Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2020

Autostrade e la “bastonata” ai Benetton. A conti fatti c’è poco da festeggiare

Oggi avevo mezz’oretta libera e mi sono messo a fare due calcoli sulla faccenda #Autostrade. Attualmente i Benetton hanno il 27% della società e alla fine del processo ipotizzato dal governo arriveranno al 10%.

Bene direte voi se passano dal 27% al 10% ciò vuol dire che sono stati bastonati malamente e hanno perso una barca di soldi. Ma purtroppo non è così. Questo 10% della nuova Aspi non sarà uguale al 10% dell’attuale Autostrade per l’Italia.

Nel mezzo infatti ci sarà l’aumento di capitale e quindi il 10% sarà calcolato su un capitale sociale che è aumentato rispetto a prima.

Nello specifico Cdp sottoscriverà un aumento di capitale tra i 3 e i 4 miliardi in modo da arrivare detenere il 33% e ciò vuol dire che la capitalizzazione si aggirerà presumibilmente tra i 10 e i 12 miliardi.

Tradotto alla fine della fiera ai Benetton rimarranno in mano quote per un valore compreso tra 1 e 1,2. miliardi. Prendendo per buona questa stima attualmente il loro 27% ha un valore che si aggira tra i 2,16 e i 2,4 mld. In pratica la perdita per i Benetton si aggirerebbe su 1,2 miliardi.

Ora direte voi: “vabbè non sono stati massacrati ma comunque è qualcosa!” Ma anche questo non è esatto.

Intanto Atlantia ha venduto le sue quote ad altri investitori istituzionali scelti da Cdp che alla fine avranno in mano il 22% della nuova Aspi. Il 22% avrebbe, sempre in base alla stima fatta in precedenza, un valore compreso tra i 2,2 e i 2,65 mld.

Da questa vendita ai Benetton arriveranno quindi tra i 594 e i 715 milioni. Tra possesso delle quote e introiti della vendita delle azioni in tasca i Benetton avranno tra 1,5 e 1,9 mld. Insomma una perdita di soli 500 milioni rispetto ad ora.

Si lo so adesso qualcuno dirà che non ho calcolato i 3,4 miliardi di risarcimento che i cari politici hanno detto che saranno i Benetton a pagare.

Ma anche questo è inesatto. Infatti i Benetton pagheranno solo per la quota di proprietà della società che detengono ovvero il 27% che tradotto significa 900 mln. Novecento milioni che già ho detratto dall’attuale valore di Aspi.

In realtà i presupposti a questi calcoli sono sbagliati, perché in caso di revoca Atlantia fallirebbe e i Benetton avrebbero zero e solo in caso di esito positivo del contenzioso sarebbero risarciti, ma a quel punto subentrerebbero i creditori e non beccherebbero nulla.

Morale della favola i Benetton, che sono potenzialmente falliti, se ne escono con un 10% di una società assai profittevole più 600 milioni che in totale fanno tra i 1,5 e 1,9 miliardi.

Lo Stato che se tutto andava male ci appizzava 7 miliardi, ne mette per mezzo di Cassa depositi e prestiti con certezza 4. Soldi che se investiti in modo diverso avrebbero avuto nel tempo forse una remunerazione più alta e quindi non possiamo definire a quanto ammonta l’esborso.

E non sappiano neanche se il coinvolgimento degli altri investitori istituzionali avrà in qualche modo un costo.

L’unica cosa certa di tutta sta storia è che banche e fondi di investimento che hanno in mano il debito di Aspi sono salvi e anche i Benetton se la cavano alla grande.

Io non so onestamente cosa abbiate da festeggiare.

Fonte

12/12/2018

Il Tav “turistico” dello Zucconi

E’ triste vedere giornalisti di chiara fama abbassare il proprio dire fin sull'orlo della demenza pur di compiacere il proprio editore.

La grande manifestazione No Tav di Torino – che ha “doppiato”, se non di più, quella dei favorevoli alla “grande opera inutile” – ha segnato i media mainstream. Ma in modo diverso. Il Corriere della Sera, per esempio, ha nascosto sotto una coltre di aplomb semi-britannico il proprio disappunto (e quello dei suoi azionisti di riferimento). Repubblica, invece, l’ha presa malissimo. E trascende spesso nella sguaiatezza.

Senza scriverci su un “pezzo”, anche Vittorio Zucconi ha voluto portare la sua brava pietra a secco per il muretto di contenimento imprenditoriale che vuole schiacciare i NoTav.

Il suo post, però, in poche parole ha toccato profondità insondabili.

“Non c’è modo di stabilire niente prima. Le piramidi – per fare un esempio estremo – non servivano a niente e hanno generato miliardi di turismo. L’opposizione al Tav, abitanti della zona a parte, è puramente ideologica e lo sappiamo”.

Diciamo la verità: stavolta non si è dimostrato all’altezza dello stipendio...

L’incipit è generico, ma esatto. Prevedere le conseguenze delle azioni umane è abbastanza difficile, tanto che Napoleone – che pure di strategia ne masticava abbastanza – sintetizzava il suo stile nella battuta “ci si batte e poi si vede”.

Ma se questo principio vale sicuramente per la politica e la guerra (sono la stessa cosa, con strumenti un po’ diversi), risulta un po’ assurdo applicarlo alle grandi opere infrastrutturali. Che, ci dicono gli ingegneri e gli economisti, vengono decise in base a una valutazione costi/benefici (pur sempre un po’ aleatoria e fondata su stime) e a molto più precisi calcoli su struttura dei terreni, materiali, carichi di lavoro, ecc.

Insomma: una grande opera si fa se serve a qualcosa. Altrimenti no.

Ma dove l’ex grande giornalista sbatte duro è l’esempio delle piramidi.

In primo luogo perché è semplicemente falso che le piramidi “non servivano a niente”. Tombe di faraoni, ossia semi-dei secondo le credenze dell’epoca, avevano un senso che forse noi “moderni” fatichiamo a condividere – e ci mancherebbe – ma che archeologi e storici ci spiegano abbastanza tranquillamente.

Di sicuro, ci vien da dire, non pensavano ai turisti di 3.000 anni dopo...

Ma è proprio il paragone a non reggere. Se dovessimo accettare il “ragionamento” di Zucconi dovremmo concludere che: la Tav non serve a un cazzo, è vero; ma facciamola lo stesso che magari tra mille anni diventa un’attrazione turistica.

E’ possibile, certamente. Ma nel frattempo, a noi che stiamo qui, forse interessa spendere le nostre poche risorse per qualcosa che ci serve davvero e subito. Magari non attirerà i turisti futuri, ma permetterà di generare una discendenza che può sopravvivere in un mondo adatto.

Se proprio ci si vuol divertire a progettare potenziali “attrazioni turistiche per il futuro”, qualcuno potrebbe suggerire di chiudere i “sì tav” dentro il buco già scavato. Così, un giorno, potremmo esibire mummie italiane doc.

Costerebbe anche molto meno...

P.s. Ringraziamo ovviamente tutti coloro che hanno seminato lazzi e frizzi sui social a proposito del post in copertina...

Fonte

30/11/2018

“Questo Potere al Popolo non s’ha da fare”. Il triste epilogo di Maurizio Acerbo

Si usava dire, nei secoli scorsi, che “dio confonde coloro che vuole perdere”. E “la sinistra” è riuscita a dimostrarlo innumerevoli volte.

Però, a quanto ci risulta, è la prima volta che il segretario di un partito comunista diffida i suoi ex compagni di strada dall’usare nome e simbolo di un movimento politico più vasto da cui è voluto uscire, con decisione libera, per nulla sollecitata e presa dai suoi massimi organi dirigenti.

La lettera che Maurizio Acerbo ha inviato a Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi – “soci” con lui davanti al notaio, prima di marzo, per poter legalmente presentare la lista – sancisce questa non brillante “prima volta”.

Sappiamo benissimo che intorno a simboli e nome di partito ci sono stati, in Italia, (rari) altri litigi molto poco entusiasmanti. C’è il caso del Movimento Sociale Italiano (Msi), quello della Democrazia Cristiana (Dc). E qualche discussioncella scabrosa anche intorno a nome e simbolo del Pci, ai tempi della “svolta” di Occhetto, della nascita del Pds da un lato e di Rifondazione dall’altra.

In tutti quei casi, però, dietro nome e simbolo, c’era “la roba”: conti, sedi, appartamenti (anche a Montecarlo, nel caso di Fini), ecc. Svariati miliardi di lire, insomma, non solo idee, bandiere e valori politici.

Nel caso di Potere al Popolo, invece, non c’è alcun bene materiale da dividere. C’è solo la credibilità politica di un movimento cresciuto a dispetto della non entusiasmante prima prova elettorale e delle “nostalgie” di alcune componenti organizzate, che avevano scambiato questo progetto per l’ennesima – dunque dimenticabile – lista elettorale. Credibilità che valorizza un nome e un logo altrimenti destinato alla subitanea rottamazione, come avvenuto per “Rivoluzione civile”, liste arcobaleno, l’altra Europa per Tsipras (con il leader greco da cancellare dopo il luglio 2015) e altre sigle che non ricordiamo neanche più...

Che questa credibilità possa essere inficiata da una diffida avvocatesca sembra davvero improbabile. Che attivisti, idee, militanti, assemblee, simpatie accumulate in questi primi dodici mesi di vita possano essere dissolti per decreto della magistratura, anche (perlomeno fin quando non si insedierà un junta militar a Palazzo Chigi).

Capiamo che, per chi sogna un nuovo listone elettorale, ci sia il problema di eliminare anche quel poco che i sondaggi continuano ad accreditare a Potere al Popolo (più del doppio del risultato elettorale, comunque, e senza che l’addio del Prc sia stato rilevato dai sensori). Ma di solito il consenso elettorale va conquistato con la forza della propria proposta politica, con la serietà del proprio lavoro nei territori, nel blocco sociale, nella società intera.

Confidare in una sentenza che elimini il problema, non è degno di una forza politica comunista. Ma soprattutto non può funzionare.

Pensare che i consensi alla forza che si vorrebbe eliminare in questo modo possano poi comunque convergere verso chi ha lavorato per eliminarla... è davvero al di là della più sfrenata fantasia.

Anche il “calcolo machiavellico” sottostante questa diffida appare – diciamo così – quantomeno claudicante. La credibilità di Rifondazione come “socio” in altre avventure elettorali ne può uscire forse rafforzata? Chi sarà mai così ingenuo da sottoscrivere con quel partito altri “patti”, con questo precedente alle spalle?

E immaginiamo l’entusiasmo – esageruma nen... – con cui saranno accolti, tra i tanti attivisti sociali, gli iscritti del Prc che andranno in futuro a proporre “un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista”. Ma come lo voglio io – Prc – altrimenti ti faccio causa...

I processi politici reali creano le proprie strutture, i simboli, le icone, gli attivisti e i dirigenti che servono temporaneamente allo scopo. Molta gente li attraversa, con aspettative anche diverse; alcuni se ne separano, molti altri si avvicinano. Se ogni abbandono potesse fermare il convoglio, si resterebbe sempre fermi nella stazione di partenza (fa molto “sinistra”, vero?). Come le molte liste elettorali degli ultimi anni. E Potere al Popolo è stato fin dall’inizio un processo reale, un organismo collettivo che prova a fare quel che dice e rifiuta la logica della “promessa elettorale” scambiata con poltrone o accordicchi rinunciatari, una volta eletti.

E non ci sono simboli gloriosi, bandiere sventolate in mille battaglie, “nomi famosi”, che possano garantire un ruolo politico rilevante quando si smarrisce il filo della Storia, delle trasformazioni sociali, della funzione e del ruolo dell’attività politica.

La storia del comunismo italiano è fatta di tante lotte, di innumerevoli sacrifici individuali e collettivi, di molte carognate e di lotte all’ultimo sangue. Ma tutte, fino ad un certo punto, sotto il segno della grandezza.

E’ quella che sembra ora del tutto assente. Nei percorsi degli ultimi anni e in questa triste iniziativa, al di sotto di ogni critica seria.

Qui di seguito il post di Potere al Popolo che rende pubblica la lettera di Acerbo e la risposta di Viola e Giorgio, oltre all’“originale” spedito dal segretario del Prc.

*****

“Questo Potere al Popolo non s’ha da fare”. Il segretario di Rifondazione ci minaccia

Socializziamo con l’intera comunità di Potere al Popolo quello che sta accadendo in questi giorni. Si tratta di una lettera inviata da Maurizio Acerbo, attuale segretario del PRC, e che non riguarda soltanto i due destinatari a cui è stata inviata, Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi.

Riguarda tutte e tutti quelli che hanno a cuore il progetto di Potere al Popolo, e che hanno speso per questo anche solo un’ora di tempo, che profondono nell’orizzonte di Potere al Popolo fiducia e speranze. Riguarda tutte le migliaia di aderenti, perché Potere al Popolo appartiene a tutte e tutti loro. Lo facciamo perché crediamo che il futuro di un movimento, di un’organizzazione a cui tante e tanti, di ogni età, provenienza geografica, hanno contribuito, e in cui storie e culture diverse si sono intrecciate e arricchite vicendevolmente, non sia una faccenda per burocrati o – che squallore! – per i tribunali. Maurizio Acerbo, infatti, ci diffida dall’utilizzo del nome e del simbolo di Potere al Popolo.

Di seguito la nostra risposta, in calce la lettera di Acerbo. Ognuno può farsi l’idea che ritiene opportuna. Sia chiaro, Potere al Popolo non si farà intimidire né fermare.

*****

Caro compagno Acerbo,

ti chiamiamo così anche se per te siamo diventati “signora” e “signore”, abbiamo da te ricevuto una lettera-diffida che preannuncia azioni legali. La rendiamo pubblica, primo perché non abbiamo nulla da nascondere e secondo per marcare le distanze abissali che ci separano da questo tuo modo di agire.

Visto che ci hai convocati come i soci di un’azienda, vogliamo ricordarti e dirti che:

1) Potere al Popolo va avanti e cresce e non saranno quattro persone e un tesoriere, seppure autorevoli, che potranno metterlo in discussione.

2) Il processo democratico che ha portato allo statuto di PaP ha visto la partecipazione di oltre quattromila aderenti. Tu assieme ad altri hai abbandonato tale processo dopo aver partecipato ad esso fino al giorno prima dell’inizio delle votazioni on line, affidate ad una piattaforma scelta e gestita di comune accordo.

Successivamente l’organismo dirigente del PRC ha deciso a maggioranza di abbandonare l’esperienza di Potere al Popolo, giudicandola non più rispondente ai suoi disegni.

3) È davvero singolare che si scelga (legittimamente) di separarsi da una forza di cui si é fatto parte fino ai massimi livelli, e poi (assurdamente) si pretenda che quella forza da cui ci si separa non esista più. Al di là della assoluta inconsistenza formale della pretesa, essa è alquanto azzardata sul piano politico. Tu vorresti che PaP cambiasse il proprio statuto, annullando il voto di migliaia di persone, sulla base delle tue indicazioni. Altrimenti Potere al Popolo dovrebbe rinunciare ad esistere. Sinceramente, non ti pare di esagerare?

4) A differenza della segreteria del PCI che, sulla base delle proprie decisioni congressuali, ha correttamente abbandonato PaP senza mettere in discussione il percorso dell’organizzazione da cui si separava, tu ora minacci di portarci in tribunale se non facciamo, in quattro più il tesoriere, il Potere al Popolo che vuoi tu. Bene, ti rispondiamo subito: vacci in tribunale.

Sai, noi siamo spesso coinvolti nelle aule di giustizia per lotte sociali e politiche, andarci anche per la denuncia aziendalista di un segretario di partito ci preoccupa solo per il ridicolo, senza precedenti nel nostro mondo. Però se di questo ridicolo vuoi proprio coprirti, noi non siamo in grado di impedirtelo.

5) Quanto a vederci il 10 dicembre come ci hai chiesto, siamo naturalmente disponibili ad incontrarci, però rendendo pubblica la riunione con diretta streaming… Sai, non siamo un’azienda…

Fraterni saluti

Viola Carofalo

Giorgio Cremaschi

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Gentile Signora Viola Carofalo - Napoli

Egregio Sig. Giorgio Cremaschi - Brescia

Egregio Sig. Francesco Antonini - Roma

E p.c. Sig. Roberto Morea (tesoriere PAP) - Roma

Oggetto: convocazione dell’assemblea dell’associazione “Movimento Politico Potere al Popolo” per il giorno lunedì 10 dicembre alle ore 15 presso la Sala Bianca a Via Flaminia 53 Roma.

Premessa

Il vigente atto costitutivo del “Movimento Politico Potere al Popolo “ (rogato dal Notaio Atlante in data 9 gennaio 2018) prevede all’art. 5 par.4 che l’assemblea possa essere convocata “oltre che per accordo unanime , anche da uno dei soci , con richiesta scritta da fare pervenire almeno 5 (cinque) giorni liberi dalla data di convocazione”.

Allo stato attuale, l’assemblea è composta da: Viola Carofalo, Giorgio Cremaschi, Francesco Antonini, Maurizio Acerbo. Gli stesso soggetti compongono l’organo associativo denominato ‘presidenza’ di cui all’art.7 dello statuto.

Ed, infatti, nell’unica assemblea dell’associazione formalmente valida, tenutasi il 19 luglio 2018, l’assemblea ha ratificato le dimissioni di Mauro Alboresi.

Allo stato attuale, in termini giuridici, l’associazione è, quindi, composta delle suddette quattro persone.

E’ opportuno ricordare che la previsione di cinque soci originari rispondeva ad una precisa logica e ragione, tipica della alleanze plurali, ogni socio, indipendentemente dalle dimensioni, rappresentava un gruppo, un movimento o partito di riferimento.

Per tale ragione Assemblea e Presidenza possono decidere le modifiche statutarie solo con la maggioranza dei 4/5, ai sensi degli art. 5 e 7 dell’atto costitutivo stesso. Tale previsione statutaria non è casuale. Infatti essa indica la volontà dei soci fondatori di non lasciare le decisioni sulle regole statutarie ad una maggioranza semplice, ma di rispettare non solo i diritti delle minoranze, particolarmente importanti quando si tratta di regole relative alla coesistenza, ma anche del carattere ‘federale’ dell’associazione.

Tutti i soci aderenti erano dunque consapevoli, al momento della fondazione, del fatto che modifiche statutarie non potessero essere effettuate con maggioranza semplice.

L’approvazione delle modifiche statutarie, poi, doveva essere approvata tanto dall’assemblea che dalla presidenza, sempre con tale maggioranza qualificata.

Per quanto riguarda gli associati, a norma dell’art. 5, è compito dell’assemblea deliberare sull’ingresso di nuovi soci.

Allo stato attuale, in via formale, nessun nuovo socio è stato approvato dall’assemblea.

Le norme dello statuto sono chiare, le modifiche statutarie hanno un quorum perfettamente determinato, e la coincidenza dei membri dell’assemblea con quelli della presidenza rende il computo ancora più semplice.

E’ appena il caso di ricordare poi che, sempre con maggioranza di 4/5, l’assemblea delibera in merito all’uso del simbolo (art. 5 ultimo paragrafo).

E’ ben noto come siano sorte diversità di vedute in merito alla prosecuzione dell’attività del movimento politico. L’ipotesi di abbandono del modello plurale, per costituire un’associazione di tipo diverso, non ha trovato l’accordo di tutti i soggetti fondatori. Non vi nascondo che molti hanno vissuto questa proposta di modifica come una forzatura.

Ciò che più conta è che oggi, alla luce di quanto accaduto, è opportuno assumere talune decisioni, anche di ordine formale, nella speranza che si possa giungere ad una soluzione condivisa.

Infatti nella modifica statutaria del 19 luglio si afferma che “L’associazione potere al popolo ha inoltre lo scopo di dar vita ad un movimento politico-sociale di alternativa dentro il quale convivono posizioni e culture diverse impegnate nella costruzione di uno spazio e un soggetto unitario. Con il nostro manifesto ci siamo infatti impegnati a costruire “un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni (…) Un movimento di lavoratrici e lavoratori, di giovani, disoccupati e pensionati, di competenze messe al servizio della comunità, di persone impegnate in associazioni, comitati territoriali, esperienze civiche, di attivisti e militanti, che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica, antiliberista e anticapitalista, comunista, socialista, ambientalista, femminista, laica, pacifista, libertaria, meridionalista che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi”;

Riteniamo invece che la modifica statutaria proposta alla approvazione della piattaforma on line configuri un nuovo partito e non un soggetto unitario e plurale.

Per tutto quanto sopra, in ottemperanza ed applicazione dell’art. 5 par.4 dello statuto

convoca

l’assemblea dell’associazione Potere al Popolo, con sede a Roma Via Flaminia 53, per il giorno lunedì 10 dicembre alle ore 15 presso la Sala Bianca a Via Flaminia 53 Roma.

con il seguente ordine del giorno:

1. Deliberazioni inerenti al futuro associativo ed all’uso del nome e simbolo dell’Associazione;

2. Eventuali azioni di tutela avverso soggetti diversi dalla associazione Potere al Popolo che intendessero utilizzarne nome e/o simbolo;

3. Varie ed eventuali

In merito alle deliberazioni le opzioni sono essenzialmente due.

- Procedere con l’attuale statuto PLURALE, ed all’interno delle regole statutarie, trovare quelle eventuali modifiche che fossero largamente condivise.

- Separare le strade. In tale seconda ipotesi, tuttavia, è chiaro che l’esperienza Potere al Popolo va considerata finita, e non sarebbe giusto che alcuna delle sue componenti fondatrici continuasse ad utilizzarne il nome ed il simbolo, come se nulla fosse avvenuto.

L’assemblea è indispensabile per comprendere se vi sia una possibilità di intesa, anche mediatrice, sulle due opzioni.

Un’ulteriore puntualizzazione è d’obbligo. Ove, senza previa intesa, sorgesse una nuova associazione denominata Potere al Popolo è chiaro che dovrebbero essere adottati strumenti giudiziari di tutela della confondibilità. Lo stesso dovrebbe dirsi in caso di modifiche statutarie assunte in violazione del presente statuto. Violazione che sarebbe doppiamente grave se praticata da chi ha sottoscritto lo statuto vigente, e che si è obbligato anche in via negoziale al suo rispetto.

Fermo restando quanto sopra è chiaro che l’auspicio è quello di una intesa e di una soluzione concordata, che permetta di non disperdere il patrimonio politico che l’esperienza di Potere al Popolo ha comunque generato.

Per tali ragioni auspico realmente una vostra presenza all’assemblea sopra convocata. Ovviamente in caso di volontà di partecipare e di impedimenti potrà essere concordata una diversa data o orario.

Maurizio Acerbo

della Presidenza di Potere al Popolo

Fonte

08/09/2018

Ma lo sanno che è crollato Ponte Morandi?

Alla conferenza stampa per la presentazione del progetto di nuovo ponte con Renzo Piano, Bucci e Toti c'era anche l'amministratore delegato Castellucci di Autostrade per l'Italia.

Quest'ultimo ha toccato il modellino di nuovo ponte, che si è rotto. A quel punto sono scoppiati tutti a ridere, si sono scambiati varie pacche sulle spalle e tutti a casa.

Sembra la scena di un film grottesco ma è accaduto davvero. Che ci faceva Castellucci (tra l'altro fresco indagato per il crollo del 14 agosto) a quella conferenza stampa? Evidentemente è interessato a ricostruire il ponte.

Prendiamo atto che per i signori Bucci e Toti (su Renzo Piano stendiamo un velo pietoso) i dirigenti di Autostrade per l'Italia sono e rimangono gli unici partner ammessi a questa farsa. D'altronde, assieme al PD, sono anni che fanno comunella insieme per assegnargli i lavori della gronda.

Il video in cui ridacchiano dopo il crollo del modellino andrebbe fatto visionare ai parenti delle vittime, ai genovesi che perderanno il lavoro dopo il crollo di Ponte Morandi, agli sfollati, ai cittadini sommersi dal traffico di questi giorni.

Evidentemente, nonostante le dichiarazioni di facciata fatte nell'immediato, a lorsignori la nazionalizzazione di autostrade non interessa affatto. Sono lì a governare per nome di interessi diversi: quelli dei padroni e dei concessionari ben rappresentati da Castellucci.

Amministratori così ne abbiamo visti tanti. Un diverso piano di mobilità pubblica per la città è necessario ma da questi personaggi non c'è da aspettarsi nulla.

Noi ribadiamo che è necessario e indispensabile nazionalizzare la gestione della rete autostradale togliendola a questi speculatori, lo stop alle grandi opere che non risolveranno nulla se non portare profitti per i soliti noti, studiare un nuovo piano di mobilità pubblica condiviso da chi a Genova abita e lavora.

Di questo e altro discuteremo in un convegno nazionale che terremo a Genova alla fine di settembre. In cui non ci sarà nessun Castellucci, nessuna archistar, nessun politico inguardabile ma tutti quei cittadini e comitati che in questi anni hanno lottato per il bene pubblico, per la tutela del territorio e per un nuovo modello di sviluppo.

Potere al Popolo Genova - da Facebook

01/02/2018

La parabola dell’uomo del 40% (cui ora basta pure il 25)

“Mettiamola così: avete noleggiato una macchina, avete fatto il diavolo a quattro per averla, l’avete usata per tre anni abbondanti e ora che la riportate al noleggiatore ha le portiere rigate, una crepa nel parabrezza, le gomme tagliate, un parafango che pende, e la radio non va. Più o meno è quello che ha fatto Matteo Renzi col Pd, partito dalla fiammante fuoriserie del 40 per cento alle Europee, è arrivato a combattere come un fante sulla linea del Piave del 25 per cento, se il Signore gliela manda buona.

Su quei numeri, gli italiani si sono visti costruire un’epopea, una mitologia, ne hanno subito ad ogni passo la ripetizione ossessiva. Il refrain del 40 per cento (da accoppiare a “ottanta euro”) è ormai parte delle nostre vite come certe canzoni estive che abbiamo canticchiato tutti per un mese e poi puff, via, sparite. Anche il 25 per cento è un numero che torna, perché è quello che prese Bersani quando “non vinse” le ultime elezioni. Una percentuale che Renzi e renzisti irrisero in tutti i modi, facendone oggetto di scherno e di sarcasmo... “Noi non siamo quelli del 25 per cento!”, diceva ieri quello che oggi spera di arrivare al 25 per cento. Testacoda, vertigine.

La frasetta che Renzi sfodera a questo punto è “senza aver subito una scissione”, che significa che sì, vabbé, prende poco come fece Bersani, ma con lui sono stati cattivi e alcuni se ne sono pure andati e quindi anche se prende sei e come se fosse un otto più. Ci sta dicendo che il suo 25 è come un 40, in questi casi, come si dice, conviene non contraddirlo, tutti abbiamo avuto in classe, in seconda media, uno così.

Quel che più stupisce, però, è il totale ribaltamento delle prospettive politiche. Renzi partiva per fare un partito maggioritario, di governo monocolore, solido, quasi un presidenzialismo (con lui presidente, ovvio), con tutte quelle scemenze che sappiamo, tipo “si sa chi vince la notte delle elezioni” eccetera, eccetera. E ora, apertamente, teorizza una specie di craxismo equilibrista, calcolando che se resta vivo (il famoso 25 per cento) potrà gestire il complesso bilancino dei poteri per non perdere aderenza, per non arretrare ancora.

Quelli che volevano l’Italicum, con premio di maggioranza assurdo per governare senza se e senza ma, ora fremono per entrare nel circo dei se e dei ma, delle trattative, dei bilanciamenti, dei do ut des. E’ più o meno quello che la retorica renzista chiamava “la palude”. Basta con la palude, dobbiamo uscire dalla palude, io vi porterò fuori dalla palude..., detto da quello che oggi affida la sua sopravvivenza alla palude di qualche larga intesa.

Va bene, il cinismo della politica non ci stupirà, anzi, come italiani abbiamo qualche master in materia. Però rimane sempre strabiliante come un partito possa fare una politica – rivendicandola e rivestendola ossessivamente di propaganda – e poi farne un’altra, diversa, opposta, negata fino a un minuto prima, sbeffeggiata per anni. E come questo possa farlo lo stesso leader, la stessa persona. E ancor più strabiliante è che possano votarlo gli stessi elettori, che siano antichi elettori del Pd o entusiasti nuovisti, quelli che già facevano tenerezza ai tempi del “Con Renzi si vince”, quelli che si illudevano di mirabolanti modernità e che ora si trovano a sperare – con lo stesso leader che predicava il contrario – nella vecchia, deplorevole, trita logica dell’ago della bilancia.

Per disegnare la parabola del renzismo, insomma, non serve aspettare il 5 marzo. Con il fiero propugnatore dell’abolizione del Senato che si presenta da senatore, si svela anche ai ciechi che il fine ultimo del renzismo è il mantenimento in vita del renzismo, una sedia al tavolo da poker delle alleanze e delle mediazioni, e dopo si vedrà. Un po’ poco per gli arditi giovanotti che volevano cambiare tutto, oggi aggrappati come naufraghi alla speranza che non cambi nulla.”

Fonte

28/01/2018

Il Pd si sfascia sui candidati-nominati e su una legge elettorale scritta da dementi

Il Partito Democratico corre verso la catastrofe, impiccato a una legge elettorale scritta per far fuori i concorrenti, soprattutto quelli nuovi. E’ la stessa implosione che va vivendo la sua “costola sinistra”, Liberi e uguali, con gli stessi problemi, la stessa “cultura politica” (diciamo...) e la stessa indifferenza verso gli elettori.

Diciassette ore di discussione in direzione nazionale non hanno ridotto le distanze tra gli appetiti dei renziani e quelli delle minoranze interne (Orlando ed Emiliano), preparando una piccola esplosione di cui ora bisognerà vedere dimensioni e conseguenze. I sondaggi, da mesi, registrano impietosamente la perdita di appeal del gruppo di pirati insediatosi al Nazareno per pura ottusità politica del vecchio ceto dirigente (a forza di “inseguire il nuovo” si sono auto-delegittimati come “vecchiume inguardabile”, aprendo le dighe a qualsiasi scorreria). Ora sembra plausibile un nuovo drastico smottamento, dato che niente e nessuno potrà mettere una toppa sull’indecoroso balletto intorno alle caselle “sicure” da riempire.

In quale direzione avverrà tale frana non è facile dire. L’alveo naturale sarebbe in teoria quello dei bersanian-dalemiani, ma sono in questo momento frantumati dagli stessi assilli, accoltellamenti, faide e ripicche. I Cinque Stelle non godono per nulla di buona fama, in quella fetta di elettorato. La destra, per quanto sdoganata da quattro anni di renzismo, puzza un po’ troppo di Caimano e fascismo per essere un approdo di massa. Più probabile, dunque, che lo smottamento vada ad infoltire la marea dell’astensionismo.

Colpa di una legge elettorale idiota e anti-costituzionale, scritta pensando proprio al momento di stabilire le candidature, con l’assillo di affidare al “centro” (di qualsiasi partito o coalizione) il potere di vita o i morte sulle carriere individuali.

Per i non addetti ai lavori, il rosatellum è un pastrocchio difficile anche da descrivere.

In teoria è un sistema per due terzi proporzionale. L’Italia è stata infatti divisa in 63 collegi plurinominali, in cui ogni lista o coalizione nomina un listino brevissimo (da due a quattro persone). Per le liste “sicure” di superare la soglia di sbarramento al 3% questi listini sono un “paracadute” cui ambiscono tutti i pretendenti ad un seggio in Parlamento.

Anche nel caso di liste molto forti, però, difficilmente la “certezza” di farcela va al di là del primo nel listino. Dunque la guerra tra i candidati avviene su chi debba essere il numero uno in ognuno dei 63 collegi proporzionali.

Complicazione ulteriore. Nel listino debbono obbligatoriamente essere indicati un uomo e poi una donna, o viceversa. Basta così? No, naturalmente. A livello nazionale la distribuzione di genere deve rispettare almeno la quota prestabilita dalla legge: ovvero ogni genere deve avere almeno il 40% delle candidature. Ne deriva che gli organi centrali di ogni lista debbono per forza di cose intervenire per “riequilibrare” le candidature, nel caso fossero state decise a livello territoriale (ma è una prassi ignota al ceto politico; solo Potere al Popolo ha scelto così i suoi candidati).

Stessa imposizione per i collegi uninominali, a maggioritario secco (chi prende un voto in più, tra le varie liste, si prende tutto il collegio), che selezioneranno un terzo dei deputati.

Idem per il Senato, con la complicazione ulteriore che in questo caso “l’equilibrio di genere” (almeno 60/40) va raggiunto a livello regionale, anziché nazionale.

Una legge fatta per far litigare, diciamo pure. Per evitare traumi devastanti come quello che stanno vivendo Pd e Leu occorre un dominus indiscutibile (Berlusconi tra i suoi, e forse Salvini tra i fascioleghisti), oppure la serenità di chi affronta questa sfida sapendo che non c’è alcun “posto sicuro”, visto che la soglia di sbarramento è già di suo il principale ostacolo-obiettivo.

Naturalmente, anche Potere al Popolo ha avuto i suoi momenti problematici, costretta a destreggiarsi tra ostacoli “tecnici” posti dalla legge (per chi non era già in Parlamento, e dunque doveva raccogliere le firme, c’era l’ulteriore obbligo di raccoglierle collegio per collegio su moduli diffusi dal ministero e recanti i nomi dei candidati in quel collegio...) e qualche raro imbizzarrimento frutto delle vecchie logiche da “manuale Cencelli”. Ma li ha rapidamente risolti grazie a una buona dialettica tra compagni ed alla diffusa consapevolezza che in ogni caso non c’erano “posti a tavola da distribuire”. Soprattutto, li ha risolti sapendo che questa “pazzia” può aver successo solo se rispetta fino in fondo le attese che suscita, le premesse che ha posto; senza nostalgie verso tempi e condizioni superati dalla storia.

Per il Pd (e Leu, Forza Italia, Lega, ecc.) il problema è esattamente opposto. E dunque ogni capo vuole in lista soprattutto i propri fedelissimi, pensando già a una guerriglia parlamentare durissima, stretta come sarà tra randellate provenienti dall’Unione Europea e pochissime risorse da distribuire ai clientes.

Cosa possiamo aggiungere? Continuate così, fatevi del male...

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26/01/2018

La scelta infame di Alberto Bagnai e la paralisi economica delle sinistre

La candidatura di Alberto Bagnai nelle fila della Lega di Matteo Salvini va definita per come è: una scelta infame. E’ infame perché porta, o cerca di portare, consenso a un partito parafascista e perché pretende di perpetuare il solito giochino politico: illudere che, con qualche scelta mitizzata come chissà quale mossa del cavallo, si possano promuovere politiche di sinistra dal campo della destra.

La politica e la politica economica non sono però manovrabili da quella partita doppia che sta alla base delle discipline contabili: se da sinistra si possono, e si sono viste, fare politiche economiche di destra, da destra non si possono, e non si sono mai viste, fare politiche economiche di sinistra.

Anche il concetto di “interesse nazionale” evocato da Bagnai per legittimare la propria candidatura in un partito che fino a ieri ha stentato a riconoscere persino l’esistenza dell’Italia, è maggiormente radicato al Nord e ha vinto referendum che intendono trattenere le tasse di Lombardia e Veneto in quelle regioni francamente appare qualcosa di pasticciato, confuso e bizzarro. Senza nominare gli alleati di Salvini oggi Berlusconi che va a Davos per rassicurare il capitale globalista delle scelte dell’Italia. Oppure di quelli che potrebbero esserlo, come il Movimento 5 stelle. Un movimento in piena confusione dove un giorno si parla di politiche alla Trump, un altro di ripristino dell’articolo 18, un altro ancora di superamento del concetto stesso di Pil cioè di due cose che fanno drammaticamente a pugni con le politiche di Trump (per non parlare del fatto che Bagnai ha più volte definito il M5S “asservito al progetto neoliberista” si veda qui). Per non parlare degli alleati di sempre della Lega, Fratelli d’Italia della Meloni, pronti a smantellare tutto ciò che è “di sinistra” una volta al governo.

Siamo di fronte a un nuovo Bombacci? Per chi non avesse seguito la vicenda storica del personaggio, Bombacci fu socialista, segretario della camera del lavoro di Modena, tra i fondatori di spicco del Partito Comunista d’Italia nel ’21. Aderì alla repubblica di Salò, di cui ne evidenziava i caratteri di “sinistra”, finì fucilato insieme a Pavolini, al grido di “viva il socialismo”, ed esposto a testa in giù a piazzale Loreto assieme a Mussolini, la Petacci ed altri noti gerarchi.

Ora intendiamoci, Bagnai non è Bombacci. La sua scelta, infame perchè favorisce destre regressive, non va liquidata con il semplice giudizio negativo sul passaggio di campo. Siamo di fronte infatti a un autore vero, nato nel campo della sinistra, che, come nessuno in questi anni, è riuscito a spiegare che l’euro esiste per impoverire i salari, deindustrializzare i paesi più deboli, privatizzarne (dall’estero) i beni e valorizzare i capitali. Bagnai in questi anni, a partire dall’orribile 2011, ha fatto attività di vera e propria innovazione scientifica su questi temi, divulgazione e disseminazione di ottima qualità. E, non è qui il terreno per essere critici, ha avuto sostanzialmente ragione: l’euro è nato per impoverire il lavoro e valorizzare i capitali, per deindustrializzare i paesi periferici (tra cui il nostro), per favorire la tenuta dei capitali a detrimento delle economie territoriali. 

C’è stato però un problema: la teoria, non quella in senso astratto ma quella in grado di capire il mondo, nel momento in cui sa di essere vincente cerca sempre una sponda politica. E qui, nonostante molte premesse favorevoli, la sponda politica per Bagnai si è sempre mostrata a destra. Perchè? Diciamo che per i tipi di sinistre presenti sul campo nonostante l’ora della ricreazione sia suonata da tempo non hanno, come colui che è in preda a droghe che rallentano fortemente la percezione, ancora avvertito il suono della campanella.

Quindi Bagnai era troppo, una provocazione, per la sinistra istituzionale, quella che si mette sull’attenti quando parla Draghi. Ma era troppo anche per la sinistra che ha bisogno solo di qualcuno che reciti bene la lista dei diritti violati e da ripristinare. Lasciando perdere la sinistra istituzionale, che ha promosso politiche di destra ben prima del taglio della scala mobile seguito allo choc valutario del 1992, nessuna sinistra, diciamo, radicale è davvero riuscita a dialogare con Bagnai. Perché oggi il rapporto tra teoria e politica è troppo simmetrico, causa la scarsità di istituzioni politiche che la contengono. O la teoria legittima direttamente una politica, dicendo meccanicamente “cosa fare”, oppure viene rigettata tra equivoci, incomprensioni, accuse. Saper far rimanere una teoria allo stato puro, assieme al suo autore, magari favorendo qualche interpretazione e realizzazione del suo pensiero meno dirompente, senza far uscire l’autore dal campo della sinistra, fa parte di un know-how di politica culturale oggi quasi del tutto scomparso.

E così Bagnai che, a suo modo, ha impattato come una supernova sulla superficie della sinistra, di ogni tipo, ha finito semplicemente per rimbalzarci. Nell’ostilità della sinistra istituzionale e nell’incapacità di quella non istituzionale di dialogare con questo autore per costruire le fondamenta di politiche economiche rivolte ad un modello nuovo, necessariamente almeno postcapitalista. E nel frattempo, mentre Bagnai è atterrato a destra, dopo 10 anni di crisi non si intravedono modelli di uscita da sinistra di una economia, quella ostaggio del primato della finanza, che ha mostrato tutti i suoi gravi limiti. E, sempre nel frattempo, Bagnai, a ragione su questo piano, non si è risparmiato certo le accuse di tradimento della sinistra rispetto agli interessi dei ceti subalterni.

Tradimento, in effetti, è una parola utile se si ricorda che ciò che è rimasto della sinistra istituzionale è figlio di gente come Trentin che ai convegni del Cespe (il centro studi economici del PCI) andava letteralmente urlando che le vere lotte della classe operaia erano quelle per “i sacrifici” (sic). E che il calore con il quale l’economista liberista Modigliani, un santone dell’austerità (per i lavoratori) veniva accolto dallo stesso Cespe (sempre quando era il sancta sanctorum economico del PCI). Sono cose che dovrebbero far capire molto non solo del mondo di ieri ma anche quello di domani. Eppure non sono cose che fanno passare a destra. Perché passare ad una destra che è egemonica rispetto alla sinistra non porta certo a promuovere politiche di sinistra. Elementare, Watson.

Il modo con cui Bagnai usa il concetto di “interesse nazionale” è qualcosa che sta tra il romanticismo politico e un malinteso utilitarismo. L’idea che nel “nazionale”, ci sia sempre qualcosa che richiami a una certa cura delle condizioni sociali dei ceti subalterni dovrebbe essere superata da tempo. Senza una forza politica di questi ceti subalterni niente garantisce che questo avvenga. E questo non è certo ciò che la destra, a cui Bagnai si è alleato, vuole. Ecco il cerchio magico in cui è finito un economista importante, brillante, utile a sinistra: invoca l’interesse nazionale che, con la destra che ha scelto come partner politico, non è garanzia di tenuta sociale.

