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26/01/2026

Music For The Masses, le liturgie per la celebrità dei Depeche Mode

Musica per le masse ad opera di chi le aveva sempre schivate, professandosi outsider per cultori di Blasphemous Rumours. L’album che nel 1987 proietta i Depeche Mode verso lo stardom può apparire una mossa azzardata, quasi blasfema – per restare in tema – nei confronti del manipolo di adepti che li aveva fedelmente seguiti dalle origini, in quel di Basildon, fino al cuore del decennio Ottanta. Eppure, la svolta che porterà al grande successo Dave Gahan e compagni non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma come una evoluzione nella continuità. E si rivelerà talmente efficace da riuscire nell’impresa più ardua: tenere insieme lo zoccolo duro della prim’ora con nuove orde di irriducibili fan.

Liturgie elettropop

Già il precedente – e cruciale – “Black Celebration” (1986), infatti, aveva segnato un primo, deciso cambio di rotta per i Depeche Mode, in un percorso che da band di culto per feticisti elettropop li avrebbe portati in breve tempo a gremire arene e stadi di tutto il mondo. Nella celebrazione nero pece del 1986 si potevano già cogliere le avvisaglie di una trasformazione in quasi tutti gli aspetti caratteristici del gruppo di Basildon: la voce di Gahan si era fatta più cupa, pur mantenendo il fascino mostrato in alcuni episodi dei precedenti lavori, le sonorità apparivano più robuste e mature, con Gore ormai pienamente in grado di dosare le tastiere in modo da creare atmosfere oniriche (la splendida title track, "Stripped"), pur senza rinunciare a riff aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e "A Question Of Lust"). Dall'epico crescendo di "Black Clebration" fino alla desolazione di "New Dress", l'album proponeva un suono stratificato e denso, che affondava le radici nell'elettropop degli esordi ma, come attitudine e sonorità, ammiccava già al rock da stadio. Poco importava che le chitarre ci fossero o meno: anche un pezzo come "Flies On The Windscreen", col suo macabro accompagnamento di vocalizzi ansimanti, suonava come un vero e proprio anthem negativo, colonna sonora per uscite notturne votate alla decadenza.
Restava quel mix di sacro e profano d'ascendenza blues, da plasmare in nuove, accattivanti forme sonore, senza smarrire quel senso di cupezza e di angoscia che avrebbe sempre accompagnato la premiata ditta di Basildon: un’alchimia complessa per nuove liturgie sonore, quelle di “Music For The Masses”.

Registrato tra Parigi e Londra e mixato in Danimarca, “Music For The Masses” è al tempo stesso il primo album dei Depeche Mode in cui il mentore della Mute, Daniel Miller, non ha un ruolo centrale nella produzione e il primo in cui il tastierista Alan Wilder inizia ad avere un peso rilevante in cabina di regia. A proposito del rapporto con Miller, nel documentario ufficiale sul making of, Martin Gore riconosceva la necessità di “un po’ di nuovo slancio”, mentre lo stesso produttore parlava di “una boccata d’aria fresca” e di “un enorme peso tolto dalle spalle” nel rinunciare alle responsabilità quotidiane. Per la produzione, così, la band si orientò verso Dave Bascombe, che aveva da poco lavorato come ingegnere del suono per "Songs From The Big Chair" dei Tears For Fears. Non potranno certo sfuggire le somiglianze tra alcune atmosfere cupe di quel lavoro e le nuove liturgie per le masse dei Depeche Mode. Nel documentario, Gahan rivelava: “Dave sembrava semplicemente una persona con cui potevamo andare d’accordo”; mentre il compianto Andy Fletcher scherzava: “A volte servono battute nuove, qualcuno che ti prenda un po’ in giro”. In realtà, pur accreditato come co-produttore, Bascombe ridimensiona il proprio ruolo nel plasmare il suono, sostenendo di essere stato impiegato soprattutto come tecnico, più che come guida creativa e di essersi divertito per le “strane” regole non scritte dello studio. Non era suo compito mettere in discussione lo status quo, così si limitò a inserirsi nel flusso di lavoro: una volta che Gore aveva scritto e preparato il demo di un brano, spettava a Wilder e al produttore/ingegnere svilupparlo in studio.

Le session iniziarono al Guillaume Tell, un cinema parigino riconvertito, che si rivelò proficuo grazie alla disponibilità di diversi strumenti orchestrali. Il lavoro proseguì ai Konk Studios dei Kinks a Londra e in uno studio mobile installato in una vecchia villa nella campagna inglese, per poi concludersi con registrazioni e mixaggi ai Puk Studios in Danimarca (edificio purtroppo distrutto da un incendio nel 2020). Ne scaturì un suono epico e orchestrale, che accentuava la natura melodrammatica e teatrale del Depeche sound: una combinazione dell’abilità tecnica di Bascombe e dell’influenza classica e delle doti di arrangiatore di Wilder. Con brani spesso costruiti su cicli ipnotici che crescono fino a un climax trascinante. Un sound meno pittorico rispetto ai dischi precedenti, e decisamente scultoreo, con i bassi che sembrano scavati nel marmo, mentre continuano le dense sovrapposizioni di tastiere elettroniche. Gore, tuttavia, mette un po' da parte i synth, allentando il purismo elettronico, per dedicarsi alla chitarra elettrica – non a caso, il disco si apre con un riff di chitarra isolato, seppur pesantemente trattato e innescato da un campionatore – mentre la batteria si insidia prepotente.

