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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2023

La metà degli italiani “sfiducia” la UE

Sul Corriere della Sera è stato pubblicato un sondaggio, a firma Nando Paglioncelli, sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni comunitarie e nell’operato del governo nei confronti di quest’ultime.

I risultati sono un specchio di come la UE sia sempre più vista come responsabile della crisi economica e sociale che viviamo, e insieme responsabile con le sua politiche lacrime e sangue.

Nel 2006, prima del crollo di Lehman Brothers, un’indagine di Demopolis per L’Espresso segnalava la fiducia nelle istituzioni europee al 51%. Dopo vari alti e bassi e con netti cali negli ultimi anni, essa è giunta al 39%, con la sfiducia esplicita salita al 48%.

I più “europeisti” sono sicuramente gli elettori del PD, con un 78% di sostegno dato all’azione di Bruxelles, Francofonte e Strasburgo. Negli altri partiti le opinioni sono più equamente divise, e anche tra la base di quei partiti che a lungo (spesso abusivamente) sono stati definiti “euroscettici” in realtà c’è una sostanziale approvazione della UE.

Quello che colpisce è però soprattutto l’estrazione sociale di chi ha espresso opinioni negative. Mentre i ceti medio-alti sono favorevoli a come è proceduta l’integrazione europea, due terzi degli intervistati meno abbienti esprime una netta critica alla UE.

Ovviamente, nel leggere questi dati, non ci sorprenderemmo nel sentire la solita narrazione classista che vuole i poveri, che magari non hanno avuto la possibilità materiale di una formazione avanzata, essere additati come “i barbari” che non capiscono i benefici del mercato unico.

Invece, è proprio l’effetto inevitabile di decenni di austerità e di scelte i cui costi sono stati fatti ricadere sulle fasce popolari.

La sfiducia generale nella classe dirigente è poi in un qualche modo confermata dalle domande sull’esecutivo e i suoi rapporti in Europa. Se quasi la metà degli italiani approva la maniera del governo Meloni di gestire le relazioni con Bruxelles, uno su tre attribuisce ad esso i problemi sul PNRR, ma non manca chi li fa risalire già a Conte e a Draghi (il 18%).

Sul prossimo grande nodo di quest’anno – la revisione del Patto di Stabilità – la base del PD spicca per essere più realista del re. Infatti, se il 38% degli intervistati vorrebbe escludere alcune spese dal rapporto deficit/PIL (che non è certo come cancellare la logica regressiva dei vincoli di bilancio), il 28% pensa che vada ripristinato nella forma pre-Covid, e tra i sostenitori del PD sono addirittura il 53%.

Il Secolo d’Italia, quotidiano fascista di lunga data, nel tentativo di legittimare l’operato della Meloni, commenta il sondaggio girando la frittata: “la Ue viene vista ancora come un carrozzone dove la burocrazia la fa da padrone“.

Un modo sbrigativo per mettere insieme la questione migranti, che sta erodendo la “fiducia” nel governo, e i vari scandali (in particolare il Qatargate) che hanno colpito i massimi vertici delle istituzioni comunitarie.

C’è poi da dire che anche l’ultimo rialzo dei tassi (e dei mutui), così come le ricette economiche fallimentari e la crisi del modello export-oriented centrato sulla Germania, hanno mostrato una classe dirigente che sa solo ripetere vecchi schemi che hanno mostrato la propria inadeguatezza. Governanti, insomma, uniti nella difesa a oltranza dei profitti e delle loro scelte dannose.

L’ostilità delle classi popolari, su cui sono stati scaricati tutti i costi di queste politiche, mostrano sempre più la distanza da questo sistema di potere.

Si aprono ulteriori spazi per una rappresentanza politica alternativa, che esprima gli interessi degli sfruttati e subalterni. Ma è evidente che senza una “sterzata a sinistra” sulla questione della UE tutta questa motivata “sfiducia” sarà capitalizzata dai reazionari.

Fonte

26/12/2022

Il Maroccogate e l’UE, uno scandalo che non stupisce

La giustizia belga avrà modo di fare chiarezza sullo scandalo della corruzione da parte del Qatar e del Marocco nei confronti, per il momento, di parlamentari europei, tra cui alcuni italiani e in particolare di Antonio Panzeri, parlamentare europeo dal 2004 al 2019, e per due legislature (2009 e 2014) membro della delegazione per i rapporti col Maghreb.

In tutta la vicenda, che si intuisce sia solo all’inizio, stupisce lo stupore.

Bruxelles è il centro delle istituzioni europee e quindi di un concentrato di interessi che da sempre ne fanno una città bersaglio dello spionaggio internazionale. E che il Marocco vi possa essere implicato stupisce ancor meno dopo gli arresti di sue spie e dopo essere entrato nel mirino del ministero della giustizia del Belgio.

Lo conferma tutto ciò che sappiamo dall’affare Pegasus, il software israeliano usato dal re Mohammed VI per spiare non solo i giornalisti ma anche dirigenti e attivisti sahrawi e i loro sostenitori. Lo scandalo scoppiato nel luglio dello scorso anno avrebbe avuto come obiettivo anche uomini politici di altri paesi, a cominciare dal presidente francese Macron.

Malgrado questi precedenti, l’Unione Europea ha recentemente finanziato l’acquisizione di un nuovo software da parte del Marocco per la sorveglianza delle migrazioni, senza nessuna garanzia sul suo uso effettivo, come ha denunciato lo scorso luglio il sito di investigazione Disclose.

Non stupisce neppure che al centro delle preoccupazioni del Marocco ci sia il Sahara Occidentale, da tempo il faro della politica estera e vera e propria ossessione della monarchia che al recupero delle “province sahariane” ha legato la propria legittimità dopo la crisi dell’inizio degli anni ’70.

La corruzione e il ricatto sono gli strumenti, e non da oggi, di questa politica. Gli “inviti” a visitare il Marocco non si contano più e la lista di imprenditori e politici è lunghissima.

Il ricatto è presente ogni volta che Marocco e Unione Europea discutono degli accordi economici o in materia di migrazioni. Il più clamoroso ricatto degli ultimi anni è stato quello del maggio dello scorso anno, quando Rabat ha lanciato contro le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta migliaia di migranti per fare pressione su Madrid e sull’Ue.

