Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2026

Si può vivere con 21mila € all’anno in Italia? L’Istituto Italiano di Tecnologia è convinto di sì!

Da mesi, in ogni consesso afferente o meno a vertenze che ci vedono impegnati, l’USB ripete che questo Paese, per cambiare registro economico e di conseguenza sociale, necessita dell’introduzione per legge di un salario minimo, indipendente dal settore di applicazione e indicizzato all’inflazione (quella reale non l’Ipca “depurata” dai costi energetici) che la nostra organizzazione quantifica in 2000€ netti al mese.

Se fino a dicembre 2025 la nostra richiesta generava compatimento o scherno negli interlocutori del momento, l’ennesima aggressione militare israelo-statunitense a un paese terzo con i relativi, pesantissimi, contraccolpi economici – il più macroscopico il diesel a 2,2€/litro e la benzina prossima ai 2€/litro in tutta la Penisola – ha dimostrato che quanto rivendichiamo è il minimo sindacale se quella che vogliamo vivere è una esistenza “libera e dignitosa” come recita l’art.36 della Costituzione italiana.

Articolo che, per altro, costituisce la base normativa che ha condotto la Cassazione a sentenziare che, in Italia il problema del lavoro sottopagato non è invenzione della nostra organizzazione, ma condizione strutturale causata dalla proliferazione di CCNL che impongono retribuzioni lesive di una vita dignitosa e che pertanto vanno disapplicati.

Ci chiediamo, quindi, come sia possibile imbattersi ancora in offerte di lavoro che, per il ruolo di assistente di un amministratore delegato, propongono una retribuzione annua lorda di 21 mila euro, circa 1250€ al mese.

La proposta a dir poco “irresistibile” viene dall’Istituto Italiano di Tecnologia, Fondazione di ricerca con sede prevalente a Genova – notoriamente una delle città più care d’Italia – vigilata dai Ministeri delle Finanze e della Ricerca e finanziata dallo Stato con, attualmente, 85 milioni di euro l’anno.

Una fondazione di diritto privato, ma di fatto pubblica nei finanziamenti che la sostengono e nei soggetti che ne esercitano il controllo, che tuttavia sembra poco attenta alle ricadute economiche e sociali che potrebbe generare, soprattutto in un settore strategico come quello dell’alta formazione.

Quando il governo Meloni legifera di “salario giusto”, quando la ministra Calderone parla di “grandi opportunità per i giovani e garanzie evolute”, hanno in mente quelle che offrono enti – di fatto pubblici – come l’IIT?

USB Lavoro Privato

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13/05/2026

A chi serve il ‘nuovo’ IIT?

Due premesse.

Pur condividendo le critiche che provengono da più parti del mondo accademico sulla nascita e sull’attuale conduzione dell’Istituto Italiano di Tecnologia, riteniamo che un ente di ricerca pubblico – compreso IIT e tutti gli enti finanziati prevalentemente dallo Stato – abbia sempre motivo di esistere.

E riteniamo, soprattutto, che il Personale che vi lavora rappresenti un insieme di professionalità che la ricerca italiana non deve perdere. Anzi, potrebbe e dovrebbe transitarle nell’alveo Pubblico portando alte professionalità nelle università e negli enti di ricerca.

Definito questo perimetro, ci chiediamo se l’IIT, per come sta evolvendo, sia veramente necessario al Paese. Ci poniamo il quesito a partire dallo stato generale della ricerca in Italia e in Europa in raffronto al resto del Mondo.

Appare chiaro che la Cina ha rapidamente recuperato l’arretratezza che scontava un trentennio fa e lo ha fatto con un modello organizzativo nazionale (i piani quinquennali) che hanno previsto e portato a compimento, a partire da una assoluta preminenza della ricerca e dell’innovazione, la predominanza nel settore energetico verde e la competizione nell’intelligenza artificiale e nella robotica con gli Stati Uniti, o meglio la ridotta oligarchia dei big tech, che attualmente detengono le chiavi del settore attraverso sistemi proprietari e sempre meno “open source”.

La domanda che poniamo sorge nel momento in cui, in brevissimo tempo, sono nate due nuove realtà: la prima – AI4I – è una Fondazione “dedicata” all’IA apparentemente indipendente (sebbene il lavoro tuttora compiuto nell’alveo IIT sia evidentissimo); la seconda – Generative Bionics – è una start-up che di fatto ha “assorbito” proprietà intellettuale, know-how e personale di IIT.

Quindi, due vere e proprie strutture in competizione con IIT su temi, lo abbiamo accennato, che meriterebbero ben altra attenzione e ben altri strumenti, di livello europeo non nazionale. Chiaro che AI4I e Generative Bionics abbiano direttamente ed indirettamente drenato anche fondi dall’ambito di IIT. Infatti, mentre per Human Technopole, i precedenti governi non avevano eroso finanziamenti a IIT, in questi due casi il Governo ha usato la Fondazione con sede a Genova come uno sfascia carrozze farebbe con un'auto incidentata.

La cosa è particolarmente evidente osservando Generative Bionics, che ambisce alla leadership – italiana e non solo – nella progettazione e produzione di robot umanoidi AI-driven. Nella start-up sono confluite quasi per intero alcune linee di ricerca e personale tecnico/amministrativo originariamente in forze a IIT, includendo diversi Dirigenti di ricerca e, come ovvia conseguenza, una quantità considerevole di know-how realizzato in oltre 20 anni di attività interna a IIT.

La portata di queste perdite, a nostro avviso, è tale da poter essere identificata al pari di una cessione di ramo d'azienda, e come tale avrebbe dovuto essere riconosciuta, in primo luogo dalla governance della Fondazione.

MA UNA FONDAZIONE PUBBLICA, FINANZIATA DAL PUBBLICO, per giunta rivolta alla ricerca e alla disseminazione, HA LA LEGITTIMITÀ DI ‘CEDERE’ A SUE SPESE PROPRIETÀ INTELETTUALE E PROFESSIONALITÀ?

Quello che ad oggi riscontriamo, è una gestione che lascia in estrema incertezza e sofferenza ciò che rimane dei reparti attivi nella robotica umanoide. L'impressione che ricaviamo è quella di un’operazione poco trasparente, che potenzialmente può portare alla scomparsa delle linee di ricerca in questione. Infatti, i processi di sostituzione del personale sono stati caratterizzati da notevole lentezza e riduzione dell’organico rispetto ai numeri precedenti la nascita della start-up. Di conseguenza non è stato possibile attuare un adeguato passaggio di consegne per preservare quella conoscenza che noi consideriamo un asset pubblico.

Quindi, anche al di là delle considerazioni sulla presunta utilità di fondare due nuove aziende su tematiche complementari a quelle storicamente sviluppate in IIT, ci chiediamo: il “modello” di trasferimento di conoscenza previsto per IIT era veramente questo? Verso soggetti concorrenti creati anche su nuove figure dirigenti? O era piuttosto l’impresa privata “vera” e non un intermediario ulteriore, come ci pare stia avvenendo per entrambe le strutture in questione?

E allora questo IIT “liberato” da ambiti di ricerca ritenuti di punta, riuscirà a sopravvivere alla compressione dei fondi statali? Saprà reagire in maniera diversa da come la dirigenza scientifica ha fatto nell’ultima finanziaria, quando il taglio di 15 milioni è stato assunto passivamente dai vertici mentre il personale entrava in mobilitazione? Taglio che, peraltro, sembra correlato con l’investimento di 15 milioni nel centro di calcolo di AI4I…

Va registrato che nel frattempo IIT ha cambiato narrazione. È passata dalla questua prima della legge di Bilancio, che ha indotto il personale a “scendere in campo” per chiedere interventi sia al Comune di Genova che alla Regione Liguria, alla recentissima e assolutamente contraddittoria proclamazione a mezzo stampa della grande capacità di attrazione di finanziamenti che caratterizzerebbe la Fondazione.

È in questo contesto che il 24 marzo scorso, IIT è stata oggetto di uno sciopero con livelli di adesione che non si riscontrano spesso nel settore e superiori al 50% del personale, che ha scioperato perché l’Istituto sostiene di non essere economicamente in grado di offrire condizioni salariali dignitose ai lavoratori, mentre le ha offerte ai dirigenti, come si evince analizzando l’andamento del costo del lavoro dettagliato nelle relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni.

Successivamente, durante una trattativa in cui l’ente si dichiarava ancora ‘nullatenente’, tanto da non poter approvare nemmeno aumenti in grado di coprire l’inflazione galoppante, sempre il personale riceveva l’invito ad una festa aziendale il primo luglio prossimo...

Delle due l’una, o l’IIT gode di un bilancio sanissimo tanto che lo devia su nuove iniziative imprenditoriali oppure è stressato dai tagli e, come tutta la ricerca italiana, sopravvive. Di questa mancanza di chiarezza la vittima è chiaramente il Personale.

Dunque, rispondere alla domanda sull’effettiva funzione di IIT è, ora, più che mai necessario e indissolubilmente legato alle richieste del Personale tecnico-amministrativo. Senza dimenticare il Personale di ricerca contraddistinto quasi per intero dall’essere in formazione o consulente para-subordinato. E anche su questo è ora di cominciare ad indagare meglio se sia lecito avere centinaia di autonomi in un ente di ricerca.

Ci auguriamo che siano gli stessi organi di controllo a porsi questi quesiti.

Come USB continueremo a sorvegliare attentamente l’ente, impedendo che a essere sacrificati siano ancora una volta i dipendenti e i precari!

USB PI Ricerca
USB Lavoro Privato


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13/04/2026

Confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale: entrambi sono convincenti quando sbagliano

Oggi mi lancio in un volo pindarico e confronto un manager delle tecnologie con l’intelligenza artificiale (IA), suggerendo una caratteristica che li accomuna: entrambi producono risposte convincenti. Di fronte a problemi complessi, non dicono quasi mai “non lo so”. Offrono invece spiegazioni coerenti, plausibili, ben costruite. Funziona, soprattutto con chi non ha gli strumenti per verificare. È ormai evidente che, esibendo lo stesso grado di sicurezza, l’IA può fornire risposte corrette, ma anche sbagliate. Non è un errore occasionale, è una caratteristica strutturale. Il problema non è l’errore, ma quanto sia credibile. Una risposta espressa con cautela si espone al dubbio, mentre si tende a credere ad una risposta espressa con sicurezza, se non si hanno strumenti conoscitivi per riconoscerne la fallacia.

