Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/07/2026

Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato

Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori

Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale.

Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler riperimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori.

Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo.

Il problema non è quanto deciso dalla magistratura. Siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.

La magistratura non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento.

Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica.

La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia.

Per USB resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia.

Il Governo sostiene che la proprietà pubblica non avrebbe modificato gli effetti del provvedimento giudiziario. La questione posta da USB è un’altra: la nazionalizzazione serve per assumere il controllo delle decisioni industriali, programmare gli interventi ambientali, garantire gli investimenti, difendere la produzione nazionale di acciaio e tutelare l’occupazione.

È quanto è stato fatto nel Regno Unito di fronte al rischio di fermata di British Steel e alla possibile perdita della capacità nazionale di produrre acciaio. Quando è in discussione un settore strategico, uno Stato interviene direttamente e non si limita ad attendere le decisioni dei privati.

Acciaierie d’Italia dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.

Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone.

Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, deve dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica, industriale e sociale di questa scelta. In quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro.

Dopo gli interventi delle organizzazioni sindacali, il Governo ha proposto l’avvio immediato di un tavolo tecnico per definire un “piano straordinario”, coinvolgendo i ministeri interessati, le organizzazioni sindacali, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.

La proposta di aprire una discussione tecnica trova USB favorevole. È necessario verificare nel merito tutte le ricadute del provvedimento giudiziario, le prospettive industriali, gli investimenti possibili e gli strumenti straordinari necessari per tutelare l’intero perimetro occupazionale.

Questa disponibilità non comporta però alcun arretramento. Per USB la nazionalizzazione resta lo strumento principale per garantire il controllo pubblico delle scelte industriali, la continuità della produzione siderurgica, gli investimenti ambientali e la salvaguardia di tutti i lavoratori.

Il piano straordinario non può ridursi alla ricerca di nuovi investitori privati, alla riconversione delle aree liberate o alla gestione delle conseguenze della fermata. Deve prevedere un ruolo diretto dello Stato e affrontare immediatamente il tema delle garanzie occupazionali e salariali per i lavoratori diretti, degli appalti e di Ilva in amministrazione straordinaria.

USB parteciperà al confronto tecnico, ma con un presupposto politico preciso: nessuna soluzione potrà essere considerata credibile se rinuncia alla produzione di acciaio, spezza il gruppo o scarica ancora una volta sui lavoratori il costo delle scelte compiute dalla politica.

Per USB la tregua è finita. Non sono più accettabili scuse legate alla magistratura, all’Europa o alle decisioni degli enti locali.

Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia.

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14/06/2026

Quando la giustizia esclude e uccide

A Torino due giovani coinvolti nelle inchieste sulle manifestazioni per la Palestina si sono tolti la vita. Tra divieti di dimora, misure cautelari sproporzionate e il diniego a partecipare a un funerale, emerge una riflessione più ampia sul potere della magistratura, sul diritto penale come strumento di controllo e sulla progressiva criminalizzazione del dissenso.

Talvolta episodi apparentemente marginali o circoscritti mettono in luce dinamiche sociali consolidate e consentono di apprezzare come le rigidità culturali si radichino non solo nelle grandi questioni, ma anche nelle piccole pratiche quotidiane.

In alcuni settori della magistratura sembra esservi, non da oggi, una scarsa consapevolezza di quel “potere terribile” di cui la stessa è titolare, un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono.

La capacità di soppesare attentamente le conseguenze delle proprie azioni, cardine di quell’etica della responsabilità su cui ci si interroga da almeno un paio di secoli, richiede, per evitare di prendere decisioni incongrue, anche un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche.

Partiamo dall’inizio. Ho conosciuto F. alcuni mesi fa, perché era uno dei giovani denunciati dalla polizia per le manifestazioni a favore della Palestina dell’autunno scorso. Con sorprendente velocità, a F. e a diversi suoi compagne e compagni sono state applicate nel febbraio di quest’anno una serie di misure cautelari.

F., originario della provincia di Savona, a differenza di tutti gli altri e le altre, si è visto applicare la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive.

Questa decisione, confermata dal Tribunale del riesame, l’aveva gettato nello sconforto. Nell’ultima conversazione telefonica che aveva avuto con il mio studio gli era stato spiegato che si trattava di una misura temporanea, destinata ad essere modificata o revocata nel giro di qualche mese.

Dopo un paio di giorni F. ha deciso di togliersi la vita. Non so dire che peso gli orrori del mondo, di questo mondo sempre più plasmato dal linguaggio e dalla grammatica della guerra, segnato da diseguaglianze e sopraffazioni, possano avere avuto sulla sua scelta così definitiva e radicale. Certo è che dal biglietto che ha lasciato sull’auto, prima di gettarsi da un dirupo, sembra di capire che il provvedimento giudiziario, che riteneva profondamente iniquo, abbia avuto un peso non irrilevante.

Non ho conosciuto, invece, direttamente C. Anche lui è stato di recente denunciato a Torino per le manifestazioni e i cortei a favore della Palestina e purtroppo anche lui, a sua volta, pochi giorni fa, ha deciso di mettere fine alla sua esistenza.

Le sue compagne e i suoi compagni gli hanno dedicato la scorsa settimana un commosso ricordo collettivo. Alcuni tra loro, colpiti a loro volta dalla misura dell’obbligo di dimora a Torino (tra l’altro proprio nello stesso procedimento in cui anche F. era coinvolto) hanno urgentemente chiesto alla giudice di poter partecipare sabato 6 giugno al suo funerale. Le esequie si sarebbero tenute a Settimo Torinese, un comune che confina con Torino, ma a cui, visti gli obblighi cautelari in corso, avrebbero potuto accedere solo previa autorizzazione della giudice che aveva in carico il fascicolo.

Costei, preventivamente contattata nella mattinata di venerdì, si era detta disponibile a concedere tale autorizzazione, salvo poi allontanarsi dall’ufficio nel pomeriggio, senza dare indicazioni di sorta. L’istanza è stata così assegnata al magistrato di turno che ha ritenuto di respingerla con una laconica motivazione, fondata su “l’assenza di legame parentale, nonché l’inesistenza di comprovate ragioni, quali quelle ad esempio di salute, rilevanti dal punto di vista costituzionale”, una motivazione che, in tutta evidenza, trascura quella dimensione profonda ed etica dei rapporti affettivi che sfugge alla rigidità delle norme.

Anche il colloquio esplicativo che chi scrive ha avuto sabato mattina con lo stesso giudice, a decisione già presa, non ha minimamente inciso sulle sue convinzioni.

Vale la pena allora di formulare alcune brevi considerazioni.

La prima rimanda alla stessa misura applicata: un obbligo di dimora, accompagnato dall’obbligo di fare rientro a casa nelle ore serali e notturne. Il minimo che si può dire è che appare altamente illogica la scelta di applicare un presidio cautelare di tal fatta a fronte di reati che, in ipotesi d’accusa, sarebbero stati commessi in orario non serale e nella stessa città dove viene imposto l’obbligo.

Ci si trova di fronte, come pare ovvio, a una misura meramente punitiva, scarsamente adeguata rispetto alle esigenze cautelari che pretenderebbe di neutralizzare. Peraltro, sul fronte della risposta giudiziaria ai reati di piazza, da tempo Torino riveste un ruolo di avanguardia in ambito nazionale.

Da una, ancora parziale, raccolta di dati sui processi in corso contro i manifestanti Pro Palestina, fatta da avvocate e avvocati della Rete di resistenza legale, risulta che a differenza di molti altri circondari, dove in genere si procede con imputati a piede libero, a Torino i procedimenti avviati sono non solo decisamente più numerosi, ma anche caratterizzati da una pletora di misure cautelari.

In diversi casi, 27 in totale, la Procura ha richiesto l’applicazione di misure di particolare afflittività, dagli arresti domiciliari sino alla custodia in carcere, in contrasto con il principio del minimo sacrificio necessario, ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale. Per fortuna tali richieste nella quasi totalità dei casi sono state respinte dai giudici, che hanno però applicato numerose misure non custodiali, modulandole diversamente a seconda dei reati contestati.

La seconda osservazione, invece, riguarda la decisione del giudice di respingere la richiesta di partecipazione al funerale. Una giustizia che espunge da sé ogni sentimento di umana compassione e sensibilità finisce per assumere i tratti morali dell’ingiustizia.

In astratto la funzione delle norme (per paradossale che possa sembrare, anche di quella di natura meramente cautelare), e della loro applicazione giudiziale, deve essere finalizzate alla costruzione di migliori relazioni sociali.

La vicenda in esame appare paradigmatica di un’idea del diritto penale governato da una visione punitiva, una visione, come è stato detto, verticale e autoritaria, che privilegia l’applicazione rigidamente formale della legge, indifferente a qualsiasi comprensione del contesto umano, delle dinamiche e delle interazioni che lo sostanziano.

“L’intelligenza delle emozioni” applicata alle decisioni giudiziarie e amministrative significa anche questo, saper riconoscere il dolore e la vulnerabilità altrui, essere capace di tener conto della storia concreta delle persone, rispettare la loro dignità e i loro bisogni emotivi ed esistenziali.

Lunga è la strada da percorrere se solo si pone mente alla circostanza che, solo poche settimane fa, attraverso l’uso di quella vergognosa norma sul fermo preventivo introdotta con l’ultimo decreto sicurezza, 91 aderenti ai movimenti anarchici sono stati bloccati, portati e trattenuti in questura per diverse ore, perché volevano partecipare ad un presidio a ricordo di due loro compagni morti.

Infine, mi pare che l’intero episodio ponga, a prescindere dal caso concreto, una serie di interrogativi di non poco conto. Senza scomodare impervi paragoni con vicende dell’antichità, in cui pure erano a confronto le ragioni dello Stato e la pietà verso i defunti, il tema è quello del dovere o meno di rispettare decisioni (o leggi) ingiuste o che si ritiene contrastino con la propria coscienza.

La questione ha risonanze antiche e richiama il conflitto tra diritto e morale, tra l’osservanza del comando giuridico e l’autodeterminazione delle persone. Quantomeno dal secondo dopoguerra del secolo scorso, il tema della disobbedienza è entrato nel lessico della politica e viene costantemente praticato dai più svariati movimenti, ambientalisti ed ecologisti, ma anche antagonisti e/o territoriali.

Da tempo, ad esempio, gli attivisti del Movimento No Tav, a fronte delle decine di ordinanze prefettizie, che da eccezionali sono ormai divenuti la normalità della militarizzazione del territorio valsusino e che individuano attorno al cantiere una zona rossa inaccessibile ai cittadini, hanno deciso coscientemente di trasgredirle.

Parimenti, di fronte all’emissione di fogli di via obbligatori dalla Valle per le persone non residenti, nell’ovvio tentativo di allontanarle, neutralizzandone la partecipazione politica, hanno deciso di violarli, rivendicando pubblicamente tali violazioni.