Certo la sinistra oggi è economia morale e non un modello di economia reale tanto più necessario quando si pensa di uscire da finanza globale, vincoli esterni. Passare a un campo parafascista è pero’ infame, specie se porta persone a destra in un momento critico come questo. Per quanto la sinistra, nelle sue tante variazioni, sia di fatto qualcosa oggi di destra, passare a destra non porterà a realizzare nessuna politica di sinistra. Quando le forze economiche guardano a destra è della diseguaglianza della distribuzione delle risorse che hanno bisogno. Il resto è decorazione.

Redazione, 26 gennaio 2018

05/01/2018

La strana coppia Bonino-Tabacci o la politica ridotta a “scambismo”

La politica ridotta a mercato delle vacche tocca un nuovo record. E come spesso è accaduto in passato a “promuovere” l’ulteriore degrado sono radicali e democristiani, eterni demolitori di ogni valore e serietà.

Tutti i media, nell’ultima settimana, sono stati occupati dal solito vittimismo aggressivo che caratterizza da sempre la micropattuglia radicale: “vogliamo candidarci alle elezioni con il Pd, ma non possiamo raccogliere le firme per farlo”. Cavoli vostri, avrebbe detto qualsiasi persona dotata di cervello. Non avete diritto all’esenzione dalla raccolta (i radicali non avevano un proprio gruppo all’interno del Parlamento appena sciolto), in base alla legge elettorale demente disegnata proprio dal partito con cui vi volete alleare. Quindi, perché vi lamentate?

E dire che il Pd aveva fatto molto per facilitare il ritorno in Parlamento di Emma Bonino e qualcun altro: nella stessa legge elettorale aveva dimezzato il numero delle firme necessarie da 1.500-2.000 a 750-1.000 per ogni collegio plurinominale (63 in tutta Italia). E addirittura con un emendamento alla legge di stabilità (non c’entrava nulla...) le ha ulteriormente dimezzate a 375-500. Il favore legislativo pensato per i radicali finisce per avvantaggiare il tentativo di Potere al Popolo, classico esempio di eterogenesi dei fini; ma qui nessuno se n’è lamentato troppo, pur sapendo che il tempo a disposizione sarà davvero breve (tra gli otto e i dieci giorni, se il ministero dell’Interno rispetterà i termini della legge mettendo a disposizione i facsimili con cui raccogliere le firme).

Ma ai radicali piace il posto sicuro, con i voti altrui. Quindi niente firme da raccogliere sotto il simbolo “+Europa” (con il rischio che la gente ti corra dietro per menarti, invece che per firmare) e qualche poltrona garantita con i voti del Pd (presentandosi in coalizione dovrebbe essere più facile...). E quindi hanno messo in scena il più scontato dei plot “chiagne e fotte”.

In loro soccorso è arrivato quel vecchio furbacchione democristo di Bruno Tabacci, che aveva nel cassetto – inutilizzato – il simbolo con cui era entrato nel Parlamento appena sciolto: Centro Democratico.

Non faranno gruppo insieme, si tratta di un vero e proprio regalo.

Ma proprio questo mette in evidenza il degrado assoluto della scena politica mainstream italiana. Un simbolo che non rappresenta nulla viene donato a un gruppo che non rappresenta – socialmente – altro che se stesso e interessi innominabili (basta chiedersi a chi serve avere “+Europa”, dopo 25 anni di arretramento continuo delle condizioni di vita indotto dalle politiche dell’Unione Europea).

Peggio. Un simbolo democristiano viene messo a disposizione di personaggi ufficialmente “laici”, se non proprio atei dichiarati. Insomma, è uno straccio buono a qualsiasi cosa, tanto tra loro si intendono a prescindere dalla finzione della contrapposizione.

E’ il segno più evidente che è proprio ora di strappare questo velo puzzolente e far vale gli interessi della nostra gente...

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18/10/2017

Indovina, indovinello, chi ha modificato la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia?


No non è stato iCub™, il robot IIT con la faccia di bambino, a modificare – un po’ maliziosamente – la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia. Ma se lo avete pensato non siete troppo lontani dalla verità. Abbiamo ricevuto una lettera da José De Falco, Capo segreteria della Sen.ce e prof.ssa Elena Cattaneo, il quale ricostruisce nel dettaglio una singolare vicenda, relativa ad alcuni cambiamenti “chirurgici” operati da una certa “Rosetta95” sulla voce enciclopedica della Senatrice a vita. Con un po’ di pazienza, è possibile risalire all’identità di “Rosetta95”, un profilo che, dalla data della sua creazione, ha lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”. Ebbene, De Falco ha scoperto che l’utente Rosetta95 non è altri che …

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
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Mai gli uffici della Prof.ssa e Sen.ce Elena Cattaneo erano intervenuti sulla voce enciclopedica a lei riferita. Si è sempre ritenuto che la “comunità wikipediana” fosse libera di selezionare le informazioni enciclopediche da iscrivervi. Solo a seguito di segnalazioni di colleghi della Prof.ssa si è posta l’attenzione su alcune modifiche proposte da un singolo utente, “Rosetta95”, che – sebbene in via dissimulata – sono tese a screditare la reputazione della stessa tanto in riferimento alla sua attività scientifica e professionale quanto a quella svolta come Senatrice a vita. Si è, infatti, osservata una certa attività di “cherry picking“, apparentemente volta a riportare quanto potesse mettere in cattiva luce la persona descritta nella voce.

L’utente “Rosetta95” interviene sul profilo Wikipedia della Prof.ssa ad esempio per riportare la chiusura di una spin off biotech universitaria da lei fondata nel 2004 [in realtà fu nel 2006, NdA], grazie a “un cospicuo finanziamento seed da parte di Finlombarda (finanziaria della regione Lombardia), a cui seguirono finanziamenti di venture capital”, indicando poi che la società fu messa in liquidazione nel 2008 senza aver scoperto nulla di innovativo”. Una descrizione che si connota come innegabilmente negativa e che peraltro tace sul tasso di fallimento fisiologico delle start up pari a 9  su 10.

Di tutta l’attività parlamentare svolta dalla Sen.ce Cattaneo nei soli quattro anni dalla sua nomina, l’utente “Rosetta95” cita la sola promozione del Progetto Genomi, premurandosi di chiarire che il bando è andato deserto (*).

Analogamente, nell’intervenire sul profilo Wikipedia della Sen.ce e Prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” ricorda la circostanza che la Sen.ce “si è fatta promotrice di una campagna contro il progetto scientifico del Governo Renzi Human Technopole”, senza dare conto né della messe di documenti  portati a corredo della critiche, né delle altre voci autorevoli che si sono aggiunte al dibattito, né, infine – aspetto più qualificante -, che l’insieme di quelle motivate critiche espresse nell’interesse del Paese e della ricerca italiana sia stato meritevole di attenzione da parte dello stesso Governo Renzi, il quale nel settembre 2016, con il decreto ministeriale di attuazione, imponeva un drastico cambio nella gestione dell’intera operazione.

Infine, per quanto riguarda l’attività di ricerca della Prof.ssa Cattaneo e del suo laboratorio alla Statale di Milano, dedicata allo studio di una tragica malattia neurodegenerativa, la Corea di Huntington, l’utente “Rosetta95” interviene per segnalare inspiegabilmente e unicamente che la Prof.ssa “nel 2015 si è aggiudicata un PRIN pari a 334.500,00 euro” senza nemmeno riconoscere che tale assegnazione, come tipicamente avviene nei bandi PRIN, si riferisce all’intero progetto coordinato dalla Prof.ssa Cattaneo, che coinvolge altri quattro partner, a loro volta destinatari di una quota di quella cifra totale prevista per lo svolgimento delle attività sperimentali. Ancora di più colpisce che, nel volersi apparentemente diffondere sui progetti competitivi vinti dalla prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” scelga di citare unicamente l’assegnazione di tale bando PRIN 2015, e taccia sugli altri finanziamenti competitivi, ben più noti e complessi oltre che economicamente più rilevanti, vinti dalla Prof.ssa per progetti da lei proposti ad esempio alla Commissione Europea o a enti americani e che la vedono vincitrice e coordinatrice del progetto europeo Neurostemcell (anni 2008-2013: 12 milioni di Euro, 14 partner europei e uno americano); del progetto Neurostemcellrepair (anni 2013-2017: 6 milioni di Euro, 13 partner europei); oltre che dei progetti europei o americani di cui è partner quali Neuromics, CircProt, CHDI, NeuroNE, EStools, Stem-HD, Model PolyQ per citarne alcuni tra le decine vinti in modo competitivo.

È evidente come, pur essendo ciascun micro-aspetto ricapitolato “sostanzialmente vero”, l’effetto di “attenta selezione” dell’assemblaggio delle informazioni, combinato alla loro incompletezza, mette in cattiva luce il profilo della personalità descritta dal lemma enciclopedico.

MA CHI È “ROSETTA95”?

Dando uno sguardo alle attività del profilo “Rosetta95” su Wikipedia si ricavano alcune informazioni. Infatti, andando sulla pagina dei contributi [https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:Contributi/Rosetta95], appare evidente come il profilo, dalla data della sua creazione, abbia lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”.


La circostanza (difficilmente ascrivibile al caso, considerate le critiche formulate dalla Prof. Cattaneo in merito alle modalità operative dell’IIT) ha indotto questo ufficio a compiere un ulteriore approfondimento sull’identità dell’utente “Rosetta95”. È Wikipedia stessa ad offrire un chiarimento al riguardo. A questo link di benvenuto dell’utente [https://it.wikipedia.org/wiki/Discussioni_utente:Rosetta95], si apprende che “Rosetta95” è la dott.ssa Valentina Polini, Research Support Administrative Senior – Media Relations and Digital Communication dell’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT), ufficio operativo sotto la direzione del dott. Stefano Amoroso.


Peraltro, lo stesso Dott.  Amoroso, lo scorso 5 settembre 2017, nell’ambito di un post pubblico su Facebook di commento a un articolo della Sen.ce Cattaneo[https://www.facebook.com/stefano.amoroso.50/posts/1536818233044922]  in cui afferma che “la Sen.ce Cattaneo utilizza il proprio ruolo istituzionale per screditare l’operato di IIT, Istituto Italiano di Tecnologia agli occhi dell’opinione pubblica …” , risponde al commento di un’utente scrivendo “Da Wikipedia: …” e quindi copia-incollando lo stralcio della voce enciclopedica di Wikipedia della Sen.ce Cattaneo modificata come sopra indicato dalla sua collaboratrice Valentina Polini/Rosetta95, quale “summa” di tutti i limiti e fallimenti (eventuali) della Prof.ssa.


