arrivo sulla risoluzione della situazione in Ucraina. Kiev invece ha ribadito il suo piano in 10 punti che ha come presupposto la cacciata dei russi da tutti i territori rivendicati dall’Ucraina, inclusa la Crimea.

Durante i colloqui con Putin, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha presentato i 10 punti principali del piano di pace, che comprendono l’allentamento del conflitto da entrambe le parti, i negoziati diplomatici, la garanzia della sovranità degli Stati in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, lo scambio di prigionieri, la ricostruzione postbellica e altri.

Ecco i punti chiave del colloquio di Putin con i leader africani.

I 10 punti del Piano di pace africano

Cyril Ramaphosa ha affermato che è giunto il momento di porre fine al conflitto in Ucraina. Rilevando che l’Africa vorrebbe diventare un mediatore nella ricerca della pace, ha presentato il piano, che si concentra sui 10 punti principali per la sua realizzazione.

Il piano invita ad ascoltare le posizioni di entrambi i paesi; iniziare la de-escalation da entrambe le parti; garantire la sovranità degli Stati e dei popoli in conformità con la Carta delle Nazioni Unite; ottenere garanzie di sicurezza per tutti i paesi; garantire il trasporto di cereali e fertilizzanti di entrambi i paesi; sostegno umanitario alle popolazioni colpite dalla guerra; risoluzione della questione dello scambio dei prigionieri e del rimpatrio dei bambini; la ricostruzione postbellica e l’aiuto alle popolazioni colpite dalla guerra; cooperazione più stretta con gli Stati africani.

Il Cremlino ha sottolineato che la Russia ha sostenuto il popolo del Donbass dopo il “sanguinoso colpo di stato” in Ucraina e ha cercato a lungo di risolvere pacificamente la situazione.

“È stato il regime di Kiev a iniziare questa guerra nel 2014, e noi avevamo il diritto di fornire aiuti alla gente del Donbass in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, citando la clausola relativa all’autodifesa“, ha sottolineato Putin. Mosca coopera con Kiev sullo scambio di prigionieri di guerra.

“Si sta facendo molto per questo, sia dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti che dagli altri nostri partner e amici. E siamo pronti a sostenere questo processo“.

Sul punto relativo all’accordo sul grano, Mosca ha definito un inganno il fatto che il cibo non vada ai paesi africani bisognosi in base all’accordo raggiunto: “Queste autorità neocoloniali – europee e, in sostanza, americane – hanno ancora una volta ingannato la comunità internazionale e i paesi africani bisognosi”.

Secondo Putin, circa 31,7 milioni di tonnellate di prodotti agricoli sono già stati esportati dai porti ucraini nell’ambito dell’iniziativa per il grano, ma solo il 3,1% di questo volume è andato ai paesi in via di sviluppo.

Gli Stati africani hanno evidenziato anche i noti 12 punti della posizione cinese, presentata da diversi mesi ed hanno evidenziato che le parti prevedono che non ci debba essere alcun doppio standard, che tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite siano rispettati e attuati, che non vengano applicate sanzioni unilaterali, che nessuno debba cercare di garantire la propria sicurezza a scapito della sicurezza degli altri, che la sicurezza rimanga indivisibile a livello globale.

Vediamo adesso i punti chiave sui diversi piani di pace per l’Ucraina presentati da altri paesi.

Lo scenario “coreano” proposto dall’Indonesia

Il piano proposto dall’Indonesia all’inizio di giugno è simile ai principi stabiliti nella penisola coreana dopo la guerra tra nord e sud negli anni ’50: cessate il fuoco immediato da entrambe le parti, ritiro delle forze ucraine e russe a 15 km dalle loro posizioni attuali e l’istituzione di una zona smilitarizzata (DMZ).

Inoltre, l’iniziativa comporterebbe lo stazionamento di forze di pace delle Nazioni Unite nella zona demilitarizzata, oltre a tenere referendum sotto la supervisione delle Nazioni Unite, al fine di “confermare oggettivamente la volontà della maggioranza della popolazione“. Il piano non specifica quali territori sarebbero oggetto di referendum.

