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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/06/2026

Martedi a Genova udienza decisiva per Mohammed Hannoun e i palestinesi detenuti in Italia

Il 16 giugno 2026, davanti al Tribunale di Genova, si aprirà un capitolo decisivo sulla montatura che ha portato in carcere Mohammed Hannoun ed altri rappresentanti palestinesi in Italia.

Dal 27 dicembre 2025, quattro famiglie vivono questa attesa sospesa: Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad sono ancora rinchiusi in carcere in custodia cautelare.

A maggio la Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso sollevati dalle difese, ha motivato l’annullamento delle ordinanze del Tribunale del riesame di Genova sulla custodia cautelare degli indagati nell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso enti di solidarietà con il popolo palestinese.

La Corte, in sostanza, ha affermato che il giudice può fondare la decisione solo su materiale acquisito in contraddittorio e di provenienza accertata: le “fonti aperte” indeterminate, prive di indicazione dell’origine e di vaglio di attendibilità, non equivalgono al “fatto notorio” e sono inutilizzabili (al pari del materiale proveniente dai servizi segreti israeliani). La mancata specificazione della fonte e della sua qualità ed attendibilità ne preclude l’utilizzabilità.

Contestualmente, la Corte ha depositato le motivazioni con cui ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura, che insisteva per l’utilizzabilità del materiale di provenienza bellica. 

L’udienza è prevista alle 9 del mattino e durerà fino al pomeriggio. “Chiediamo a chiunque possa esserci, di aggregarsi davanti a quel tribunale” afferma l’API (Associazione dei Palestinesi in Italia) – “Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, gruppi, movimenti, a tutte le realtà e a tutte le persone che credono nella dignità umana e nella vicinanza concreta: portate la vostra presenza, la vostra voce, il vostro simbolo di solidarietà. Unitevi a noi davanti al Tribunale di Genova il 16 giugno, per trasformare la paura in comunità e l’attesa in resistenza condivisa”.

Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad hanno bisogno di sentire che fuori da quelle mura qualcuno li aspetta davvero. Che non sono un numero, non sono un fascicolo. Sono figli, fratelli, compagni, amici. Sono pezzi di vita di qualcuno. “A chi non potrà essere lì fisicamente, lo sia con un pensiero, con un gesto, con un messaggio alle famiglie”.

Ci auguriamo che il 16 giugno venga fatta giustizia e siano scarcerati Hannoun, Dawoud, Yasser e Ryad.

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10/04/2026

La Cassazione smonta il teorema giudiziario contro Mohammed Hannoun e i palestinesi in Italia

La Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze del Tribunale del Riesame che avevano confermato gli arresti del gip del tribunale di Genova nei confronti del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere con l’accusa di avere finanziato Hamas.

La Cassazione ha inoltre decretato inammissibili i due ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del Riesame in precedenza, nei confronti di Raed Al Salahat, 48 anni.

Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Tribunale del Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso.

In attesa di una nuova pronuncia del Riesame, per Mohammed Hannoun non cambia ancora la condizione personale, perché resta detenuto nel carcere di Terni, ma cambia il quadro processuale. La detenzione dovrà essere rivalutata da capo e il caso politico/giudiziario, almeno per ora, si riapre completamente.

I documenti inviati dagli apparati israeliani alle autorità italiane per richiedere l’arresto di Hannoun e degli altri palestinesi, sembrano essere stati definitivamente esclusi come fonte di prova indiziaria contro i rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, smantellando così lo strumento principale della montatura giudiziaria messa in piedi dei pm genovesi. L’ordinanza di arresto era una sorta di trattato sull’islam politico che molto somigliava ad un teorema più che a una indagine.

È opportuno ricordare che Hannoun e gli altri palestinesi sono stati arrestati su pressione delle autorità israeliane, una richiesta alla quale una parte della magistratura si è piegata, incoraggiata dalle campagne criminalizzanti dei giornali della destra e degli ambienti sionisti in Italia.

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20/01/2026

La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi

L’inchiesta contro Mohammed Hannoun e i palestinesi dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese sta perdendo i primi pezzi.

Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne ha trattenuti in carcere quattro, tra cui Hannoun. Tra novanta giorni si conosceranno le motivazioni di questa decisione e gli avvocati difensori hanno già annunciato che presenteranno appello.