Non è un caso che nel 2023 questo Governo, così attento alla repressione di tutto ciò che si connette con la protesta sociale, abbia, con l’ennesimo decreto legge poi convertito in legge, inasprito fortemente le sanzioni per la violazione del foglio di via, portandole da sei a diciotto mesi di reclusione e prevedendo una multa fino a 10.000 euro, trasformando anche il reato da contravvenzione a delitto, per evitare possibili future prescrizioni.

Con altro decreto di legge di qualche anno fa, emanato da un Governo di altro colore politico, sono state inserite, tra i parametri per stabilire la pericolosità sociale dei proposti alle misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, “le reiterate violazioni del foglio di via”.

Così, una violazione di un mero precetto, quello che in dottrina viene definito un reato di mera disobbedienza, appunto, in cui la condotta incriminata consiste nell’inosservanza di un obbligo o di un semplice divieto formale, in contrasto con il fondamentale principio di offensività, diventa l’ennesimo tassello di quella progressiva torsione del sistema penale verso le misure di prevenzione, che assicurano, non a caso, maggior velocità decisionale e minor tassatività dei presupposti normativi.

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26/04/2026

Gli orrori del 41 bis. I pericolosi libri negati ad Alfredo Cospito

Il Pg ricorre in Cassazione per bloccare acquisti autorizzati dal Tribunale di Sorveglianza: contestati testi ritenuti portatori di messaggi di disobbedienza e critica sociale. Sullo sfondo la decisione imminente di Carlo Nordio sul rinnovo del 41 bis ad Alfredo Cospito.

Alfredo Cospito aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari l’autorizzazione per acquistare una serie di libri e un Cd. La direzione del carcere non aveva dato corso alla decisione. Il procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione affinché l’ok dei giudici venga annullato.

I libri sono: “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo edizioni Castelvecchi; “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson edizioni Adelphi; “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey ed. Bollati Botinghieri. “Ghost Story” di Peter Straub ed. Fanucci. Il cd è “Who Let the Dogs Out” di Lambrini Girls.

Il Pg solleva dubbi sulla base delle recensioni prese dalla rivista online Rock Nation che direbbe che i testi sono espliciti e provocatori, un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista... 

Secondo la Procura generale non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri e CD veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”.

Questo è il clima in cui nei primi giorni di maggio il ministro della Giustizia Carlo Nordio deciderà se prorogare o meno la tortura del 41 bis che affligge Cospito dal 2022 per decisione del ministro Marta Cartabia. La decisione appare scontata. Il detenuto anarchico continua a pagare il coraggio con cui aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame contro il carcere duro che riguarda in Italia oltre 700 reclusi.

Tutto ciò nonostante la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si fosse detta favorevole a sostituire il 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo. È un storia che appare senza fine. Quello sciopero della fame è stato considerato in pratica “a scopo di terrorismo”. È una vicenda in cui magistratura e politica non litigano. Anzi vanno d’amore e d’accordo. E di garantisti in giro non se ne vedono.

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06/03/2026

Per un NO di sana e robusta Costituzione

di Marco Lucentini

Come autorevolmente scritto dai docenti universitari di procedura penale della Associazione Gian Domenico Pisapia, (grandissimo e compianto avvocato, tra gli autori della riforma che introdusse in Italia nel 1988 il processo accusatorio) “... se la separazione delle funzioni di accusa, difesa e giudizio è un connotato di qualunque sistema processuale che voglia dirsi autenticamente accusatorio ... la modifica costituzionale insita in questa riforma rischia di portare ad un mutamento genetico del P.M., destinato a configurarsi sempre più come organo schiacciato su mere istanze di repressione ed ad un suo conseguente rafforzamento”.

Il dibattito che si è sviluppato a seguito della approvazione della Legge Costituzionale del 30.10.2025 sconta infatti proprio questa contraddizione: se dal punto di vista tecnico la fisiologia del giudizio accusatorio è fondata sulla parità delle parti processuali davanti ad un giudice terzo ed indipendente da accusa e difesa, la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti licenziata dal Parlamento non offre alcun contributo alla affermazione del giusto processo prevista dall’art. 111 della Costituzione.

In altri termini le garanzie e l’esercizio del diritto di difesa sono destinati a cedere inevitabilmente il passo davanti al progressivo consolidamento del diritto penale processuale e sostanziale del “nemico”, costituito dagli innumerevoli provvedimenti liberticidi in tema di negazione del diritto di manifestazione ed espressione del pensiero ed attacco alle pratiche collettive difformi rispetto all’indirizzo di governo.

È una visione reazionaria della società quella che sostiene la politica in tema di sicurezza promossa dal governo Meloni, anche sulla scorta di evidenti corresponsabilità del pensiero debole del centrosinistra: per i poteri forti ed il sottobosco di colletti bianchi legati alle varie consorterie politiche e finanziarie, varrà ancora di più il sistema di immunità/impunità, mentre per gli esclusi dal banchetto il processo penale avrà le caratteristiche dello strumento volto alla difesa sociale. Evidentemente la cosiddetta democrazia liberale non può tollerare il conflitto sociale e l’opposizione politica.

D’altro canto l’eccezione normativa trasformata in strumento ordinario di regolamentazione e risoluzione delle contraddizioni non è una novità nella storia repubblicana: il potere esecutivo e quello legislativo hanno in passato delegato la Magistratura per intervenire manu militari nel contrasto alle diverse emergenze ritenute pericolose per la tenuta dell’ordine costituito (dalla stagione della lotta alla sovversione ai maxi processi organizzati per reprimere la criminalità organizzata, dalla lotta alla delinquenza di strada fino al contrasto dello spaccio di droga).

Dal periodo di Mani Pulite in poi lo scontro tra i poteri dello Stato si è fatto tuttavia sempre più feroce, proprio in base alla necessità per il Potere Politico di sottrarre a quello Giudiziario le prerogative che avevano consentito a questo di elaborare in autonomia le proprie strategie, con le conseguenti resistenze della Magistratura intera a rientrare nell’ambito della subordinazione istituzionale.

Infatti al centro del contrasto di questi giorni non può certo essere considerata la foglia di fico della separazione tra P.M e Giudici. Volendo considerare solo i dati relativi alle modifiche dell’Ordinamento Giudiziario introdotte dalla riforma Cartabia nel 2022 (che prevedeva la possibilità di decidere il passaggio da una carriera all’altra una sola volta nel percorso professionale del magistrato e, comunque, con il cambiamento della sede distrettuale – regione –) negli ultimi anni la percentuale dei passaggi è stata solo dello 0,31%.

L’elemento cruciale, invece, che assume un rilievo dirimente per comprendere la finalità della riforma costituzionale Nordio/Meloni, è lo sdoppiamento dei Consigli Superiori cui dovrebbero far capo le due carriere – giudicante e requirente – con la novità rappresentata dalla introduzione di un terzo organo chiamato Alta Corte Disciplinare.

Se è già indicativo della finalità perseguita il paradossale sistema di ingresso dei membri togati in organi di rilevanza costituzionale, il quale dovrebbe avvenire tramite un’estrazione a sorte, sono davvero eloquenti i requisiti previsti per fare parte, sempre con sorteggio, della Corte Disciplinare: giudici e p.m. che hanno svolto o svolgono funzioni di legittimità – Cassazione – da sempre in maggioranza affini professionalmente ad una visione conservativa e verticistica dell’ordine giudiziario, diversa storicamente da quella espressa dai giudici di merito.

C’è poco da aggiungere. Se fosse stato effettivamente a cuore del Legislatore il rafforzamento del processo accusatorio le soluzioni sarebbero state diverse e più importanti. Tutte da adottare con legge ordinaria: ad esempio tornare allo spirito originario del codice di procedura penale, ripristinando la formazione della prova in modo orale e nel contraddittorio delle parti, impedendo l’ingresso nel fascicolo processuale delle attività investigative svolte dalla polizia giudiziaria e dal P.M. nelle indagini preliminari. Oppure limitare la rinnovazione degli atti processuali mediante lettura dei verbali delle prove testimoniali assunte in precedenza, rendere effettivo il diritto di difesa dell’imputato aumentando le facoltà esercitabili dall’avvocato anche in relazione alla possibilità di svolgimento di accertamenti con l’ausilio di consulenti qualificati.

Nulla di tutto questo è rinvenibile nella riforma Nordio/Meloni: la modifica costituzionale è diretta ad assicurare una sostanziale omogeneità tra i Poteri dello Stato, riconoscendo la supremazia del Potere Esecutivo rispetto agli altri; basta considerare quanto già avviene alle Camere con la decretazione di urgenza su temi sensibilissimi come la sicurezza ed i voti di fiducia con cui si tacita qualunque dibattito parlamentare.

Se il referendum su questo disegno autoritario dovesse confermare con il SI la tenuta della revisione costituzionale, non sono difficili da prevedere i passaggi successivi che saranno messi in campo sulla “Giustizia”: ridimensionamento con progressiva abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale e sottrazione al P.M. della funzione di direzione e coordinamento delle indagini di polizia giudiziaria, che saranno svolte e concluse in piena autonomia dagli organi investigativi con relativa selezione di fatti, autori e contesti da perseguire.

Cosa ci separa a quel punto dallo stato di Polizia?

La vittoria del NO significa togliere alla deriva reazionaria uno strumento pensato per essere funzionale alla compressione dei diritti fondamentali, per riportare a fare prevalere i principi di eguaglianza e libertà rispetto a quello di autorità, contro la logica e le politiche di guerra e genocidio fondate sulla impunità dei poteri forti.

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04/03/2026

No Sociale, verso la manifestazione del 14 marzo, si comincia venerdi a Roma

Il percorso del No Sociale al referendum del 22/23 marzo sulla controriforma costituzionale della giustizia varata dal governo Meloni sta entrando nel vivo del suo percorso, mentre le adesioni continuano ad aumentare. In molti hanno dunque colto la sfida, che è insieme politica e democratica, che troverà il suo momento culmine nella manifestazione nazionale del 14 marzo, a Roma, prima di lavorare pancia a terra fino alla votazione referendaria.

Dopo il flash mob e la conferenza stampa sotto Montecitorio, lo scorso mercoledì, si avvicinano tre appuntamenti centrali della campagna per il NO sociale al referendum. Il primo è l’assemblea pubblica organizzata a Piazza Vittorio, a Roma, venerdì 6 marzo. Seguono poi Napoli, il giorno successivo, con un’altra assemblea all’Istituto di Studi Filosofici (ore 10:30, via Monte di Dio 14), e Milano lunedì 9 marzo (ore 16:30, viale Monza 140).

Nel comunicato di lancio dell’assemblea romana, gli organizzatori ricordano che chi sta oggi costruendo il No Sociale, contro il governo Meloni e le sue politiche, portate avanti in maniera bipartisan (basta guardare i governi locali della finta opposizione parlamentare), sono oggi quelle stesse persone che pochi mesi fa hanno animato le piazze del “Blocchiamo Tutto”, e ancora oggi rivendicano un modello (dalla scuola ai posti di lavoro, passando per i quartieri) che si fondi sugli interessi popolari e non sulle esigenze di un’economia di guerra. 

“Ci sentiamo impegnati in prima persona in un referendum – si legge nel testo di lancio dell’assemblea del 6 – che deve sbarrare la strada ad un governo autoritario, antidemocratico e antipopolare. Sconfiggere il governo diventa un obiettivo da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico, culturale del paese. Questo governo ha chiarito in più occasione di essere espressione degli interessi neocorporativi e di classe di imprenditori, affaristi, faccendieri, ceti sociali ad alto reddito.
Per far ingoiare al resto della società le disuguaglianze sociali e l’insopportabile concentrazione delle ricchezze, l’aumento delle spese militari e della logica di guerra, il controllo sui mass media e sulle possibilità di espressione politica, il governo Meloni sta instaurando lo stato di polizia e la criminalizzazione di chi manifesta per le strade non avendo a disposizione altri strumenti di espressione democratica. Con l’intimidazione e la paura vogliono ricacciare tutte e tutti dentro casa, in silenzio e subalterno”.

I nodi della guerra esterna ed interna dettano l’agenda politica del paese, mentre il No Sociale guarda a un cambio di rotta radicale, che ponga al centro di un governo di alternativa “tutte le esigenze sociali sul piano dei salari e degli interessi dei lavoratori, del diritto all’abitare, delle libertà politiche”, che sul terreno della battaglia referendaria e della manifestazione nazionale del prossimo 14 marzo “devono poter convergere” perché non riguardano “più solo i rapporti di subalternità tra magistratura ed esecutivo”.

Il No Sociale rilancia dunque una campagna capillare di informazione e organizzazione sui territori, con al centro tre punti:
1) il NO alle controriforme istituzionali che stanno portando praticamente alla decostituzionalizzazione della vita politica e democratica del paese, così come è un no allo stato di polizia voluto dal governo che vuole spazzare via le libertà di manifestazione ed espressione e accanirsi ulteriormente contro gli immigrati;
2) il NO alla guerra sociale del governo contro i poveri, i salari dei lavoratori, i senza casa, le esigenze popolari;
3) il NO all’economia di guerra e al militarismo, alla complicità con Israele sul quale il governo intende trascinarci per nascondere disuguaglianze sociali ormai crescenti e insopportabili.

Come abbiamo scritto ieri, la manifestazione nazionale del 14 marzo “diventa inevitabilmente anche un appuntamento generale contro la guerra e un governo servile verso Usa, Israele e la Nato”. Il percorso di avvicinamento diventa, dunque, ancora più importante, in quanto dovrà rappresentare quella che, è evidente, è l’unica reale opposizione di questo paese. Partiamo da Roma, ci si vede il 6 marzo in Piazza Vittorio.

Ricordiamo che per aderire al Comitato No Sociale si può scrivere a nosociale2026@gmail.com

Fonte

05/02/2026

Torino - Scarcerati i tre arrestati per gli scontri di sabato, il governo va in testacoda

I tre manifestanti arrestati per gli scontri di sabato a Torino hanno lasciato il carcere per essere posti a misure cautelari diversificate.

A decidere in tal senso è stata la giudice Irene Giani che, alla luce delle dichiarazioni rese durante gli interrogatori di garanzia, ha convalidato gli arresti, disponendo però misure cautelari alternative al carcere.

Per il più giovane dei tre, il 22enne Angelo Simionato sono stati disposti gli arresti domiciliari. Gli altri due arrestati, il 31enne Pietro Desideri e il 34enne Matteo Campaner, hanno l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziaria.

“La montagna repressiva partorisce topolini giudiziari” – commenta l’Osservatorio Repressione che da anni monitora l’escalation autoritaria nel nostro paese – “Dopo giorni di titoli urlati, accuse iperboliche e una campagna politica-mediatica costruita sul mito dell’“emergenza Torino”, arrivano le prime decisioni dei giudici. E raccontano una storia molto diversa da quella agitata dal governo”.

Sugli scontri risultano poi esserci altri 24 indagati sui quali le indagini proseguiranno le prossime settimane. Per ora sono denunce a piede libero per resistenza, violenza a pubblico ufficiale, travisamento, inosservanza ai provvedimenti delle autorità. Tra i reati che potrebbero essere contestati la Procura ipotizza anche quello di devastazione che prevede pene pesanti, ma per ora procedono contro ignoti.

Per i manifestanti scarcerati l’accusa è di resistenza e violenza contro pubblico ufficiale, in un caso vengono aggiunti la rapina in concorso e lesioni. Gli agenti della Digos di Torino hanno riconosciuto uno dei tre, incensurato, dal giaccone rosso che indossava. Viene individuato nel gruppo che colpisce l’agente di polizia ma piuttosto nitidamente si vede che è piuttosto distanziato.

Negli altri due casi non c’è alcuna prova che abbiano colpito i poliziotti. Per uno dei due imputati “Il livello di offensibilità della sua condotta risulta contenuto, visto che nessun agente è stato ferito dalla sua condotta. Serve un presidio cautelare, ma l’obbligo di presentazione quotidiano alla polizia giudiziario è maggiormente adeguato rispetto alla detenzione in carcere, idoneo a costituire un valido monito disincentivante alla reiterazione delittuosa” è scritto nel dispositivo che ha portato alla decisione della scarcerazione sostituita dall’obbligo quotidiano di firma.

“È la dimostrazione plastica dello scarto tra la narrazione repressiva e la tenuta giuridica delle accuse. Se davvero fossimo stati di fronte a un quadro di terrorismo, eversione, devastazione organizzata, le misure cautelari sarebbero state ben altre” – segnala l’Osservatorio – “Invece, mentre i tribunali ridimensionano, la politica rilancia. Perché l’obiettivo non è la giustizia, ma l’intimidazione”.

Contro la decisione della giudice torinese ha subito tuonato Salvini definendola una vergogna, mentre la Meloni domenica aveva addirittura chiesto ai magistrati di procedere per “tentato omicidio”, una accusa contraddetta dalle stesse telecamere e fotografie che ritraevano l’agente di polizia in ospedale coccolato dalla premier ma in ottime condizioni, tanto da essere rapidamente dimesso.

Una “invasione di campo”, quello della Meloni, finalizzato strumentalmente all’ennesimo attacco contro i magistrati e al referendum sulla riforma della giustizia del prossimo marzo.

In secondo luogo per commettere il reato di tentato omicidio, secondo il codice penale, bisogna infatti compiere “atti idonei, diretti in modo non equivoco, a commettere un delitto”. I magistrati torinesi, sulla base dei primi riscontri investigativi, non ipotizzano questo reato. Il servizio televisivo e fotografico apparecchiato dalla Meloni in ospedale con gli agenti “feriti” si è rivelato a tale scopo come un boomerang fattuale.

Di aver esagerato nelle speculazioni sugli scontri di Torino, sembra essersene accorto anche il ministro degli Interni Piantedosi, il quale nelle comunicazioni al Senato ha rettificato non poco il tiro contro chi partecipa alle manifestazioni rispetto al discorso fatto il giorno prima alla Camera. Le affermazioni di Piantedosi sui manifestanti con gli ombrelli come fiancheggiatori hanno suscitato una diffusa ironia, mentre le critiche arrivate al ministro anche da ambienti legati al mondo dell’ordine pubblico devono avergli suggerito maggiore cautela.

L’esecutivo comunque vorrebbe mantenere il suo ruolino di marcia sul nuovo, ennesimo, decreto sicurezza, una misura che – insieme ad altre come i ddl sull’antisemitismo – sembra avere come ossessione repressiva proprio le manifestazioni, ossia quello che rimane l’unico strumento di espressione politica pubblica per chi non dispone di visibilità nei mass media mainstream o nelle sedi istituzionali.

“Quando la repressione non regge nelle aule di giustizia, si sposta fuori: nelle misure preventive, nelle indagini a strascico, nei fogli di via, nei Daspo urbani, negli interrogatori ai minorenni, nella costruzione permanente di un clima di paura” – afferma l’Osservatorio Repressione – “Torino è diventata un laboratorio. Non di sicurezza, ma di governo autoritario del conflitto sociale”.

Fonte

24/01/2026

Al referendum sulla giustizia si vota NO

La riconfigurazione istituzionale, di cui il referendum giustizia rappresenta un tassello rilevante, è un puzzle più ampio composto dal progetto del premeriato e dalle proposte di legge che renderebbero il sistema elettorale per le Comunali ancor meno democratico.

Lo spostamento del potere legislativo sempre più nelle mani dell’esecutivo e sempre meno nell’organo costituzionalmente titolato a esercitarlo in via primaria – il Parlamento; la personalizzazione e la verticalizzazione del potere, la marginalizzazione di settori sociali sempre più ampi (per via di una minore partecipazione politica ed elettorale, ma anche per leggi elettorali “escludenti”) non nascono certo con Giorgia Meloni. Anzi, hanno visto tra gli attori protagonisti molti di coloro che oggi, nelle file del centrosinistra, si strappano le vesti e gridano al rischio fascismo.

Lo Stato autoritario moderno, infatti, è più frutto delle trasformazioni dell’imperialismo, del sempre maggior livello di centralizzazione dei capitali, insofferenti alle regole democratiche. Queste trasformazioni vengono assecondate, a ritmi differenti, da una classe politica che mira alla configurazione di un potere “ab solutus” da qualunque forma di controllo democratico.

Potere al Popolo dà indicazioni per il NO al referendum del 22-23 marzo. Allo stesso tempo non riconosce né nella conservazione dell’esistente né nella risposta del campo largo una soluzione. Lavoreremo nelle prossime settimane per articolare la nostra posizione e per una campagna indipendente per il NO, con una iniziativa nazionale per dare visibilità alla nostra posizione.

Per continuare nel solco della costruzione di un’opzione politica indipendente tanto dall’ultradestra quanto dal centrosinistra, abbiamo discusso dei prossimi passi che ci dovranno condurre verso le elezioni politiche del 2027.

Siamo stati chiari, già a partire dall’iniziativa al teatro l’Aquila del 25 Ottobre: Potere al Popolo vuole essere presente alle prossime elezioni politiche per costruire una rappresentanza politica indipendente, capace di sfidare il bipolarismo liberista tanto sul terreno sociale, sostenendo in primis un sindacalismo indipendente e conflittuale, quanto su quello dell’orizzonte per il quale lavoriamo: la lotta delle idee che ognuna e ognuno di noi conduce quotidianamente, sui posti di lavoro, in scuole e università, sui territori e anche sui media, è uno dei motori necessari a inventare e a creare la strada che ci faccia uscire dal vassallaggio sotto NATO e imperialismo e sperimenti elementi di un nuovo socialismo, adatto ad affrontare le sfide del XXI secolo.

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31/12/2025

Smontiamo la montatura

Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.

In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.

Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.

In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a ventidue ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.

Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.

Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.

Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.

