Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/08/2026
28/07/2026
La ex Ilva va nazionalizzata, per la salute e per il lavoro
La decisione della Corte d’Appello di Milano conferma la gravità della situazione ambientale e sanitaria dello stabilimento di Taranto e impone interventi immediati. La tutela della salute e dell’ambiente non può essere messa in discussione e le prescrizioni della magistratura devono trovare piena attuazione.
Sarebbe però un gravissimo errore utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana. La responsabilità di questa situazione è il risultato di decenni di scelte industriali fallimentari e dell’incapacità di imporre ai soggetti privati gli investimenti necessari per garantire sicurezza, ambiente e continuità produttiva.
La sentenza conferma che non è più il tempo di rinvii o di soluzioni tampone. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è oggi l’unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva.
È una scelta che altri Paesi europei hanno già compiuto per tutelare asset strategici e occupazione. Il recente intervento del Governo britannico su British Steel dimostra che, quando sono in gioco migliaia di posti di lavoro e una produzione strategica, lo Stato può e deve assumersi la responsabilità di intervenire.
La nazionalizzazione deve servire innanzitutto a tutelare i lavoratori. Deve garantire l’occupazione, impedire che il costo della transizione ricada ancora una volta su lavoratrici e lavoratori e assicurare gli investimenti necessari per la messa in sicurezza degli impianti e la decarbonizzazione.
Oggi, però, la priorità è una sola: nessun lavoratore deve essere lasciato indietro.
È necessario costruire immediatamente un sistema di tutele straordinarie che coinvolga tutti i lavoratori interessati dalla crisi: i dipendenti di Acciaierie d’Italia, quelli di Ilva in Amministrazione Straordinaria, i lavoratori degli appalti, dell’indotto e tutte le aziende della filiera che rischiano di pagare il prezzo di questa vicenda.
Gli strumenti ordinari non sono più sufficienti. È il momento di aprire un confronto nazionale per introdurre misure nuove, a partire dall’istituzione di un Reddito di Transizione, capace di garantire continuità economica e dignità ai lavoratori durante il percorso di messa in sicurezza, bonifica e riconversione industriale.
Allo stesso tempo chiediamo l’apertura immediata di un confronto per il riconoscimento del lavoro siderurgico come lavoro usurante, restituendo dignità a migliaia di lavoratrici e lavoratori che per decenni hanno operato in uno dei comparti più gravosi e rischiosi dell’industria italiana.
La crisi dell’ex Ilva non può essere affrontata contrapponendo salute e lavoro. L’Italia ha bisogno di una politica industriale che tenga insieme ambiente, occupazione e produzione strategica. Per USB questa strada passa da un forte intervento pubblico, dalla piena tutela del lavoro e da una transizione che non scarichi il proprio costo su chi, per anni, ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate della politica e dei privati.
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25/02/2026
Bagnoli (NA). 400 mila persone esposte a un esperimento chimico
Non si tratta solo di “muovere terra”, le operazioni in corso stanno infatti innescando reazioni chimiche letali che portano alla generazione di super-cancerogeni: la movimentazione di suoli contaminati da IPA e PCB in presenza di acqua marina e sorgenti termali genera diossine, Metil-Mercurio e Tributil-Stagno; queste sostanze sono infinitamente più tossiche dei contaminanti originali e sono responsabili della tragedia di Minamata in Giappone degli anni '60, le cui vittime si contano ancora oggi.
Attraverso le polveri sottili trasportate dal vento, il rischio non riguarda solo Bagnoli, ma si estende a Fuorigrotta, Posillipo e Pozzuoli, impattando una popolazione stimata di 400.000 persone.
Ciò che sta accadendo a Bagnoli è tecnicamente inaccettabile nel resto del mondo civile.
– Utilizzo di tecniche bandite: il desorbimento termico ex-situ (trattamento dei terreni dopo lo scavo) è vietato da 25 anni in tutte le aree urbanizzate del Pianeta.
– Cantieri a cielo aperto: per legge, tali operazioni dovrebbero avvenire sotto tensostrutture ermeticamente chiuse “a prova di fumi”. Oggi, invece, i veleni circolano liberamente nell’aria che respiriamo.
– Esistono tecniche in-situ (senza scavo) più sicure, moderne ed economiche, ma si è scelto il metodo più pericoloso e costoso.
Qui la questione è politica: come è possibile che ASL e ARPAC restino in silenzio mentre si movimentano polveri di cui non viene resa nota l’esatta composizione tossica?
La risposta è purtroppo la solita: la gestione commissariale e l’amministrazione Manfredi anche stavolta decidono di procedere in una logica di deroga permanente: si corre per rispettare le scadenze dei fondi e i cronoprogrammi dei grandi eventi, sacrificando le corrette procedure di valutazione ambientale sull’altare del profitto di costruttori e speculatori.
Si decide di derogare anche a qualsiasi forma di confronto reale con la cittadinanza: si preferisce rassicurare con messaggi vaghi sullo “smog” a piazza Garibaldi piuttosto che affrontare i dati scientifici sulla tossicità dei sedimenti movimentati.
Dopo quasi un secolo di devastazione industriale, Bagnoli non può subire l’ennesimo scempio mascherato da “progresso”. La sicurezza scientifica che si stiano formando diossine e metilati di mercurio impone un arresto immediato delle procedure attuali.
È necessaria un’opposizione popolare che pretenda l’adozione delle tecniche in-situ e la totale trasparenza sui dati dell’aria. La salute di 400.000 persone non è un costo accettabile per accelerare un cantiere.
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22/01/2026
Al fianco della popolazione calabrese colpita dal ciclone. Un disastro prevedibile
Il ciclone Harry ha colpito l’intera costa ionica con forti piogge, mareggiate, lungomari distrutti, allagamenti, frane, strade spazzate via. Senza contare i danni provocati all’agricoltura, ad intere comunità, con famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, ai servizi pubblici. Come spesso capita in questi casi il prezzo più alto lo pagano i nostri territori fragili e le popolazioni.
Chiaro deve essere che quanto accaduto in questi giorni, non è né straordinario né imprevedibile, ma la conseguenza dei cambiamenti climatici in atto.
È assodato che l’aumento della temperatura globale provoca il riscaldamento del mare, lo scioglimento dei ghiacciai e, di conseguenza, l’innalzamento del livello del mare, che amplifica l’impatto delle onde sulle coste. La combinazione di un livello del mare più alto e tempeste più forti accelera l’erosione, riducendo la naturale protezione delle spiagge e mettendo a rischio infrastrutture, case e coste. In sintesi, il cambiamento climatico sta rendendo le mareggiate eventi più frequenti e distruttivi, trasformando quelle che un tempo erano eccezioni in eventi sempre più comuni.
“In questa occasione non possiamo non sottolineare il fatto che lo sfruttamento intensivo della natura, la dipendenza dai combustibili fossili, il degrado ambientale non sono stati causati dagli esseri umani in generale, ma da un determinato sistema di organizzazione della società che chiamiamo capitalismo” spiega Potere al Popolo in comunicato.
Non va dimenticato che in Calabria, ad esempio, le alluvioni non si contano più, rammentiamo quelle degli anni ’50, degli anni ’70, per arrivare ai giorni nostri, del camping “le Giare” di Soverato, con i suoi 13 morti.
E come sempre capita in Italia, i morti servono solamente per la retorica e per gli impegni solenni che non verranno mai mantenuti. Il sacrificio, il dolore di quanti li hanno amati serve solamente per quell’attimo, esso sì, veramente fuggente. Poi, il giorno dopo ritorna tutto come prima, aspettando la prossima alluvione, la prossima strage carica di morte.
Tante stragi, Soverato, Sarno, Crotone, Cavallerizzo, Vibo, Giampilieri, le alluvioni del 2009 (gennaio e settembre), Reggio Calabria.
Il degrado ambientale nella nostra regione regna sovrano. Lo verifichiamo quotidianamente quanto fragile è divenuta questa nostra terra per responsabilità della quasi totalità della classe politica che ha proposto e continua a proporre ed a praticare scelte di sviluppo devastanti e illusorie, come il Ponte sullo Stretto, la cementificazione delle coste e dei corsi d’acqua, la mancata manutenzione delle nostre fiumare, i condoni edilizi, la politica irrazionale dei porti e l’inesistenza di qualsiasi politica che salvaguardi le aree interne, i suoi boschi, che consenta il reinsediamento degli uomini, per evitare anche gli incendi estivi e per impedire che le nostre montagne diventino, come sta avvenendo, terreno esclusivo delle multinazionali delle energie rinnovabili che le stanno invadendo con tantissime pale eoliche.