Ed è qui che il parallelo tra l’IA e Cingolani diventa illuminante. Nel caso di Cingolani, il meccanismo si è costruito nel tempo. L’Istituto Italiano di Tecnologia nasce con finanziamenti pubblici ingenti e una promessa chiara: trasformare buona scienza in tecnologia, in industria, in sviluppo. Una promessa che ha giustificato un trattamento eccezionale rispetto al resto del sistema della ricerca. La promessa non è stata mantenuta in modo proporzionato agli investimenti. I risultati ci sono stati: pubblicazioni, brevetti, startup. Ma il punto non è questo: è la distanza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato realizzato. Critiche interne al mondo della ricerca hanno sottolineato proprio questo scarto, mettendo in discussione trasparenza, produttività e ricadute effettive dell’Istituto rispetto alle risorse ricevute. Quando la promessa è tecnologica, il criterio non è accademico. È industriale. Basta un confronto empirico.

Ho visitato il Technion di Haifa e non mi hanno mostrato brevetti, ma prodotti, aziende, tecnologie entrate nel mercato. La differenza non è retorica, è strutturale. È la differenza tra conoscenza e trasformazione della conoscenza in realtà economica. Cingolani ha costruito la propria figura proprio su questo passaggio: dalla scienza alla tecnologia. Ed è stato molto efficace nel raccontarlo. Mostrando il suo piccolo robot che dà la mano a Mattarella ma che non è mai andato in produzione (il robot, non Mattarella).

Poi Cingolani passa alla politica, come ministro della transizione ecologica. Anche qui il problema non è personale, ma strutturale: un ministero che richiede una visione ecologica è stato guidato con un’impostazione prevalentemente tecnologica, spesso accompagnata da affermazioni semplificate o controverse su temi ecologici complessi, di cui i suoi sponsor politici non erano evidentemente esperti. Non è un caso che il suo mandato sia stato segnato da polemiche e contestazioni pubbliche. Quando lo sentivo parlare di ecologia, da ecologo, faticavo a riconoscermi in quel linguaggio. Volevano affidargli anche lo Human Technopole di Milano, se è per questo. Il salto successivo è Leonardo, cioè l’industria della difesa. E qui il percorso si chiude, per ora. In un contesto di crescita della domanda di armamenti, i risultati economici possono essere positivi indipendentemente dalla qualità del management. Le guerre fanno crescere le industrie belliche.

Attribuire automaticamente questi risultati a chi guida l’azienda è una scorciatoia interpretativa. Ma se, oltre a questo, le capacità dei sistemi vengono raccontate in modo troppo ottimistico, se la promessa supera ciò che è realisticamente dimostrabile, come nel caso del Michelangelo Dome, allora il problema non è più tecnico, è reputazionale.

Se chi si è fidato scopre che la promessa era gonfiata, entra in gioco la dissonanza cognitiva. Se ho dato fiducia a qualcuno e quella fiducia mi porta a scelte sbagliate, ho due possibilità: riconoscere l’errore o difendere la scelta. La seconda è la più frequente. Non perché siamo irrazionali, ma perché difendere la scelta significa difendere noi stessi. Ed è qui che il parallelo con l’IA diventa completo. Se uso un sistema che mi dà risposte convincenti e, in base a quelle, costruisco le mie decisioni, mi trovo nella stessa situazione. Se emergono errori, non difendo il sistema: difendo la mia scelta di averlo usato. Il rischio non è di essere ingannati, ma di continuare a crederci. Nel caso di Cingolani, quello che sta emergendo potrebbe essere il contrario della dissonanza cognitiva: chi si era fidato smette di difendere la propria scelta. Spesso il sistema si auto-protegge. Ma quando non lo fa, la caduta è rapida (pur con un paracadute milionario). E Cingolani, infatti, è stato licenziato. Per la prima volta nella sua carriera non aver mantenuto promesse mirabolanti gli è costato il posto.

A questo punto può nascere, e sta nascendo, la narrazione del martire: non è stato lui a sbagliare, è il potere che non lo ha capito. È una reinterpretazione che evita di affrontare la questione più scomoda: la distanza tra promessa e risultato. Il punto, ancora una volta, non è personale. È sistemico. Viviamo in un mondo in cui la capacità di costruire narrazioni convincenti conta spesso più della capacità di produrre risultati verificabili. Questo vale per la politica, per la tecnologia, e sempre di più per gli strumenti che utilizziamo per capire il mondo. L’IA e Cingolani, in questo senso, non sono eccezioni. Sono sintomi di un sistema che premia chi ha una risposta per tutto e penalizza chi ammette i limiti della conoscenza.

E allora la domanda non è se fidarsi o meno. La domanda è: siamo ancora capaci di verificare? Perché il vero problema non è essere indotti in errore ma continuare a difendere quell’errore per non ammettere di esserci fidati eccessivamente.

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09/01/2026

[Contributo al dibattito] - Il bilancio ancora modesto dell’IIT: laboratori pieni, mercati vuoti

Ci sono domande che, a un certo punto, smettono di essere scomode e diventano inevitabili.

Dopo oltre vent’anni di attività, una di queste riguarda l’Istituto Italiano di Tecnologia: che cosa ha realmente prodotto per il Paese?

Non in termini di pubblicazioni scientifiche, né di reputazione accademica, né di convegni internazionali. Ma in termini di prodotti sul mercato, imprese scalate, occupazione industriale, fatturato, competitività economica. In altre parole: valore misurabile.

La risposta, oggi, è difficile da aggirare: il bilancio industriale e di mercato resta modesto.

Dalla sua fondazione, l’IIT ha beneficiato di un finanziamento pubblico strutturale e continuativo senza eguali nel panorama italiano. La dotazione iniziale prevista dalla legge istitutiva era di 100 milioni di euro l’anno, poi stabilmente attestata tra 85 e 95 milioni annui.

Sommando i contributi annuali lungo un arco di circa ventidue anni, sulla base dei bilanci ufficiali pubblicati e delle serie storiche disponibili, la spesa pubblica complessiva stimata si colloca tra 1,9 e 2,1 miliardi di euro.

Quasi due miliardi di euro di risorse pubbliche.

Una cifra che non consente più valutazioni indulgenti, né giudizi basati sulle intenzioni. Una cifra che impone un bilancio severo, perché a questi livelli il tema non è più la qualità della ricerca, ma il ritorno per il Paese.

A fronte di questo investimento, non esiste oggi un singolo prodotto di largo mercato riconducibile all’IIT. Non esiste un campione industriale globale nato dai suoi laboratori. Non esiste una nuova filiera produttiva italiana che porti chiaramente il suo marchio. Non esistono ritorni fiscali, occupazionali o industriali proporzionati allo sforzo sostenuto dai contribuenti.

Questo va detto con onestà intellettuale, senza negare ciò che l’IIT ha fatto bene.

Ha prodotto ricerca di qualità. Ha attratto talenti internazionali. Ha sviluppato prototipi avanzati, soprattutto nella robotica, nei materiali e nelle neuroscienze. Ha generato startup, alcune promettenti, molte fragili, poche realmente arrivate a una scala industriale significativa.

Ma tra il laboratorio e il mercato continua a esserci un vuoto strutturale.

Ed è questo il punto che non può più essere eluso.

Il confronto internazionale rende questo dato ancora più evidente. Modelli consolidati di ricerca applicata come la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania o il CEA-Leti in Francia non misurano il proprio successo solo in termini di eccellenza scientifica, ma soprattutto in tecnologie adottate dall’industria, contratti industriali, licenze, spin-off scalate sul mercato.

La Fraunhofer, in particolare, ha fatto del trasferimento tecnologico una parte strutturale del proprio mandato.

Un solo dato rende il confronto esplicito: la Fraunhofer opera con un budget annuale di circa 3,6 miliardi di euro, di cui una quota rilevante proviene direttamente da contratti di ricerca con l’industria.

Il CEA-Leti, a sua volta, ha dato origine nel tempo a decine di spin-off industriali nei settori della microelettronica, della fotonica e dei dispositivi medicali, molte delle quali sono oggi imprese mature, con centinaia o migliaia di addetti.

Non si tratta di modelli perfetti, ma di sistemi che legano esplicitamente il finanziamento pubblico a risultati industriali verificabili. Ed è proprio questo passaggio che, nel caso italiano, appare ancora debole.

L’IIT non era stato concepito come un centro di ricerca fine a se stesso. Era stato presentato come lo strumento per colmare il cronico fallimento italiano nel trasferimento tecnologico, come il ponte tra scienza e industria, come l’infrastruttura capace di trasformare conoscenza in crescita.

Dopo oltre vent’anni, quel ponte appare ancora incompiuto.

Il problema, va chiarito una volta per tutte, non è la ricerca.

Il problema è l’assenza di obiettivi industriali vincolanti, di metriche stringenti di impatto economico, di una cultura della responsabilità sul risultato. Perché quando il finanziamento è pubblico, stabile e di queste dimensioni, l’assenza di risultati non è neutrale.

La ricerca pubblica non può vivere solo di promesse future. Deve produrre valore oggi. Deve creare imprese, tecnologie adottate, occupazione qualificata, ritorni misurabili. Deve contribuire alla crescita della produttività nazionale.

Altrimenti diventa ciò che l’Italia conosce fin troppo bene: un’eccellenza isolata, costosa e incapace di cambiare il sistema.

Dopo ventidue anni e quasi due miliardi di euro spesi, è legittimo dirlo senza ipocrisie: il bilancio economico e industriale dell’Istituto Italiano di Tecnologia è ancora largamente al di sotto delle aspettative che ne avevano giustificato la nascita.

La domanda, ormai, non è più se l’IIT faccia buona ricerca.

La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: quanto ancora l’Italia può permettersi di investire senza pretendere risultati industriali proporzionati?

Continuare a evitarla non è prudenza.
È rinuncia.

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L'articolo per forma e contenuti lascia poco spazio alla critica. Il discorso, tuttavia, approfondisce in maniera insufficiente le cause profonde di una situazione incontestabile: i risultati "modesti" di IIT derivano dal fatto che l'Istituto, come il resto della ricerca in Italia è una isola nel nulla produttivo.
Perché a mancare da 40 anni è una idea generale e pianificata del ruolo che l'Italia – intesa come "sistema Paese" – può e vuole ottenere nella divisione internazionale del lavoro e, conseguentemente, una politica industriale di grande respiro per concretizzare quel ruolo.
Senza tutto questo non c'è ricerca e soprattutto, analisi su di essa e i suoi ritorni, che tengano, ma soltanto discorsi ormai troppo astratti per un Paese e una società che sprofondano sempre più velocemente nel sottosviluppo.

24/06/2024

Ricerca, elezioni IIT: la RSU esce più forte. USB pronta a continuare a svolgere il ruolo assunto 5 anni fa

La votazione conclusa da poche ore per la elezione della prima RSU di IIT rappresenta, a partire dalla forte partecipazione al voto, un segnale importante per la Fondazione.

Una RSU forte, con 2 sigle equamente rappresentate (al di là dei seggi assegnati) e pronta a continuare a combattere sui diritti in continuità con il percorso portato avanti fino ad oggi.

USB cresce e conferma il riconoscimento dei Lavoratori e delle Lavoratrici della Fondazione. Questo è il risultato complessivo del voto.

Come USB non possiamo che ringraziare tutti i candidati e i Lavoratori e le Lavoratrici per la partecipazione a questo importante appuntamento e per il voto espresso ed auguriamo a tutta le neo eletta Rsu un proficuo lavoro.

Riteniamo inoltre estremamente importante che la RSU neo eletta sia rappresentativa anche dei Centri esterni, a dimostrazione che non serviva parcellizzare il voto per rappresentare tutti.

Usciamo da questa consultazione ancora più responsabilizzati e determinati dalla conferma e dal rafforzamento elettorale. Possiamo dare continuità e passare subito ai fatti. Ci saranno momenti difficili ma il messaggio dato alla Fondazione è chiaro ed evidente:

La RSU rappresenta Lavoratori e Lavoratrici ed è da loro riconosciuta.

Il baricentro restano le assemblee del Personale e le sue decisioni!


Genova, 21/06/2024

USB Lavoro Privato

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28/09/2023

IIT: vent’anni, più di 2 miliardi investiti e solo 80 dirigenti con il contratto industria

È lecito nell’Europa del patto per la ricerca e l'innovazione?

In questi giorni, il 21 settembre, IIT inizia le celebrazioni del ventennale dalla fondazione. Questo ci spinge a tornare su un argomento che Roars ha spesso affrontato. L’Istituto Italiano di Tecnologia.

Proprio a febbraio di quest’anno, Francesco Sylos Labini, ha sollevato alcune tematiche centrali sull’esistenza dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Ci ritorniamo con temi più sindacali, ma a nostro avviso centrali per la ricerca in genere, sperando che la redazione di Roars voglia accoglierci come ospiti.

Uno dei punti sollevati da Francesco Sylos Labini era l’esiguità del personale contrattualizzato. Cerchiamo di precisare la questione, dopo 8 mesi di un’estenuante trattativa che ha solo fumosamente delineato alcuni aspetti di una bozza di contratto aziendale limitato ai tecnici/amministrativi.

In effetti è proprio come scritto nell’articolo di Roars, solo circa 80 dirigenti hanno un contratto di lavoro derivato da un comparto, quello dell’impresa, che “premia” questo gruppo composto soprattutto da “team leader” che ha sapientemente scelto di “eludere” gli stipendi della ricerca italiana per poter approdare a salari ben superiori (magari la Fondazione potrà smentirci con dati dettagliati, ma ad oggi questo deriva dai bilanci) a quelli della docenza o degli enti pubblici di ricerca.

Le domande su come la “mission” dell’IIT ricade sul tessuto economico-produttivo italiano sono quindi più che lecite. Un dirigente di impresa privata ha vincoli di ricaduta ben più evidenti di quelli che, anche Francesco Sylos Labini poneva per l’IIT nel proprio articolo.

A questa “isola felice” per i dirigenti si aggiungono 600 dipendenti contrattualizzati individualmente, la cui carriera è discrezionalmente costruita dalla stessa dirigenza industriale di cui sopra.

Sebbene li abbiamo richiesti più volte, non siamo riusciti ad avere dati che facciano comprendere come questa discrezionalità sia declinata e di fatto, dai dati accorpati che abbiamo consultato, deriva che uno stesso tecnico od amministrativo può avere le stesse funzioni di un collega ma salario differenti anche del 100%.

La questione del salario minimo, in questo caso, si pone perfettamente perché con 40 ore settimanali senza una definita pausa pranzo, i 20 mila euro annuali definiti come la retribuzione annua più bassa, a difficoltà si collocano sopra i 9 euro/ora. E parliamo, è bene ripeterlo, di un datore di lavoro nell’alveo pubblico.

Peggiore è la situazione del corpo di ricerca, difficile da organizzare e portare alla coscienza rivendicativa. Divisi tra strutture ibride universitarie/epr e IIT, sono tutti atipici o borsisti. Nessuna figura di ricercatore “stabile” è prevista. E ogni tentativo di riportare la contrattualità nell’alveo della carta del ricercatore UE non viene recepita né dalla Fondazione né dallo stesso corpo della ricerca.

In sostanza, diviene verosimile supporre che la presenza di borse da 20 mila euro annui, si sovrapponga a coordinatori che prendono anche 10-15 volte di più (comprendendo la premialità).

Nel titolo dicevamo che IIT celebra il ventennale. Ma questa situazione di bassi salari nella ricerca nei giorni in cui si parla di fughe all’estero da parte di medici ed infermieri è sostenibile per un ente che dovrebbe rilanciare la ricerca applicata e fungere da volano per il sistema economico italiano?

Al di là della valutazione della ricerca prodotta da IIT, che pure è necessaria, determinare una giungla contrattuale è lecito nell’alveo del pesante finanziamento pubblico che sorregge la Fondazione?

Come USB PI Ricerca continuiamo il nostro ruolo per far emergere queste contraddizioni, sempre più convinti che Università e Ricerca Pubblica abbiano un bacino di notevole professionalità in IIT da cui attingere personale con esperienza formata ma pagato pochissimo. Un bacino che potrebbe divenire una risorsa importante in tempi di pensionamenti massicci negli enti pubblici.

Se dovesse iniziare l’esodo di lavoratori, i dirigenti IIT non dovrebbero giustificarsi verso chi finanzia la Fondazione? Che, peraltro, siamo sempre noi contribuenti...

Claudio Argentini Esecutivo Nazionale USB PI Ricerca

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13/12/2022

Istituto Italiano Tecnologia: “Contratto subito!”, alta l’adesione allo sciopero

Fallita la mediazione del Prefetto all’Istituto Italiano di Tecnologia FLC CGIL e USB hanno convocato uno sciopero di 4 ore. Ieri alta l’adesione a livello nazionale e a Genova 300 lavoratori sono sfilati in corteo nella strade della città. “Se la situazione non si sblocca siamo pronti ad andare avanti” dicono i sindacati.

Doveva essere un semplice presidio, ma si è trasformata in un vero e proprio corteo per le strade della Valpolcevera la manifestazione dei lavoratori della sede centrale dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Genova, vero e proprio gioiello di famiglia della ricerca italiana, nato quasi vent’anni fa per mano di Giulio Tremonti e Letizia Moratti, ma con la benedizione delle giunte regionali di centrosinistra. I rapporti dei lavoro dei dipendenti dell’Istituto, trampolino di lancio dell’ex ministro Roberto Cingolani, che ne è stato il primo direttore scientifico, non sono inquadrati in un contratto collettivo, ma sono normati da un regolamento interno adottato unilateralmente dalla fondazione che lo gestisce. Un problema che si somma a quello della precarietà strutturale dei ricercatori. Di entrambi ci eravamo occupati a ottobre (GliStatiGenerali301022) e ci torniamo il giorno dopo la proclamazione del primo sciopero nella storia di questo ente di ricerca, finanziato con 90 milioni di euro l’anno dallo Stato, ma in cui il contratto applicato negli altri enti di ricerca pubblica non ha diritto di cittadinanza, in quanto la fondazione è un ente di diritto privato.

Dopo che l’IIT, su richiesta di FLC CGIL e USB, aveva aperto un confronto con le organizzazioni sindacali, salvo chiuderlo precocemente dicendo che l’adozione di un contratto collettivo, magari sul modello di quello della Ricerca pubblica, non si attaglia all’organizzazione dell’Istituto, il Prefetto di Genova aveva convocato le parti per trovare una mediazione, tentativo risoltosi anch’esso in un nulla di fatto. Né i vertici della Fondazione hanno dimostrato maggiore sensibilità all’ordine del giorno approvato all’unanimità il 23 novembre dal Consiglio regionale della Liguria, con la richiesta di adottare “un contratto collettivo nazionale di riferimento per la ricerca scientifica” o, in alternativa, di stipulare “un vero e proprio contratto collettivo nazionale di lavoro dell’IIT valido per tutti i lavoratori” e frutto di un negoziato coi loro rappresentanti.

Di qui la decisione di convocare lo sciopero sia nella sede centrale sia in quelle periferiche. L’elevata adesione registrata ieri è stato un risultato non scontato in un ente sindacalizzatosi solo di recente e senza una tradizione di lotta: “L’adesione allo sciopero è stata molto alta” – ci conferma Maurizio Rimassa, dell’Unione Sindacale di Base“A Genova circa 300 lavoratori hanno partecipato al corteo che dalla sede di Morego è sceso verso Bolzaneto e ha occupato la rotonda contigua allo svincolo autostradale. Ma anche dalle sedi periferiche ci arrivano dati confortanti. Ad Aosta, Torino, Venezia, Napoli, Lecce e nelle due sedi di Milano si registra il fermo totale, ma l’adesione è stata alta anche a Roma, Pontedera, Trento e Pisa”.

Anche se qualche voce di corridoio riferisce di una qualche discussione in seno alla fondazione, ufficialmente fino al momento in cui scriviamo non si registrano reazioni all’iniziativa dei dipendenti. Ma il sindacato è deciso ad andare avanti: “Per ora – è il commento di Stefano Boero, segretario della FLC CGILprendiamo atto che la reazione dei lavoratori è stata molto positiva. Vediamo se la nostra iniziativa servirà a sbloccare la situazione. In caso contrario siamo pronti ad andare avanti con la mobilitazione, anche proclamando un nuovo sciopero, questa volta non di sole 4 ore ma per un’intera giornata, fino a che non otterremo risultati”.

Il comunicato emesso nel pomeriggio da FLC CGIL e USB ribadisce obiettivi e interlocutori con una nettezza che riflette la forza conferita loro dalla massiccia partecipazione dei lavoratori allo sciopero: da una parte la Fondazione e il suo “atteggiamento da padrone delle ferriere ottocentesco”, dall’altra “Enti Locali e Ministeri (poco) controllanti, perché non è più ammissibile farsi vanto dei successi di IIT quando si tratta di acquisire visibilità e poi non vedere né sentire quando sono i Lavoratori a reclamare attenzione e denunciare una situazione incresciosa di un Ente che vive di cospicui finanziamenti pubblici ma rifiuta di applicare leggi e contratti”. Parole che stigmatizzano anche il silenzio del governo. Nella nuova Italia del “merito” c’è spazio per i vecchi paradossi e l’inerzia della politica è bipartisan.

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02/11/2022

IIT - Tecnici senza contratto e ricercatori precari a vita

Ricercatori e dipendenti dell’Istituto Italiano di Tecnologia, la fondazione privata (ma lautamente finanziata dallo Stato) da cui ha preso il volo Roberto Cingolani, impegnati nella ricerca su robotica, nanomateriali e scienze computazionali, chiedono stabilità e un vero contratto di lavoro. Troppo? Pare di sì.

Chiedono semplicemente un contratto come qualunque altro lavoratore. Sono 600 dipendenti, amministrativi e tecnici, dell’IIT, l’Istituto Italiano di Tecnologia, fondazione di ricerca privata finanziata dallo Stato e sotto il controllo del Ministero dell’Economia e di quello dell’Università e Ricerca, vera e propria creatura di Roberto Cingolani, che ne è stato direttore scientifico per 15 anni, dalla nascita fino al 2019, prima di entrare in Leonardo e di diventare ministro nel governo di Mario Draghi e ora consulente per il nuovo esecutivo di centrodestra diretto da Giorgia Meloni.

Per tecnici e amministrativi contratto fai da te

“Sono lavoratori che svolgono funzioni di supporto ai ricercatori e il cui rapporto di lavoro, a differenza che per i loro dirigenti, non è normato da contratto collettivo ma un regolamento interno adottato in modo unilaterale dalla Fondazione e in cui, ad esempio, non sono previste le relazioni sindacali” ci spiega Maurizio Rimassa responsabile dell’Unione Sindacale di Base a Genova, dove hanno sede il cuore dell’Istituto – 11 sedi in Italia e due negli USA, che collaborano con istituzioni prestigiose come il MIT e la Harvard University – e il grosso dei dipendenti e dei ricercatori, oltre 1.900, di cui circa un quinto sono studenti di dottorato.

Il regolamento non nomina mai la parola “sindacato”, ma prevede la possibilità di eleggere una “Rappresentanza dei Dipendenti”, che è stata rinnovata circa un anno fa. Subito dopo le elezioni FLC CGIL e USB hanno tenuto fede agli impegni presi coi lavoratori, avviando un confronto con la Fondazione con l’obiettivo di sostituire il regolamento con un vero e proprio contratto, frutto di un negoziato con l’Istituto e non più “per gentile concessione”.

A giugno – ci raccontano i rappresentanti di CGIL e USB – le organizzazioni sindacali avevano incontrato i rappresentanti della Fondazione. Questi in un primo momento si erano mostrati abbastanza disponibili ad affrontare la discussione, compatibilmente con la situazione economica dell’Istituto, ma avevano respinto la proposta dei sindacati di creare un contratto ad hoc, partendo da quello della Ricerca e provando ad “armonizzarlo” con la situazione dell’IIT. E avevano scelto, in alternativa, di affidare a uno studio legale di Roma l’incarico di studiare quale tra i contratti collettivi già in vigore – metalmeccanici, chimici, commercio – fosse il più confacente alle proprie esigenze. A settembre, non avendo più ricevuto alcuna comunicazione, CGIL e USB sollecitano una risposta e il 10 ottobre ricevono una lettera in cui i vertici dell’Istituto scrivono che nessuno dei testi vagliati “presenta una struttura e disposizioni compatibili con l’attività, con l’organizzazione, con la natura giuridica e con la stessa funzione peculiarmente propria del nostro Istituto” e concludono che “il fatto che ad oggi non vi sia un contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento per operai, impiegati e quadri degli Istituti di ricerca privati rende allo stato di fatto impossibile adottarne uno, pur nella consapevolezza che alcune peculiarità del nostro Istituto potrebbero essere normate attraverso un processo negoziale di secondo livello”. La Fondazione, infatti, è un istituto di diritto privato, anche se riceve due terzi dei finanziamenti dallo Stato – nel 2021 circa 91 milioni di euro, contro 53 provenienti da “fonti esterne”, in larga misura anch’esse pubbliche o comunitarie – e soprattutto qualche anno fa, quando ci fu il blocco dei salari nella Pubblica Amministrazione, non ebbe esitazioni ad applicarlo ai propri collaboratori come se fossero dipendenti statali.

“L’attuale Regolamento del Personale, seppure tecnicamente sia di natura unilaterale, è frutto di oltre dieci anni di consuetudini di dialogo continuo con i dipendenti, i quali si sono dotati ormai da molto tempo di forme di rappresentanza, e resta dunque il miglior strumento di normazione dei rapporti di lavoro attuali e futuri, contenendo nella forma aggregata di fatto istituti economici e regolatori di gran lunga migliorativi – anche analiticamente valutato – rispetto alla totalità delle fonti esaminate” concludono i rappresentanti della Fondazione. Insomma “accontentatevi di quel che avete”.

Il problema è – replica Stefano Boero, segretario della FLC CGIL di Genova – che “siccome parliamo di concessioni unilaterali oggi tu potresti godere delle condizioni migliori del mondo, ma domani l’IIT potrebbe cambiarle senza chiedere niente a nessuno”. Ragione per cui il sindacato ha avviato le procedure di raffreddamento e ora attende una convocazione dal Prefetto insieme alla Fondazione e “se non ci saranno risposte dovremo inevitabilmente pensare allo sciopero”.

Al tema del contratto e delle relazioni sindacali nelle scorse settimane si è aggiunta una comunicazione i cui l’IIT annuncia l’intenzione di chiudere alcune sedi nei fine settimana e in altri periodi per ragioni di risparmio energetico, mettendo i dipendenti in ferie forzate. Un annuncio che ha fatto lievitare ulteriormente la tensione.

Per i ricercatori precarietà strutturale

Sullo sfondo resta il nodo altrettanto spinoso dei ricercatori. A giugno un gruppo di loro, riuniti sotto la sigla Comitato Ricercatrici e Ricercatori Precari IIT, aveva inviato una lettera aperta a Draghi e ai titolari del MEF e del MIUR, senza firme individuali, denunciando che “IIT basa la produzione scientifica sul lavoro precario di personale ad altissima formazione. La stragrande maggioranza dei ricercatori di IIT è infatti assunta come para-subordinato con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co). Per ogni nuovo contratto, l’istituto chiede ai ricercatori di dichiarare in prima persona la natura puramente collaborativa del rapporto di lavoro presso un ente certificatore terzo” senza neppure assicurare loro alcuna prospettiva di carriera sia interna che esterna, anche perché “i contratti che IIT usa per Post-Doc e Ricercatori non figurano nelle procedure concorsuali quali requisiti di accesso o esperienza pregressa”. Nella lettera il Comitato chiede al Governo di intervenire affinché “IIT assuma il personale scientifico con contratti di lavoro conformi al contratto nazionale di ricerca; i precari storici di IIT (impiegati con continuità come parasubordinati da più di 3 o 5 se non 10 anni) possano beneficiare di provvedimenti di stabilizzazione analoghi a quelli implementati presso gli enti pubblici di ricerca; gli anni spesi in IIT siano equiparati agli anni di ricerca presso le Università e gli Enti Pubblici di Ricerca sia per l’accesso ai concorsi sia per le progressioni di carriera, in modo da favorire la mobilità nel panorama della ricerca nazionale”, oltre a un tavolo analogo a quello aperto con tecnici e amministrativi.

Del resto che essere precario per un ricercatore sia lo stimolo necessario a rinnovarsi costantemente è sempre stato uno dei pallini di Roberto Cingolani, che nel giugno 2007, in un’intervista pubblicata sulla newsletter dell’INSME, il network internazionale delle PMI, aveva rivendicato apertamente quella scelta. E così, mentre nel contratto collettivo della ricerca adottato negli istituti pubblici l’articolo 83 fissa per i contratti a tempo determinato o in somministrazione un tetto massimo pari al 20% del personale stabile, all’IIT, invece, secondo i dati del bilancio 2021, alla fine dell’anno scorso il personale con contratto a tempo o di collaborazione ammontava a 931 addetti (di cui ben 895 nel personale di ricerca), contro 533 dipendenti a tempo indeterminato. Il raffronto con altri istituti di ricerca ci fornisce alcuni spunti di riflessione. Nel 2021 il CNR su uno staff di 9.770 addetti ne contava 8.327 a tempo indeterminato. Ancor più basso il tasso di precarietà all’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove secondo i dati del Rendiconto generale 2021 i precari erano soltanto 65 su 913, meno del 10%. Che questa dovrebbe essere la norma ce lo conferma anche Francesco Sylos Labini, direttore di ricerca del Centro di Ricerca Enrico Fermi: “La questione è semplice. Come funziona nel resto del pianeta terra? Se vai a vedere scopri che non esistono altri posti come l’IIT perché tu, certo, puoi avere una certa percentuale di assegnisti o di contratti a tempo determinato, ma poi devi mettere in piedi delle linee di ricerca strutturate. Sennò come fai a fare ricerca? La ricerca si fa con ricercatori dotati di una posizione stabile”. Lo stesso Sylos Labini, in un articolo scritto con Angelo Leopardi e intitolato “Enti di ricerca e IIT: dov’è l’eccellenza” (2011) aveva argomentato, numeri alla mano, che i risultati concreti smentiscono le ricette di Cingolani.