Seminare il dubbio sulle raccolte fondi che in questi mesi hanno coinvolto migliaia di persone, scuole, associazioni, parrocchie e quant’altro, è una delle forme più subdole per cercare di depotenziare l’ondata di empatia popolare verso i palestinesi. Dunque che le raccolte fondi proseguano e si intensifichino nonostante questa operazione.

C’è poi l’aspetto politico interno a rendere ancora più inaccettabile e inquietante questa montatura politico/giudiziaria.

Non solo si accetta l’ingerenza e la visione israeliana sullo stesso operato della magistratura (cosa già avvenuta nel caso di Anaan Yaesh e gli altri due palestinesi sotto processo a L’Aquila), ma si agevola l’operazione scatenata da mesi dagli apparati ideologici e di sicurezza dello stato israeliano.

L’obiettivo dichiarato è quello di smantellare il vasto movimento di solidarietà popolare con la lotta dei palestinesi e il riconoscimento politico del loro diritto alla resistenza contro l’occupazione coloniale israeliana.

In questi due anni l’egemonia sionista sulla comunicazione politica e nel dibattito pubblico ha subìto sconfitte pesanti. Un genocidio in diretta non poteva passare come esercizio del “diritto alla sicurezza di Israele”. In questo sanguinoso trucco non ci cascava quasi più nessuno, se non i sionisti e quelli a libro paga di Israele.

L’escalation militare della “guerra sui sette fronti” scatenata da Tel Aviv, pur ottenendo risultati materiali sul campo, non era riuscita a compensare o rovesciare la sconfitta politica a livello internazionale.

A quel punto la guerra israeliana si è spostata dal fronte alla “guerra cognitiva” nei paesi europei (nella maggior parte del mondo è inutile persino provarci…). In Italia soprattutto, perché in questo paese erano venute crescendo mobilitazioni popolari di massa che hanno fatto vacillare la complicità politica di un governo di destra che si ritiene il “miglior alleato” di Israele.

È cominciata così la controffensiva politico/mediatica che ha visto prima ostracizzare in ogni modo personalità influenti come Francesca Albanese, poi attivare i ministri del governo Meloni (Istruzione e Interni) per normalizzare con la forza scuole, università e piazze. Una “manina” a questa controffensiva sembra averla data anche il presidente dell’ANP Abu Mazen con la sua legittimazione politica alla Meloni e la delegittimazione della solidarietà italiana alla Palestina. Infine, a far quadrare il cerchio. è venuta fuori l’iniziativa di settori della magistratura disponibili a farsi portavoce delle istanze israeliane contro i palestinesi in Italia.

Il precipitato di tutto questo è poi avvenuto anche in sede parlamentare, dove la destra ha rovesciato tutto il suo livore antipalestinese contro un’opposizione fin troppo cedevole perché strumentale. Quest’ultima, infatti, invece di tenere la testa alta ha calato subito le braghe, come quasi sempre avvenuto in questi ultimi decenni proprio sulla Palestina.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che di fronte agli attacchi sionisti e dei loro manutengoli occorre tenere fermo il punto sul piano politico, senza concedere nulla alla loro narrazione. Non sono abituati a incontrare resistenze, ragione per cui vanno in tilt e cominciano a muoversi in modo scomposto. Basta leggere le pagine dei vari gruppi sionisti per averne una dimostrazione.

Dunque, a partire da subito, occorre mettersi al lavoro per demolire la montatura contro Mohammed Hannoun e i palestinesi e affrontare in modo coordinato quella che sarà la campagna di criminalizzazione del movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Servirà una grande determinazione e altrettanta duttilità. Non sarà molto utile chi strilla più forte, ma chi saprà agire sulle molte contraddizioni del nemico.

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Il diavolo nei dettagli. L’inchiesta di Genova sui “finanziatori di Hamas”

Le note a piè di pagina dell’ordinanza di arresto contro i presunti finanziatori italiani di Hamas

Mentre i telegiornali ci stordivano con la storia dei presunti finanziamenti al terrorismo travestiti da beneficenza verso la Palestina, io ho passato il fine settimana effettivamente a leggermi le 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro questi nuovi sospetti. Adesso vi racconto tutto per filo e per segno e senza ipocrisie, però voglio partire da un dettaglio passato inosservato che in apparenza non c’entra niente con questa inchiesta, da una nota a piè di pagina dell’ordinanza di arresto. Voglio partire proprio da qui perché noi in questi giorni abbiamo sentito anche da chi in teoria simpatizza con il movimento a favore della Palestina le soliti frasi di circostanza: “Fiducia nella giustizia”, “la magistratura fa solo il suo dovere” e noi quindi dobbiamo prima di tutto sgombrare il campo da qualsiasi favola sulla presunta neutralità della giustizia.

Perché qui abbiamo a che fare, mi dispiace dirlo ai devoti della magistratura ma non intendo usare mezzi termini, con dei giudici che sono dei veri e propri estremisti ideologici e la loro ideologia è il suprematismo occidentale, l’idea che le persone che vivono nella nostra parte del Pianeta siano superiori ai barbari che vivono fuori. E ve lo dimostro. Nella prima parte di quest’ordinanza il giudice per le indagini preliminari Silvia Cartanini vuole dimostrare che Hamas non è un movimento di liberazione della Palestina ma una minaccia globale, jihadista che vuole rovesciare qualsiasi Stato che non si conformi ai principi fondamentalisti che loro sostengono, anche in modo violento, per sostituirlo con uno Stato islamista.

E per dimostrare questa cosa fa una scelta piuttosto curiosa e cioè cita la dichiarazione di solidarietà dell’ex leader del comitato politico di Hamas, Khaled Meshal, una dichiarazione di solidarietà nei confronti degli studenti del Bangladesh che, forse qualcuno di voi ricorderà, poco tempo fa hanno rovesciato il loro corrottissimo governo. E qui, curiosamente, la giudice Cartanini sente come suo dovere quello di condannare le rivolte in Bangladesh ricordando le pesanti perdite sofferte dalle forze dell’ordine. Ho controllato: ci sono circa una quarantina di morti tra le forze dell’ordine durante questa rivoluzione a fronte di circa 1500 studenti sterminati dal governo. Poi fa questa notazione di cui vi parlavo, nota numero 14 a pagina 24 con il termine “studenti”, tra virgolette, bengalesi, non si immagini un movimento culturale magari anche a carattere generazionale come accaduto nei decenni scorsi in Occidente.

Gli studenti non sono altro che gli allievi delle scuole coraniche ossia la Madrassa ossia il medesimo movimento che ha originato i talebani, infatti taliban significa appunto studenti, questa è la nota. Quindi, se sei uno studente occidentale il tuo è un movimento culturale, invece, i poveri studenti del Bangladesh che si sono dati, tra l’altro, come capo del governo un premio Nobel per l’economia liberale, siccome hanno fatto l’errore di studiare il corano a scuola sono dei talebani. E questa sociologia da quattro soldi impregna tutte le prime cinquanta pagine dell’ordinanza in cui si vuole dimostrare la natura intrinsecamente terroristica del movimento Hamas.

Siccome però Hamas, almeno nel 2017, nei suoi statuti ufficialmente rifiuta l’utilizzo della violenza al di fuori dei territori occupati e anzi accetta, almeno formalmente, la soluzione dei due stati, l’ordinanza accumula una serie di citazioni di esponenti più o meno di spicco del movimento tratte dai media per dimostrare che in realtà, in cuor loro, i membri di Hamas non riconoscono l’esistenza dello Stato di Israele e vogliono una Palestina libera dal fiume al mare. E qui c’è un’altra nota in cui si compiange l’uso, spesso inconsapevole, di questo slogan nelle manifestazioni e anche in Europa. Eppure, siccome al giudice Carpanini piace la storia avrebbe potuto scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di come l’idea di dover liberare quella terra dal fiume al mare sia un’idea di origine sionista che precede addirittura il 1948 e che si ritrova perfino negli slogan del Likud, il partito di governo israeliano che, quello sì, vuole e mette in pratica un Israele dal fiume al mare senza quindi nessuna terra per i palestinesi.

Dopo aver messo in chiaro la visione del mondo a cui si conforma, l’ordinanza entra finalmente nel merito delle prove presunte contro gli imputati. Ed è qui che le cose si fanno veramente sconvolgenti.

Magistrati passacarte di IDF?

Le associazioni di beneficenza per la Palestina, che adesso la magistratura accusa di finanziare il terrorismo, per un quarto di secolo sono state oggetto di una strettissima sorveglianza con migliaia di telefonate intercettate, cimici installate nelle case e nelle automobili, indagini patrimoniali e pure un agente infiltrato che ha estratto copie di tutti i documenti delle associazioni, eppure nelle 300 pagine dell’ordinanza di arresto contro i 9 sospettati di aver costituito in Italia una cellula di Hamas, non c’è uno straccio di prova che anche un solo euro sia stato utilizzato per finanziare attività terroristiche. Ci hanno fatto vedere immagini di macchine contasoldi e mazzette di contanti che poi gli imputati trasportavano in valigette verso l’Egitto o la Turchia per farli arrivare a Gaza, però nelle carte c’è scritto chiaramente che i contanti provenivano dalle elemosine raccolte nelle moschee, venivano regolarmente contabilizzati e dichiarati alla frontiera. E siccome le associazioni sotto accusa mantenevano registri contabili molto precisi, è possibile ricostruire dove finivano questi soldi.

E finivano in adozione a distanza di orfani palestinesi, nella costruzione per esempio di un impianto di desalinizzazione per un ospedale di Gaza, o nel sostegno alle famiglie ricadute in guerra nel più estremo dei casi. Questo lo mettono, nero su bianco, gli stessi inquirenti che da 25 anni a questa parte, con una serie di indagini di volta in volta aperte e poi archiviate, provano a mandare in galera per queste attività benefiche le persone che sono state arrestate la settimana scorsa. E fino alla settimana scorsa le indagini erano sempre state archiviate perché i giudici spiegavano che la beneficenza, piacciano o no i suoi destinatari, non è un reato.

Allora che cos’è cambiato adesso? È cambiato, e parlano le carte, che Israele ha inviato all’Italia un dettagliatissimo dossier in cui spiega alle autorità italiane che in verità praticamente tutte le organizzazioni benefiche palestinesi non sono altro che una facciata per Hamas, che anche quando queste associazioni effettivamente svolgono attività benefiche, questo non fa altro che aumentare il prestigio sociale di Hamas, alimentando quindi indirettamente il terrorismo, e che comunque negli orfanotrofi palestinesi i bambini vengono indottrinati alla religione, cosa che immagino negli orfanotrofi delle suore non succeda affatto, e cantano canzoni contro i sionisti. E chissà perché questi bambini orfani ce l’hanno con i sionisti, e chissà perché sono rimasti orfani. Ma il dossier israeliano su cui si basa questa indagine della nostra magistratura non è semplice propaganda, no, è tutto supportato da prove irrefutabili che l’esercito israeliano ha rinvenuto nel corso delle operazioni a Gaza e in Cisgiordania.

Esattamente come il documento emerso dei tunnel che dimostrava i collegamenti tra Hamas e la flottiglia, vi ricordate qualche settimana fa, che poi si è rivelato un falso. O il documento che dimostrava che gli ospedali di Gaza erano tutte basi di Hamas, che poi si è rivelato essere un semplice calendario. In questo caso però non sarà neanche possibile vagliare l’attendibilità di molte di queste prove, perché Israele non si è neanche degnato di fornirle in originale.

È il caso di una testimonianza chiave per dimostrare il collegamento tra le associazioni benefiche e Hamas di cui con estremo candore i giudici italiani dicono in una nota a piè di pagina, stiamo aspettando che gli israeliani ce le mandino per intero perché per ora ci hanno mandato solo il riassunto, che loro prendono per buono. Ma facciamo finta per un momento che le prove fornite da Israele siano totalmente attendibili. Sarebbero utilizzabili in un processo italiano? Il giudice per le indagini preliminari spiega che sì, le prove raccolte in zone di guerra sono utilizzabili, secondo la giurisprudenza, sempre che siano state raccolte in osservanza dei diritti umani e costituzionali previsti dalla nostra Costituzione.

Io dopo aver letto questa frase mi sono messo disperatamente a cercare l’argomentazione giuridica che spieghi in che modo le operazioni dell’IDF in Cisgiordania e a Gaza siano conformi ai diritti umani, ma di questa argomentazione non c’è neanche l’ombra.

So che sembra incredibile, però la magistratura italiana si è ridotta a questo, a fare da passacarte per l’esercito genocida di Israele.

Ma quindi non c’è proprio niente di vero in quello che ci hanno raccontato in questi giorni? Lo vediamo nel prossimo video.

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24/07/2025

“Un giorno in procura” mica da ridere

Modello Milano, inchiesta Ricci, riforma della giustizia. Che succede nella magistratura?

Sono giorni movimentati per la giustizia italiana, alle prese con l’avvio di inchieste che scuotono (o dovrebbero) il mondo politico e riforme strutturali che, qualora approvate in via definitiva, manderebbero forse una volta per tutte all’aria la tripartizione dei poteri tanto cara alla democrazia liberal-borghese. Ma andiamo con ordine.

Nella giornata di martedì due notizie hanno attirato l’attenzione dei media.

Avviso di garanzia per l’europarlamentare dem Matteo Ricci

La prima è l’avviso di garanzia recapitato a Matteo Ricci, europarlamentare eletto con il Partito Democratico e candidato per il campo largo alla Regione Marche nella prossima tornata autunnale.

La Procura di Pesaro contesta a Ricci l’assegnazione di fondi da parte del Comune di Pesaro, quando Ricci era sindaco, a due associazioni culturali per una cifra superiore a 500 mila euro per varie opere, come il murales dedicato a Liliana Segre e l’installazione di un casco gigante in onore di Valentino Rossi.

Da questi affidamenti diretti e senza gara secondo i pm l’allora sindaco Ricci non avrebbe ricevuto utilità patrimoniali (non ha quindi intascato mazzette), ma “consenso politico”.

La figura di Marco Mescolini, Procuratore capo a Pesaro

Il Procuratore capo di Pesaro è Marco Mescolini, un profilo di primo piano nell’ambiente. Nel febbraio del 2021, mentre è a capo della Procura di Reggio Emilia, Mescolini viene trasferito d’ufficio a Firenze per “incompatibilità ambientali”, ossia sospettato di aver protetto il Pd nell’inchiesta sulle infiltrazioni ndranghetiste “Aemilia” in Emilia-Romagna, dove tra gli indagati finiscono solo esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Pochi mesi dopo, a giugno la Procura generale della Cassazione guidata da Giovanni Salvi, delfino di Falcone e Borsellino ed esponente di spicco della corrente Magistratura democratica (oggi Area, riferimento del centrosinistra), avvia un procedimento disciplinare nei confronti di Mescolini dopo la pubblicazione delle chat con Luca Palamara riguardanti la nomina di Mescolini alla Procura di Reggio Emilia.

La procedura disciplinare verrà archiviata nel 2022, mentre il trasferimento d’ufficio verrà annullato nel 2024, “riabilitando” la figura di Mescolini, che oggi sale di nuovo alle cronache per l’avviso di garanzia all’europarlamentare dem.

La riforma della giustizia al Senato

Sempre martedì il Senato approva, con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni, la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere dei magistrati. Palazzo Madama licenzia il testo dalla Camera, il che vuol dire che i prossimi due passaggi confermativi per ogni Camera, attesi in autunno, non modificheranno il ddl.

In soldoni, con questa riforma – che divide i pubblici ministeri dai giudici – i pm potrebbero essere sottoposti alla guida del ministero della Giustizia e subire l’influenza dell’esecutivo, mettendo a rischio “quel che rimane” dell’autonomia del potere giudiziario, già duramente picconato con l’inchiesta Palamara.

La Procura meneghina all’attacco del Modello Milano

Tutto questo si inserisce nel clima avvelenato dall’inchiesta sul Modello Milano che ha portato sotto accusa 74 indagati in vari filoni giudiziari riconducibili a un rodato sistema di favori immersi in conflitti di interessi, a tutto vantaggio della speculazione edilizia (a Milano in 10 anni si è edificato tanto quanto in Piemonte e Toscana messe insieme) e del consenso politico attorno alla figura del sindaco PD Giuseppe Sala.

Alla Procura di Milano dal 2024 è arrivato Marcello Viola, vicino alla corrente Magistratura indipendente (riferimento del centrodestra), considerato un “papa straniero” nella capitale meneghina, da sempre dominata dalle correnti di centrosinistra e negli ultimi anni finita nell’occhio del ciclone per il processo contro il colosso Eni per corruzione internazionale relativa alla concessione di un giacimento petrolifero in Nigeria.

Il caso aveva coinvolto, tra gli altri, l’Ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, assolti entrambi sia in primo grado che in appello.

L’inizio di una nuova “stagione giudiziaria”?

La sensazione è che ci si trovi solo all’inizio di una “stagione giudiziaria” che non risparmierà altri colpi di scena nei prossimi mesi.

Lo scontro tra potere esecutivo e magistratura tocca le radici incancrenite della Repubblica e mette a repentaglio la “volontà di potenza” (chiamarla autonomia ci sembra eccessivo) del terzo potere.

Non è escluso che all’interno della magistratura ci sia chi coltivi sogni di gloria nell’assoggettamento formale della stessa al governo, provocando pruriti all’interno delle Procure in base ai rispettivi schieramenti.

D’altronde, la delegittimazione degli organi deputati alla rappresentanza, come l’Associazione nazionale magistrati (il sindacato dei magistrati), facilita il “tintinnar di sciabole” tra i corridoi dei tribunali.

Lo smottamento nelle basi dello Stato

Premierato, ddl sicurezza, riforma della giustizia, magari prossima legge elettorale ecc., non sono che ulteriori tasselli di quello che appare come uno smottamento nelle basi dello Stato italiano, alle prese con la crisi sistemica del capitalismo e degli imperialismi occidentali.

Rimanere informati e saper leggere tra le righe crediamo sia un passo importante dell’attività politica in questo Paese. Con l’occhio vigile e le antenne dritte per far sì che non si tramuti in una questione di agibilità democratica...

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22/03/2025

Turchia - Erdogan decapita l’opposizione, rivolta contro il “golpe civile”

di Marco Santopadre

Ieri decine, forse centinaia di migliaia di persone hanno manifestato di nuovo in diverse città della Turchia nonostante il divieto di assembramento decretato dal governo e una repressione che si fa sempre più capillare e sistematica. Le proteste sono state organizzate dopo che mercoledì la polizia ha arrestato, nel corso di una retata, 106 persone, tra cui il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu.

Il principale rivale politico del presidente Recep Tayyip Erdogan è accusato di essere a capo di una “associazione a delinquere” e dei reati di corruzione, riciclaggio di denaro, frode, turbativa d’asta e favoreggiamento del terrorismo, in riferimento ai presunti legami con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, e con il Kck, l’Unione delle Comunità del Kurdistan.

Ma l’opposizione, in particolare il Partito Popolare Repubblicano (Chp) di cui Imamoglu è uno dei massimi dirigenti, ha rigettato le accuse definendole il frutto di una montatura politico-giudiziaria ed ha affermato di considerare l’arresto un vero e proprio “tentativo di colpo di stato”.

Secondo molti sondaggi, infatti, Imamoglu – che governa la maggiore città turca da sei anni – avrebbe consistenti possibilità di sconfiggere il “sultano” alle prossime elezioni presidenziali.

Il voto è teoricamente fissato per il 2028, ma Erdogan potrebbe cercare di aggirare la costituzione, che impone il limite dei due mandati, convocando elezioni anticipate. Una riforma della Costituzione che permettesse al leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) di effettuare un terzo mandato, infatti, avrebbe bisogno dell’assenso dei due terzi dei membri dell’Assemblea Nazionale, sui quali l’attuale maggioranza non può contare.

La retata di mercoledì rappresenta il culmine dell’ennesima ondata di repressione contro l’opposizione che dura dall’autunno scorso, costellata di denunce e arresti contro diversi esponenti del Chp (centrosinistra) e della coalizione di sinistra Dem che raccoglie le correnti che si battono per l’autodeterminazione del popolo curdo.

Imamoglu è oggetto di una vera e propria persecuzione giudiziaria e politica da quando nel 2019 sconfisse il candidato islamo-nazionalista di Erdogan alle elezioni comunali di Istanbul, alla guida di una coalizione trasversale di forze di centro-sinistra e centro-destra. Il regime tentò di riprendersi la città annullando il voto con il pretesto di alcune irregolarità, ma Imamoglu vinse anche il secondo scrutinio e si è confermato sindaco nella tornata del 2024.

Il teorema giudiziario è basato sull’accusa, nei confronti di Imamoglu e del suo entourage, di aver ottenuto la vittoria alle ultime elezioni municipali grazie ad un accordo con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan – fuorilegge – in base al quale il leader repubblicano avrebbe ricevuto i voti dei movimenti curdi in cambio dell’inserimento di alcuni funzionari collegati al PKK nell’amministrazione cittadina e in quelle distrettuali. La maggioranza dei 106 arrestati sono infatti funzionari dell’amministrazione locale, compresi i sindaci dei municipi stambulioti di Sisli e Beylikdüzü; gli altri sono per lo più imprenditori e giornalisti.

Le autorità giudiziarie – strettamente subordinate al potere politico – hanno anche sequestrato un’impresa edile di proprietà del primo cittadino, la “Imamoglu Construction, Trade and Industry” e ne hanno consegnato la gestione ad un tribunale.

Ovviamente il governo nega ogni accusa e minaccia rappresaglie nei confronti di chiunque metta in relazione gli arresti di mercoledì con una qualche manovra di Erdogan. La prefettura ha imposto il divieto di assembramento e di manifestazione per quattro giorni ad Istanbul ed ha limitato l’accesso ad alcuni social media in tutto il paese.

