Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/11/2025

Le rivolte della Generazione Z

Un’ondata di rivolte ha colpito le istituzioni politiche ed economiche di vari Paesi sparsi per il globo, dal Nepal alla Mongolia. Tutte hanno un tratto in comune: coloro che vi hanno preso parte sono per la maggior parte appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero quella dei nati tra il 1997 e il 2012. Le analisi condotte dai media hanno sottolineato le proteste contro la corruzione o la repressione poliziesca, senza sforzarsi di comprendere a fondo il fenomeno e tracciare le similitudini. Molte di queste lotte sono infatti animate da una coscienza politica profonda e vedono tra i promotori movimenti che contestano apertamente le disparità economico-sociali, puntando il dito contro un modello di sviluppo che permette condizioni sempre più agiate a una ristretta élite, in molti casi figlia della stessa classe dirigente, in netto contrasto con l’abbandono infrastrutturale e la diffusa povertà della maggior parte della popolazione. Questi manifestanti non chiedono una generica riforma della politica, ma pretendono il cambio di un sistema incentrato su privilegi per pochi e precarietà di vita per tutti gli altri.

Nepal, da Discord alla caduta del governo

Tra le proteste che negli ultimi due anni hanno imperversato tra l’Asia meridionale e il Sud Est Asiatico, le manifestazioni in Nepal sono state quelle maggiormente coperte dai mezzi di comunicazione occidentali. 

Dopo secoli di monarchia, nonostante l’ottenimento della democrazia, durante gli ultimi vent’anni la situazione in Nepal non ha portato ai miglioramenti sperati dalla popolazione. L’attuazione di un modello capitalista fondato su una scarsa industrializzazione e sul turismo ha ingrossato le casse delle caste più elevate, a discapito della maggior parte della popolazione nepalese. Il tasso di povertà assoluta che supera il 20% e la disoccupazione giovanile al 21% si scontrano con le condizioni economiche delle famiglie al potere, le quali, in molti casi, fanno sfoggio dei propri agi sui social network. Dopo una prima ondata di manifestazioni, represse duramente dalla polizia, l’8 settembre sono riesplose le proteste, quando il governo ha deciso di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network. Rapidamente le proteste, organizzate su piattaforme come Discord, sono divenute violente e si sono abbattute sulle principali strutture del potere nepalese a Kathmandu.

I manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema, oltre che le residenze del presidente e le sedi del Partito Comunista del Nepal. Nei giorni seguenti il primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli ha rassegnato le dimissioni e il testimone è passato nelle mani di Sushila Karki, giurista nota per la sua lotta alla corruzione e segnalata dai manifestanti come unica figura in grado di traghettare il Paese alle prossime elezioni.

Indonesia, il dissenso contro la militarizzazione

Tra le proteste imperversate nei Paesi del Sud Est asiatico, l’Indonesia ha raggiunto livelli di violenza e repressione militare eccezionalmente alti e allarmanti. In pochi giorni le attività della polizia hanno portato a 3000 arresti, 20 persone risultano scomparse e l’utilizzo della violenza da parte delle autorità militari ha causato almeno 8 morti accertati. Il fuoco della protesta è deflagrato il 25 agosto 2025, quando i giovani, appoggiati dai sindacati, sono scesi per le strade di Jakarta e in particolare di fronte al Parlamento a manifestare contro l’approvazione di una legge che prevedeva l’aumento di benefici economici per i parlamentari del Paese. Gli stipendi di queste figure politiche superano i 100 milioni di rupie indonesiane (più di 5000 euro), di cui una parte è costituita da un bonus per l’alloggio. Queste cifre entrano in netto contrasto con le politiche attuate dal presidente indonesiano Prabowo Subianto che, in carica dall’ottobre del 2024, ha dato il via a una serie di misure di austerity finalizzate a contrastare l’aumento dell’inflazione attraverso profondi tagli a settori come la sanità e l’istruzione.  

Se da un lato i progetti economici di Prabowo hanno già deluso le aspettative, dall’altro la società indonesiana sta vivendo sulla propria pelle un aumento drastico della militarizzazione del Paese. È bene sottolineare che la figura del presidente è storicamente legata agli anni della dittatura, quando, sotto l’autorità di Suharto, Prabowo ricopriva il ruolo di comandante delle forze speciali indonesiane. Difatti, l’approvazione di alcune misure in ambito militare ha rapidamente attirato l’attenzione di coloro i quali hanno vissuto gli anni della dittatura. Nel marzo del 2025, Prabowo ha rimaneggiato l’articolo 47 della Costituzione, applicando un aumento dell’età pensionabile per il personale militare e l’accesso agli incarichi civili da parte delle forze militari. Tra questi ruoli spiccano la segreteria di Stato, la procuratoria generale e l’antiterrorismo. Se la prima ondata di proteste è stata repressa con violenza dalle autorità, l’approvazione di una nuova misura che raddoppia l’indennità dei parlamentari per le vacanze sta innalzando nuovamente il livello di tensione tra i manifestanti.

Mongolia, si dimettono due presidenti

Tra le manifestazioni contro la corruzione che hanno animato i giovani asiatici, sicuramente le proteste in Mongolia hanno trovato poco spazio nella stampa generalista italiana. Anche in questo caso, la popolazione è scesa in piazza in seguito a scandali di corruzione legati alla classe politica a capo del Paese. Nel maggio del 2025 sono state organizzate altre manifestazioni in occasione di scandali della famiglia presidenziale emersi attraverso i social network. Il casus belli riguarderebbe alcuni regali di lusso fatti dal figlio del presidente Oyun-Erdene Luvsannamsrai alla propria fidanzata, elemento che metterebbe in evidenza le ricchezze della famiglia al governo e sottolineerebbe così le profonde disuguaglianze tra le élite del Paese e il resto della popolazione. Eletto nel 2024, Luvsannamsrai raggiunse la presidenza grazie a un’alleanza tra il suo Partito Popolare e il Partito Democratico, avversario durante le elezioni.

Le proteste, che si sono svolte in maniera prevalentemente pacifica, hanno raccolto il plauso di alcuni deputati democratici: proprio questo elemento ha portato all’esclusione del partito dalla coalizione di governo e, di conseguenza, alla proposta di una mozione di fiducia nei confronti del presidente Luvsannamsrai. Nonostante il capo del governo abbia negato ogni coinvolgimento con i casi di corruzione, il 3 giugno scorso si è visto costretto a rassegnare le dimissioni in seguito all’insuccesso della mozione di fiducia. 

Dopo soltanto quattro mesi, il 10 ottobre del 2025, anche il neopresidente Gombojav Zandanshatar è stato sfiduciato dal parlamento con l’accusa di aver nominato unilateralmente il nuovo ministro della Giustizia e degli Affari Interni, contravvenendo alla Costituzione. 

Marocco: più ospedali, meno stadi

Anche i giovani marocchini stanno scendendo in piazza da settimane per protestare contro il sistema. Tutto ha avuto inizio a fine settembre 2025, quando, dopo la diffusione di una notizia riguardante le morti di 8 partorienti nell’ospedale Hassan II di Agadir, migliaia di giovani si sono radunati nelle piazze principali delle più grandi città marocchine per manifestare contro le politiche di Rabat. Le immagini delle condizioni in cui versano molti degli ospedali pubblici hanno acceso un sentimento di profonda ingiustizia in una popolazione che denuncia gravi lacune in ambito sanitario, profonde disuguaglianze economiche, un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 37% e una condizione di totale abbandono delle aree più periferiche del Paese.

A questo si aggiunge l’organizzazione della Coppa d’Africa del 2025 e dei Mondiali di calcio del 2030, che, come reclamato dai giovani manifestanti, sta mettendo in evidenza l’interesse da parte del governo di concentrarsi su tematiche futili, invece di intervenire sulle condizioni critiche in cui versano i principali settori pubblici del Paese. Come in Nepal, le proteste sono state organizzate su piattaforme social come Discord e Instagram, sotto il nome di GenZ212 e Moroccan Youth Voices. Le manifestazioni sono rapidamente dilagate in tutto il territorio e, come denunciato da vari collettivi impegnati nella tutela dei diritti umani, le forze di polizia hanno represso fin da subito ogni forma di dissenso, attaccando con violenza sproporzionata i giovani manifestanti e uccidendo 3 persone. Gli arresti sarebbero oltre 2000, 900 le accuse di crimini di vario genere. Nonostante le proteste, il multimiliardario primo ministro e sindaco di Agadir Aziz Akhannouch ha sorvolato sulle ragioni delle manifestazioni, mentre il re Mohammed VI ha invitato il governo ad approvare riforme sociali, senza però mai accennare all’eventualità di dimissioni per il presidente Akhannouch.

Perù, la repressione infiamma le proteste

Anche nel caso del Perù, le proteste si sono concentrate dopo l’approvazione, da parte del governo di Dina Boluarte, di una legge legata al sistema pensionistico del Paese. Spontaneamente, dal 13 settembre, vari manifestanti, ispirati dalle immagini provenienti dal Nepal e dall’Indonesia, hanno iniziato a riunirsi nelle vie del centro della capitale Lima e, nei giorni successivi, le proteste si sono diffuse in varie città del Paese, interessando specialmente i giovani. Fin da subito la polizia ha attaccato con violenza i manifestanti, ferendo anche vari giornalisti, ma la repressione non ha fatto altro che innalzare il livello della tensione sociale.

Il 9 ottobre il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte, per poi trasferire l’incarico al conservatore José Jerí, accusato, tra le altre cose, di aggressione sessuale e arricchimento illecito. L’assunzione dell’incarico da parte del nuovo presidente non ha fatto che aizzare le proteste, che il 15 di ottobre si sono svolte simultaneamente in più di quindici città peruviane. Anche in questo caso la polizia ha represso brutalmente i manifestanti, ferendone a decine, mentre a Lima un agente di polizia avrebbe ucciso il musicista Mauricio Ruíz, noto con il nome d’arte Trvko. L’uccisione di Ruíz ha innescato una spirale di rabbia tra i manifestanti, che la stessa sera si sono radunati davanti alla sede del Congresso della Repubblica e del Palazzo del Potere giudiziale e hanno iniziato a lanciare sassi contro le due sedi istituzionali.

Il termine «Gen Z» per celare la lotta di classe

Sebbene sia indubbio che i principali fautori di questa nuova ondata di proteste siano i giovani appartenenti alla generazione nata a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila, è interessante notare come la stampa occidentale abbia rapidamente etichettato le proteste attraverso la dicitura «Gen Z», senza sottolineare che nella quasi totalità dei casi si tratta di manifestazioni indette dalle fasce più colpite dalle disuguaglianze sociali e dalla disoccupazione. Come affermato da Wlliam Shoky, redattore della rivista online Africa is a Country, l’attenzione rivolta dai media all’età dei manifestanti sembra avere il fine di depoliticizzare le proteste, che invece denunciano le nefandezze di sistemi politici ed economici chiaramente definiti.

Se da un lato i media generalisti scelgono di soffermarsi sulla presenza tra i manifestanti di bandiere con il Jolly Roger tratto dal fumetto giapponese One Piece, con l’intenzione di trasformare le proteste in elementi di costume giovanile, dall’altro sembra essere messa in atto dalla stessa stampa un’operazione di profonda delegittimazione del movimento, che, nella sua essenza, vuole soppiantare un sistema ereditato da politiche messe a punto dalle generazioni precedenti.

Se si vuole tracciare un filo rosso tra queste manifestazioni, è necessario, chiaramente, includere anche le proteste che si stanno verificando in Italia e in molte città europee contro il genocidio in Palestina, perché fondate sull’ingiustizia sofferta davanti all’impunità di cui gode Israele. La rabbia che sta animando simultaneamente migliaia di giovani in varie parti del mondo è il risultato di un sistema politico ormai fallito. Queste proteste stanno dimostrando la forza di una popolazione schiacciata da decenni di disuguaglianze economiche e sociali; limitarle alla dicitura «Generazione Z» è fin troppo riduttivo.

Fonte

19/10/2025

Marocco. Generazione Z 212 e le proteste giovanili: dalle reti digitali alle strade

Nell’autunno del 2025, il Marocco ha assistito a un vasto movimento di protesta guidato dai giovani, che ha riportato al centro del dibattito nazionale questioni fondamentali come la giustizia sociale, i diritti basilari e la legittimità politica.

Il movimento – conosciuto come Generazione Z 212, in riferimento al prefisso telefonico internazionale del Paese – nasce da decenni di emarginazione, disoccupazione, carenze nei sistemi sanitari ed educativi e da una corruzione diffusa.

La scintilla è stata un tragico episodio avvenuto presso l’ospedale Hassan II di Agadir, dove alcune donne sono morte durante il parto per mancanza di assistenza. Questo evento ha acceso la miccia di una rivolta sociale che si è rapidamente estesa a Rabat, Casablanca, Fès, Marrakech, Taroudant, Salé e Oujda, esprimendo la frustrazione di un’intera generazione, soprattutto tra le classi lavoratrici e popolari.

Ciò che distingue la Generazione Z 212 non è solo la sua ampiezza e diffusione geografica, ma anche la sua forma di organizzazione digitale, che unisce rivendicazioni sociali e mobilitazione tecnologica. Il movimento rappresenta una nuova forma di azione politica in cui la tecnologia diventa uno strumento di liberazione – e non soltanto un mezzo al servizio del capitale o di strutture autoritarie.

Attraverso brevi video, meme e dibattiti online, i giovani hanno creato una sfera pubblica alternativa in cui potersi organizzare, discutere e sviluppare una coscienza collettiva, al di fuori dei media ufficiali che hanno cercato di screditare il movimento.

Organizzazione digitale in rete: una nuova arena politica

Il tratto più caratteristico del movimento è la sua organizzazione elettronica. Funziona al di fuori dei partiti e dei sindacati tradizionali, considerati da molti giovani rigidi e distanti dalla realtà. I social network come TikTok, Instagram e Facebook sono diventati strumenti di mobilitazione, mentre i server Discord hanno svolto il ruolo di centri popolari digitali per il dibattito strategico e le decisioni orizzontali.

Questa organizzazione decentrata ha reso il movimento resistente ai tentativi di repressione da parte delle autorità. Quando venivano chiusi gli account, ne nascevano di nuovi; quando gli attivisti venivano arrestati, le reti continuavano a funzionare. Il movimento è così diventato una struttura viva e flessibile, capace di riprodursi e diffondersi rapidamente – dalle città alle periferie.

La sfera digitale è diventata più di un semplice mezzo di comunicazione: un processo collettivo di formazione, in cui i giovani hanno condiviso esperienze e sviluppato una coscienza politica. È un esempio concreto di come la tecnologia possa essere usata come strumento di libertà e di come la lotta di classe oggi si svolga tanto nello spazio fisico quanto in quello digitale.

Rispetto a esperienze precedenti nella regione – come la rivoluzione tunisina del 2011 o le proteste in Libano del 2019 – la Generazione Z 212 si distingue per il fatto che un’intera generazione considera la sfera digitale come naturale estensione della propria vita politica. Si tratta di una delle prime rivolte quasi completamente digitali del mondo arabo e di un modello per la mobilitazione progressista del futuro.

Le rivendicazioni dei giovani: giustizia sociale

Le richieste espresse, sia nelle strade che online, riflettono un programma pratico di orientamento progressista: miglioramento dell’istruzione pubblica, accesso gratuito ed efficiente alla sanità, creazione di posti di lavoro dignitosi, lotta alla corruzione e una distribuzione più equa delle risorse.

Il movimento ha messo al centro i bisogni concreti della popolazione, ponendo le esigenze quotidiane al di sopra dei dibattiti teorici o ideologici, dimostrando così che la rilevanza della sinistra si misura con l’azione pratica più che con gli slogan.

Questo approccio mette in evidenza un aspetto essenziale della politica di sinistra contemporanea: la connessione tra rivendicazioni sociali, strategie organizzative e strumenti digitali, senza cadere in gerarchie intellettuali o burocratiche.

Repressione

Fin dall’inizio, il movimento è stato oggetto di una forte repressione. In aree come Lqliâa, vicino ad Agadir, i manifestanti sono stati colpiti con munizioni vere, gas lacrimogeni e retate notturne. Centinaia di persone, tra cui minorenni, sono state arrestate. Allo stesso tempo, le autorità hanno utilizzato il controllo digitale: chiusura di account, blocco di contenuti e limitazione dell’accesso a gruppi online.

Questa doppia repressione – fisica e digitale – ha avuto però l’effetto opposto. I giovani hanno elaborato nuove tattiche: piccole manifestazioni notturne mobili, punti di incontro locali e l’uso di piattaforme sicure con VPN e crittografia. La repressione sul terreno e nel cyberspazio ha rivelato i limiti del sistema e rafforzato la consapevolezza della necessità di una resistenza sia fisica che digitale.

Questa esperienza illustra ciò che la Sinistra Elettronica definisce “lotta di classe digitale”: il confronto con le strutture autoritarie si svolge contemporaneamente nella sfera virtuale e nelle strade. La capacità di unire queste due dimensioni sarà decisiva per le mobilitazioni sociali e politiche future.

Democrazia partecipativa dal basso

Nonostante la sua grande vitalità, la sfida principale del movimento è quella di collegare le proteste spontanee a una strategia a lungo termine.

Per ottenere un cambiamento duraturo, le rivendicazioni concrete devono far parte di un progetto complessivo di emancipazione, che unisca le lotte digitali e quelle territoriali, permettendo la costruzione di ampie alleanze per una trasformazione sociale profonda.

Il movimento giovanile marocchino dimostra come una democrazia partecipativa dal basso possa funzionare: un’organizzazione collettiva basata sui bisogni reali della popolazione, piuttosto che sulle scelte di un’élite intellettuale.

Questa coscienza pratica e dialettica conferisce al movimento forza e capacità di espansione, indicando al tempo stesso un cammino per una sinistra rinnovata, capace di integrare la creatività e l’energia delle nuove generazioni al centro del processo decisionale.

Orizzonti per una sinistra rinnovata

La Generazione Z 212 sottolinea che il futuro della sinistra dipende dall’integrazione degli strumenti digitali di organizzazione con le strutture tradizionali come partiti, sindacati e movimenti sociali. Il capitalismo digitale e la sorveglianza autoritaria richiedono nuove strategie, in cui la lotta nelle strade e quella nello spazio digitale siano strettamente collegate.

L’esperienza della gioventù marocchina evidenzia la necessità di un’organizzazione orizzontale, flessibile e multipiattaforma, che combini l’azione sul campo con l’innovazione tecnologica, restituendo così alla sinistra una nuova rilevanza a livello locale e globale.

La lotta di classe del futuro si estenderà dalle strade fino agli spazi digitali. L’esperienza marocchina ricorda che un’organizzazione progressista efficace deve basarsi sull’integrazione delle rivendicazioni sociali concrete, degli strumenti tecnologici e delle strutture collettive in grado di canalizzare l’energia giovanile verso un cambiamento sociale e politico duraturo.

In questo senso, la Generazione Z 212 non è solo un fenomeno marocchino, ma anche una lezione per la sinistra mondiale: la lotta per la giustizia deve svolgersi sia sul terreno che online, e l’organizzazione digitale della gioventù è la chiave per unire queste due dimensioni.

Fonte

02/10/2025

Marocco - Migliaia in piazza nelle più grandi proteste degli ultimi anni

Durante il fine settimana, le manifestazioni hanno attraversato 11 città del Marocco, con migliaia di persone che hanno protestato contro la corruzione e le politiche di spesa del governo. Il governo è stato criticato per aver dato priorità agli eventi sportivi internazionali rispetto ai servizi pubblici di base, tra cui l’assistenza sanitaria, l’istruzione e l’occupazione.
 
Cosa rende queste proteste diverse dalle precedenti?

Sebbene le proteste antigovernative che chiedono riforme siano aumentate nella nazione del Maghreb negli ultimi mesi, le attuali manifestazioni sono caratterizzate dalla partecipazione di gruppi che rappresentano un ampio spettro di settori sociali e politici e di diverse età.

Le voci degli studenti si sono mescolate a quelle dei sindacalisti e delle famiglie, formando una scena di protesta olistica e riflettendo uno spirito unificante. Ciò a sua volta conferma che le preoccupazioni quotidiane per la giustizia sociale non sono limitate a un singolo gruppo, ma sono piuttosto una richiesta popolare. Tuttavia, si ritiene che i giovani organizzatori “senza leader” che si fanno chiamare Gen Z 212, abbiano organizzato le proteste a livello nazionale tramite i social network. 

Chi sono i Gen Z 212?

Gli osservatori suggeriscono che i manifestanti affiliati al movimento Gen Z 212, dalla forma poco chiara, siano giovani attivisti strettamente legati al mondo digitale e ai social network, che alla fine hanno deciso di convertire il loro attivismo online in manifestazioni di piazza. Secondo i resoconti dei media disponibili, la Gen Z 212 è un nuovo movimento giovanile, la cui nascita ha coinciso con le proteste antigovernative in tutto il Marocco negli ultimi due giorni.

Le informazioni preliminari indicano che i membri della Gen Z 212 non aderiscono a un determinato partito politico o ideologia e che il loro movimento è stato plasmato all’interno di sale di discussione online virtuali su reti di social media tra cui Discord, Instagram e Tiktok. Nel frattempo, si pensa che l’acronimo Gen Z sia una connotazione della Generazione Z, persone nate tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000 e che fanno molto affidamento sul mondo digitale per esprimere i propri pensieri e opinioni.