“Le scelte politiche neoliberiste operate dalle giunte regionali della Calabria, fatta qualche eccezione come la legge Quadro regionale paesaggistica (QTRP) del 2010, sono riconducibili al modo di produzione capitalistico che di fatto distrugge il pianeta ed è per questo che bisogna distruggere il capitalismo”.
Fondamentale è uscire dalla logica dell’emergenza per passare a quella della prevenzione destinando risorse per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio.
Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha quantificato in circa 26 miliardi le risorse per realizzare questi interventi sull’intero territorio nazionale, sperando che nel frattempo non si verifichino ulteriori interventi dannosi per il territorio.
La “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere, in un paese come l’Italia, la priorità assoluta per l’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica.
Il Governo lo scorso anno ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, dimenticando però di metterci i soldi. Infatti, lo ha finanziato retroattivamente per il triennio 2022-2024 per soli 5 milioni di euro l’anno! Per intenderci: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Nemmeno con il PNRR si è previsto uno stanziamento adeguato. Infatti, dei circa 2 miliardi e mezzo stanziati inizialmente (pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), a marzo, nel Decreto di revisione del PNRR, il Governo ha fatto sparire, con una sorta di gioco di prestigio, buona parte di tali risorse, che si sono sostanzialmente dimezzate.
Però l’Europa destina 800 miliardi di euro, ai quali l’Italia contribuisce con 80 miliardi, al riarmo.
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18/01/2026
L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre
Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.
Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.
I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.
Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.
Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.
Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.
Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.
Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.
Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.
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23/11/2025
La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili
Ci si era messo persino un incendio a rendere più complessa la ricerca di un accordo dei rappresentanti dei circa 200 paesi presenti alla foce del Rio delle Amazzoni. Il summit doveva chiudersi il 21 novembre, ma era stata poi prolungata perché, questa volta, sembrava possibile che si chiudesse senza raggiungere una tabella di marcia comune.
Alla fine, il Global Mutirão, termine di origine indigena che indica lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune, è stato approvato. Ma la tabella di marcia che manca, ed era fondamentale, è quella sull’abbandono delle fonti fossili. La bozza uscita l’ultimo giorno della Cop, priva di queste indicazioni, era proprio quella che aveva fatto sollevare dubbi sulla possibilità di raggiungere un’intesa, e invece alla fine è stato dato il via libera a cancellare ogni riferimento esplicito a carbone, gas e petrolio, seppur ovviamente in un quadro più ampio.
Oltre 80 paesi sviluppati e in via di sviluppo avevano chiesto che a Belém fosse indicato un percorso scadenzato per la transizione dalle fonti fossili verso quelle sostenibili, in modo tale che tutti i governi fossero chiamati ad adottare un proprio calendario, autonomo ma concreto, per raggiungere l’obiettivo. Lo stesso Lula aveva sostenuto questo appello.
Ma alla fine, anche il presidente brasiliano, dal Sud Africa, dove sta partecipando al G20, ha dovuto accettare cercando di trarne il meglio: “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Se sul primo tema, ovvero sulla conferma della crisi ambientale, non c’è dubbio, l'asserzione che il multilateralismo abbia vinto deve fare i conti con cosa significa vittoria. Si è trattato più di una concertazione, tenendo inoltre presente che gli USA, il paese con la maggior quantità di emissioni pro-capite, non erano presenti.
La Cop28 a Dubai aveva raggiunto l’accordo sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma non indicò il come e i tempi. La Cop29 di Baku fallì nel dare definizione a questi nodi, e l’intesa sugli aiuti dovuti dai paesi più ricchi verso lo sforzo della transizione non raggiunse le cifre necessarie: 300 miliardi di dollari l’anno invece dei 1.300 calcolati da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dall’ONU.
A questa Cop, coi paesi produttori di petrolio di traverso, è stato impossibile fare avanzamenti sul lato del percorso per abbandonare i fossili, e lo stesso vale per la deforestazione, sulla quale sono stati semplicemente confermati gli impegni parziali precedenti. Ad ogni modo, sono stati fatti passi avanti sullo spazio di confronto riguardante il taglio delle emissioni.
Sono stati avviati nuovi processi per accelerare la transizione energetica: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 offriranno una serie di strumenti ai paesi per aiutarli nel definire il proprio percorso di abbandono dei fossili, come stabilito alla Cop28 di Dubai. Il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, ha inoltre promesso di continuare a lavorare nelle prossime settimane su possibili piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione.
Uno dei pochi successi raggiunti in Brasile è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti indirizzati ai paesi maggiormente a rischio sugli effetti della crisi climatica, i cosiddetti fondi per l’adattamento. Dei 300 miliardi dei paesi ricchi stanziati a Baku, 120 andranno a questi stati più vulnerabili, ma questo target sarà raggiunto entro il 2035, e non entro il 2030 come era stato richiesto dai beneficiari.
Il Commissario Europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha affermato che le ambizioni europee erano maggiori, ma anche che l’accordo va sostenuto perché “almeno va nella giusta direzione”. Bisogna sottolineare che Bruxelles punta da tempo ad affermarsi come avanguardia dell’economia verde, anche se questo primato, per installazioni e tecnologie, va alla Cina.
Germania, Francia e Regno Unito avevano addirittura minacciato il veto quando era uscita la bozza senza la roadmap per l’abbandono dei fossili. Ma la realtà è che la UE ha approfittato dell’essere ancora rappresentata da 27 paesi per apparire come paladina dell’ambiente e per intestarsi lo sforzo per l’approvazione del documento finale, mentre alcuni dei suoi membri hanno remato contro impegni radicali.
Infatti, l’Italia si è posta evidentemente in contrasto con passi netti contro i combustibili fossili. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato: “in un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”.
Il ministro ha aggiunto, riguardo alla tabella di marcia per la fuoriuscita dai fossili: “non è parte del documento della Cop30 perché metà dei paesi sinceramente non condividevano questa posizione”. In realtà, la stessa UE ha fatto fatica a trovare un’intesa sulla riduzione delle emissioni, e pezzi importanti della propria industria, a partire dall’automotive, si sono ribellate all’abbandono dei motori endotermici e anche ai più recenti impegni. In questo modo, Bruxelles ha cercato di trarre il massimo dalla Cop rispondendo anche alle preoccupazioni della sua industria.
Per quanto riguarda il Dragone, infine, il testo finale ha introdotto il riferimento al commercio internazionale che era stato richiesto da Pechino, e con esso “riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata”.
Alcuni accordi sono stati presi anche per ciò che riguarda le barriere commerciali correlate al cambiamento climatico. Ciò conferma certo che il multilateralismo ha ancora molto da offrire sul lato della governance globale. Ma anche che la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti è arrivata nel pieno della Cop, nonostante gli States fossero assenti a Belém.
Nonostante le parole di Lula, non si può ignorare come ormai forum come quello della Cop vedano il proprio peso degradarsi, rispetto a uno scenario mondiale frammentato tra aree con interessi contrastanti e non componibili.
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14/11/2025
Cop30, tra le proteste indigene
Già nei giorni precedenti una flottiglia di circa cento imbarcazioni, guidata da leader indigeni come Raoni Metuktire e Davi Kopenawa Yanomami, aveva navigato per migliaia di chilometri lungo il Rio delle Amazzoni per portare il proprio messaggio alla COP30.
Lo scontro con le forze di sicurezza è stato, come prevedibile, immediato e violento, e le guardie hanno usato tavoli e barriere improvvisate per fermare la marea umana che stava provando a entrare nel centro conferenze. Alcuni portavano cartelli con slogan come «Our land is not for sale» (“La nostra terra non è in vendita”) e «We can’t eat money» (“Non possiamo mangiare denaro”), denunciando in questo modo l’impatto devastante dell’agricoltura industriale su larga scala, l’estrattivismo minerario e petrolifero senza limiti che affligge in nome di un presunto “sviluppo” i territori che queste comunità abitano da secoli e il disboscamento massiccio delle loro terre.
