Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/01/2026

La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.

La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.

Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.

La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria. È, prima di tutto, un sintomo storico. In un contesto segnato dalla radicalizzazione autoritaria dello Stato imperiale, dall’offensiva xenofoba e poliziesca apertamente promossa da Donald Trump e dalla normalizzazione della violenza razzista mascherata da legalità – oggi incarnata da agenzie come l’ICE – ricompare, in maniera quasi necessaria, la domanda di autodifesa degli oppressi e di come questa possa essere articolata insieme a una strategia rivoluzionaria.

Non si tratta di un’irruzione spontanea né di una moda militante, ma piuttosto della ricomparsa di un’esperienza storica che il capitale non è mai riuscito a chiudere completamente: quella del Black Panther Party come tentativo concreto di collegare razza, classe, potere e organizzazione rivoluzionaria nel cuore stesso dell’imperialismo.

Le Pantere Nere nacquero nel 1966 a Oakland, quando il ciclo di espansione capitalista del dopoguerra iniziava a mostrare chiari segni di esaurimento e la violenza della polizia fungeva da meccanismo quotidiano per disciplinare una popolazione razzializzata e supersfruttata.

Da una prospettiva materialista, la sua comparsa non fu una risposta a un “eccesso” del sistema, ma piuttosto la reazione organica di uno specifico settore della classe operaia a una particolare forma di dominio capitalista. Il razzismo non sembrava una deviazione morale dall’ordine statunitense, ma una tecnologia del potere funzionale alla riproduzione del capitale.

Da qui l’importanza della svolta teorica contenuta nella riformulazione del terzo punto del suo Programma in Dieci Punti: non si trattava più di porre fine al furto dell'“uomo bianco”, ma piuttosto al furto del capitalista. In questa correzione si condensava una comprensione cruciale: l’oppressione razziale non poteva essere abolita senza un confronto diretto con i rapporti di produzione capitalistici.

L’originalità del Black Panther Party risiedeva nell’aver combinato, senza concessioni liberali, l’autodifesa armata con i cosiddetti programmi di sopravvivenza, in particolare il programma di colazioni popolari. Lungi dal costituire una politica assistenziale, queste pratiche rivelavano il nucleo politico del progetto delle Pantere: dimostrare nella pratica che la classe oppressa poteva organizzare la riproduzione materiale della vita laddove lo Stato capitalista offriva solo repressione, abbandono o carità disciplinare.

La colazione calda, la clinica comunitaria o l’assistenza legale non erano fini a se stessi, ma piuttosto momenti di una pedagogia rivoluzionaria che sfidava la legittimità dell’ordine borghese e preparava soggettività per lo scontro politico. L’autodifesa non si limitava al controllo armato della polizia, ma si dispiegava come una difesa completa della vita proletaria di fronte a uno Stato che operava come una forza di occupazione interna.

Da una prospettiva marxista, questa esperienza non può essere idealizzata senza un’analisi critica. Le analisi di Huey P. Newton ed Eldridge Cleaver sulla struttura di classe negli Stati Uniti – in particolare la distinzione tra una “classe operaia metropolitana” e una “classe operaia della colonia nera” – davano conto di una realtà oggettiva: la frammentazione razziale del proletariato e l’integrazione riformista di ampi settori sindacalizzati nel blocco di potere borghese.

Quindi, privilegiando il sottoproletariato razzializzato come soggetto rivoluzionario centrale, le Pantere Nere tendevano a spostare la lotta dal campo della produzione alle strade, limitando la loro capacità di articolare una strategia di potere in grado di includere l’intera classe operaia. Questa tensione – tra la chiarezza della diagnosi e i limiti della strategia – non invalida la loro eredità, ma ci obbliga a leggerla come un’esperienza storicamente collocata e non come un modello chiuso.

È proprio questa lettura materialistica che ci permette di comprendere perché oggi, di fronte all’offensiva anti-immigrazione, all’inasprimento delle pene e alla riconfigurazione bonapartista del potere statunitense, ricompaiano gruppi che invocano esplicitamente la tradizione delle Pantere Nere. La persecuzione sistematica dei lavoratori migranti, la militarizzazione dei quartieri poveri e la legittimazione politica del razzismo ricreano le condizioni sociali che hanno reso possibile il Black Panther Party.

Il fatto che queste espressioni siano frammentate, eterogenee o addirittura contraddittorie non altera il dato fondamentale: quando il capitale avanza nella sua fase di irrigidimento autoritario, l’autodifesa di classe riappare come una necessità oggettiva. Lo Stato non si presenta come un arbitro neutrale, ma come uno strumento diretto del dominio borghese, e di fronte a esso, la passività equivale a una sconfitta anticipata.

Da una prospettiva marxista rivoluzionaria, il compito non consiste nel feticizzare l’autodifesa o ridurla a un’estetica militante, bensì inscriverla in una strategia insurrezionale volta alla conquista del potere. L’autodifesa è legittima e necessaria in quanto espressione della violenza difensiva degli oppressi contro la violenza strutturale del capitale e del suo Stato, ma acquisisce significato storico solo se si articola con l’organizzazione consapevole della classe operaia come soggetto politico indipendente.

L’esperienza delle Pantere Nere dimostra che l’organizzazione comunitaria può sfidare l’egemonia, ma anche che senza un inserimento organico nei processi produttivi e senza una direzione rivoluzionaria capace di unificare il proletariato al di là delle sue frammentazioni razziali, il potere borghese trova il modo di neutralizzare, cooptare o schiacciare queste esperienze.

Oggi, di fronte all’offensiva reazionaria guidata da Trump e portata avanti dall’intero apparato statale, la lezione delle Pantere Nere rimane pienamente attuale su un punto cruciale: gli sfruttati non possono delegare la propria difesa o la propria emancipazione a istituzioni progettate per garantirne la sottomissione.

Da questa stessa prospettiva storica, è ineludibile rivendicare e valutare criticamente l’esperienza di autodifesa sviluppata in Cile dalla Primera Linea durante la rivolta popolare. Lì, di fronte alla violenza sistematica dello Stato, sono emerse forme embrionali di difesa collettiva che non sono state uno sfogo irrazionale, bensì la legittima risposta di un popolo lavoratore abbandonato dalle istituzioni e tradito dalla sua leadership politica tradizionale. Tuttavia, quell’esperienza – eroica e genuina – è rimasta intrappolata nei limiti della spontaneità e dell’isolamento strategico.

Il compito che s’impone oggi non è la ripetizione feticizzata di quelle forme, ma il loro consapevole superamento: recuperare il loro contenuto combattivo e di classe per integrarlo in un progetto politico superiore, orientato alla costruzione di una nuova leadership rivoluzionaria dei lavoratori, capace di articolare autodifesa, organizzazione di massa e insurrezione come momenti di un’unica strategia di potere. Solo così la violenza difensiva degli oppressi cesserà di essere un atto episodico e diventerà una forza storica organizzata al servizio della rivoluzione sociale.

La classe operaia – in tutta la sua diversità razziale, nazionale e culturale, in Cile, negli USA e in ogni parte del mondo – deve assumersi il compito organico dell’autodifesa, rompere con il legalismo paralizzante e costruire una politica insurrezionale orientata alla rivoluzione sociale. Non come gesto volontaristico, ma come risposta necessaria a un capitalismo che può governare solo approfondendo la violenza.

In questo senso, il ritorno delle Pantere non annuncia un passato che sta tornando, ma un futuro che insiste nel farsi strada: quella della lotta di classe nella sua forma più essenziale, proprio lì dove l’imperialismo credeva di averla soffocata per sempre.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento