Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/09/2026

Ex Ilva - Se non interviene lo stato sarà catastrofe sociale

La sentenza della Corte d’Appello di Milano che ordina la chiusura dell’area a caldo di Taranto per amianto e polveri sottili, vista la storia degli ultimi 14 anni era scontata. La Meloni non può dire che “non dipende da noi”.

Questa sentenza è arrivata dopo 14 anni di errori clamorosi che tutti i governi che si sono succeduti hanno commesso. Questa sentenza è la somma di quegli errori. E ora ribadisce una cosa che USB dice da sempre: l’intervento dello Stato è l’unica soluzione. Per tre motivi:

1. METTERE IN SICUREZZA I LAVORATORI
Lo Stato deve mettere in sicurezza tutte le platee dei lavoratori: dai lavoratori di Acciaierie d’Italia in AS, passando per quelli di Ilva in AS, fino ai lavoratori dell’appalto, mettendo in campo misure straordinarie a loro tutela.

2. PROGRAMMARE E FINANZIARE LE BONIFICHE SUBITO
Come prevede la sentenza del Tribunale di Milano, bisogna programmare le bonifiche immediatamente. Non solo per l’area a caldo, ma anche per l’area a freddo, dove ci sono oltre una decina di situazioni con presenza di amianto con bollino rosso.

3. GARANTIRE IL FUTURO PRODUTTIVO E LA DECARBONIZZAZIONE
La decarbonizzazione non può essere uno slogan né l’ennesima promessa rinviata nel tempo. Serve un piano industriale dentro l’intervento pubblico, con investimenti certi e una programmazione capace di accompagnare la trasformazione degli impianti senza scaricarne i costi sui lavoratori e sulla città.

Questo ci aspettiamo. Ci aspettiamo che il Governo abbia il coraggio di metterci le mani e di portare avanti un’operazione di salvataggio totalmente pubblica, togliendo di mezzo una gara che oramai da tempo assomiglia sempre più a una farsa. Per una volta la politica abbia il coraggio di mettere le risorse sul tavolo, che siano finalizzate a sostenere i lavoratori, le loro famiglie e un serio progetto di riconversione, affrontando quindi direttamente quella che rischia di diventare la crisi sociale più grande di tutta la storia della Repubblica.

Non si scappa più. O lo Stato interviene o è disastro sociale.

Fonte

28/08/2026

L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:
  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:
  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:
  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note
  1. Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
  2. La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
  3. Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
  4. A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
  5. Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
  6. Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
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23/08/2026

Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri

di Emiliano Brancaccio

Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».

A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.

C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone.

L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal PNRR europeo con un miliardo.

Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del PNRR gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia. Ma le buone intenzioni durano poco.

Le successive manovre del ministro Giorgetti erodono la dotazione di oltre un terzo. Nel 2026 il colpo finale: le risorse residue vengono sottratte alla modernizzazione di Taranto e ricondotte genericamente alla decarbonizzazione del settore. Il Dri pubblico a Taranto, di fatto, muore.

Restano in partita i privati. Il gruppo indiano Jindal si fa avanti, dichiarandosi disponibile a farsi carico anche della riconversione dell’impianto a caldo. Ma riemerge il vecchio problema: serve un massiccio sostegno pubblico per le infrastrutture, l’energia, la transizione ecologica.

Anche perché, se lo stato italiano non si impegna, Jindal avanza un’alternativa poco piacevole: spostare le fasi iniziali della produzione nei suoi stabilimenti in Oman e India e lasciare solo la fase finale a Taranto. Uscita dalla porta, l’urgenza dell’investimento statale rientra dalla finestra.

Ecco allora la trovata del governo. Su sollecitazione del ministro Urso, Federacciai propone una cordata di quattordici imprese italiane.

Il progetto nasce apertamente molto modesto: rinunciare alla conversione dell’impianto a caldo e limitare l’attività di Taranto alla lavorazione di acciaio prodotto altrove. Con due conseguenze: dimezzamento dell’occupazione locale e aumento della dipendenza dalle importazioni estere.

Ma la nuova soluzione, per Meloni e soci, è mediaticamente perfetta. Nasconde il disimpegno del governo con la grancassa della «cordata italiana». L’acciaio deve rimanere italiano, l’asset strategico non può essere ceduto agli indiani, e così via. Una curiosa declinazione dell’italianità: conta il passaporto del proprietario più del luogo effettivo in cui viene prodotto l’acciaio.

Ecco dunque il sovranismo meloniano alla prova dei fatti. Prima smonta un progetto pubblico che avrebbe modernizzato la produzione primaria nazionale. Poi celebra come patriottica una cordata italiana di privati che produrrà molto meno e comprerà all’estero quel che manca.

La siderurgia è un settore maturo, fortemente concentrato, in evidente ritardo dal punto di vista della transizione ecologica. È un caso da manuale di fallimento del mercato capitalistico. E dell’urgenza di una logica di pianificazione pubblica: decidere quanta capacità conservare, dove collocare la produzione di Dri, come coordinare la filiera con le reti dell’elettricità e dell’idrogeno, e così via.

Un piano pubblico darebbe all’Italia un ruolo guida nella faticosa ristrutturazione europea. E non sarebbe un’idea estranea alla storia continentale: in fondo, l’integrazione comunitaria iniziò proprio con un governo politico della ristrutturazione dell’acciaio.

Ma per Meloni e soci sarebbe un salto quantico. A quanto pare, trovano più facile agitare i passaporti tricolore dei nuovi aspiranti padroni e nascondere il conto industriale, occupazionale e ambientale che lasceranno.

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31/07/2026

Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato

Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori

Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale.

Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler riperimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori.

Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo.

Il problema non è quanto deciso dalla magistratura. Siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.

La magistratura non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento.

Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica.

La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia.

Per USB resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia.

Il Governo sostiene che la proprietà pubblica non avrebbe modificato gli effetti del provvedimento giudiziario. La questione posta da USB è un’altra: la nazionalizzazione serve per assumere il controllo delle decisioni industriali, programmare gli interventi ambientali, garantire gli investimenti, difendere la produzione nazionale di acciaio e tutelare l’occupazione.

È quanto è stato fatto nel Regno Unito di fronte al rischio di fermata di British Steel e alla possibile perdita della capacità nazionale di produrre acciaio. Quando è in discussione un settore strategico, uno Stato interviene direttamente e non si limita ad attendere le decisioni dei privati.

Acciaierie d’Italia dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.

Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone.

Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, deve dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica, industriale e sociale di questa scelta. In quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro.

Dopo gli interventi delle organizzazioni sindacali, il Governo ha proposto l’avvio immediato di un tavolo tecnico per definire un “piano straordinario”, coinvolgendo i ministeri interessati, le organizzazioni sindacali, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.

La proposta di aprire una discussione tecnica trova USB favorevole. È necessario verificare nel merito tutte le ricadute del provvedimento giudiziario, le prospettive industriali, gli investimenti possibili e gli strumenti straordinari necessari per tutelare l’intero perimetro occupazionale.

Questa disponibilità non comporta però alcun arretramento. Per USB la nazionalizzazione resta lo strumento principale per garantire il controllo pubblico delle scelte industriali, la continuità della produzione siderurgica, gli investimenti ambientali e la salvaguardia di tutti i lavoratori.

Il piano straordinario non può ridursi alla ricerca di nuovi investitori privati, alla riconversione delle aree liberate o alla gestione delle conseguenze della fermata. Deve prevedere un ruolo diretto dello Stato e affrontare immediatamente il tema delle garanzie occupazionali e salariali per i lavoratori diretti, degli appalti e di Ilva in amministrazione straordinaria.

USB parteciperà al confronto tecnico, ma con un presupposto politico preciso: nessuna soluzione potrà essere considerata credibile se rinuncia alla produzione di acciaio, spezza il gruppo o scarica ancora una volta sui lavoratori il costo delle scelte compiute dalla politica.

Per USB la tregua è finita. Non sono più accettabili scuse legate alla magistratura, all’Europa o alle decisioni degli enti locali.

Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia.

Fonte

28/07/2026

La ex Ilva va nazionalizzata, per la salute e per il lavoro

La decisione della Corte d’Appello di Milano conferma la gravità della situazione ambientale e sanitaria dello stabilimento di Taranto e impone interventi immediati. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione.

Sarebbe però un gravissimo errore utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana. La responsabilità di questa situazione è il risultato di decenni di scelte industriali fallimentari e dell’incapacità di imporre ai soggetti privati gli investimenti necessari per garantire sicurezza, ambiente e continuità produttiva.

La sentenza conferma che non è più il tempo di rinvii o di soluzioni tampone. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva.

È una scelta che altri Paesi europei hanno già compiuto per tutelare asset strategici e occupazione. Il recente intervento del Governo britannico su British Steel dimostra che, quando sono in gioco migliaia di posti di lavoro e una produzione strategica, lo Stato può e deve assumersi la responsabilità di intervenire.

La nazionalizzazione deve servire innanzitutto a tutelare i lavoratori. Deve garantire l’occupazione, impedire che il costo della transizione ricada ancora una volta su lavoratrici e lavoratori e assicurare gli investimenti necessari per la messa in sicurezza degli impianti e la decarbonizzazione.

Oggi, però, la priorità è una sola: nessun lavoratore deve essere lasciato indietro.