Il sito web di notizie locali Aldar ha descritto la Gen Z 212 come un movimento che non chiede le sue richieste di giustizia sociale al di là delle costanti nazionali, mentre dichiara esplicitamente il suo impegno a rispettare l’istituzione reale sotto la guida del re Mohammad VI e a mantenere l’unità territoriale marocchina.

Questo, a sua volta, potrebbe aver dato al movimento una certa legittimità speciale nei confronti del regime, distinguendolo dai precedenti tentativi dei giovani di esprimere la propria opinione, che spesso si scontravano con la norma politica e istituzionale del paese. Ciononostante, circa 200 manifestanti sono stati arrestati dalle autorità marocchine durante il fine settimana. 

Cosa ha scatenato le proteste del fine settimana?

Gli analisti affermano che l’attuale rivolta sembra essere una sorta di continuazione delle precedenti mobilitazioni contro le politiche governative che per anni hanno ulteriormente approfondito le disuguaglianze nel paese, indebolendo la fiducia dei cittadini marocchini nelle promesse di riforma del governo.

Per anni, i marocchini hanno espresso indignazione per il continuo deterioramento delle condizioni di vita, i prezzi elevati, la crisi dell’istruzione pubblica e un sentimento generale di declino della giustizia sociale, che bloccano il loro orizzonte per un futuro migliore.
 
Costruzione degli stadi della Coppa del Mondo FIFA 2030, uno dei principali fattori scatenanti delle proteste

Sebbene l’indisponibilità e la scarsa qualità dei servizi pubblici fondamentali sia stata una costante nell’ultimo decennio, con un recente notevole aumento dei tassi di disoccupazione e dei prezzi, l’elevata spesa che il governo ha stanziato per la costruzione degli stadi per la Coppa del Mondo FIFA 2030 è diventata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il governo sta costruendo almeno tre nuovi stadi, mentre ne sta rinnovando o ampliando molti altri per ospitare l’evento nel 2030 e la Coppa d’Africa entro la fine dell’anno.
 
“Gli stadi sono qui, ma dove sono gli ospedali?”

Esprimendo la loro indignazione, i manifestanti hanno cantato durante le manifestazioni: “Gli stadi sono qui, ma dove sono gli ospedali?”, uno slogan che riflette la precaria situazione del sistema sanitario pubblico nel paese nordafricano, una crisi prolungata che si è acuita negli ultimi mesi. Questa crisi si è manifestata in una carenza di operatori sanitari, scarse infrastrutture ospedaliere e una risposta ritardata ai casi di emergenza, soprattutto nelle aree meridionali e remote.

Il settore sanitario marocchino ha dovuto affrontare un’escalation della crisi per tutto il 2025, minacciando il diritto costituzionale dei cittadini alla salute e alla vita, a causa delle scarse infrastrutture, della mancanza di risorse umane e dei finanziamenti limitati. Nonostante l’aumento del budget sanitario del 65%, da 19,7 miliardi di dirham nel 2021 a 32,6 miliardi di dirham nel 2025, la spesa del governo per il settore sanitario rimane bassa rispetto agli standard regionali. Il Marocco spende circa 885 dirham pro capite all’anno, rispetto ai 2.900 dirham pro capite della Tunisia. La carenza di finanziamenti ha portato a ripetute carenze di medicinali essenziali e forniture mediche, che a loro volta aggravano le sofferenze dei pazienti, soprattutto dei più vulnerabili.

Il Marocco soffre anche di una grave carenza di medici e infermieri, con meno di 15.000 medici nel settore pubblico che servono oltre 36 milioni di persone. Ciò equivale a 4 medici ogni 10.000 persone, che è molto al di sotto dei tassi internazionali raccomandati. Uno studio recente indica che il 95% dei cittadini ha dovuto affrontare lunghi periodi di attesa per i servizi sanitari, mentre l’85% ha segnalato la mancanza di personale medico. Un altro 85% ha affermato che i costi elevati hanno impedito loro di ottenere i farmaci o le cure necessarie. Inoltre, i pazienti che necessitano di imaging medico o di un test sono spesso indirizzati a laboratori privati ad alto costo perché le apparecchiature diagnostiche negli ospedali sono insufficienti o non funzionanti.

Questa crisi strutturale ha portato i cittadini a protestare in diverse città, tra cui Agadir, chiedendo migliori servizi sanitari e l’accesso alle cure di base sotto lo slogan “Fine dell’abbandono sanitario”. Ad Agadir, dopo che diverse donne hanno perso la vita durante le procedure di taglio cesareo presso l’ospedale Hassan II, i cittadini e i membri della società civile hanno organizzato proteste davanti all’ospedale, chiedendo indagini rapide e miglioramenti tangibili nelle cliniche, nei servizi di emergenza e nelle attrezzature.

I manifestanti hanno fatto richieste economiche e sociali più ampie anche a livello nazionale, compresi i miglioramenti dell’istruzione e dell’occupazione.
 
Gli slogan sull’istruzione e l’occupazione risuonano nelle strade

La disoccupazione, soprattutto tra i giovani istruiti, è stata un'altra questione centrale nelle proteste del fine settimana. I dati pubblicati di recente hanno mostrato che l’economia nazionale non è stata in grado di assorbire i laureati dalle università e dagli istituti superiori. Secondo l’Alta Commissione per la Pianificazione (HCP), il tasso di disoccupazione nazionale è salito a circa il 13,3% nel 2024, un leggero aumento rispetto all’anno precedente.

I numeri diventano più allarmanti tra le persone di età compresa tra i 15 e i 24 anni, con tassi di disoccupazione che raggiungono livelli record di circa il 36,7%, il che significa che più di un terzo dei giovani di questa fascia di età è direttamente disoccupato. Eppure, gli attivisti della società civile sostengono che anche queste cifre sono fuorvianti. Secondo il rapporto annuale dell’Associazione marocchina per i diritti umani, i giovani sono costretti a unirsi al settore informale, descritto come un “rifugio di emergenza”, che manca di elementi di base per un lavoro dignitoso e di protezione sociale.

La situazione dei laureati è un altro problema che complica ulteriormente la situazione economica del Paese con un tasso di disoccupazione di circa il 19,6%, confermando un profondo divario strutturale tra la produzione del sistema educativo e le esigenze del mercato del lavoro.

Questa contraddizione tra gli sforzi meticolosi e gli anni di studio trascorsi dai giovani, da un lato, e la mancanza di prospettive professionali, dall’altro, ha provocato la frustrazione dell’opinione pubblica per un futuro cupo.

Pertanto, le richieste principali dei manifestanti non si limitano a creare opportunità di lavoro nel settore pubblico, ma a lavorare su piani e programmi reali e sostenibili per generare posti di lavoro a valore aggiunto in altri settori produttivi.

I manifestanti hanno anche chiesto di combattere la corruzione in quanto costituisce un grave ostacolo all’equa distribuzione delle opportunità di lavoro e della ricchezza, e di attuare la responsabilità e la trasparenza finanziaria globale.

Il progetto di legge n. 59.24 sull’istruzione superiore e la ricerca scientifica in Marocco, presentato al parlamento marocchino alla fine di settembre 2025, ha ulteriormente scatenato l’ira degli studenti e dei sindacati dell’istruzione. Molte organizzazioni hanno considerato il progetto di legge una regressione rispetto alle conquiste dell’università marocchina e una minaccia alla sua indipendenza.

Il disegno di legge è stato principalmente criticato in quanto è stato formulato unilateralmente senza un reale coinvolgimento delle principali parti interessate, come professori e studenti, e non è stato nemmeno presentato per la consultazione con loro. I sindacati e le organizzazioni studentesche hanno sollevato lamentele sulla natura democratica del processo legislativo.

In particolare, gli articoli 71, 72 e 73 della bozza hanno incontrato un diffuso rifiuto da parte dei corpi studenteschi. Questi articoli limitano il diritto di organizzazione all’interno delle istituzioni universitarie, minando la libertà di espressione e l’affiliazione politica degli studenti. Inoltre, le organizzazioni educative sostengono che questi articoli aprono la porta alla privatizzazione delle università pubbliche, che escluderebbe le università per i giovani marocchini dalla società in generale.

Le richieste delle proteste si concentrano sulla garanzia di un’istruzione pubblica gratuita e di qualità per tutti, chiedendo riforme complete dei programmi di studio per allinearsi alle moderne esigenze del mercato del lavoro, evitando aule sovraffollate e fornendo infrastrutture di base nelle aree rurali e remote, compresi dormitori e trasporti scolastici.
 
Il Marocco si solleva contro l’esclusione e la disuguaglianza

Le proteste di massa a cui si è assistito per le strade del Marocco, che probabilmente continueranno, non sono emerse dal nulla, ma sono il risultato di politiche storiche che hanno contribuito a un tasso record di disoccupazione giovanile e al deterioramento dei servizi sociali essenziali, tra cui l’assistenza sanitaria e l’istruzione. Le spese stravaganti per la Coppa del Mondo e le infrastrutture di intrattenimento forniscono un quadro chiaro delle priorità dello Stato e della sua incapacità di investire nelle persone e nei loro mezzi di sussistenza.

Fonte

04/11/2024

Spagna - Piovono cazzate

Diverse teorie cospirative sui social media spagnoli sono emerse dopo la terribile tempesta Dana, che ha devastato Valencia e fatto centinaia di vittime.

Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.

Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?

È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.

Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.

La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.

Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.

Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.

Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.

Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.

Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.

Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.

Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.

La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.

I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.

Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.

Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.

Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.

L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.

Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.

Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.

Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.

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Appendice tecnica di @Giuseppe Maria Amato

Immancabili!

Sono passate poche ore dalla tremenda notizia dell’alluvione che ha colpito Valencia e la costa mediterranea spagnola e, subito, lo sciacallaggio negazionista e complottista ha alzato il tiro.

Migliaia i post che accusano il cloud seeding e più in generale le “scie chimiche” per il cataclismatico nubifragio.

Ora, sapere che poche ore prima della pioggia venuta giù sulla sfortunata città iberica il cielo fosse “a pecorelle” non è sinonimo di alcuna manipolazione tecnocratica. I cirrocumuli, così si chiamano le “pecorelle”, non sono altro che una condizione particolare della nuvolosità tipicamente legata alle condizioni favorevoli alle precipitazioni piovose, non avrebbe altrimenti senso l’esistenza di proverbi ben più antichi di qualsiasi aereo, recanti chiari richiami al cielo a pecorelle.

Il cloud seeding, poi, viene effettuato con regolarità su aree desertiche e predesertiche, anche del Marocco, spargendo particelle di sali, soprattutto di Ioduro d’Argento, che, si badi, costa 127 Euro più IVA ogni 25 grammi, cioè circa 5.000 Euro al chilo, più IVA.