Rabat ha minacciato di sospendere ogni relazione con l’Europa se il parlamento avesse approvato una mozione di condanna dei fatti di Ceuta (tra i firmatari anche l’on. Cozzolino). La mozione è poi stata approvata. Il ricatto ha pagato con la Spagna: il governo di Madrid pochi mesi dopo ha riconosciuto le pretese del Marocco sul Sahara Occidentale, rinnegando il sostegno ai tentativi dell’Onu di regolare il conflitto.

Quanto all’Unione Europea il contenzioso riguarda oltre la violazione da parte di Rabat dei diritti umani in Marocco e nel Sahara Occidentale, soprattutto gli accordi economici.

Il Marocco pretende che in questi accordi sia compreso il Sahara Occidentale, il parlamento europeo ha avuto un atteggiamento ondivago, la Commissione invece mantiene il punto di vista di Rabat, mentre il Tribunale della Corte di giustizia dell’Ue continuano a ritenere illegittima questa inclusione che viola il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

È in questa battaglia dagli enormi interessi economici che si inserisce tutto il potenziale di fuoco di cui dispone Rabat.

Il misterioso profilo twitter apparso nell’ottobre 2014 e il sito Maroc-Leaks, che si presenta come un wikileaks marocchino e che tanti interrogativi suscita, pubblicano da alcuni giorni ricostruzioni della strategia della diplomazia marocchina, attraverso documenti e dossier segreti su diversi affari, con le istituzioni europee, Italia compresa.

L’attivismo del Marocco è noto da tempo a tutti i membri del parlamento europeo e a chi lo frequenta, e conferma tutto ciò che la cronaca politica ci ha offerto in questi anni. Quella giudiziaria è destinata ad arricchire lo scenario e a individuare le responsabilità.

La vera questione è come le istituzioni europee reagiranno a questo scandalo e soprattutto se continueranno a subire i ricatti di Rabat e se, dietro la scusa dei reciproci interessi, continueranno ad ignorare le sue continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

Fonte

22/12/2022

Qatargate - Il “cambio di giudizio” del Parlamento europeo sugli Emirati Arabi Uniti

Lo scandalo sulla corruzione da parte del Qatar abbattutosi sul Parlamento europeo, si intreccia indubbiamente con le relazioni complessive che le istituzione dell’Unione Europea hanno intessuto con le ricche, ma spesso impresentabili, petromonarchie del Golfo.

Qualche avvisaglia sul fatto che ci fossero pressioni e ingerenze di paesi stranieri sul Parlamento europeo, c’era già stata a febbraio 2022. Una risoluzione approvata dal PE al paragrafo BY scriveva testualmente: “Vi è una grave carenza di norme vincolanti e a livello dell’applicazione del registro sulle attività di lobbying nell’UE, il che rende praticamente impossibile individuare le attività di lobbying provenienti da paesi terzi; che attualmente non vi è modo di monitorare le attività di lobbying negli Stati membri che influenzano l’attività legislativa e la politica estera attraverso il Consiglio europeo; che le norme sulle attività di lobbying nell’UE riguardano principalmente i contatti personali e non tengono conto dell’intero ecosistema dei diversi tipi di lobbying esistente a Bruxelles; che paesi come la Cina e la Russia, ma anche il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia, hanno investito pesantemente nelle operazioni di lobbying a Bruxelles”.

Ma a febbraio 2022 il parlamento e l’Unione Europea nel suo complesso erano già entrati nella logica della nuova Guerra Fredda, per cui avevano antenne drizzate e propositi bellicosi solo contro Russia e Cina.

L’attenzione oggi si è invece concentrata sulla ricerca di una “buona reputazione in Europa” da parte del Qatar, balzato sulla scena internazionale per aver ospitato i contestati Campionati mondiali di calcio appena conclusisi.

Ma un osservatore più attento affiancherebbe la dovuta attenzione su un’altra petromonarchia del Golfo – gli Emirati Arabi Uniti (EAU) – anch’essi alla ricerca di una “buona reputazione in Europa”, e dunque disponibile ad “oliare” gli apparati affinché giudizi negativi si convertano in positivi.

In fondo gli EAU (1) sono quelli di Dubai, diventata un centro del business internazionale al quale moltissimi ricchi occidentali guardano come nuovo paradiso degli affari.

Nei primi giorni dell’indagine che sta squassando la credibilità delle istituzione europee e delle Ong “impegnate sui diritti umani” a Bruxelles, era circolata la notizia – poi sparita – che dietro l’inchiesta ci fosse una imbeccata dei servizi segreti degli Emirati Arabi Uniti, fino a ieri rivali frontali del Qatar (sottoposto a quattro anni di embargo da parte delle altre petromonarchie del Golfo) e oggi in una situazione di tregua relativa.

Al Qatar gli altri emiri non hanno mai perdonato tre cose: la nascita del network televisivo Al Jazeera che per anni in tutto il mondo arabo-islamico ne ha sferzato le malefatte, il sostegno alla rete dei Fratelli Musulmani (spesso in conflitto aperto con molti governi) e un atteggiamento meno ostile nei confronti dell’Iran.

“Gli Emirati Arabi Uniti sono assolutamente estranei a questa indagine” ha affermato nei giorni scorsi Ebtesam Al-Ketbi, presidente e fondatrice dell’Emirates Policy Center di Abu Dhabi, respingendo le accuse di chi sostiene che siano state “spie” degli Emirati a dare il ‘la’ all’inchiesta belga sul Qatargate che sta facendo tremare l’Europarlamento.

Secondo la Al-Ketbi, dietro queste notizie ci sono “coloro che sono contro gli Emirati Arabi Uniti”, aggiungendo che il Paese del Golfo “non trae alcun vantaggio da questa vicenda”.

Qui, però, occorre conoscere qualche informazione in più che ci aiuta a collegare alcuni puntini.

Era il settembre 2021 quando il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione severa sulla situazione dei diritti umani negli Emirati Arabi Uniti (dove, tra l’altro, alcuni detenuti politici dei Fratelli Musulmani sono ancora in carcere nonostante abbiano già scontato la loro pena detentiva, ndr).

La risposta degli EAU fu dura: “Le accuse inaccettabili incluse nella risoluzione del Parlamento europeo rappresentano un’ingerenza ingiustificabile negli affari interni degli Emirati Arabi Uniti e non è nel mandato del parlamento internazionale autorizzare alcuna organizzazione regionale a valutare i record sui diritti umani che non è sotto loro competenza regionale”.