Sembra quindi chiarirsi il contesto e le finalità di tali modifiche testuali alla voce enciclopedica della Prof.ssa Cattaneo. Tra le tre e le quattro del giovedì pomeriggio del primo dicembre 2016, una dipendente dell’Istituto italiano di tecnologia, ente di diritto privato largamente finanziato con risorse pubbliche, si presume dal posto di lavoro e non si sa se nell’ambito di attività concordate con l’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne da cui dipende, si attiva per “integrare” con una selezione di informazioni “fior da fiore” la voce Wikipedia di una studiosa che – evidentemente – ha il torto di aver pubblicamente criticato, circostanziandole, attività e performance del suo datore di lavoro. Critiche sempre pubbliche e sempre motivate, raccolte a seguito di oltre un anno di analisi di fatti e numeri non visibili o difficilmente rintracciabili, a cui si aggiunge una messe di segnalazioni parlamentari accumulatesi negli anni e provenienti da più parti del Parlamento circa l’operatività dell’ente in questione, nonché formalizzate dalla Prof.ssa anche in sede istituzionale in un primo “Documento di studio relativo al progetto Human Technopole” depositato agli atti della seduta del Senato della Repubblica del 4 maggio 2016 e con alcuni punti sinteticamente riassunti in articoli pubblicati sulla stampa (Sole24Ore, 15 maggio 2016; Secolo XIX, 2 e 13 giugno 2017).

Wikipedia fornisce ulteriori indicazioni circa quanto rilevato: dato che l’attività della dott.ssa Polini - pur sotto lo pseudonimo di “Rosetta95” - è, osservate le circostanze, da ritenersi di natura professionale, e considerato che nel suo profilo manca ogni dichiarazione di conflitto d’interesse (come sarebbe invece richiesto dalle stringenti policy di Wikipedia per la contribuzione su commissione[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Avvertenze_sulla_contribuzione_su_commissione#Cosa_fare_se_ti_viene_richiesto_di_modificare_Wikipedia_su_commissione]), essa è da ritenersi eseguita in violazione delle regole che fanno di questo strumento conoscitivo un luogo libero e partecipato di condivisione del sapere.


Questo Ufficio tutto quanto osservato e d’intesa con la Sen.ce Cattaneo che ha letto e condivide quanto scritto in ogni sua parte, nel rigoroso rispetto delle regole di condotta adottate da Wikipedia sulla contribuzione su commissione, si è attivato perché fossero eliminate, riformulate o integrate le aggiunte analiticamente segnalate alla Wikimedia Foundation, auspicando – ove sia tecnicamente possibile – che sia “censurata” la condotta realizzata dall’utente Rosetta95/dott.ssa Valentina Polini verosimilmente “per conto” dell’Istituto italiano di tecnologia, evidentemente tendente a contrastare, attraverso il tentativo di offuscarne la reputazione personale, quanto dimostrato pubblicamente dalla Prof.ssa e Sen.ce Cattaneo , sulla stampa e in sede parlamentare, in merito alle performance di produttività scientifica, alla trasparenza, alla governance e all’accountability dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

José De Falco
Capo Segreteria Sen.ce Elena Cattaneo
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(*) Trattasi di un progetto di genomica clinica facente capo al Ministero della Salute, cui la Prof.ssa e Sen.ce, con il sostegno di altri membri del Parlamento, ha dedicato tempo e impegno in un momento di minimo interesse politico per il settore ricerca, affinché il Paese si dotasse di un proprio Progetto Genomi a carattere nazionale che coinvolgesse specialisti e coorti cliniche di tutta Italia, da identificare per via competitiva da una commissione di studiosi esperti, con l’obiettivo di consentire ai centri italiani di strutturarsi in modo integrato per confrontarsi con analoghe (e ben più sostenute) iniziative in altri paesi (La Repubblica, 30 novembre 2015; La Repubblica, 15 dicembre 2015). La legge di Stabilità 2016, che stabiliva la disponibilità di 15 milioni di euro per il Progetto Genomi-Italia, poneva anche il vincolo dell’identificazione, nel giro di soli sei mesi, di almeno un ente co-finanziatore disposto a partecipare al Progetto con una quota non inferiore alle risorse destinate annualmente dallo Stato. Nonostante le manifestazioni pubbliche da parte di enti interessati a co-finanziare (La Repubblica, 4 dicembre 2017), nessuna partnership giunse a concretizzazione, presumibilmente per motivi legati alle obbligazioni di legge o per le tempistiche ristrette di un bando per l’identificazione del co-finanziatore aperto dal Ministero della Salute e chiuso nel giro di 10 giorni. Come previsto dalla legge, il Progetto si è chiuso per assenza di un co-finanziatore (Relazione conclusiva della Commissione, Ministero della Salute). Il Milleproroghe 2017 ha impiegato l’importo originariamente stanziato dal Parlamento per il Progetto Genomi-Italia per la stabilizzazione dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità.

19/08/2017

Le palle di Renzi, che usa anche la figlia...

«Su un volo di ritorno dal Giappone, mentre sorvoliamo le Coree, mia figlia Ester, che per una volta ci ha accompagnato, è sveglia a smanettare sull’iPad mentre io guardo alcune carte. Il comandante ci manda a chiamare: “Ester, vuoi vedere una cosa speciale? Stiamo sorvolando la Corea del Sud, vedi quelle luci?”. “Sì.” “Bene, quella è la Corea del Sud. E invece vedi che lì sopra non c’è niente di illuminato, tutto è buio, totalmente spento?” “Vedo.” “Sai perché è così buio? Perché quella è la Corea del Nord. La Corea del Nord è una pericolosa dittatura e per scelta non illuminano niente, tengono tutto al buio.” Ester rimane colpita, la parola “dittatura” la fa corrucciare. Poi, mentre la riaccompagno al suo posto, prendendomi la mano mi dice a voce bassa: “Babbo, l’altro giorno a La7 hanno detto che tu vuoi fare una riforma della Costituzione per portare la dittatura in Italia. Non è che adesso spegni le luci anche da noi, vero?”. Non so se ridere o piangere. Nel dubbio, la abbraccio e la stringo forte. “Non ci sarà mai più la dittatura in Italia, non dare ascolto a chi racconta che spegneremo le luci. E non credere, amore mio, a tutto quello che dice la tv. E, per favore, rimettiti a guardare Braccialetti rossi, non i talk show.”»

(Dal libro Avanti, di Matteo Renzi.)

Faccio mie queste tre considerazioni di Simone Luti:

1. Renzi si recò in Giappone il 3 agosto 2015.
2. Un aereo che fa la rotta Tokyo - Roma non passa sopra le Coree, ma vola sopra il territorio russo.
3. Ester, la figlia usata come metafora del popolo da proteggere, nel 2015 sente parlare a La7 di Referendum e Corea del Nord. Nessuno, nel 2015, parlava di Referendum e Corea del Nord.

Aggiungo che la bambina nel 2015 aveva 9 anni, conoscete qualcuno di quell’età che si appassioni a dibattiti politici al punto di chiedere lumi su una riforma costituzionale? Ma soprattutto, voi a 9 anni guardavate fiction su cardiopatici e malati terminali di cancro? Qui siamo di fronte a qualcosa di veramente sensazionale, per non parlare della vista prodigiosa di tutto l’equipaggio, in grado di scorgere le luci delle due Coree a circa 2000 Km di distanza.

Ragazzi, questo è il vero fantasy, gli fa una sega Game of Thrones”.

Fonte

01/07/2017

Chi ha ucciso “l’Unità” se ne fotte di chi ci ha lavorato

Non sorprendetevi se ci occupiamo di chi ha lavorato – sapendolo benissimo – per Renzi e soci. Anche in quel mazzo, non erano e non sono tutti uguali. C’è chi è stato traghettato direttamente nel nuovo giornalino on line, chi ha avuto o avrà un posto in Parlamento o come ufficio stampa, e chi nulla.

Quel che ci è sembrato interessante e utile far conoscere, di questo post Facebook di Massimo Franchi, è soprattutto il dispositivo di potere che caratterizza il contafrottole di Rignano e soci. Nessun vincolo, nessuna riconoscenza, nessuna continuità. Usa e getta, come un kleenex. E stiamo parlando di professionisti dell’informazione... Figuriamoci come possono guardare, da lassù, ai lavoratori normali che non sono mai stati – anzi... – alle loro dipendenze.

*****

Dice: ‘Ma tu, profugo ‘in ostaggio’ de l’Unità, come l’hai presa la nascita di quel bel giornale chiamato ‘Democratica’ diretto dall’ex condirettore, ex Scelta Civica, ex Montezemolino, ex dalemiano, ex Istituto Gramsci, ex tutto di Andrea Romano supportato dall’ineffabile Mario Lavia, quasi direttore del sito pirata unita.tv che fino al giorno prima andava in tv ancora col sottopancia ‘Unità’ e da una redazione di ex bersaniani; il tutto orchestrato dal Pd che nel frattempo doveva aiutarci almeno ad avere gli ammortizzatori sociali per non essere più ostaggi e finirla finalmente con questi due anni esatti di tragicomica?’.
Io? Io l’ho presa bene. Come Gramsci.

COMUNICATO DEL Cdr
Roma, 30 giugno 2017

Due anni fa esatti l’Unità tornava nelle edicole per volontà dell’allora premier e segretario del Pd Matteo Renzi e ci tornava con una compagine aziendale e una direzione scelta direttamente dai vertici del Partito Democratico. Oggi, mentre i lavoratori de l’Unità sono da due mesi senza stipendio, mentre il giornale non è più nelle edicole perché gli azionisti di maggioranza Guido Stefanelli e Massimo Pessina fra i tanti non hanno saldato i debiti con lo stampatore, il Partito Democratico (che della società editrice del giornale è socio al 20%) lancia il suo nuovo quotidiano on line senza ancora aver fatto nulla di concreto per garantire ai dipendenti de l’Unità almeno il diritto agli ammortizzatori sociali. E lo fa dalle pagine di quel blog unita.tv, di cui il Pd è editore attraverso la fondazione Eyu, che del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha per due anni utilizzato indebitamente la testata senza che il Partito Democratico si adoperasse mai, fatte salve le rassicurazioni e le promesse puntualmente inevase, per risolvere una situazione di confusione che tanto danno ha creato al giornale di carta.

Dopo la coltre di silenzio che è stata calata sulla sorte de l’Unità, dopo le parole del segretario Matteo Renzi che ha cercato di liquidare i problemi del giornale come si trattasse di una crisi industriale privata e non quella di una azienda di cui il Pd è socio e di cui il partito ha contribuito a decretare il fallimento esercitando in questi due anni la propria “golden share”, possiamo dire che l’ipocrisia è caduta definitivamente e che il Partito Democratico ha finalmente scoperto le proprie carte seppellendo l’esperienza de l’Unità, la sua storia e il destino di 35 famiglie, preferendo dedicarsi ad un nuovo progetto autoprodotto e autorefenziale. Per quanto amareggiati non siamo affatto sorpresi. Sapevamo da mesi di essere rimasti da soli a difendere l’Unità, la sua storia e il suo futuro, stretti in una morsa che ha visto per troppo tempo il quotidiano e i suoi lavoratori ostaggi di un braccio di ferro fatto di ricatti e veti incrociati fra l’azionista di maggioranza, la Piesse di Stefanelli e Pessina, e quello di minoranza, il Partito Democratico.

Due considerazioni, infine. La prima: speriamo che il Pd abbia il buongusto di togliere la testata dell’Unità dal blog in cui viene diffuso il nuovo quotidiano on line. Lo riteniamo un fatto di rispetto e coerenza. La seconda: il 30 luglio 2014 la prima pagina del nostro giornale recitava “Hanno ucciso l’Unità”. Due anni dopo si svelano gli autori del delitto perfetto, quello di allora e quello di oggi.

Il comitato di redazione de l’Unità

Fonte

20/06/2017

“Un appello alla sinistra: basta con gli appelli!”

di Marta Fana - Francesca Fornario

Abbiamo letto gli appelli di Rifondazione e Possibile a Sinistra Italiana “per una sinistra unita contro questo governo”. Gli appelli di Sinistra Italiana a Mdp che sostiene questo governo. Gli appelli di Mdp “per unire il fronte del No al referendum” a Pisapia che ha votato Sì al referendum. Gli appelli di Pisapia a Renzi (“Non è un mio avversario, il mio avversario è il centrodestra”: cioè l’alleato di Renzi). Gli appelli di Renzi e del Pd a Confindustria e a Berlusconi (“Silvio, lascia Salvini!”). Gli appelli di Berlusconi a Salvini, di Salvini a Meloni, di Meloni a Casa Pound, di Casa Pound a Nina Moric che si candida con la promessa di rispedire gli immigrati a casa loro (se vince, torna in Croazia). Li abbiamo letti tutti gli appelli, compresi quelli, inascoltati, di Cuperlo a Cuperlo: “Se il Pd fa l’accordo con Berlusconi i nostri elettori ci abbandoneranno!”. E torneranno a votare per Berlusconi.

Renzi ha poi sfanculato Mdp (“Ai fini elettorali è ininfluente”: il Pd è in grado di perdere anche senza D’Alema) e ha sfanculato Pisapia (“Con lui solo se lascia D’Alema, da D’Alema e Bersani solo risentimento personale”: vero anche questo, volevano essere loro a sfasciare il Pd). Pisapia ha sfanculato Sinistra Italiana, compiacendosi che “al nostro appello per unire il centrosinistra hanno risposto in molti”. Tranne il centro e la sinistra, dettaglio che non inficerà l’allargamento del Campo Progressista dopo l’endorsement di Bindi, Letta, Tabacci: “Uniti contro chi ha distrutto la democrazia”. La Democrazia cristiana. Dopo il voto inglese Renzi ha cambiato idea: niente più voto anticipato e nuovo appello a Pisapia (se Corbyn vinceva, metteva la foto profilo di Marx). Dopo le amministrative ha cambiato idea di nuovo, fomentato dalla débâcle dei 5Stelle che perdono ovunque si presentano senza Bersani come avversario: “Elezioni il prima possibile e si torna al bipolarismo: ai ballottaggi centrodestra contro centrosinistra”. Dopo anni che andavano d’accordo. Segue appello di Pisapia a Prodi a sfidare Renzi alle primarie e sfanculamento di Prodi a Pisapia mentre la Cgil lancia alla sinistra l’appello contro i voucher e il governo sfancula la Cgil e vota la fiducia sui voucher alla vigilia della manifestazione Cgil contro i voucher, per consentire alla minoranza Pd e a sei senatori di Pisapia di partecipare a tutte e due. Pure Mdp sfancula la Cgil: “Non possiamo far cadere il governo prima che venga approvata la legge sulla tortura”. Bisogna spiegare loro che la tortura non è punibile se ci si sottopone spontaneamente.

Tutti, da Prodi ai comunisti passando per Cuperlo e Pisapia, hanno però risposto positivamente all’appello di Falcone e Montanari per fare la sinistra unita.

Alla luce di ciò, vorremmo rivolgere alla sinistra l’appello a non rivolgere altri appelli. L’aspirante elettore di sinistra ha perso il conto degli appelli della società civile e dei partiti che aderiscono agli appelli della società civile. Li legge tutti, ma poi si domanda cose semplici.

Tipo: ho capito l’appello all’unità, ma come lo difendiamo il lavoro con chi lo ha precarizzato attraverso i voucher e prima ancora con il Pacchetto Treu, la Legge Biagi, la riforma Fornero e il Jobs-Act (votato tra gli altri da Speranza e Bersani) al punto che il 60% dei nuovi occupati sbandierati da Renzi sono a tempo determinato? Come la difendiamo la Costituzione con chi, come Pisapia, ha votato le riforme costituzionali di Verdini dettate dalla Jp Morgan? Con chi il 25 Aprile sfila con le bandiere gialle e blu per ricordare il contributo alla resistenza dei daltonici? Come lo difendiamo il ripudio della guerra con chi, come D’Alema, ha bombardato il Kosovo e voluto gli F-35?

Come combattiamo le “Disuguaglianze crescenti” alle quali fa appello ogni appello se invece di denunciarne gli effetti non condanniamo le cause e chi le ha determinate, impoverendo lavoratori e pensionati nel salario e nei diritti e ingrassando i profitti delle imprese e le rendite finanziarie?

Come redistribuiamo i redditi con chi ha tolto la tassa sulla prima casa anche a quel 10% di Italiani che possiede il 35% dei redditi nazionali? Come tuteliamo il diritto alla casa con chi vi ha investito lo 0% del Pil, mentre 4 milioni di persone sono senza tetto? Come garantiamo i servizi pubblici con chi li ha esternalizzati e ridotti tagliando le risorse e bloccando le assunzioni? Con chi ha voluto il pareggio di bilancio in costituzione, il fiscal compact, le trivelle, il Ttip e il Ceta? Come tuteliamo le pensioni con chi ha votato l’allungamento dell’età pensionabile e di pensione ha difeso solo la propria, sostenendo che non si possono equiparare le pensioni dei parlamentari a quelle dei cittadini (avranno pensato: dove li trovi centomila euro per ogni cittadino?). Come tuteliamo i lavoratori con chi ha regalato alle imprese l’equivalente di due finanziarie, lasciando che 6 milioni di lavoratori scivolassero sotto la soglia di povertà? Come garantiamo ammortizzatori sociali a tutti con chi, con i soldi pubblici, ha salvato le banche e non i lavoratori? Come assicuriamo l’uguaglianza davanti alla legge se lo stato requisisce la refurtiva ai ladri ma non espropria le aziende che sfruttano i lavoratori? E la giustizia sociale se non togliamo alle imprese il dominio su quanto, cosa e come si produce e si lavora? Come tuteliamo l’istruzione e l’ambiente con chi ha votato lo “Sblocca Italia”, la “Buona scuola”, l’alternanza scuola-lavoro che obbliga gli studenti a lavorare gratis? (Alcuni li hanno messi a sostituire la carta igienica nei bagni! E questa era la parte che si svolgeva a scuola).

Soprattutto – sarà una domanda scema – come la facciamo la sinistra con chi ha sostenuto quattro governi di larghe intese con la destra? Con chi ancora salva il Governo al vaglio dei voucher e del decreto Minniti, che stabilisce che i richiedenti asilo dovranno svolgere “lavori socialmente utili” (se gli immigrati vogliono integrarsi in Italia, che si abituino a lavorare gratis!).

Andiamoci piano con questi generici appelli all’unità perché il rischio, se a ridosso delle elezioni fai un appello a tutti, è che tutti lo sottoscrivano. Per convenienza elettorale. Compresi quelli che si sono ravveduti a metà, tipo Speranza che propone di non cancellare il Jobs Act ma di eliminare solo la norma sui licenziamenti collettivi o Bersani che si accontenta di un ritocchino (“Non dico di ripristinare l’articolo 18 ma almeno il 17 e mezzo”, ha detto, per ricordarci come ha fatto Renzi a diventare segretario del Pd).

Corbyn, Sanders, Mélenchon, Iglesias hanno dimostrato che i voti non si sommano: si conquistano.

L’aspirante elettore di sinistra non vuole una sinistra unita. Vuole una sinistra credibile.

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01/03/2017

Il teatrino della scissione e i personaggi sulla scena...

Come in tutte le scissioni, anche in questa del Pd c’è stato il solito teatrino di perfidi tramatori e pontieri, innamorati respinti e cantastorie che dicono che non ci si divide per una cosa come la data del congresso, ma soprattutto indecisi e ripensanti. Per uno scherzo della memoria, mi ricordano una nota canzone napoletana...


“E levete a cammesella
  A cammesella gnornò, gnornò

  E levete a cammesella

  A cammesella gnornò gnornò”



Essendo ormai giunto ad una età non verdissima (diciamo così), di scissioni ne ho viste ad ufo, non meno di una sessantina ed un paio ne ho fatte. Abbastanza per aver capito quale è il copione fisso di questa che, in fondo, è una sceneggiata: c’è lo scissionista che minaccia, va deciso verso la porta, poi si ferma, per dire che non è lui che se ne va ma l’altro che lo caccia, e torna un po’ indietro, dicendo che basterebbe un segnale, magari piccolissimo, per trattenerlo. E c’è “quello che resta” che si irrigidisce rifiutando stentoreamente “il ricatto”.

Lo scissionista riprende la via della porta e quello che resta fa una nuova proposta per trattenerlo, mentre con le braccia lo spinge vigorosamente verso la porta.

Poi entra in scena il coro di prefiche e padri nobili, che lamentano a gran voce quale grande sciagura sarebbe la divisione e perché la si debba assolutamente evitare; e via di questo passo, sino a quando non entra in scena “il pontiere” che tenta di ricucire lo strappo, sempre spargendo calde lacrime su quale orrenda ferita sarebbe la scissione.

Ed allora è fatta: quando entra in scena il “pontiere” è proprio sicuro che la scissione si fa, anche se, per il diletto del pubblico, l’avanti e indietro verso la porta va avanti ancora per un po’.

Qui non è mancata nessuna delle parti in commedia: ci sono i perfidi tramatori d’opposta sponda (Renzi e D’Alema), i pontieri (Franceschini, Orlando, Cuperlo), gli innamorati respinti (Bersani, Rossi, Speranza) i cantastorie che narrano la mancanza di motivazioni ideali della rottura (i giornalisti di Repubblica), i ripensanti (Emiliano) ed anche il coro di prefiche e padri nobili (Letta, Bindi, Prodi). Stavolta la voce di Napolitano è stata fioca, quasi non si è sentita: deve avere la raucedine.

Insomma, siamo seri, il Pd si è spaccato perché è un partito che non ha ragione di esistere. Prefiche e padri nobili lamentano la perdita del progetto. Progetto? Quale progetto? Quello del jobs act, della buona scuola, della riforma piduista della Costituzione, della riforma di Bankitalia che ha fatto fior di regali alle grandi banche?

Diciamoci la verità: il Pd, sin dalla sua nascita, con la famosa “fusione a freddo”, non ha avuto altro progetto che quello doroteo dell’occupazione del potere e basta. Con una differenza rispetto ai dorotei storici (Rumor, Piccoli, Colombo, Gava, Andreotti, Lattanzio, Gaspari, Bisaglia ecc.) quelli, amministrativamente, ci sapevano fare mentre questi sono un disastro.

Commoventi, poi, sono quelli che dicono di non capire le motivazioni della scissione, che sarebbe avvenuta su una stupidissima questione di date e su nessuna sostanza politica. Che Renzi canti il ritornello della data del congresso come unico motivo della scissione è logico: è una delle parti in causa e racconta la cosa nel modo a lui più favorevole, va bene, ci sta. Ma che altri ci caschino, o facciano finta di cascarci, è cosa da ridere. Ma insomma: la minoranza è accusata di aver sabotato la segreteria Renzi, di non averne condiviso le magnifiche riforme su scuola, lavoro ecc. sino al punto di dissociarsi apertamente in un referendum su una bazzecola come l’ordinamento costituzionale non conta niente o non ce lo ricordiamo?

E’ ovvio che la questione della data e delle modalità del congresso sono solo l’ultima goccia. La scissione vera è avvenuta nella notte del 5 dicembre, quando la minoranza ha brindato alla sconfitta del Pd nel referendum: beninteso, ho brindato anche io, ma, appunto, non sono del Pd. Bastava vedere gli scontri feroci fra i piddini sostenitori del Si e del No durante la campagna e il giorno dopo i risultati, davanti alle sedi del partito, per capire che aria tira.

A me è bastato vedere come si trattavano Rondolino e Gotor in una trasmissione, per capire che ormai si era all’insopportabilità fisica dell’altro. Non ci sono mai state le condizioni per un congresso che non fosse un campionato di lotta libera. E poi c’è la storia del partito a dire che questo è un esperimento fallito che è durato anche troppo.

Il Pds fu già il prodotto di un lungo periodo di “mutazione genetica” del vecchio Pci, da partito comunista in liberal-conservatore, ma facendo intendere alla base che fosse la prosecuzione del Pci in un abile travestimento. Poi, ci fu la fusione con la Margherita: una cinica somma di apparati ciascuno dei quali pensava di buggerare l’altro ed impadronirsi della ditta. Nel frattempo, il partito perdeva quasi il 25% dei suo elettorato di origine (e di più sul fianco dei Ds), oltre che una bella fetta di iscritti.

Poi, con la sostanziale sconfitta del 2013 e l’arrivo di Renzi, si completava una nuova mutazione genetica: il Pd perdeva gradualmente un’altra importante fetta di elettori, in gran parte ex Ds, sostituiti dalla massa degli elettori che nel 2013 votò per i partiti di centro (Sc, Udc eccetera). Quanto agli iscritti, sono precipitati a poco più di 100.000, equamente divisi fra carrieristi, affaristi e scalatori e vecchi un po’ decotti che ragionano come se questo fosse la prosecuzione del vecchio Pci.

Ormai il Pd è già Partito della Nazione e del leader. Non è Renzi l’abusivo del Pd, era proprio la sinistra che non aveva alcuna seria ragione per restarci. Che altro dovrebbe esserci per motivare la rottura?

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25/02/2017

Si parla di elezioni per giocare meglio sulle privatizzazioni

Sconfitti duramente, tra referendum e sentenza della Consulta. Ma sempre all’attacco per scardinare il sistema istituzionale e imporre un’autorità centrale forte, non condizionabile dal basso (dalla popolazione e dai suoi bisogni), ma pronta a rendere operative le indicazioni dell’Unione Europea e/o della Nato.

Roberto D’Alimonte è notoriamente il “padre” intellettuale della legge elettorale chiamata Italicum e una persona normale si aspetterebbe di vederlo ritirato in un eremo a meditare su quanti errori abbia compiuto, insieme a Renzi & co., fino ad assaporare il gusto sabbioso della sconfitta.

E invece no. Eccolo sempre lì ad “osservare” gli andamenti della politichetta italiana e a suggerire golpetti, forzature, escamotage, furbizie di corto respiro, pur di attingere l’agognata “governabilità”. Le preoccupazioni per "il destino del paese" sono in questo caso materia buona solo per lo storytelling...

Ieri, su IlSole24Ore, ha provato a spiegare perché sarebbe meglio che le elezioni politiche anticipate avvenissero a giugno. In pratica, ha messo in prosa articolata ciò che Renzi affida alle battutine pro-tv e ai maneggi interni al vertice del Pd. Tema: dalle urne uscirà sicuramente un papocchio di rappresentanza politica completamente sfrangiato, grazie al “proporzionale” residuato dalla mutilazione dell’Italicum. Fare un governo che escluda i Cinque Stelle – programmaticamente votati al rifiuto di qualsiasi alleanza – non sarà semplice, visto che il previsto inciucio tra Renzi e Berlusconi non sarà probabilmente sufficiente a raggiungere una maggioranza. Sarà complicato ma non impossibile imbarcare Salvini e Meloni, al momento lepenisti di complemento, in questo modo complicando l'altrettanto non impossibile concorso di buona parte della “sinistrina” che si va aggregando intorno ai D’Alema-Bersani-Scotto-Fratoianni.

L’esperienza insegna che, conquistata la cadrega da parlamentare, possono cominciare le grandi campagne acquisti per rappattumare una maggioranza, pescando tra i tanti aspiranti “responsabili”. Ma per far questo ci vuole tempo. E le scadenze europee – quelle che hanno l’assoluta priorità su tutto – sono alquanto rigide. Ad aprile andrà approvato dal Parlamento un Documento di economia e finanza (Def) – base di partenza della legge di stabilità da approvare entro la fine dell’anno – che metterà in cantiere una manovra da almeno 20 miliardi; da finanziare tutta con tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e aumento delle tasse (incombe quello dell’Iva, temporaneamente congelato). Votare la fiducia a questo governo su questo punto potrebbe diventare problematico per la già scarsa credibilità della pattuglia "progressista". E questo potrebbe facilitare la caduta di Gentiloni in aprile (non se ne accorgerebbe nessuno, lì per lì...).

Votare in settembre è fortemente sconsigliato – da D’Alimonte – perché i tempi lunghi della formazione di un governo proporzionale – si arriverebbe a fine ottobre-inizio novembre – impedirebbero di rispettare le scadenze di presentazione di una legge di stabilità alquanto complicata. Peggio ancora sarebbe andare alle urne in febbraio, alla scadenza naturale della legislatura, perché – con una “finanziaria lacrime e sangue” alle spalle – per i partiti della coazione governativa attuale sarebbe una caporetto, consegnando il paese ai Cinque Stelle (temuti più per l’incompetenza che per la radicalità, da quelle parti).

Dunque, tanto vale andarci subito. E questo spiega la fretta dei renziani nell’espellere i vecchi tromboni diessini, nell’indire primarie “aperte” entro i prossimi 40 giorni, in modo da arrivare a giugno – l’11, in questa prospettiva, assommando amministrative e politiche – con un segretario “nuovo” sufficientemente saldo in sella.

Le complicazioni non mancano. E sono tutte interne alla banda che si è distribuita per il momento le poltrone dei ministeri. Su di loro incombe infatti il principale diktat dell’Unione Europea. Che non è tanto il trovare 3,4 miliardi per fare la “manovra correttiva” entro aprile, ma il come garantire alla Ue quelle privatizzazioni che solo in teoria dovrebbero ridurre il debito pubblico (dopo venti anni di privatizzazioni e di aumento del debito è davvero il minimo dubitare che il giochino possa riuscire). Anche perché da privatizzare è rimasto ben poco: le Ferrovie e (già alla seconda tranche) le Poste. Ossia due asset fondamentali che hanno pesanti ricadute sociali. Le Ferrovie infatti dovrebbero vendere la parte pregiata – le Frecce – e tenersi il resto, con buona pace di pendolari e treni “normali” a lunga percorrenza, considerati poco redditizi. Le Poste, invece, raccolgono i risparmi di milioni di persone con pochi spiccioli (pensionati, in primo luogo), che però nell’insieme sono cifre da capogiro (398 miliardi di attività, quasi il 25% del Pil, secondo l’ultimo bilancio); peraltro già allocate dalla Cassa depositi e prestiti. Ovvero una banca pubblica con un'operatività in parte simile ormai a quella di una banca d'affari (partecipa o acquisisce società).

Gli appetiti degli squali intorno a queste due prede sono ovviamente enormi, e non mancano resistenze anche all’interno del governo e dello stesso schieramento renziano. Al punto che le divisioni sul tema privatizzazioni attraversano ormai ogni gruppo parlamentare, per quanto piccolo e sbrindellato sia. Un primo risultato, non buono per i renziani, è lo spostamento della data delle "primarie" Pd dal 9 al 30 aprile. Appena venti giorni di differenza, ma bastano per mandare in soffitta le elezioni a giugno...

Sarebbe dunque bene guardare alla vicenda “elezioni anticipate” avendo presente questo quadro, anziché le dichiarazioni usa-e-getta di piccoli politici usa-e-getta.

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