Proprio per i costi dello stesso sale, ai quali va aggiunto il costo dei voli, non certo a basso prezzo, la pratica si effettua solo direttamente sulle aeree dei bacini imbriferi delle dighe e solo se sulle stesse aree sono presenti nubi capaci di dare precipitazione. In caso diverso la pratica risulterebbe vana e dispendiosissima.

Ora, che si sia effettuata dispersione sul lago di Mehcra, in Marocco, a 600 chilometri in linea d’aria da Valencia, e che, per una serie di sfortunati eventi (cit. Brad Silberling), le particelle siano finite a inseminare i cirrocumuli sull’area valenciana, è talmente poco probabile da diventare ben più probabile che ad inseminare le nuvole siano stati i tappeti sbattuti al balcone da tutte le massaie valenciane.

La verità è che non è la prima volta che la città iberica si ritrova a dover piangere i morti per le alluvioni, ma che questa volta – da un lato la impermeabilizzazione dei suoli e dall’altro la temperatura altissima e ben fuori la media della superficie del mare Mediterraneo – hanno enormemente amplificato la già potente pioggia.

Sono venuti giù in meno di un giorno i quantitativi pari ad un anno di precipitazioni e la gente è finita in balia di una tale massa d’acqua che è stato impossibile intervenire. A questo si aggiunga il sempre più probabile fallimento del sistema di protezione civile valenciano e spagnolo, tutto con responsabilità gravissime.

Per dirla tutta ha ucciso più l’uomo che il tempo.

Adesso vogliamo capirlo che il cambiamento climatico è in atto o ancora stiamo a menare il can per l’aia?

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03/11/2024

Francia-Marocco, sulla pelle dei migranti e del popolo sahrawi

Durante la visita di Stato di Emmanuel Macron a Rabat, iniziata lunedì 28 ottobre e durata tre giorni, Francia e Marocco hanno firmato una quarantina di contratti e accordi di investimento per un valore complessivo di oltre 10 miliardi di euro. Questi accordi sono destinati a rilanciare ed approfondire le relazioni bilaterali in una vasta gamma di settori, tra cui il settore ferroviario, le energie rinnovabili, la transizione energetica, fino alle questioni sul controllo dei flussi migratori e le procedure per il rimpatrio.

Il Presidente francese, accompagnato da una folta delegazione composta da ben nove ministri e una quarantina di imprenditori, ha salutato con favore il “partenariato eccezionale e rafforzato” concordato con il Re Mohammed VI. Macron si conferma così essere la “punta di lancia” della rappresentazione politica degli interessi economici e strategici della classe padronale francese e delle sue multinazionali in Europa e nel mondo.

In particolare, il gruppo Egis si impegnerà nella costruzione della seconda sezione della linea ferroviaria ad alta velocità Tangeri-Marrakech, con la partecipazione di Alstom che a sua volta fornirà 12-18 treni ad alta velocità. Safran aprirà a Casablanca un nuovo sito di manutenzione e riparazione di motori aerei, mentre il colosso logistico francese CMA-CGM prenderà parte allo sviluppo del porto di Nador West Med.

Inoltre, TotalEnergies ha firmato un accordo per “sviluppare il settore dell’idrogeno verde”; Engie collaborerà con il Gruppo OCP (Office Chérifien des Phosphates) per le energie rinnovabili nel quadro di un “accordo di partenariato nella transizione energetica”; infine, EDF ha firmato un memorandum d’intesa per l’estensione del parco eolico di Taza.

Nella logica “do ut des” tra contraenti, nel suo discorso al Parlamento marocchino, Emmanuel Macron ha chiesto “ancora più risultati nella lotta all’immigrazione clandestina”, alludendo alla volontà della Francia di rendere più facile per il Marocco riprendere i propri cittadini che le autorità francesi decidono di espellere.

Questo è stato uno dei principali punti di negoziazione tra i due Paesi: “Sulla questione della riammissione dei cittadini marocchini in situazione irregolare, abbiamo un quadro e delle procedure con delle scadenze. (...) Abbiamo concordato di migliorarle per abbreviare le scadenze e fare meglio in termini di numero di persone riammesse”, ha dichiarato il ministro degli Interni francese Bruno Retailleau.

In una recente intervista a France 2, il ministro ha confermato il progetto di una nuova “Loi Immigration” che potrebbe arrivare all’Assemblée Nationale ad inizio 2025. Retailleau vorrebbe introdurre le disposizioni già proposte quando era senatore e censurate dal Consiglio costituzionale nel gennaio 2024 nel quadro della “Loi Darmanin” – dal nome dell’ex ministro degli interni di Macron – approvata con il sostegno del Rassemblent National di Marine Le Pen.

Più concretamente, il progetto di legge comporterà una trasformazione de l’Aide médicale d’État (contributo pubblico alle cure dei cittadini “in situazione irregolare” in Francia) che il ministro considera “un incentivo alla clandestinità”. Inoltre, vorrebbe ripristinare il reato di soggiorno illegale, porre fine allo “ius soli” ed estendere da 90 a 210 giorni il periodo di detenzione per gli immigrati illegali ritenuti pericolosi.

Oltre agli sforzi sull’immigrazione clandestina, Macron ha inoltre esortato il Parlamento marocchino a “porre le basi per la naturale circolazione delle persone, in modo da poter fare molto di più insieme in termini di ricerca di progetti e di creazione di imprese, nonché di offrire opportunità a questi talenti”, confermando il saccheggio di risorse intellettuali del Nord nei paesi del Sud globale.

Parigi e Rabat sembrano incamminarsi sulla via della riconciliazione, dopo i dissapori e la crisi diplomatica degli ultimi anni. Il riavvicinamento tra i due Paesi si è accelerato da quest’estate, quando in una lettera indirizzata al Re Mohammed VI il Presidente Macron aveva affermato che “il presente e il futuro del Sahara occidentale si collocano nel quadro della sovranità marocchina” (frase ripetuta nuovamente in occasione del suo discorso al Parlamento di Rabat martedì scorso).

La piena sovranità del Marocco sul Sahara occidentale è stata riconosciuta solo da Stati Uniti e Israele, mentre l’ONU lo considera un “territorio non autonomo” che gode di un posto di osservatore. La dichiarazione di Macron era stata accolta quest’estate con grande disappunto dall’Algeria, che aveva richiamato il suo ambasciatore in Francia.

Da quasi cinquant’anni, Marocco e Algeria sono ai ferri corti sul Sahara occidentale, la cui sovranità è rivendicata sia dal Marocco sia dal Fronte Polisario, che lotta per il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. Nel 1976, il Fronte Polisario proclamò la Repubblica Democratica Araba Saharawi (RASD); in risposta, il Marocco decise allora di annettere gran parte del territorio, facendo costruire un “muro di sabbia” lungo 2.720 km, completato nel 1987 e sorvegliato militarmente.

Dopo il discorso di Macron a Rabat, il Ministero degli Affari Esteri non ha perso tempo e ha aggiornato la carta del Marocco sul suo sito, facendo scomparire quella linea tratteggiata che delimitava simbolicamente la sovranità del Regno marocchino sul Sahara occidentale.

In gran parte desertico, il Sahara occidentale conta poco più di 650 mila abitanti. Il suo territorio si estende lungo un’ampia fascia della costa atlantica, ideale per la pesca e il commercio marittimo. Infatti, è proprio qui che il Marocco vorrebbe sviluppare ulteriormente il nuovo porto di Dakhla, attraverso un mega-progetto volto a farne un hub strategico di portata continentale e internazionale.

Tuttavia, la principale risorsa del Sahara occidentale è la sua terra ricca di fosfato, minerale usato come fertilizzante agricolo. Il Regno del Marocco ne ha estratti più di 30 milioni di tonnellate in media negli ultimi anni, appropriandosi degli incassi derivanti dall’esportazione – circa il 10% delle esportazioni totali del Marocco – tanto da farne un attore fondamentale del settore sul mercato mondiale.

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08/08/2024

La Francia si allinea al Marocco sul Sahara Occidentale e ne beneficia Tel Aviv

Martedì 30 luglio, annunciando il proprio sostegno alla posizione del Marocco sulla questione del Sahara occidentale, la Francia, come ha scritto Le Monde in un editoriale dedicato all’argomento, “ha riconosciuto il totale fallimento della sua politica di riconciliazione con Algeri”.

La reazione algerina a questa importante svolta della diplomazia francese nel Maghreb non si è fatta attendere. Poche ore dopo la pubblicazione dei comunicati francese e marocchino, Algeri – che era stata avvertita dell’iniziativa diversi giorni prima dal governo francese – ha ritirato il suo ambasciatore a Parigi, accusando la Francia di “violare la legalità internazionale”.

È stata chiara l’incapacità del nuovo ordine mondiale emerso con la fine del mondo bi-polare di risolvere politicamente alcuni scottanti questioni, ereditate dal colonialismo.

Queste si sono rivelate vere e proprie bombe ad orologeria nel mondo attuale, dalla Palestina passando per la Nuova Caledonia, giungendo al Sahara Occidentale.

L’Algeria è la maggiore sostenitrice del Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del Sahara occidentale dopo la fine del dominio coloniale spagnolo.

L’Eliseo ha colto l’occasione del venticinquesimo anniversario dell’ascesa al trono di re Mohammed VI per rendere pubblica una lettera indirizzata al sovrano dal capo di Stato francese.

La Francia considera il piano di autonomia del 2007 del Marocco per il Sahara occidentale come “l’unica base per raggiungere una soluzione politica equa, duratura e negoziata”. È da notare come Parigi in precedenza ritenesse che il piano marocchino fosse solo “una base di discussione”.

Un’involuzione della politica dell’Esagono in una questione tornata di stringente attualità, soprattutto da quando il regno marocchino ha usato il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara Occidentale come moneta di scambio con la diplomazia statunitense.

Essa è infatti stata la controparte che, sotto l’amministrazione Biden, ha accompagnato la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele all’interno di quelli che erano i cosiddetti “Accordi di Abramo” patrocinati dagli Stati Uniti e sviluppati sotto l’amministrazione Trump.

Prima di questi, bisogna ricordarlo, solo due Stati arabi riconoscevano Israele: l’Egitto e la Giordania. L’Arabia Saudita era in procinto di avviare tale processo prima dell’operazione “Diluvio di Al Aqsa” del 7 ottobre, insieme a EAU, Bahrein e Sudan.

Tornando a Parigi, questo cambio di rotta da parte della Francia, che ora riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, va oltre la storica inversione di rotta fatta in precedenza dal governo spagnolo.

Nel marzo 2022, Madrid aveva dichiarato di considerare il piano marocchino come “la base più seria, realistica e credibile per risolvere la disputa” sul Sahara Occidentale, ponendo fine a quasi un anno di dispute con Rabat che non aveva esitato a usare la pressione migratoria per far cedere la Spagna.

Insomma, la Francia si pone, insieme agli USA, come testa di ponte di un processo che ha ripercussioni evidenti sul dossier medio orientale, considerato il ruolo di perno filo-israeliano che il regno marocchino, a differenza di quello che vorrebbe la maggior parte della sua popolazione, ha assunto nella regione.

Questo ruolo è rafforzato dalla funzione svolta da Algeri nel patrocinare l’unità tra le organizzazioni palestinesi e riporre la questione palestinese al centro delle politiche della Lega Araba, già da prima del 7 ottobre. E non da ultimo, nell’essere stata il maggior sponsor del rientro in tale consesso della Siria di Bashar al Assad.

Il cambiamento di posizione francese giunge inoltre al termine di un periodo di forti tensioni tra Parigi e Rabat, in particolare per l’uso del software spia israeliano Pegasus da parte del Marocco.

Attraverso di esso, erano stati monitorati vari politici francesi, tra cui il Presidente della Repubblica, per sviluppare una campagna di stampa contro Emmanuel Macron e sulle risoluzioni del Parlamento europeo sponsorizzate dalla Francia con lo scopo di denunciare gli eccessi della strategia di influenza del Marocco in questo forum.

“Di fronte al deterioramento delle relazioni con il Marocco e con l’Algeria (...) la Francia ha rischiato di perdere su entrambi i fronti. Alla fine, l’ago della bilancia è stato il Marocco” afferma Le Monde nell’editoriale citato.

Naturalmente questa scelta di realpolitik francese è una vera e propria pugnalata alla schiena al popolo saharawi, che vede ulteriormente minato il suo diritto all’autodeterminazione, e rappresenta implicitamente un ancora maggiore allineamento francese alla politica filo-sionista di cui la leadership marocchina è pezzo da Novanta in Africa.

Rabat acquista un satellite israeliano per la guerra contro il Fronte Polisario

Non era stato fatto alcun annuncio ufficiale, ma secondo il giornale israeliano Calcalist, il Marocco ha ordinato due esemplari del satellite Ofek 13, progettato dalla Israel Aerospace Industries (IAI), di proprietà statale.

Per un valore di 920 milioni di euro, questo contratto di difesa viene presentato come il più grande mai firmato dal Regno del Marocco e dallo Stato ebraico, dato che i due Paesi hanno normalizzato le loro relazioni nel 2020.

Sembra che la vendita sia stata finalizzata solo a giugno, dopo che il presidente dello IAI ed ex ministro della Difesa israeliano Amir Peretz è volato in Marocco da Tel Aviv con un aereo privato, dato che i collegamenti aerei commerciali diretti tra i due Paesi sono stati sospesi dopo il 7 ottobre 2023.

Descritto come “satellite di intelligence” dalla NASA, Ofek 13 è l’ultimo di una famiglia di undici satelliti leggeri di sorveglianza in orbita terrestre bassa, sviluppati e costruiti in Israele a partire dal 1988.

Previsto per la consegna al Marocco entro i prossimi cinque anni, potrebbe sostituire i satelliti Mohammed VI-A e Mohammed VI-B, prodotti da Airbus e Thales, che il Marocco ha acquistato dalla Francia nel 2013 durante una visita di Stato del presidente François Hollande.

L’utilizzo dei satelliti Ofek 13 da parte del Marocco sarà principalmente civile, afferma Abdelhamid Harifi, amministratore del forum militare FAR-Marocco.

Egli sottolinea come il loro finanziamento proverrà direttamente dal bilancio dell’Agence nationale de la conservation foncière, du cadastre et de la cartographie (ANCFCC).

Ma è chiaramente prevista un’applicazione nel settore della difesa, viste le “minacce” nel sud del Marocco, avverte l’analista.

L’attacco del Fronte Polisario a Smara, una città nel nord del Sahara Occidentale, aveva provocato un morto e tre feriti a seguito di un bombardamento nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2023.

Questo aveva portato a sollevare dubbi sulla capacità dell’esercito marocchino di identificare i movimenti delle forze pro-indipendenza.

Appare chiaro come questa prodotto dell’industria aereospaziale israeliana, sarà uno strumento della guerra “a bassa intensità” condotta contro il Fronte Polisario.

Per il periodo 2020-2023 Israele è diventato il terzo esportatore di armi in Marocco, dopo Stati Uniti e Francia. Se confermato, questo nuovo contratto porterebbe la cooperazione militare tra i due Paesi a un livello senza precedenti.

Ed è chiaro che questo smacco per il complesso militar-industriale europeo, dovuto al precedente raffreddamento delle relazioni franco-marocchine, deve essere stato uno dei fattori determinanti per la scelta francese di appoggiare il piano di Rabat, in barba al diritto internazionale.

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27/10/2023

Israele sta facendo saltare il Medio Oriente. Italia ed Europa si suicidano

L’ambasciatore israeliano all’Onu Gilad Erdan, parlando alla sessione speciale di emergenza dell’Assemblea Generale, si è scagliato anche contro la bozza di risoluzione presentata dalla Giordania che dovrebbe essere votata in queste ore, definendola “ridicola” e sottolineando che “quando si legge questa bozza, Hamas sembra perso per strada, è una vergogna per la vostra intelligenza, è una follia che un testo che neppure menziona Hamas venga anche solo preso in considerazione per essere votato”.

La cosa non sorprende visto l’attacco frontale scatenato due giorni fa contro lo stesso segretario generale dell’Onu Guterres. Ma questa volta c’è qualcosa in più.

Nel frattempo infatti Emirati Arabi Uniti, Giordania, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Kuwait, Egitto e Marocco hanno condannato gli attacchi contro i civili e le violazioni del diritto umanitario internazionale nella Striscia di Gaza.

In un comunicato congiunto, i ministeri degli Esteri dei nove Paesi arabi hanno infatti condannato “gli sfollamenti forzati e le punizioni collettive a Gaza”. “Il diritto all’autodifesa non giustifica le violazioni del diritto internazionale e la deliberata negligenza dei diritti legittimi del popolo palestinese”, ha proseguito la nota.

Non è un dettaglio sottolineare che due dei paesi firmatari del documento (Egitto e Giordania) da anni ormai avevano ripreso le relazioni diplomatiche con Israele. Altri tre (Emirati Arabi Uniti, Barhein e Marocco) avevano recentemente sottoscritto i cosiddetti “Accordi di Abramo” con Israele, fortemente sponsorizzati dagli Stati Uniti. L’Arabia Saudita stava discutendo di aderirvi ma già in fase di negoziato aveva posto come prioritaria la soluzione della questione palestinese.

La normalizzazione tra Tel Aviv e le capitali arabe, tanto cercata e faticosamente costruita in questi anni, sta andando in frantumi sotto le bombe israeliane sganciate su Gaza.

Ma anche sul fronte dei paesi “non arabi” (sui quali Israele negli anni aveva pure cercato interlocuzioni in funzione anti-araba, giocando proprio sulle storiche contrapposizioni), le cose stanno andando piuttosto male per le prospettive israeliane nella regione.

Da tempo si è esaurita la relazione speciale con i maroniti libanesi. È rimasta invece quella con i curdi iracheni, ma questi si guardano bene dal cacciarsi in guai che vadano oltre gli affari dei loro clan. È sui “pezzi grossi” come Turchia e Iran che ormai è un disastro.

Il presidente turco, Erdogan, che aveva definito Hamas non terrorista ma movimento di liberazione, in un colloquio telefonico con Papa Francesco ha definito gli attacchi compiuti dalle forze israeliane sulla Striscia di Gaza “un massacro”. I due hanno discusso del conflitto in corso tra Israele e Hamas e della situazione che vivono i palestinesi nell’enclave. “È una vergogna che la comunità internazionale abbia chiuso gli occhi di fronte al dramma di Gaza”, ha detto Erdogan durante il colloquio, spiegando che gli attacchi di Israele “non possono essere giustificati in nessuna religione”. La Turchia per anni – pur con alti e bassi – è stata un interlocutore privilegiato di Israele in Medio Oriente.

Sono ormai lontanissimi i tempi anche delle “relazioni non dichiarate” con Teheran in nome della comune ostilità verso l’Iraq fino alla fine degli anni Ottanta. Durante la guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), Israele nel 1981 bombardò il reattore nucleare iracheno di Osirak e oggi si ritrova con un programma nucleare iraniano avanzato e ben organizzato.

Ieri anche il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, in sintonia con la Turchia, ha dichiarato che Hamas “è un movimento di liberazione palestinese di fronte all’occupazione israeliana e questo è in linea con le leggi internazionali” e che “le azioni della resistenza e delle forze di liberazione palestinesi sono in linea con la Carta delle Nazioni Unite”. “Le condizioni nella regione sono preoccupanti e le cose potrebbero andare fuori controllo in qualsiasi momento”, ha aggiunto il ministro, secondo il quale “qualsiasi risoluzione delle Nazioni Unite deve chiedere la fine dei crimini di Israele, la consegna degli aiuti e il rifiuto dello sfollamento forzato”.

Del resto per Israele l’aver pervicacemente scelto in questi anni lo scontro sul controllo di Gerusalemme e la sua ebraicizzazione forzata, con tanto di pulizia etnica contro i palestinesi e le ripetute provocazioni alla moschea Al Aqsa, hanno acutizzato la divaricazione ed esteso l’inimicizia e le ostilità dai soli popoli arabi e palestinese a tutto il mondo islamico, anche quello più lontano dal conflitto legato alla questione palestinese. Una scelta arrogante e ottusa di cui oggi si vedono tutte le conseguenze. Esattamente come il mattatoio in cui hanno trasformato Gaza.

Non sappiamo quale tipo di nuovi equilibri o di baratri produrrà il bagno di sangue in corso in Palestina e Israele. Quello che è certo è che Israele sta seppellendo con le proprie mani ogni possibile interlocuzione a venire con il mondo arabo-islamico. E le sole relazioni con Usa e Ue potrebbero non bastare più. È per questo che appare del tutto sconsiderata – oltre che immorale – la posizione di complicità dei governi europei verso Israele. Aver omesso la parola “cessate il fuoco” dalla risoluzione approvata dal Consiglio Europeo ne è la dimostrazione. Per un paese euromediterraneo come l’Italia poi è un vero suicidio, oltre che una vergogna politica.

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29/06/2023

Accordi di Abramo, l’inizio della fine?

Il Marocco ha annullato un vertice chiave nel quadro del processo di normalizzazione dei rapporti con lo stato ebraico a seguito dell'annuncio israeliano di espandere gli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati. Si tratta dell'ultima battuta d'arresto per i cosiddetti Accordi di Abramo, lanciati da Trump nel 2020, nonostante gli sforzi per promuoverli ed espanderli da parte degli Stati Uniti.