Ma a novembre del 2021 è l’eurodeputato del gruppo socialista Andrea Cozzolino (citato nelle indagini sul Qatargate, non indagato e sospeso dal PD) a intervenire in sede di Parlamento europeo accusando duramente gli Emirati Arabi Uniti: “Dietro l’immagine di una classe dirigente illuminata, progressista, tollerante e che rispetta i diritti, si nasconde un regime illiberale” – sosteneva Cozzolino – “Abu Dhabi e Dubai non calpestano soltanto i diritti umani: sono noti, come dimostra lo scandalo Pegasus, l’ingerenza e il tentativo di indebolire le democrazie nei paesi musulmani arabi e soprattutto in Europa. Lo abbiamo visto in Egitto, in Siria, in Sudan e non da ultimo in Tunisia, per non parlare del loro diretto coinvolgimento nella guerra in Libia e in Yemen, dove sono corresponsabili insieme all’Arabia Saudita di crimini di guerra.
Come rispondiamo a tutto questo? La situazione dei diritti umani negli Emirati è l’ennesima prova che il sistema di dialogo di alto livello sui diritti umani dell’UE ha enormi problemi, poiché è stretto tra l’esigenza di far rispettare i diritti e il realismo politico degli affari. E ovviamente i paesi con cui l’UE dialoga approfittano di questa contraddizione, utilizzandola come una foglia di fico”
.

L’eurodeputato Andrea Cozzolino aveva proposto che l’Unione Europea adottasse dure misure contro gli Emirati Arabi Uniti: “Nel caso specifico degli Emirati, dovrebbe tradursi nell’embargo delle vendite delle armi, nella sospensione di regime facilitato di visti di Schengen, in sanzioni nei confronti dei criminali coinvolti nell’arresto di Mansoor e nei crimini commessi in Yemen, a cominciare dal generale Ahmed Nasser Al Raisi, candidato tra l’altro alla presidenza dell’Interpol, di cui l’UE è il principale finanziatore”.

Fino al 2021 quindi abbiamo riscontro che i rapporti tra il Parlamento europeo e gli Emirati Arabi Uniti fossero decisamente turbolenti. Ma cosa accade nel 2022?

Succede che a marzo 2022 una delegazione del Parlamento europeo si reca negli Emirati Arabi Uniti e qui qualcosa deve essere cambiato perché gli EAU commentano soddisfatti che: “Una delegazione di membri del Parlamento europeo, guidata da Anna Michel, membro del Parlamento europeo e vicepresidente della commissione per il commercio internazionale, ha espresso grande ammirazione per i successi degli Emirati Arabi Uniti nel sostenere le donne e promuovere l’equilibrio di genere”.

“La delegazione del Parlamento UE ha espresso ammirazione per le azioni misurabili e sostenibili intraprese dagli Emirati Arabi Uniti per portare le donne nei ruoli di leadership. La delegazione ha dichiarato che avrebbe ulteriormente esplorato e mirava a imparare dall’approccio delle quote degli Emirati Arabi Uniti per i consigli di amministrazione e i parlamenti. Inoltre, i delegati hanno espresso il desiderio di saperne di più su come gli Emirati Arabi Uniti stanno sviluppando un modello di budgeting basato sul genere e basato sull’evidenza che sarà implementato nel prossimo ciclo di bilancio”.

A ottobre 2022 si diffonde la notizia che la Commissione europea proporrà al Parlamento europeo e al Consiglio di aggiungere gli Emirati Arabi Uniti all’elenco Ue dei paesi terzi ad alto rischio riciclaggio, secondo quanto richiesto da Mairead McGuinness, il commissario europeo ai servizi finanziari.

Passa però solo un mese e a novembre 2022 un’altra delegazione del Parlamento europeo si reca negli Emirati Arabi Uniti nel quadro di una missione dal titolo decisamente indefinibile e piuttosto ambivalente: “Tecnologia per un futuro migliore” e “Diritti dei bambini ad un ambiente più sicuro”.

La delegazione europea, è composta da membri del Parlamento europeo e da nove bambini di età compresa tra 12 e 17 anni, ed era guidata dal membro del Parlamento europeo Isabel Wiseler-Lima, coordinatrice per i diritti umani del gruppo PPE al Parlamento europeo, la quale ha discusso con i funzionari degli Emirati gli sforzi del governo degli Emirati Arabi Uniti su due temi critici: “Tecnologia per un futuro migliore” e “Diritti dei bambini a un ambiente più sicuro”.

In una riunione separata, il tenente colonnello Dana Al Marzouqi, direttore generale dell’Ufficio per gli affari internazionali del ministero dell’Interno, ha sottolineato l’importanza dei governi e dei responsabili politici che forniscono spazi sicuri per i giovani online e quando interagiscono con le moderne tecnologie. L’eurodeputata Isabel Wiseler-Lima ha dichiarato: “L’interessante discussione con il tenente colonnello Dana Al Marzouqi ha evidenziato la necessità di ulteriori scambi globali per avere successo nella lotta contro gli abusi sessuali sui minori in tutto il mondo”.

L’eurodeputato rumeno Alin Mituta del gruppo Renew Europe ha commentato: “La nostra visita a Masdar City è stata molto utile per capire i modi in cui le nuove tecnologie possono aiutare a costruire un futuro migliore e più sostenibile. Sono fiducioso che una cooperazione rafforzata tra l’Unione Europea e gli Emirati Arabi Uniti contribuirà a realizzare la transizione digitale ed ecologica”.

In conclusione. Nel mirino degli inquirenti belgi (ma sulla base di un lavoro congiunto dei servizi segreti di ben cinque paesi, ndr) ci sono le ingerenze del Qatar sui parlamentari e alcune Ong con sede a Bruxelles. Appare però evidente che i segnali indicati nella risoluzione del Parlamento europeo di febbraio 2022 non rilevavano solo il Qatar come soggetto di ingerenza. Se, come sembra, l’inchiesta coinvolge una sessantina di europarlamentari, soprattutto dei due gruppi maggioritari del Parlamento europeo – socialisti/democratici e democristiani/popolari – il panorama che si potrebbe aprire sarebbe assai più ampio del solo Qatar. Tra le petromonarchie del Golfo e la loro ricerca di una “buona reputazione in Europa” c’è ancora molto da scavare.

L’unico dato certo è che la credibilità delle istituzioni europee e di molte Ong legate a doppio nodo con questi gruppi parlamentari ne esce a pezzi, così come ne esce a pezzi la presunta “superiorità morale dell’Europa” con la quale ci ammorbano ormai da anni e che è diventata l’ideologia che sta legittimando anche la linea guerrafondaia adottata dalle istituzioni europee tutte in questi mesi. Il “Giardino” evocato dall’ossesso guerrafondaio Borrell non è minacciato dalla “Jungla”, le male piante ce le aveva già inseminate all’interno.

Note

(1) Gli Emirati Arabi Uniti sono sette. Gli emirati di Abu Dhabi e Dubai, per ragioni di estensione territoriale, peso demografico e rilevanza economica, sono i due più importanti.

Fonte

20/12/2022

Come “l’Europa” ha perso la “superiorità morale”

Come in un film di Bunuel, la tavola imbandita per commensali ben vestiti e cerimoniosi nasconde la fogna da cui tutti loro traggono la propria fortuna.

È difficile sottovalutare la portata politica e strategica del cosiddetto Qatargate che sta scuotendo il Parlamento e dunque tutta l’Unione Europea.

Com’è noto, alcuni europarlamentari sono stati trovati “cor sorcio in bocca”, tra sacchi di banconote tenute in casa come non facevano neanche i rapinatori di una volta. Anche gli sviluppi successivi – tra “pentimenti”, chiamate di correità, giustificazioni da barzelletta (“non sapevo che c’erano...”) – non si discostano in nulla da analoghe vicende che in Italia viviamo praticamente da sempre.

Sarebbe facile farsi prendere dalla voglia di vendetta e perdersi nel dileggio di questo giro di infami da quattro soldi.

Se vogliamo essere seri, però, conviene concentrarsi su cosa mette in luce – in discussione – questo scandalo per molti versi inatteso, perlomeno in Italia. Ossia nel paese in cui “l’Europa” e la necessità di obbedirle erano state spacciate come occasione di riscatto nazionale dalle sue tare croniche (corruzione, debito pubblico fuori controllo, spesa pubblica per affari privati, ecc.).

Il mantra “lo vuole l’Europa” risuona da ormai da 30 anni, dagli accordi di Maastricht in poi, ad accompagnamento di ogni taglio a pensioni, scuola, sanità, diritti del lavoro. Sarà una coincidenza, ma risuona esattamente dalla stagione di “mani pulite”, ormai inquadrabile come il primo grande esperimento di lawfare per eliminare un ceto politico divenuto inservibile nel nuovo mondo unipolare sorto dalla caduta del Muro di Berlino e dell’URSS.

Troppo “indipendenti” quegli alleati comunque subordinati che, per esempio a Sigonella, avevano osato impedire militarmente agli uomini del Pentagono di “dirottare” verso Washington i guerriglieri palestinesi arrestati per il sequestro della nave Achille Lauro.

Tempi lontani, ma comunque indicativi del fatto che nessuna grande “operazione anti-corruzione” che riguardi la classe politica può essere letta come una semplice “opera di pulizia morale”, per ristabilire regole di buona creanza istituzionale (mentre sotto il tavolo volano calci e rifiuti tossici).

E infatti la risibile “presidente del Parlamento Europeo”, la maltese Roberta Metsola, ha dichiarato subito che “i nemici della democrazia, per i quali l’esistenza stessa di questo Parlamento è una minaccia, non si fermeranno davanti a nulla – ha aggiunto che – Questi attori maligni, legati a Paesi terzi autocratici, hanno presumibilmente armato Ong, sindacati, individui, assistenti e deputati nel tentativo di soffocare i nostri processi”.

Affermazione risibile, ripetiamo, ma che evoca apertamente gli spettri del “grande gioco” internazionale alla luce di una guerra che sta cambiando il volto – e la governance – del pianeta. E comunque ad aprire questa inchiesta sono stati i servizi segreti belgi, arrivati ad entrare di nascosto nell’abitazione di un ex parlamentare, riscontrare la presenza dei soldi e poi avvertire la normale polizia. “Non ha stato Putin“, insomma...

La parte ridicola, diciamo subito, riguarda proprio la definizione del Parlamento Europeo come “una minaccia” per i paesi “autocratici” in quanto esempio di democrazia.

Non tutti sanno che questo Parlamento è in effetti davvero un unicum tra le istituzioni mondiali. Viene eletto a suffragio universale da tutti i paesi membri, e dunque sembrerebbe in effetti un “organo democratico”, quanto all’origine (il voto popolare).

Ma non possiede il potere legislativo, ossia la facoltà di elaborare ed approvare leggi. Che sarebbe poi il potere di trasformare effettivamente la “volontà popolare” (per quanto articolata e conflittuale, dunque tramite mediazioni) in ordinamento che tutti devono rispettare.

Quel potere è infatti della Commissione Europea – nome assunto dal “governo” continentale, attualmente sotto la presidenza di Ursula von der Leyen – ossia del potere esecutivo, che assume anche le competenze del legislativo. Roba da far rivoltare nella tomba tutti i Montesquieu...

Al massimo, questo Parlamento può rigettare in tutto o in parte le proposte di legge che arrivano dalla Commissione. Ma nessun europarlamentare può presentare, da solo o in gruppo, una proposta di legge, come avviene quotidianamente a Roma, Parigi, Berlino, ecc.

Un organo democratico senza potere di decretare, per quanto “unico”, è certamente un ente inutile. Che però nell’arco dei decenni ha svolto una funzione fondamentalmente “ideologica” e “comunicativa”, in senso stretto. La sua quasi unica attività è infatti quella di elaborare ed approvare “risoluzioni”, poi ampiamente riprese dai media mainstream, in cui si stabiliscono amici e nemici dell’Occidente neoliberista.

Da qui provengono, per esempio, le risoluzioni che equiparano comunismo e nazismo, le condanne per le violazioni dei diritti umani – ma soltanto nei paesi considerati “nemici”, tacendo ostinatamente sui massacri in Palestina, nello Yemen, nei paesi invasi da Usa o Francia – e altri temi che consentano di cianciare dei “valori” teoricamente difesi da questa ed altre istituzioni occidentali.

Non a caso alcuni degli europarlamentari – o ex – arrestati o messi sotto inchiesta hanno fondato o partecipano ad Ong di cui sfugge qualsiasi attività umanitaria concreta (tipo salvare i naufraghi in mare, o fondare ospedali nelle zone di guerra) e di cui, quindi, i più ignoravano persino l’esistenza.