È necessario costruire immediatamente un sistema di tutele straordinarie che coinvolga tutti i lavoratori interessati dalla crisi: i dipendenti di Acciaierie d’Italia, quelli di Ilva in Amministrazione Straordinaria, i lavoratori degli appalti, dell’indotto e tutte le aziende della filiera che rischiano di pagare il prezzo di questa vicenda.

Gli strumenti ordinari non sono più sufficienti. È il momento di aprire un confronto nazionale per introdurre misure nuove, a partire dall’istituzione di un Reddito di Transizione, capace di garantire continuità economica e dignità ai lavoratori durante il percorso di messa in sicurezza, bonifica e riconversione industriale.

Allo stesso tempo chiediamo l’apertura immediata di un confronto per il riconoscimento del lavoro siderurgico come lavoro usurante, restituendo dignità a migliaia di lavoratrici e lavoratori che per decenni hanno operato in uno dei comparti più gravosi e rischiosi dell’industria italiana.

La crisi dell’ex Ilva non può essere affrontata contrapponendo salute e lavoro. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione strategica. Per USB questa strada passa da un forte intervento pubblico, dalla piena tutela del lavoro e da una transizione che non scarichi il proprio costo su chi, per anni, ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate della politica e dei privati.

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02/03/2026

Ex Ilva, Incidente mortale a Taranto, perde la vita un nostro iscritto. Sciopero Usb in tutti i siti di Acciaierie d’Italia a partire dalle 15 di oggi

Quello che è accaduto oggi a distanza di solo un mese e mezzo dall’ultimo incidente mortale nello stabilimento siderurgico tarantino, peraltro con evidenti elementi comuni, mostra la fatiscenza degli impianti sui quali non si interviene in maniera efficace da tempo ormai. Una situazione di estrema precarietà e quindi di insicurezza che espone quotidianamente a rischio la vita dei lavoratori che ancora si avvicendano nella fabbrica. Questa volta a perdere la vita è stato Loris Costantino, giovane operaio dell’appalto iscritto ad USB, anello debole della catena.

Nello stabilimento tarantino è già partita la protesta con lo sciopero che è scattato alle ore 12:00, vedi comunicato congiunto in allegato, ma sta montando anche negli altri impianti di Acciaierie d'Italia.

Per il protrarsi della gravità della situazione è indetto uno sciopero già a partire dalle 15:00 di oggi fino alle 7:00 di domani in tutti i siti del gruppo Adi, Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Più che mai opportuna la convocazione dell’incontro a Palazzo Chigi per giovedì prossimo.

USB Industria

Fonte

12/01/2026

Ex Ilva di Taranto. È ancora un operaio a morire durante il lavoro

Un operaio in servizio all’acciaieria 2 dello stabilimento ex Ilva di Taranto, è morto oggi dopo essere precipitato dal quinto al quarto piano dell’impianto.

L’operaio, Claudio Salamida, 46 anni, di Putignano (Bari), che lascia la moglie e un figlio piccolo, era impegnato nelle attività di controllo delle valvole al convertitore 3 dell’acciaieria 2. Secondo le prime informazioni, avrebbe ceduto un grigliato sul quale in quel momento si trovava il lavoratore. L’operaio avrebbe compiuto un volo di diversi metri prima di finire al suolo.

L’acciaieria 2 in questo momento è l’unica in funzione nella fabbrica essendo l’acciaieria 1 ferma da tempo. L’acciaieria 2, a sua volta, è alimentata dall’unico altoforno ancora attivo, il 4.

I sindacati hanno proclamato uno sciopero immediato di 24 ore in tutte le sedi del gruppo.

La dinamica è in fase di accertamento tuttavia la morte di questo operaio conferma la necessità di mettere i lavoratori in piena sicurezza, a partire dalla manutenzione degli impianti come l’USB denuncia da tempo. “Basta morti sul lavoro, sulla sicurezza servono investimenti non lacrime a posteriori!”

L’Unione Sindacale di Base, così come Fiom Fim e Uilm, ha proclamato lo sciopero immediato di 24 ore in tutti gli impianti del gruppo, fino alle 7 del mattino di domani 13 gennaio, sciopero articolato secondo le modalità territoriali.

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12/12/2025

I sedicenti patrioti che non difendono l’acciaio italiano

di Emiliano Brancaccio

Affrontare le crisi senza uno straccio di coordinamento internazionale affidandosi ai soli capitalisti privati. Potremmo chiamarlo “sovranismo padronale” e sintetizza bene le compulsioni del governo italiano in tema di ristrutturazioni industriali. Il caso dell’acciaio è emblematico.

Quando si dice che di necessità si può fare virtù: l’eredità storica di paese carente di materie prime ci ha resi virtuosi nella produzione di acciaio. La siderurgia italiana è tra le più efficienti dal punto di vista del riciclo: circa l’85 percento del prodotto deriva da rottame ferroso, a fronte di una media europea del 60 e una media mondiale di appena il 30 percento. Per questa ragione, l’industria italiana è complessivamente anche la più pulita in assoluto: rispetto alla media mondiale, emettiamo meno della metà di tonnellate di anidride carbonica per ogni tonnellata di acciaio realizzata. Inoltre, a riprova del fatto che il problema principale non riguarda la quantità di occupati, l’acciaio italiano viene realizzato con livelli di produttività senza pari in larga parte del mondo: dal 25 al 35 percento di valore aggiunto in più per addetto rispetto ai principali concorrenti Ue.

Certo, la crisi in corso riguarda principalmente gli impianti ex-Ilva, che sono produttori della quota residua di acciaio primario, ossia non riciclato, di poco superiore al 10 percento nazionale.

Con questa giustificazione, Federacciai sostiene che sarebbe meglio disfarsene. E il governo, a ruota, sembra fermo sull’ipotesi di regalare gli impianti a fondi esteri intenzionati a spacchettare, distruggere e rivendere in fretta.

Il problema è che l’acciaio primario rappresenta tuttora un semi-lavorato insostituibile in molte industrie ad alto valore aggiunto. Non a caso, il calo della produzione nazionale si è tradotto in un significativo aumento delle importazioni dall’estero. Ecco un tipico esempio in cui, con un furbo travisamento della questione ecologica, il “sovranismo padronale” si accinge a determinare danni sistemici, nell’interesse di pochi affaristi.

Affrontare la questione secondo logica, invece, richiederebbe un ribaltamento dei termini del problema. Ossia, proprio il fatto che la quota di produzione al centro della crisi è al tempo stesso modesta ma difficilmente sostituibile, consentirebbe di inquadrarla in una strategia di carattere generale. Diciamo pure, senza scandalizzarci: di pianificazione pubblica, per decidere i destini della siderurgia italiana all’interno di un quadro europeo che finora è risultato sbilanciato e contraddittorio.

Nel dibattito sull’acciaio si fa spesso riferimento agli eccessi di capacità produttiva causati dalla superproduzione cinese e dai dazi americani. Questi problemi esistono ma sono secondari. Gli Stati Uniti registrano già un deficit commerciale siderurgico di 18 milioni di tonnellate, quasi il 20 percento della loro produzione interna, circa 11 miliardi di dollari. Quindi, pretendere dagli americani di importare ulteriormente è una partita persa. Quanto all’enorme export cinese, si tratta di un’onda che colpisce tutti ma l’Unione europea sta reggendo bene l’impatto. Infatti, se è vero che siamo in deficit di tonnellate, in valore monetario risultiamo comunque in surplus di circa 5 miliardi di euro.

Lo sbilancio principale dell’acciaio, allora, non è fuori ma è dentro l’Unione europea. Basti notare un fatto. Gli impianti tedeschi riciclano molto meno, inquinano molto di più e sono pure caratterizzati da minore produttività del lavoro. Eppure, la Germania è in surplus di 4,3 milioni di tonnellate, mentre l’Italia è in deficit di 3,5 milioni di tonnellate. Rivendicare un riequilibrio interno all’Ue costituirebbe non solo una legittima istanza nazionale ma anche una giusta proposta di pianificazione ecologica europea.

Sarebbe il caso di sollevare il problema con von der Leyen, che a parole insiste su una siderurgia europea “forte e decarbonizzata”. Ma forse i sedicenti patrioti di Meloni sono troppo indaffarati a cedere l’acciaio italiano a qualche speculatore di passaggio.

Fonte

05/12/2025

La lezione di Genova

Da quasi 60 anni le cariche contro gli operai in una manifestazione con CgilCislUil segnano il superamento di una linea rossa che quasi nessun governo ha osato oltrepassare.

L’ultimo episodio rilevante erano state le cariche contro i metalmeccanici della Fiom, a Roma, guidati da Maurizio Landini, il 30 ottobre del 2014. Il presidente del consiglio era Matteo Renzi, e gli operai venivano dalle acciaierie di Terni, già aggrediti dalla polizia un anno prima nella cittadina umbra con un pestaggio che aveva ferito persino l’allora sindaco Di Girolamo. La crisi dell’acciaio in Italia ha ormai una lunga storia... 

Ieri a Genova mancava la Uil, famosa nell’ex Ilva più come “ufficio raccomandazioni” che come sindacato (a Taranto bisognava iscriversi prima ancora di essere assunti), sostituita però dalla molto più conflittuale Usb, che oggi può vantare una presenza operaia in continua ascesa.

Il ruolo del governo Meloni nella crisi dell’Ilva era ieri molto ben rappresentato dalla blindatura della piazzetta sede della Prefettura (il “palazzo del Governo”, in ogni capoluogo di provincia). Riesumate le grate, utilizzate ai tempi del G8, saldate a chiudere ogni passaggio e con dietro i blindati della polizia.

L’istantanea perfetta di un esecutivo sordo, cieco, inabile a tutto, che però non vuol essere “disturbato” da coloro che sta mandando sul lastrico. E da un Paese in declino... 

Il piano presentato dal ministro Urso è stato unanimemente considerato un piano di chiusura, con i dipendenti della ex Ilva buttati in mezzo alla strada e basta. Una scelta idiota sotto molti e diversi punti di vista. Non solo e non tanto per l’occupazione (20.000 persone, tra “interni” ed indotto), quanto per il ruolo strategico da sempre svolto dall’industria dell’acciaio, senza la quale un paese diventa dipendente dalle forniture altrui.

Per misurare quanto sia idiota questa scelta basti pensare che avviene mentre contemporaneamente il governo aumenta gli stanziamenti per le armi, che notoriamente sono destinatarie primarie della produzione di acciaio di tutti i tipi. Noi siamo per il disarmo, è noto, ma stupisce che i reazionari guerrafondai pensino sia possibile fare a meno della “materia prima” per quello che hanno in testa.

Nella fase alta della cosiddetta “globalizzazione” si era pensato che la produzione “indigena” potesse essere sostituita con quella meno costosa proveniente dall’India o dall’Ucraina. Ma oggi sappiamo che Nuova Delhi viaggia su una rotta meno amichevole con l’Occidente coloniale. E l’Azovstal di Mariupol è saldamente tornata in mani russe, quindi con qualche problema di comunicazione creato dalle “nostre” stesse sanzioni.

E dire che persino un manager delle privatizzazioni come Franco Bernabè ha fatto notare che “ristrutturare l’Ilva e continuare la produzione costerebbe meno che chiuderla”. 4 miliardi contro 10-12 da buttare a fondo perduto per la cassa integrazione, i “corsi di riqualificazione” dei licenziati, la bonifica dei siti produttivi (16 kmq a Taranto, oltre un kmq a Genova Cornigliano, ecc.).

Ma è sul piano del conflitto sociale e politico che la giornata di ieri a Genova segna il superamento di una “linea rossa”. Un governo che attacca militarmente gli operai non può più spacciarsi come “vicino al popolo”, per quanto si sforzi di “parlare alla pancia” dei più poveri. Entra in crisi la “narrazione populista” con cui questi post-fascisti si erano travestiti.

Ma nello stesso tempo è anche andata in pensione la divisione tra “buoni e cattivi” nei cortei, utile da sempre a criminalizzare una parte dei movimenti per paralizzarli nel loro insieme. La reazione operaia alla blindatura della Prefettura è stata da manuale: solo chi tratta quotidianamente con l’acciaio sa come fare per sbragare le “difese” erette a protezione del Palazzo. E il “trattore” gigante utilizzato per la movimentazione dei carichi è diventato lo strumento adatto a divellere le grate.

Di lì la pioggia di lacrimogeni, anche di tipo proibito a livello europeo. In particolare, il gas CS (o-chlorobenzylidene malononitrile) è considerato un’arma chimica e il suo uso è regolamentato dalla Convenzione sulle armi di quel tipo.

Stavolta però nessuno ha provato ad imbastire teorie strane sui “black-bloc”, gli “anarchici” o gli “autonomi”. Persino la sindaca di centrosinistra e il presidente regionale di centrodestra si sono precipitati a dare solidarietà e/o disponibilità alla mediazione col governo sordo.

Nella piazza di Genova c’è la classe operaia più classica dell’immaginario novecentesco: i siderurgici, gli uomini dell’acciaio. A viso aperto, con determinazione granitica, competenza meccanica ed intelligenza politica.

Tre mesi fa erano stati i portuali di Genova a “suonare la sveglia” contro il genocidio dei palestinesi indicando le forme della mobilitazione attraverso quel “Blocchiamo tutto” che si è materializzato in tutto il paese.

Questi operai hanno dato una lezione al potere, ma anche al resto del movimento che da mesi – e per fortuna – va montando contro il genocidio, il riarmo, i tagli alla spesa sociale, la militarizzazione strisciante ed esplicita, la repressione, ecc.

Si parte e si torna insieme, sempre. Ci si comporta in piazza come è stato deciso. Nessuna scelta è preclusa, ma deve sempre essere condivisa, altrimenti serve solo ad indebolirci.

È una lezione antica ma sempre attuale. La lotta è una cosa seria e l’unico modo di vincere è nel partire e tornare insieme.

Fonte

La forza operaia resiste come l’acciaio nel silenzio assordante del Governo

La giornata di sciopero dei metalmeccanici e degli operai dell’ex Ilva di Genova si chiude con una certezza: dal governo non è arrivata una sola risposta. Nessuna indicazione sul futuro produttivo, nessuna garanzia per l’occupazione, nessuna parola chiara su un settore strategico che continua a essere lasciato nell’incertezza più totale. Un silenzio assordante che ha alimentato la rabbia e l’esasperazione dei lavoratori.

A rendere ancora più grave la situazione è quanto accaduto ieri in piazza Corvetto dove il prefetto ha scelto di barricarsi e gli operai in protesta sono stati colpiti da lanci copiosi di lacrimogeni. Una scena che parla da sola: invece di ascoltare chi chiede dignità e futuro, si risponde con la forza. È un segnale preoccupante, che racconta meglio di mille dichiarazioni la distanza tra chi governa e chi ogni giorno manda avanti le fabbriche di questo Paese.

In piazza ieri è esploso un messaggio chiaro: i lavoratori non accettano più rinvii, silenzi e promesse vuote. La crisi della siderurgia, il destino dell’ex Ilva, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro non possono essere trattati come questioni secondarie né affidati al caso. Serve un confronto vero, trasparente e immediato, capace di affrontare una crisi che sta logorando territori interi e la cui soluzione, come USB lo diciamo da tempo, è la nazionalizzazione dell’ex Ilva e il rilancio di un piano industriale serio.

Con 35 miliardi di riarmo troviamo assurdo non trovarne meno di un terzo per il piano industriale nazionale.

Questa giornata si chiude con la determinazione di chi sa che nulla è stato risolto e che l’incontro di domani al Ministero dovrà finalmente fare chiarezza. I lavoratori hanno dimostrato ancora una volta la loro forza e sono determinati a proseguire sciopero e blocchi anche nella giornata di domani.

Non un passo indietro, la lotta dei lavoratori dell’ex Ilva è la lotta di tutti i lavoratori e le lavoratrici.

Fonte

04/12/2025

A Genova lacrimogeni contro gli operai in sciopero

Oggi a Genova è una giornata di sciopero generale dei metalmeccanici convocato da Fiom, Fim e Usb. Lo sciopero era iniziato con il concentramento degli operai in piazza Massena, raggiunta dai lavoratori dell’ex Ilva, che da lunedì presidiano piazza Savio con i mezzi da lavoro bloccando via Guido Rossa. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro.

Alle 9 dai Giardini Melis è partito il corteo con migliaia di lavoratori. In piazza ci sono gli operai di tutte le grandi fabbriche genovesi come Ansaldo Energia, Fincantieri, Piaggio Aerospace e di altre aziende in solidarietà con gli operai della ex Ilva.

I lavoratori hanno poi raggiunto largo Lanfranco dove la polizia aveva posizionato una grata per impedirgli l’accesso alla Prefettura. Decine di operai hanno iniziato a sbattere e lanciare i caschetti al grido di “lavoro, lavoro”.

La polizia ha lanciato lacrimogeni verso gli operai che hanno tentato di sradicare con dei cavi legati a uno dei mezzi da lavoro della fabbrica la grata montata questa mattina dalla polizia. I manifestanti hanno acceso dei fumogeni lanciando slogan come “Vogliamo lavorare, ci dovete arrestare” e “Urso bugiardo, sei solo un codardo”. Uova e bottiglie sono state lanciate contro i muri della prefettura. I lacrimogeni sono arrivati anche in Piazza Corvetto dove c’era il resto del corteo operaio. Gli operai nel corso della protesta hanno bloccato anche due banchine della stazione ferroviaria di Brignole.

La mobilitazione non si fermerà finché il Governo non aprirà un confronto unico, serio e all’altezza della crisi che stanno vivendo migliaia di operai dell’industria siderurgica.

A Taranto dalla tarda serata di ieri sera è stata liberata prima una delle due statali occupate, la 106 Jonica per Reggio Calabria, e poi anche la statale 100 Appia per Bari. Le strade attorno allo stabilimento siderurgico sono libere al transito perché lo sciopero è terminato stamattina alle 7. Era stato proclamato a mezzogiorno di martedì da Fim, Fiom, Uilm e Usb e ha avuto una progressiva estensione interessando prima l’interno della fabbrica di Taranto poi le aree esterne.

Lo sciopero è stato indetto per rivendicare un nuovo incontro con il governo a Palazzo Chigi e il ritiro del piano sull’ex Ilva presentato dallo stesso esecutivo e dai commissari dell’azienda, bocciato dai sindacati che lo ritengono un piano di chiusura.

In un comunicato i sindacati scrivono: “Siamo consapevoli che le azioni messe in campo da Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno creato disagio a un città già fortemente provata da anni di mancanza di risposte da parte tutti i Governi che si sono susseguiti negli anni, consapevoli che non è certo la maggioranza della città a essere contro i lavoratori. Per tali ragioni – si annuncia – sospendiamo momentaneamente lo sciopero, a partire dalle ore 7 del 4 dicembre e riportiamo al consiglio fabbrica, convocato in maniera permanente, le prossime iniziative di lotta”.

Guarda qui il video degli scontri

Fonte e foto dello sciopero

02/12/2025

L’ex Ilva serve, la cura c’è: vento e idrogeno verde

di Franco Padella

La vera opportunità per Taranto e la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi lo sviluppo delle rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Soluzioni tampone basate sul gas sono miopi e fallaci. Un piano industriale pubblico per evitare una grave perdita per l’intera industria italiana.

Il percorso verso una siderurgia sostenibile e il dibattito sul futuro dell’ex ILVA di Taranto, con il suo drammatico intreccio di posti di lavoro a rischio e impatto ambientale, continuano a riproporsi ciclicamente, rivelando, a livello governativo, il perpetuare dell’assenza di una visione prospettica, unica in grado di fornire una soluzione che non ripeta il passato di inquinamento e progressivo smantellamento dell’impianto. Contro questo destino disegnato lo scorso 16 ottobre si è svolto con successo lo sciopero generale dell’intera ex ILVA e del tema della riconversione ambientalmente sostenibile di Taranto si è occupato il 17 ottobre un convegno di Legambiente, all’interno del quale è stato presentato uno studio dell’Università di Bari verso tale direzione. Taranto rappresenta molto più dell’emergenza nazionale, che pure è: è il simbolo della centralità della siderurgia per un Paese industrializzato, e della necessità di mantenere una capacità produttiva in un momento di profonda trasformazione degli assetti politici e tecnologici del mondo. Troppo spesso, nel fiume di parole che da anni circonda l’ex ILVA, si perde di vista la centralità dell’acciaio nella società attuale e futura, materiale centrale in qualunque settore dell’industria manifatturiera che non è possibile relegare ad un più o meno glorioso passato. La questione, del tutto irrisolta nel caso di Taranto, non è se sia necessario produrre acciaio, ma come farlo in modo sostenibile per l’ambiente e per il territorio.

L’acciaio è una lega metallica composta principalmente di ferro e carbonio, quest’ultimo in quantità inferiori all’1,7%. Simbolo stesso dell’industrializzazione, ancora oggi l’acciaio rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Viene prodotto rimuovendo chimicamente l’ossigeno dai minerali di ferro, il processo tradizionale avviene ad alta temperatura, con formazione di anidride carbonica. Nel 2024 la produzione di acciaio grezzo mondiale è stata di 1,88 miliardi di tonnellate, con 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂ emessa, tra il 7 e l’11 % delle emissioni globali. Circa 200 milioni di tonnellate di emissioni provengono dall’Europa. Queste sono le cifre globali della siderurgia. Il tutto in un quadro normativo e tecnologico in piena evoluzione all’interno del quale l’Italia, con le sue ripetute e disastrose cessioni della siderurgia ex pubblica, nei fatti appare aver rinunciato ad avere un ruolo attivo. Un ruolo che solo un intervento sistemico, non lasciato alle buone volontà dei passati come di futuri acquirenti industriali, può garantire.

Prendendo spunto dallo sciopero del gruppo ex ILVA del 6 ottobre scorso e dal convegno di presentazione del report sulla riconversione di Legambiente, questo testo si propone di fare chiarezza su cosa è la produzione di acciaio, affrontando il tema della riconversione sostenibile della siderurgia attraverso qualche spiegazione delle tecnologie e dei processi che possono guidare la transizione. L’obiettivo è fornire gli strumenti per comprendere di cosa si parla, oltre il rumore di fondo che da troppo tempo caratterizza la questione dell’ex ILVA.

Le condizioni al contorno: l’Emission Trading System e il Carbon Border Adjustement Mechanism

La Comunità Europea regola le sue emissioni di anidride carbonica (dette anche emissioni di carbonio) attraverso un meccanismo di commercio detto Emissions Trade System (ETS). Questo è un sistema “cap-and-trade” (tetto e scambio) nel quale la Comunità fissa un limite massimo alle emissioni totali consentite per impianti ad alta intensità energetica (tra i quali la siderurgia). Il tetto stabilito si riduce nel tempo. Nello scambio vengono allocate o vengono messe all’asta delle “quote di emissione”, le quali, nel caso di non utilizzo, possono esser vendute alle aziende che emettono più delle quote loro precedentemente assegnate. Si crea in questo modo un mercato delle emissioni, nel quale la CO₂ emessa assume una quotazione economica portando, conseguentemente, ad un aumento dei costi di produzione. È previsto che il meccanismo assuma forme via via più stringenti nel tempo con la graduale riduzione delle quote di emissione gratuite, secondo un percorso di eliminazione (phase-out) ben preciso, stabilito nel pacchetto “Fit for 55”.

A partire dall’inizio nel 2026 è prevista una riduzione lineare delle quote gratuite, per finire con la loro eliminazione nel 2034. L’ingresso di prodotti da Paesi non soggetti al sistema ETS verrà regolato da un meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism-CBAM) con il quale saranno tassate le importazioni di merci carbon-intensive (come nel nostro caso l’acciaio). Questo per evitare lo spostamento delle produzioni verso Paesi con regole più deboli. Il CBAM imporrà un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio (e altri beni) pari a quello che l’importatore avrebbe pagato se il prodotto fosse stato fabbricato sotto l’ETS europeo. Con il CBAM la siderurgia europea perde la protezione interna dovuta alle quote gratuite, guadagnando al contempo una protezione alla frontiera contro la concorrenza estera.

Già oggi, ancora in presenza delle quote di assegnazione gratuite, il prezzo della CO2 vale circa 80-90 €/tonnellata (2023-2024) un valore che le proiezioni della Commissione UE, come quelle di analisti indipendenti, indicano già essere pari alla metà del valore in grado di rendere profittevoli gli investimenti in tecnologie verdi nelle attività siderurgiche. Raggiunto tale valore non sarà più economicamente sostenibile la produzione d’acciaio per vie tradizionali, spingendo la siderurgia verso la trasformazione green sia per obbligo normativo che per convenienza economica. La combinazione di CBAM ed ETS, nella prossima assenza di quote gratuite, crea così il quadro per una siderurgia europea decarbonizzata e competitiva. Ed è in tale quadro che si stanno muovendo colossi europei quali Tyssen Krupp, o progetti di sviluppo molto avanzati come Hybrit.

La produzione tradizionale: altoforno e convertitore finale

Il percorso dell’acciaio ha inizio dal minerale di ferro, costituito principalmente da ematite e magnetite. Il minerale grezzo viene successivamente frantumato, arricchito e agglomerato con sostanze fondenti per poi essere processato nell’altoforno. Quest’ultimo è un reattore chimico verticale dove a temperature che superano i 2.000°C il minerale viene trasformato in ghisa. Il processo è guidato dalla presenza di carbone che reagisce chimicamente con il minerale alle diverse temperature dell’altoforno, perdendo gradualmente ossigeno e producendo ferro e anidride carbonica. Le sostanze fondenti, fondamentalmente calcare, estraggono le impurità formando la ganga ed ulteriore emissione di CO₂.

Il prodotto di questo processo è ghisa, ferro con alto contenuto di carbonio disciolto (3-4%), fragile e non utile per la maggior parte delle applicazioni. La trasformazione finale in acciaio avviene in convertitori, sorta di crogiuoli dove viene insufflato ossigeno puro, che estrae il carbonio disciolto nel fuso producendo ancora CO₂. Il materiale residuo, ora acciaio, contiene a questo punto un tenore di carbonio inferiore al 2%.

Complessivamente il processo di produzione vede 2 tonnellate di CO₂ emessa per ogni tonnellata di acciaio prodotto. È questo l’impatto dell’acciaio primario da altoforno, strettamente connesso alla tecnologia di produzione. È questo che rende necessario il cambiamento dell’intero assetto produttivo. Ed è questo, infine, che ha visto finora fallire ogni ingresso di imprese private all’ex ILVA di Taranto.

L’alternativa all’altoforno: il forno elettrico

Nelle discussioni attuali attorno alla siderurgia la parola chiave appare essere il forno elettrico ad arco (Electric Arc Furnace – EAF), definito alternativa “verde” all’altoforno. La realtà, tuttavia, è più complessa. Nelle tecnologie correnti il forno elettrico si nutre di materiali di riciclo, prodotti da un’economia circolare certamente positiva nel caso dell’acciaio, ma con limiti tecnologici nella qualità dell’acciaio finale prodotto. Il cuore del processo EAF è il rottame ferroso. A differenza dell’altoforno, che partendo da minerali deve compiere un articolato processo chimico di riduzione, il forno elettrico fonde semplicemente un materiale che è già acciaio. Il forno elettrico è strategico nell’economia del riciclo, e circa il 60% di acciaio europeo è prodotto in tal modo, con l’UE leader mondiale nel riciclo, con un tasso del rottame che supera l’80%. La media globale è ben più bassa, attestandosi intorno al 30-35% della produzione globale. Economie come la Cina e l’India, che dominano la produzione mondiale, si basano ancora pesantemente sull’altoforno per soddisfare una domanda di acciaio primario in crescita esplosiva. In sintesi, su circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio prodotto globalmente ogni anno, poco meno di 1/3 proviene dalla rifusione dei rottami in un forno elettrico. Essendo il rottame un materiale “sporco” dal punto di vista metallurgico, l’acciaio riciclato ha tuttavia dei limiti nella qualità del prodotto finale. Durante i suoi cicli di vita, contaminanti diffusi quali rame, stagno, cromo, nichel ed altro si accumulano nel bagno di acciaio fuso rendendo l’acciaio fragile e non adatto ad applicazioni critiche come, ad esempio, le lamiere per automobili o le travi per grandi infrastrutture. A questo si aggiunge il fatto che la domanda di acciaio primario è in crescita, trainata dai Paesi in via di sviluppo e dalla insufficienza del rottame disponibile su scala globale.

