Per una volta bisognerà ringraziare un giornale israeliano che non è Haaretz, ma The Times of Israel, per averci fatto conoscere la struttura fondamentale del ridisegno mondiale perseguito dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump.
Stiamo parlando del Board of Peace (Consiglio di Pace), già famoso prima ancora di nascere. Era stato detto che questo organismo avrebbe dovuto essere ad hoc, ossia istituito per gestire la «ricostruzione» di Gaza e una indeterminata «fase di transizione» verso una «pace stabile» in Medio Oriente.
In questo senso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva dato un cauto via libera con durata e compiti limitati: fino alla fine del 2027.
Lo statuto reso noto descrive tutt’altro. Per capirci, Gaza e il Medio Oriente non sono neppure nominati, non sono l’oggetto di cui si occupa. Il campo di gioco di questo Board è il mondo intero ed il suo scopo, nonostante la parola «pace» sia ripetuta ogni tre per due, non è affatto pacifico. Tanto meno «democratico».
Ci vorrà un attimo di studio maggiormente approfondito, ma già ad un primo sguardo è corretto dire che questo Board sarà una «internazionale» agli ordini degli Stati Uniti che nelle intenzioni va a sostituire sia l’Onu che la Nato, assumendo tutte le funzioni della seconda e una quota rilevante della prima.
Lo si può e lo si deve dire perché i suoi componenti – Stati formalmente sovrani e indipendenti – saranno scelti ed «invitati» a partecipare dal presidente del Board stesso, che per la prima volta nella storia mondiale degli statuti societari (dalla più piccola cooperativa sociale all’assemblea delle Nazioni Unite) ha un nome e cognome invece di indicare una funzione. E il presidente è ovviamente Donald Trump, giovane ottantenne di belle speranze.
È di evidenza solare che se si accede per «inviti» decisi da un presidente che preesiste e determina la nascita stessa dell’«associazione» ci sarà una notevole quantità di Paesi che non ne possono far parte, che anzi saranno l’oggetto delle sue «attenzioni» operative. Peraltro stabilite sempre dal presidente, che si riserva il diritto di veto su qualsiasi decisione diversa presa a maggioranza dai membri «minori».
E infatti gli inviti sono stati o saranno diramati ad appena una sessantina di Paesi: quelli di più lunga alleanza/subordinazione agli Usa (gli europei, Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia, ecc.), o quelli che si vorrebbe sottrarre all’alleanza commerciale dei Brics+ (come India, Turchia, emirati vari del Golfo, Egitto).
Una delle poche certezze è che quanti accetteranno l’invito dovranno versare un miliardo di dollari, altrimenti la loro partecipazione sarà limitata a tre anni. Non è una gran cifra, per uno Stato, ma serve a chiarire che gli Usa non forniranno «copertura gratis» a nessuno. Anzi...
Le stesse finalità del «Consiglio di Pace» sono un inno all’indeterminatezza: «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ristabilire una governance affidabile e conforme alla legge e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti».
Quale sia la «legge» è difficile dire, ma è presumibile sia la volontà di un «presidente» che teorizza l’inesistenza di qualsiasi regola al di sopra della propria volontà (pardon: «moralità»). Senza neanche dover ricordare che la «governance» è un termine aziendalistico che significa «struttura di comando verticale», non «governo democratico».
È infatti dal «preambolo» che si ricavano le ragioni che rendono, per così dire, «necessaria» questa nuova organizzazione internazionale: serve un «giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito» (l’Onu e il suo articolato castello di funzioni specifiche); una «una partnership sostenuta e orientata ai risultati» (chissenefrega dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli), una «costruzione della pace più agile ed efficace» (senza le lungaggini della trattativa tra parti parimenti legittime)...
Insomma una «coalizione di Stati volenterosi, impegnati nella cooperazione pratica e nell’azione efficace», orientati «dal giudizio e nel rispetto della giustizia». Ovviamente senza aver bisogno di definire il giudizio di chi e quale giustizia... Ci pensa «il Presidente» con nome e cognome.
Tutti i dettagli dell’articolato e tutta la logica di questo «Statuto» sono coerenti con la definizione di un organismo operativo monocratico che servirà a «proiettare forza» in quelle aree del mondo in cui la superpotenza Usa ravvisa gli estremi di una «conflittualità» che contrasta i propri interessi. Può essere il Venezuela, l’Iran, la Colombia, il Messico, la Nigeria o altri Paesi del Sud del mondo.
Ma, con una contraddizione violentissima, anche la Groenlandia o lo stesso Canada che ha appena firmato un accordo di «partenariato strategico» con la Cina (che naturalmente non riceverà mai alcun invito, essendo il vero convitato di pietra contro cui questa baracca guerrafondaia è stata pensata).
Niente più riconoscimento formalizzato dell’autodeterminazione dei popoli, della sovranità degli Stati, niente più parità giuridica e intangibilità dei confini sia per i «grandi» che per i «microbi», niente più diritto internazionale fondato su basi giuridiche.
Solo una “coalizione di volenterosi” sotto la guida di un uomo solo, sciolto da ogni vincolo e alla guida di una potenza economicamente in crisi ma militarmente ancora forte. Una sorta di «ICE internazionale», una Gestapo globale da sguinzagliare per il pianeta per demolire Stati, conquistare risorse, abbattere concorrenti e... quant’altro piaccia al «presidente».
L’idea è quella di un mondo da governare con la forza dalla centrale operativa di Washington, utilizzando un certo numero di ascari per compensare la propria debolezza strategica (gli Stati Uniti hanno perso tutte le guerre in cui, alla fine, hanno dovuto mettere boots on the ground per governare i territori invasi, l’ultima in Afghanistan). L’America ci metterà la capacità tecnologica di concentrare la forza in un punto (rapire Maduro, uccidere Khamenei, ecc.), gli ascari le truppe per «amministrare» ciò che resta, se serve.
Questo è il progetto, però. La realtà è fin troppo complicata per sottostare davvero a questa impostazione. Basta una Groenlandia, ad esempio, per creare una faglia sostanziosa tra euro-atlantici che teoricamente dovrebbero aderire con entusiasmo. Basta una Gaza per raffreddare le partecipazioni arabe o quella di Israele che guarda alla Turchia come se fosse l’Iran degli ayatollah.
L’intenzione è insomma chiara, lo spazio per farla fallire praticamente infinito. A cominciare dall’interno degli stessi Stati Uniti, dove stanno già sperimentando sulla propria pelle le conseguenze di questa visione in stile ICE. E di queste «pratiche orientate ai risultati».
Fonte e statuto del “Consiglio di Pace”
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