Emma Bonino si è dimessa dalla presidenza di Fight Impunity, la Ong che risulta coinvolta nell’inchiesta di corruzione da parte del Qatar. “Di fronte alla situazione che abbiamo tutti appreso dalle notizie stampa, ritengo doveroso dimettermi dall’Advisory board di Fight Impunity“, ha reso noto Emma Bonino, estranea alle accuse ma decisamente imbarazzata dallo scandalo.
La Bonino ha quindi deciso di dimettersi dalla presidenza del comitato consultivo della Ong Fight Impunity che – secondo il proprio statuto – è dedita “alla lotta per l’affermazione della giustizia penale internazionale”.
“Anni fa, ho accettato la proposta di divenire membro dell’Advisory board di Fight Impunity per la qualità delle altre personalità che vi facevano parte e per le finalità dell’associazione che andavano nella stessa direzione della mia battaglia per l’affermazione della giustizia penale internazionale”, ha spiegato Emma Bonino in una nota affidata alla stampa.
La leader di +Europa ha poi concluso: “Non essendosi peraltro l’Advisory board mai riunito, di fronte alla situazione che abbiamo tutti appreso dalle notizie stampa, ritengo anch’io doveroso dimettermi da tale carica con effetto immediato”. Che bello avere “cariche” – si potrebbe supporre in qualche modo retribuite – che non prevedono di dover espletare alcuna attività o “lavoro”...
Gli arresti confermati finora per questa inchiesta della magistratura belga sono quelli dell’ex eurodeputato del PD, Pier Antonio Panzeri, del suo ex assistente Francesco Giorgi, della vice presidente greca del Parlamento europeo Eva Kaili e del segretario della ong “No Peace Without Justice”, il noto giurista Niccolò Figà-Talamanca.
L’indirizzo di Rue Ducal 41 a Bruxelles, è quello in comune tra le due Ong finite nell’inchiesta della magistratura belga per la corruzione da parte del Qatar.
Una è ’Fight Impunity’ fondata nel 2019 da Antonio Panzeri. L’altra è ’No Peace Without Justice’, fondata nel 1993 da Emma Bonino e dal Partito Radicale transnazionale (si noterà l’uso disinvolto di uno slogan risuonato in decine di rivolte sociali e razziali negli Stati Uniti, peraltro utilizzato anche in questi giorni per motivare... l’invio di armi all’Ucraina).
Sul coinvolgimento della Ong di area radicale pesa l’arresto – decisamente notevole – del suo segretario generale, il prof. Niccolò Figà-Talamanca. Membro del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dell’Aia, Comitato degli avvocati per i diritti umani di New York City e docente della Columbia University, Figà-Talamanca è stato accusato, come gli altri personaggi fermati a Bruxelles, di corruzione e riciclaggio.
Così come Fight Impunity, l’Ong No Peace Without Justice deve le sue fortune alle “battaglie nel campo della giustizia penale internazionale”, per la parità di genere e contro le mutilazioni genitali femminili. Si è occupata anche di difesa dei diritti umani in Medio Oriente.
Secondo il Sole 24 Ore, a febbraio, No Peace Without Justice insieme ad altre Ong aveva distribuito agli europarlamentari e alla stampa un rapporto sull’influenza degli Emirati Arabi Uniti sulla politica europea e soprattutto sul Parlamento europeo.
La costruzione di una reputazione per il Qatar, la rivalità con le altre petromonarchie
Com’è noto, esiste una consolidata e rinnovata rivalità tra Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Occorre rammentare che solo nel febbraio 2021 le varie petromonarchie del Golfo (Emirati, Arabia Saudita, Barhain) hanno tolto l’embargo cui per più di tre anni avevano sottoposto il Qatar in quanto sostenitore del network dei Fratelli Musulmani, inviso ad Arabia Saudita ed Egitto.
Tra le richieste-diktat di Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Barhain al Qatar c’erano quella di recidere ogni legame con “organizzazioni terroristiche”, chiudere il network televisivo Al Jazeera e le rappresentanze diplomatiche in Iran.
Le relazioni tra gli sceicchi-coltelli delle petromonarchie Golfo, dopo la fine di quasi quattro anni di embargo, si erano dunque normalizzate ma niente affatto rasserenate.
È l’Ispi a ricordare però che Abu Dhabi, in particolare, “continua a nutrire sospetti e diffidenza nei confronti del sostegno che Doha fornisce ai gruppi islamisti a Gaza, in Libia e altrove, senza considerare il fatto che l’embargo, in questi anni, ha avvicinato il Qatar a nemici ‘ideologici’ delle monarchie del Golfo come Turchia e Iran. D’altra parte, il Bahrein si è ripetutamente scontrato con il Qatar per l’applicazione dei confini marittimi, con diversi incidenti negli ultimi mesi che hanno visto la guardia costiera del Qatar intercettare le navi di Manama”.
Quindi screditare i rivali del Qatar in Europa in qualche modo doveva servire a sdoganare il principato come partner e interlocutore, tanto più essendo il Qatar il paese destinato a ospitare i Campionati Mondiali di calcio, dopo averli soffiati sotto il naso agli Usa, che pure si erano candidati ad ospitarli.
Il repentino cambio di voto dell’ex calciatore Platini, in sede di Fifa, procurò già allora qualche guaio giudiziario. A giugno del 2019 Michel Platini – presidente della Uefa – venne fermato per essere interrogato presso gli uffici della polizia giudiziaria di Nanterre in relazione all’inchiesta su “presunti atti di corruzione attiva e passiva” nelle procedure di assegnazione dei Mondiali del 2022 al Qatar.
Blatter, che era il presidente della Fifa al momento del voto per l’assegnazione dei mondiali, (avvenuto nel 2010), aveva accusato Platini di essersi ritirato da un “accordo tra gentiluomini” che prevedeva l’assegnazione dei Campionati Mondiali di calcio 2022 agli Stati Uniti.
Infine, ma non per importanza, adesso il Qatar è diventato un prezioso partner economico per le forniture di gas all’Europa al posto di quelle russe sottoposte a sanzioni. Come si può andare a giro, dopo aver rotto con i russi cattivi, a prendere il gas da un paese “disdicevole”?
Secondo il giornale statunitense Politico, l’obiettivo del Qatar era ed è quello “di conquistarsi una buona reputazione“, poiché il Qatar lavora per stringere accordi con i paesi dell’UE per il suo gas naturale dopo che questi hanno rotto quelli con la Russia. Ma sembra che in ballo ci fosse anche una proposta al Parlamento europeo per “concedere ai qatarioti l’esenzione dal visto per l’area Schengen dell’UE”.
Dunque, a quanto pare in gioco non c’era solo il depotenziamento delle denunce per le centinaia o migliaia di morti sul lavoro nei cantieri dei Mondiali di calcio in Qatar, ma lo “sdoganamento” in Europa di “un partner economico di successo”. Anche se magari non molto gradito alle altre petromonarchie del Golfo.
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31/12/2019
'ndrangheTav. Lo Stato arresta Nicoletta per difendere il business mafioso
L’arresto di Nicoletta Dosio è un’infamia grave e sarà meglio ricordare a tutti “il contesto” entro cui avviene. L’opposizione popolare alla “grande opera inutile” è considerata un reato grave, mentre non lo è – o perlomeno non è considerata altrettanto “pericolosa” – la massa di interessi mafiosi che si sono coagulati intorno a questa “occasione di business”.
Nei giorni scorsi, per citare solo un esempio recente, è finito in galera Roberto Rosso, cinque volte parlamentare parafascista (Fratelli d’Italia), proprio come quel Giancarlo Pittelli, avvocato di primo piano ed ex parlamentare di Forza Italia, accolto con la fanfara dalla “legalitaria” Giorgia Meloni quando – declinando Berlusconi – cambiò velocemente cavallo.
Nelle stesse ore, con meno fragore mediatico (finché non scattano le manette, gli affari si fanno in silenzio), si veniva a sapere degli incontri “riservati” tra boss della ‘ndrangheta e altri esponenti politici, di entrambi gli schieramenti che dicono di essere in feroce opposizione reciproca. Tema: far ripartire velocemente i lavori del Tav, fermi per innumerevoli problemi (oltre alla resistenza della Valsusa).
Vi proponiamo qui un articolo di NOTav.info che ci sembra decisamente chiarificatore. Nicoletta e gli altri compagni arrestati vengono puniti per essersi opposti a criminali “normali” e “politici”. I partiti “SìTav” sono pappa e ciccia con le mafie, e non c’è tra loro nessuna “sinistra”. Solo chiacchiere, prepotenza e “monopolio della violenza”.
Mentre ieri l’attenzione di tutti si concentrava sull’arresto per scambio politico-mafioso di Roberto Rosso, una notizia bomba tichettava nelle carte dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Piemonte. Negli atti dell’inchiesta, ancora secretati ma usciti grazie a una fuga di notizia, non c’è solo l’assessore degli striscioni sitav in comune ma si parla anche di un altro incontro tra esponenti politici di altissimo livello e le cosche piemontesi.
È il 24 febbraio 2019. A Nichelino si incontrano Francesco “Franco” Viterbo, portavoce del boss Onofrio Garacea, e alcuni onorevoli. Garacea è esponente del clan Bonavota ed è considerato “il reggente dei calabresi” tra Genova e Torino. Come riferirà Viterbo al patron delle cosche del basso Piemonte, all’incontro sono presenti esponenti di spicco della politica nazionale, tra gli altri, “Napoli e Bertoncino”.
Si tratta con tutta probabilità della candidata alle europee per +Europa, Maurizia Bertoncino e del deputato di Forza Italia, Osvaldo Napoli. Il colonnello forzista è uno dei più accaniti sostenitori del TAV in Piemonte, da oltre 15 anni instancabile garante degli interessi opachi che si nascondo dietro la nuova Torino-Lione: già sindaco di Giaveno, promotore di uno dei primissimi esprimenti di movimento sitav nel 2010, non perde occasione per chiedere di arrestare i notav come terroristi, accoglie con giubilo ogni avanzamento dell’opera, elargisce solidarietà a profusione ai poliziotti che proteggono il cantiere, pretende la chiusura dei centri sociali torinesi accusati di dare manforte ai valsusini nella battaglia contro l’alta velocità. Più importante ancora, l’on. Napoli dal 2013 ha affiancato Paolo Foietta come vice-presidente dell’Osservatorio ministeriale alla realizzazione dell’asse Ferroviario Torino-Lione.
Quanto a +Europa, il partito di Bonino in Piemonte sta facendo del TAV letteralmente la sua bandiera durante la campagna elettorale, arrivando a battezzare la lista per le europee “+EUROPA-SITAV”.
In quei giorni, il dibattito sulla seconda Torino-Lione imperversa in tutta Italia. Non sono passate neanche due settimane da quando l’analisi-costi benefici del MIT ha attestato che l’opera, oltre ad avere un impatto ambientale devastante sull’arco alpino, è in perdita per diversi miliardi di euro. Dopo 20 anni di battaglie, il progetto TAV sembra ormai arrivato finalmente al capolinea e molti stanno sudando freddo. È in questo momento che boss e deputati convengono sulla necessità di “dover prendere il paese in mano”. Che cosa significa? Come riferisce l’inchiesta, il punto di convergenza individuato tra le parti nell’incontro del 24 febbraio è sulla necessità che “i lavori presso i cantieri della TAV di Chiomonte devono proseguire”.
Il resto è storia. Nel maggio 2019 il futuro consigliere regionale di FDI Roberto Rosso compra tramite Garacea pacchetti di voti dalle ‘ndrine calabresi e viene eletto con il record di preferenze nella giunta di Alberto Cirio. Il 23 luglio il governo gialloverde, per bocca del presidente del consiglio Conte smentisce clamorosamente l’analisi costi benefici e annuncia che il TAV verrà regolarmente finanziato. Il deputato Osvaldo Napoli dichiara “la Tav va avanti, come il buon senso vuole è una vittoria per l’Italia con ciò si conferma che l’ideologia della decrescita felice è stata e rimane il più grande ostacolo allo sviluppo dell’Italia. Con la decisione sulla TAV, Conte si pone come naturale punto di equilibrio fra la maggioranza e le opposizioni”. Il 9 agosto, a poche settimane dall’insediamento, Cirio visita il cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte in compagnia del direttore di TELT Mario Virano e del consigliere Rosso e dichiara “l’opera è irreversibile è venuto il momento di far ripartire i lavori”.
Questi fatti sono noti da ieri in tutte le redazioni del nostro paese. Nessun quotidiano nazionale né TG però ne sta parlando se non su qualche sperduto trafiletto. Per mesi hanno pompato ogni minchiata riguardante il TAV, sperticandosi sui dettagli della cromatura della talpa Federica o il guardaroba delle madamin, ma il fatto che la ‘ndrangheta ordini a dei parlamentari di continuare con la più controversa opera pubblica in Italia non è degno di nota. Come definire un’informazione del genere? Distratta? Complice? Collusa?
Quanto a questa vomitevole macchina che vuole spolpare il nostro territorio anche nota come TAV, che pieghino armi e bagagli e non si facciano mai più vedere. A cambiare i cartelli della Val di Susa in Val di Scusa ci pensiamo noi.
Fonte
Nei giorni scorsi, per citare solo un esempio recente, è finito in galera Roberto Rosso, cinque volte parlamentare parafascista (Fratelli d’Italia), proprio come quel Giancarlo Pittelli, avvocato di primo piano ed ex parlamentare di Forza Italia, accolto con la fanfara dalla “legalitaria” Giorgia Meloni quando – declinando Berlusconi – cambiò velocemente cavallo.
Nelle stesse ore, con meno fragore mediatico (finché non scattano le manette, gli affari si fanno in silenzio), si veniva a sapere degli incontri “riservati” tra boss della ‘ndrangheta e altri esponenti politici, di entrambi gli schieramenti che dicono di essere in feroce opposizione reciproca. Tema: far ripartire velocemente i lavori del Tav, fermi per innumerevoli problemi (oltre alla resistenza della Valsusa).
Vi proponiamo qui un articolo di NOTav.info che ci sembra decisamente chiarificatore. Nicoletta e gli altri compagni arrestati vengono puniti per essersi opposti a criminali “normali” e “politici”. I partiti “SìTav” sono pappa e ciccia con le mafie, e non c’è tra loro nessuna “sinistra”. Solo chiacchiere, prepotenza e “monopolio della violenza”.
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Mentre ieri l’attenzione di tutti si concentrava sull’arresto per scambio politico-mafioso di Roberto Rosso, una notizia bomba tichettava nelle carte dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Piemonte. Negli atti dell’inchiesta, ancora secretati ma usciti grazie a una fuga di notizia, non c’è solo l’assessore degli striscioni sitav in comune ma si parla anche di un altro incontro tra esponenti politici di altissimo livello e le cosche piemontesi.
È il 24 febbraio 2019. A Nichelino si incontrano Francesco “Franco” Viterbo, portavoce del boss Onofrio Garacea, e alcuni onorevoli. Garacea è esponente del clan Bonavota ed è considerato “il reggente dei calabresi” tra Genova e Torino. Come riferirà Viterbo al patron delle cosche del basso Piemonte, all’incontro sono presenti esponenti di spicco della politica nazionale, tra gli altri, “Napoli e Bertoncino”.
| Osvaldo Napoli il 10 novembre, in piazza per si al tav |
Quanto a +Europa, il partito di Bonino in Piemonte sta facendo del TAV letteralmente la sua bandiera durante la campagna elettorale, arrivando a battezzare la lista per le europee “+EUROPA-SITAV”.
In quei giorni, il dibattito sulla seconda Torino-Lione imperversa in tutta Italia. Non sono passate neanche due settimane da quando l’analisi-costi benefici del MIT ha attestato che l’opera, oltre ad avere un impatto ambientale devastante sull’arco alpino, è in perdita per diversi miliardi di euro. Dopo 20 anni di battaglie, il progetto TAV sembra ormai arrivato finalmente al capolinea e molti stanno sudando freddo. È in questo momento che boss e deputati convengono sulla necessità di “dover prendere il paese in mano”. Che cosa significa? Come riferisce l’inchiesta, il punto di convergenza individuato tra le parti nell’incontro del 24 febbraio è sulla necessità che “i lavori presso i cantieri della TAV di Chiomonte devono proseguire”.
Il resto è storia. Nel maggio 2019 il futuro consigliere regionale di FDI Roberto Rosso compra tramite Garacea pacchetti di voti dalle ‘ndrine calabresi e viene eletto con il record di preferenze nella giunta di Alberto Cirio. Il 23 luglio il governo gialloverde, per bocca del presidente del consiglio Conte smentisce clamorosamente l’analisi costi benefici e annuncia che il TAV verrà regolarmente finanziato. Il deputato Osvaldo Napoli dichiara “la Tav va avanti, come il buon senso vuole è una vittoria per l’Italia con ciò si conferma che l’ideologia della decrescita felice è stata e rimane il più grande ostacolo allo sviluppo dell’Italia. Con la decisione sulla TAV, Conte si pone come naturale punto di equilibrio fra la maggioranza e le opposizioni”. Il 9 agosto, a poche settimane dall’insediamento, Cirio visita il cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte in compagnia del direttore di TELT Mario Virano e del consigliere Rosso e dichiara “l’opera è irreversibile è venuto il momento di far ripartire i lavori”.
Questi fatti sono noti da ieri in tutte le redazioni del nostro paese. Nessun quotidiano nazionale né TG però ne sta parlando se non su qualche sperduto trafiletto. Per mesi hanno pompato ogni minchiata riguardante il TAV, sperticandosi sui dettagli della cromatura della talpa Federica o il guardaroba delle madamin, ma il fatto che la ‘ndrangheta ordini a dei parlamentari di continuare con la più controversa opera pubblica in Italia non è degno di nota. Come definire un’informazione del genere? Distratta? Complice? Collusa?
Quanto a questa vomitevole macchina che vuole spolpare il nostro territorio anche nota come TAV, che pieghino armi e bagagli e non si facciano mai più vedere. A cambiare i cartelli della Val di Susa in Val di Scusa ci pensiamo noi.
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03/03/2018
Elezioni 2018. Chi paga la campagna di Emma Bonino?
Impossibile non notare che, in questi ultimi giorni di campagna elettorale, dappertutto campeggia uno slogan “Il voto utile per battere l’odio” ed una faccia, sempre la stessa: quella di Emma Bonino.
La paginona sul Corriere della Sera; la paginona sulla Stampa; la pubblicità di apertura sul sito di Repubblica, megacartelloni luminosi alle stazioni, cartelloni sui bus e manifesti enormi sui muri.
Quella di #EmmaBonino sembra una campagna per le presidenziali USA, costosa ed aggressiva come non se ne vedevano da tempo.
Allora le domande sono sempre la stesse: chi sta finanziando la campagna elettorale di Emma Bonino? Com’è possibile che una tizia che non ha raccolto nemmeno una firma per candidarsi a queste elezioni si possa permettere una campagna elettorale simile senza avere alle spalle nè un gruppo parlamentare, nè un partito?
Si, perchè anche il suo ex partito – il partito radicale – ha deciso per l’astensione a queste elezioni per protesta contro il governo per la mancata approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario su cui, peraltro, il mite e pacato Gentiloni aveva dato la propria parola in diretta televisiva.
Ma che glie ne frega, ormai, ad Emma Bonino delle drammatiche condizioni delle carceri italiane e delle promesse mancate del governo su una riforma attesa da tantissimi anni. Ora Emma ha altro a cui pensare.
Tuttavia, anche a prescindere dalle sue scelte attuali – l’Europa prima di tutto – la Bonino avrebbe il dovere di spiegare, qui ed ora, chi sta pagando questa roba perchè non è difficile immaginare che nel caso in cui venisse eletta dovrebbe, quanto meno, restituire i lauti favori ricevuti in campagna elettorale.
Ma non era un cavallo di battaglia dei radicali la trasparenza sulle relazioni tra lobby e politici?
A quanto pare Emma Bonino ha preferito abdicare anche a questi principi appartenenti al repertorio tradizionale dei radicali italiani pur di accaparrarsi uno scranno sicuro.
Lo stato di salute di una democrazia si misura anche da queste cose ed il silenzio che la Bonino sta opponendo ostinatamente alle domande che le piovono da più parti circa la sua personale e dispendiosissima campagna elettorale ci racconta di una democrazia profondamente malata.
Una democrazia malata, in cui un movimento nato dal basso come #Poterealpopolo deve conquistarsi con le unghie e con i denti il superamento della famigerata soglia del 3%, senza soldi e solo con il lavoro dei volontari; mentre ad una rappresentante della casta fedele agli eurocrati e a chissà chi, basta semplicemente inventarsi due settimane prima delle elezioni un simbolo che non rappresenta niente e nessuno ed incassare l’ok di Renzi su un’operazione che serve solo a portare acqua al mulino delle prossime larghe intese.
Fonte
La paginona sul Corriere della Sera; la paginona sulla Stampa; la pubblicità di apertura sul sito di Repubblica, megacartelloni luminosi alle stazioni, cartelloni sui bus e manifesti enormi sui muri.
Quella di #EmmaBonino sembra una campagna per le presidenziali USA, costosa ed aggressiva come non se ne vedevano da tempo.
Allora le domande sono sempre la stesse: chi sta finanziando la campagna elettorale di Emma Bonino? Com’è possibile che una tizia che non ha raccolto nemmeno una firma per candidarsi a queste elezioni si possa permettere una campagna elettorale simile senza avere alle spalle nè un gruppo parlamentare, nè un partito?
Si, perchè anche il suo ex partito – il partito radicale – ha deciso per l’astensione a queste elezioni per protesta contro il governo per la mancata approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario su cui, peraltro, il mite e pacato Gentiloni aveva dato la propria parola in diretta televisiva.
Ma che glie ne frega, ormai, ad Emma Bonino delle drammatiche condizioni delle carceri italiane e delle promesse mancate del governo su una riforma attesa da tantissimi anni. Ora Emma ha altro a cui pensare.
Tuttavia, anche a prescindere dalle sue scelte attuali – l’Europa prima di tutto – la Bonino avrebbe il dovere di spiegare, qui ed ora, chi sta pagando questa roba perchè non è difficile immaginare che nel caso in cui venisse eletta dovrebbe, quanto meno, restituire i lauti favori ricevuti in campagna elettorale.
Ma non era un cavallo di battaglia dei radicali la trasparenza sulle relazioni tra lobby e politici?
A quanto pare Emma Bonino ha preferito abdicare anche a questi principi appartenenti al repertorio tradizionale dei radicali italiani pur di accaparrarsi uno scranno sicuro.
Lo stato di salute di una democrazia si misura anche da queste cose ed il silenzio che la Bonino sta opponendo ostinatamente alle domande che le piovono da più parti circa la sua personale e dispendiosissima campagna elettorale ci racconta di una democrazia profondamente malata.
Una democrazia malata, in cui un movimento nato dal basso come #Poterealpopolo deve conquistarsi con le unghie e con i denti il superamento della famigerata soglia del 3%, senza soldi e solo con il lavoro dei volontari; mentre ad una rappresentante della casta fedele agli eurocrati e a chissà chi, basta semplicemente inventarsi due settimane prima delle elezioni un simbolo che non rappresenta niente e nessuno ed incassare l’ok di Renzi su un’operazione che serve solo a portare acqua al mulino delle prossime larghe intese.
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28/02/2018
Emma Bonino, nemica della scuola italiana
Se fossimo attenti solo alle elezioni, non ci sarebbe bisogno di occuparsi tanto di Emma Bonino e la sua listarella +Europa. Ma ci occupiamo di capire soprattutto la direzione di marcia impressa alla ristrutturazione del “modello sociale”, che altrove viene chiamata “processo di riforme strutturali”. In questo senso, le sortite di Bonino sui vari temi esemplificano con spietata nettezza le “preferenze” dell’establishment finanziario e multinazionale, tradotte sempre più precisamente in trattati e direttive europee.
La sortita che interessa da vicino oltre un milione di lavoratori e la maggior parte delle famiglie italiane è avvenuta due giorni fa, in teleconferenza, e riguarda il mondo della scuola.
Vale la pena di citare qualche perla:
– la “scuola deve preparare più e meglio al lavoro: va bene il boom del liceo classico (in realtà si sta solo contrastando la sensibile perdita di iscritti, ndr), ma nei Paesi vicini alla piena occupazione come la Germania, cercano più ingegneri e operai specializzati che non dei latinisti”.
– “la scuola è buona se prepara anche al lavoro, non solo allo sviluppo personale e intellettuale”.
– “il lavoro lo crea l’impresa, non lo Stato. Siamo in una fragile ripresa economica e quindi dobbiamo intercettare questo vento favorevole”.
– “Il ruolo del governo è quello di creare le condizioni macroeconomiche per questo sviluppo e perché la crescita sia sostenibile e duratura”.
– “Quindi, un maggiore scambio tra lavoro e scuola, lavoro e università, e una maggiore sintonia fra questi due settori”, sarebbe la soluzione valida sia a livello formativo che occupazionale.
Vecchia paccottiglia neoliberista, se stiamo alle pure dichiarazioni. In realtà non è un programma, ma la difesa pure e semplice della “buona scuola” di Giannini-Fedeli-Renzi. Ognuna di queste affermazioni è facilmente confutabile sul piano teorico e soprattutto empirico. Per esempio: le imprese, in Italia, non stanno affatto “creando lavoro”, ma semplicemente eliminando lavoratori assunti con contratti “buoni” per sostituirli con precari pagati una miseria.
Ma dove la Bonino dà il peggio di sé è nella critica della formazione umanistica a vantaggio di quella puramente tecnico-esecutiva. Non serve un genio per capire che, se un paese smette di produrre gente capace di pensare autonomamente, magari con spirito critico verso la “formazione” che passa il convento, quel paese non ha futuro. Basterebbero pochi esempi per demolire questa idea, anzi uno solo: Sergio Marchionne prese la prima laurea... in filosofia. Certo, non fece poi buon uso delle capacità proprie della materia, ma di sicuro non si può dire che la filosofia gli abbia limitato il successo nel mondo delle imprese...
Né si può sottovalutare il fatto che moltissimi scienziati “duri”, nella storia della ricerca italiana, siano arrivati all’università con un solida formazione fatta al liceo classico.
In ogni caso, l’idea che una “formazione tecnico-industriale” garantisca di per sé una maggiore probabilità di trovare lavoro contrasta con la realtà effettiva dell’Italia, dove – a parte alcune zone di eccellenza davvero di prima qualità – il patrimonio industriale sta andando in malora o in vendita rapida.
Ma su un punto Emma Bonino mostra una singolare ignoranza delle caratteristiche fondamentali del paese in cui è nata. Soltanto qui, o soprattutto qui, esiste un patrimonio storico-architettonico-culturale di dimensioni colossali che richiede un numero proporzionale di “scienziati umanistici”; ossia latinisti, grecisti, medioevisti, restauratori, filologi (in varie lingue), ecc.
Soltanto o soprattutto in Italia, insomma, determinati insegnamenti non costituiscono solo un “arricchiamento culturale individuale”, ma anche una dotazione professionale in grado di produrre ricchezza, ossia prodotto interno lordo.
E’ secondo noi la riprova che il background di interessi che spinge il personaggio politico Bonino non ha nulla a che fare con “la crescita” di questo o di qualsiasi altro paese; ma soltanto con l’appropriazione privatistica della ricchezza producibile secondo schemi decisi altrove.
Fonte
La sortita che interessa da vicino oltre un milione di lavoratori e la maggior parte delle famiglie italiane è avvenuta due giorni fa, in teleconferenza, e riguarda il mondo della scuola.
Vale la pena di citare qualche perla:
– la “scuola deve preparare più e meglio al lavoro: va bene il boom del liceo classico (in realtà si sta solo contrastando la sensibile perdita di iscritti, ndr), ma nei Paesi vicini alla piena occupazione come la Germania, cercano più ingegneri e operai specializzati che non dei latinisti”.
– “la scuola è buona se prepara anche al lavoro, non solo allo sviluppo personale e intellettuale”.
– “il lavoro lo crea l’impresa, non lo Stato. Siamo in una fragile ripresa economica e quindi dobbiamo intercettare questo vento favorevole”.
– “Il ruolo del governo è quello di creare le condizioni macroeconomiche per questo sviluppo e perché la crescita sia sostenibile e duratura”.
– “Quindi, un maggiore scambio tra lavoro e scuola, lavoro e università, e una maggiore sintonia fra questi due settori”, sarebbe la soluzione valida sia a livello formativo che occupazionale.
Vecchia paccottiglia neoliberista, se stiamo alle pure dichiarazioni. In realtà non è un programma, ma la difesa pure e semplice della “buona scuola” di Giannini-Fedeli-Renzi. Ognuna di queste affermazioni è facilmente confutabile sul piano teorico e soprattutto empirico. Per esempio: le imprese, in Italia, non stanno affatto “creando lavoro”, ma semplicemente eliminando lavoratori assunti con contratti “buoni” per sostituirli con precari pagati una miseria.
Ma dove la Bonino dà il peggio di sé è nella critica della formazione umanistica a vantaggio di quella puramente tecnico-esecutiva. Non serve un genio per capire che, se un paese smette di produrre gente capace di pensare autonomamente, magari con spirito critico verso la “formazione” che passa il convento, quel paese non ha futuro. Basterebbero pochi esempi per demolire questa idea, anzi uno solo: Sergio Marchionne prese la prima laurea... in filosofia. Certo, non fece poi buon uso delle capacità proprie della materia, ma di sicuro non si può dire che la filosofia gli abbia limitato il successo nel mondo delle imprese...
Né si può sottovalutare il fatto che moltissimi scienziati “duri”, nella storia della ricerca italiana, siano arrivati all’università con un solida formazione fatta al liceo classico.
In ogni caso, l’idea che una “formazione tecnico-industriale” garantisca di per sé una maggiore probabilità di trovare lavoro contrasta con la realtà effettiva dell’Italia, dove – a parte alcune zone di eccellenza davvero di prima qualità – il patrimonio industriale sta andando in malora o in vendita rapida.
Ma su un punto Emma Bonino mostra una singolare ignoranza delle caratteristiche fondamentali del paese in cui è nata. Soltanto qui, o soprattutto qui, esiste un patrimonio storico-architettonico-culturale di dimensioni colossali che richiede un numero proporzionale di “scienziati umanistici”; ossia latinisti, grecisti, medioevisti, restauratori, filologi (in varie lingue), ecc.
Soltanto o soprattutto in Italia, insomma, determinati insegnamenti non costituiscono solo un “arricchiamento culturale individuale”, ma anche una dotazione professionale in grado di produrre ricchezza, ossia prodotto interno lordo.
E’ secondo noi la riprova che il background di interessi che spinge il personaggio politico Bonino non ha nulla a che fare con “la crescita” di questo o di qualsiasi altro paese; ma soltanto con l’appropriazione privatistica della ricchezza producibile secondo schemi decisi altrove.
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27/02/2018
Breve storia politica di Emma Bonino
Nonostante oltre 40 anni di “onorato servizio” anticomunista, c’è ancora “a sinistra” chi guarda con un velo di comprensione i radicali, partitino ormai liqueso e raggrumato quasi soltanto intorno alla figura di Emma Bonino.
Il punto “ideologico” – in senso stretto – che consente a una concezione del mondo iperliberista e imperialista di farsi strada nelle teste di molta gente che si considera progressista (o addirittura “antagonista”) è la difesa dei diritti civili.
Per un paese ancora in gran parte fascista e bigotto, questa sembra una grande conquista. E lo è, almeno in parte, perché ognuno deve poter essere libero fare scelte che valgono soltanto per se stesso, senza una “autorità morale-religiosa” che gli imponga dei divieti in base a princìpi che non condivide.
Questa ovvia e scontata difesa delle libertà individuali – ammessa senza problemi in molti paesi che non brillano certo per progressismo sul piano sociale – fa da velo, spesso accecante alla comprensione del vero ruolo politico dei “radicali”. Impedendo di vedere che questa “difesa dei diritti civili” va a sostituire, da 40 anni a questa parte, i diritti sociali. Ossia diritti del lavoratore, sanità pubblica gratuita o quasi, istruzione pubblica di qualità, pensioni, ecc.
Dal punto di vista capitalistico, o delle imprese di qualsiasi dimensione, è la quadratura del cerchio. Si “concede” quello che è già tuo (la tua libertà di esprimerti e vivere) e si toglie quello che permette a tutti di vivere in modo dignitoso. Non è un mistero infatti che i diritti civili siano gratuiti mentre quelli sociali comportano un costo economico, che va affrontato dalla sfera pubblica con la politica fiscale.
Questo gustoso ritratto della carriera politica di Emma Bonino contribuisce a chiarire la disinvoltura con cui questo micro-partito molto mediatizzato ha attraversato la controriforma liberista del modello sociale europeo negli ultimi decenni.
Buona lettura.
Emma Bonino viene eletta in parlamento nel 1994 sotto il simbolo del “Polo delle Libertà”, e si iscrive al gruppo parlamentare di Forza Italia. Si tratta del partito di Previti e Dell’Utri, arrivato al governo insieme alla Lega di Bossi e ai post-fascisti di Fini.
Da B. viene nominata alla Commissione Europea, da cui però si deve dimettere per uno scandalo di corruzione riguardante un suo collega. Ma non c’è problema: nel giro di pochi mesi, grazie alla vendita delle frequenze di Radio Radicale 2 (il cui valore era stato costruito da anni di ingenti finanziamenti pubblici) e di altri patrimoni di partito (anch’essi pompati dal finanziamento pubblico), Emma Bonino mette in piedi la più grande operazione pubblicitaria sulla politica mai vista in Italia, oltre 24 miliardi di lire in spot elettorali e materiali vari, che le fruttano l’8% alle europee.
Ovviamente la Lista Bonino smette di esistere il giorno dopo, e il Garante della Privacy la condanna per abusi nella gestione di indirizzi e-mail e numeri di telefono, ma intanto i seggi sono stati portati a casa, aderiscono allo stesso gruppo di Lega e Fiamma Tricolore e vengono utilizzati per sostenere vigorosamente le guerre coloniali americane in Kosovo e Afghanistan.
Per tutto questo tempo, Emma Bonino resta parte organica della destra berlusconiana, condividendo tutte le porcherie, le leggi ad personam, i tagli a scuola e sanità, le clientele, le ruberie, tutto.
Dopo oltre un decennio di militanza convinta nella destra berlusconiana, Emma Bonino annusa l’aria, guarda i sondaggi, e visto il calo di popolarità di B., passa armi e bagagli al centrosinistra. La sua lista “Rosa nel Pugno” insieme ai socialisti porta a casa il solito ridicolo 2%, ma grazie al premio di maggioranza conquistato dagli alleati, arrivano comunque un bel po’ di seggi in parlamento e per Emma, addirittura, un posto da ministra.
Due anni dopo, quando nasce il Pd e dichiara guerra ai piccoli partiti, il suo piccolo partito non ha problemi a sopravvivere: si accorda col Pd e si accaparra un bel po’ di posti sicuri nelle liste bloccate, dall’alto del suo 1%.
Nel 2010, inspiegabilmente, da esponente di quello che è probabilmente il più piccolo partito italiano, viene candidata a presidente del Lazio, e nonostante l’ultimo presidente di destra del Lazio sia sotto processo, Bonino riesce a perdere contro l’impresentabile Renata Polverini.
Ovviamente non passa neanche un giorno a fare opposizione nel Lazio, per non perdere il suo scranno in senato. E lo utilizza per cosa? Dall’opposizione lancia una incredibile battaglia “femminista” per alzare l’età pensionabile delle donne. In conseguenza di ciò, sosterrà convintamente il governo Monti, compresi pareggio di bilancio, riforma Fornero, ecc.
Nel 2013, la sua lista alle elezioni politiche prende lo 0,19% (meno di Forza Nuova e del Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando). In conseguenza di questo straordinario risultato, poche settimane dopo le elezioni diventa nuovamente ministra, questa volta addirittura degli esteri! E alla fine della legislatura, si mette alla testa di una lista civetta del Pd chiamata “+Europa”.
Nonostante il numero di firme da raccogliere per potersi presentare sia bassissimo (tant’è che sono riuscite a raccoglierle non solo Potere al Popolo, ma anche CasaPound, Forza Nuova, il Partito Comunista di Rizzo, la lista trotzkista di Ferrando e Bellotti, “Il Popolo della Famiglia” di Adinolfi, e il mitico “Partito Valore Umano”), Emma Bonino non ha nessuna intenzione di sporcarsi le mani, e, in coerenza con le sue battaglie laiche e libertarie, si fa prestare il simbolo dal democristiano Tabacci.
Si presenta ora alle elezioni con un programma ridicolo, che promette investimenti in ricerca e ambiente dopo aver detto nella prima pagina che intende bloccare completamente la spesa pubblica.
Le ricette che propone sono sempre le stesse: privatizzare tutto, far indebitare i cittadini, renderli licenziabili e senza alcun sostegno pubblico, farli lavorare fino a 90 anni, far pagare loro qualsiasi servizio e tenerli pronti a partire per qualsiasi guerra coloniale americana in giro per il mondo. Il tutto dietro alla cortina fumogena della legalizzazione delle droghe leggere e dei diritti civili, temi sui quali Emma Bonino e i suoi non hanno portato a casa un singolo risultato in 25 anni, pur essendo stati praticamente sempre al governo.
25 anni di trasformismo e opportunismo, di assenza totale di qualsiasi tipo di consenso popolare, di complicità con i peggiori governi di questo paese, non si cancellano con un po’ di propaganda. Se sei un elettore di sinistra, progressista, democratico, e giustamente non ti fidi del Pd di Renzi, hai tante altre scelte, informati, decidi con la tua testa, ma non cadere nella trappola di Emma Bonino.
E ricordati: Elsa Fornero vota Emma Bonino. E secondo me, nel segreto dell’urna, pure Mario Monti. Pacciani è morto, altrimenti probabilmente facevamo il tris...
Fonte
Il punto “ideologico” – in senso stretto – che consente a una concezione del mondo iperliberista e imperialista di farsi strada nelle teste di molta gente che si considera progressista (o addirittura “antagonista”) è la difesa dei diritti civili.
Per un paese ancora in gran parte fascista e bigotto, questa sembra una grande conquista. E lo è, almeno in parte, perché ognuno deve poter essere libero fare scelte che valgono soltanto per se stesso, senza una “autorità morale-religiosa” che gli imponga dei divieti in base a princìpi che non condivide.
Questa ovvia e scontata difesa delle libertà individuali – ammessa senza problemi in molti paesi che non brillano certo per progressismo sul piano sociale – fa da velo, spesso accecante alla comprensione del vero ruolo politico dei “radicali”. Impedendo di vedere che questa “difesa dei diritti civili” va a sostituire, da 40 anni a questa parte, i diritti sociali. Ossia diritti del lavoratore, sanità pubblica gratuita o quasi, istruzione pubblica di qualità, pensioni, ecc.
Dal punto di vista capitalistico, o delle imprese di qualsiasi dimensione, è la quadratura del cerchio. Si “concede” quello che è già tuo (la tua libertà di esprimerti e vivere) e si toglie quello che permette a tutti di vivere in modo dignitoso. Non è un mistero infatti che i diritti civili siano gratuiti mentre quelli sociali comportano un costo economico, che va affrontato dalla sfera pubblica con la politica fiscale.
Questo gustoso ritratto della carriera politica di Emma Bonino contribuisce a chiarire la disinvoltura con cui questo micro-partito molto mediatizzato ha attraversato la controriforma liberista del modello sociale europeo negli ultimi decenni.
Buona lettura.
*****
Emma Bonino viene eletta in parlamento nel 1994 sotto il simbolo del “Polo delle Libertà”, e si iscrive al gruppo parlamentare di Forza Italia. Si tratta del partito di Previti e Dell’Utri, arrivato al governo insieme alla Lega di Bossi e ai post-fascisti di Fini.
Da B. viene nominata alla Commissione Europea, da cui però si deve dimettere per uno scandalo di corruzione riguardante un suo collega. Ma non c’è problema: nel giro di pochi mesi, grazie alla vendita delle frequenze di Radio Radicale 2 (il cui valore era stato costruito da anni di ingenti finanziamenti pubblici) e di altri patrimoni di partito (anch’essi pompati dal finanziamento pubblico), Emma Bonino mette in piedi la più grande operazione pubblicitaria sulla politica mai vista in Italia, oltre 24 miliardi di lire in spot elettorali e materiali vari, che le fruttano l’8% alle europee.
Ovviamente la Lista Bonino smette di esistere il giorno dopo, e il Garante della Privacy la condanna per abusi nella gestione di indirizzi e-mail e numeri di telefono, ma intanto i seggi sono stati portati a casa, aderiscono allo stesso gruppo di Lega e Fiamma Tricolore e vengono utilizzati per sostenere vigorosamente le guerre coloniali americane in Kosovo e Afghanistan.
Per tutto questo tempo, Emma Bonino resta parte organica della destra berlusconiana, condividendo tutte le porcherie, le leggi ad personam, i tagli a scuola e sanità, le clientele, le ruberie, tutto.
Dopo oltre un decennio di militanza convinta nella destra berlusconiana, Emma Bonino annusa l’aria, guarda i sondaggi, e visto il calo di popolarità di B., passa armi e bagagli al centrosinistra. La sua lista “Rosa nel Pugno” insieme ai socialisti porta a casa il solito ridicolo 2%, ma grazie al premio di maggioranza conquistato dagli alleati, arrivano comunque un bel po’ di seggi in parlamento e per Emma, addirittura, un posto da ministra.
Due anni dopo, quando nasce il Pd e dichiara guerra ai piccoli partiti, il suo piccolo partito non ha problemi a sopravvivere: si accorda col Pd e si accaparra un bel po’ di posti sicuri nelle liste bloccate, dall’alto del suo 1%.
Nel 2010, inspiegabilmente, da esponente di quello che è probabilmente il più piccolo partito italiano, viene candidata a presidente del Lazio, e nonostante l’ultimo presidente di destra del Lazio sia sotto processo, Bonino riesce a perdere contro l’impresentabile Renata Polverini.
Ovviamente non passa neanche un giorno a fare opposizione nel Lazio, per non perdere il suo scranno in senato. E lo utilizza per cosa? Dall’opposizione lancia una incredibile battaglia “femminista” per alzare l’età pensionabile delle donne. In conseguenza di ciò, sosterrà convintamente il governo Monti, compresi pareggio di bilancio, riforma Fornero, ecc.
Nel 2013, la sua lista alle elezioni politiche prende lo 0,19% (meno di Forza Nuova e del Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando). In conseguenza di questo straordinario risultato, poche settimane dopo le elezioni diventa nuovamente ministra, questa volta addirittura degli esteri! E alla fine della legislatura, si mette alla testa di una lista civetta del Pd chiamata “+Europa”.
Nonostante il numero di firme da raccogliere per potersi presentare sia bassissimo (tant’è che sono riuscite a raccoglierle non solo Potere al Popolo, ma anche CasaPound, Forza Nuova, il Partito Comunista di Rizzo, la lista trotzkista di Ferrando e Bellotti, “Il Popolo della Famiglia” di Adinolfi, e il mitico “Partito Valore Umano”), Emma Bonino non ha nessuna intenzione di sporcarsi le mani, e, in coerenza con le sue battaglie laiche e libertarie, si fa prestare il simbolo dal democristiano Tabacci.
Si presenta ora alle elezioni con un programma ridicolo, che promette investimenti in ricerca e ambiente dopo aver detto nella prima pagina che intende bloccare completamente la spesa pubblica.
Le ricette che propone sono sempre le stesse: privatizzare tutto, far indebitare i cittadini, renderli licenziabili e senza alcun sostegno pubblico, farli lavorare fino a 90 anni, far pagare loro qualsiasi servizio e tenerli pronti a partire per qualsiasi guerra coloniale americana in giro per il mondo. Il tutto dietro alla cortina fumogena della legalizzazione delle droghe leggere e dei diritti civili, temi sui quali Emma Bonino e i suoi non hanno portato a casa un singolo risultato in 25 anni, pur essendo stati praticamente sempre al governo.
25 anni di trasformismo e opportunismo, di assenza totale di qualsiasi tipo di consenso popolare, di complicità con i peggiori governi di questo paese, non si cancellano con un po’ di propaganda. Se sei un elettore di sinistra, progressista, democratico, e giustamente non ti fidi del Pd di Renzi, hai tante altre scelte, informati, decidi con la tua testa, ma non cadere nella trappola di Emma Bonino.
E ricordati: Elsa Fornero vota Emma Bonino. E secondo me, nel segreto dell’urna, pure Mario Monti. Pacciani è morto, altrimenti probabilmente facevamo il tris...
Fonte
04/02/2018
Estremismo iperliberista
L’ultima fondamentalista dell’austerity: perché le proposte della Bonino finirebbero per distruggere non solo i diritti sociali ma tutta l’economia italiana
Nell’intervista rilasciata al Sole24ore il 1 febbraio Emma Bonino spiega le misure contenute nel suo programma elettorale, che dovrebbero condurre alla riduzione del debito pubblico in percentuale sul Pil.
La Bonino propone un inasprimento dell’austerity del Fiscal compact e una ulteriore riduzione fiscale per le imprese, compensata con l’aumento dell’Iva. Tali misure iperliberiste, però, sono state già sperimentate e hanno sortito esiti devastanti. Si tratta di misure, infatti, che non solo spostano ricchezza dai poveri ai ricchi, ma hanno un effetto depressivo sulla produzione (e l’occupazione), portando non alla diminuzione bensì all’aumento del debito pubblico.
La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.
Che cos’è la spesa pubblica primaria? È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie.
Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria. Il debito complessivo è sempre cresciuto, anche negli ultimi anni, a causa non della spesa sociale, rimasta inferiore o uguale ai livelli medi europei (nel 2016 il 45,4% sul Pil in Italia e nella Uem), ma della spesa per interessi (4% in Italia contro 1,8% nella Uem), cioè quella per ripagare i creditori, tra cui le banche e gli istituti finanziari internazionali con cui l’Italia si è indebitata. Infatti, il deficit comprensivo delle spese per gli interessi è nel 2016 del 2,5% sul Pil (superiore a quello medio Uem senza Italia, che è dell’1,5%), mentre a livello primario (senza interessi) non c’è deficit bensì abbiamo addirittura un surplus dell’1,5% (superiore a quello medio della Uem senza Italia che è dello 0,5%).
Quindi, senza considerare gli interessi, l’Italia è un Paese che è più “virtuoso” di gran parte dell’Europa, per usare il concetto cui hanno voluto abituarci le stesse forze neoliberiste che sbandierano la necessità del “vincolo esterno”. Lo stesso raddoppio sul Pil del debito pubblico tra 1981 e 1992 è stato dovuto in parte minore a elusione e evasione fiscale (nonché alla riduzione della progressività dell’imposizione fiscale) e in gran parte all’aumento della spesa per interessi, dovuta proprio alle misure neoliberiste che, antesignane della creazione della indipendente Banca centrale europea, separarono il Tesoro dalla Banca d’Italia, liberando quest’ultima dall’obbligo di acquistare titoli di stato. Infine, se ci ritroviamo con un debito più alto, è anche perché il ministero del Tesoro ha fatto delle scelte sbagliate sui mercati finanziari con i derivati, che avrebbero dovuto garantire tassi d’interesse favorevoli e che invece si sono rivelate dannose, traducendosi, secondo il Sole24ore, in una perdita tra 2006 e 2016 di 24 miliardi, e aumentando il deficit, solo nel 2016, dello 0,3% del Pil.
Quindi, abbiamo visto che ridurre la spesa primaria sarebbe inutile alla riduzione del debito in assoluto. Aggiungiamo che sarebbe addirittura controproducente, se lo scopo è la riduzione del debito in percentuale del Pil, come pretende di fare la Bonino. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in un contesto di ripresa ancora fiacca e con la maggior parte dei nuovi lavoratori a termine e sottoccupati, riduce ulteriormente la domanda aggregata, che, come si sa, non ha un effetto depressivo sulla crescita del Pil. Inoltre, non bisogna dimenticare che il Pil è composto anche da quanto prodotto e, quindi, speso dalla Pubblica Amministrazione. Se riduciamo la spesa pubblica, riduciamo quanto prodotto dalla PA e dunque il Pil. Insomma, anche ammesso che a prezzo di grandi sacrifici per i più poveri e i lavoratori salariati, si riesca a ridurre l’importo assoluto della spesa, il debito crescerebbe. Questo perché il debito, secondo i criteri europei, è calcolato in percentuale sul Pil. Quindi se il denominatore (il Pil) cala o non cresce adeguatamente, il debito in percentuale sale.
L’altra proposta della Bonino, cioè la riduzione delle imposte alle imprese (Ires) e la loro sostituzione con l’aumento dell’Iva peggiora ancora la situazione. Infatti, l’aumento dell’Iva avrebbe i seguenti effetti diretti: aumenterebbe i prezzi e ridurrebbe in proporzione il reddito della massa dei lavoratori, visto che si tratta di una imposta per definizione regressiva, cioè che, pesando ugualmente sul miliardario e sul commesso di negozio, redistribuisce il reddito nazionale dai poveri ai ricchi. In una parola aggiungerebbe una ulteriore incentivo a ridurre la domanda aggregata, soprattutto di beni di consumo e di massa, piuttosto che di beni di lusso, che hanno un impatto minore sulla crescita del Pil. La conseguenza sarebbe la riduzione ancora di più marcata del Pil, cioè del denominatore, e quindi l’aumento del debito in percentuale sul Pil. Inoltre, visto che l’Iva è tra tutte le imposte quella maggiormente elusa e il cui gettito dipende dal livello della domanda e degli acquisti, specie se questi si riducono o non crescono adeguatamente, avremo un’altra conseguenza negativa: non si potrebbe compensare la perdita di gettito, dovuta alla riduzione delle imposte alle imprese, e le entrate diminuirebbero. Così, il debito assoluto salirebbe e, rapportato a un Pil che invece si sarebbe ridotto per le ragioni dette, si tradurrebbe in un forte aumento del debito in percentuale. Del resto è quello che è sempre accaduto. Il governo di Mario Monti, che ci avrebbe dovuto salvare dalla bancarotta e che adottò le politiche più restrittive a livello di bilancio, vide un aumento del debito di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013, molto più che nel triennio berlusconiano precedente e che nel triennio successivo.
Figuriamoci, quindi, se è possibile, con le proposte della Bonino, ridurre il debito pubblico di 22 punti in cinque anni, dal 132% al di sotto del 110%. Quella della Bonino è una posizione vecchia, che non ha nulla a che vedere con l’economia, ma piuttosto con il fondamentalismo ideologico neoliberista. La verità è che le misure di austerità, cui i Paesi europei sono stati forzati dalle istituzioni europee, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento, dal punto di vista della democrazia e dell’economia. Se si vuole evitare una ulteriore macelleria sociale e si vuole ridurre il debito c’è solo un modo: aumentare gli investimenti pubblici e la domanda di servizi collettivi, facendo sì che cresca il denominatore, cioè il Pil. Ma per fare questo bisogna combattere contro i vincoli al debito e al deficit imposti dei trattati europei e contro il contesto economico-finanziario che ne impone il rispetto, cioè l’integrazione monetaria, che comporta il controllo sulle finanze dei singoli stati da parte della Bce. Non è un caso che la Bonino rivolga, sempre nella stessa intervista, un apprezzamento a Junker per aver ricordato che l’euro è la moneta cui tutti gli stati europei devono aderire.
Fonte
Nell’intervista rilasciata al Sole24ore il 1 febbraio Emma Bonino spiega le misure contenute nel suo programma elettorale, che dovrebbero condurre alla riduzione del debito pubblico in percentuale sul Pil.
La Bonino propone un inasprimento dell’austerity del Fiscal compact e una ulteriore riduzione fiscale per le imprese, compensata con l’aumento dell’Iva. Tali misure iperliberiste, però, sono state già sperimentate e hanno sortito esiti devastanti. Si tratta di misure, infatti, che non solo spostano ricchezza dai poveri ai ricchi, ma hanno un effetto depressivo sulla produzione (e l’occupazione), portando non alla diminuzione bensì all’aumento del debito pubblico.
La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.
Che cos’è la spesa pubblica primaria? È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie.
Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria. Il debito complessivo è sempre cresciuto, anche negli ultimi anni, a causa non della spesa sociale, rimasta inferiore o uguale ai livelli medi europei (nel 2016 il 45,4% sul Pil in Italia e nella Uem), ma della spesa per interessi (4% in Italia contro 1,8% nella Uem), cioè quella per ripagare i creditori, tra cui le banche e gli istituti finanziari internazionali con cui l’Italia si è indebitata. Infatti, il deficit comprensivo delle spese per gli interessi è nel 2016 del 2,5% sul Pil (superiore a quello medio Uem senza Italia, che è dell’1,5%), mentre a livello primario (senza interessi) non c’è deficit bensì abbiamo addirittura un surplus dell’1,5% (superiore a quello medio della Uem senza Italia che è dello 0,5%).
Quindi, senza considerare gli interessi, l’Italia è un Paese che è più “virtuoso” di gran parte dell’Europa, per usare il concetto cui hanno voluto abituarci le stesse forze neoliberiste che sbandierano la necessità del “vincolo esterno”. Lo stesso raddoppio sul Pil del debito pubblico tra 1981 e 1992 è stato dovuto in parte minore a elusione e evasione fiscale (nonché alla riduzione della progressività dell’imposizione fiscale) e in gran parte all’aumento della spesa per interessi, dovuta proprio alle misure neoliberiste che, antesignane della creazione della indipendente Banca centrale europea, separarono il Tesoro dalla Banca d’Italia, liberando quest’ultima dall’obbligo di acquistare titoli di stato. Infine, se ci ritroviamo con un debito più alto, è anche perché il ministero del Tesoro ha fatto delle scelte sbagliate sui mercati finanziari con i derivati, che avrebbero dovuto garantire tassi d’interesse favorevoli e che invece si sono rivelate dannose, traducendosi, secondo il Sole24ore, in una perdita tra 2006 e 2016 di 24 miliardi, e aumentando il deficit, solo nel 2016, dello 0,3% del Pil.
Quindi, abbiamo visto che ridurre la spesa primaria sarebbe inutile alla riduzione del debito in assoluto. Aggiungiamo che sarebbe addirittura controproducente, se lo scopo è la riduzione del debito in percentuale del Pil, come pretende di fare la Bonino. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in un contesto di ripresa ancora fiacca e con la maggior parte dei nuovi lavoratori a termine e sottoccupati, riduce ulteriormente la domanda aggregata, che, come si sa, non ha un effetto depressivo sulla crescita del Pil. Inoltre, non bisogna dimenticare che il Pil è composto anche da quanto prodotto e, quindi, speso dalla Pubblica Amministrazione. Se riduciamo la spesa pubblica, riduciamo quanto prodotto dalla PA e dunque il Pil. Insomma, anche ammesso che a prezzo di grandi sacrifici per i più poveri e i lavoratori salariati, si riesca a ridurre l’importo assoluto della spesa, il debito crescerebbe. Questo perché il debito, secondo i criteri europei, è calcolato in percentuale sul Pil. Quindi se il denominatore (il Pil) cala o non cresce adeguatamente, il debito in percentuale sale.
L’altra proposta della Bonino, cioè la riduzione delle imposte alle imprese (Ires) e la loro sostituzione con l’aumento dell’Iva peggiora ancora la situazione. Infatti, l’aumento dell’Iva avrebbe i seguenti effetti diretti: aumenterebbe i prezzi e ridurrebbe in proporzione il reddito della massa dei lavoratori, visto che si tratta di una imposta per definizione regressiva, cioè che, pesando ugualmente sul miliardario e sul commesso di negozio, redistribuisce il reddito nazionale dai poveri ai ricchi. In una parola aggiungerebbe una ulteriore incentivo a ridurre la domanda aggregata, soprattutto di beni di consumo e di massa, piuttosto che di beni di lusso, che hanno un impatto minore sulla crescita del Pil. La conseguenza sarebbe la riduzione ancora di più marcata del Pil, cioè del denominatore, e quindi l’aumento del debito in percentuale sul Pil. Inoltre, visto che l’Iva è tra tutte le imposte quella maggiormente elusa e il cui gettito dipende dal livello della domanda e degli acquisti, specie se questi si riducono o non crescono adeguatamente, avremo un’altra conseguenza negativa: non si potrebbe compensare la perdita di gettito, dovuta alla riduzione delle imposte alle imprese, e le entrate diminuirebbero. Così, il debito assoluto salirebbe e, rapportato a un Pil che invece si sarebbe ridotto per le ragioni dette, si tradurrebbe in un forte aumento del debito in percentuale. Del resto è quello che è sempre accaduto. Il governo di Mario Monti, che ci avrebbe dovuto salvare dalla bancarotta e che adottò le politiche più restrittive a livello di bilancio, vide un aumento del debito di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013, molto più che nel triennio berlusconiano precedente e che nel triennio successivo.
Figuriamoci, quindi, se è possibile, con le proposte della Bonino, ridurre il debito pubblico di 22 punti in cinque anni, dal 132% al di sotto del 110%. Quella della Bonino è una posizione vecchia, che non ha nulla a che vedere con l’economia, ma piuttosto con il fondamentalismo ideologico neoliberista. La verità è che le misure di austerità, cui i Paesi europei sono stati forzati dalle istituzioni europee, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento, dal punto di vista della democrazia e dell’economia. Se si vuole evitare una ulteriore macelleria sociale e si vuole ridurre il debito c’è solo un modo: aumentare gli investimenti pubblici e la domanda di servizi collettivi, facendo sì che cresca il denominatore, cioè il Pil. Ma per fare questo bisogna combattere contro i vincoli al debito e al deficit imposti dei trattati europei e contro il contesto economico-finanziario che ne impone il rispetto, cioè l’integrazione monetaria, che comporta il controllo sulle finanze dei singoli stati da parte della Bce. Non è un caso che la Bonino rivolga, sempre nella stessa intervista, un apprezzamento a Junker per aver ricordato che l’euro è la moneta cui tutti gli stati europei devono aderire.
Fonte
05/01/2018
La strana coppia Bonino-Tabacci o la politica ridotta a “scambismo”
La politica ridotta a mercato delle vacche tocca un nuovo record. E come spesso è accaduto in passato a “promuovere” l’ulteriore degrado sono radicali e democristiani, eterni demolitori di ogni valore e serietà.
Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?
E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla...) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e i dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).
Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile...). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.
In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.
Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.
Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).
Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.
E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente...
Fonte
Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?
E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla...) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e i dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).
Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile...). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.
In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.
Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.
Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).
Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.
E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente...
Fonte
03/01/2018
Il rosatellum fa schifo, quasi come i radicali...
Le porcate elettorali possibili sono praticamente infinite, specie nel paese degli azzeccagarbugli. La querelle sorta tra radicali e Pd supera però il livello di guardia e mette in chiaro almeno tre porcate incastrate tra loro.
La prima e più evidente riguarda l’ennesimo travestimento di quella piccola banda di liberisti dal volto inumano che da 50 anni è incaricata di distruggere lo stato sociale e “la sinistra”. Chiamare una lista “+Europa”, dopo i disastri realizzati grazie all’opera devastatrice dell’Unione Europea, è già una provocazione. In un certo senso, i radicali hanno però almeno “il merito” di evidenziare – stampandosene il nome in fronte – il nemico che molti fingono di non vedere.
La seconda è l’indecente pastrocchio della legge elettorale chiamata “rosatellum”, con cui si andrà a votare. Un meccanismo, in particolare, è stato disegnato per impedire la partecipazione alle elezioni di nuovi soggetti politici. Tutte le forze non presenti attualmente in Parlamento sono infatti costrette a raccogliere firme di cittadini che “presentano” la lista. Il testo originale ne prevedeva tra le 1.500 e i 2.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). Davanti alle proteste dei radicali, maestri nella tattica del vittimismo aggressivo, lo stesso rosatellum prevedeva il dimezzamento (tra 750 e 1.000) solo per le elezioni politiche del 4 marzo. Ancora troppe, per la sparuta pattuglia di intervistatissimi inesistenti, e così nella legge finanziaria (!) il numero è stato ulteriormente dimezzato a 375-500.
E’ bastato questo a tranquillizzare gli ultrà-europeisti? Niente affatto, naturalmente. E persino con qualche ragione. La stessa legge elettorale porcata prevede infatti un ulteriore trappolone per le nuove liste. Le firme vanno infatti raccolte – collegio per collegio – su schede recanti i nomi dei candidati. Ma queste saranno rese note dal ministero dell’Interno solo quando i candidati saranno stati indicati dai vari partiti e coalizioni. In pratica, alla fine di gennaio. Chiaro che a quel punto ci sarebbero pochissimi giorni per fare i banchetti e raccogliere le circa 25.000 firme necessarie in tutto il paese.
Nel caso dei radicali, inoltre, il problema è complicato – non “aggravato” – dal volersi presentare in coalizione con il Partito Democratico. Di fatto, per raccogliere le firme, i Bonino-boys dovranno attendere che il Pd finisca di decidere chi e dove candidare i propri capibastone. Con i sondaggi in calo verticale, dunque con un numero di “seggi sicuri” improvvisamente ridotto ai minimi termini, la rissa interna alla banda renziana minaccia di durare fino all’ultimo momento utile, limitando al massimo per i radicali il tempo per raccoglie le maledette firme.
Di fronte alle rimostranze dell’autonominata “zia d’Italia” i renziani hanno fatto mostra per un verso di “generosità” (detto in modo crudo: “le firme ve le raccogliamo noi”), per l’altro di polemica velenosa (“vogliono solo un po’ più più di seggi”, peraltro in drastica diminuzione).
Emerge qui con forza la terza porcata, quella di un “marchio politico” pressoché privo di sostanza umana, che però pretende di stare in Parlamento a dispetto degli elettori e della logica. Una pretesa che pareggia per infamia gli estesori di una legge elettorale fatta per limitare “i nuovi ingressi”.
Anche #PoterealPopolo deve raccogliere le firme secondo quelle modalità (pochi giorni), ma ha dalla sua la sostanza sociale reale, ossia un buon numero di militanti e attivisti che hanno ravvisato in questa proposta un buon modo per dare un taglio netto col passato della inguardabile “sinistra”. Un taglio netto alla logica della concertazione, della subordinazione al Pd e dunque alle politiche decisa a Bruxelles ma realizzate qui, sulla nostra pelle.
Al contrario della signora Bonino, non ci andiamo lamentando. Preferiamo sorprendervi!
Fonte
La prima e più evidente riguarda l’ennesimo travestimento di quella piccola banda di liberisti dal volto inumano che da 50 anni è incaricata di distruggere lo stato sociale e “la sinistra”. Chiamare una lista “+Europa”, dopo i disastri realizzati grazie all’opera devastatrice dell’Unione Europea, è già una provocazione. In un certo senso, i radicali hanno però almeno “il merito” di evidenziare – stampandosene il nome in fronte – il nemico che molti fingono di non vedere.
La seconda è l’indecente pastrocchio della legge elettorale chiamata “rosatellum”, con cui si andrà a votare. Un meccanismo, in particolare, è stato disegnato per impedire la partecipazione alle elezioni di nuovi soggetti politici. Tutte le forze non presenti attualmente in Parlamento sono infatti costrette a raccogliere firme di cittadini che “presentano” la lista. Il testo originale ne prevedeva tra le 1.500 e i 2.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). Davanti alle proteste dei radicali, maestri nella tattica del vittimismo aggressivo, lo stesso rosatellum prevedeva il dimezzamento (tra 750 e 1.000) solo per le elezioni politiche del 4 marzo. Ancora troppe, per la sparuta pattuglia di intervistatissimi inesistenti, e così nella legge finanziaria (!) il numero è stato ulteriormente dimezzato a 375-500.
E’ bastato questo a tranquillizzare gli ultrà-europeisti? Niente affatto, naturalmente. E persino con qualche ragione. La stessa legge elettorale porcata prevede infatti un ulteriore trappolone per le nuove liste. Le firme vanno infatti raccolte – collegio per collegio – su schede recanti i nomi dei candidati. Ma queste saranno rese note dal ministero dell’Interno solo quando i candidati saranno stati indicati dai vari partiti e coalizioni. In pratica, alla fine di gennaio. Chiaro che a quel punto ci sarebbero pochissimi giorni per fare i banchetti e raccogliere le circa 25.000 firme necessarie in tutto il paese.
Nel caso dei radicali, inoltre, il problema è complicato – non “aggravato” – dal volersi presentare in coalizione con il Partito Democratico. Di fatto, per raccogliere le firme, i Bonino-boys dovranno attendere che il Pd finisca di decidere chi e dove candidare i propri capibastone. Con i sondaggi in calo verticale, dunque con un numero di “seggi sicuri” improvvisamente ridotto ai minimi termini, la rissa interna alla banda renziana minaccia di durare fino all’ultimo momento utile, limitando al massimo per i radicali il tempo per raccoglie le maledette firme.
Di fronte alle rimostranze dell’autonominata “zia d’Italia” i renziani hanno fatto mostra per un verso di “generosità” (detto in modo crudo: “le firme ve le raccogliamo noi”), per l’altro di polemica velenosa (“vogliono solo un po’ più più di seggi”, peraltro in drastica diminuzione).
Emerge qui con forza la terza porcata, quella di un “marchio politico” pressoché privo di sostanza umana, che però pretende di stare in Parlamento a dispetto degli elettori e della logica. Una pretesa che pareggia per infamia gli estesori di una legge elettorale fatta per limitare “i nuovi ingressi”.
Anche #PoterealPopolo deve raccogliere le firme secondo quelle modalità (pochi giorni), ma ha dalla sua la sostanza sociale reale, ossia un buon numero di militanti e attivisti che hanno ravvisato in questa proposta un buon modo per dare un taglio netto col passato della inguardabile “sinistra”. Un taglio netto alla logica della concertazione, della subordinazione al Pd e dunque alle politiche decisa a Bruxelles ma realizzate qui, sulla nostra pelle.
Al contrario della signora Bonino, non ci andiamo lamentando. Preferiamo sorprendervi!
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22/11/2014
Bonino: “Abbiamo sbagliato in Siria”
Wassim Ibrahim Al-Safir - traduzione a cura della redazione di Nena News
Nessuno
può competere con Emma Bonino quando bisogna far sentire la propria
voce. Quando era ministro degli Esteri italiani e sedeva a fianco dei
principali protagonisti della crisi siriana, era al centro dell’azione
internazionale.
In un intervista concessa ad al-Safir, Bonino ha rivelato il processo che ha mosso il conflitto siriano.
Ha affermato che la soluzione militare dominava i pensieri del campo anti-regime [del Presidente al-Assad, ndr],
sebbene abbia espresso dubbi sul complotto degli stati arabi e della
Turchia. Bonino ha parlato degli errori dell’Occidente sottolineando
quelli che lei considera i limiti fondamentali nell’alleanza
internazionale contro lo Stato Islamico (IS).
Nel giugno 2013 Bonino ha criticato i ripetuti
ritardi di Ginevra II. Le sue opinioni, però, differivano da quelle
della propaganda occidentale quando sostenne che quei ritardi derivavano
dal fatto che i paesi nella regione stavano ancora “contemplando una
soluzione militare”. Quando le abbiamo chiesto un commento a riguardo,
ha sorriso e ha confermato che questo era l’approccio adottato da quei
Paesi. “La discussione è ancora in corso. Ci sono Paesi
nell’area che ancora ritengono che una soluzione militare sia possibile.
Quello che vediamo oggi nella regione è una guerra quotidiana tra
sunniti e sciiti. E’ anche una guerra interna tra sunniti.
Se guardiamo alla questione sunniti-sciiti, ad ogni modo, vediamo che
essa è un conflitto storico e culturale. Non è propriamente religioso,
ma, piuttosto, è relativo all’uso improprio della regione per fini
geopolitici. Noi lo capiamo bene perché la nostra regione è stata teatro
di 30 anni di guerra nel nome della religione (fra il 1618 e il 1648
l’Europa ha visto una serie di lunghe e distruttive guerre tra
protestanti e cattolici). Qui, comunque, non c’è niente di religioso o
relativo a Dio, ma si tratta di strategia geopolitica. Credo, a dire il vero, che ancora oggi ci siano paesi che preferiscano una soluzione militare a quella negoziale.
Al-Safir: Potrebbe spiegarsi meglio? Lei ritiene che questo si stia verificando ora?
Bonino: Per esempio credo che a
sostenere questa argomentazione sia anche la mobilitazione dell’Is. E’
un gruppo wahabbita sunnita. Storicamente e culturalmente non è nulla di
nuovo. L’Is, o qualunque sia il suo nome, esiste dal 2006. Era in Siria. Poi si è mosso in Iraq ed ora è tornato in Siria. Di sicuro questo
gruppo estremista ha rubato la rivoluzione siriana che io ho
considerato tale secondo principi onesti e rispettabile. E’ iniziata nel
2011 con aspirazioni democratiche e rivoluzionarie, ma velocemente si è
trasformata in un conflitto sunnita interno all’opposizione.
I gruppi dell’opposizione hanno incominciato a combattersi l’un l’altro: i Fratelli musulmani, il Jabhat an-Nusra, l’Is.
Ci sono poi anche i curdi che hanno sempre avuto una diversa posizione.
Il Jabhat an-Nusra è sempre stato debole contro [il Presidente Bashar]
al-Asad e i suoi affiliati si sono spesso combattuti tra di loro. Ancora
oggi credo che una parte della regione, forse i turchi o qualcun altro,
stia considerando la soluzione militare. Per esempio la presenza dell’Is, nonostante i suoi orrori, potrebbe essere strumentalizzata per indebolire i curdi. Ecco perché la situazione è abbastanza complicata e bisognerebbe avere la capacità di leggere questo complesso puzzle.
Errori militari
Le osservazioni della navigata politica italiana non
si basano soltanto su informazioni dirette ottenute durante i colloqui
con le parti coinvolte nel conflitto, ma derivano dalla sua ampia
esperienza politica. Bonino non menziona mai il regime o
l’opposizione come coloro che decidono il corso degli eventi nel
conflitto siriano. Parla di una divisione all’interno del campo
anti-regime che sta complicando le cose per qualunque intervento
esterno: “In un modo o nell’altro, il Qatar e la Turchia
sostengono i Fratelli Musulmani, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati
Arabi Uniti appoggiano il gruppo wahhabita salafita e sono assolutamente
contrari alla Fratellanza in Egitto, Libia, e, ovviamente, in Siria.
C’è una divisione all’interno della comunità sunnita che contribuisce al
problema principale e rende difficile ai soggetti esterni intervenire”.
Al-Safir: Crede che sia differente la partecipazione di questi Paesi in Siria? Secondo lei hanno un obiettivo comune?
Bonino: So che hanno ancora un
obiettivo comune che è quello di cacciare al-Assad. Quello che so è che
stanno ancora seriamente considerando un qualche tipo di soluzione
militare, ma non riescono a trovare una base comune. E’ ovvio che stanno
cercando di trovare qualcos’altro. Comunque, a prescindere dai nostri
errori del 2003 e del 2011, [questo] è principalmente un
conflitto politico interno all’Islam guidato dalla disputa interna tra
sunniti e sciiti. Tutto quello che possiamo fare è smettere di fare gli
errori che facciamo sempre.
As-Safir: Che genere di errori lei intende?
Bonino: Per esempio affrettarci ad intervenire militarmente. Non c’è alcun dubbio che l’America sia ancora una super potenza. Sa come rovesciare i dittatori, così come ha fatto con [l'ex Presidente] Saddam Hussein e il [Colobnello Moammar] Gadhafi. Tuttavia, nessuno, neanche gli americani, sa cosa accadrà il giorno dopo o cosa possa essere fatto.
Coalizione internazionale
Bonino partecipa ad una conferenza sulla crisi
mondiale a Bruxelles. Con la sua figura snella e ben curata, si muove
rapidamente tra gli esponenti politici di primo piano. Ha difficoltà a
restare nello stesso posto. Parla con il corpo e le espressioni della
sua faccia completano il significato delle frasi. Non nasconde i suoi
sospetti quando le viene chiesto della “coalizione internazionale”.
“La chiamo coalizione dell’ambiguità (o delle
confusione). Ecco perché il suo primo target è l’Is, che è un obiettivo
comune. Ma al di là di quello, ogni membro ha la sua propria agenda
politica. Alcuni credono che al-Assad debba andarsene, altri
differiscono e altri ancora sostengono un processo transitorio. La
questione curda è diventata un problema anche in Turchia. A questo si aggiungano poi le tante conseguenze negative
perché non c’è alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite a tal proposito [circa la Coalizione internazionale, nota
Nena News]. Ciononostante, quello che mi preoccupa è che questo intervento militare non ha alcuna strategia. In Iraq, che è ancora vulnerabile, il governo ha richiesto un sostegno militare. C’è
stata anche una specie di strategia nei termini di un governo
inclusivo, su come procedere e così via. Tutto ciò manca assolutamente
in Siria. I raid aerei e i droni possono essere considerati una tattica
utile per fermare l’Is, ma sicuramente non una strategia. Quello che
manca di preciso è quello che verrà dopo, non solo dagli americani o
dalla coalizione, ma dai Paesi arabi che ne fanno parte.
As-Safir: Cosa vuole dire esattamente?
Bonino: Tutti fanno parte della
coalizione, Giordania, Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il
Qatar. Tutti tranne l’Iran. Posso chiedere ai miei amici arabi che idea
hanno riguardo al futuro della Siria?
Al-Safir: Perché se lo chiede?
Bonino: Non me lo domando. Non lo
so. Dopo la campagna militare contro l’Is, i Paesi arabi della
coalizione, insieme alla Turchia, possono dirci se hanno una idea di
quello che verrà dopo?
Al-Safir: Hanno detto che con questa coalizione vogliono colpire il regime siriano.
Bonino: Prima di tutto non schierano
truppe sul terreno. Aspettiamo e vediamo chi lo farà. Non è molto
chiaro se vogliono condurre la guerra contro al-Assad. Chi invierà le
truppe di terra? Non lo so, ma devono dare una risposta. Guardiamo alla
questione da un altro punto di vista. Questa coalizione ha un problema perché non ha un mandato del Consiglio di Sicurezza.
Inoltre, secondo me, sembra che non abbia una strategia per la Siria.
Posso chiedere ai miei amici arabi e musulmani se hanno una prospettiva
[per il futuro]? Se sì, quale è? Può essere confermata? La Turchia, gli Emirati Arabi, il Qatar e l’Arabia Saudita hanno una visione comune sul futuro della Siria? Io ne dubito.
Questo non è solo un dubbio, ma piuttosto un sospetto che può essere letto come disapprovazione.
Quale piano ha per la Siria la coalizione che è divisa su Egitto, Libia
e altrove? Che tipo di accordo accetterà l’alleato del regime
[siriano]?
Apertura all’Iran
Abbiamo chiesto a Bonino dell’Iran. E’ stata il primo
ministro europeo a visitare il Paese lo scorso anno in seguito alla
recente apertura [con l'ascesa al potere del Presidente Rouhani, nota
Nena News]. Ha delle riserve, ma parla del ruolo giocato da Teheran nel
rimuovere Nuri al-Maliki per la formazione di un nuovo governo iracheno.
Esita e poi dice: “Non saprei. La posizione
[dell'Iran] è molto chiara ora, ma può cambiare. Il processo può essere
molto difficile e altrettanto sorprendente. Maliki avrebbe dovuto essere
intoccabile, ma improvvisamente si è fatto da parte”.
Bonino è stata Ministro degli Esteri dall’aprile del
2013 al febbraio del 2014. Era presente durante le discussioni che hanno
portato alla conferenza di Ginevra II ed era a capo della delegazione
del suo Paese [alla conferenza] nel dicembre 2013. Ha partecipato anche
agli incontri del “nucleo” del gruppo degli Amici della Siria che
include anche l’Italia. Tutto ciò rende le sue valutazioni di
particolare importanza. Si aggiunga anche la sua presenza nella “scatola
nera” per affrontare la crisi.
Bonino, nata nel 1948, è stata eletta sette volte come membro del parlamento italiano ed è stata ministro del commercio internazionale. E’ stata anche commissario europeo per cinque anni. Ha una approccio politico, culturale economico liberale di sinistra rappresentato dal Partito Radicale italiano di cui è un esponente di primo piano.
Fonte
Io avrei anche aggiunto che è fortemente atlantista, e il suo punto di vista sulla questione è interessante proprio perché rivela quelle ambiguità e insicurezze insite in un occidente che non sa che fare in Medio Oriente perché attanagliato da una profonda crisi del proprio ruolo internazionale.
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16/01/2014
Siria. La Bonino imbriglia l'Italia dentro la coalizione interventista
Le reti antimilitariste non cascano nella retorica del ministro degli esteri italiano sulla situazione in Siria. Mantenere l'Italia dentro la coalizione guerrafondaia degli "Amici della Siria" significa essere complici dei gruppi armati e delle potenze che vogliono ostacolare il negoziato.
Lettera aperta alla ministra Bonino: l'Italia esca dal gruppo Amici della Siria
Ministra Bonino,
come cittadini italiani, siamo rimasti delusi da ciò che trapela dall’ultimo Vertice degli undici paesi cosiddetti “Amici della Siria”, tenutosi a Parigi domenica scorsa, e La invitiamo a darne conto in parlamento.
In particolare Le chiediamo di spiegare la partecipazione italiana ad un gruppo che pretende, non di affiancare, ma di sostituirsi all’Onu, sovvertendo le iniziative di pace intraprese in passato, prima da Annan e poi da Brahimi. Noi preferiamo chiamare questo raggruppamento gli “Amici della guerra in Siria” perché, come è facilmente documentabile, molti fra i suoi undici componenti da tempo sostengono gruppi armati persino fanatici nel paese. Ciò fa sì che, rimanendo in quel raggruppamento, l’Italia si annovera tra i sostenitori dei jihadisti e de facto sottoscrive la distinzione aberrante che viene fatta di recente a Washington (e che viene denunciata dagli stessi analisti statunitensi come Joshua Landis) fra “al qaedisti buoni”, da sostenere, e quelli “cattivi”. Siamo alla follia.
Le vorremmo porre tre domande, dunque, in merito all’ultima riunione dei cosiddetti “Amici della Siria”:
-- perché l'Italia e gli altri componenti del raggruppamento non spendono neanche una parola per condannare quel che è sotto gli occhi di tutti, ovvero che la guerra in Siria è alimentata dall’afflusso, da paesi terzi, di armi, denaro e combattenti, in genere jihadisti? E' forse perché questi “paesi terzi” fornitori sono proprio gli “Amici della Siria” (ciascuno con il proprio protetto)? Il comunicato MAE non menziona i loro nomi, ma essi sono: l'Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar, l'UK, la Francia, gli Usa e probabilmente anche l'Italia, visto l'enorme sbalzo nella fornitura di armi italiane, a partire dall'inizio del conflitto siriano, destinate ufficialmente alla Turchia ma verosimilmente alle forze ribelli che hanno le loro basi in Turchia (da 1,7 milioni di euro di armi esportate dall'Italia verso la Turchia nel 2009, si è passato nel 2012 ad oltre 36,5 milioni, dati OPAL);
-- come può l’Italia rimanere in un gruppo che dà appoggio logistico e armato (illegale secondo il diritto internazionale) a gruppi persino terroristici che cercano una soluzione militare alla crisi siriana, invece di una soluzione politica?
-- Non Le pare surreale attribuire ad Assad, come Lei ha fatto durante la riunione a Parigi, tutti gli (stimati) 130 mila morti in Siria? Non sa che la maggior parte di quei morti fanno parte dell’esercito siriano, e che fra il 40% stimato dei civili, molti sono caduti vittima di azioni armate dell’opposizione o sono morti fra i due fuochi? Perché Lei imputa tutti i morti ad una delle parti soltanto? Le vostre dichiarazioni non fanno che alimentare la caricatura di un “regime che stermina il proprio popolo”, legittimando un maggiore afflusso di armi e, nel contempo, paralizzano qualsiasi protesta pacifista. O è questo il vero scopo delle Sue dichiarazioni?
Ministra, se la comunità internazionale non impone un embargo totale al traffico delle armi, i vari e divisi gruppi armati non deporranno mai le armi e sarà inutile persino la creazione di “corridoi umanitari”, che verranno usati per rifornire le milizie e quindi per far durare la guerra. Se vuole veramente favorire la pace e una soluzione politica in Siria, il Suo dicastero, a nostro avviso, dovrebbe lavorare per:
1. far cessare l'afflusso delle armi – per cominciare, dall'Italia – e chiedere una tregua immediata;
2. contrastare i tentativi di sabotare la Conferenza di Pace “Ginevra2”, ad esempio dichiarando che, chi non partecipa, non verrà più considerata dall'Italia un interlocutore credibile;
3. far aprire la Conferenza “Ginevra2” a tutti gli attori, ivi compreso l'Iran, a pieno titolo;
4. affrontare seriamente il dramma dei profughi, eliminando le condizioni disumane in molti campi e facilitando il ritorno in patria laddove possibile;
5. far venire in Italia anche le opposizioni siriane non violente, per spiegare agli italiani che una soluzione politica viene ritenuta possibile anche da chi vuole cambiare l'attuale governo. Finora in Italia hanno avuto facili visti d'ingresso e facile accesso ai media solo i siriani che pretendono che le armi siano l'unica strada.
Rete NoWar-Roma, nowar@gmx.com
Comitato contro la guerra-Milano, comitatocontrolaguerramilano@gmail.com
Fonte
Lettera aperta alla ministra Bonino: l'Italia esca dal gruppo Amici della Siria
Ministra Bonino,
come cittadini italiani, siamo rimasti delusi da ciò che trapela dall’ultimo Vertice degli undici paesi cosiddetti “Amici della Siria”, tenutosi a Parigi domenica scorsa, e La invitiamo a darne conto in parlamento.
In particolare Le chiediamo di spiegare la partecipazione italiana ad un gruppo che pretende, non di affiancare, ma di sostituirsi all’Onu, sovvertendo le iniziative di pace intraprese in passato, prima da Annan e poi da Brahimi. Noi preferiamo chiamare questo raggruppamento gli “Amici della guerra in Siria” perché, come è facilmente documentabile, molti fra i suoi undici componenti da tempo sostengono gruppi armati persino fanatici nel paese. Ciò fa sì che, rimanendo in quel raggruppamento, l’Italia si annovera tra i sostenitori dei jihadisti e de facto sottoscrive la distinzione aberrante che viene fatta di recente a Washington (e che viene denunciata dagli stessi analisti statunitensi come Joshua Landis) fra “al qaedisti buoni”, da sostenere, e quelli “cattivi”. Siamo alla follia.
Le vorremmo porre tre domande, dunque, in merito all’ultima riunione dei cosiddetti “Amici della Siria”:
-- perché l'Italia e gli altri componenti del raggruppamento non spendono neanche una parola per condannare quel che è sotto gli occhi di tutti, ovvero che la guerra in Siria è alimentata dall’afflusso, da paesi terzi, di armi, denaro e combattenti, in genere jihadisti? E' forse perché questi “paesi terzi” fornitori sono proprio gli “Amici della Siria” (ciascuno con il proprio protetto)? Il comunicato MAE non menziona i loro nomi, ma essi sono: l'Arabia Saudita, la Turchia, il Qatar, l'UK, la Francia, gli Usa e probabilmente anche l'Italia, visto l'enorme sbalzo nella fornitura di armi italiane, a partire dall'inizio del conflitto siriano, destinate ufficialmente alla Turchia ma verosimilmente alle forze ribelli che hanno le loro basi in Turchia (da 1,7 milioni di euro di armi esportate dall'Italia verso la Turchia nel 2009, si è passato nel 2012 ad oltre 36,5 milioni, dati OPAL);
-- come può l’Italia rimanere in un gruppo che dà appoggio logistico e armato (illegale secondo il diritto internazionale) a gruppi persino terroristici che cercano una soluzione militare alla crisi siriana, invece di una soluzione politica?
-- Non Le pare surreale attribuire ad Assad, come Lei ha fatto durante la riunione a Parigi, tutti gli (stimati) 130 mila morti in Siria? Non sa che la maggior parte di quei morti fanno parte dell’esercito siriano, e che fra il 40% stimato dei civili, molti sono caduti vittima di azioni armate dell’opposizione o sono morti fra i due fuochi? Perché Lei imputa tutti i morti ad una delle parti soltanto? Le vostre dichiarazioni non fanno che alimentare la caricatura di un “regime che stermina il proprio popolo”, legittimando un maggiore afflusso di armi e, nel contempo, paralizzano qualsiasi protesta pacifista. O è questo il vero scopo delle Sue dichiarazioni?
Ministra, se la comunità internazionale non impone un embargo totale al traffico delle armi, i vari e divisi gruppi armati non deporranno mai le armi e sarà inutile persino la creazione di “corridoi umanitari”, che verranno usati per rifornire le milizie e quindi per far durare la guerra. Se vuole veramente favorire la pace e una soluzione politica in Siria, il Suo dicastero, a nostro avviso, dovrebbe lavorare per:
1. far cessare l'afflusso delle armi – per cominciare, dall'Italia – e chiedere una tregua immediata;
2. contrastare i tentativi di sabotare la Conferenza di Pace “Ginevra2”, ad esempio dichiarando che, chi non partecipa, non verrà più considerata dall'Italia un interlocutore credibile;
3. far aprire la Conferenza “Ginevra2” a tutti gli attori, ivi compreso l'Iran, a pieno titolo;
4. affrontare seriamente il dramma dei profughi, eliminando le condizioni disumane in molti campi e facilitando il ritorno in patria laddove possibile;
5. far venire in Italia anche le opposizioni siriane non violente, per spiegare agli italiani che una soluzione politica viene ritenuta possibile anche da chi vuole cambiare l'attuale governo. Finora in Italia hanno avuto facili visti d'ingresso e facile accesso ai media solo i siriani che pretendono che le armi siano l'unica strada.
Rete NoWar-Roma, nowar@gmx.com
Comitato contro la guerra-Milano, comitatocontrolaguerramilano@gmail.com
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28/08/2013
Siria. La lingua biforcuta della Bonino e gli gnoccoloni in Parlamento
Sulla “soggezione” verso la Bonino del Movimento 5 Stelle,
(dove, forse, c’è ancora qualcuno che rimpiange di non vederla Presidente
della Repubblica), avevo già scritto
ai tempi della prima “uscita pubblica” dei Parlamentari della
Commissione Esteri. Credevo che, da allora, le cose fossero migliorate.
Non è così.
E riparliamo, quindi, della Bonino e, sopratutto, di un avverbio da lei usato: “attivamente”. Ecco un estratto del testo da lei letto, il 26 agosto 2013, al “Forum sulla politica estera”: .”… comunque, l’Italia non prenderebbe attivamente parte ad azioni militari contro la Siria deliberate al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Testo da lei riletto, il 27 agosto 2013, nella riunione su Egitto e Siria della “Commissioni affari esteri congiunte Senato e Camera” alla presenza, – ahinoi! – di deputati e senatori Cinque Stelle (che, ci auguriamo, avevano già avuto modo di documentarsi sulle posizioni espresse dalla Bonino il giorno prima).
