L’inchiesta contro Mohammed Hannoun e i palestinesi dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese sta perdendo i primi pezzi.
Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne ha trattenuti in carcere quattro, tra cui Hannoun. Tra novanta giorni si conosceranno le motivazioni di questa decisione e gli avvocati difensori hanno già annunciato che presenteranno appello.
Le molte contraddizioni di questa inchiesta, che ci ha fatto parlare di montatura mediatico/politico/giudiziaria, stanno venendo alla luce una dopo l’altra. Ma la sua debolezza intrinseca non ne diminuisce l’insidiosità. A questa infatti stanno cercando di sopperire – nella sua preparazione mediatica e nella gestione successiva – le isteriche campagne dei giornali della destra, ma anche le dichiarazioni colpevoliste rilasciate nelle audizioni in Parlamento del ministero degli Interni Piantedosi pur con il procedimento in corso, anzi appena avviato.
È evidente, tramite questa montatura, il tentativo di depotenziare e complicare la solidarietà con i palestinesi, anche solo sul piano umanitario, dimostrata dall’ondata di empatia che è cresciuta nel nostro paese e che Israele intende spezzare con ogni mezzo. Il problema è che il governo italiano intende assecondare e sostenere questa controffensiva israeliana.
Da qui l’avvio dell’inchiesta e gli arresti dei palestinesi residenti e attivi in Italia, una inchiesta con tantissimi punti deboli che stanno emergendo.
“In questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano di utilizzabilità del materiale israeliano visto che con questa operazione sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione” segnala un veterano della cronaca giudiziaria come Frank Cimini riprendendo le parole di uno dei legali della difesa.
Il dossier fornito dal Mossad ai magistrati genovesi, è quello che di fatto ha costituito il nerbo principale delle accuse contestate dalla Procura di Genova contro Mohammed Hannoun e agli altri palestinesi indagati cioè il presunto collegamento fra le associazioni finanziate e Hamas. Un passaggio che è stato contestato sin dall’inizio dai legali degli indagati.
“Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura nei confronti di Hannoun – commenta Fabio Sommovigo, uno dei difensori – ma notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano, visto che con questa decisione i giudici sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione”.
“Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata” – spiega Nicola Canestrini, un altro dei legali della difesa – “In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare”.
Intanto un incidente di percorso ha “sputtanato” la fonte del dossier israeliano. Il misterioso “Avi”, autore del rapporto “Expert” che mette nel mirino le associazioni benefiche palestinesi e Hannoun ha un nome e cognome si chiama Avi Abramson, è un esperto di antiterrorismo che lavora per il National Bureau of Counter Terrorism Financing of Israel, la branca dei servizi di sicurezza di Tel Aviv che si occupa di intelligence finanziaria. Il suo nome, che doveva rimanere riservato, è venuto fuori da una email inviata dagli uffici israeliani a quelli della magistratura.
Un articolo de Il Fatto Quotidiano riporta che il nome di Avi Abramson compare in rete legato a due eventi specifici. Il primo riguarda un incontro pubblico organizzato dalle autorità israeliane nel 2020, che ha come tema centrale il collegamento fra ong e organizzazioni terroristiche. In quel consesso Abramson interviene come “esperto di antiterrorismo con diciannove anni di carriera alle spalle”.
Il secondo è legato alla delegazione israeliana che nel 2016 difese l’operato del governo di Tel Aviv di fronte alla Commissione Onu contro la tortura. In quell’occasione Abramson risulta aver partecipato come consigliere legale dell’allora primo ministro israeliano.
Lo stesso articolo rammenta due questioni importanti. La prima è che la Procura di Roma nel 2018, di fronte agli stessi elementi che hanno portato a dicembre all’arresto dei palestinesi dell’Api e dell’Abspp, ritenne di dover archiviare il procedimento.
La seconda è che la stessa Procura di Roma ha ritenuto che “Allo stesso modo non appare apprezzabile la circostanza in base alla quale alcune associazioni palestinesi destinatarie di fondi sarebbero state considerate terroristiche dallo Stato di Israele o dall’Autorità nazionale palestinese proprio per il loro collegamento ad Hamas. Infatti non può essere in alcun modo trasferita nel nostro sistema sanzionatorio penale una determinazione assunta da altre autorità politiche, giudiziarie e di polizia senza una approfondita valutazione degli elementi fattuali che concretizzino condotte rilevanti penalmente poste in essere nel nostro Paese alla luce dei principi giuridici qui vigenti”.
Per gli apparati israeliani tutte le associazioni solidali con la Palestina o attive a Gaza e in Cisgiordania sono infatti “terroriste”. Il finanziamento dall’estero delle attività di queste associazioni è da tempo nel mirino del Mossad.
Nel 2022 sette Ong palestinesi attive in Cisgiordania sono state messe fuorilegge. Adesso Israele ha vietato l’ingresso o decretato l’espulsione da Gaza di ben 37 Ong e organizzazioni umanitarie impedendone l’attività in una situazione di totale devastazione.
L’inchiesta avviata dalla procura di Genova non ha però intimidito il vasto movimento di solidarietà con la Palestina che nelle piazze e in tante iniziative continua a chiedere la liberazione dei palestinesi arrestati a dicembre e la fine di ogni collaborazione tra le istituzioni italiane e gli apparati israeliani.
Questi ultimi – e i loro terminali in Italia – vorrebbero che le condizioni di vita della popolazione e la questione palestinese come questione politica e non solo umanitaria, spariscano dall’agenda per poter realizzare – oltre al genocidio – anche il “politicidio” dei palestinesi, come ha documentato lucidamente il sociologo israeliano Baruch Kimmerling quasi venti anni fa.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento