“Vostro per la rivoluzione”: anche in questo modo l’autore, nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, amava chiudere le sue lettere. Come lui, molti altri socialisti dell’epoca le concludevano allo stesso modo.
La necessità di scoprire e riscoprire Jack London nel 150° anniversario della sua nascita sta proprio nel fare i conti con l’autenticità, in un momento storico nel quale siamo costantemente sottoposti a una farsa: una vile e sterile propaganda, utile a mantenere uno status quo favorevole a pochi e sfavorevole ai molti, a causa di un sistema economico iniquo.
Una propaganda incentrata sulla paura e sulla colpevolizzazione dei singoli, sui quali vengono fatte ricadere le responsabilità delle problematiche di un sistema che cola a picco e che non è in grado, né può esserlo, di fornire risposte adeguate per migliorare il benessere collettivo.
Parlare di Jack London e riproporlo nel dibattito significa fare una scelta precisa: schierarsi dalla parte dei molti, dei subalterni, di chi lavora e produce, dei disoccupati; significa parlare dei loro interessi e agire in funzione di essi.
Egli, attraverso la crudezza e la schiettezza delle sue opere, era capace di snocciolare grandi temi all’interno di romanzi e racconti con una potenza artistica tanto evocativa quanto persuasiva. La sua penna attirò l’attenzione dell’FBI e del War Department degli Stati Uniti. Quest’ultimo, il 4 settembre 1942, redasse un rapporto in cui dichiarava:
«I documenti del War Department dimostrano come i lavori di Jack London fossero tra i migliori testi di propaganda disponibili nel 1927».[1]
Nel rapporto dell’FBI si legge invece: «Molti dei lavori di London rimandano a idee radicali, magari non apertamente, ma in modo tale da essere così convincenti da poter essere considerati tra i migliori scritti di propaganda esistenti».[2]
Questa sua abilità di scrittore fu il frutto di un metodo rigoroso e della trasposizione, in larga parte, della sua intensa vita all’interno delle opere. Quando decise di diventare scrittore e di “vendere” il proprio cervello, adottò una disciplina ferrea che consisteva nello scrivere mille parole al giorno. Ciò lo portò ad ampliare il suo vocabolario, che sarebbe stato messo al servizio delle sue opere, impregnate di grande fluidità e di notevoli capacità descrittive.
Dedicò buona parte della sua vita alla scrittura, proprio con l’obiettivo di sfuggire alle fatiche dei molti lavori manuali che aveva svolto, tra i quali, per citarne alcuni, quello di marinaio, scaricatore di porto, cercatore d’oro e lavandaio. In quest’ultimo, dopo l’abbandono di quell’odiato mondo accademico, arrivò a lavorare fino a ottanta ore a settimana.
Questi lavori li descrisse e li riversò nelle sue opere: ecco perché le narrazioni nei racconti e nei romanzi risultano tanto veritiere quanto dettagliate. Lo stesso vale per la descrizione di personaggi come Radiosa Aurora e Malemute Kid, incontrati nei saloon, nelle baite e nelle taverne durante i suoi viaggi sulle piste del Klondike, così come per i molti altri conosciuti nelle avventure per mare o lungo la strada. Per queste ragioni risultano estremamente accurate anche le descrizioni dei paesaggi del Grande Nord e delle Hawaii, così come quelle di eventi e scioperi.
Quando ci parla di quei paesaggi è perché vi è stato; quando racconta dei tumulti di San Francisco, delle riunioni operaie o delle conferenze socialiste è perché vi ha preso parte; quando descrive le torture nel carcere di Folsom e le condizioni dei detenuti è perché le ha vissute in prima persona, dopo essere stato arrestato per vagabondaggio. Quando ci restituisce la condizione degli ultimi negli East End londinesi è perché anche lui è stato, realmente, tra il popolo degli abissi.
Le riflessioni che London elabora sulla società sono simili all’analisi di uno scienziato che, armato di lente d’ingrandimento, non si ferma alla realtà data, fenomenica, ma analizza in profondità i processi. Proprio nel solco tracciato da Marx, egli parla degli ultimi, trattando la società come una realtà divisa in classi: esplicitamente ne Il tallone di ferro, implicitamente in Martin Eden, per citare solo due esempi.
Attraverso London possiamo osservare tutte le degenerazioni insite nella società capitalistica, da quelle materiali a quelle morali, accentuate dalle disuguaglianze sociali che generano profitto e tempo libero per pochi, mentre producono fatica e sottrazione di tempo per i molti. Viviamo in una società formalmente egualitaria, dove tutti sono apparentemente sullo stesso piano: sia chi parte da condizioni di netto svantaggio, sia chi possiede tutti gli strumenti necessari per “competere”. Una società che si regge sul falso mito del merito.
Emblematico è il caso del pugile Tom King, che affrontò un incontro malnutrito e si recò addirittura a piedi al match per sfidare l’avversario: i due pugili non partirono certo dalle stesse condizioni.
Parlare degli ultimi, dei molti, è indispensabile per poter parlare della società e di come migliorarla. Gli interessi della collettività coincidono con quelli dei singoli, e solo una società fondata sull’interesse di tutti può realmente soddisfare l’interesse individuale. Dobbiamo essere capaci di sentire lo schiaffo inferto sul volto degli oppressi – per dirla con Martí – per poter costruire una società nuova, un nuovo Umanesimo.
È possibile uscire dalle condizioni imposte e subite dai molti solo attraverso la collaborazione. Le specie che meglio collaborano sono quelle che riescono a sopravvivere: London, grande lettore di Darwin, lo comprendeva bene. È proprio in questa prospettiva di interesse di classe e di bisogno di un nuovo umanesimo che Jack London va letto.
Non a caso è stato letto da Guevara, Stalin, Trotsky, Lenin e Krupskaja. Il primo ricordò il racconto Accendere un fuoco, in particolare la scena dell’uomo che si appoggia a un tronco dopo lo spegnimento del fuoco durante una sosta nelle gelide distese dell’Alaska, proprio nell’istante in cui le truppe di Batista lo colpirono. Stalin possedeva nella sua vasta biblioteca diversi libri di Jack London. Trotsky lesse certamente Il tallone di ferro: esiste una sua corrispondenza con Joan London, figlia dello scrittore, nella quale si discute proprio di quell’opera. Infine Lenin e Krupskaja lessero diversi racconti di London negli ultimi giorni di vita di Lenin, tra cui Che cos’è la vita per me.
Sicuramente molti altri marxisti lessero Jack London. Egli, naturalmente a causa delle sue idee, fu più letto in Unione Sovietica che negli Stati Uniti: nella prima metà del Novecento furono pubblicati oltre dieci milioni di libri di London in URSS, contro circa un milione negli USA.
Scoprire e riscoprire lo “strumento” London significa dunque muoversi verso l’autenticità, verso il bisogno di giustizia sociale e di verità tanto cari a Jack London, che con il suo attivismo seppe schierarsi dalla parte giusta della storia.
«Se sopprimete la verità, se nascondete la verità, se non vi alzate a parlare nelle riunioni, se parlando alle riunioni non dite tutta la verità, allora siete meno veri della verità. Lasciatemi guardare in faccia la verità, ditemi com’è fatta la verità».
Jack London
Note
1 London, Jack – Rivoluzione, Mattioli 1885 (Fidenza: Mattioli 1885 spa 2016) pag. 184
2 Ivi, pag.186
Fonte
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