L’episodio non solo rappresenta un indubbio salto di qualità nel processo di tensione crescente tra popolazioni indigene e istituzioni internazionali e governi in merito a come vengono gestite le conferenze climatiche e le politiche ambientali – accusando fondamentalmente i “potenti” di non includere nei processi decisionali proprio coloro che vivono sulla propria pelle gli effetti più catastrofici dei cambiamenti climatici (uno degli slogan urlati era “Non possono decidere per noi senza di noi”) – ma riafferma al contempo con forza che esistono precise responsabilità politiche, storiche ed economiche soggiacenti la crisi climatica a cui assistiamo.
In questo senso l’odierno linguaggio coloniale del potere si cela, quindi, dietro narrazioni sviluppiste – in cui lo sviluppo è sempre economico e mai umano – di cui le comunità indigene pagano il prezzo più alto.
Sinteticamente, la protesta mostra chiaramente che la COP non è solo “una conferenza tecnica”, come i media e i governi vorrebbero far credere, ma anche un’arena politica e di conflitto – dove questioni di giustizia climatica, diritti territoriali e lotta all’impoverimento relazionato al cambiamento climatico entrano in gioco.
Ma non è tutto. L’articolazione del problema da parte delle comunità amazzoniche chiama in causa un intero modo di produzione e di distribuzione della ricchezza, proponendo al tempo stesso che il punto di vista indigeno – basato su un’interazione “densa” e reciproca con l’ambiente circostante (non solo “uso della natura” ma “co-abitare con la natura”, “gestione” più che sfruttamento, “cicli” più che “linee continue”) – possa diventare un nuovo paradigma per ripensare la giustizia climatica e sociale e dare contributi molto importanti alla lotta contro la crisi ambientale in atto, tanto per quanto riguarda la mitigazione (cioè riduzione delle cause) che l’adattamento (cioè gestione degli effetti).
A tal proposito, l’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB), pur non avendo organizzato questa protesta specifica, ha rilasciato una dichiarazione in cui ne sostiene le motivazioni, affermando di sostenere “l’autonomia di tutti i popoli di esprimersi liberamente” e ribadendo che “la risposta siamo noi”.
Al contempo un coordinatore della Global Youth Coalition ha spiegato che i manifestanti non agiscono per cattiveria, ma per disperazione, nel tentativo di proteggere le loro terre e il fiume Amazonas da una distruzione imminente che minaccia la loro stessa sopravvivenza, riaffermando quel ruolo di “protettori della Terra” che da qualche decennio queste comunità hanno adottato nella narrazione di sé a livello globale.
Sulla stessa linea di pensiero un’altra istanza dei manifestanti riguarda il riconoscimento della protezione delle foreste e dei territori indigeni come parte fondamentale della lotta al cambiamento climatico.
Sebbene le possibilità concrete di essere ascoltati all’interno dei luoghi di potere – nonostante la facciata – siano remote, queste comunità ci mostrano oggi la necessità di ribaltare un modo di produzione basato sullo sfruttamento umano e ambientale e ci indicano la strada per ripensare il modello di sviluppo dominante, valorizzando ideali di giustizia sociale non basati unicamente sulla logica del profitto.
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24/08/2025
L’Iran nella morsa del caldo: la prova della verità del settore energetico dopo la guerra con Israele
La crisi di caldo dell’Iran e l’energia sotto stress dopo la guerra
Per il terzo anno di fila l’Iran fa i conti con la necessità di dover mettere in pausa l’attività del sistema-Paese per alcuni giorni a causa delle ondate di calore. Teheran, Alborz, Hormozgan e Azerbaigian occidentale sono le province più colpite, ma anche in altre 11 le attività pubbliche sono state ridotte per tutto il fine settimana e fino alla giornata di mercoledì dopo che le temperature avevano sfiorato per più giorni i 50 gradi.