Come se non bastasse, il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha dichiarato che finora 37 persone sono state arrestate per aver postato sui social delle frasi «provocatorie che incitano al crimine e all’odio», cioè delle proteste contro la decapitazione dell’opposizione.

Per «preservare l’ordine pubblico e prevenire eventuali azioni provocatorie», cioè per impedire mobilitazioni massicce, ieri la polizia ha bloccato numerose strade di Istanbul, ha chiuso alcune stazioni della metropolitana in centro ed ha posizionato un certo numero di barriere e di camion con gli idranti nei pressi della stazione di polizia dove è detenuto Imamoglu ed in altre zone della metropoli.

Una grande folla è comunque scesa in piazza, come era già avvenuto mercoledì, in vari punti della città, tra cui la sede del comune, e nei campus universitari di Istanbul. Un numero importante di dipendenti del Comune ha deciso di scioperare, rispondendo all’appello dei maggiori sindacati, in solidarietà con il primo cittadino e gli altri dirigenti e funzionari arrestati. Proteste si sono svolte durante la giornata di ieri anche ad Ankara, Smirne, Mugla ed altre città, in alcuni casi attaccate dalla polizia in assetto antisommossa. «Non ci fermeremo finché Imamoglu non sarà libero», ha avvertito il leader dei repubblicani, Ozgur Ozel, esortando i cittadini a continuare a scendere in piazza per protestare.

Le proteste sono poi proseguite anche durante la sera e la notte con grandi manifestazioni a Istanbul, Ankara e Smirne, ma anche ad Adana, Mersin, Konya, Eskisehir, Antalya, Van e Sakarya. Ad Istanbul una gran folla si è radunata davanti alla sede del Comune dove è stata attaccata dalla polizia con gas lacrimogeni, spray urticanti e pallottole di gomma. Scontri tra manifestanti e agenti si sono verificati anche a Smirne e Ankara, dove gli studenti delle principali università hanno protestato fino a tarda notte. Secondo le autorità nel corso delle proteste sarebbero stati arrestati 53 manifestanti in tutto il paese.

L’arresto del primo cittadino di Istanbul ha innescato il crollo della Lira turca, che ha perso più del 10% del suo valore, e dell’indice di borsa in un paese da parecchi anni alle prese con una crisi economica e finanziaria che solo il sostegno di alcune petromonarchie ha evitato che facesse sprofondare il paese.

Il timore è che l’arresto di Imamoglu segni un ulteriore step nell’avvitamento autoritario in cui il paese è immerso da quando Erdogan governa il paese con il pugno duro. Pur godendo di un’ampia popolarità, il “sultano” ha evidentemente deciso di togliere di mezzo colui che poteva rappresentare un serio pericolo per la continuità del suo regime. L’arresto del sindaco di Istanbul è stato ordinato a pochi giorni dalla conferenza del Chp, fissata per il 23 marzo, durante la quale Imamoglu avrebbe dovuto essere ufficialmente designato come sfidante di Erdogan alle prossime elezioni. Martedì, inoltre, l’Università di Istanbul ha annullato per presunte irregolarità il diploma di laurea in Economia dell’esponente politico, requisito indispensabile per la candidatura alla presidenza della Repubblica.

Negli anni scorsi, a più riprese – prima contro il movimento “Occupy Gezi” e poi dopo il tentato golpe militare del 2016, oltre che con la permanente repressione dell’insorgenza curda e dei movimenti di sinistra – il governo ha attuato numerosi giri di vite, riducendo sempre di più l’agibilità democratica, accentrando i poteri nelle mani del governo e della presidenza ed erodendo progressivamente lo stato di diritto.

Oppositori ed analisti temono che Erdogan abbia ora deciso di passare da un regime autoritario in qualche modo ancora democratico ad una vera e propria autocrazia, eliminando ulteriori spazi di agibilità per la dissidenza.

Anche il Dem, in un comunicato, parla di un «colpo di stato civile realizzato da governo e magistratura» e teme che la situazione faccia fallire il negoziato tra il PKK e il regime, partito dopo la richiesta di scioglimento rivolta alla guerriglia dallo storico leader dell’insorgenza curda, Abdullah Ocalan, in carcere ormai da 25 anni. Nei mesi scorsi il governo ha già fatto arrestare o rimuovere una decina di sindaci eletti dai movimenti curdi in numerose città, sostituendoli con dei commissari di provata fede erdoganiana.

Aggiornamenti 22 marzo

La protesta contro l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu e l’ennesimo giro di vite autoritario non si ferma. Erdogan, intervenendo per la prima volta personalmente dopo la retata di mercoledì, ha accusato il Partito Repubblicano del Popolo (Chp) e le altre forze di opposizione di incitare al “terrorismo di strada”. «La strada che il presidente del Chp ha indicato, non dimenticatelo, è un vicolo cieco» ha minacciato il Presidente della Repubblica Turca che aspira ad un terzo mandato.

Ieri, durante quella che l’opposizione ha ribattezzato la “notte per la democrazia”, centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in tutta la Turchia nonostante il divieto di assembramento imposto dalle autorità nelle principali città.

Solo ad Istanbul si sono mobilitate in totale, a detta degli organizzatori, circa 300 mila persone. Nella metropoli sul Bosforo alcune manifestazioni – ad esempio quella che tentava di dirigersi verso la centrale piazza Taksim, da giorni completamente transennata e occupata da centinaia di agenti – sono state attaccate dalla polizia in assetto antisommossa che, come era avvenuto giovedì, hanno utilizzato non solo i manganelli e gli idranti, ma anche gli spray urticanti.

Alle proteste si sono uniti anche gli avvocati, dopo che ieri il governo ha sciolto il consiglio esecutivo dell’Ordine professionale dei legali di Istanbul, accusato di aver fatto propaganda per “un’organizzazione terrorista” e di aver diffuso informazioni false. A gennaio l’ordine aveva chiesto un’indagine ufficiale sulla morte di due giornalisti curdi uccisi da un attacco mirato turco nella Siria settentrionale, ma per tutta risposta la magistratura ha aperto un’inchiesta contro i rappresentanti degli avvocati. Anche a Smirne si sono registrati scontri tra manifestanti e polizia.

Solo nel corso delle proteste di massa di ieri sono state arrestate 343 persone, dopo le circa 60 del giorno precedente. Il ministro dell’Interno turco, Ali Yerlikaya, ha riferito su X che gli arresti sono stati effettuati a Istanbul, Ankara, Smirne, Adana, Antalya, Canakkale, Eskisehir, Konya ed Edirne.

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20/02/2025

Musk e Trump come “la svastica sul sole”

Un passo avanti deciso vero la società del “Grande Fratello” – quello inquietante di Orwell, non le scemenze tv di casa nostra – viene compiuto in queste settimane nell’ex “tempio della democrazia”, ovvero negli Stati Uniti.

Non che prima fosse davvero tale (Fbi e Cia, oltre ad altre agenzie spionistiche, avevano accesso completo ai dati personali sia dei propri cittadini che di qualsiasi soggetto straniero fosse presente sui social delle piattaforme Usa), ma è la prima volta che uno staff a tutti gli effetti “privato” può mettere le mani sulle informazioni finanziarie degli americani.

Gli uomini di Elon Musk – che non sono “dipendenti pubblici” obbligati ad osservare le leggi e le regole sulla privacy – stanno infatti avendo la possibilità di accedere a informazioni personali su un sistema dell’IRS che contiene ampi dati finanziari individuali, insieme a informazioni provenienti dalla Social Security Administration.

Il timore espresso anche da numerosi parlamentari dell’opposizione, è che tramite loro l’amministrazione Trump possa cercare di sfruttare i database governativi contro gli americani individuati come “dissidenti” rispetto all’esecutivo in carica. “Per fare cosa” è oggetto di sospetti piuttosto chiari, anche perché la fantasia del duo Musk-Trump e la loro ostilità a tutto ciò che odori di legalità e costituzione sembra veramente infinita.

Tradizionalmente il rispetto della privacy in materia di informazioni finanziarie individuali – quanti soldi hai, dove sono depositati o investiti, ecc. – è stato però un cavallo di battaglia soprattutto dei repubblicani, anche se pure i “democratici” non hanno mai scherzato su questo punto.

Ma ora – visto che Musk ha ottenuto un “mandato speciale” direttamente da Trump – deputati e senatori del Grand Old Party sembrano aver cambiato completamente i parametri.

Il senatore Rand Paul del Kentucky, un antico paladino dei diritti alla privacy individuale e oppositore degli sforzi di sorveglianza governativa, sembra prendere decisamente per buona la parola dell’amministrazione, secondo cui non sta accadendo nulla di straordinario.

“Penso che chiunque acceda ai dati governativi sia vincolato dalle regole sulla privacy, non vedo come questo sia diverso da chiunque altro che li consulti”, ha detto Paul in un’intervista. “Tutte le regole sulla privacy si applicano ancora. Se stanno violando qualche regola, saranno nei guai, ma devi guardare i dati per trovare i problemi”.

“Ci sono sicuramente preoccupazioni quando si tratta della privacy delle informazioni personali”, ma ha anche aggiunto: “Non credo sia insolito che una Casa Bianca o un’amministrazione... abbia accesso a questo tipo di registri”.

Idem per quanto riguarda un altro tema storico dell’ultradestra occidentale: i rapporti tra potere politico e magistratura.

Donald Trump ha ora chiesto al dipartimento di Giustizia di licenziare tutti i procuratori federali dell’era Biden.

In un post sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente ha accusato, di nuovo, la giustizia americana di essere stata “politicizzata come mai prima d’ora”.

“Pertanto, ho dato ordine di licenziare TUTTI i rimanenti procuratori federali dell’era Biden. Dobbiamo fare pulizia subito e ripristinare la fiducia”, ha scritto Trump. “L’età dell’oro dell’America deve avere un sistema giudiziario equo”. Ossia egualmente politicizzato, ma secondo un altro orientamento...

Per quanto le dichiarazioni del presidente Usa siano letteralmente identiche a quelle che in Italia spara quotidianamente tutta la destra di governo (e anche Renzi, quando gli è toccato finire sotto inchiesta), c’è da rilevare una differenza fondamentale tra il sistema giudiziario statunitense e quello italico.

Qui tutti i magistrati, con qualsiasi funzione e livello, sono funzionari assunti per concorso pubblico e nell’insieme costituiscono un “potere indipendente” secondo il classico schema della tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) in regime liberaldemocratico. Sull’indipendenza effettiva si possono nutrire giustificati dubbi, ma a livello di architettura delle regole le cose stanno così.

Negli Usa invece la carica di procuratore a livello locale – colui che promuove l’accusa contro qualcuno, mettendolo sotto inchiesta e poi eventualmente sotto processo – è effettivamente una carica politica. Nei singoli Stati, infatti, i procuratori vengono eletti mediante una normalissima campagna elettorale cui segue un voto popolare. È di fatto il primo gradino di una carriera politica, cui segue di solito la candidatura a sindaco o governatore, e quindi poi al Senato o alla Camera.