L’Indonesia si è dichiarata pronta a prendere parte a tutti i processi e a inviare i propri militari nell’ambito della missione di mantenimento della pace. Il ministro della Difesa indonesiano Prabowo Subianto sostiene che l’efficacia di tali misure sia stata dimostrata dall’esperienza coreana.

I 12 punti della Cina

A febbraio, la Cina ha pubblicato il proprio piano di pace in 12 punti. Pechino ha chiesto una riduzione dell’escalation, un cessate il fuoco e la fine delle ostilità, nonché colloqui di pace. La Cina ha sottolineato che le preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti devono essere prese in considerazione; nel frattempo, non si deve cercare di assicurare la pace regionale espandendo i blocchi militari.

Il piano di pace cinese prevede la risoluzione della crisi umanitaria, lo scambio di prigionieri e la garanzia delle esportazioni di cibo attraverso il corridoio del grano.

La Cina ha chiesto di impedire lo sviluppo e l’uso di armi biologiche e chimiche, di prevenire la proliferazione di armi nucleari e di evitare una crisi nucleare. Secondo Pechino, è ora di smetterla di imporre sanzioni unilaterali non approvate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di contrastare gli sforzi per armare l’economia globale. La Cina è anche pronta a fornire aiuti nella ricostruzione postbellica della zona di conflitto in Ucraina.

Le proposte di Brasile e Vaticano

Anche il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva chiede negoziati. A suo avviso, è necessario stabilire un nuovo formato internazionale con la partecipazione di paesi pronti a fare da mediatori a Mosca e Kiev e non coinvolti nel conflitto.

Lula da Silva ha chiesto un vertice delle Nazioni Unite con la partecipazione del presidente russo Vladimir Putin e del suo omologo ucraino Vladimir Zelensky. Anche se i dettagli del piano del Brasile sono sconosciuti, Mosca, secondo da Silva, deve essere presentata con alcune “precondizioni minime”.

Il Vaticano ha avviato una missione di pace e sforzi di mediazione. Papa Francesco si è detto pronto a visitare Kiev e Mosca. In questo momento, la missione di pace della Santa Sede è guidata dal presidente della Conferenza episcopale italiana Matteo Zuppi. Non si conoscono però i termini e le precondizioni della missione: il pontefice ha osservato che l’iniziativa non è pubblica, sebbene il suo obiettivo sia quello di raggiungere un cessate il fuoco.

La posizione della Russia

La posizione della Russia è stata delineata durante i colloqui in Bielorussia, e successivamente durante i colloqui in Turchia nel febbraio-aprile 2022; include lo status neutrale e di non appartenenza alla Nato dell’Ucraina, cementato nella sua costituzione, così come il rifiuto dell’Ucraina di avere un proprio arsenale nucleare.

La Russia chiede la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, la risoluzione della questione linguistica, nonché il riconoscimento dell’indipendenza di DPR e LPR e il riconoscimento della sovranità della Russia su Crimea e Sebastopoli.

Nel frattempo, la Russia ha ripetutamente osservato che accoglie con favore gli sforzi di tutti gli stati, volti a una soluzione pacifica della crisi ucraina, ma si aspetta proposte specifiche, anche dall’Indonesia, dal Vaticano e dal Sudafrica. Mosca ha anche sottolineato che nessun piano di pace può esistere, se non prevede l’adesione delle quattro nuove regioni alla Russia.

Tuttavia, Putin ha sottolineato che il piano della Cina può essere considerato come la base per il trattato di pace, quando l’Occidente e Kiev saranno pronti.

I “10 punti” di Zelenskyj

Nel frattempo, Zelensky ha proposto il suo “piano di pace”, che l’Ucraina considera l’unica possibile soluzione a lungo termine, nel novembre 2022. Il piano comprende 10 punti.

Secondo Zelensky, la Russia deve ritirare le sue forze dall’Ucraina, “ripristinare l’integrità territoriale dell’Ucraina” e scambiare prigionieri di guerra secondo la formula “tutto per tutti“.