Ecco perché il forno elettrico EAF non può sostituire l’altoforno, ma deve essere integrato in un processo più complesso, in maniera tale da costituire una nuova tecnologia di produzione. È qui che interviene un “nuovo” materiale di cui da un po’ di tempo si sente la denominazione. Si tratta del DRI (Direct Reduced Iron, ferro da riduzione diretta).

Il ferro da riduzione diretta

Il DRI, o Ferro da Riduzione Diretta, non è un semplice “nuovo” materiale di partenza da immettere nel forno elettrico, ma il prodotto di processo chimico completamente alternativo all’altoforno. Comprendere il DRI è la chiave per capire il cambio che la siderurgia richiede.

Il DRI è ferro metallico prodotto dalla estrazione chimica dell’ossigeno dal minerale allo stato solido. Questo avviene in assenza di fusione del metallo, attraverso un gas in grado di reagire con l’ossigeno presente nel minerale solido. Il DRI ottenuto ha un aspetto spugnoso e poroso (da cui il nome “ferro spugna”) perché la rimozione dell’ossigeno dagli ossidi di partenza e in assenza di fusione lascia dei vuoti nella struttura microscopica del materiale. Il DRI è ferro metallico per l’85-95%, con ossido residuo (3-8%), carbonio (0,5-2%) e scorie (3-5%). Il materiale è piroforico e quindi per renderlo facilmente maneggiabile e facilitarne trasporto e stoccaggio è compresso in pani densi e non più piroforici. A differenza dell’altoforno, che “mangia tutto”, il processo DRI è più sensibile ed esigente. Fondamentali sono gli ossidi di partenza, che devono possedere purezza e proprietà fisiche superiori. La forma di partenza è costituita da pellets, sorta di palline con una buona uniformità dimensionale (10-15 mm) e composizionale, ottenute agglomerando polvere di minerale di ferro finemente macinata (concentrato) e “cotte” ad alta temperatura evitando la fusione. Questa forma garantisce una permeabilità ottimale al passaggio del gas riducente all’interno del reattore DRI. Il tenore di ferro deve essere il più alto possibile, idealmente maggiore del 67%, mentre i contaminanti minerali debbono essere in quantità minimali o nulle. Rispetto all’altoforno, i requisiti del materiale di partenza sono stretti e ben definiti, rappresentando essi stessi un elemento fondamentale di differenziazione dal processo tradizionale.

Nelle discussioni sul futuro dell’ILVA appare finalmente anche il termine DRI, ma insieme a questo, come un fantasma fossile, aleggia lo spettro del gas naturale, ad occhi distorti visto come chiave di volta per il processo di ambientalizzazione. Ma ancora una volta la realtà è più complessa e il gas naturale non è la soluzione.

Il DRI a gas naturale

Quando si parla di produrre “ferro spugna” o DRI su larga scala, la tecnologia che domina il panorama attorno alla questione ILVA di Taranto parla di gas naturale. Questo idrocarburo ha un ruolo non solo come fonte energetica, ma fornisce anche la “chimica” necessaria per strappare l’ossigeno dal minerale. A questo gas, in maniera miope, appare da tempo affidarsi l’orizzonte istituzionale di ambientalizzazione della siderurgia primaria italiana.

Come funziona la produzione di DRI con il gas naturale? Il processo non inizia direttamente nel forno di riduzione. Il gas naturale, composto principalmente da metano, deve subire una trasformazione preliminare in reazione con acqua. In un apposito reattore detto reformer, il metano viene fatto reagire con vapore acqueo ad alta temperatura. Viene prodotto un gas, detto syngas, costituito da una miscela di monossido di carbonio e idrogeno. È il syngas che viene fatto reagire con minerale di ferro in pellet, portato a temperature comprese tra gli 800 e i 1.050°C. Il syngas attacca il minerale, ne estrae l’ossigeno e forma il ferro DRI solido e spugnoso pronto per essere fuso in un forno elettrico.

Anche qui il punto cruciale, ancora una volta, è costituito dalle emissioni. Con il DRI a gas naturale, l’anidride carbonica non è un semplice sottoprodotto accidentale ma è intrinseca alla reazione chimica stessa. Ogni volta che una molecola di CO, prodotta da metano, riduce il minerale, genera una molecola di CO₂. Questa è la fonte principale di emissioni, e la sua produzione è inevitabile in questo schema chimico. Altra CO₂ viene emessa dalla combustione, necessaria per generare il calore che alimenta il reformer e mantiene il reattore alla temperatura operativa. Considerando le emissioni indirette, legate all’energia elettrica che fa funzionare pompe, compressori e altri ausiliari, abbiamo che per ogni tonnellata di DRI prodotta con syngas ottenuto da metano l’atmosfera si carica di 1,2 – 1,6 tonnellate di CO₂. Se è vero che è un netto miglioramento rispetto alle quasi 2 tonnellate dell’altoforno, è altrettanto chiaro che questa rimane una tecnologia lontana dall’essere la soluzione definitiva per un’acciaieria a zero emissioni. La sopravvivenza economica del DRI ottenuto da gas è legata a un “paracadute” normativo destinato a sparire: le quote di emissione di CO₂ gratuite assegnate dall’Unione Europea. Man mano che le aziende saranno costrette a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo di produzione del DRI a gas naturale schizzerà alle stelle, erodendone rapidamente la competitività. Il conto alla rovescia per il DRI a gas naturale è già iniziato. La sua finestra di opportunità come tecnologia-ponte è determinata dal prezzo crescente del carbonio e dalla scadenza delle agevolazioni. Investire oggi in un nuovo impianto DRI a gas naturale senza un piano chiaro per la rapida conversione all’idrogeno verde significa rischiare di ritrovarsi in una condizione velocemente antieconomica.

Il DRI ad idrogeno

Il processo che utilizza idrogeno verde è il solo che può essere definito quale meta realistica per la decarbonizzazione dell’acciaio primario. Il concetto è radicale: sostituire completamente il gas naturale con idrogeno verde, e cioè prodotto esclusivamente da elettricità rinnovabile.

Il processo centrale avviene in un elettrolizzatore, un apparato alimentato da corrente elettrica che scompone le molecole d’acqua in idrogeno ed ossigeno. Il processo richiede circa 50 kWh di energia elettrica per produrre un chilogrammo di H₂. L’idrogeno verde viene immesso direttamente nel reattore di riduzione diretta, dello stesso tipo di forno utilizzato per il gas naturale. All’interno, a temperature tra gli 800 e i 1.050°C, avviene la reazione che trasforma il minerale. L’idrogeno strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro, producendo la sola emissione di vapore acqueo. Dal reattore fuoriesce un “DRI verde”, identico nell’aspetto al suo predecessore fossile, ma con emissioni di CO₂ azzerate, in quanto la reazione chimica produce solo vapore acqueo e non anidride carbonica. Le emissioni di combustione sono azzerate in quanto non c’è combustione di idrocarburi. Il calore necessario può essere generato elettricamente o recuperando e riciclando i gas del processo stesso, sempre alimentati da energia rinnovabile. Le emissioni indirette possono essere azzerate.

Se l’intero sistema (elettrolizzatore e ausiliari dell’impianto) è alimentato da elettricità rinnovabile, anche queste emissioni si annullano. In sintesi, la produzione di una tonnellata di “DRI verde” può virtualmente avvenire con zero tonnellate di CO₂ emesse direttamente dal processo.

Le uniche emissioni residue, che possono essere ulteriormente mitigate, sono quelle legate all’estrazione e al trasporto del minerale di ferro. Questo processo trasforma la siderurgia da uno dei principali responsabili delle emissioni globali a un’attività potenzialmente a impatto climatico nullo.

La Puglia, le fonti rinnovabili e l’idrogeno verde per una siderurgia pulita

La Puglia è la regione italiana leader nelle rinnovabili, avendo un totale di 7,36 GW di potenza rinnovabile installata (fotovoltaico più eolico). A tale potenza corrisponde una produzione stimata di 16,5 TWh annui di energia pulita. Tuttavia la Puglia ha ancora un’enorme capacità di crescita: entro il 2030 potrebbe raddoppiare la potenza installata, raggiungendo una capacità produttiva tra i 28 e i 36 TWh annui (1 TWH=1000000 kWh). Il fotovoltaico è destinato a trainare questa crescita, con progetti di agri-voltaico e comunità energetiche che potrebbero portare la produzione da fonte solare a 12-15 TWh. L’eolico a terra, già robusto a 9 TWh, può puntare sul “repowering”, sostituzione dei generatori obsoleti, per arrivare a 14 TWh. Completa il quadro l’eolico offshore, con progetti in sviluppo che potrebbero contribuire con almeno ulteriori ulteriori 3-6 TWh annui. In questo quadro il surplus energetico può trasformarsi in una concreta opportunità per la riconversione industriale.

Una produzione realistica di acciaio nell’ex ILVA di Taranto si può assestare tra i 4 e i 6 milioni di tonnellate annue. Considerando un consumo di 50-55 kg di H₂ per tonnellata di DRI prodotto questo porta ad una valutazione di 200.000-300.000 tonnellate annue di idrogeno, con un corrispondente consumo di energia tra i 10 ed i 15 TWh/annui, un valore di circa la metà del potenziale rinnovabile previsto nella regione al 2030. Questi numeri, come ben sottolineato all’interno dello stesso convegno di Legambiente, evidenziano con chiarezza che la riconversione sostenibile dello stabilimento è tecnicamente possibile, ma richiede lo sviluppo di un sistema energetico dedicato, con concreti investimenti in impianti rinnovabili ed elettrolizzatori. La Puglia possiede le potenzialità tecniche per supportare questa transizione, ma è evidente che un’operazione di questa portata non può realizzarsi senza un piano strategico nazionale che integri organicamente lo sviluppo delle rinnovabili con la riconversione industriale. Qualunque altra soluzione, definita più o meno opportunamente “tampone”, non potrà che portare l’acciaio di Taranto fuori da ogni competitività di mercato. Come abbiamo visto, e come sottolineato dai relatori, il tempo della riconversione possibile sta velocemente scadendo.

Per una visione pubblica della transizione

L’approccio finora seguito per la riconversione dell’ex ILVA di Taranto – basato sulla ricerca di un investitore privato che risolvesse definitivamente la questione – si è rivelato del tutto fallimentare. I continui tentativi di affidare a soggetti privati l’onere della transizione ecologica di un impianto strategico, per di più in assenza di un quadro chiaro di sostegno pubblico e di lungo periodo, hanno prodotto solo delusioni e ulteriore incertezza. Come sottolineato nella descrizione delle tecnologie e ben riportato nel convegno di Legambiente, la transizione sostenibile della produzione di acciaio è tecnicamente possibile, ma consiste in una azione complessa da giocare su più piani, che ha bisogno di un sistema tecnologico integrato non limitato alla acciaieria in quanto tale. L’inserimento del solo forno ad arco, magari alimentato con DRI derivante da metano o, peggio, comprato imbricchettato da produttori esterni o ancora peggio da solo acciaio di recupero, non copre le necessità di un Paese che voglia mantenere la strategicità della produzione di acciaio primario. Come ben sottolineato nel convegno, la trasformazione dell’acciaieria ha necessità radicali, che riguardano, oltre alla fabbrica, anche la produzione energetica e il territorio a monte, la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo per il DRI a valle. E riguardano la gente che nel territorio e nella fabbrica vive e lavora.

Sul fronte del lavoro il cambio di tecnologie comporterà anche una riduzione del personale impiegato direttamente nell’acciaieria, ma la forte espansione delle rinnovabili e l’inserimento degli elettrolizzatori può più che compensare le perdite dirette e di indotto nella fabbrica. È evidente che la complessità e i costi di questa trasformazione richiedono una regia pubblica forte e consapevole. Per questo motivo appare del tutto miope e controproducente l’enfasi posta su soluzioni intermedie come l’ambientalizzazione a gas naturale, tecnologia che ben presto andrà a finire su un binario morto. Presentare il DRI a gas come soluzione, in assenza di qualunque percorso di transizione veloce verso l’idrogeno verde, significa ignorarne i limiti strutturali: non solo mantiene una dipendenza dai combustibili fossili, ma produce comunque emissioni significative di CO₂, condannando l’impianto a diventare velocemente non competitivo, con l’aumento del prezzo del carbonio e la scomparsa delle quote gratuite europee.

La vera opportunità per Taranto e per la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi indissolubilmente lo sviluppo delle energie rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Il potenziale energetico della regione, ben superiore a quello odierno, può e deve essere finalizzato strategicamente verso un obiettivo preciso: creare una filiera dell’idrogeno verde dedicata alla decarbonizzazione dell’acciaieria. Come anche chiesto dal sindacato, tutto questo porta a definire come urgente e non più rinviabile la definizione di un piano industriale pubblico che assuma la conversione a idrogeno verde dell’ex ILVA come un progetto nazionale strategico, coordinando gli investimenti nel potenziamento delle rinnovabili in Puglia con la costruzione di elettrolizzatori dedicati e guidando la transizione tecnologica verso il DRI a idrogeno, unica strada per una siderurgia primaria a zero emissioni, competitiva e duratura.

Solo un intervento pubblico determinato e dotato di visione prospettica può spezzare il circolo vizioso dei fallimenti, trasformando Taranto da simbolo del degrado ambientale in uno dei poli europei per l’acciaio verde, con ricadute positive sull’occupazione, l’ambiente e l’intero sistema industriale nazionale.

Fonte

30/11/2025

Un "piano B" per l'ex Ilva. Ma con tagli pesantissimi sull'occupazione

Cavaliere bianco cercasi per l'ex Ilva di Taranto. E rispunta il nome di Giovanni Arvedi per un futuro alternativo (alla chiusura) della fu più grande fabbrica d'Europa.

A fare il nome del cavaliere di Cremona è Il Giornale, che scrive di un possibile piano segreto che coinvolgerebbe - al condizionale - il nome forse più importante attualmente della siderurgia italiana. Ma l'Ilva di Arvedi, se mai ci sarà, avrà un volto molto diverso da quella attuale - e molti meno lavoratori, anche.

"Un piano lacrime e sangue che potrebbe essere accolto dal governo come ultima spiaggia nel caso in cui i pretendenti stranieri si defilassero o avanzassero pretese irricevibili. Il Cavaliere Giovanni Arvedi sarebbe al momento l'unico soggetto italiano che - secondo quanto appreso dal Giornale - avrebbe messo a punto una sorta di salvagente industriale", scrive Sofia Fraschini. "Un progetto" si legge ancora"che non prevede la continuità degli attuali altoforni, ma solo la realizzazione dei due nuovi forni elettrici.

La chiusura dei vecchi altoforni prevederebbe una fase transitoria in cui mettere in cassa integrazione tutti i lavoratori, la realizzazione in 3-5 anni dei nuovi altoforni elettrici, e una ripartenza light con una produzione fino a 4-6 milioni di tonnellate massime di acciaio l'anno, reintegrando parte dei lavoratori (massimo 2-4mila lavoratori).

Per gli altri dipendenti si starebbe studiando, al netto di scivoli e pre-pensionamenti, una redistribuzione tra le varie aziende pubbliche e/o partecipate dallo Stato o su progetti alternativi che riguardano le aree libere a Taranto, quanto a Genova".

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20/11/2025

Genova. I lavoratori della ex Ilva “bloccano tutto” contro chiusura e licenziamenti

I lavoratori dell’ex Ilva a Genova, di fronte al rischio chiusura e licenziamenti delle Acciaierie d’Italia a seguito dell’inconcludente incontro al Ministero, hanno occupato lo stabilimento e sono poi partiti in corteo corteo verso la stazione ferroviaria di Genova Cornigliano, dove si terrà un presidio ad oltranza.

Dopo l’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica, gli operai sono scesi in strada con mezzi da cantiere. Poco dopo le 9 è stato montato un gazebo. Via Cornigliano e piazza Savio sono totalmente chiuse al traffico, mentre la strada Guido Rossa è chiusa in direzione ponente. È stata bloccata anche la tangenziale a Novi.

L’assemblea dei lavoratori in sciopero è durata pochi minuti: è stata scelta la strada della mobilitazione per protestare “contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità”. I sindacati denunciano: “Sono mille i posti di lavoro a rischio a Genova”.

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19/11/2025

Acciaierie d’Italia: al tavolo di Palazzo Chigi il Governo conferma un piano di dismissione. USB: “Controllo pubblico subito, prima che sia troppo tardi”.

Al tavolo di oggi a Palazzo Chigi su Acciaierie d’Italia è emerso un dato incontestabile: il Governo ha confermato integralmente il piano già presentato la scorsa settimana, un piano irricevibile perché fondato sulla riduzione della produzione, sulla fermata degli impianti e sulla gestione del declino attraverso la cassa integrazione.

L’unica novità introdotta è un pacchetto di formazione dedicato a 1.550 lavoratori, pari a 93.000 ore: uno strumento utile solo a coprire l’assenza di attività produttive, non a costruire un futuro industriale. È stato lo stesso management a confermare che anche tutti gli impianti del Nord saranno fermi: una scelta che smentisce definitivamente la narrativa della “manutenzione temporanea” e certifica una riduzione nazionale del perimetro produttivo. Migliaia di persone non lavoreranno, punto.

USB ha ribadito che il percorso proposto dal Governo e dall’azienda contraddice apertamente il piano di rilancio indicato dai Commissari un anno fa, e che la strada scelta oggi va verso la dismissione dell’intero gruppo, finalizzata alla vendita al ribasso a fondi privati – in larga parte stranieri.

Il Governo continua a ripetere che la nazionalizzazione non sarebbe possibile, ma evita di affrontare il tema vero: la mancanza di risorse e la totale assenza di una scelta politica di intervento pubblico. Lo strumento del controllo pubblico esiste, è pienamente costituzionale e già utilizzato anche in Italia. È esattamente ciò che USB chiede da tredici anni.

È stato inoltre evidente come il Governo tenti di farsi scudo dietro le scelte del Comune di Taranto, sostenendo che la mancata realizzazione delle “condizioni abilitanti” richieste da un soggetto poi uscito dalla gara, Baku Steel, dipenderebbe dalle decisioni dell’amministrazione locale. Una giustificazione che conferma ancora una volta la totale subalternità dell’Esecutivo ai progetti dei privati: se il futuro dell’acciaio dipende da ciò che vuole un investitore estero o dal rapporto tra questo e un Comune, significa che lo Stato rinuncia al suo ruolo e abdica alla propria responsabilità industriale e politica.

USB ha richiamato al tavolo anche la necessità di misure straordinarie non solo per i lavoratori diretti, ma anche per quelli dell’appalto e per i lavoratori di Ilva in Amministrazione Straordinaria, più volte annunciate e mai attivate, mentre la situazione nei siti produttivi continua a peggiorare.

USB non avallerà alcun percorso che accompagni lo smantellamento dell’acciaio italiano. Serve un intervento pubblico immediato, una governance statale e un vero piano industriale fondato su investimenti, sicurezza, lavoro e decarbonizzazione reale.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

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13/11/2025

Accaierie D’Italia: il governo presenta un piano di chiusura, non di rilancio

Nel pomeriggio di oggi [ieri -ndR] si è svolto a Palazzo Chigi l’incontro su Acciaierie d’Italia, alla presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, dei ministri Adolfo Urso, Marina Calderone, dei commissari straordinari e delle organizzazioni sindacali.

Il Governo ha illustrato un piano che prevede fermi produttivi, aumento della cassa integrazione fino a 6.000 lavoratori, l’avvio di un cosiddetto “ciclo corto” con fermata di tutte le cockerie a partire dal primo gennaio e l’utilizzo di coke importato, mentre viene rimodulato a 4 anni il percorso di decarbonizzazione e la ricerca di un nuovo soggetto industriale. Così non va, è un tutto contrario di tutto continuo.

Si parla di “rilancio” e di “acciaio green”, ma nella sostanza si tratta di una gestione del declino, che priva Taranto e l’intero sistema siderurgico nazionale di qualsiasi prospettiva industriale.

Di fronte a questa impostazione, USB ha dichiarato la totale irricevibilità del piano presentato.

Non si può “entrare nel merito tecnico” di un progetto che non contiene alcuna garanzia politica di fondo, a partire dal tema centrale: l’intervento diretto dello Stato.

Che è l’unico modo per salvaguardare l’occupazione, garantire la sicurezza e realizzare davvero la decarbonizzazione.

Pensare a soluzioni diverse significa ricadere nel subordine ai privati, rimettere la più grande acciaieria d’Europa nelle mani di soggetti speculativi e ripetere gli stessi errori che hanno già devastato Taranto e il Paese.

USB ha ricordato come fin dall’avvio del commissariamento abbia riconosciuto il valore e la serietà della terna commissariale, ma abbia anche denunciato l’assenza di risorse reali, chiedendo la costituzione di un fondo straordinario di rilancio industriale e una strategia pubblica per il settore siderurgico.

Il Governo invece sceglie la strada del disastro sociale: un piano che in due anni porterà al baratro, lasciando senza futuro oltre 18.000 lavoratori tra diretti, appalto, Ilva in AS, con ripercussioni gravissime anche su Sanac e sull’intera filiera dell’acciaio.

USB ha chiesto con forza di ritirare il piano presentato oggi e di avviare una vera discussione sul futuro industriale del Paese, a partire da una politica pubblica dell’acciaio capace di coniugare ambiente, lavoro e sviluppo.

L’esito dell’incontro è in ogni caso assolutamente negativo.

Se il Governo non cambierà rotta, la parola tornerà ai lavoratori e alle mobilitazioni.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

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05/10/2025

Acciaierie d'Italia - Il piano di Bedrock prevede migliaia di tagli

L’unica cosa sicura è che sarà una apocalisse occupazionale.

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, che ha consultato più fonti convergenti, la proposta di Bedrock Industries per l’ex Ilva prevederebbe la conservazione di duemila addetti a Taranto e di altri mille addetti nel resto dell’Italia, fra gli stabilimenti di Novi Ligure e di Genova Cornigliano e i servizi logistici e commerciali sparsi nella penisola, antica vestigia di quella che fu il secondo gruppo siderurgico a ciclo integrale europeo.

Tremila salvati, dunque. E gli altri? Purtroppo, gli altri, sommersi. A seconda dell’assetto finale, nella visione di ristrutturazione cruenta di Bedrock, gli addetti che dovranno uscire definitivamente dal perimetro sono compresi fra i settemila e i settemila e cinquecento. Le stesse fonti consultate da Il Sole 24 Ore confermano che Bedrock avrebbe quantificato la sua offerta finanziaria in una cifra tonda: un euro.

Le medesime fonti, inoltre, descrivono l’offerta dell’altro fondo americano, il semisconosciuto Flacks Industries che è comparso sulla scena pochi giorni fa in cordata con gli altrettanti semisconosciuti slovacchi di Steel Business Europe, come poco più di una manifestazione di interesse, nella sua esilità e nella sua poca determinatezza.

L’offerta di questo secondo fondo americano sarebbe accomunata, peraltro, all’offerta di Bedrock da una caratteristica: anche Flacks offre un euro. A questo punto, diventa chiaro che l’ex Ilva non ha nessuna possibilità di conservare la propria integrità industriale. E diventa altrettanto chiaro che, a tredici anni dall’arresto di Emilio Riva e dei suoi collaboratori e della – già allora di fatto – nazionalizzazione forzata, l’intero percorso definito dalla magistratura di Taranto (e di Milano) e assecondato da tutti i governi che si sono succeduti ha portato, appunto, a uno scenario apocalittico. Uno scenario, peraltro, su cui adesso dovranno pronunciarsi molti protagonisti della vicenda.

Prima di tutto il governo Meloni. I precedenti proprietari, gli indiani di Arcelor Mittal, hanno fatto causa allo Stato italiano chiedendo oltre due miliardi e mezzo di danni. I commissari, che naturalmente operano in coordinamento e su impulso del governo, non hanno ancora fatto alcuna azione legale contro Arcelor Mittal.

Sono passati mesi e mesi. Evidentemente o Arcelor Mittal ha fatto tutto benissimo o non c’è la volontà di muoversi contro Arcelor Mittal. È stata indetta una prima gara. La prima gara si è svolta regolarmente. Ha prevalso il consorzio azero imperniato industrialmente su Baku Steel e finanziariamente sulla compagnia pubblica del gas, la Socar.

Il governo Meloni ha di fatto riscritto, dopo la gara, il piano industriale dell’ex Ilva con un piano verde al cento per cento. Niente più ciclo integrale. Solo forni elettrici. Nessuno ha mai visto un numero sui fondi pubblici necessari: zero ingegnerizzazione finanziaria, anche solo sulla carta. Serviva una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, per mantenere stabile il ciclo energetico di forni elettrici e preridotto: il Signor Bitetti, sindaco della città, e il Signor Emiliano, presidente della Regione Puglia, hanno assecondato chi non la voleva.

È stata rifatta la gara. Baku Steel si è girata dall’altra parte. E sarà già tanto se non farà causa allo Stato italiano. Alla prima gara aveva partecipato il ramo minore della famiglia Jindal. Gli indiani hanno scelto di non presentarsi nemmeno loro: meglio provare a rilevare le attività tedesche di Thyssen Krupp. In Germania non ci sono giudici a Berlino e il governo, là, ha la disponibilità di finanziare la decarbonizzazione.

In Italia, la costante dell’intera vicenda è stata l’occhiuta vigilanza del Mef che, impegnato a mantenere l’equilibrio dei nostri precari conti pubblici, non ha mai accettato che l’ex Ilva potesse essere abbondantemente finanziata nella decarbonizzazione con soldi statali.

Peraltro, i fondi americani chiedono proprio questo: una marea di fondi pubblici, in una quantità difficile da quantificare. Per mantenere, appunto, in vita un’impresa da tremila addetti.

A questo punto della vicenda, il problema diventa industriale: la nostra manifattura, che già da dieci anni importa acciaio per infrastrutture, per componentistica e per aviazione dall’Asia mentre una volta se lo procurava a Taranto, sa che avrà una maggiore dipendenza dai fornitori stranieri.

Il problema è anche politico e civile, al limite dell’ordine pubblico: i sindacati dovranno gestire uno dei più violenti crack della nostra storia, e non sempre basta il metadone dei sussidi e della Cig. Il problema è anche sanitario e ambientale: al netto del paradosso che oggi non esiste in Europa un impianto con il livello di tecnologie ecologiche dell’ex Ilva, il rischio è che l’acciaieria si trasformi in una immensa (e ben più grande) Bagnoli, dove lo Stato ha operato già con pessimi risultati.

Il problema potrebbe assumere infine contorni noir, nella zona grigia fra economia e criminalità: perché, se le cose andranno veramente male, Taranto diventerà – nei suoi giganteschi apparati industriali - una miniera da smontare, riciclare, fare a pezzi, vendere per gli imprenditori più spregiudicati e per gli imprenditori già pregiudicati.

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28/09/2025

Ex Ilva: si apre la via della "finanziarizzazione all'americana"

Il bando per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia (ex Ilva) si è chiuso con un esito che riflette una profonda criticità strategica. Delle 10 offerte, solo 2 – quelle del fondo statunitense Bedrock Industries e della cordata Flacks Group/Steel Business Europe – mirano all'acquisto dell'intero complesso. Le restanti 8, invece, propongono un preoccupante frazionamento degli impianti, nella logica dello “spezzatino”. Questo scenario, dominato da operatori finanziari esteri e da proposte parziali, evidenzia il rischio concreto di uno spostamento verso la logica della finanziarizzazione, in netta opposizione al modello europeo di codecisione industriale (Mitbestimmung), basato su sostenibilità e stabilità sociale.