D’altra parte i dati indicano che il ricorso al precariato, nella ricerca come nei settori di lavoro più tradizionali, influisce soprattutto sui conti. Nel bilancio del CNR il costo del lavoro annuo è scorporato tra i dipendenti fissi e i precari e questo ci permette di calcolare il costo del lavoro medio annuo di ciascuno, che ammonta rispettivamente a circa 68.000 euro e meno di 25.000. Insomma chi ha una posizione stabile guadagna quasi tre volte un precario. All’IIT, secondo la relazione 2020 della Corte dei Conti sull’IIT, il gap tra la retribuzione unitaria dei dipendenti a tempo indeterminato e non (rispettivamente 66.000 e 68.000 euro) e quella dei co.co.co. (47.000) è più ridotto ma comunque rilevante. “I ricercatori più giovani toccano a malapena 1250 euro al mese, no buoni pasto, no alloggi, e niente parcheggi. Carico di lavoro da 10-12 ore al giorno di media. Poi se gli dici che non producono abbastanza, s’incazzano.” scriveva Andrea Cammarata nel 2011 (Dentro l’IIT. Un giorno con i ricercatori, Agoravox). “Con questo mito del tenure track all’americana mascherano semplicemente lo sfruttamento dei giovani ricercatori” ci sintetizza la situazione uno scienziato con quarant’anni di esperienza nei laboratori di ricerca pubblici.

Eppure, come rivendica nella Lettera di introduzione al Bilancio, il presidente della Fondazione Gabriele Galateri di Genola, manager di lungo corso con un passato in FIAT, Mediobanca e Generali, nel 2021, nonostante gli strascichi della pandemia la Fondazione non se l’è passata male: “In IIT il trasferimento tecnologico ha realizzato il numero massimo di contratti e l’importo più alto di sempre di ricavi da licenze. Sono stati registrate 76 nuove invenzioni e 57 prime domande di deposito di brevetto, portando il portafoglio IIT a 372 invenzioni per un totale di 1210 titoli di brevetto”.

MIT o mito italiano?

Quando nei primi anni 2000 a Genova, città colpita pesantemente dalla deindustrializzazione e dalla ristrutturazione dell’IRI, che mietono decine di migliaia di posti di lavoro, viene lanciato il MIT italiano i toni sono entusiastici: nel 2005, due anni dopo la nascita della Fondazione, Prodi assicura che l’IIT sarà “un vantaggio strategico enorme”, mentre l’allora presidente di Confindustria Genova Marco Bisagno ne parla addirittura come l’alternativa all’acciaio dell’ILVA di Cornigliano. Vittorio Grilli, commissario unico e poi primo presidente dell’IIT, all’epoca anche direttore generale del Tesoro, spiega che negli USA “Il MIT ha prodotto più di tremila imprese, quasi tutte nel Massachussets, ed esperienze analoghe si sono realizzate anche in Olanda e in Germania”.

Vent’anni dopo la parabola dell’IIT sembra snodarsi lungo una traiettoria molto più modesta. Lo scorso 30 settembre Giorgio Metta, successore di Cingolani alla guida della Fondazione, dichiarava che con quelle del 2022 il numero di start-up lanciate dall’IIT nel 2022 raggiunge le 33 unità (IndustriaItaliana300922); il declino della siderurgia a Genova è andato avanti senza trovare alcun contrappeso nelle pretesa ascesa di un’industria high-tech e nella città dell’ex ministro della transizione energetica persino Ansaldo Energia, come abbiamo visto nei giorni scorsi, viene messa in discussione. E chi col proprio lavoro ha permesso la nascita di iCub, il robot umanoide progettato nei laboratori dell’Istituto, per citare solo una delle sue creazioni più celebrate, è costretto a entrare in agitazione o a scrivere al governo proteggendosi dietro l’anonimato per poter ottenere ciò che dovrebbe essere garantito a qualunque lavoratore. Comprese regole e accordi vigenti per tutti i lavoratori, anche quelli non contrattualizzati, ad esempio gli accordi tra sindacati e Confindustria, a cui l’IIT è associato; lo Statuto dei Lavoratori, che tutela l’agibilità sindacale; la Carta Europea dei Ricercatori e le relative raccomandazioni della Commissione Europea.

Nel 2003 la CGIL commentava i massicci investimenti destinati all’IIT (e sotratti alla ricerca pubblica) parlando della “ennesima riproposizione del modello di agenzia per il trasferimento tecnologico, modello che già in ripetute occasioni è più o meno rapidamente fallito, ma che è coerente con l’idea prevalente in questo governo di una necessaria e immediata finalizzazione di ogni investimento pubblico in ricerca alla realizzazione di un vantaggio immediato per il sistema privato”. Nel 2004 anche Carlo Rubbia dichiarava al Corriere della Sera i propri dubbi sulla decisione di investire tanti soldi sul “fantomatico MIT italiano” senza neanche sapere esattamente cosa dovesse fare. Ed esortava a investire, invece, sul lavoro: “Nei discorsi che si ascoltano negli ultimi tempi ci si dimentica degli uomini e delle donne che fanno ricerca. Inseguiamo modelli stranieri ma intanto da tre anni sono bloccate le assunzioni e oggi l’età media di chi lavora è intorno ai 50 anni, quindi fuori gioco. Nel frattempo ci sfuggono le nuove generazioni dalle quali nascono i risultati. In altre parole, si è perso il fulcro della discussione”. Insomma persino nei settori di maggiore rilevanza strategica il capitalismo italiano non riesce a sottrarsi all’impulso di fare le nozze coi fichi secchi. Sulle spalle di chi lavora.

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28/07/2021

IIT - “L’anomalia è nell’assenza di un contratto di riferimento”

La precarietà è un modo di organizzazione del lavoro che investe tutte le categorie dei tre settori colpendo però una classe sola, la nostra. Anche nei luoghi strategici della ricerca nazionale come all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova vediamo dottorandi che propongono ripetizioni e aiuto compiti fuori dall’orario di lavoro, ricercatori in maggioranza precari e lavoratori amministrativi a contratti individuali, diversi per ogni singolo.

I sindacati confederali scoprono che l’IIT non vuole dialogare con il sindacato, questa sarebbe a loro detta una “anomalia”. La visione dell’Unione Sindacale di Base è radicalmente differente: come scritto nel comunicato, i confederali vedono i lavoratori solo come ponti per dialogare poi sulle nostre teste, per mantenere questi “dialoghi” reclusi negli uffici istituzionali.
Per l’USB l’anomalia risiede nell’assenza di un contratto di riferimento applicato ai lavoratori, per cui il personale scientifico è in larga maggioranza precario, mentre il personale amministrativo e tecnico è assunto con contratto individuale che varia per ogni singolo lavoratore, in cui mansioni e retribuzione sono fissati a discrezione e interesse dell’IIT, che per altro è una Fondazione privata, ma a finanziamento quasi interamente pubblico.
Ripubblichiamo il comunicato di USB Lavoro Privato che è di urgente diffusione.

Qui articolo di Genova24.

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17/02/2021

Il ministro Cingolani: transizione ecologica e ambientalismo di facciata

Ministero della Transizione Ecologica. Questo è il nome del nuovo dicastero scaturito dalle consultazioni del nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Movimento 5 Stelle. Come reso noto da Beppe Grillo che ha guidato la pattuglia pentastellata al colloquio con Draghi.

Per questa poltrona, forse la più misteriosa, Mario Draghi ha scelto il fisico Roberto Cingolani, nato a Milano 59 anni fa. Sarà lui il nuovo ministro della Transizione Ecologica.

Chi è Cingolani?

Dopo un inizio di carriera tra Germania, Giappone e Puglia, dove ha diretto il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce, negli ultimi tempi Cingolani era responsabile dell’innovazione tecnologica di Leonardo Spa. Ma il suo nome e il suo curriculum sono indissolubilmente legati all’Istituto Italiano di Tecnologie (IIT) di Genova. Dell’IIT, Cingolani è stato direttore scientifico dalla fondazione, voluta nel 2005 dall’allora ministra della Ricerca Scientifica Letizia Moratti e da quello dell’economia Giulio Tremonti, fino al 2019. Sotto la sua direzione, l’IIT ha sviluppato diverse linee di ricerca, anche di un certo rilievo, soprattutto nel campo delle nanotecnologie, delle neuroscienze e della robotica. Ma l’ente, e il suo direttore, sono stati spesso al centro di polemiche per la natura ibrida di ente statale a statuto privato. Con la legge che ne decretò la nascita, il governo assegnò all’IIT un finanziamento di 100 milioni di euro per dieci anni, e oggi ci lavorano circa 1500 ricercatori, distribuiti in varie sedi sul territorio italiano.

La gestione Cingolani è stata duramente criticata da altri esponenti della comunità scientifica italiana. Le accuse più dure sono arrivate dalla biologa molecolare e senatrice a vita Elena Cattaneo, che ha accusato l’IIT di procedure di reclutamento poco trasparenti e di una gestione disinvolta dei fondi ricevuti. Secondo la senatrice, infatti, l’Istituto avrebbe accantonato in banca circa 400 milioni di euro, soldi pubblici destinati alla ricerca. Sempre secondo le accuse di Cattaneo, l’accesso ai finanziamenti pubblici alla ricerca dell’IIT targato Cingolani non avrebbe seguito le normali procedure a cui devono sottostare gli istituti di ricerca di tutto il mondo, che hanno l’obbligo di sottoporre i propri progetti di ricerca alla valutazione della comunità scientifica prima di ricevere i fondi.