Le molte contraddizioni di questa inchiesta, che ci ha fatto parlare di montatura mediatico/politico/giudiziaria, stanno venendo alla luce una dopo l’altra. Ma la sua debolezza intrinseca non ne diminuisce l’insidiosità. A questa infatti stanno cercando di sopperire – nella sua preparazione mediatica e nella gestione successiva – le isteriche campagne dei giornali della destra, ma anche le dichiarazioni colpevoliste rilasciate nelle audizioni in Parlamento del ministero degli Interni Piantedosi pur con il procedimento in corso, anzi appena avviato.

È evidente, tramite questa montatura, il tentativo di depotenziare e complicare la solidarietà con i palestinesi, anche solo sul piano umanitario, dimostrata dall’ondata di empatia che è cresciuta nel nostro paese e che Israele intende spezzare con ogni mezzo. Il problema è che il governo italiano intende assecondare e sostenere questa controffensiva israeliana.

Da qui l’avvio dell’inchiesta e gli arresti dei palestinesi residenti e attivi in Italia, una inchiesta con tantissimi punti deboli che stanno emergendo.

“In questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano di utilizzabilità del materiale israeliano visto che con questa operazione sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione” segnala un veterano della cronaca giudiziaria come Frank Cimini riprendendo le parole di uno dei legali della difesa.

Il dossier fornito dal Mossad ai magistrati genovesi, è quello che di fatto ha costituito il nerbo principale delle accuse contestate dalla Procura di Genova contro Mohammed Hannoun e agli altri palestinesi indagati cioè il presunto collegamento fra le associazioni finanziate e Hamas. Un passaggio che è stato contestato sin dall’inizio dai legali degli indagati.

“Non siamo ovviamente soddisfatti del mancato annullamento della misura nei confronti di Hannoun – commenta Fabio Sommovigo, uno dei difensori – ma notiamo che già in questa fase l’impianto accusatorio ha ceduto in modo importante a partire dal piano dell’utilizzabilità del materiale israeliano, visto che con questa decisione i giudici sembrano aver operato una separazione tra il finanziamento e la partecipazione all’associazione”.

“Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata” – spiega Nicola Canestrini, un altro dei legali della difesa – “In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare”.

Intanto un incidente di percorso ha “sputtanato” la fonte del dossier israeliano. Il misterioso “Avi”, autore del rapporto “Expert” che mette nel mirino le associazioni benefiche palestinesi e Hannoun ha un nome e cognome si chiama Avi Abramson, è un esperto di antiterrorismo che lavora per il National Bureau of Counter Terrorism Financing of Israel, la branca dei servizi di sicurezza di Tel Aviv che si occupa di intelligence finanziaria. Il suo nome, che doveva rimanere riservato, è venuto fuori da una email inviata dagli uffici israeliani a quelli della magistratura.

Un articolo de Il Fatto Quotidiano riporta che il nome di Avi Abramson compare in rete legato a due eventi specifici. Il primo riguarda un incontro pubblico organizzato dalle autorità israeliane nel 2020, che ha come tema centrale il collegamento fra ong e organizzazioni terroristiche. In quel consesso Abramson interviene come “esperto di antiterrorismo con diciannove anni di carriera alle spalle”.

Il secondo è legato alla delegazione israeliana che nel 2016 difese l’operato del governo di Tel Aviv di fronte alla Commissione Onu contro la tortura. In quell’occasione Abramson risulta aver partecipato come consigliere legale dell’allora primo ministro israeliano.

Lo stesso articolo rammenta due questioni importanti. La prima è che la Procura di Roma nel 2018, di fronte agli stessi elementi che hanno portato a dicembre all’arresto dei palestinesi dell’Api e dell’Abspp, ritenne di dover archiviare il procedimento.

La seconda è che la stessa Procura di Roma ha ritenuto che “Allo stesso modo non appare apprezzabile la circostanza in base alla quale alcune associazioni palestinesi destinatarie di fondi sarebbero state considerate terroristiche dallo Stato di Israele o dall’Autorità nazionale palestinese proprio per il loro collegamento ad Hamas. Infatti non può essere in alcun modo trasferita nel nostro sistema sanzionatorio penale una determinazione assunta da altre autorità politiche, giudiziarie e di polizia senza una approfondita valutazione degli elementi fattuali che concretizzino condotte rilevanti penalmente poste in essere nel nostro Paese alla luce dei principi giuridici qui vigenti”.