Gli Accordi di Abramo compiranno durante l’estate il loro terzo anno di vita. L'accordo tra uno stato di apartheid e alcune delle dittature più autocratiche del mondo era inizialmente basato su preoccupazioni condivise riguardo alla sicurezza, in particolare per quanto riguarda l'Iran, ma da qualche tempo è in corso un tentativo di spostarne l’asse sul piano economico. I risultati in questo ambito appaiono però contraddittori.

Per gli Stati Uniti e ancora di più per Israele, gli Accordi sono stati un modo per promuovere i propri interessi in Medio Oriente senza dovere affrontare la questione dei diritti del popolo palestinese. Anche questo esperimento si sta rivelando molto più difficile di quanto si aspettassero Donald Trump e Joe Biden, che erano e sono ugualmente entusiasti degli Accordi e della possibilità di calpestare impunemente i diritti dei palestinesi.

Martedì, il Marocco ha così annunciato l'annullamento della riunione del cosiddetto Forum del Negev, l'arena negoziale chiave per Stati Uniti, Israele e gli stati arabi che hanno normalizzato le relazioni con Israele, ad eccezione della Giordania, in risposta all'annuncio israeliano di accelerare ed espandere la costruzione di insediamenti. L’evento era già stato rinviato in precedenza a causa delle provocazioni israeliane. La decisione di Rabat rappresenta anche il più recente segnale di difficoltà per gli Accordi di Abramo, anche se gli Stati Uniti continuano ad affannarsi per rinvigorirli e consolidarli.

Biden sta lavorando con i membri del Congresso americano di entrambi i partiti per cercare di dare vita a questi accordi moribondi. L'espansione di essi fino ad includere l'Arabia Saudita sarebbe il risultato più ambito sia per Biden sia per il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Tuttavia, il valore di un simile accordo, di per sé, è per l'Arabia Saudita molto inferiore rispetto ai vantaggi che comporterebbe per Israele e Stati Uniti. Quindi, i reali sauditi hanno fissato un prezzo molto salato per la loro potenziale partecipazione.

Biden ha proposto, con l’approvazione della Camera dei Rappresentanti di Washington, la nomina di un inviato a livello di ambasciatore come rappresentante speciale per gli Accordi di Abramo. A essere stato scelto per questo ruolo è l'ex ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Dan Shapiro. La rinnovata spinta per espandere gli Accordi e il probabile contributo di Shapiro potrebbero aiutare gli Stati Uniti a trovare un modo per ottenere il consenso all’adesione dell'Arabia Saudita o, se l’obiettivo massimo non dovesse essere raggiunto, quanto meno per espandere gli Accordi ad altri paesi africani. Ciò significherebbe poco per gli interessi militari o economici di Israele, ma avrebbe maggior peso dal punto di vista politico e gli Stati Uniti vedrebbero il risultato come un modo per arginare la crescente influenza di Cina e Russia in Africa.

Questa settimana anche il Congresso USA si è mosso in soccorso degli Accordi, avanzando un disegno di legge che istituirebbe uffici della Food and Drug Administration (FDA) nei paesi che hanno aderito agli Accordi. Si tratta in effetti di un'altra mossa intesa a contrastare la Cina, riducendo potenzialmente la dipendenza degli Stati Uniti da Pechino come “hub” di approvvigionamento per i prodotti farmaceutici.

La scorsa settimana, gli Emirati Arabi Uniti e Israele hanno concluso due accordi per la cooperazione nei settori della tecnologia e della salute, nel quadro del clima creato dagli Accordi di Abramo che ha fatto salire, per i primi mesi del 2023, a quasi un miliardi di dollari il volume totale degli scambi commerciali bilaterali. E, naturalmente, Israele rivendica con orgoglio anche il record stabilito nel 2022 per le esportazioni di armi, grazie in parte proprio alle vendite negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Marocco, tutti firmatari degli Accordi.

Mentre alcuni stanno cercando di dipingere un quadro roseo per gli Accordi sulla base di questi sviluppi, dopo quasi tre anni essi non sono sbocciati come speravano i suoi architetti e propagandisti, sia a Washington sia a Tel Aviv. Il principio della paura su cui si basavano gli Accordi ha infatti iniziato a svanire rapidamente. L'impulso iniziale, dichiarato o meno, era quello di creare un'alleanza regionale che riunisse Israele e gli stati arabi del Golfo Persico per far fronte all'Iran.

Questa teoria è sempre stata errata. Sebbene ci sia stata a lungo una contesa tra ognuna delle monarchie arabe del Golfo e l'Iran, essa ha avuto diversi gradi di intensità nel corso del tempo e tra i diversi stati arabi. Alcuni, come il Qatar e l'Oman, intrattengono tradizionalmente buoni rapporti con l'Iran, anche se non mancano problemi seri. Altri, come l'Arabia Saudita e il Bahrein, avevano differenze di vedute più nette, ma non escludevano e, anzi, cercavano un modo per coesistere evitando che lo scontro potesse precipitare. L'Iraq, infine, appartiene a una categoria a parte per quanto riguarda la complessità dei rapporti con l'Iran.

Sia gli Stati Uniti sia soprattutto Israele hanno scelto al contrario una rotta totalmente conflittuale con la Repubblica Islamica, non vedendo né un percorso né incentivi particolari a individuare una via diplomatica per risolvere le divergenze. Il confronto militare e il cambio di regime costituiscono l’opzione preferita di Israele, così come della gran parte dei membri dei partiti Repubblicano e Democratico negli Stati Uniti.

Ma per gli stati arabi confinanti con l'Iran, la guerra è sempre stata uno scenario da incubo, una potenziale conflagrazione che si concluderebbe solo con perdenti e nessun vincitore, nonché con la distruzione della regione mediorientale. Con l'accordo tra Arabia Saudita e Iran, mediato da Iraq e Cina, è stata aperta una via migliore per il futuro. Gli Stati Uniti e Israele, al contrario, continuano a ingigantire la "minaccia" iraniana e a promuovere accordi commerciali “dal vertice alla base” come fondamento delle relazioni con i possibili candidati alla firma degli Accordi di Abramo.

Il governo di Israele è preoccupato perché sia il Bahrein che gli Emirati Arabi Uniti si stanno muovendo per rafforzare i rapporti con l'Iran. Le due monarchie del Golfo sono state le prime a normalizzare le relazioni con Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo. Il terzo paese a farlo – il Sudan – ha sospeso il processo a causa dello scoppio del conflitto interno tuttora in corso, ma vale la pena ricordare che la sospensione è arrivata dopo mesi di riluttanza da parte dei sudanesi a finalizzare l'accordo a causa dell’opposizione della società civile.

La cancellazione da parte del Marocco del Forum del Negev è ora un ostacolo ancora più grave. L'evento era già stato rinviato più volte a causa delle preoccupazioni non solo a Rabat ma anche in molti degli stati arabi partecipanti per l'escalation dei crimini che Israele commette in Cisgiordania. L'ultimo assalto a Jenin, unito allo spudorato annuncio israeliano del via libera alla costruzione di migliaia di nuove unità abitative nei territori occupati, è stato alla fine troppo per il Marocco.

L’annuncio ha fatto seguito anche alla ferma condanna dell'Arabia Saudita dell'attacco israeliano a Jenin e altrove in Cisgiordania. Martedì il regno wahhabita ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna “... l'escalation israeliana nei territori palestinesi occupati, l'ultima delle quali è stata l'aggressione alla città di Jenin”. La dichiarazione proseguiva sostenendo che “Il Ministero (degli affari esteri) afferma il totale rifiuto da parte del Regno delle gravi violazioni commesse dalle forze di occupazione israeliane...”.

Queste parole non si addicono decisamente a un paese in procinto di firmare un accordo di normalizzazione con Israele. Piuttosto, esse ricordano da vicino gli avvertimenti rivolti dagli USA a Israele poco prima delle operazioni a Jenin. Gli Emirati Arabi Uniti, da parte loro, si sono detti anch’essi “imbarazzati da Israele” e il Marocco ha espresso la stessa opinione all’amministrazione Biden nei giorni scorsi, prima cioè della cancellazione della riunione del Forum del Negev.

L'assistente del segretario di Stato americano per gli affari del Vicino Oriente, Barbara Leaf, che era in visita in Israele quando il governo di Netanyahu ha deciso di lanciare l'attacco a Jenin, aveva ribadito l'avvertimento dell'amministrazione Biden, secondo cui gli Stati Uniti stavano affrontando seri ostacoli nell'espansione degli accordi di Abramo a causa del comportamento di Israele. Netanyahu, tuttavia, ha proceduto con la più massiccia operazione a Jenin degli ultimi vent'anni. Il tutto mentre Barbara Leaf si trovava in Israele, trasformando l’operazione in un affronto diretto e deliberato al Dipartimento di Stato americano.

La debolezza e l’inettitudine dell'amministrazione Biden fanno in modo che Washington continuerà a sopportare gli insulti israeliani e a lavorare a beneficio dello stato ebraico nonostante tutto. Con buone ragioni, Israele crede di potere agire liberamente e la Casa Bianca si assicurerà comunque i risultati della normalizzazione tra Tel Aviv e il mondo arabo. Israele può avere ragione in merito agli Stati Uniti, ma il proprio comportamento ha già spento gran parte dell'entusiasmo degli stati arabi per la normalizzazione dei rapporti. Questi ultimi comprendono, a differenza di Stati Uniti e Israele, che i palestinesi non potranno essere ignorati.

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19/01/2023

Marocco - Le forze armate del Marocco verso l’integrazione operativa nella Nato

di Antonio Mazzeo

Le forze armate del Regno del Marocco verso l’integrazione operativa nella NATO. L’ufficio stampa dell’Allied Joint Force Command (JFC Naples) con sede a Lago Patria, Napoli, ha reso noto che un reparto d’élite dell’esercito marocchino ha iniziato il suo percorso verso l’interoperabilità con le unità NATO grazie al programma addestrativo alleato denominato “OCC E&F” (Capacità operative e valutazione strategica e feedback) svoltosi dal 23 novembre al 10 dicembre  2022 nel poligono di Ramram, Marrakech. 

“Il programma OCC E&F è specificatamente disegnato per valutare il livello di interoperabilità e delle capacità militari raggiunte dalle unità di un paese partner in riferimento agli standard NATO”, aggiunge JFC Naples. Le attività addestrative a Camp Ramram sono state svolte con l’assistenza del personale specializzato del Comando Alleato di Lago Patria e il supporto di uno staff di militari provenienti da Bosnia-Herzegovina, Colombia, Georgia, Irlanda, Serbia e Svezia, paesi non ancora membri de iure della NATO.