Il nuovo ministro è un volto ‘nuovo’, non noto, ma non per questo distante dalla politica. Anzi, negli ultimi anni Cingolani ha frequentato più di una volta le stanze della politica. A volerlo al ministero è stata Italia Viva, con il cui fondatore Cingolani ha da tempo un ottimo rapporto: da premier, Matteo Renzi affidò all’IIT di Cingolani la progettazione del polo scientifico Human Technopole, sorto sull’area milanese dell’ex-Expo. Fu poi l’amministratore delegato Alessandro Profumo (nominato da Renzi) a condurlo alla Leonardo, che fornisce tecnologie militari aeree, navali e spaziali all’Arabia Saudita tanto cara a Renzi.

Il feeling tra Renzi e Cingolani, nel 2019, ha anche portato il fisico sul palco della kermesse della Leopolda. Curiosamente, anche il Movimento 5 Stelle rivendica la nomina di Cingolani parlando di «un profilo e un risultato che abbiamo fortemente voluto». Altri dal M5S assicurano che sarebbe stato Beppe Grillo in persona a indicarlo a Draghi. Prima di Draghi, però, anche il governo giallo-rosso aveva reclutato Cingolani nella task force guidata da Vittorio Colao e incaricata di scrivere un piano di rilancio dell’Italia post-pandemia. I due si ritroveranno fianco a fianco nel prossimo consiglio dei ministri, dove potranno forse ricostruire che fine abbia fatto quel piano.

Operazione di facciata?

Il super ministero mega galattico promesso agli iscritti del Movimento 5 Stelle in realtà non c’è, quella Cingolani appare più come un’operazione di facciata.

Lo ammette in un post anche Davide Casaleggio, intervenendo nella polemica che riguarda il quesito formulato per la votazione su Rousseau, che ha indotto quasi il 60% dei votanti a dire sì al governo Draghi.

Chi si occupa della questione ambientale non mostra soddisfazione per il nuovo ministero guidato da Cingolani.

I media, così come la politica, guardano alla transizione ecologica come i primitivi di Kubrick guardavano il monolite. Un feticcio strano, un vuoto da riempire di senso. Ma quel senso, in teste mai abituate a pensare davvero l’ecologia, sarà costruito nella cornice del paradigma dominante che abitano da tempo con gran piacere e comodità.

Nella transizione ecologica c’è conflitto, ribaltamento dello sguardo, conversione interiore e collettiva da sistemi gerarchici a meccanismi cooperativi. Nulla di tutto ciò troverà posto nella narrazione di questa fase e nelle politiche di recupero dalla pandemia. Per non parlare di quelle dirette a rispondere alla crisi ecologica.

Il ciclo di accumulazione proseguirà con nuove mete, ma con metodi tradizionalissimi. Sommersi e salvati continueranno a esistere, in una evoluzione (?) più che darwiniana, cioè non “naturale”, ma artificiale e progettata, sotto la bandiera della “transizione ecologica”. E tutto grazie alla trovata disperata di un giullare pronto ad affossare un passaggio storico promettente pur di restare alla corte del re.

Una menzione speciale va all’ambientalismo mainstream, che ha teso avidamente la mano verso i trenta denari invece di porsi fuori dal perimetro dell’ammucchiata tossica. È più che evidente come fra l’ambientalismo e l’ecologia ci sia un abisso incolmabile, frutto della settorializzazione estrema e del tragico assassinio del pensiero sistemico.

Diceva Chavez che se il clima fosse stato una banca lo avrebbero già salvato.

Salveranno la banca, facendo illudere che l’ambiente si possa salvare senza ribaltare il sistema.

Fonte

02/02/2018

Milano/1. Trasferimento delle facoltà scientifiche a Expo; un regalo alla speculazione

Questo contributo cerca di mettere in collegamento alcune considerazioni generali fatte collettivamente dentro Eurostop, con un caso emblematico nel territorio milanese, portando elementi di dibattito anche in vista della campagna elettorale, ma in generale su ciò che avviene nella capitale economica del paese.

Da più di un anno ormai si discute della volontà da parte del Comune di Milano, della Regione con l’appoggio del Governo e dei maggiori organi accademici di trasferire le facoltà scientifiche dell’università statale dalla loro storica sede nel quartiere Città Studi, all’area di EXPO. Per sostenere il progetto, Renzi e Maroni sono riusciti a far saltar fuori 130 milioni di euro dal patto Governo-Regione Lombardia, la cui elargizione è vincolata allo spostamento.

Lo stesso Partito democratico, di concerto con la Lega, sta imponendo tagli e austerità e l’implacabile smantellamento del welfare e di qualunque altro tipo di investimento per esempio nella sanità o nella formazione e ricerca2. Il trasferimento riguarderebbe circa 20.000 studenti e .000 lavoratori, molti dei quali vivono nel quartiere con le loro famiglie, ed è stato annunciato a seguito del mancato trasferimento a EXPO dell’EMA, Agenzia europea del farmaco (tema sul quale Eurostop Milano intende aprire un approfondimento prossimamente).

Lo scorso 29 gennaio si è tenuta nell’Aula magna dell’Università statale un’iniziativa di confronto fra i candidati rettori dell’ateneo meneghino. Non essendo ancora aperta la “campagna elettorale”, la scadenza del mandato dell’attuale rettore Vago è infatti prevista per il prossimo settembre 2018, erano presenti solo i professori che hanno già manifestato intenzione di candidarsi. L’attuale rettore è uno dei principali protagonisti di questa come di altre lugubri vicende3, e nel solco con il suo operato il futuro rettore dovrà necessariamente rapportarsi.

L’iniziativa di lunedì scorso si colloca invece in piena campagna elettorale per le politiche e le regionali, e non a caso: il dibattito era costruito e incentrato su uno dei temi fondamentali per il futuro della Statale di Milano, ma che ha una valenza molto più ampia e riguarda l’intera città. Gli stessi organizzatori ospiteranno un dibattito sugli stessi temi fra tutti i candidati alle elezioni regionali, che si terranno in Lombardia come in Lazio il prossimo 4 marzo.

Andiamo con ordine: nel 2015 a Milano viene ospitata con grande fragore il maxi-evento spot EXPO, il quale si è reso celebre per i ritardi nel completamento dei lavori, il non aver raggiunto gli obiettivi prefissati in quanto a numero di visitatori; per l’utilizzo di mano d’opera non pagata, le indagini sulle infiltrazioni mafiose, turbativa d’asta, falso, a carico di vari dirigenti, imprenditori e membri delle istituzioni. Alcune di queste indagini vedono lo stesso sindaco Sala come indagato4.

Il tutto in un’area già fortemente colpita dal punto di vista ambientale, per la presenza di stabilimenti considerati ad alto rischio di incidente5. Un’enorme superficie (si parla di 1 milione di metri quadrati) messa al bando per il post-EXPO già nel 2014, ma che ha visto l’asta andare “deserta” da parte dei soggetti privati a cui era rivolta6, costata al comune e alla Regione 150 milioni di euro.

Come previsto dalle realtà sociali, politiche e dai comitati milanesi che si erano opposte alla realizzazione di EXPO, l’area si trova ora inutilizzata. Ed ecco che si crea rapidamente una convergenza trasversale che va dal rettore Vago, i cui rapporti con Maroni sono noti7, fino all’attuale sindaco Sala e all’interessamento diretto del governo Renzi: si parla di trasferire le facoltà scientifiche e due presidi ospedalieri (Istituto Tumori e Besta) dal quartiere Città Studi all’area EXPO, nella periferia nord-ovest nella zona di Rho, con la sua completa ristrutturazione. A supportare l’ipotesi arrivano 130 milioni di euro dal patto governo-regioni, che coprirebbero un terzo degli investimenti necessari alla costruzione del nuovo campus. Il resto va reperito, chi l’avrebbe detto, dalla vendita delle infrastrutture e dei terreni dove attualmente si trovano i dipartimenti, attualmente proprietà dell’Università statale, e da investimenti privati.

Fin da subito le università del Politecnico e di Bicocca si dichiarano interessate a investire nell’area lasciata vuota dall’Università statale, il che fa pensare che forse l’attuale sede non è poi così mal messa. Insieme alle facoltà scientifiche invece, nell’enorme area di EXPO si stabilirà il progetto Human Technopole, un centro di ricerca avanzato in cui la parte del leone la farà l’Istituto italiano di tecnologia (IIT), finanziato con soldi pubblici ma a gestione privata(!), che già aveva suscitato polemiche soprattutto da parte di esponenti del CNR e dell’AIRI all’atto della sua fondazione8. Parte del progetto saranno anche, ciliegina sulla torta, grandi multinazionali del farmaco.

Ci sono sufficienti elementi per dire apertamente che si tratti di una grande operazione speculativa, utile a coprire il buco nei bilanci lasciato da EXPO, aprendo un enorme cantiere con relativi appalti per la costruzione del nuovo campus, accollando rischi e costi all’Università pubblica. Di più, un vero e proprio party per i privati, dal “basso cabotaggio” dei nostrani speculatori immobiliari, che si accaparreranno anche Città studi a ridosso del centro di Milano, alle fondazioni private, fino alle grandi multinazionali. Un’orgia dei peggiori interessi, concentrati in un unico luogo.

Elementi messi in evidenza in diversi e numerosi comunicati, dibattiti e manifestazioni pubbliche promosse negli scorsi mesi dai diversi comitati cittadini, rappresentanti dei lavoratori dell’università e collettivi studenteschi che si stanno spendendo nella battaglia contro il trasferimento.