Pariamo di Fight Impunity, signoreggiata da Antonio Panzeri, e di No Peace Without Justice, fondata dall’ex ministro degli esteri Emma Bonino ma gestita da Niccolò Figà-Talamanca, che ha costruito la sua carriera tra il Lawyers Committee for Human Rights (ora Human Rights First), la Corte penale internazionale e – dal 1995 al 1997 – con il giudice Sir Ninian Stephen presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.

Quel “tribunale”, per capirsi, che fece morire in carcere l’ex presidente Slobodan Milosevic per poi – solo poi – riconoscerlo innocente.

Abbiamo davanti insomma uno pseudo-parlamento che non ha nulla di serio da fare, se non alimentare il chiacchiericcio e distribuire pagelle – onorevoli o infamanti – per i paesi al di fuori dei confini dell’Unione.

E infatti, come racconta chi ha avuto la ventura di guardarli da vicino, gli europarlamentari sono spesso assenti, al punto che il loro ruolo quotidiano viene svolto dagli assistenti (tipo il “surfista dell’Idroscalo” arrestato con l’ex vicepresidente del parlamento, Eva Kaili). E tutti costoro sono oggetto quotidiano delle attenzioni di ben 14.000 società di lobbying autorizzate ad operare a Bruxelles, con tanto di pass per entrare negli uffici.

Pensare che la corruzione riguardi solo i quattro arrestati, o solo la sessantina di europarlamentari indagati (“progressisti”, democristiani, di ultra-destra, ecc.), è davvero un wishful thinking...

La credibilità azzerata è solo una delle conseguenze. Ogni provvedimento antipopolare preso d’ora in poi dalla Commissione non potrà più essere presentato come una “spiacevole necessità” motivata dalla crisi economica o dall’esistenza di “nemici esterni”. Il sospetto – la certezza – che ogni decisioni avvantaggi certi interessi a danno di altri dovrà necessariamente accompagnare tutte le tappe del ritorno all’”austerità europea”.

Ovvio che ci vorrà una pressione soggettiva forte, sindacale e politica, perché questa assenza di credibilità possa diventare una crisi verticale di tutte le forze politiche che hanno accettato di farsi dettare da Bruxelles sia la politica economica che quella internazionale. Insomma, l’intero arco parlamentare italiano...

Abbiamo di fronte blocchi di potere molto articolati, dalle grandi multinazionali (alcuni paesi, come il Qatar e simili, agiscono più come immense holding che gestiscono materie prime e imperi finanziari di dimensione globale) fino all’ultimo degli “imprenditori” che speculano su concessioni pubbliche (chiedere lumi al “ministro” Santanché, che vorrebbe privatizzare anche le ultime spiagge rimaste pubbliche).

Ma sono blocchi che non riescono più a trovare un equilibrio stabile. Troppi interessi divergenti, ad ogni livello e tra i diversi livelli (ricordate Mario Draghi quando parlava di “imprese zombie” che andavano solo lasciate fallire?). Con a disposizione un “personale politico” intenzionalmente impoverito di competenze e talenti, privo da oltre 30 anni di qualsiasi autonomia decisionale sui temi fondamentali (politiche di bilancio, politica internazionale e industriale, ecc.).

Trovare la quadratura del cerchio diventa ogni volta più difficile. E ogni scossone a queste “gabbie” – sia a quella europea che a quella atlantica – va ccompreso, utilizzato, sfruttato per costruire di nuovo un protagonismo sociale e una alternativa politica radicale. Socialista, diciamo...

Fonte

15/12/2022

Mazzette e lobby nel Parlamento europeo. Un verminaio

Secondo le informazioni del quotidiano economico belga L’Echo, gran parte dei contanti trovati nelle case degli arrestati – 1,5 milioni di euro in totale – sono considerati nuovi, ancora avvolti nella plastica e freschi di stampa. Infine, alcune di queste banconote sono state emesse in Belgio, mentre il resto è ancora allo studio. 

Ma è un dettaglio importante, perché conoscendo il luogo di emissione sarà facile trovare la banca dove sono stati prelevati i mazzi di banconote, quindi il conto corrente e l’identità di chi si è preso in carico il prelievo.

Un editoriale di Le Monde commenta preoccupato la caduta di credibilità del Parlamento europeo, soprattutto dopo che questo si è spesso assunto a “giudice morale” contro la corruzione in vari paesi. “La scarsa attenzione del Parlamento europeo all’etica e l’assenza di un controllo indipendente sollevano il sospetto di una porosità sistemica verso l’acquisto di influenze e l’impunità” – scrive Le Monde.

“Queste accuse sono dannose non solo per l’opinione pubblica europea, ma anche per la credibilità politica dell’Unione. Il ghigno del primo ministro ungherese Viktor Orban di lunedì scorso ha dato un’anticipazione in merito. Egli stesso è minacciato di sanzioni per la sua compiacenza nei confronti della corruzione”.

Occorre rammentare che a Bruxelles, sulle e nelle istituzioni europee, agiscono ben 12.445 società di lobby ufficialmente censite in un apposito registro. Ci sono dunque un enorme numero di “agenti di influenza” che si muovono liberamente nel Parlamento Europeo.

La sola Ong della Bonino – No Peace Without Justice, finita sotto inchiesta – ne ha accreditate 11, il doppio di Google, il triplo di Microsoft​.

“L’inchiesta belga si allarga ma il cuore della questione resta sempre a Bruxelles, dove il Qatar-Gate ha rivelato quanto sia permeabile alle influenze esterne il tempio della democrazia che legifera sul destino di 450 milioni di cittadini” sottolinea il Fatto.

“Nel corso di molti decenni, il Parlamento ha permesso lo sviluppo di una cultura dell’impunità, con una combinazione di regole e controlli finanziari poco rigorosi e una totale mancanza di controllo etico indipendente o addirittura di qualsiasi controllo etico“, ha dichiarato al Financial Times il direttore di Transparency International, l’ex eurodeputato Michiel van Hulten.

Le agenzie riferiscono che nella seduta urgente del Parlamento europeo convocata martedì per discutere dello scandalo del Qatargate, praticamente non c’era quasi nessun europarlamentare. Alla richiesta di aggiornarla, il presidente della seduta ha voluto mantenerla lo stesso.

Così agli atti verrà scritto che c’è stata la seduta anche se non c’era nessuno “seduto” a seguirla e a discuterne. Una ipocrisia molto, ma molto “europea”.

La europarlamentare Manon Aubry (vedi altra parte del giornale) ha descritto come il mese scorso nel Parlamento europeo si sia arrivati a deliberare una risoluzione sul Qatar.