“Tutti insieme hanno collaborato con un team di valutazione dell’esercito del Marocco per condurre il Self Evaluation Level-1 (SEL-1) di una compagnia del 2° Battaglione della 2^ Brigata di fanteria aviotrasportata dell’esercito marocchino”, ha aggiunto l’ufficio stampa del Comando alleato. La 2^ Brigata aviotrasportata ha già partecipato a numerose esercitazioni in ambito nazionale ed internazionale e nel corso del programma di formazione a Marrakech ha mostrato “di avere appreso rapidamente e di avere implementato con successo gli standard NATO di livello 1”.

La compagnia del Marocco è la prima unità di un paese africano a conseguire la certificazione SEL-1. “Si tratta inoltre del primo esempio di impegno di JFC Naples a favore del Partnership Programme, a riprova della sua importanza come parte centrale della cooperazione alla sicurezza da parte della NATO”, conclude il Comando delle forze alleate di Lago Patria – Napoli.

Il 21 novembre 2022 alcuni rappresentanti dello Stato maggiore delle forze armate del Marocco avevano partecipato a Bruxelles a un meeting sulla “Sicurezza marittima” promosso dal Comitato Militare della NATO, presenti anche altri importanti paesi partner dell’Alleanza come Australia, Colombia, Finlandia, Repubblica di Corea, Qatar e Svezia.

“Proprio per la sua dimensione globale, la Sicurezza Marittima è un elemento chiave per la NATO e i suoi partner in tema di pace e sicurezza”, ha dichiarato aprendo la sessione il vicepresidente del NATO Military Committee, generale Lance Landrum.

“Esse dipendono l’una dall’altra se si assicurano soluzioni coerenti, coordinate e durature alle sfide marittime esistenti. Grazie alle esercitazioni navali congiunte, i membri della NATO e i paesi partner stanno lavorando  per mantenere e sviluppare le competenze nello svolgimento di attività di combattimento, edificando l’interoperabilità tra le forze armate NATO e dei partner così come stanno rafforzando le loro abilità marittime complessive e di pronto intervento per tutte le operazioni, internazionali e nazionali”.

La relazione principale al meeting internazionale è stata tenuta dal viceammiraglio Keith Blount, a capo del Comando navale alleato (MARCOM–Allied Marittime Command), con quartier generale a Northwood, Regno Unito. 

“Il dominio marittimo comprende oceani e mari, sopra e sotto la superficie, in tutte le direzioni”, ha esordito. “È in atto un vasto sforzo per assicurare una deterrenza e una difesa credibile nell’intero territorio marittimo dell’Alleanza e nelle aree di terra d’influenza. Il rafforzamento della coordinazione e della cooperazione con i partner è essenziale per sostenere lo sforzo della NATO nel dominio marittimo”.

Alla luce della sempre maggiore integrazione strategica nella NATO delle forze navali e terrestri marocchine, appare sempre più plausibile quanto rivelato il 6 dicembre scorso dalla testata web specializzata Africa Intelligence, relativamente alla possibilità che il Marocco diventi la prima nazione africana a fornire armi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina da impiegare nel conflitto con Mosca.

Secondo Africa Intelligence, su richiesta dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America statunitensi, Rabat avrebbe deciso “segretamente” di fornire ai militari ucraini pezzi di ricambio per i carri armati T-72 di cui l’esercito marocchino possiede ancora 150 esemplari in versione B/BK di produzione bielorussa. Sempre secondo il sito specializzato in questioni militari, già nel 2015 il governo dell’Ucraina, attraverso la società statale Ukroboronprom, aveva richiesto al Marocco la fornitura di pezzi di ricambio dei T-72.

“In termini teorici vi sono diversi equipaggiamenti di tipo sovietico ancora in dotazione alle forze armate marocchine: oltre ai tank T-72B/BK sono presenti almeno una trentina di lanciarazzi campali da 122 mm BM 21, 12 semoventi antiaerei 2K22 Tunguska M1 con missili antiaerei SA-19 e cannoni da 30 mm, circa 160 cannoni a tiro rapido da 23 mm ZSU, decine di missili anticarro Malyutka e Metis e migliaia di fucili della famiglia AK-47 Kalashnikov di origine rumena, cinese e finlandese”, documenta Analisi Difesa.

“Il Marocco aveva espresso la volontà di mantenere in servizio i T-72B/BK ma potrebbe ottenere da Washington la sostituzione delle armi girate all’Ucraina con prodotti statunitensi nuovi o di seconda mano come i carri M1A1/A2-Abrams di cui l’esercito di Rabat schiera già 384 esemplari”.

Analisi Difesa rileva infine come il Regno del Marocco, uno degli stati africani che in ambito ONU si è sempre espresso a favore dell’integrità territoriale dell’Ucraina, “potrebbe fungere da collettore in Africa per conto degli Stati Uniti con l’obiettivo di reperire armi e munizioni di tipo russo/sovietico da fornire a Kiev”.

Il Marocco, insieme alla Tunisia, è stato il primo paese africano visitato (17- 19 ottobre 2022) dal generale del Corpo dei Marines, Michael Langley, dopo aver assunto l’incarico di comandante di U.S. Africom, il Comando per le operazioni delle forze armate USA in Africa, di stanza a Ramstein, Germania.

“La nostra partnership in Nord Africa aiuta e supporta la sicurezza regionale e quella marittima nelle acque oltre il fianco sud della NATO”, ha dichiarato il gen. Langley a Rabat.

Nel corso della missione in Marocco, Michael Langley ha incontrato il ministro Abdellatif Loudiyi (con delega del Capo di governo per l’amministrazione nazionale della difesa) e i vertici delle forze armate marocchine, tra cui il gen. Belkhir El Farouk (comandante della Zona meridionale), il gen. Alaoui Bouhamid (ispettore capo dell’Aeronautica militare) e il viceammiraglio Mostafa El Amai (ispettore generale della Marina). Oggetto degli incontri, la “condivisione di interessi comuni nel settore sicurezza e sulle future aree di possibile cooperazione”, come riporta il Comando di U.S. Africom.

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26/12/2022

Il Maroccogate e l’UE, uno scandalo che non stupisce

La giustizia belga avrà modo di fare chiarezza sullo scandalo della corruzione da parte del Qatar e del Marocco nei confronti, per il momento, di parlamentari europei, tra cui alcuni italiani e in particolare di Antonio Panzeri, parlamentare europeo dal 2004 al 2019, e per due legislature (2009 e 2014) membro della delegazione per i rapporti col Maghreb.

In tutta la vicenda, che si intuisce sia solo all’inizio, stupisce lo stupore.

Bruxelles è il centro delle istituzioni europee e quindi di un concentrato di interessi che da sempre ne fanno una città bersaglio dello spionaggio internazionale. E che il Marocco vi possa essere implicato stupisce ancor meno dopo gli arresti di sue spie e dopo essere entrato nel mirino del ministero della giustizia del Belgio.

Lo conferma tutto ciò che sappiamo dall’affare Pegasus, il software israeliano usato dal re Mohammed VI per spiare non solo i giornalisti ma anche dirigenti e attivisti sahrawi e i loro sostenitori. Lo scandalo scoppiato nel luglio dello scorso anno avrebbe avuto come obiettivo anche uomini politici di altri paesi, a cominciare dal presidente francese Macron.

Malgrado questi precedenti, l’Unione Europea ha recentemente finanziato l’acquisizione di un nuovo software da parte del Marocco per la sorveglianza delle migrazioni, senza nessuna garanzia sul suo uso effettivo, come ha denunciato lo scorso luglio il sito di investigazione Disclose.

Non stupisce neppure che al centro delle preoccupazioni del Marocco ci sia il Sahara Occidentale, da tempo il faro della politica estera e vera e propria ossessione della monarchia che al recupero delle “province sahariane” ha legato la propria legittimità dopo la crisi dell’inizio degli anni ’70.

La corruzione e il ricatto sono gli strumenti, e non da oggi, di questa politica. Gli “inviti” a visitare il Marocco non si contano più e la lista di imprenditori e politici è lunghissima.

Il ricatto è presente ogni volta che Marocco e Unione Europea discutono degli accordi economici o in materia di migrazioni. Il più clamoroso ricatto degli ultimi anni è stato quello del maggio dello scorso anno, quando Rabat ha lanciato contro le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta migliaia di migranti per fare pressione su Madrid e sull’Ue.

Rabat ha minacciato di sospendere ogni relazione con l’Europa se il parlamento avesse approvato una mozione di condanna dei fatti di Ceuta (tra i firmatari anche l’on. Cozzolino). La mozione è poi stata approvata. Il ricatto ha pagato con la Spagna: il governo di Madrid pochi mesi dopo ha riconosciuto le pretese del Marocco sul Sahara Occidentale, rinnegando il sostegno ai tentativi dell’Onu di regolare il conflitto.

Quanto all’Unione Europea il contenzioso riguarda oltre la violazione da parte di Rabat dei diritti umani in Marocco e nel Sahara Occidentale, soprattutto gli accordi economici.

Il Marocco pretende che in questi accordi sia compreso il Sahara Occidentale, il parlamento europeo ha avuto un atteggiamento ondivago, la Commissione invece mantiene il punto di vista di Rabat, mentre il Tribunale della Corte di giustizia dell’Ue continuano a ritenere illegittima questa inclusione che viola il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

È in questa battaglia dagli enormi interessi economici che si inserisce tutto il potenziale di fuoco di cui dispone Rabat.

Il misterioso profilo twitter apparso nell’ottobre 2014 e il sito Maroc-Leaks, che si presenta come un wikileaks marocchino e che tanti interrogativi suscita, pubblicano da alcuni giorni ricostruzioni della strategia della diplomazia marocchina, attraverso documenti e dossier segreti su diversi affari, con le istituzioni europee, Italia compresa.

L’attivismo del Marocco è noto da tempo a tutti i membri del parlamento europeo e a chi lo frequenta, e conferma tutto ciò che la cronaca politica ci ha offerto in questi anni. Quella giudiziaria è destinata ad arricchire lo scenario e a individuare le responsabilità.

La vera questione è come le istituzioni europee reagiranno a questo scandalo e soprattutto se continueranno a subire i ricatti di Rabat e se, dietro la scusa dei reciproci interessi, continueranno ad ignorare le sue continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

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13/12/2022

Una squadra di emigrati ha riscattato una moltitudine d’immigrati

C’è un film italiano del 1973 che spiega meglio di ogni altro elzeviro sociologico il motivo dell’entusiasmo dei cittadini marocchini emigrati in Europa, Italia compresa. È “Pane e cioccolata”, di Franco Brusati, interpretato da Nino Manfredi.