Fin qui la cronaca. Occorre però fare alcune altre considerazioni sulla vicenda, in quanto si inserisce dentro un panorama generale che riguarda l’idea di sviluppo e di integrazione internazionale del nostro paese e della città. E’ un processo che investe le grandi aree metropolitane, così come la ristrutturazione del sistema universitario italiano, del mondo del lavoro, del welfare, portata avanti dai vari governi nazionali e regionali con la pressoché totale unanimità da parte delle principali forze politiche.

Chi più si è speso in questa direzione è certamente il Partito democratico, con il consenso più o meno attivo di Forza Italia e della Lega Nord, forza quest’ultima che si presenta alternativa ma perfettamente inserita nell’establishment come dimostra il caso del referendum lombardo per l’autonomia dello scorso 22 ottobre: promosso da Maroni e appoggiato dai più importanti sindaci del PD. Il Movimento 5 stelle nella propria ambiguità non è estraneo a questa dinamica e a dimostrarlo sta il fatto che il gruppo consiliare M5S ha proposto di effettuare un referendum simile nella vicina Emilia-Romagna9, così come più recentemente le dichiarazioni di Di Maio. (fine prima puntata, segue)

Note

1 Candidato di Potere al popolo nel collegio uninominale 2 di Milano (Loreto-Pasteur, città Studi, Viale Umbria, Porta Romana)

2 https://chenesaradicittastudi.wordpress.com/2017/05/15/perche-ce-lo-chiede-leuropa/

3 Intervento della polizia in università, tentativo di imporre il numero chiuso alle facoltà umanistiche, e così via.

4 https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/23/expo-il-sindaco-sala-indagato

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/06/23/news/inchiesta-expo-ecco-perche-sala-e-sotto-accusa-1.303836

http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/07/06/news/le_mani_di_cosa_nostra_sugli_appalti_alla_fiera_di_milano_11_arresti_e_confische_milionarie-143507034/

5 http://www.affaritaliani.it/milano/citta-studi-in-arexpo-m5s-area-a-rischio-di-incidente-rilevante-514778.htm

6 https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/15/expo-deserto-bando-per-acqu…

7 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/12/13/vago-il-rettore-che-piace-a-tutti-ma-soprattutto-al-governatoreMilano05.html

8 http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/17_novembre_21/agenzia-farmaco-ema-human-technopole-cingolani-886d53e0-ce87-11e7-bf2a-292d3c6f067f.shtml ; http://www.repubblica.it/rubriche/la-scuola-siamo-noi/2016/02/29/news/la_fragilita_dell_iit_l_istituto_privato_che_comandera_la_ricerca_italiana-134509491/; http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/04/06/news/statale_a_expo_ar…

9 http://bologna.repubblica.it/cronaca/2017/07/25/news/emilia-romagna_regione_autonoma_il_m5s_referendum_fra_i_cittadini_-171613800/

Fonte

18/10/2017

Indovina, indovinello, chi ha modificato la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia?


No non è stato iCub™, il robot IIT con la faccia di bambino, a modificare – un po’ maliziosamente – la voce “Elena Cattaneo” su Wikipedia. Ma se lo avete pensato non siete troppo lontani dalla verità. Abbiamo ricevuto una lettera da José De Falco, Capo segreteria della Sen.ce e prof.ssa Elena Cattaneo, il quale ricostruisce nel dettaglio una singolare vicenda, relativa ad alcuni cambiamenti “chirurgici” operati da una certa “Rosetta95” sulla voce enciclopedica della Senatrice a vita. Con un po’ di pazienza, è possibile risalire all’identità di “Rosetta95”, un profilo che, dalla data della sua creazione, ha lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”. Ebbene, De Falco ha scoperto che l’utente Rosetta95 non è altri che …

Riceviamo e volentieri pubblichiamo
_______________

Mai gli uffici della Prof.ssa e Sen.ce Elena Cattaneo erano intervenuti sulla voce enciclopedica a lei riferita. Si è sempre ritenuto che la “comunità wikipediana” fosse libera di selezionare le informazioni enciclopediche da iscrivervi. Solo a seguito di segnalazioni di colleghi della Prof.ssa si è posta l’attenzione su alcune modifiche proposte da un singolo utente, “Rosetta95”, che – sebbene in via dissimulata – sono tese a screditare la reputazione della stessa tanto in riferimento alla sua attività scientifica e professionale quanto a quella svolta come Senatrice a vita. Si è, infatti, osservata una certa attività di “cherry picking“, apparentemente volta a riportare quanto potesse mettere in cattiva luce la persona descritta nella voce.

L’utente “Rosetta95” interviene sul profilo Wikipedia della Prof.ssa ad esempio per riportare la chiusura di una spin off biotech universitaria da lei fondata nel 2004 [in realtà fu nel 2006, NdA], grazie a “un cospicuo finanziamento seed da parte di Finlombarda (finanziaria della regione Lombardia), a cui seguirono finanziamenti di venture capital”, indicando poi che la società fu messa in liquidazione nel 2008 senza aver scoperto nulla di innovativo”. Una descrizione che si connota come innegabilmente negativa e che peraltro tace sul tasso di fallimento fisiologico delle start up pari a 9  su 10.

Di tutta l’attività parlamentare svolta dalla Sen.ce Cattaneo nei soli quattro anni dalla sua nomina, l’utente “Rosetta95” cita la sola promozione del Progetto Genomi, premurandosi di chiarire che il bando è andato deserto (*).

Analogamente, nell’intervenire sul profilo Wikipedia della Sen.ce e Prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” ricorda la circostanza che la Sen.ce “si è fatta promotrice di una campagna contro il progetto scientifico del Governo Renzi Human Technopole”, senza dare conto né della messe di documenti  portati a corredo della critiche, né delle altre voci autorevoli che si sono aggiunte al dibattito, né, infine – aspetto più qualificante -, che l’insieme di quelle motivate critiche espresse nell’interesse del Paese e della ricerca italiana sia stato meritevole di attenzione da parte dello stesso Governo Renzi, il quale nel settembre 2016, con il decreto ministeriale di attuazione, imponeva un drastico cambio nella gestione dell’intera operazione.

Infine, per quanto riguarda l’attività di ricerca della Prof.ssa Cattaneo e del suo laboratorio alla Statale di Milano, dedicata allo studio di una tragica malattia neurodegenerativa, la Corea di Huntington, l’utente “Rosetta95” interviene per segnalare inspiegabilmente e unicamente che la Prof.ssa “nel 2015 si è aggiudicata un PRIN pari a 334.500,00 euro” senza nemmeno riconoscere che tale assegnazione, come tipicamente avviene nei bandi PRIN, si riferisce all’intero progetto coordinato dalla Prof.ssa Cattaneo, che coinvolge altri quattro partner, a loro volta destinatari di una quota di quella cifra totale prevista per lo svolgimento delle attività sperimentali. Ancora di più colpisce che, nel volersi apparentemente diffondere sui progetti competitivi vinti dalla prof.ssa Cattaneo, l’utente “Rosetta95” scelga di citare unicamente l’assegnazione di tale bando PRIN 2015, e taccia sugli altri finanziamenti competitivi, ben più noti e complessi oltre che economicamente più rilevanti, vinti dalla Prof.ssa per progetti da lei proposti ad esempio alla Commissione Europea o a enti americani e che la vedono vincitrice e coordinatrice del progetto europeo Neurostemcell (anni 2008-2013: 12 milioni di Euro, 14 partner europei e uno americano); del progetto Neurostemcellrepair (anni 2013-2017: 6 milioni di Euro, 13 partner europei); oltre che dei progetti europei o americani di cui è partner quali Neuromics, CircProt, CHDI, NeuroNE, EStools, Stem-HD, Model PolyQ per citarne alcuni tra le decine vinti in modo competitivo.

È evidente come, pur essendo ciascun micro-aspetto ricapitolato “sostanzialmente vero”, l’effetto di “attenta selezione” dell’assemblaggio delle informazioni, combinato alla loro incompletezza, mette in cattiva luce il profilo della personalità descritta dal lemma enciclopedico.

MA CHI È “ROSETTA95”?

Dando uno sguardo alle attività del profilo “Rosetta95” su Wikipedia si ricavano alcune informazioni. Infatti, andando sulla pagina dei contributi [https://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:Contributi/Rosetta95], appare evidente come il profilo, dalla data della sua creazione, abbia lavorato solo su due voci: il 20 novembre 2015 su quella di “Roberto Cingolani”, Direttore scientifico dell’IIT, e il primo dicembre 2016, con nove interventi di corpose aggiunte (pari a 1840 caratteri), sul lemma “Elena Cattaneo”.


La circostanza (difficilmente ascrivibile al caso, considerate le critiche formulate dalla Prof. Cattaneo in merito alle modalità operative dell’IIT) ha indotto questo ufficio a compiere un ulteriore approfondimento sull’identità dell’utente “Rosetta95”. È Wikipedia stessa ad offrire un chiarimento al riguardo. A questo link di benvenuto dell’utente [https://it.wikipedia.org/wiki/Discussioni_utente:Rosetta95], si apprende che “Rosetta95” è la dott.ssa Valentina Polini, Research Support Administrative Senior – Media Relations and Digital Communication dell’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT), ufficio operativo sotto la direzione del dott. Stefano Amoroso.


Peraltro, lo stesso Dott.  Amoroso, lo scorso 5 settembre 2017, nell’ambito di un post pubblico su Facebook di commento a un articolo della Sen.ce Cattaneo[https://www.facebook.com/stefano.amoroso.50/posts/1536818233044922]  in cui afferma che “la Sen.ce Cattaneo utilizza il proprio ruolo istituzionale per screditare l’operato di IIT, Istituto Italiano di Tecnologia agli occhi dell’opinione pubblica …” , risponde al commento di un’utente scrivendo “Da Wikipedia: …” e quindi copia-incollando lo stralcio della voce enciclopedica di Wikipedia della Sen.ce Cattaneo modificata come sopra indicato dalla sua collaboratrice Valentina Polini/Rosetta95, quale “summa” di tutti i limiti e fallimenti (eventuali) della Prof.ssa.


Sembra quindi chiarirsi il contesto e le finalità di tali modifiche testuali alla voce enciclopedica della Prof.ssa Cattaneo. Tra le tre e le quattro del giovedì pomeriggio del primo dicembre 2016, una dipendente dell’Istituto italiano di tecnologia, ente di diritto privato largamente finanziato con risorse pubbliche, si presume dal posto di lavoro e non si sa se nell’ambito di attività concordate con l’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne da cui dipende, si attiva per “integrare” con una selezione di informazioni “fior da fiore” la voce Wikipedia di una studiosa che – evidentemente – ha il torto di aver pubblicamente criticato, circostanziandole, attività e performance del suo datore di lavoro. Critiche sempre pubbliche e sempre motivate, raccolte a seguito di oltre un anno di analisi di fatti e numeri non visibili o difficilmente rintracciabili, a cui si aggiunge una messe di segnalazioni parlamentari accumulatesi negli anni e provenienti da più parti del Parlamento circa l’operatività dell’ente in questione, nonché formalizzate dalla Prof.ssa anche in sede istituzionale in un primo “Documento di studio relativo al progetto Human Technopole” depositato agli atti della seduta del Senato della Repubblica del 4 maggio 2016 e con alcuni punti sinteticamente riassunti in articoli pubblicati sulla stampa (Sole24Ore, 15 maggio 2016; Secolo XIX, 2 e 13 giugno 2017).

Wikipedia fornisce ulteriori indicazioni circa quanto rilevato: dato che l’attività della dott.ssa Polini - pur sotto lo pseudonimo di “Rosetta95” - è, osservate le circostanze, da ritenersi di natura professionale, e considerato che nel suo profilo manca ogni dichiarazione di conflitto d’interesse (come sarebbe invece richiesto dalle stringenti policy di Wikipedia per la contribuzione su commissione[https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Avvertenze_sulla_contribuzione_su_commissione#Cosa_fare_se_ti_viene_richiesto_di_modificare_Wikipedia_su_commissione]), essa è da ritenersi eseguita in violazione delle regole che fanno di questo strumento conoscitivo un luogo libero e partecipato di condivisione del sapere.


Questo Ufficio tutto quanto osservato e d’intesa con la Sen.ce Cattaneo che ha letto e condivide quanto scritto in ogni sua parte, nel rigoroso rispetto delle regole di condotta adottate da Wikipedia sulla contribuzione su commissione, si è attivato perché fossero eliminate, riformulate o integrate le aggiunte analiticamente segnalate alla Wikimedia Foundation, auspicando – ove sia tecnicamente possibile – che sia “censurata” la condotta realizzata dall’utente Rosetta95/dott.ssa Valentina Polini verosimilmente “per conto” dell’Istituto italiano di tecnologia, evidentemente tendente a contrastare, attraverso il tentativo di offuscarne la reputazione personale, quanto dimostrato pubblicamente dalla Prof.ssa e Sen.ce Cattaneo , sulla stampa e in sede parlamentare, in merito alle performance di produttività scientifica, alla trasparenza, alla governance e all’accountability dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

José De Falco
Capo Segreteria Sen.ce Elena Cattaneo
___________________________

(*) Trattasi di un progetto di genomica clinica facente capo al Ministero della Salute, cui la Prof.ssa e Sen.ce, con il sostegno di altri membri del Parlamento, ha dedicato tempo e impegno in un momento di minimo interesse politico per il settore ricerca, affinché il Paese si dotasse di un proprio Progetto Genomi a carattere nazionale che coinvolgesse specialisti e coorti cliniche di tutta Italia, da identificare per via competitiva da una commissione di studiosi esperti, con l’obiettivo di consentire ai centri italiani di strutturarsi in modo integrato per confrontarsi con analoghe (e ben più sostenute) iniziative in altri paesi (La Repubblica, 30 novembre 2015; La Repubblica, 15 dicembre 2015). La legge di Stabilità 2016, che stabiliva la disponibilità di 15 milioni di euro per il Progetto Genomi-Italia, poneva anche il vincolo dell’identificazione, nel giro di soli sei mesi, di almeno un ente co-finanziatore disposto a partecipare al Progetto con una quota non inferiore alle risorse destinate annualmente dallo Stato. Nonostante le manifestazioni pubbliche da parte di enti interessati a co-finanziare (La Repubblica, 4 dicembre 2017), nessuna partnership giunse a concretizzazione, presumibilmente per motivi legati alle obbligazioni di legge o per le tempistiche ristrette di un bando per l’identificazione del co-finanziatore aperto dal Ministero della Salute e chiuso nel giro di 10 giorni. Come previsto dalla legge, il Progetto si è chiuso per assenza di un co-finanziatore (Relazione conclusiva della Commissione, Ministero della Salute). Il Milleproroghe 2017 ha impiegato l’importo originariamente stanziato dal Parlamento per il Progetto Genomi-Italia per la stabilizzazione dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità.

14/06/2017

Truffe tecnologiche

L’epistemologo Telmo Pievani, uno di cui ci si può fidare, mi assicura che stiamo attraversando una fase propizia per le scienze (specie la biologia), mentre il confine tra ricerca pura e applicata va rapidamente assottigliandosi. E un non scientista come il sottoscritto (seppure convinto con il sociologo Pierre Bourdieu che «il lavoro scientifico è essenzialmente un’attività letteraria e interpretativa») si limita a prenderne atto.

Ben diversa la faccenda relativa alla retorica dell’invenzione prodottizzata[1], su cui crescono business spudorati e vagamente truffaldini, promossi da personaggi in bilico tra il tecno-stregone e l’affarista. Figure recentemente tratteggiate dal cyber-critico di Stanford Evgeny Morozov come gemmazione dell’attacco concentrico alla politica e allo Stato sociale da parte dei finanzieri di Wall Street in combutta con gli imprenditori al silicio dell’omonima Valley[2]. Il tutto confezionato nella tesi ricattatoria che opporsi all’innovazione «equivarrebbe a far fallire gli ideali dell’Illuminismo, con Larry Page (Google) e Mark Zuckerberg (Facebook) nei panni di novelli Diderot e Voltaire in versione nerd»[3].

Ma l’età dell’innocenza “tech” è stata lesionata da “l’affare Snowden” (il tecnico NSA che rivelò il piano del governo americano, in collaborazione con le multinazionali dei Big Data, per costruire un apparato di controllo planetario che ci intrappoli tutti). Allo stesso tempo il disincanto investe anche l’enfasi innovativa e il premio Nobel Paul Krugman si chiedeva su Repubblica del 26 maggio 2015 «se la rivoluzione tecnologica non sia stata gonfiata in maniera fuorviante».

Dunque, opera di furbacchioni camuffati da innovatori. Come ha dimostrato l’economista Mariana Mazzucato smascherando il più celebrato tra i Leonardi del XXI secolo; lo Steve Job che ha costruito il suo smartphone facendo incetta di invenzioni provenienti dal settore pubblico (e pure senza pagare le royalties): dal touch-screen sviluppato dall’Università del Delaware al navigatore Gps, progettato dal dipartimento della Difesa USA. Insomma, packaging, restyling, marketing. “Cooptazioni funzionali”, nel lessico di settore. Pure operazioni commerciali, altro che scoperte rivoluzionarie! A conferma dell’attitudine di buona parte del presunto hi-tech a praticare l’affarismo dietro il paravento misterico che affascina e seduce i disinformati, dribbla ogni verifica. Soprattutto quando si tratta di privati lautamente finanziati dalla mano pubblica. Come nel caso nostrano dell’Istituto Italiano di Tecnologia e del suo intoccabile direttore scientifico (nell’ambiente, Kingolani), che nei giorni scorsi ci hanno presentato la meraviglia del robot fisioterapista Humana[4], presto destinato a essere riprodotto in trenta esemplari trenta (mentre le stime 2017 parlano di un mercato mondiale di migliaia di pezzi per 39 miliardi $[5]), che al prezzo di 100mila€ – stando ai professionisti medici – assembla su poltrone basculanti applicazioni arcinote: tipo la pedana Lybra di Fisiomedica2000, quella stabilometrica ACM, i test del Delos Equilibrium Board.

Un giochino appreso dai maestri multinazionali del business tecnologico. E quando il Parlamento voleva vederci più chiaro nei conti da nababbo di Morego (al 90% erogazioni statali) è subito scattata l’azione di una vasta rete protettiva; dove spicca il trio di ex burlandiani embedded Basso-Pastorino-Tullo[6], a difesa del tesoro IIT: milionate di finanziamento pubblico a un privato operante in totale opacità. Mentre la ricerca nazionale muore per anemia finanziaria.

Però guai a dirlo, visto che la vera start-up tecnologica dell’Istituto è la funzione propaganda; pronta a trasformarsi in ufficio voci per silenziare con abili perfidie i critici (dalla senatrice Cattaneo al sottoscritto) ogni richiesta di controllo democratico su quanto deciso in collina. Che neppure sgocciola sul territorio: il partner per gli umanoidi fisioterapisti è il milanese Gruppo Dompé.

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[1] Cfr.Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza Roma-Bari 2013 – «Il genio e l’avventatezza di Steve Jobs sono riusciti a produrre profitti e successi in grande quantità solo perché la Apple ha potuto cavalcare l’onda di imponenti investimenti pubblici nelle tecnologie rivoluzionarie che sono alla base dell’iPhone e dell’iPad»

[2] E. Morozov, Silicon Valley: i signori del silicio, Codice, Torino 2017 «la vera natura della segreta alleanza tra il neoliberismo e la Silicon Valley emerge in tutta la sua chiarezza nel dibattito in corso sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)»
[3] Ivi pag. 5

[4] http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/05/20/arrivano-sul-mercato-robot-fisioterapisti-dell-iit-movendo-avvia-produzione_lxD7jn3XVC5FzeJWthjZEJ.html

[5] Cfr. Alec Ross, Il nostro futuro, Feltrinelli, Milano2016 pag. 45

[6] I deputati genovesi renziani Lorenzo Basso e Mario Tullo, il civatiano Luca Pastorino: Tutte creature di Claudio Burlando.

Fonte