“Siamo rimasti sbalorditi quando ci è stata inviata la proposta di risoluzione proposta dal gruppo Socialisti e Democratici. Un testo che avrebbe dovuto condannare le violazioni dei diritti umani, si è ripetutamente congratulato con il Qatar per i suoi ‘notevoli sforzi’ nella promozione dei diritti umani, sottolineando il ‘partenariato strategico’ tra UE e Qatar, in particolare per la fornitura di gas naturale liquefatto, e minimizzando la violazioni dei diritti. Con amici come questi, chi ha bisogno di nemici?”

Fonte

14/12/2022

Il Qatargate mette in gioco “la reputazione” di molti

Emma Bonino si è dimessa dalla presidenza di Fight Impunity, la Ong che risulta coinvolta nell’inchiesta di corruzione da parte del Qatar. “Di fronte alla situazione che abbiamo tutti appreso dalle notizie stampa, ritengo doveroso dimettermi dall’Advisory board di Fight Impunity“, ha reso noto Emma Bonino, estranea alle accuse ma decisamente imbarazzata dallo scandalo.

La Bonino ha quindi deciso di dimettersi dalla presidenza del comitato consultivo della Ong Fight Impunity che – secondo il proprio statuto – è dedita “alla lotta per l’affermazione della giustizia penale internazionale”.

“Anni fa, ho accettato la proposta di divenire membro dell’Advisory board di Fight Impunity per la qualità delle altre personalità che vi facevano parte e per le finalità dell’associazione che andavano nella stessa direzione della mia battaglia per l’affermazione della giustizia penale internazionale”, ha spiegato Emma Bonino in una nota affidata alla stampa.

La leader di +Europa ha poi concluso: “Non essendosi peraltro l’Advisory board mai riunito, di fronte alla situazione che abbiamo tutti appreso dalle notizie stampa, ritengo anch’io doveroso dimettermi da tale carica con effetto immediato”. Che bello avere “cariche” – si potrebbe supporre in qualche modo retribuite – che non prevedono di dover espletare alcuna attività o “lavoro”...

Gli arresti confermati finora per questa inchiesta della magistratura belga sono quelli dell’ex eurodeputato del PD, Pier Antonio Panzeri, del suo ex assistente Francesco Giorgi, della vice presidente greca del Parlamento europeo Eva Kaili e del segretario della ong “No Peace Without Justice”, il noto giurista Niccolò Figà-Talamanca.

L’indirizzo di Rue Ducal 41 a Bruxelles, è quello in comune tra le due Ong finite nell’inchiesta della magistratura belga per la corruzione da parte del Qatar.

Una è ’Fight Impunity’ fondata nel 2019 da Antonio Panzeri. L’altra è ’No Peace Without Justice’, fondata nel 1993 da Emma Bonino e dal Partito Radicale transnazionale (si noterà l’uso disinvolto di uno slogan risuonato in decine di rivolte sociali e razziali negli Stati Uniti, peraltro utilizzato anche in questi giorni per motivare... l’invio di armi all’Ucraina).

Sul coinvolgimento della Ong di area radicale pesa l’arresto – decisamente notevole – del suo segretario generale, il prof. Niccolò Figà-Talamanca. Membro del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dell’Aia, Comitato degli avvocati per i diritti umani di New York City e docente della Columbia University, Figà-Talamanca è stato accusato, come gli altri personaggi fermati a Bruxelles, di corruzione e riciclaggio.

Così come Fight Impunity, l’Ong No Peace Without Justice deve le sue fortune alle “battaglie nel campo della giustizia penale internazionale”, per la parità di genere e contro le mutilazioni genitali femminili. Si è occupata anche di difesa dei diritti umani in Medio Oriente.

Secondo il Sole 24 Ore, a febbraio, No Peace Without Justice insieme ad altre Ong aveva distribuito agli europarlamentari e alla stampa un rapporto sull’influenza degli Emirati Arabi Uniti sulla politica europea e soprattutto sul Parlamento europeo.

La costruzione di una reputazione per il Qatar, la rivalità con le altre petromonarchie

Com’è noto, esiste una consolidata e rinnovata rivalità tra Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Occorre rammentare che solo nel febbraio 2021 le varie petromonarchie del Golfo (Emirati, Arabia Saudita, Barhain) hanno tolto l’embargo cui per più di tre anni avevano sottoposto il Qatar in quanto sostenitore del network dei Fratelli Musulmani, inviso ad Arabia Saudita ed Egitto.

Tra le richieste-diktat di Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Barhain al Qatar c’erano quella di recidere ogni legame con “organizzazioni terroristiche”, chiudere il network televisivo Al Jazeera e le rappresentanze diplomatiche in Iran.

Le relazioni tra gli sceicchi-coltelli delle petromonarchie Golfo, dopo la fine di quasi quattro anni di embargo, si erano dunque normalizzate ma niente affatto rasserenate.

È l’Ispi a ricordare però che Abu Dhabi, in particolare, “continua a nutrire sospetti e diffidenza nei confronti del sostegno che Doha fornisce ai gruppi islamisti a Gaza, in Libia e altrove, senza considerare il fatto che l’embargo, in questi anni, ha avvicinato il Qatar a nemici ‘ideologici’ delle monarchie del Golfo come Turchia e Iran. D’altra parte, il Bahrein si è ripetutamente scontrato con il Qatar per l’applicazione dei confini marittimi, con diversi incidenti negli ultimi mesi che hanno visto la guardia costiera del Qatar intercettare le navi di Manama”.

Quindi screditare i rivali del Qatar in Europa in qualche modo doveva servire a sdoganare il principato come partner e interlocutore, tanto più essendo il Qatar il paese destinato a ospitare i Campionati Mondiali di calcio, dopo averli soffiati sotto il naso agli Usa, che pure si erano candidati ad ospitarli.

Il repentino cambio di voto dell’ex calciatore Platini, in sede di Fifa, procurò già allora qualche guaio giudiziario. A giugno del 2019 Michel Platini – presidente della Uefa – venne fermato per essere interrogato presso gli uffici della polizia giudiziaria di Nanterre in relazione all’inchiesta su “presunti atti di corruzione attiva e passiva” nelle procedure di assegnazione dei Mondiali del 2022 al Qatar.

Blatter, che era il presidente della Fifa al momento del voto per l’assegnazione dei mondiali, (avvenuto nel 2010), aveva accusato Platini di essersi ritirato da un “accordo tra gentiluomini” che prevedeva l’assegnazione dei Campionati Mondiali di calcio 2022 agli Stati Uniti.

Infine, ma non per importanza, adesso il Qatar è diventato un prezioso partner economico per le forniture di gas all’Europa al posto di quelle russe sottoposte a sanzioni. Come si può andare a giro, dopo aver rotto con i russi cattivi, a prendere il gas da un paese “disdicevole”?

Secondo il giornale statunitense Politico, l’obiettivo del Qatar era ed è quello “di conquistarsi una buona reputazione“, poiché il Qatar lavora per stringere accordi con i paesi dell’UE per il suo gas naturale dopo che questi hanno rotto quelli con la Russia. Ma sembra che in ballo ci fosse anche una proposta al Parlamento europeo per “concedere ai qatarioti l’esenzione dal visto per l’area Schengen dell’UE”.

Dunque, a quanto pare in gioco non c’era solo il depotenziamento delle denunce per le centinaia o migliaia di morti sul lavoro nei cantieri dei Mondiali di calcio in Qatar, ma lo “sdoganamento” in Europa di “un partner economico di successo”. Anche se magari non molto gradito alle altre petromonarchie del Golfo.

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13/12/2022

Le lobby e il Parlamento europeo

Lo scandalo europeo che ha preso rapidamente, nei media, il nome di Qatargate, è certamente molto grave e anche un po’ spettacolare per i comportamenti dei personaggi colti in flagrante con sacchi e valigie di bigliettoni che nascondevano sotto il letto o tentavano di far partire da Bruxelles per discrete destinazioni offshore.

Tuttavia, tale scandalo stupisce solo chi non sia a conoscenza di come funzionano le cose in quello strano parlamento europeo, l’unico al mondo non legislativo, che divide le sue attività tra le due sedi di Bruxelles e Strasburgo, scelta bizzarra che ne fa lievitare i costi a danno del contribuente continentale.

Infatti, chi abbia approfondito la questione, sa bene che nella capitale europea Bruxelles vivono o comunque transitano centinaia di persone regolarmente stipendiate per svolgere l’attività di lobbisti, vale a dire di funzionari di gruppi di pressione economici, industriali, finanziari, commerciali, informatici ecc. che tengono i contatti tra i loro datori di lavoro e i parlamentari, esponenti e funzionari della Commissione Europea.

Tale attività delle lobby è stata pure regolamentata dal Parlamento Europeo con una risoluzione del 2008 accolta poi dalla Commissione che ha istituito un registro a cui sono iscritte oltre 10.000 diverse organizzazioni che svolgono attività lobbistica e i cui dipendenti hanno libero accesso agli uffici dei deputati e dei loro assistenti.

Tuttavia, per esercitare l’attività di lobby non è necessario essere iscritti a tale registro e la sua stessa definizione come “attività di consulenza legale o professionale” è talmente vaga da prestarsi alle più disparate interpretazioni.

In genere, quando i cittadini europei si stupiscono di qualche strana raccomandazione o risoluzione che arriva in diretta da Bruxelles e che appare regolamentare questioni assolutamente secondarie nella vita sociale europea, ciò è in realtà frutto dell’azione di una lobby d’interessi che ha ben lavorato ottenendo un risultato economico per se stessa. Ecco perché potremmo in futuro incontrare risoluzioni sul peso prescritto per le orate d’allevamento oppure per la forma delle scatolette di tonno.

È evidente che quando parliamo di lobby ci riferiamo a organizzazioni che nulla hanno a che vedere con associazioni e comitati di cittadini che chiedono udienza ai parlamentari per sensibilizzarli alle loro legittime richieste politiche. Si tratta piuttosto di interessi, e quando non si parla di politica ma di soldi, lasciamo immaginare quali siano i mezzi di convinzione. Si stima che, nel suo complesso, l’attività lobbistica a Bruxelles assommi a oltre cento milioni di euro l’anno.

Ciò non significa, per fortuna, che tutti i deputati europei e tutti i funzionari siano dei corrotti, sarebbe sommario e qualunquistico affermarlo, bensì capire che al Parlamento europeo esistono regolamenti, convenzioni e prassi che favoriscono l’infiltrazione della corruzione e le pratiche di malaffare di piccolo o grande cabotaggio.

In tale sistema, può diventare normale per qualcuno passare da qualche regalo o favore, comunque non tollerabile, ai sacchi di banconote, alle vacanze miliardarie, agli oggetti di lusso. Soprattutto quando invece che una lobby qualunque entrano in campo dei governi miliardari.

Il cittadino italiano può anche rimanere stupito del ruolo importante che hanno, in tali pratiche, gli assistenti parlamentari europei. Infatti in Italia i collaboratori parlamentari di deputati e senatori, chiamati non a caso con lo spregiativo titolo di portaborse sono in gran parte dei poveracci sottopagati.

Senatori e deputati della Repubblica percepiscono circa 4.000 euro mensili per le loro spese di funzione, dei quali devono rendicontarne a posteriori solo la metà. Da tale somma il parlamentare trae lo stipendio per il collaboratore, che è suo dipendente personale, spesso con condizioni da fame, poiché per il deputato o senatore, minore è il salario del suo portaborse, più resta a lui.

Grottesco fu il caso di un deputato che tolse lo stipendio al suo collaboratore perché doveva pagare le rate del mutuo del suo appartamento. Altri parlamentari assumono come “collaboratore” moglie o marito, nipoti e congiunti vari, così i soldi restano in famiglia.

Al parlamento europeo le cose vanno diversamente. Il deputato indica il nome del proprio assistente, che però viene assunto direttamente dal parlamento e quindi percepisce un regolare stipendio, molto variabile nell’importo, con tanto di assicurazioni previdenziali. È evidente che si tratta di una procedura più trasparente, ma che cambia di molto il ruolo e il potere dell’assistente parlamentare.

Infatti quest’ultimo ha in genere una maggiore autonomia decisionale rispetto al deputato, anche perché i parlamentari europei sono spesso assenti dalla sede dei lavori, alcuni nemmeno hanno un recapito fisso a Bruxelles dove vanno eccezionalmente (o mai) e hanno poca dimestichezza con le lingue di lavoro del parlamento.

Ne consegue che gli assistenti sono quasi sempre coloro che partecipano alla preparazione delle risoluzioni e delle mozioni e che ricevono i postulanti delle lobby. Ed ecco come, in seguito, possono tessere relazioni anche importanti e inquietanti con esponenti altolocati del Parlamento.

Gli amari risultati di un’Unione Europea che si dichiara politica ma che è soltanto un tentativo di unione economica e affaristica.

Fonte

10/12/2022

Parlamento UE: deputati in vendita

Gli scandali e la corruzione, in regime capitalistico (ossia di prevalenza degli interessi privati su quelli collettivi) non sono certo una novità. Dunque non destano in noi sorpresa. Semmai c’è da restare (fintamente) sorpresi per l’indignazione che esplode a comando ogni volta. Per poi rientrare senza effetto alcuno.

In questa vicenda di dimensione internazionale – con parlamentari europei o ex sotto inchiesta o già in stato di fermo per essersi fatti comprare dal Qatar, dove si stanno giocando i mondiali di calcio – è solo un business minore, una specie di “pubblicità”, per un paese produttore di petrolio e gas, ma viene fuori la realtà miserabile di un “sistema” che tutti i giorni pretende di vestire i panni del moralizzatore degli altri.

L’Occidente neoliberista ama infatti dare lezioni sui “diritti umani” e sulla “libertà di espressione” mentre li va riducendo a quasi nulla al proprio interno (si possono prendere ad esempio i Twitter files, oppure la “congiura del silenzio” condotta dai media mainstream contro le opposizioni sociali e politiche, nascondendone mobilitazioni e presenza elettorale).

Si inventa una neolingua in cui la guerra ha questo nome se la fanno “gli altri”, altrimenti è “operazione di polizia internazionale” se decisa da Washington o Parigi (“impegnatissima nell’”antiterrorismo” nell’Africa subsahariana) o “operazione militare speciale”. Ma poi, guarda un po’, i nazisti si chiamano così se agiscono in Germania, ma diventano “democratici” se comandano in Ucraina.

Non ci stupisce, dunque, se in questa vicenda di corrotti a Bruxelles (altra sede di tutte le virtù, secondo la vulgata mainstream), molti degli indagati sono di “area democratica” (Panzeri risulta addirittura presidente di un’associazione che “lotta contro le violazioni dei diritti umani”).

Qualcuno di loro è stato perfino “sindacalista” (ovviamente del tipo, e delle sigle, che hanno collaborato attivamente nelle distruzione dei diritti e del salario dei lavoratori).

Non abbiamo mai creduto, infatti, che il ceto politico travestito con quei panni fosse diverso dalla destra, visto che serve gli stessi padroni cercando – in questo “lavoro” – di incrementare il proprio individuale conto in banca.

Ci fanno invece ridere i “moralisti di destra” che stanno in queste ore cavalcando a loro modo questo ultimo scandalo. Gli stessi “politici” o “giornalisti” che difendono a spada tratta, magari nella stessa dichiarazione o articolo, l’evasione fiscale o il “garantismo a geometria variabile” (per se stessi, insomma), strepitano per la ricca corruzione dei propri “competitor” democratici.

Ci sembra di cogliere, in questo clamore, anche qualche pizzico di invidia. Le cifre e i corruttori dei “democratici europei” sono indubbiamente di grandi dimensioni e altissimo livello.

Mentre a destra, di solito, ci si vende anche per quattro spicci e a personaggi sotto ogni soglia...

Qui di seguito i dettagli della notizia, nel resoconto dell’agenzia Agi. Perché spendere il nostro tempo per certe cose scontate, capirete bene, ci sembra uno spreco...

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Terremoto al Parlamento europeo: la vice presidente greca, la socialista Eva Kaili, in serata è stata fermata dalla polizia belga nell’ambito di un’inchiesta sulla corruzione legata al Qatar. Prima di lei nella mattinata erano stati fermati quattro italiani, tra cui l’ex eurodeputato di Articolo 1 (eletto con il PD), Antonio Panzeri, e il segretario generale della Confederazione internazionale dei sindacati, Luca Visentini, già segretario generale dei sindacati europei.

Inoltre, nella lista dei fermati anche un assistente parlamentare che lavorava al servizio di Panzeri (ora nell’ufficio di un altro eurodeputato italiano di S&D) nonché compagno di Kaili. La quarta persona fermata è invece direttore di un’Ong che opera a Bruxelles.

I primi a dare la notizia dell’inchiesta che ha innescato la valanga che rischia di travolgere tutto il gruppo dei Socialisti e democratici sono stati i giornali belgi Le Soir e Knack. L’indagine, ora nelle mani del Gip Michel Claise che nelle prossime 48 ore dovrà decidere se convalidare i fermi, è per un presunto caso di corruzione, organizzazione criminale e riciclaggio di denaro.

Mezzo milione in contanti a casa di Panzeri

“Da diversi mesi gli investigatori della polizia giudiziaria sospettano che uno Stato del Golfo abbia cercato di influenzare le decisioni economiche e politiche del Parlamento europeo“, ha confermato la procura federale di Bruxelles senza fornire tuttavia né il nome del Paese né tantomeno le identità delle persone coinvolte.

La corruzione sarebbe avvenuta “versando ingenti somme di denaro e offrendo regali importanti a terzi con una posizione politica o strategica importante all’interno del Parlamento europeo“, ha spiegato la Procura.

Nell’ambito dell’operazione, condotta dalla Squadra anticorruzione della polizia giudiziaria, sono state perquisite sedici abitazioni (tra cui quella della vice presidente Kaili) e sono stati sequestrati circa 600 mila euro in contanti, di cui 500 mila trovati – sempre secondo i media citati – in casa di Panzeri, oggi presidente dell’associazione Fight Impunity, dedita alla lotta all’impunità per gravi violazioni dei diritti umani o crimini contro l’umanità.

I legami coi Mondiali

Secondo fonti informate, le indagini si focalizzano sul Qatar e in particolare sull’organizzazione dei Mondiali in corso. Nel frattempo si sono innescate le prime reazioni politiche. Il partito socialista greco ha espulso l’eurodeputata Kaili. Il Gruppo S&D al Parlamento europeo ha preso le distanze, richiamando alla “tolleranza zero nei confronti della corruzione” e promesso “la massima collaborazione con le autorità“.

Ufficialmente il Parlamento europeo “non si esprime su un’indagine in corso” ma politicamente l’opposizione è già all’attacco: PPE e Lega chiedono di fare chiarezza; il M5S vuole le dimissioni da vice presidente di Kaili: a questo punto passo scontato.

Fonte