Per tante “anime belle” che oggi discettano su Facebook, (e anche per qualche gnoccolone in Parlamento) questo comunicato evita il coinvolgimento dell’Italia nella guerra, vincolandoci all’OK del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nel quale siedono Russia e Cina, come è noto, contrari all’intervento.
Non è così.
La guerra alla Libia, ad esempio, è cominciata con un coinvolgimento “passivo” dell’Italia. Mica mandavamo, già dall’inizio, i nostri bombardieri e le nostre truppe. No. Ci limitavamo – “passivamente” – a mettere a disposizione della NATO, il nostro spazio aereo e le basi militari dislocate sul nostro territorio. Solo dopo un paio di giorni, quando si è visto che inglesi e francesi si stavano avventando sui pozzi di petrolio controllati dall’AGIP, il nostro intervento – ovviamente senza che nessun voto parlamentare lo decidesse – è diventato “attivo”. Stessa cosa per la (dimenticata) guerra al Mali.
Scaltrezze della diplomazia che sfuggono al candore dei parlamentari Cinque Stelle? Può essere. Ma almeno questi, davanti alle lacrime di coccodrillo della Bonino avrebbero pure potuto chiederle conto delle responsabilità del suo governo (al pari di quello che lo ha preceduto) nel fomentare la catastrofe siriana. Ad esempio: le sanzioni economiche (imposte anche dall’Italia nella illusione di scatenare per fame il popolo siriano); i tagliagole della Coalizione Nazionale Siriana riconosciuti dall’Italia “unici rappresentanti del popolo siriano”; l’appoggio italiano alla Turchia, testa di ponte dell’aggressione, alla Siria; lo scandaloso accoglimento alla Farnesina di Burhan Ghalioun, (il 22 luglio 2012, e cioè il giorno dopo che una autobomba a Damasco, rivendicata da una delle sue bande, aveva fatto 400 morti); l’invio in Siria di istruttori militari; il rifiuto del visto di ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi italiani….
E invece?
Invece, guardate un po’ cosa hanno detto i Parlamentari Cinque Stelle alla Bonino che sibilava velenosamente sulla “guerra di Assad contro il suo popolo (inclusi i gas)”. Tranne il breve ultimo intervento (il video non specifica di chi, ma voglio sperare che si tratti di una parlamentare Cinque Stelle) che si pone ovvie domande sui mandanti della strage chimica di questi giorni, tutto il resto è una sequela di inconcludenti banalità. Come l’auspicio della Conferenza “Ginevra 2” (che, nella dichiarata intenzione dei promotori, dovrebbe servire, prioritariamente, a cacciare Assad); o una sbalorditiva denuncia sulle “decisioni pilatesche dell’Europa”); o una surreale segnalazione su “trafficanti di esseri umani”.
Vedere per credere.
Ma, del resto, che dice sulla guerra alla Siria Beppe Grillo? Nulla. È vero, in “spalla”, sulla prima pagina di oggi del suo blog, a fianco all’ennesimo editoriale sulle malefatte del regime, c’è un bel contributo sulla Siria scritto da un giornalista, Mario Albanesi (il quale, comunque, incautamente scrive “non rimane che sperare sui deputati e senatori del Movimento 5 Stelle che in Terza e in Quarta Commissione di Camera e Senato possono far sentire la loro voce, anche se ben difficilmente poi sarà portata all’esterno.). Ma si tratta, appunto, di uno di tanti contributi che, al pari degli innumerevoli siti e pagine Facebook targati Cinquestelle non definiscono certo una linea politica, un impegno.
Perchè di questo ci sarebbe bisogno oggi. Di un impegno del Movimento Cinque Stelle contro la guerra alla Siria. Manifestazioni, cortei, flash mob, sit-in davanti le sedi RAI, le prefetture, il Parlamento... qualunque cosa per arrestare questa nuova carneficina che si prospetta.
È disposto Grillo, in prima persona, il “suo” Movimento Cinque Stelle a questo impegno? O preferisce continuare a galleggiare sulla melma del disfacimento dei partiti sperando che questo lo premi alle prossime elezioni?
Che arriveranno troppo tardi. Quando la Siria – come l’Iraq, come la Libia – sarà stata distrutta.
Fonte
E riparliamo, quindi, della Bonino e, sopratutto, di un avverbio da lei usato: “attivamente”. Ecco un estratto del testo da lei letto, il 26 agosto 2013, al “Forum sulla politica estera”: .”… comunque, l’Italia non prenderebbe attivamente parte ad azioni militari contro la Siria deliberate al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Testo da lei riletto, il 27 agosto 2013, nella riunione su Egitto e Siria della “Commissioni affari esteri congiunte Senato e Camera” alla presenza, – ahinoi! – di deputati e senatori Cinque Stelle (che, ci auguriamo, avevano già avuto modo di documentarsi sulle posizioni espresse dalla Bonino il giorno prima).
Per tante “anime belle” che oggi discettano su Facebook, (e anche per qualche gnoccolone in Parlamento) questo comunicato evita il coinvolgimento dell’Italia nella guerra, vincolandoci all’OK del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nel quale siedono Russia e Cina, come è noto, contrari all’intervento.
Non è così.
La guerra alla Libia, ad esempio, è cominciata con un coinvolgimento “passivo” dell’Italia. Mica mandavamo, già dall’inizio, i nostri bombardieri e le nostre truppe. No. Ci limitavamo – “passivamente” – a mettere a disposizione della NATO, il nostro spazio aereo e le basi militari dislocate sul nostro territorio. Solo dopo un paio di giorni, quando si è visto che inglesi e francesi si stavano avventando sui pozzi di petrolio controllati dall’AGIP, il nostro intervento – ovviamente senza che nessun voto parlamentare lo decidesse – è diventato “attivo”. Stessa cosa per la (dimenticata) guerra al Mali.
Scaltrezze della diplomazia che sfuggono al candore dei parlamentari Cinque Stelle? Può essere. Ma almeno questi, davanti alle lacrime di coccodrillo della Bonino avrebbero pure potuto chiederle conto delle responsabilità del suo governo (al pari di quello che lo ha preceduto) nel fomentare la catastrofe siriana. Ad esempio: le sanzioni economiche (imposte anche dall’Italia nella illusione di scatenare per fame il popolo siriano); i tagliagole della Coalizione Nazionale Siriana riconosciuti dall’Italia “unici rappresentanti del popolo siriano”; l’appoggio italiano alla Turchia, testa di ponte dell’aggressione, alla Siria; lo scandaloso accoglimento alla Farnesina di Burhan Ghalioun, (il 22 luglio 2012, e cioè il giorno dopo che una autobomba a Damasco, rivendicata da una delle sue bande, aveva fatto 400 morti); l’invio in Siria di istruttori militari; il rifiuto del visto di ingresso a parlamentari siriani invitati da loro colleghi italiani….
E invece?
Invece, guardate un po’ cosa hanno detto i Parlamentari Cinque Stelle alla Bonino che sibilava velenosamente sulla “guerra di Assad contro il suo popolo (inclusi i gas)”. Tranne il breve ultimo intervento (il video non specifica di chi, ma voglio sperare che si tratti di una parlamentare Cinque Stelle) che si pone ovvie domande sui mandanti della strage chimica di questi giorni, tutto il resto è una sequela di inconcludenti banalità. Come l’auspicio della Conferenza “Ginevra 2” (che, nella dichiarata intenzione dei promotori, dovrebbe servire, prioritariamente, a cacciare Assad); o una sbalorditiva denuncia sulle “decisioni pilatesche dell’Europa”); o una surreale segnalazione su “trafficanti di esseri umani”.
Vedere per credere.
Ma, del resto, che dice sulla guerra alla Siria Beppe Grillo? Nulla. È vero, in “spalla”, sulla prima pagina di oggi del suo blog, a fianco all’ennesimo editoriale sulle malefatte del regime, c’è un bel contributo sulla Siria scritto da un giornalista, Mario Albanesi (il quale, comunque, incautamente scrive “non rimane che sperare sui deputati e senatori del Movimento 5 Stelle che in Terza e in Quarta Commissione di Camera e Senato possono far sentire la loro voce, anche se ben difficilmente poi sarà portata all’esterno.). Ma si tratta, appunto, di uno di tanti contributi che, al pari degli innumerevoli siti e pagine Facebook targati Cinquestelle non definiscono certo una linea politica, un impegno.
Perchè di questo ci sarebbe bisogno oggi. Di un impegno del Movimento Cinque Stelle contro la guerra alla Siria. Manifestazioni, cortei, flash mob, sit-in davanti le sedi RAI, le prefetture, il Parlamento... qualunque cosa per arrestare questa nuova carneficina che si prospetta.
È disposto Grillo, in prima persona, il “suo” Movimento Cinque Stelle a questo impegno? O preferisce continuare a galleggiare sulla melma del disfacimento dei partiti sperando che questo lo premi alle prossime elezioni?
Che arriveranno troppo tardi. Quando la Siria – come l’Iraq, come la Libia – sarà stata distrutta.
Fonte
25/06/2013
Siria: Bonino, Quirico e il Nulla
Una
svolta nella guerra alla Siria? Si direbbe proprio di si. E,
sbaragliate le bande dei “ribelli”, addirittura, il regime di Assad
ricomincia a trovare credito sui media mainstream, (si vedano, ad
esempio, questo davvero inconsueto servizio de La Stampa o della Reuters) e in non poche cancellerie occidentali.
I motivi di questo ripensamento sono molti.
Intanto la tenuta del regime di Assad, anzi l’appoggio pressoché plebiscitario della popolazione siriana (il 75%, secondo un recente sondaggio commissionato dalla CIA, che, tra l’altro, dovrebbe garantirgli un trionfo alle prossime elezioni siriane del 2014) che non vuole fare la fine della popolazione libica o irachena. Un consenso, tra l’altro, che ha garantito la coesione delle Forze Armate siriane (320.000 soldati di leva) nonostante due anni di guerra e di pressanti inviti alla diserzione (lautamente ricompensata).
Il secondo motivo è da ricercare nell’operato dei cosiddetti “ribelli” (in realtà, nella stragrande maggioranza, mercenari al soldo della NATO e delle petromonarchie del Golfo) che, macchiandosi di crimini, quali decapitazioni e uccisioni di civili inermi, hanno finito per scompaginare la coalizione che fa capo all’Esercito libero siriano. E lo stesso fanatismo islamico che anima gran parte dei “ribelli” (tra i quali – a meno che non fosse stato un agente dei Servizi sotto copertura – ha perso la vita anche il genovese Giuliano Ibrahim Delnevo) sta cominciando a suscitare non poche preoccupazioni tra l’opinione pubblica occidentale che teme di ritrovarsi, come l’America con Bin Laden, un’altra serpe in seno.
Last but non least, vi sono motivi militari. Il fermo “niet” della Russia ad una qualsiasi no fly zone in Siria ha impedito non solo i conseguenti bombardamenti NATO e l’invasione, già visti in Libia, ma ha privato i “ribelli” di una qualsiasi copertura aerea. E il tentativo di Israele di bypassare il problema, con i suoi bombardamenti “mirati” alla frontiera Siria-Libano di un mese fa, è rientrato, sia per la credibile rappresaglia missilistica annunciata dalla Siria, sia perché l’intervento israeliano ha compromesso il tentativo di coalizzare anche i Palestinesi nella guerra alla Siria.
Si direbbe, quindi, che la maggior parte delle cancellerie occidentali vada verso un ripensamento sulla “guerra per procura” che stanno conducendo da due anni alla Siria. Anche l’Italia? Anche la Bonino? Si e no. E così, mentre il PD resta ancorato alla sciaguratissima richiesta di una no fly zone invocata dall’ineffabile parlamentare Khalid Chaouki, la Bonino (che il Cinque Stelle ha rischiato di eleggere come Presidente della Repubblica) si arrabatta come può promettendo, tanto per dirne una, “aiuti, ma non armi ai ribelli”.
Una posizione surreale, come quella nei riguardi del rapimento del giornalista de “La Stampa” Domenico Quirico, dal 9 aprile sequestrato in Siria da una delle tante bande di “ribelli” filo NATO. L’obbiettivo di questo sequestro, così come fu per quello dei quattro giornalisti RAI, è certamente un riscatto: denaro o armi (antiaereo e anticarro). Ma anche per Quirico, mentre i nostri Servizi certamente stanno trattando, o, forse, già inviando armi ai “ribelli” come fu per la Libia, l’unica risposta ufficiale della Farnesina è la richiesta di un “silenzio stampa”. E guai a parlare di “sequestro”: ne andrebbe il “buon nome” dei “ribelli” che il nostro Paese sta aiutando. Del resto, già i quattro giornalisti RAI – rapiti il 3 aprile e rilasciati il 14 – secondo la vulgata governativa erano stati non già “sequestrati” ma semplicemente ”fermati” da qualcuno che voleva solo “accertarsi del contenuto delle loro videocamere”. Undici giorni: neanche bisognasse visionare la cineteca della RAI. Per Quirico, da due mesi nelle mani dei sequestratori, esaurite le panzane da raccontare, invece, non sanno più che dire. Nulla. Neanche una parola dalla Farnesina, impantanata nel “Gruppo dei Paesi Amici della Siria”. E nulla neanche dai partiti e dai principali organi di stampa, solitamente pronti ad invocare crociate in “difesa” degli Italiani all’estero (qualunque cosa essi abbiano fatto). Nulla. Per fare credere che la guerra che il nostro Paese sta combattendo da due anni contro la Siria non sia mai esistita.
Fonte
I motivi di questo ripensamento sono molti.
Intanto la tenuta del regime di Assad, anzi l’appoggio pressoché plebiscitario della popolazione siriana (il 75%, secondo un recente sondaggio commissionato dalla CIA, che, tra l’altro, dovrebbe garantirgli un trionfo alle prossime elezioni siriane del 2014) che non vuole fare la fine della popolazione libica o irachena. Un consenso, tra l’altro, che ha garantito la coesione delle Forze Armate siriane (320.000 soldati di leva) nonostante due anni di guerra e di pressanti inviti alla diserzione (lautamente ricompensata).
Il secondo motivo è da ricercare nell’operato dei cosiddetti “ribelli” (in realtà, nella stragrande maggioranza, mercenari al soldo della NATO e delle petromonarchie del Golfo) che, macchiandosi di crimini, quali decapitazioni e uccisioni di civili inermi, hanno finito per scompaginare la coalizione che fa capo all’Esercito libero siriano. E lo stesso fanatismo islamico che anima gran parte dei “ribelli” (tra i quali – a meno che non fosse stato un agente dei Servizi sotto copertura – ha perso la vita anche il genovese Giuliano Ibrahim Delnevo) sta cominciando a suscitare non poche preoccupazioni tra l’opinione pubblica occidentale che teme di ritrovarsi, come l’America con Bin Laden, un’altra serpe in seno.
Last but non least, vi sono motivi militari. Il fermo “niet” della Russia ad una qualsiasi no fly zone in Siria ha impedito non solo i conseguenti bombardamenti NATO e l’invasione, già visti in Libia, ma ha privato i “ribelli” di una qualsiasi copertura aerea. E il tentativo di Israele di bypassare il problema, con i suoi bombardamenti “mirati” alla frontiera Siria-Libano di un mese fa, è rientrato, sia per la credibile rappresaglia missilistica annunciata dalla Siria, sia perché l’intervento israeliano ha compromesso il tentativo di coalizzare anche i Palestinesi nella guerra alla Siria.
Si direbbe, quindi, che la maggior parte delle cancellerie occidentali vada verso un ripensamento sulla “guerra per procura” che stanno conducendo da due anni alla Siria. Anche l’Italia? Anche la Bonino? Si e no. E così, mentre il PD resta ancorato alla sciaguratissima richiesta di una no fly zone invocata dall’ineffabile parlamentare Khalid Chaouki, la Bonino (che il Cinque Stelle ha rischiato di eleggere come Presidente della Repubblica) si arrabatta come può promettendo, tanto per dirne una, “aiuti, ma non armi ai ribelli”.
Una posizione surreale, come quella nei riguardi del rapimento del giornalista de “La Stampa” Domenico Quirico, dal 9 aprile sequestrato in Siria da una delle tante bande di “ribelli” filo NATO. L’obbiettivo di questo sequestro, così come fu per quello dei quattro giornalisti RAI, è certamente un riscatto: denaro o armi (antiaereo e anticarro). Ma anche per Quirico, mentre i nostri Servizi certamente stanno trattando, o, forse, già inviando armi ai “ribelli” come fu per la Libia, l’unica risposta ufficiale della Farnesina è la richiesta di un “silenzio stampa”. E guai a parlare di “sequestro”: ne andrebbe il “buon nome” dei “ribelli” che il nostro Paese sta aiutando. Del resto, già i quattro giornalisti RAI – rapiti il 3 aprile e rilasciati il 14 – secondo la vulgata governativa erano stati non già “sequestrati” ma semplicemente ”fermati” da qualcuno che voleva solo “accertarsi del contenuto delle loro videocamere”. Undici giorni: neanche bisognasse visionare la cineteca della RAI. Per Quirico, da due mesi nelle mani dei sequestratori, esaurite le panzane da raccontare, invece, non sanno più che dire. Nulla. Neanche una parola dalla Farnesina, impantanata nel “Gruppo dei Paesi Amici della Siria”. E nulla neanche dai partiti e dai principali organi di stampa, solitamente pronti ad invocare crociate in “difesa” degli Italiani all’estero (qualunque cosa essi abbiano fatto). Nulla. Per fare credere che la guerra che il nostro Paese sta combattendo da due anni contro la Siria non sia mai esistita.
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31/05/2013
Assad: saremo a Ginevra, già in Siria i missili russi S-300
Il presidente siriano lo ha detto in un'intervista alla televisione "Manar". La ministra degli esteri Bonino a favore della partecipazione dell'Iran alla conferenza sulla Siria.
Confermando quanto aveva già annunciato il ministro degli esteri Walid Mualem, oggi il presidente siriano Bashar Assad ha detto che suoi rappresentanti prenderanno parte alla conferenza internazionale sulla Siria che si terrà nella prima metà di giugno a Ginevra.
Ha inoltre rivelato che la Siria ha già ricevuto il primo carico di missili S-300 a lungo raggio inviati dalla Russia e che presto ne riceverà altri. Assad ha fatto queste dichiarazioni nel corso di un'intervista all'emittente "al-Manar" del movimento sciita libanese di Hezbollah, suo alleato, che sarà trasmessa in giornata.
Secondo le anticipazioni dell'intervista - pubblicate dal quotidiano libanese "al-Akhbar" - Assad ha però espresso dubbi circa l'esito positivo della conferenza a Ginevra e ribadito che continuerà a combattere i miliziani siriani e i jihadisti giunti da molti paesi che cercano di provocare la sua caduta.
A sostegno delle previsioni fatte da Assad è giunta la Russia, alleata di Damasco. L'opposizione in Siria sta sabotando la conferenza di pace internazionale, ponendo condizioni «irrealizzabili», ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. «C'è l'impressione che la Coalizione Nazionale (dell'opposizione) e i suoi sponsor regionali facciano di tutto per non permettere l'avvio del processo politico», ha aggiunto Lavrov.
Nell'intervista Assad ha anche affermato che «Siria e Hezbollah fanno parte dello stesso asse», in risposta alle critiche circa la presenza di combattenti del movimento sciita libanese in Siria, schierati a sostegno delle truppe di Damasco contro i ribelli. Una presenza condannata dal Dipartimento di Stato americano, dalla Francia e che i ribelli siriano valutano in 7-8 mila uomini. «L'esercito siriano è quello che combatte e conduce le battaglie contro i gruppi armati. E questa battaglia continuerà fino a quando tutti quelli che chiamiamo terroristi saranno eliminati», ha spiegato Assad.
Intanto è da notare che dopo aver espresso la sua personale contrarietà ad armare i ribelli siriani, la ministra degli esteri italiana Emma Bonino ha detto oggi in una intervista al quotidiano La Repubblica, che l'impegno di Russia e Usa per la conferenza di Ginevra va sostenuto in ogni modo ma che l'incontro non può avvenire senza la presenza di uno dei protagonisti della regione, l'Iran. Presenza categoricamente esclusa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nel Golfo.
Fonte
Confermando quanto aveva già annunciato il ministro degli esteri Walid Mualem, oggi il presidente siriano Bashar Assad ha detto che suoi rappresentanti prenderanno parte alla conferenza internazionale sulla Siria che si terrà nella prima metà di giugno a Ginevra.
Ha inoltre rivelato che la Siria ha già ricevuto il primo carico di missili S-300 a lungo raggio inviati dalla Russia e che presto ne riceverà altri. Assad ha fatto queste dichiarazioni nel corso di un'intervista all'emittente "al-Manar" del movimento sciita libanese di Hezbollah, suo alleato, che sarà trasmessa in giornata.
Secondo le anticipazioni dell'intervista - pubblicate dal quotidiano libanese "al-Akhbar" - Assad ha però espresso dubbi circa l'esito positivo della conferenza a Ginevra e ribadito che continuerà a combattere i miliziani siriani e i jihadisti giunti da molti paesi che cercano di provocare la sua caduta.
A sostegno delle previsioni fatte da Assad è giunta la Russia, alleata di Damasco. L'opposizione in Siria sta sabotando la conferenza di pace internazionale, ponendo condizioni «irrealizzabili», ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. «C'è l'impressione che la Coalizione Nazionale (dell'opposizione) e i suoi sponsor regionali facciano di tutto per non permettere l'avvio del processo politico», ha aggiunto Lavrov.
Nell'intervista Assad ha anche affermato che «Siria e Hezbollah fanno parte dello stesso asse», in risposta alle critiche circa la presenza di combattenti del movimento sciita libanese in Siria, schierati a sostegno delle truppe di Damasco contro i ribelli. Una presenza condannata dal Dipartimento di Stato americano, dalla Francia e che i ribelli siriano valutano in 7-8 mila uomini. «L'esercito siriano è quello che combatte e conduce le battaglie contro i gruppi armati. E questa battaglia continuerà fino a quando tutti quelli che chiamiamo terroristi saranno eliminati», ha spiegato Assad.
Intanto è da notare che dopo aver espresso la sua personale contrarietà ad armare i ribelli siriani, la ministra degli esteri italiana Emma Bonino ha detto oggi in una intervista al quotidiano La Repubblica, che l'impegno di Russia e Usa per la conferenza di Ginevra va sostenuto in ogni modo ma che l'incontro non può avvenire senza la presenza di uno dei protagonisti della regione, l'Iran. Presenza categoricamente esclusa dagli Stati Uniti e dai suoi alleati nel Golfo.
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11/04/2013
Quirinale 2013. Madonna Bonino
Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”,
la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che
illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i
diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo,
però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che
dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. A questi
innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o
non ricordare le zone d’ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua
lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda.
Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini,
il quale – diversamente da me – la ritiene il presidente della
Repubblica ideale. E, per nobilitarla e dipingerla come
antropologicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi
imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero). Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino.
Chi
auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis,
Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere
la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea.
I suoi amici la raffigurano come un’outsider estranea
all’establishment. Che però non è d’accordo: altrimenti la Bonino non
sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno
non ci sarebbe andata. Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo
berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al ’96,
senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla
Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci
di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti,
corteggiamenti, ammuine. Il tutto mentre il Caimano ne combinava di
tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004
veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005
dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio…
apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli
alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l’alleanza con lui, che
alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano).
Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica. Un po’ tardi, a mio modesto avviso. Ma
neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi
vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e
alla Costituzione, conflitti d’interessi, editti bulgari e postbulgari),
risulta un solo monosillabo della Bonino. Forse perché, pur con motivi
molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto:
separazione delle carriere, abolizione dell’azione penale obbligatoria
(altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro
Staderini), per non parlare dell’idea intimidatoria e pericolosa della
responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun’altra
democrazia.La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all’arresto di Cosentino perché “siamo contro l’immunità parlamentare, però esiste”. Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000). E alla lettura dell’inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal ’90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel ’92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po’ orientate perchè poi se n’è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99). Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.
Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione. Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B. Una cronista le chiede il perché, e lei risponde che non c’è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse).
C’è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al ’99 su nomina di B., quando, insieme a battaglie sacrosante, la Bonino sponsorizza i cibi Ogm senza etichettatura.E soprattutto sostiene l’insensata sospensione degli aiuti all’Afghanistan, dopo una sfortunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perché i suoi collaboratori fotografano e filmano il volto delle donne, in barba alla legge islamica. Durante la guerra in Afghanistan – da lei appoggiata come quelle nell’ex Jugoslavia e in Iraq (“Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) – la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti proposta dall’Ulivo per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (“servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi”, Ansa 2-11-2001).
Nel 2007, poi, durante il sequestro Mastrogiacomo, non trova di meglio che prendersela con Gino Strada, accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l’umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione”, perché “scientemente o incoscientemente – che sarebbe ancora peggio – finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori. Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui. Nell’illusione di tirare lui le fila, finisce che il burattinaio non è lui” (Ansa, 9.4.2007). A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell’archivio Ansa una parola della Bonino su Abu Ghraib e su Guantanamo. Risultato: non pervenuta.
Fonte
07/04/2013
Quirinale, si fa presto a dire Bonino
Molti italiani vorrebbero vedere Emma Bonino al Quirinale. Perché è donna, perché è competente, perché è onesta e mai sfiorata
da scandali, perché ha condotto battaglie spesso solitarie per i diritti
civili e umani e politici in tutto il mondo, forse anche perché è
sopravvissuta a Pannella e perfino a Capezzone. Insomma, un sacco di
ottimi motivi, tutti veri e condivisibili. Ma della sua biografia, in questo paese dalla memoria corta, sfuggono alcuni passaggi politici
che potrebbero indurre qualcuno, magari troppo giovane o troppo vecchio
per ricordarli, a cambiare idea e a ripiegare su candidati più vicini
al proprio modo di pensare. A
costo di essere equivocati, come ormai accade sempre più spesso,
complice il frullatore del web, li ricordiamo qui per completezza
dell’informazione, convinti come siamo che di tutti i candidati alle
cariche pubbliche si debba sapere tutto. “Conoscere per deliberare”,
diceva Luigi Einaudi, cuneese come lei.
Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).
Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.
Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Iraq. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all’autorizzazione all’arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra.
Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all’editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle amministrative.
Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.
Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2013
Fonte
Nata 65 anni fa, la Bonino è stata parlamentare in Italia sette volte e in Europa tre volte, a partire dal lontano 1976. Da sempre radicale, si è poi candidata nel ’94 con Forza Italia fondata da Berlusconi, Dell’Utri, Previti & C., e col centrodestra berlusconiano è rimasta alleata, fra alti e bassi, fino alla rottura del 2006, quando è passata al centrosinistra. Ha ricoperto le più svariate cariche: deputata, senatrice, europarlamentare, commissario europeo, vicepresidente del Senato, ministro per gli Affari europei nel governo Prodi. Ed è stata candidata a quasi tutto: presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, presidente delle Camere, ministro degli Esteri e della Difesa, presidente della Regione Piemonte e della Regione Lazio, alto commissario Onu ai rifugiati, rappresentante Onu in Iraq, addirittura a leader del centrodestra (da Pannella, nel 2000).
Nel ’94, quando si candidò per la prima volta con B., partecipò con lui e la Parenti a un comizio a Palermo contro le indagini su mafia e politica. Poi, appena eletta, fu indicata dal Cavaliere assieme a Monti come commissario europeo. Il che non le impedì di seguitare l’attività politica in Italia, nelle varie reincarnazioni dei radicali: Lista Sgarbi-Pannella, Riformatori, Lista Pannella, Lista Bonino. Nel ’99 B. la sponsorizzò per il Quirinale, anche se poi confluì su Ciampi. Ancora nel 2005, alla vigilia della rottura, la Bonino dichiarava di “apprezzare ciò che Berlusconi sta facendo come premier” (una legge ad personam dopo l’altra, dalla Gasparri alla Frattini, dal lodo Schifani al falso in bilancio, dalla Cirami alle rogatorie alla Cirielli) e cercava disperatamente un accordo con lui. Sfumato il quale, scoprì all’improvviso i vizi del Cavaliere e le virtù di quelli che fino al giorno prima lei chiamava “komunisti” e “cattocomunisti”.
Molte delle sue battaglie, referendarie e non, coincidono col programma berlusconiano: dalla deregulation del mercato del lavoro (con tanti saluti allo Statuto dei lavoratori, articolo 18 in primis) alla campagna contro le trattenute sindacali in busta paga. Per non parlare del via libera alle guerre camuffate da “missioni di pace” in ex Jugoslavia, Afghanistan e Iraq. E soprattutto della giustizia: separazione delle carriere fra giudici e pm, amnistia, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile delle toghe e no all’autorizzazione all’arresto per parlamentari accusati di gravi reati: perfino Cosentino, imputato per camorra.
Alle meritorie campagne contro il finanziamento pubblico dei partiti, fa da contrappunto la contraddizione dei soldi pubblici sempre chiesti e incassati per Radio Radicale. Nel 2010 poi, la Bonino fece da sponda all’editto di B.contro Annozero: il voto radicale in Vigilanza fu decisivo per chiudere i talk e abolire l’informazione tv prima delle amministrative.
Con tutto il rispetto per la persona, di questi errori politici è forse il caso di tenere e chiedere conto.
Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2013
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