Per gli apparati israeliani tutte le associazioni solidali con la Palestina o attive a Gaza e in Cisgiordania sono infatti “terroriste”. Il finanziamento dall’estero delle attività di queste associazioni è da tempo nel mirino del Mossad.

Nel 2022 sette Ong palestinesi attive in Cisgiordania sono state messe fuorilegge. Adesso Israele ha vietato l’ingresso o decretato l’espulsione da Gaza di ben 37 Ong e organizzazioni umanitarie impedendone l’attività in una situazione di totale devastazione.

L’inchiesta avviata dalla procura di Genova non ha però intimidito il vasto movimento di solidarietà con la Palestina che nelle piazze e in tante iniziative continua a chiedere la liberazione dei palestinesi arrestati a dicembre e la fine di ogni collaborazione tra le istituzioni italiane e gli apparati israeliani.

Questi ultimi – e i loro terminali in Italia – vorrebbero che le condizioni di vita della popolazione e la questione palestinese come questione politica e non solo umanitaria, spariscano dall’agenda per poter realizzare – oltre al genocidio – anche il “politicidio” dei palestinesi, come ha documentato lucidamente il sociologo israeliano Baruch Kimmerling quasi venti anni fa.

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19/01/2026

Il tribunale del Riesame di Genova ha scarcerato tre dei palestinesi arrestati a dicembre. Hanoun e altri tre restano in carcere

Comincia a perdere pezzi l’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas. Il tribunale del Riesame di Genova ha accolto la richiesta di scarcerazione di tre degli arrestati nell’inchiesta della Dda sui presunti finanziamenti ad Hamas.

A tornare in libertà sono Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, 52 anni, Raed Al Salahat, 48 anni e Khalil Abu Deiah, 62 anni, difesi dagli avvocati Nicola Canestrini, Samuele Zucchini, Emanuele Tambuscio e Sandro Clementi.

Restano in carcere il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, 63 anni, Yaser Mohamed Rmdan Elasaly, 51 anni, Riyad Adbelrahim Jaber Albustanjı, 60 anni e Ra’Ed Hussny Mousa Dawoud, 52 anni.

“Il Tribunale del Riesame di Genova – si legge in una nota diffusa dall’avvocato Nicola Canestrini – ha depositato oggi il dispositivo del provvedimento relativo all’indagine che coinvolge materiale fornito dalle autorità israeliane. Le motivazioni saranno depositate nelle prossime settimane. Dal dispositivo emerge una chiara vittoria sul piano dei principi: per alcuni indagati è stata disposta la scarcerazione, per altri la misura cautelare è stata confermata. In attesa delle motivazioni, pare tuttavia che il Tribunale abbia escluso l’utilizzabilità della cosiddetta ‘battlefield evidence’ di provenienza israeliana, segnando una netta presa di distanza dalla strumentalizzazione giudiziaria di materiali di intelligence militare. Per i profili residui, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare separatamente la sussistenza di indizi sulla base di fonti diverse”.

“È un risultato importante: viene affermato che la giustizia non può essere usata come strumento di guerra – commenta Canestrini –. La lotta al terrorismo va combattuta con le regole, non con scorciatoie. Sul resto attendiamo le motivazioni, ricordando che vale per tutti la presunzione di innocenza. La difesa continuerà a vigilare con rigorosa attenzione critica su ogni tentativo di piegare il diritto a logiche militari, riservandosi ogni ulteriore valutazione dopo il deposito delle motivazioni”.

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14/01/2026

Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta

Il prossimo 16 gennaio al Tribunale di Genova ci sarà l’udienza del Riesame sugli arresti di Mohammed Hannoun e di altri esponenti dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese arrestati durante le feste di Natale nel quadro di una inchiesta su “finanziamenti ad Hamas” che sarebbero stati raccolti nel nostro paese. Su questa vicenda abbiamo già scritto più volte sul nostro giornale denunciandone anche le contraddizioni e gli obiettivi politici.

Il Tribunale del Riesame venerdì dovrà decidere se la detenzione in carcere dei palestinesi – nel frattempo trasferiti in istituti speciali in quanto accusati di “terrorismo” – sia giustificata o meno.

Su questa inchiesta, che presenta molti aspetti di una montatura mediatica/politica/giudiziaria, pesa in modo rilevante – e per molti aspetti decisivo – il fatto che una parte consistente dell’ordinanza di carcerazione si fonda su materiale fornito dagli apparati repressivi israeliani.

Gli avvocati difensori dei palestinesi detenuti, hanno preso parola in queste ore con un lungo e dettagliato comunicato di denuncia su questa situazione.

“L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri” scrivono i legali, aggiungendo che “Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”.

Il comunicato degli avvocati sottolinea, giustamente, come sia un dato incontestabile che lo Stato di Israele rifiuti sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali.

“È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso” affermano i legali.

C’è poi una precisazione importante, secondo cui nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. “Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia”.

Quest’ultimo è un aspetto, a nostro avviso decisivo, che viene ripreso anche in un altro passaggio del documento degli avvocati difensori quando segnalano che “L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence (per di più straniera, aggiungiamo noi) come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali”.

C’è infine un altro aspetto che merita di essere sottolineato e cioè la preparazione mediatica – condotta da tempo dai giornali di destra e filo-sionisti – e la gestione politica di questa inchiesta, che vede anche figure istituzionali esprimersi nel merito mentre essa è ancora in corso. Certe considerazioni fatte nelle comunicazioni al Senato dal ministro Piantedosi, non hanno certo contribuito a creare un “clima sereno per l’operato dei giudici”.

La contraddizione viene rilevata nel documento dei legali dei palestinesi arrestati quando denunciano che “È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo”.

Aspetteremo l’esito del Tribunale del Riesame di Genova di venerdì 16 gennaio, ma per le caratteristiche da teorema che è venuta assumendo questa inchiesta (basta leggersi le 305 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti, ndr), sarà bene che tutte le reti, associazioni e realtà solidali con la lotta del popolo palestinese approntino tutte le misure per una mobilitazione per la giustizia che collide duramente con gli obiettivi degli apparati di stato israeliani... e di quelli di un governo che se ne è reso complice anche in questa occasione facendoli propri.

Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Nello stesso giorno di venerdì 16 gennaio, si attende infatti anche la sentenza del Tribunale de L’Aquila contro tre palestinesi arrestati e processati in Italia (Anan Yaesh, Ali e Mansour) per le accuse mosse contro di loro dagli apparati israeliani e non per reati commessi sul territorio italiano. Come dovremmo definire tutto questo?

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31/12/2025

Smontiamo la montatura

Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.

In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.

Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.

In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a ventidue ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.

Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.

Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.

Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.

Seminare il dubbio sulle raccolte fondi che in questi mesi hanno coinvolto migliaia di persone, scuole, associazioni, parrocchie e quant’altro, è una delle forme più subdole per cercare di depotenziare l’ondata di empatia popolare verso i palestinesi. Dunque che le raccolte fondi proseguano e si intensifichino nonostante questa operazione.

C’è poi l’aspetto politico interno a rendere ancora più inaccettabile e inquietante questa montatura politico/giudiziaria.

Non solo si accetta l’ingerenza e la visione israeliana sullo stesso operato della magistratura (cosa già avvenuta nel caso di Anaan Yaesh e gli altri due palestinesi sotto processo a L’Aquila), ma si agevola l’operazione scatenata da mesi dagli apparati ideologici e di sicurezza dello stato israeliano.

L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare il vasto movimento di solidarietà popolare con la lotta dei palestinesi e il riconoscimento politico del loro diritto alla resistenza contro l’occupazione coloniale israeliana.

In questi due anni l’egemonia sionista sulla comunicazione politica e nel dibattito pubblico ha subìto sconfitte pesanti. Un genocidio in diretta non poteva passare come esercizio del “diritto alla sicurezza di Israele”. In questo sanguinoso trucco non ci cascava quasi più nessuno, se non i sionisti e quelli a libro paga di Israele.

L’escalation militare della “guerra sui sette fronti” scatenata da Tel Aviv, pur ottenendo risultati materiali sul campo, non era riuscita a compensare o rovesciare la sconfitta politica a livello internazionale.

A quel punto la guerra israeliana si è spostata dal fronte alla “guerra cognitiva” nei paesi europei (nella maggior parte del mondo è inutile persino provarci…). In Italia soprattutto, perché in questo paese erano venute crescendo mobilitazioni popolari di massa che hanno fatto vacillare la complicità politica di un governo di destra che si ritiene il “miglior alleato” di Israele.