Il duplice stop giunge poche settimane dopo i dodici giorni di guerra con Israele di giugno che hanno visto l’Israel Air Force (Iaf) colpire duramente obiettivi legati al settore energetico su tutto il territorio iraniano. Per quanto l’attenzione degli osservatori si sia concentrata sul nucleare iraniano e sui siti di comando e le unità militari dei pasdaran, messe nel mirino da Tel Aviv, Israele ha colpito duramente impianti di raffinazione, centrali energetiche a gas, giacimenti estrattivi e reti di distribuzione. Dato che uno degli obiettivi (falliti) del governo di Benjamin Netanyahu era provocare con la guerra il collasso della Repubblica Islamica, l’attacco all’energia era ritenuto prioritario come fonte di un possibile shock capace di generare malcontento verso il regime.
Lo si è capito già il secondo giorno di guerra, quando l’impianto Phase 14 del giacimento di gas South Pars è stato attaccato da Israele per alimentare il cronico deficit energetico del 20-25% che l’Iran sconta in estate quando questa risorsa, che contribuisce a circa tre quarti della generazione energetica nazionale, è richiesta al fine di alimentare gli impianti di raffreddamento pubblici e privati di fronte alla calda estate persiana. Il governo Netanyahu voleva contribuire a far “morire di caldo” l’Iran alimentando uno strisciante malcontento contro il governo e l’Ayatollah Ali Khamenei stimolando così un senso di ribellione contro il governo capace di fare il gioco di Israele. Non è andata così, ma il settore energetico iraniano appare indubbiamente acciaccato.
Il deficit di generazione
“La capacità di generazione di energia elettrica dell’Iran attualmente raggiunge il picco di 62.000 megawatt all’ora, ma durante l’ondata di caldo la domanda è salita a 80.000 megawatt, creando un deficit significativo”, nota The News Intel aggiungendo che anche per gli impianti non bombardati i problemi restano: “l’invecchiamento delle infrastrutture del Paese, aggravato da anni di investimenti insufficienti e sanzioni, ha reso le centrali elettriche incapaci di soddisfare i crescenti consumi. I blackout a rotazione, che durano fino a quattro ore al giorno, sono diventati la routine nei centri urbani”. Il calo delle precipitazioni ha fatto il resto, contribuendo a ridurre la piccola quota di generazione idroelettrica e rendendo ancora più critica la situazione nelle città.
Nel quadro di un contesto geopolitico critico, con il rischio di una nuova guerra con Israele che rimane pendente e una nutrita campagna di infiltrazione di Tel Aviv tramite sabotaggi e operazioni clandestine che appare incombere sul Paese, l’Iran resta colpito da diverse fragilità. Alle tensioni della geopolitica si sommano quelle della natura, sempre più problematiche in un Medio Oriente fronte caldo dei cambiamenti climatici, oggi più che mai da inserire in ogni equazione strategica che voglia dirsi completa.
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06/07/2025
“Caldo record? Nelle città non si piantano alberi e si usano materiali che fanno l’effetto-termosifone”
L’adattamento climatico è ancora una chimera. Nonostante gli allarmi, le strategie messe sulla carta, gli eventi estremi e i conseguenti disastri. Lo dimostrano l’asfalto appena rifatto che cede a causa del caldo sull’autostrada A4 Venezia-Milano, i lavoratori esposti a temperature record, gli incendi che minacciano anche le città italiane, malori e decessi. Per non parlare degli interventi di riqualificazione eseguiti nelle città italiane, che sembrano non tenere in minima considerazione i criteri per mitigare le ondate di calore di cui si parla da anni. Chi amministra e chi costruisce ormai conosce quali materiali utilizzare per mitigare le isole di calore, che un angolo di verde è meglio di una colata di cemento, che il consumo di suolo è deleterio per i centri urbani. E allora che cos’è che non abbiamo ancora capito? Da dove bisogna partire per mitigare gli effetti devastanti delle ondate di calore sempre più frequenti e intense? ilfattoquotidiano.it lo ha chiesto a Michele Munafò, professore di Tecnica e pianificazione urbanistica presso l’Università Sapienza di Roma e responsabile dell’Area monitoraggio e analisi integrata uso suolo, trasformazioni territoriali e processi desertificazione presso Ispra.
Quanto accade in questi giorni dimostra che il cambiamento climatico non è un tema che può uscire dall’agenda politica, ma è cronaca.
