Tre attivisti legati al gruppo Palestine Action si trovano in condizioni di salute critiche dopo settimane di sciopero della fame contro la repressione britannica del movimento di solidarietà con i palestinesi. Le testimonianze di amici e familiari che hanno visitato i detenuti descrivono un quadro clinico devastante.
Heba Muraisi, 31 anni, in carcere da novembre 2024 e il cui processo inizierà non prima di giugno 2026, ha raggiunto il 69esimo giorno senza cibo, ed è la detenuta la cui vita è a maggior rischio. Ricoverata d’urgenza tre volte in nove settimane, stando a quel che racconta chi ha potuto vederla, la donna appare emaciata, soffre di spasmi muscolari, gravi difficoltà respiratorie e una preoccupante perdita di memoria.
Kamran Ahmed, 28 anni, è a 62 giorni di sciopero della fame, e la sua situazione non è meno grave. La sorella, Shahmina Alam, ha dichiarato che il giovane ha perso l’udito da un orecchio, soffre di dolori toracici e presenta una frequenza cardiaca che scende saltuariamente sotto i 40 battiti al minuto. “Ogni volta che lo vediamo, temiamo possa essere l’ultima”, ha confessato la donna.
Un terzo scioperante, il 23enne Lewie Chiaramello, affronta rischi aggiuntivi essendo affetto da diabete di tipo 1, una condizione che, secondo i medici, rende il digiuno prolungato un potenziale preludio al coma o a danni permanenti. Teuta Hoxha, di 29 anni, ha interrotto lo sciopero della fame pochi giorni fa, dopo un paio di mesi, a causa di rischi critici per la sua salute, e del rifiuto da parte delle autorità carcerarie di fornirle le cure necessarie.
Non ci sono stati commenti da parte dei funzionari delle carceri o da parte di quelli governativi. Ricordiamo che, appena dopo Natale, 6 importanti esperti legati alle Nazioni Unite hanno ribadito che “le autorità devono garantire un accesso tempestivo alle cure di emergenza e ospedaliere quando clinicamente indicato, e astenersi da azioni che possano costituire pressione o ritorsione e rispettare l’etica medica”.
Heba Muraisi, Kamran Ahmed e Lewie Chiaramello sono i tre attivisti degli otto iniziali che stanno continuando lo sciopero della fame in protesta per l’evidente torsione autoritaria e repressiva di Londra, e contro il sostegno britannico allo stato genocida di Israele. Il modo in cui stanno venendo trattati in carcere, con accuse da più parti sollevate rispetto ai diritti dei detenuti, non fa che confermare la volontà politica di punire il loro dissenso.
Palestine Action è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche, per l’accusa di un’incursione presso la filiale britannica dell'azienda israeliana di armamenti Elbit Systems a Bristol e presso una base della RAF nell’Oxfordshire. Gli attivisti negano ogni accusa, ma in ogni caso non sono accusati di aver mai costituito alcuna minaccia alle persone, ma solo ad oggetti. E alla complicità con lo stato sionista.
Recentemente, anche Human Rights Watch ha accusato Starmer e i suoi ministri di una grave limitazione del diritto al dissenso in Regno Unito. Migliaia di persone sono già state arrestate, rischiando fino a sei mesi di detenzione, anche semplicemente per aver tenuto in mano un cartello che affermava il proprio sostegno a Palestine Action.
Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includono la concessione della libertà su cauzione, il diritto a un equo processo, la fine della censura postale e telefonica all’interno del sistema carcerario: va ricordato che i giovani sono in attesa di giudizio da un tempo che supera di gran lunga il limite standard per la custodia cautelare. Gli attivisti chiedono inoltre la revoca della designazione di Palestine Action come organizzazione terroristica e la chiusura dei siti Elbit nel Regno Unito.
Nonostante gli appelli di medici, avvocati e funzionari delle Nazioni Unite, il governo britannico mantiene la sua linea repressiva. Il Ministero della Giustizia non ha rilasciato commenti specifici, limitandosi a dichiarare che le procedure standard per il rifiuto del cibo vengono seguite.
Tuttavia, il dottor James Smith, che assiste gli attivisti, ha denunciato trattamenti degradanti e disumanizzanti: i detenuti verrebbero tenuti costantemente ammanettati ai letti d’ospedale durante i ricoveri. Amu Gib, che ha interrotto lo sciopero della fame dopo 50 giorni, non ha nessuna consulenza medica intorno alle modalità e alle quantità con cui ricominciare ad alimentarsi. Ciò è molto pericoloso, in quanto potrebbe causare uno dei disturbi metabolici chiamati “sindrome da rialimentazione”, con effetti mortali.
Il movimento di solidarietà Prisoners for Palestine ha evidenziato come lo sciopero di Heba Muraisi abbia superato la soglia simbolica dei 66 giorni, lo stesso arco di tempo dopo il quale, nel 1981, morì l’attivista irlandese Bobby Sands. Si tratta della più grande azione coordinata di sciopero della fame nelle carceri britanniche da quegli anni.
Come allora, la lotta era per l’autodeterminazione di un popolo, e come allora gli imperialisti non solo cancellano i diritti e le vite degli oppressi, ma li lasciano morire in carcere. Sull’onda delle mobilitazioni che hanno interessato anche l’Italia, la solidarietà nel nostro paese con gli attivisti di Palestine Action deve essere totale, visibile e rumorosa. Si tratta di colpire una terribile ritorsione politica che ha i palesi tratti di una vendetta di stato.
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