È cominciata così la controffensiva politico/mediatica che ha visto prima ostracizzare in ogni modo personalità influenti come Francesca Albanese, poi attivare i ministri del governo Meloni (Istruzione e Interni) per normalizzare con la forza scuole, università e piazze. Una “manina” a questa controffensiva sembra averla data anche il presidente dell’ANP Abu Mazen con la sua legittimazione politica alla Meloni e la delegittimazione della solidarietà italiana alla Palestina. Infine, a far quadrare il cerchio. è venuta fuori l’iniziativa di settori della magistratura disponibili a farsi portavoce delle istanze israeliane contro i palestinesi in Italia.

Il precipitato di tutto questo è poi avvenuto anche in sede parlamentare, dove la destra ha rovesciato tutto il suo livore antipalestinese contro un’opposizione fin troppo cedevole perché strumentale. Quest’ultima, infatti, invece di tenere la testa alta ha calato subito le braghe, come quasi sempre avvenuto in questi ultimi decenni proprio sulla Palestina.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che di fronte agli attacchi sionisti e dei loro manutengoli occorre tenere fermo il punto sul piano politico, senza concedere nulla alla loro narrazione. Non sono abituati a incontrare resistenze, ragione per cui vanno in tilt e cominciano a muoversi in modo scomposto. Basta leggere le pagine dei vari gruppi sionisti per averne una dimostrazione.

Dunque, a partire da subito, occorre mettersi al lavoro per demolire la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi e affrontare in modo coordinato quella che sarà la campagna di criminalizzazione del movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Servirà una grande determinazione e altrettanta duttilità. Non sarà molto utile chi strilla più forte, ma chi saprà agire sulle molte contraddizioni del nemico.

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26/07/2024

Il “Teorema Sanremo” non ha funzionato. Assolto il vigile perseguitato

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia. Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. L’USB è stato l’unico sindacato a comprendere che cosa fosse davvero successo ai lavoratori e alle lavoratrici. Una sintesi è stata pubblicata su questa rivista in occasione della nomina del direttore generale della Città Metropolitana di Genova.

Il 23 luglio è arrivata finalmente la notizia della sentenza dell’ultimo grado di giudizio, la Cassazione, grazie alla quale Alberto Muraglia, passato alla storia come il “vigile in mutande” di Sanremo, ha vinto in via definitiva il ricorso contro il licenziamento: il Comune deve versargli, per il momento, 130mila euro. Ma con altri risarcimenti la cifra sarà anche maggiore. Nel febbraio 2024, l’USB Funzioni Locali Liguria ha pubblicato un comunicato dal titolo “Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo””. Alla luce della recente sentenza della cassazione, questo testo, di seguito riportato, è ritornato molto attuale, e vale la pena riportarlo integralmente:
Codice di comportamento dei lavoratori. Punizione o prevenzione? Un po’ di giustizia sul “caso Sanremo”

Da un po’ di tempo “esperti di codice di comportamento” tengono corsi di formazione nelle pubbliche amministrazioni.

Più che corsi di formazione, però, a volte si tratta di momenti collettivi nei quali il/la docente rivolge velate minacce ai lavoratori e alle lavoratrici degli Enti Locali, con le quali il messaggio di fondo è che i dipendenti pubblici si possono licenziare.

Pagati con soldi pubblici, a volte tali corsi sono tenuti proprio da dipendenti pubblici.

Queste persone possono avere anche ampio spazio sui media mainstream.

Recentemente ad una di queste “formazioni” la relatrice (dipendente pubblica nota in rete) annoverava nella sua aneddotica casi di dipendenti di enti locali licenziati grazie a lei e che, a suo avviso, i lavoratori assolti nel “caso Sanremo” sono “probabilmente” colpevoli, assolti solo a causa di indagini mal condotte. La “formatrice” è entrata quindi nel merito di sentenze emesse dai giudici in diversi processi.

La domanda che sorge spontanea è se un funzionario pubblico nelle vesti istituzionali possa mettere in discussione l’esito di un processo e il lavoro di un tribunale, così come accusare pubblicamente di “probabili” reati persone ormai già proclamate innocenti, senza incorre in una violazione dello stesso Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, oltre che delle più ovvie norme della convivenza civile. Certamente non un bell’esempio.

Il codice di comportamento dovrebbe essere una guida per il dipendente a non commettere reati, e quindi è preventivo e non coercitivo. Il fine non è la punizione, ma mettere in campo ogni strumento per evitare comportamenti errati.

È da osservare, inoltre, come ci si dimentica sistematicamente del fatto che, in caso di licenziamento, per i dipendenti pubblici non è previsto alcun sostegno economico (non c’è la Naspi), ma per la “formatrice” in questione è doveroso licenziare quanto prima per dare l’esempio.