L'interesse dei fondi d'investimento si inserisce in una logica di private equity che, pur potendo offrire una soluzione tampone per la cronica crisi di liquidità e debito, non assicura una strategia industriale di lungo periodo. Tuttavia, ad onor del vero, non tutti i “fondi” operano con orizzonti brevissimi; alcuni mirano perfino a una ristrutturazione profonda e definitiva. Comunque questa logica, orientata alla massimizzazione del valore per gli stakeholder e alla prospettiva di un rapido disinvestimento (exit), rischia di subordinare le complesse esigenze industriali, occupazionali e ambientali di Taranto alla mera valorizzazione finanziaria dell'asset.

I Commissari straordinari dovranno valutare le offerte tenendo in altissima considerazione gli aspetti legati al lavoro diretto e indotto, gli impegni di decarbonizzazione e l'entità degli investimenti occorrenti. Tali criteri, imposti dal Governo, non collimano perfettamente con la rapidità e la selettività tipiche delle decisioni dettate dal capitale finanziario. Il ridotto numero di offerte ottenute per l'intero apparato industriale riflette la gravità della situazione che incombe sull'ex Ilva e spiega gli orientamenti verso soluzioni parziali o, nel caso dei grandi fondi, verso una ristrutturazione della contabilità e dei bilanci. Questa tendenza si scontra apertamente con il modello di sostenibilità integrata e concertazione sociale adottato in una realtà come Duisburg, in Germania.

In quel contesto, senza dubbio diverso da quello italiano, la siderurgia è trattata come un asset strategico di interesse comune. Così la “codecisione” (Mitbestimmung) e il massiccio intervento pubblico guidano insieme la transizione tecnologica verso l'idrogeno “verde”, garantendo il mantenimento occupazionale e un risanamento strutturale. L'approccio puramente finanziario rischia di prediligere soluzioni a breve termine, come l'accelerazione dell'uso dei forni elettrici (EAF), però alimentati da gas fossile e non da energie rinnovabili e pulite. Il modello tedesco, al contrario, punta direttamente alla sostenibilità globale con l'idrogeno “verde” e al traguardo della neutralità climatica.

L'elevato numero di offerte parziali, che includono attori noti del panorama industriale italiano, rende adesso più concreta l'ipotesi di una vendita a pezzi. Tale scenario complicherebbe la gestione totale e la strategia unitaria di decarbonizzazione, che, nel caso, deve rimanere un imperativo assoluto. La sfida per il Governo, oltre a trovare un acquirente, è definire rigorosamente la qualità dell'intervento. Accettare un capitale privato, seppur necessario per il risanamento finanziario, non può equivalere a una cessione in bianco delle priorità ambientali e occupazionali. La vera sovranità strategica non si esercita tramite la nazionalizzazione fine a sé stessa, bensì si impone attraverso un'intesa vincolante col Governo, che leghi indissolubilmente il sostegno (pubblico e privato) al raggiungimento degli standard di sostenibilità europei. In assenza di tale fermezza, il rischio è che l'Ex Ilva venga ottimizzata finanziariamente e rivenduta, lasciando allo Stato l'onere ineludibile delle esternalità ambientali e sociali.

«Il frazionamento, o “spezzatino” – commenta il Sociologo del lavoro, Raffaele Bagnardi – rappresenta un rischio strategico gravissimo. Il polo siderurgico integrato dell'Ex Ilva funziona da sistema compatto, dove ogni impianto è interdipendente dagli altri, specialmente nella prospettiva del Ciclo Integrale e della sua sostenibilità tecnologica. Frazionare gli asset complicherebbe enormemente la gestione e renderebbe quasi impossibile l'attuazione di una strategia unitaria di decarbonizzazione, che richiede investimenti massicci e coordinati su tutta l'impiantistica produttiva. Il rischio è creare isole operative scollegate, lasciando il fardello delle parti meno profittevoli – come ad esempio le bonifiche e la salute – interamente a carico dello Stato».

«La “spezzatino” – continua Bagnardi – si presenta come una soluzione solo apparentemente semplice, destinata a scontrarsi con ostacoli rilevanti di natura finanziaria, legale, sociale e occupazionale. La suddivisione patrimoniale dell'azienda richiederebbe una complessa gestione delle passività pregresse, in particolare a causa dell'enorme debito accumulato e degli oneri necessari alle bonifiche. Per tale ragione, è altamente improbabile che gli investitori siano disposti ad acquisire singole unità produttive che includano l'integrale responsabilità per le passività ambientali pregresse. Inoltre, la ricollocazione della forza lavoro in diverse entità proprietarie potrebbe comprometterne l'unità contrattuale. Ciò richiederebbe, oltre a una profonda riorganizzazione industriale, una vera e propria ricomposizione del tessuto sociale, rendendo necessario un coordinamento interistituzionale di portata e articolazione senza precedenti». 

«La CIGS – conclude Bagnardi – non può essere un mero artifizio sociale in attesa di dismissioni o di recupero dei costi. Deve essere, invece, pur considerando le difficoltà congiunturali, un elemento di politica attiva della manodopera. Il modello tedesco ci insegna che la riqualificazione del personale è sempre parte integrante della pianificazione industriale. Passare dagli altiforni a carbone all'idrogeno “verde” non significa semplicemente licenziare, vuol dire riconvertire le competenze di migliaia di lavoratori verso nuove funzioni e nuove procedure. Perciò una strategia economica, specie se orientata al lungo periodo, deve essere vincolata da un preciso e deciso Accordo di Programma con lo Stato.»

La palla è ora nelle mani dei Commissari e del Governo, che, compatibilmente con le tempistiche, i vincoli UE sugli aiuti di Stato, e i procedimenti giudiziari, sono chiamati a scegliere appunto tra la finanziarizzazione immediata e il modello di sviluppo concertato a lungo termine; quest'ultimo più vicino all'idea europea dell'acciaio.

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27/09/2025

L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA

Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.

Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.

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18/09/2025

JSW a caccia dell'acciaio europeo?

Il gruppo indiano Jindal Steel & Power ha presentato un'offerta non vincolante per l'acquisizione di ThyssenKrupp Steel Europe. L'operazione, che si inserisce in una strategia di produzione di acciaio "verde" in Europa, prevede un investimento miliardario per il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) in Germania.

Intanto, sul fronte italiano, la gara per l'ex Ilva di Taranto vede ancora in corsa, oltre a Jindal, il fondo di investimento americano Bedrock Industries. Per ora, lo scenario di un "curve out" ("spezzatino") degli asset italiani sembra ancora una ipotesi, quantunque adesso più plausibile.

Il destino dell'ex Ilva rimane quindi legato a queste due offerte, che rappresentano approcci molto diversi, un'integrazione strategica su scala europea da parte di Jindal e un piano di risanamento finanziario e industriale da parte di Bedrock.

16 Settembre 2025. ThyssenKrupp AG ha annunciato di aver ricevuto un'offerta non vincolante da Jindal Steel International per l'acquisizione della sua divisione siderurgica, ThyssenKrupp Steel Europe (TKSE).

Il Consiglio di Amministrazione di ThyssenKrupp ha confermato il ricevimento della proposta e ha dichiarato che la esaminerà attentamente. L'Azienda ha sottolineato che l'analisi si concentrerà in particolare sulla sostenibilità economica, sulla continuità della transizione "verde" e sulla salvaguardia dell'occupazione presso i siti produttivi tedeschi.

Jindal ha confermato di aver presentato l'offerta attraverso la sua divisione internazionale. La proposta include l'impegno a investire oltre 2 miliardi di euro per completare il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) a Duisburg e per costruire nuovi forni elettrici ad arco. L'azienda ha espresso la volontà di entrare in un dialogo costruttivo con il management di ThyssenKrupp e con i rappresentanti dei lavoratori, promettendo di preservare l'eredità storica dell'azienda e di accelerare la sua trasformazione in un leader dell'acciaio a basse emissioni.

IG Metall, il sindacato tedesco, ha accolto positivamente l'offerta, definendo Jindal un "investitore strategico e orientato alla crescita".

17 Settembre 2025. I media internazionali e i comunicati stampa hanno fornito ulteriori dettagli sul contesto dell'offerta.

È emerso che l'offerta di Jindal si inserisce nella visione ampia di consolidamento e decarbonizzazione del settore siderurgico europeo, con il gruppo indiano che mira a sfruttare la propria catena di approvvigionamento di materie prime e lavorazioni, per rafforzare la posizione competitiva di ThyssenKrupp.

Nota a margine.

L'acquisizione di un'entità di grandi dimensioni come ThyssenKrupp da parte di Jindal potrebbe essere oggetto di un esame rigoroso da parte della Commissione Europea per verificare che non crei un monopolio o una posizione dominante sul mercato che danneggi la concorrenza. Se le autorità competenti dovessero ritenere che l'operazione limiti la concorrenza, potrebbero richiedere modifiche all'accordo o addirittura bloccarlo. In passato, per esempio, una proposta di joint venture tra ThyssenKrupp e Tata Steel è stata bloccata dalla Commissione Europea proprio per timori sulla concorrenza.

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