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09/01/2026

[Contributo al dibattito] - Il bilancio ancora modesto dell’IIT: laboratori pieni, mercati vuoti

Ci sono domande che, a un certo punto, smettono di essere scomode e diventano inevitabili.

Dopo oltre vent’anni di attività, una di queste riguarda l’Istituto Italiano di Tecnologia: che cosa ha realmente prodotto per il Paese?

Non in termini di pubblicazioni scientifiche, né di reputazione accademica, né di convegni internazionali. Ma in termini di prodotti sul mercato, imprese scalate, occupazione industriale, fatturato, competitività economica. In altre parole: valore misurabile.

La risposta, oggi, è difficile da aggirare: il bilancio industriale e di mercato resta modesto.

Dalla sua fondazione, l’IIT ha beneficiato di un finanziamento pubblico strutturale e continuativo senza eguali nel panorama italiano. La dotazione iniziale prevista dalla legge istitutiva era di 100 milioni di euro l’anno, poi stabilmente attestata tra 85 e 95 milioni annui.

Sommando i contributi annuali lungo un arco di circa ventidue anni, sulla base dei bilanci ufficiali pubblicati e delle serie storiche disponibili, la spesa pubblica complessiva stimata si colloca tra 1,9 e 2,1 miliardi di euro.

Quasi due miliardi di euro di risorse pubbliche.

Una cifra che non consente più valutazioni indulgenti, né giudizi basati sulle intenzioni. Una cifra che impone un bilancio severo, perché a questi livelli il tema non è più la qualità della ricerca, ma il ritorno per il Paese.

A fronte di questo investimento, non esiste oggi un singolo prodotto di largo mercato riconducibile all’IIT. Non esiste un campione industriale globale nato dai suoi laboratori. Non esiste una nuova filiera produttiva italiana che porti chiaramente il suo marchio. Non esistono ritorni fiscali, occupazionali o industriali proporzionati allo sforzo sostenuto dai contribuenti.

Questo va detto con onestà intellettuale, senza negare ciò che l’IIT ha fatto bene.

Ha prodotto ricerca di qualità. Ha attratto talenti internazionali. Ha sviluppato prototipi avanzati, soprattutto nella robotica, nei materiali e nelle neuroscienze. Ha generato startup, alcune promettenti, molte fragili, poche realmente arrivate a una scala industriale significativa.

Ma tra il laboratorio e il mercato continua a esserci un vuoto strutturale.

Ed è questo il punto che non può più essere eluso.

Il confronto internazionale rende questo dato ancora più evidente. Modelli consolidati di ricerca applicata come la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania o il CEA-Leti in Francia non misurano il proprio successo solo in termini di eccellenza scientifica, ma soprattutto in tecnologie adottate dall’industria, contratti industriali, licenze, spin-off scalate sul mercato.

La Fraunhofer, in particolare, ha fatto del trasferimento tecnologico una parte strutturale del proprio mandato.

Un solo dato rende il confronto esplicito: la Fraunhofer opera con un budget annuale di circa 3,6 miliardi di euro, di cui una quota rilevante proviene direttamente da contratti di ricerca con l’industria.

Il CEA-Leti, a sua volta, ha dato origine nel tempo a decine di spin-off industriali nei settori della microelettronica, della fotonica e dei dispositivi medicali, molte delle quali sono oggi imprese mature, con centinaia o migliaia di addetti.

Non si tratta di modelli perfetti, ma di sistemi che legano esplicitamente il finanziamento pubblico a risultati industriali verificabili. Ed è proprio questo passaggio che, nel caso italiano, appare ancora debole.

L’IIT non era stato concepito come un centro di ricerca fine a se stesso. Era stato presentato come lo strumento per colmare il cronico fallimento italiano nel trasferimento tecnologico, come il ponte tra scienza e industria, come l’infrastruttura capace di trasformare conoscenza in crescita.

Dopo oltre vent’anni, quel ponte appare ancora incompiuto.

Il problema, va chiarito una volta per tutte, non è la ricerca.

Il problema è l’assenza di obiettivi industriali vincolanti, di metriche stringenti di impatto economico, di una cultura della responsabilità sul risultato. Perché quando il finanziamento è pubblico, stabile e di queste dimensioni, l’assenza di risultati non è neutrale.

La ricerca pubblica non può vivere solo di promesse future. Deve produrre valore oggi. Deve creare imprese, tecnologie adottate, occupazione qualificata, ritorni misurabili. Deve contribuire alla crescita della produttività nazionale.

Altrimenti diventa ciò che l’Italia conosce fin troppo bene: un’eccellenza isolata, costosa e incapace di cambiare il sistema.

Dopo ventidue anni e quasi due miliardi di euro spesi, è legittimo dirlo senza ipocrisie: il bilancio economico e industriale dell’Istituto Italiano di Tecnologia è ancora largamente al di sotto delle aspettative che ne avevano giustificato la nascita.

La domanda, ormai, non è più se l’IIT faccia buona ricerca.

La domanda è un’altra, ed è molto più scomoda: quanto ancora l’Italia può permettersi di investire senza pretendere risultati industriali proporzionati?

Continuare a evitarla non è prudenza.
È rinuncia.

Fonte

L'articolo per forma e contenuti lascia poco spazio alla critica. Il discorso, tuttavia, approfondisce in maniera insufficiente le cause profonde di una situazione incontestabile: i risultati "modesti" di IIT derivano dal fatto che l'Istituto, come il resto della ricerca in Italia è una isola nel nulla produttivo.
Perché a mancare da 40 anni è una idea generale e pianificata del ruolo che l'Italia – intesa come "sistema Paese" – può e vuole ottenere nella divisione internazionale del lavoro e, conseguentemente, una politica industriale di grande respiro per concretizzare quel ruolo.
Senza tutto questo non c'è ricerca e soprattutto, analisi su di essa e i suoi ritorni, che tengano, ma soltanto discorsi ormai troppo astratti per un Paese e una società che sprofondano sempre più velocemente nel sottosviluppo.

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