Intanto poi l’eventuale danno da risarcire, pesa sulle tasche dei lavoratori e dei cittadini (vedi Sanremo).

Di recente è arrivata la notizia, con nostra grande soddisfazione, dell’assoluzione definitiva per Alberto, il vigile di Sanremo perseguitato e dileggiato per anni.

A lui e a tutti i lavoratori del Comune di Sanremo dedichiamo un abbraccio collettivo.

Su giornali e nei social media, ora, diverse persone si scusano con Alberto.

USB non deve scusarsi perché da quando siamo entrati al Comune di Sanremo (2017) siamo sempre stati (unici) dalla parte dei lavoratori.

Per chi non lo ricorda, nel febbraio 2016, alla vigilia del Festival, scoppiò il “caso”. Una storiaccia.

Un vero e proprio “Teorema Sanremo”: colpirne pochi, e molto duramente, per impaurire tutti gli altri. Colpire per annichilire e poter cosi privatizzare tutto il possibile e per rendere più deboli i lavoratori, non solo del pubblico impiego, ma di tutto il mondo del lavoro.

Ci hanno raccontato che questi lavoratori sono stati puniti in quanto “furbetti del cartellino”, e infatti tutto il “caso” si sviluppa all’interno della campagna contro i dipendenti pubblici.

Si tratta di una delle peggiori pagine di questa indegna campagna. Un vero e proprio film horror con lavoratori e lavoratrici buttati nel tritacarne.

Storie di uomini e donne spogliati della loro vita, della loro dignità, portati via in manette. Alcuni di loro messi in prigione e agli arresti domiciliari per 85 giorni (Alberto per 87 giorni), molti licenziati e altri che hanno subito provvedimenti disciplinari pesantissimi. Sradicati all’improvviso dalle loro famiglie.

Anche quei pochi colpevoli per davvero di comportamenti sbagliati, e perciò passibili di condanne e licenziamento, trattati come i peggiori assassini pur non avendo ucciso nessuno.

La stragrande maggioranza di loro perseguitata per un caffè, per una sigaretta fumata fuori dal portone.

Ritrovarsi all’improvviso spogliati di ogni briciolo di dignità e di umanità. Avere bisogno di aiuto e non trovare nessuno, avere bisogno di un avvocato e non avere i soldi per pagarlo. Ritrovarsi in un dramma talmente grande che ti soffoca, che non ti permette di ragionare e che ti fa fare scelte che potrebbero costare carissime.

Tutti i lavoratori del Comune di Sanremo sono stati condannati ad un “fine pena mai”.

Chi è rimasto si è trovato a convivere con la paura e la vergogna. Con carichi di lavoro moltiplicati a causa della sospensione di decine di colleghi. Solo grazie a loro il Comune ha continuato a funzionare in quei drammatici mesi.

L’Amministrazione Comunale non provò nemmeno a comprendere quanto stava accadendo. Non ha speso una parola in difesa dei propri dipendenti che da decenni permettevano al Comune di erogare tutti i servizi necessari ai cittadini, nonostante il dissesto finanziario, nonostante i tagli governativi, nonostante un blocco contrattuale più che decennale. Non si è assunta le sue vere responsabilità (se qualche lavoratore si comportava illegalmente i dirigenti dove erano?). Nessuno, in quei giorni, ha speso una parola di solidarietà, di comprensione, di dubbio.

Nemmeno gli altri sindacati spesero una parola.

Ci piacerebbe che fosse punito chi ha sbagliato nel perseguitare i lavoratori del Comune di Sanremo, causando un danno enorme alla collettività.

I lavoratori pubblici non sono fannulloni, non sono furbetti del cartellino. Sono gli unici a difendere lo stato sociale massacrato da tagli e privatizzazioni.

Sempre in prima linea, dovendo subire una dirigenza spesso incapace e amministratori pubblici che pensano solo agli affari loro.

Il problema non era e non è il Codice di Comportamento/Disciplina o le pene per i lavoratori, ma la cattiva organizzazione che vige in tantissime Amministrazioni locali.

È necessario invertire il paradigma: per prima cosa agire sull’organizzazione del lavoro e dopo applicare, nel caso, i “codici di disciplina” (ma a tutti, anche a chi ha accusato ingiustamente). Solo cosi gli enti locali possono tornare ad essere protagonisti della vita sociale del nostro paese.
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