È la storia di un emigrato italiano in Svizzera che, per trovare lavoro, si finge, appunto, svizzero. Un giorno lui entra in un bar per vedere alla tv la partita Italia-Svizzera; ha appena ordinato “Ein Bier, bitte” (una birra, per favore), quando l’Italia segna. Allora lui urla a squarciagola, tra la sorpresa generale: “goooooool”.

Ecco quello che hanno sentito dentro di loro i marocchini d’Italia. Riscatto. Una squadra di calciatori che giocano fuori dal proprio paese, richiamati per formare la nazionale, ha dato un momento di pausa alle umiliazioni, alla xenofobia, all’islamofobia, – quando non al vero e proprio razzismo – vale a dire un attimo di discontinuità alla pressione di tutto quell’armamentario ideologico che serve a sfruttare di più la manodopera e – colpevolizzandola – a pagarla di meno.

Siccome dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior, poetava De Andrè. Ecco che da quella montagna di barili di petrolio, di soldi, di corruzione, di interessi politico-finanziari, di inquinamento, di cemento armato e di morti nei cantieri, in un parola, da quella montagna di merda che sono i Mondiali in Qatar, è nato il fiore del riscatto sociale.

Un fiore improvvisamente spuntato sulla pietra tombale delle politiche anti-migratorie, delle smargiassate contro i naufraghi, della riduzione in schiavitù dei braccianti, della sufficienza con cui si trattano gli ambulanti, chiamati spregiativamente “vu comprà”, dello stesso uso dell’aggettivo “marocchino” come epiteto dell’intolleranza, cui disprezzare tutti gli arabi che vivono e lavorano nel nostro paese.

Un fiore pieno di spine per la destra reazionaria, che disprezza i poveri, che odia i proletari, che pretende di eliminare la giustizia sociale, contrastare la solidarietà, che ha nostalgie coloniali, suprematiste, che non sopporta chi si ribella – anche solo per una notte di gioia calcistica – contro la condizione materiale e psicologica della presunta subalternità culturale.

È un fiore che, però, appassisce presto se non ce ne prendiamo cura, in un paese che sta per attraversare un lungo e duro periodo di recessione, e si prepara alla guerra tra i poveri, fomentata da misure finanziarie nate per mettere gli uni contro gli altri, perché possano continuare indisturbati gli extra profitti, i privilegi e gli arricchimenti, coccolati dalle politiche neoliberiste, stella polare dei governi occidentali.

È bello che una squadra di calcio di emigrati abbia reso onore a una moltitudine di immigrati.

Però non basta fare il tifo per loro, bisognerebbe diventare una sola squadra che sappia affrontare il vero grande campionato, quello che si gioca ogni giorno contro la crisi energetica, la distruzione ambientale, l’inflazione, il carovita, allenati dalle ciniche e fameliche politiche neoliberiste.

Come è successo l’altra sera a Parigi, dove ai festeggiamenti dei tifosi per la vittoria del Marocco sul Portogallo, si sono poi aggiunti quelli dei francesi, per la vittoria sull’Inghilterra. Tutti insieme sugli Champs Elyées.

La nostra vita è un mondiale che ha come temibili avversari il bellicismo atlantista, la destra sovranista e reazionaria, il neoimperialismo, i loro apparati repressivi, la loro forza finanziaria, le loro tecnologie di controllo.

Però, se una squadra di calcio nordafricana – finora sottovalutata – è riuscita a battere blasonati avversari, chi può dire che non c’è partita?

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12/12/2022

Marocco - Proteste contro gli aumenti e la repressione

di Marco Santopadre

Alcune migliaia di persone sono scese in piazza domenica a Rabat per protestare contro «l’alto costo della vita e la repressione» politica, partecipando ad una manifestazione promossa dal Fronte Sociale Marocchino (FSM). La sigla riunisce diversi partiti politici di sinistra, organizzazioni per i diritti umani e sindacati come la Confederazione Democratica del Lavoro.

Alla marcia, la più partecipata degli ultimi mesi, hanno partecipato alcune migliaia di persone – un risultato notevole in un paese che reprime sistematicamente le libertà politiche – anche se la Direzione Generale della Sicurezza Nazionale (DGSN) ha parlato di soli 1500 manifestanti. La manifestazione ha sfilato per quasi due ore nel centro della capitale marocchina, dalla porta della Medina fino a Piazza degli Alawiti, passando accanto alla sede del parlamento.

L’inflazione erode i salari, la povertà aumenta

«Il popolo vuole prezzi più bassi (...). Il popolo vuole abbattere il dispotismo e la corruzione» hanno gridato i partecipanti arrivati anche dal resto del Marocco. «Siamo venuti per protestare contro un governo che incarna il matrimonio tra denaro e potere e che sostiene il capitalismo monopolistico» ha spiegato il coordinatore nazionale dell’FSM, Younès Ferachine.

Secondo un recente rapporto dell’Alto commissariato per la pianificazione (Hcp), il Marocco è tornato «al livello di povertà e di vulnerabilità del 2014» in seguito alla pandemia di Covid-19 e all’inflazione. L’impennata dei prezzi (ad ottobre è stato rilevato un +7,1% su base annua) e in particolare l’aumento del costo dei carburanti, dei generi alimentari e dei servizi, uniti a un’eccezionale siccità, hanno inoltre frenato la crescita economia, che alla fine dell’anno dovrebbe essere pari soltanto ad un +0,8%.

Le forze sociali e politiche che hanno partecipato alla marcia hanno chiesto le dimissioni del governo denunciando che a risentire della situazione non è più solo il potere d’acquisto dei settori più poveri della popolazione, ma ormai anche quello della classe media. Il Paese soffre di disparità sociali e territoriali crescenti che costringono sempre più cittadini, soprattutto giovani, all’emigrazione.

La disparità di reddito, stimata secondo il coefficiente di Gini, è del 46,4%, ovvero al di sopra della soglia socialmente tollerabile (42%). Secondo gli stessi dati forniti dal governo di Rabat, il 20% della popolazione è in stato di povertà assoluta (con un reddito inferiore a 1,8 euro al giorno), il 40% in povertà relativa (con un reddito inferiore a 3 euro al giorno) e il 60% in condizioni di precarietà (meno di 4,5 euro al giorno).

Il governo rivendica le sue politiche sociali

Di fronte alle proteste e all’aumento del malcontento sociale, il governo guidato dall’imprenditore Aziz Akhannouch ha più volte rivendicato quella che definisce la sua “politica sociale”, in particolare l’estensione della copertura sanitaria a oltre 10 milioni di marocchini a basso reddito. Lo scorso ottobre, il governo ha inoltre annunciato un nuovo maxi-fondo sovrano da 4 miliardi di euro creato per sostenere gli investimenti pubblici e tentare così di rilanciare l’economia del paese e contrastare la crisi.

Si tratta però di misure ritenute parziali e insufficienti da parte delle opposizioni di sinistra. In particolare i sindacati denunciano la rinuncia, da parte del governo marocchino, al varo di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche. Proposta dalle opposizioni parlamentari anche sulla base dell’appello del segretario generale dell’ONU a tassare gli “scandalosi” profitti realizzati dalle aziende del settore energetico in maniera da recuperare risorse da destinare al contrasto dell’inflazione e della povertà, alla fine il premier Akhannouch non ha inserito la misura all’interno della legge finanziaria adottata lo scorso 19 ottobre dal Consiglio dei Ministri. La rinuncia a questa e ad altre misure redistributive ha rilanciato le accuse, nei confronti dell’esecutivo, di favorire l’élite economica e di incarnare la collusione tra potere politico e mondo degli affari.

“No agli arresti dei dissidenti”

I manifestanti hanno anche lanciato slogan contro gli arresti di dissidenti, denunciando «ogni forma di repressione politica, antisindacale e contro la libertà d’espressione, mentre vengono incarcerati diversi blogger e giornalisti critici nei confronti del governo. «È una regressione inaccettabile», ha denunciato Ferachine.

Uno degli ultimi arresti ha preso di mira, a novembre, l’ex ministro dei Diritti Umani Mohamed Ziane. A ottobre l’avvocato e fondatore del Partito Liberale, che attualmente ha 80 anni, aveva chiesto l’abdicazione del sovrano Mohamed VI – che risiede a Parigi e rientra in Marocco solo per alcune cerimonie – e la fine della sistematica violazione dei diritti politici e democratici. Per tutta risposta Ziane è stato prima oggetto di una feroce campagna denigratoria da parte dei media governativi e delle autorità, ed in seguito è stato condannato dalla Corte d’Appello di Rabat a tre anni di detenzione per un totale di 11 capi di accusa formulati in una denuncia del Ministero degli Interni di Rabat.

“No agli accordi con Israele”

Nel corteo sono state sventolate numerose bandiere palestinesi. La marcia ha rappresentato infatti anche l’occasione per condannare la normalizzazione dei rapporti tra Rabat e lo stato di Israele, decisa nel 2020 nell’ambito degli “accordi di Abramo”. Secondo i sondaggi una gran parte della popolazione si dice contraria alla crescente collaborazione economica e militare tra il regno marocchino e Tel Aviv. L’ultimo importante passo in questo senso risale al 23 marzo scorso, quando il Ministro dell’Industria e del Commercio marocchino Ryad Mezzour e il presidente del board dei direttori dell’Israel Aerospace Industries, Amir Peretz, hanno siglato uno storico accordo di cooperazione.

Nel giugno scorso, poi, il governo di Rabat ha firmato un contratto con l’israeliana Elbit Systems per la fornitura del sistema “Alinet”, allo scopo di sviluppare le capacità del paese nel campo della guerra elettronica.

A luglio il capo di Stato maggiore dell’esercito di Israele, Aviv Kohavi, ha incontrato a Rabat l’omologo marocchino El Farouk; i due avrebbero discusso i dettagli del rafforzamento della cooperazione militare e la possibilità di lanciare un’alleanza regionale volta «a frenare l’influenza iraniana in Medio Oriente e in Nord Africa».

Israele ha anche fornito a Rabat la tecnologia necessaria a produrre in proprio dei droni da bombardamento, che il paese utilizza per colpire la guerriglia del Fronte Polisario, l’organizzazione che si batte per la liberazione dei territori saharawi occupati illegalmente dal Marocco.

Lo scorso 3 dicembre uno di questi droni ha colpito in pieno un fuoristrada nella zona del confine con la Mauritania, uccidendo il conducente e scatenando la reazione di Mohamed el Mokhtar Ould Abdi, governatore della provincia di Tiris-Zemmour, che si trova sulle linee di contatto con l’ex colonia spagnola occupata da Rabat.

L’uccisione dei cittadini mauritani fuori dai confini nella zona cuscinetto del Sahara occidentale «non è più accettabile» ha detto il capo del governo locale. Già a settembre due cercatori d’oro mauritani erano stati uccisi nel corso di un bombardamento compiuto da un drone marocchino contro presunte postazioni del Fronte Polisario.

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