La Russia deve immediatamente ritirare i suoi militari dal territorio della centrale nucleare di Zaporizhzhia. La centrale deve essere immediatamente trasferita sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e del personale ucraino. Ciò comporterà una cessazione reale e completa delle ostilità.

Kiev deve essere dotata di sicurezza militare, nucleare, alimentare, biologica ed energetica attraverso meccanismi internazionali. Il mondo dovrebbe approvare la creazione del Tribunale speciale per il crimine di aggressione della Russia contro l’Ucraina e la creazione di un meccanismo internazionale per compensare tutti i danni causati da questa guerra.

È necessario un risarcimento a carico dei russi, poiché è l’aggressore che deve fare tutto il possibile per ripristinare la giustizia che ha violato. Dovrebbero essere introdotte restrizioni sui prezzi delle risorse energetiche russe.

Organizzare una conferenza internazionale per rinsaldare gli elementi chiave dell’architettura della sicurezza postbellica nello spazio euro-atlantico, comprese le garanzie per l’Ucraina. Il risultato principale della conferenza dovrebbe essere la firma del Patto di sicurezza di Kiev. (Il Patto di sicurezza di Kiev di nove pagine pubblicato a settembre chiede ai paesi occidentali di fornire «risorse politiche, finanziarie, militari e diplomatiche» per rafforzare la capacità di difesa di Kiev).

Secondo Kiev quando tutte le misure anti-guerra saranno attuate, quando la sicurezza e la giustizia cominceranno a essere ripristinate, un documento che conferma la fine della guerra dovrà essere firmato dalle parti. Gli Stati disposti a prendere l’iniziativa di una decisione possono diventare parti di questa convenzione.

Secondo Kiev, il “tempo dei mediatori” – Cina, Brasile, Vaticano – è “finito”, mentre l’iniziativa indonesiana “farà solo guadagnare tempo alla Russia”. L’Ucraina è pronta a discutere le proposte dell’Africa, ma non ha intenzione di congelare il conflitto fino all’eventuale successo della controffensiva militare.

Segnaliamo infine un dato che va preso in considerazione: la guerra in Afghanistan è costata in media 115 miliardi all’anno ai paesi della Nato. Quella in Ucraina è già costata loro 170 miliardi in un anno.

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18/11/2022

Le conclusioni del vertice del G 20. Una visione diversa del comunicato finale

“I media che mettono come priorità la loro posizione spesso non riescono a riconoscere ciò che è importante o confondono deliberatamente il pubblico… Alcuni media americani hanno affermato che “è una grande vittoria per gli Stati Uniti e i suoi alleati”. Dobbiamo dire che questa non è solo un’interpretazione unilaterale, ma completamente sbagliata.”.

Sulle conclusioni del vertice del G 20 i mass media occidentali piegano il legno a favore della propria visione. In questo editoriale del giornale cinese Global Times emerge invece una visione completamente diversa. Buona lettura

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La dichiarazione del G20 dissipa le nuvole, evidenzia il valore della ricerca di un terreno comune riservando le differenze

Si è concluso mercoledì il 17° vertice dei capi di Stato e di governo del G20. Il vertice ha approvato la “Dichiarazione dei leader del G20 a Bali”. Questo è un risultato conquistato a fatica. A causa dell’attuale complicata situazione internazionale con crescenti divergenze e turbolenze, molti analisti avevano previsto che il vertice avrebbe potuto non essere in grado di adottare una dichiarazione congiunta come i precedenti vertici del G20. È stato riferito che l’Indonesia, presidente del G20, avesse preparato un piano B.

Tuttavia, i leader dei paesi partecipanti hanno gestito le loro divergenze con un atteggiamento pragmatico e flessibile, hanno cercato la cooperazione da una posizione più elevata e con un maggiore senso di responsabilità, e alla fine hanno raggiunto una serie di consensi importanti.
Abbiamo visto che lo spirito di cercare un terreno comune pur riservando le differenze ha giocato ancora una volta un ruolo di primo piano in un momento critico dello sviluppo umano.