Dal punto di vista lirico, Gore esplora il tema della strada aperta, un motivo ricorrente che evoca evasione giovanile e avventura, mentre la metafora della guida si intreccia con la sua fascinazione per i giochi di potere e il controllo. “Music For The Masses” segna anche un cambiamento nell'estetica del gruppo, con il coinvolgimento di Anton Corbijn (futuro regista del film "Control" su Ian Curtis) nei videoclip e nei materiali promozionali.

I singoli killer

Un successo annunciato e programmato fin nei dettagli, insomma, inclusi i due singoli apripista. Quando infatti il sesto album in studio del gruppo britannico approda nei negozi, il 28 settembre 1987, i Depeche Mode hanno già aperto una significativa breccia nelle classifiche grazie a un doppio, prelibato antipasto.

Il primo 45 giri, “Strangelove”, propone un Gahan ormai già dannato nel suo abbandono agli eccessi e ai peccati della notte, assecondato da cadenze frenetiche: un energico synth-pop in quattro quarti pensato per le piste da ballo. Uscito 5 mesi prima dell’album, mentre le session erano ancora in corso, “Strangelove” fu ritenuto troppo euforico per adattarsi allo stile più oscuro di “Music For The Masses“, così Miller ne realizzò una versione più lenta e oscura, destinata ai solchi dell'Lp. Anche il raffinato videoclip di Corbijn subì dei cambiamenti: dalle riprese in Super 8 e in bianco e nero effettuate in vari scenari di Parigi vennero espunte le parti in cui comparivano due modelle dark in abbigliamento discinto, prontamente censurate da Mtv Usa.

Ma a dettare la linea all'album sarà soprattutto il successivo 45 giri, “Never Let Me Down Again”, destinato a essere annoverato tra gli inni definitivi del synth-pop. Enfatico, trascinante ma perfettamente calibrato, con l'esaltante montare del refrain pianistico sull'onda del denso corpo sonoro. Un grandioso climax orchestrale, con tanto di campioni sinfonici ispirati da "Carmina Burana" di Carl Orff, che lanciano il pezzo in orbita. Il testo è stato interpretato in vari modi: un viaggio edonistico verso l’oblio, un’esperienza omoerotica, una semplice storia di amicizia. Qualcuno insinuerà perfino che il “best friend” del “ride” potesse essere la droga da cui Gahan era dipendente in quel periodo. Un brano reso irresistibile anche da un rullante devastante, catturato da "When The Levee Breaks" dei Led Zeppelin, per stessa ammissione di Bascombe: “Da ragazzo ho sempre pensato che fosse il suono di batteria più entusiasmante del mondo!”, rivelerà.

Una prima breccia nelle classifiche – si diceva. Non così dirompente, a dirla tutta: “Strangelove” approderà al n.16 in Uk e al n.76 negli Stati Uniti; “Never Let Me Down Again” si fermerà al n.22 in Uk e a n.63 negli Usa. Ma progressivamente saranno proprio quei due singoli a trainare al successo “Music For The Masses”. Magari con la complicità di un terzo colpo da ko uscito su 45 giri, di nome “Behind The Wheel”, che riporta in discoteca questo suono oscuro e fatalista, esplorando il lato oscuro delle relazioni umane: un altro potenziale tormentone da club con una sequenza di accordi inquieta e irrisolta. Wilder spiegò nel documentario: “È una sequenza di quattro accordi che si ripete e non cambia mai. Mi ricorda quelle scale a illusione ottica: sali e non arrivi mai in cima. Quando fai il giro, sei di nuovo in basso... non puoi fermarti, ed è questa la bellezza, anche per l’analogia con la guida”. Rispetto alla single edit, più concisa e diretta, la versione dell’album è dilatata, costruisce lentamente tensione e atmosfera prima di mantenere la promessa con quegli inesorabili colpi di rullante. A impreziosire il brano sarà anche un altro video doc di Corbijn, girato in Italia presso il lungo lago di Arona, in Piemonte, nel quale Gahan resta a piedi, mentre un trattore gli porta via la macchina, ma viene raggiunto da una donna in Vespa su cui sale dopo aver buttato via delle stampelle.

Dopo tre singoli-killer come questi, la quarta scelta su 45 giri sarà invece spiazzante, con la filastrocca delicata e sinistra di “Little 15”, che tuttavia si rivela essenzialmente una riflessione sull’innocenza perduta, narrando la storia di un quindicenne alle prese con le difficoltà della crescita e di una donna adulta, amareggiata dalla vita, che lo ammonisce sui pericoli del mondo. Eventuali allusioni sessuali sembrano (stavolta) da escludere, anche se Gore racconterà: "Parla di una casalinga di mezza età, annoiata, che cerca una nuova ragione di vita attraverso un ragazzo giovane. Non deve per forza essere una cosa sessuale. Anche se questa canzone in particolare si riferisce a un nostro compagno di classe che ebbe davvero una relazione con una donna di mezza età quando aveva 15 anni". Dell’arrangiamento orchestrale campionato del brano, è stato detto che evoca una “Eleanor Rigby” per la generazione synth-pop, ed è in effetti un saggio magistrale dell’abilità di Wilder nel prendere lo scheletro di una composizione di Gore e arricchirlo con la sua magia orchestrale, ispirandosi nella fattispecie al minimalismo di Michael Nyman.

Elettronica per arene rock

Il quarto singolo rappresentava dunque il volto più riflessivo e introspettivo dei Depeche Mode, che porta soprattutto il marchio di Gore e che non è mai mancato in ognuno dei loro album. Tra gli altri episodi dell’album che abbassano le pulsazioni per scavare negli anfratti della psiche, vanno annoverati l’elegante “The Things You Said”, lenta e atmosferica nel suo incedere notturno, “To Have And To Hold”, con campioni di radio russa seguiti da un drone sintetico cupo a precedere un beat minimale e il refrain semplice e ripetitivo di Gahan, e la meno riuscita “I Want You Know”, tipica novelty erotica di Gore che usa gemiti e sospiri campionati da un film per adulti per creare il groove con un Fairlight CMI 3 che oggi suona un po’ datato.

Alla categoria delle hit mancate appartengono invece la pulsante “Sacred”, residuo legame con l’industrial-pop delle origini tra cori campionati e l’iconografia religiosa sovversiva di Gore (“a firm believer and a warm receiver”) e l’electro di "Nothing", scandita da un riff contagioso e un apparente charleston, che deriva in realtà dal sample della porta pneumatica di un pullman (!).

Un discorso a parte merita la grandeur finale di “Pimpf”, che con i suoi pomposi timbri operistici rasenta pericolosamente un kitsch inaccessibile perfino agli attuali Muse: il brano strumentale, dal gusto wagneriano, con la voce di Gore campionata, scomposta e riprogrammata, prende il nome da una rivista nazista per ragazzi della Hitlerjugend, dettaglio che ne chiarisce il clima. Un azzardo temerario che alla fine trova senso nel climax melodrammatico del disco: Bascombe paragonerà il fervore di "Pimpf" che risuonava dagli altoparlanti prima di un concerto a Parigi all’atmosfera di un comizio politico.

I Depeche Mode di “Music For The Masses”, insomma, sono un gruppo che vive di contrasti e dualismi, uno dei quali è del tutto interno a Gore. È lui che scrive tutti i testi pieni di rese al peccato e slanci purificatori, tra amore sacro (poco, in effetti) e passioni profane (in abbondanza). L'altro dualismo è al contrario esterno: quello tra il Gore paroliere e il Gahan cantante, ma anche tra la voce efebica del primo e quella profonda e virile del secondo: l'innocenza e l'esperienza sono compresenti nella loro musica, come in ogni animo umano.

Scavallata la metà degli anni '80, i Depeche Mode avevano ormai fatto loro il connubio tra paesaggi sonori desolati e ritmi ballabili che già aveva reso forti certe produzioni di Giorgio Moroder o "Blue Monday" dei New Order, ma erano intenzionati a fare della musica elettronica uno spettacolo da arene rock. Il culmine della loro ambizione populista sarà raggiunto nell'epico concerto al Rose Bowl di Pasadena immortalato da D.A. Pennebaker nel video "101". Proprio quell’ultima data, davanti a circa 60.000 spettatori, sancì definitivamente l’affermazione dei Depeche Mode negli Stati Uniti come una delle band alternative di riferimento della fine degli anni Ottanta.

“Music For The Masses”, del resto, segnò il primo vero salto di qualità dei Depeche Mode nel mercato statunitense. Entrò nella Billboard 200 fino alla posizione n.35 e ottenne la certificazione di disco d’oro a circa sei mesi dall’uscita, un risultato decisamente più rapido rispetto a quanto era accaduto con "Some Great Reward" e "Black Celebration", premiati solo a distanza di anni. Fu inoltre il disco con il maggior numero di singoli di successo pubblicati fino a quel momento.

Da ricordare anche il documentario “Depeche Mode: 1987-88 (Sometimes You Do Need Some New Jokes)”, una panoramica sull'album, contenente commenti e interviste di quanti hanno contribuito alla sua realizzazione: oltre al gruppo, il produttore Dave Bascombe, Daniel Miller, Daryl Bamonte, Martyn Atkins (che propose l'idea dei megafoni per la copertina), il regista Anton Corbijn e tanti altri.

Sarebbe toccato al successivo “Violator” (1990) completare l’opera, suggellando il nuovo ruolo dei Depeche Mode come profeti dell’elettropop per le masse. E pensare che tutto nacque per scherzo: quel titolo era infatti una battuta al vetriolo sulla loro presunta irrilevanza commerciale. Uno scherzo che si tradurrà rapidamente in una profezia, proiettando gli ex-outsider di Basildon nell’olimpo del pop-rock mondiale.

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