I procuratori federali, quelli che si occupano dei grandi reati – appunto – “federali” (in tutti gli Usa), a prescindere dallo Stato in cui sono stati commessi, non sono eletti ma nominati dal Presidente degli Stati Uniti, che fornisce loro anche indicazioni su quali reati vanno considerati prioritari e quali invece secondari.

Giusto per saperlo: Trump ha già dato indicazione di considerare la corruzione come una bagattella di cui non occuparsi. Si vede che molti dei suoi uomini e seguaci hanno qualche problemino di quel tipo.

Nel “tempio della democrazia liberale occidentale”, insomma, si vanno seppellendo a grande velocità anche le ultime apparenze.

Il potere economico si è insediato direttamente nelle principali cariche politiche – ed anche in quelle teoricamente sussidiarie, con Elon Musk al DOGE (il ruolo che grosso modo era stato pensato per Carlo Cottarelli come commissario alla spending review, “mani di forbice” si diceva) ma, al contrario del protagonista di mille talk show, Musk sta sforbiciando davvero – e come all’interno delle aziende non tollera alcun ostacolo al proprio comando. Né i giudici né i sindacati, insomma.

E quindi, molti decenni dopo il capolavoro distopico di Philip Dick, sull’immagine della Casa Bianca comincia ad apparire “la svastica sul sole”.

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29/01/2025

La “democratura” di Meloni, o l’Occidente 2.0

Dopo esserci abboffati di talk show monotematici e ricostruzioni giornalistiche di diverso orientamento, ci sembra di poter dire che il nuovo “caso Meloni” sia abbastanza semplice.

L’ex ragazza del Movimento Sociale almirantiano, oggi primo ministro (e prima donna in tale ruolo), nonché al momento unica abbastanza salda sulla sedia tra i premier europei, per di più simpaticamente ammessa alla corte di Musk e Trump insieme a Milei, ha ricevuto dal Procuratore capo di Roma – Francesco Lo Voi – la segnalazione di essere stata iscritta nel registro degli indagati in seguito alla denuncia presentata da un privato cittadino, per quanto “speciale”: l’avvocato Luigi Li Gotti. La cronaca dei fatti è ricostruita fedelmente in questo altro articolo.

I reati contestati dall’avvocato sono favoreggiamento personale (nei confronti del generale libico Najeen Osama Almasri) e peculato (per l’uso dell’aereo di Stato utilizzato dai servizi segreti per rimpatriarlo). A farle compagnia sono i ministri della giustizia Carlo Nordio, quello dell’interno Piantedosi e il sottosegretario Mantovano (che ha la delega ai servizi segreti).

Di certo non è un “avviso di garanzia” e non si tratta di una iniziativa della magistratura.

Quindi su questo aspetto Meloni mente. Punto.

L’avvocato Li Gotti, peraltro, dovrebbe essere una sua vecchia conoscenza in quanto era stato come lei un militante del Movimento Sociale almirantiano, poi traslocato ovviamente in Alleanza Nazionale e infine approdato in Italia dei Valori (finto partito personale dell’ex commissario di polizia Antonio Di Pietro, protagonista dell’operazione di lawfare chiamata “Mani pulite”) giusto in tempo per fare il sottosegretario in un governo Prodi.

Professionalmente, Li Gotti è stato protagonista di processi importanti. Avvocato difensore del mafioso pentito Buscetta, legale di parte civile dei familiari del commissario Calabresi e di alcuni dei carabinieri caduti in via Fani, oltre che di altri pentiti di mafia. In pratica un rappresentante di destra nell’“antimafia” e nell’“antiterrorismo”, sulla linea del giudice Borsellino che non aveva mai nascoste le sue simpatie per “la fiamma” che ancora campeggia sotto il simbolo di Fratelli d’Italia.

Un ex amico, insomma, che tira una imprevista coltellata. Capita, in politica, anche a destra, dove comunque hanno mantenuto una qualche capacità di non lasciare indietro nessuno o quasi dei vecchi complici di gioventù...

Ma i magistrati non c’entrano nulla, in questo caso. Specie se si tiene conto che proprio ieri hanno votato per rinnovare i vertici dell’ANM premiando con la maggioranza relativa la corrente più di destra (Magistratura Indipendente, quella che fu anche di Mario Sossi ed altri), considerata da tutti “filogovernativa”.

Del resto, come i nostri lettori sanno, non abbiamo mai avallato la narrazione idiota per cui sarebbero esistite le “toghe rosse” contro il potere politico. I pochi magistrati “di sinistra” che hanno attraversato gli ultimi 50 anni si sono in genere occupati di problemi sociali o politici in senso lato, non certo delle piccole faide intestine tra conventicole imprenditorial-partitiche.

Dunque Meloni, descrivendo il “non avviso” come un “attacco della magistratura”, ha mentito anche su questo. Punto.

Il resto – “non sono ricattabile”, ecc. – è pura retorica per condire il piatto principale.

Che è secondo noi questo.

In Italia come in tutto l’Occidente neoliberista – negli Usa come nell’Unione Europa – la crisi economica e di egemonia sta riducendo al minimo i margini per la mediazione sociale e quindi anche per quella politica. Sia interna ai singoli Paesi che tra Paesi diversi.

La mediazione del resto si fa con la spesa pubblica, e se da un lato cala la possibilità di rapinare il resto del mondo (o di far pagare ad altri i nostri debiti), dall’altra “va ridotto la spesa sociale” per favorire il riarmo, ecco che la struttura fondamentale della “democrazia liberale” viene stritolata.

Nella Storia degli ultimi due secoli, a dir tanto, si è avuta “libertà democratica” – parziale, certo, al massimo come libertà di espressione e manifestazione, e solo finché restavano nell’ambito delle compatibilità nella gestione degli affari politici – solo quando gli interessi sociali contrapposti mantenevano un relativo equilibrio. Come si diceva ai tempi dei democristiani, in cui tutti, bene o male, avevano un pasto e una casa sicuri.

Questo non è più vero da almeno 30 anni, ma ora la somma delle diseguaglianze sta diventando incommensurabile. La quantità di ricchezza appropriata da pochi e il dilagare della povertà/precarietà esistenziale nell’assoluta maggioranza, è uno squilibrio sempre più ingestibile con i mezzi della “democrazia parlamentare”. Anche perché i centri di comando sono ormai stati trasferiti in altra sede (così come le industrie principali hanno delocalizzato, anche se in posti diversi).

Unione Europea, sul piano economico, e Nato su quello militare sono dispositivi istituzionali che non prevedono reale opposizione interna, frequenti frenate nelle catene di comando, interrogativi sul senso di quel che si va decidendo. Siamo entrati in una guerra senza accorgercene e siamo incapaci (come governi occidentali) persino di immaginarne l’uscita senza catastrofe finale.

Sul piano interno, questa somma di vincoli economico-militari hanno da tempo imposto una linea unica di governo, chiunque occupi temporaneamente le poltrone dell’esecutivo. Macron, Schroeder, Meloni, Starmer, ecc., sono indistinguibili tra loro nel concreto fare. Si differenziano solo per le dichiarazioni di circostanza, e nemmeno sempre.

L’offensiva degli interessi oligarchici – tecno-finanziari e militari – va dunque imponendo in tutto l’Occidente un nuovo modello di regolazione istituzionale che non prevede più alcuna “tripartizione dei poteri”, secondo il modello della Rivoluzione francese. Né partecipazione popolare, né eguaglianza politica tra tutti i cittadini (tanto meno “davanti alla legge”!), né libertà individuale (un daspo è più frequente di una contravvenzione), né stato di diritto, né autentica libertà di espressione (il “pluralismo” ormai è una cacofonia tra voci simili).

Né, soprattutto una reale “alternanza politica” sugli indirizzi da dare al Paese di appartenenza. Si moltiplicano a macchia d’olio i casi di elezioni considerate “non valide” se a vincere sono i partiti “sbagliati”. E non vale più solo per gli Stati dove è in corso un processo rivoluzionario di trasformazione sociale (il Venezuela, per esempio), ma ormai anche per paesi semi-periferici del “centro” imperiale occidentale (Romania, Georgia, Slovacchia, ora anche Serbia; ma non per l’Austria in mano ai neonazisti, guarda caso...).

Ovunque si va imponendo una forma di “governo monocratico” senza contrappesi istituzionali. E, fin quando non saranno abolite le elezioni – ridotte a passiva scelta tra prodotti tutti uguali attraverso spot televisivi – il “vincitore giusto” potrà e dovrà agire come oligarchia comanda.

Di fronte a questo processo le lamentele “democratiche” di chi non siede momentaneamente al governo risultano un tantinello vacue, comunque senza presa persuasiva. Quello che si va delineando, infatti, non è “il ritorno del fascismo”, ma qualcosa di peggio. Come del resto abbiamo cominciato a spiegare da qualche tempo...

Ci sono similitudini, è evidente. I processi reazionari, in fondo, si somigliano sempre. E ogni volta i “democratici liberali” si strappano le vesti inorriditi dalla rozzezza dei mostriciattoli che loro stessi hanno allevato e protetto quando non contavano nulla.

Un secolo fa si contrapposero, in Germania, ballando sui cadaveri degli Spartachisti uccisi a Berlino, la “democrazia liberale di Weimar” – che enunciava regole ed equilibri tutti dotati di logica e fascino kantiano – e la brutalità del “suprematismo ariano” che voleva farsi strada affermando il “nomos della terra” e del sangue.

Sappiamo com’è andata.

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La Meloni “la butta in caciara” sul caso Almasri

Giocare sulle parole, “buttarla in caciara”, alimentare il vittimismo aggressivo e poi passare all’attacco. La premier Meloni ha recitato il suo solito copione anche in queste ore.

La vicenda è quella legata alla liberazione del generale libico Osama Almasri, per il quale la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto con l’accusa di tortura, assassinio, violenza sessuale, minaccia, lavori forzati, lesioni a danno di un numero imprecisato di vittime nei centri di detenzione libici.

Un avvocato, Luigi Li Gotti, (ex missino tra l’altro, ma che per la Meloni è diventato anche lui “di sinistra”, ndr) ha denunciato alla procura alcuni membri del Governo (Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario addetto ai servizi segreti Mantovano) per favoreggiamento personale e peculato chiedendo alla magistratura inquirente di indagare sulla legittimità dell’utilizzo di un aereo di Stato per prelevare il generale libico a Torino e condurlo in Libia invece di trattenerlo e poi consegnarlo alla Corte Penale Internazionale.