Nel 1955, l’allora premier cinese Zhou Enlai partecipò alla Conferenza di Bandung in Indonesia e avanzò il principio della ricerca di un terreno comune pur riservando le differenze. La Conferenza di Bandung, che ha attuato il principio, è diventata una pietra miliare nella storia mondiale. Dalla Conferenza di Bandung al vertice di Bali è passato più di mezzo secolo. Nell’era odierna di diversificazione e multipolarizzazione, il significato pratico di cercare un terreno comune pur riservando le differenze è diventato più importante, che è diventato il principio guida nell’affrontare le relazioni bilaterali e risolvere i problemi globali.

Alcuni hanno definito il vertice del G20 “un salvataggio d’emergenza dell’economia globale sotto la minaccia della recessione”. Se visti in questa luce, gli impegni reiterati dei leader partecipanti alla cooperazione per affrontare le sfide economiche globali hanno indubbiamente dimostrato che si è trattato di un vertice di successo.

La dichiarazione è un segno del successo del vertice. Ha iniettato fiducia nella comunità internazionale nella risoluzione della lenta economia globale e di altre questioni globali. Dovremmo dare all’Indonesia un pollice in su per un lavoro ben fatto.

La maggior parte delle opinioni pubbliche americane e occidentali si sta concentrando sulle espressioni rilevanti del conflitto Russia-Ucraina nella dichiarazione. Alcuni media americani hanno affermato che “è una grande vittoria per gli Stati Uniti e i suoi alleati”. Dobbiamo dire che questa non è solo un’interpretazione unilaterale, ma completamente sbagliata. Fuorvia l’attenzione internazionale, delude e manca di rispetto agli sforzi multilaterali di questo vertice del G20. Apparentemente, i media che mettono come priorità la loro posizione spesso non riescono a riconoscere ciò che è importante o confondono deliberatamente il pubblico.

La dichiarazione, all’inizio, affermava che il G20 è il forum principale per la cooperazione economica globale, “non il forum per risolvere i problemi di sicurezza”. Ha affermato che “collettivamente abbiamo delle responsabilità e che la nostra cooperazione era necessaria per la ripresa economica globale, per affrontare le sfide globali e gettare le basi per una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva”.

Il vertice ha tenuto un gran numero di discussioni professionali e pragmatiche su argomenti tra cui la pandemia, il clima e l’ecologia, la trasformazione digitale, l’energia e il cibo, la finanza, la riduzione del debito, il sistema commerciale multilaterale e la catena di approvvigionamento. L’importanza della cooperazione è stata inoltre sottolineata in vari campi. Questi contenuti sono i punti chiave. Va aggiunto che la posizione della Cina sulla questione ucraina è coerente, chiara e immutata.

Quando i cinesi leggeranno questa dichiarazione, vedranno molte parole ed espressioni familiari, come mettere le persone al centro della preparazione nell’affrontare l’epidemia, vivere in armonia con la natura e la riaffermazione dell’impegno per la tolleranza zero per corruzione, ecc. La dichiarazione menzionava anche l’iniziativa del “vertice di Hangzhou”. Queste idee e saggezza cinesi mostrano il contributo della Cina al meccanismo multilaterale del G20.

In generale, il G20 ha svolto la sua funzione principale di piattaforma per il coordinamento economico globale e il multilateralismo è stato enfatizzato. Questo è il risultato che la Cina spera di vedere e si sforza di promuovere. È una vittoria per il multilateralismo e la cooperazione vantaggiosa per tutti.

Tuttavia, queste vittorie sono preliminari e dipendono da come vengono implementate. Le persone hanno grandi aspettative sul G20 perché non è un “talk shop”, ma un “action team”. Va notato che le basi dell’attuale cooperazione internazionale sono ancora fragili e la fiamma della cooperazione deve ancora essere attentamente curata. La conclusione del vertice dovrebbe essere l’inizio del rispetto degli impegni per tutti i paesi. In linea con le indicazioni specifiche indicate nella dichiarazione, dovrebbero essere intraprese azioni più concrete per tendere a maggiori risultati. Le grandi potenze dovrebbero in particolare svolgere un ruolo di primo piano e infondere più fiducia e forza nel mondo.

Durante il vertice del G20, un missile di fabbricazione russa è caduto fuori da un villaggio polacco vicino al confine ucraino, uccidendo due persone. L’incidente ha sollevato preoccupazioni circa un’escalation del conflitto e l’interferenza con l’agenda del G20. Tuttavia, i paesi interessati hanno risposto in modo razionale e calmo e il vertice si è concluso senza intoppi. Questo incidente ricorda ancora una volta al mondo la preziosità della pace e dello sviluppo e che il consenso raggiunto al vertice di Bali è di grande importanza per la ricerca della pace e dello sviluppo da parte dell’umanità.

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14/11/2022

Parte il G20, tra interessi opposti

Il vertice del G20, in Indonesia, si apre mostrando le profonde divergenze di interessi tra l’Occidente neoliberista – inchiavardato a forza sulla volontà Usa di difendere un’egemonia da tempo traballante – e il resto del mondo industrializzato.

Non più il “terzo mondo” arretrato e bisognoso di tutto, disponibile a qualsiasi progetto neocoloniale per poter malamente sopravvivere. Ma potenze industriali in crescita, che hanno beneficiato (e continuano a farlo) delle “delocalizzazioni” produttive delle principali multinazionali occidentali, orientate solo alla massimizzazione del profitto individuale e quindi alla ricerca continua del costo del lavoro più basso.

Trenta e più anni di “globalizzazione” egemonizzata dagli Stati Uniti (dalle loro multinazionali e società finanziarie) hanno prodotto tutta una serie di filiere produttive che ora sono in grado di giocare in proprio sulla scena internazionale. E che trovano più “logico” stabilire rapporti reciproci, improntati certo alla ricerca del profitto, senza dover dipendere per intero da un “padrone del mondo” ben noto per il suo egoismo assoluto e violento.

Questa situazione ha richiesto altre “camere di compensazione” in grado di articolare e gestire la governance economica del pianeta. Il G20 è arrivato proprio per affrontare temi che il G7 – i paesi un tempo più avanzati, stretti intorno agli USA – non poteva più affrontare, anche perché tende a produrre problemi sempre più irrisolvibili.

In modo apparentemente paradossale, così, la bandiera della “globalizzazione” e del libero commercio è passata nelle mani della Cina – guidata da un partito comunista, val la pena di ricordare – mentre gli Stati Uniti oscillano tra tentazioni “neo-isolazioniste” (rappresentate iconicamente dal “trumpismo”) e il tentativo di ripristinare violentemente la propria egemonia vacillante.

Questo editoriale della testata cinese Global Times mostra con molta diplomazia ed altrettanta chiarezza la diversità di sguardo – ossia di interessi e capacità di tradurli in visione del mondo non “autocentrata” – con cui Occidente neoliberista e i “competitor” più razionali guardano alle attuali contraddizioni dello sviluppo del mondo.

Pensiamo sia utile anche per tanti compagni che rischiano di “farsi un’opinione” abbeverandosi senza troppi filtri – informazioni, non “ideologia” – ai media liberisti, ormai inchiodati ad una funzione di pura propaganda di guerra.

Buona lettura.

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Chiunque si discosti dal tema del G20 sarà fischiato

Il vertice dei leader del G20 si terrà il 15 e 16 novembre a Bali, in Indonesia. Alcuni media lo hanno definito “forse il G20 più stressante di sempre”. A detta di tutti, non si tratta di un’esagerazione. A dire il vero, il compito dell’Indonesia di presiedere il vertice non è facile.

Prima del vertice, il Jakarta Post ha pubblicato un articolo dal titolo “Leader del G20, non venite a Bali solo per litigare“. L’articolo diceva: “Il popolo indonesiano, e i cittadini globali, sperano che i leader si astengano dall’utilizzare i preziosi momenti del vertice semplicemente come opportunità per criticarsi e attaccarsi a vicenda“.

Si tratta ovviamente di un riferimento, seguito dal nominare direttamente gli Stati Uniti e il Gruppo dei Sette (G7), chiedendo loro di agire per la pace e gli interessi globali e di non “imporre la loro volontà contro le nazioni più piccole o più povere“.