Ma cosa è accaduto veramente? In primo luogo c’è un cosiddetto “atto dovuto” da parte dei magistrati. Quello ricevuto dalla Meloni infatti non è neanche un avviso di garanzia – come impropriamente riferito sia dalla Meloni sia dal deputato Fratoianni in aula, cosa quest’ultima che ha scatenato il putiferio. Si tratta solo di una notifica al Tribunale dei Ministri la quale informa gli interessati che è stato consegnato alla Procura di Roma un esposto contro alcuni ministri e la premier da parte di un cittadino. Una cosa ben diversa.

La stessa Associazione Nazionale Magistrati ha segnalato al fine di fare chiarezza, “il totale fraintendimento da parte di numerosi esponenti politici dell’attività svolta dalla procura di Roma, la quale non ha emesso, come è stato detto da più parti impropriamente, un avviso di garanzia nei confronti della presidente Meloni e dei ministri Nordio e Piantedosi ma una comunicazione di iscrizione che è in sé un atto dovuto perché previsto dall’art. 6 comma 1 della legge costituzionale n. 1/89”.

Si tratta appunto di una disposizione che impone al procuratore della Repubblica, ricevuta la denuncia nei confronti di un ministro, ed omessa ogni indagine, di trasmettere, entro il termine di quindici giorni, gli atti al Tribunale dei ministri, dandone immediata comunicazione ai soggetti interessati affinché questi possano presentare memorie al collegio o chiedere di essere ascoltati. “Si tratta, dunque, di un atto dovuto”, conclude l’Anm.

Il contesto in cui questo atto dovuto è pervenuto è però quello di un durissimo braccio di ferro tra due poteri dello Stato – quello esecutivo e quello giudiziario – sulla controversa riforma della giustizia varata dal governo e osteggiata apertamente dalla magistratura.

Da qui è scattato il consueto binomio tra vittimismo aggressivo – la sindrome di Calimero alla quale ricorre fin troppo spesso la premier Meloni – e la strumentalizzazione ai fini della lotta politica. Con il risultato che le omissioni del governo sulla vicenda Almasri rischiano di finire in secondo piano.

Ad esempio il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo ai cronisti ha definito la decisione “una reazione alla riforma della separazione delle carriere voluta dal governo, del tutto priva di fondamento” – ha dichiarato Tajani – “Non credo sia giusto aprire uno scontro da parte di alcuni magistrati nei confronti del potere politico perché questo fa un danno alle istituzioni. Non condivido neanche la scelta dei tempi lampo da parte della Procura di Roma, che trovo fuori luogo. È un attacco al governo che va respinto totalmente”.

Sin dall’inizio di questa vicenda è apparso evidente che il governo ha fatto del “lavoro sporco” sul caso Almasri in nome di “ragioni superiori” e di Stato. Del resto il generale libico è uno che sta facendo da anni il lavoro sporco per l’Italia, chiudendo o aprendo i rubinetti delle partenze dei barconi dalla Libia. Sarebbe interessante, tra l’altro, portare alla luce gli “accordi indicibili” tra l’Italia e la Libia del generale Almasri, e in quel caso si risalirebbe anche agli anni passati, quelli del ministro Minniti e dei successivi. Ma a questo punto ogni richiesta e necessità di chiarimento sulle molte contraddizioni e omissioni con cui il governo ha gestito l’affare Almasri è scomparsa in un polverone. Al punto che pare saltata anche l'informativa al Parlamento dei ministri Piantedosi e Nordio prevista per oggi. Il governo sta alzando la polvere e affilando le armi per giocare questa partita sia contro la magistratura che contro l’opposizione.

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23/10/2024

Lager albanesi e chiusura dei porti: il governo di pericolosi incompetenti scopre la magistratura

I membri dell’infausto e nocivo governo Meloni hanno scoperto, di recente, l’esistenza della legge e della magistratura, due diaboliche forze sovversive che minacciano di impedire i loro insulsi show, indegni teatrini coi quali cercano di propinare le loro false e disastrose soluzioni a un popolo sempre più povero e demoralizzato.

Lo show si svolge su di un terreno che, istruiti da spin doctor del calibro di Musk o poco meno, ritengono particolarmente propizio per mettere in azione le loro armi di distrazione di massa, destinate a distogliere l’attenzione dai loro continui fallimenti e dalla loro “politiche” meschinamente reazionarie e filopadronali.

Mi riferisco ovviamente al tema delle migrazioni, trasformato in minaccia esistenziale per la nostra società che invece sono loro a disgregare ogni giorno di più colla loro proverbiale inettitudine e l’esasperata coltivazione del “particulare” proprio e delle loro famiglie allargate.

“Non passa lo straniero” è lo slogan lanciato da lorsignori con esilarante rievocazione delle vicende del Piave, mettendo al posto delle armate austroungariche gli esseri umani espulsi dai loro contesti originari dalle politiche di guerra, devastazione ambientale, oppressione sociale e rapina delle risorse che l’Occidente neocoloniale continua a promuovere in tutto il mondo, anche se fortunatamente con sempre minore successo.

Meloni, fra le sue numerose sparate pre-elettorali, aveva promesso il blocco navale per impedire l’invasione. Di fronte all’evidente impraticabilità di questa misura, aveva ripiegato, oltre che sugli ostacoli ai salvataggi, sulla spedizione dei migranti in Albania.

Senonché il suo geniale progetto si è infranto proprio sulla legge europea. Cifre esorbitanti sono state spese per una passeggiata marittima ben poco rilassante di sedici migranti fino alle coste albanesi e ritorno.

Il secondo esempio, del pari illuminante è costituito dalle imprese di Salvini, convinto all’epoca che indossando le vesti di strenuo difensore dei confini patrii avrebbe guadagnato qualche consenso colla chiusura dei porti.

Per sfortuna loro e fortuna del popolo italiano l’Italia non è ancora il Regno di Pulcinella ed esiste sempre e comunque una magistratura non disposta a farsi intimidire e che costituisce oggi a ben vedere una delle poche risorse istituzionali e sociali di cui siamo ancora dotati, tanto è vero che l’uomo col busto del Duce sul comodino, autentico cervello giuridico della squalificata congrega, la vuole fare fuori come potere autonomo per trasformarla in mero ammennicolo del potere.

In preda a comprensibile disappunto e indignazione degna di migliori cause essi rivolgono quindi oggi i propri strali contro i giudici, che vorrebbero proni ai loro voleri anticostituzionali, obbedienti e servili.

Con involontario umorismo il ministro Nordio parla di giudici “che esondano” quasi si trattasse dei corsi d’acqua che a causa di cambiamento climatico, tradizionale incuria del territorio, paralisi burocratica e insensibilità politica, stanno facendo da tempo danni e vittime crescenti in Italia.

E si propone di metterli a posto lui, quasi ignorasse le guarentigie costituzionali di cui la magistratura è circondata e che costituiscono elemento fondamentale e irrinunciabile di ogni Stato di diritto degno di questo nome.

Analoghe minacce e intimidazioni, sia di stampo governativo che criminale diffuso, sono state rivolte contro i giudici di Palermo che nei prossimi giorni potrebbero condannare Salvini per il suo comportamento illegittimo e ingiustificabile.

Vero è che i migranti costituiscono oggi parte integrante e sempre più importante di coloro che, col loro ingrato e faticoso lavoro quotidiano, specie nei settori dove vige il padronato più selvaggio, come l’agricoltura e la logistica, portano sulle loro spalle l’Italia.

Il razzismo istituzionale sfoggiato e messo in pratica da lorsignori serve anche a mantenerli in uno stato di privazione dei diritti frantumando l’unità di classe e colpendo al cuore il principio di eguaglianza formale e sostanziale che costituisce l’architrave della Costituzione repubblicana.

Del resto lo Stato costituzionale di diritto è minacciato fortemente in Italia anche da tanti altri punti di vista, come la foga bellicista antirussa in spregio all’art. 11, il sostegno al genocidio dei Palestinesi, la cosiddetta autonomia differenziata che fa a pezzi l’unità nazionale, il cosiddetto premierato che mina gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione, l’atteggiamento permissivo nei confronti di evasione fiscale, corruzione e altre illegalità della classe dominante che emerge dal tentativo di smantellare l’opera di contrasto di questi fenomeni che dilagano oggi in Italia insieme a povertà e degrado ambientale e sociale, mentre i governanti falliti continuano ad allestire i loro fallimentari spettacoli con sempre minor gradimento di critica e di pubblico.

Che ci possono propinare impuniti solo per la perdurante assenza di un’opposizione politica e sociale che sia degna di questo nome, come dimostrano soprattutto le poco edificanti vicende del PD.

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23/08/2024

Italia - Gli autogol dei politici rafforzano la magistratura

Una delle ragioni per cui Mani pulite non è finita e sembra non finire mai è la responsabilità della politica. Non c’è uno schieramento un partito che rinunci a strumentalizzare le inchieste giudiziarie quando sotto tiro ci sono gli avversi e questo aumenta ancora di più in modo spropositato il potere della magistratura.

La novità degli ultimi giorni sulla quale vale la pena di soffermarsi, ma non più di tanto, per evitare di farsi distrarre dai problemi reali del Paese, è che siamo arrivati alla strumentalizzazione di una inchiesta che non c’è, e che al 99% ci sarà mai. Arianna Meloni è dirigente del primo partito del Paese, le nomine le fanno i partiti che governano a volte nel consociativismo con l’opposizione per cui non si capisce perché ci dovrebbe essere una indagine giudiziaria.

Quando governava Matteo Renzi lui e suoi procedevano alle nomine, adesso invece Arianna Meloni dovrebbe spiegare le scelte politiche. Dopo l’articolo del Giornale il centrodestra si è indignato, ovviamente gridando al complotto sempre in relazione e a una indagine di cui non c’è traccia.

Ma si è indignata pure l’Associazione nazionale magistrati dedicandosi alla sua attività preferita, “ci vogliono delegittimare”. Parliamo di una categoria che ha già dimostrato ampiamente di essere in grado di delegittimarsi da sola con una grandissima capacità di autoassolversi e autoamnistiarsi come è accaduto in relazione al caso Palamara, radiato come unico responsabile di una ottantina di nomine sottobanco nel regno del traffico di influenze che, però, in questo caso nessuno ha contestato formalmente.

Si tratta del reato di cui secondo le fantasie dovrebbe rispondere Arianna Meloni, del reato che ai comuni mortali di solito viene contestato per molto meno di quanto accade al Csm. Ma queste strumentalizzazioni delle inchieste da una parte e dall’altra portano poi vantaggi a chi le fa? Non pare proprio.

A Bari dove la destra aveva dato addosso al centrosinistra sul voto di scambio, altro reato evanescente al pari del traffico di influenze, hanno vinto gli avversari. Alle elezioni europee non sembra aver influito l’inchiesta di Genova sulla presunta corruzione Toti-Spinelli. E in vista delle elezioni del 27 ottobre in Liguria il centrodestra pare restare con un buon vantaggio nonostante la mobilitazione di piazza contro l’allora governatore detenuto ai domiciliari.

Insomma sembra che gli elettori se ne freghino ampiamente e che chi strumentalizza la giustizia faccia un buco nell’acqua a differenza di trent’anni fa.

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