Queste osservazioni riflettono il sentimento generale della comunità internazionale nei confronti del vertice del G20. Le comprendiamo e le condividiamo pienamente.

L’attuale atteggiamento dei Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, sembra quello di andare al G20 per “litigare”, e l’opinione pubblica ha già fatto previsioni approssimative su chi sarà il bersaglio e cosa dirà.

La spaccatura globale innescata dal conflitto tra Russia e Ucraina e la promozione da parte degli Stati Uniti della loro strategia di “contenimento” della Cina rappresentano una situazione nuova per il vertice del G20 di quest’anno, ma non fanno che sottolineare il valore cruciale del G20 come importante piattaforma per affrontare le crisi globali e per riformare e migliorare la governance economica globale.

Portare il confronto politico nella sede del G20 è un grave inquinamento della preziosa piattaforma del G20, che è destinato ad essere condannato all’unanimità dalla comunità internazionale.

L’Indonesia ha definito il tema del G20 di quest’anno come “Riprendersi insieme, riprendersi con più forza” e le questioni relative all’architettura sanitaria globale, alla trasformazione digitale e alla transizione energetica sostenibile come le tre principali priorità.

Sia i temi che le questioni prioritarie sono strettamente legati all’intenzione e alla missione originaria del G20, concentrandosi su alcune delle più gravi sfide comuni che il mondo si trova ad affrontare oggi e proponendo direzioni di discussione costruttive, che incarnano la buona intenzione della Presidenza di cercare un terreno comune.

I leader del G20 hanno troppe cose da discutere e comunicare su questi temi. E poiché il vertice dura solo due giorni, il tempo è molto limitato e qualsiasi deviazione dal tema è uno spreco. Non possiamo che fischiare a queste parole e a questi fatti.

Il G20 è stato istituito a causa delle crisi finanziarie globali, ma l’organizzazione è più che altro un prodotto del tempo. Quando gli Stati Uniti sono stati colpiti da una crisi finanziaria, anche con il G7 non sono riusciti a gestirla, quindi c’era davvero bisogno di rafforzare il coordinamento e il dialogo con i Paesi emergenti.

In un certo senso, il G20 è anche un simbolo della trasformazione da un Occidente che ha l’unica voce in capitolo a una governance comune in tutto il mondo. Di conseguenza, mentre l’interesse di Washington per il coordinamento multilaterale si affievolisce e cresce l’entusiasmo per la formazione di un proprio blocco, gli Stati Uniti si sono sempre più disinteressati al G20.

Sono invece molto interessati al G7. Dai precedenti vertici del G20, possiamo notare che Washington è sempre più esplicita nella sua interferenza negli eventi con questioni politiche.

Va sottolineato che il G20 non è un G7 allargato. È di natura completamente diversa: mentre quest’ultimo è solo un gruppo di Paesi ricchi, il primo è un segno di multipolarità.

Il G20 è composto dalle principali economie sviluppate e dai mercati emergenti del mondo, che insieme rappresentano circa l’85% dell’economia globale. Fin dalla sua istituzione, ha dimostrato una forte vitalità, rappresentando una tendenza e portando con sé l’aspettativa comune di tutti i Paesi del mondo.

Questo non cambierà per volontà degli Stati Uniti, perché “tutto il mondo ripone le proprie speranze nel G20 come catalizzatore della ripresa economica globale, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo“.

La Cina è uno dei più forti sostenitori del G20. Ha promosso il G20 per svolgere un ruolo di primo piano nell’affrontare le sfide globali e migliorare la governance economica mondiale.

Sebbene questo vertice del G20 sia oscurato dalla geopolitica, l’importanza e l’urgenza per il mondo di rafforzare il coordinamento delle politiche e la cooperazione in campo economico stanno aumentando. Come ha detto il presidente indonesiano Joko Widodo, il capo di Stato che ospita il vertice del G20, “il G20 non è un forum politico. Deve riguardare l’economia e lo sviluppo“.

Ci auguriamo che, invece di giocare una partita a scacchi geopolitica al vertice, tutti i membri del G20 siano sinceri con il cuore, in modo che l’organizzazione possa svolgere il ruolo che le compete.

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