“Isole di calore, incendi, malori sono alcuni dei fronti aperti dall’emergenza caldo. Ormai conosciamo gli effetti su salute e benessere della popolazione, sul nostro sistema produttivo, sull’agricoltura, sul nostro modo di vivere. Anche le soluzioni sono note. Dobbiamo ripensare città, territori e stili di vita in funzione del cambiamento climatico. E per migliorare l’ambiente dove vive gran parte della popolazione, cioè i centri urbani, dobbiamo rivedere profondamente il modello insediativo, dopo l’espansione urbana ed edilizia degli ultimi decenni. La priorità assoluta è togliere invece che mettere. Noi siamo abituati ad aggiungere, cemento, asfalto, edifici e tutti quegli elementi che poi, nella situazione in cui siamo, non fanno che peggiorare l’impatto dei cambiamenti climatici. Sarebbe necessario avere finalmente una legge nazionale sul consumo di suolo di cui si parla da anni ma che, a differenza di altri Paesi europei, l’Italia non ha ancora”.
Cosa rischiamo con la “politica del mettere”?
“Abbiamo condotto uno studio sulle nostre città, analizzando le temperature medie registrate su alcuni materiali artificiali, nel periodo estivo degli ultimi dieci anni. Ebbene, nelle aree dove la presenza di questi materiali è al di sotto del 10 per cento (mentre c’è una prevalenza di superfici naturali), la temperatura media al suolo degli ultimi dieci anni è di 36,4 gradi nel periodo estivo, mentre nelle aree dove le superfici artificiali superano il 50% della copertura si arriva a 41 gradi. Se i materiali artificiali superano il 90%, invece, la temperatura media di questi materiali sfiora i 46 gradi. Stiamo ricoprendo le nostre città di materiali che agiscono come se fossero grandissimi termosifoni: accumulano calore sotto i raggi del sole e scaldano l’aria. Per contrastare le isole di calore, bisogna eliminare questi elementi: depavimentare, riportare suoli naturali dove oggi ci sono cemento e asfalto, piantare vegetazione che ha un effetto di raffrescamento. Dove non è possibile, dobbiamo agire sui materiali, scegliendo quelli permeabili e studiare l’orientamento delle nostre costruzioni e infrastrutture per assicurare una ventilazione adeguata. Non possiamo pensare di risolvere i cambiamenti climatici chiudendoci in casa o in ufficio con un condizionatore”.
In Italia diverse città si sono dotate di piani per il clima e l’adattamento climatico, nei quali si elencano tutti gli strumenti che sarebbe il caso di adottare per mitigare le isole di calore. Eppure è molto facile imbattersi in piazze appena riqualificate senza un albero o in strade che appaiono come una distesa di cemento. Nel primo caso la ragione è spesso attribuita alla presenza dei sottoservizi, gallerie, metropolitane.
“La scusa dei sottoservizi non regge. Riusciamo a mettere alberi sui tetti degli edifici, quindi si può fare, ovviamente con le specie giuste. Ma ci sono tanti modi per creare verde. Non ci sono solo alberi di alto fusto, ma anche superfici erbacee o con arbusti, in grado comunque di assicurare una mitigazione delle temperature rispetto a una lastra di asfalto. Ci sono mille soluzioni diverse, anche se la vegetazione è quella più efficiente per ridurre le temperature. Sia attraverso gli effetti di ombreggiatura, sia attraverso l’evapotraspirazione e la riduzione delle superfici artificiali che hanno un potere riscaldante. Dunque la priorità è depavimentare e lo si può fare ovunque, in alcuni casi in modo radicale, come nei progetti di forestazione urbana, in altri casi con la presenza di infrastrutture verde e blu da declinare in vari modi”.
Qualche anno fa le parole dell’ex ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach in visita in Italia (“queste destinazioni non avranno futuro a lungo termine”) suscitarono molti malumori. Ma lei non crede che un’altra priorità dovrebbe essere la tutela di turisti, oltre a quella dei cittadini?
“Certo, ma bisogna fare interventi di vario tipo e non è una cosa che si risolve dall’oggi al domani. Tutti quelli di cui stiamo parlando, dalla depavimentazione alla piantumazione, offrono già un servizio ecosistemico di raffrescamento. E possono agire sia sul singolo progetto per ridurre l’impatto delle isole di calore in un luogo, sia attraverso una rete di infrastrutture verdi e blu (dunque con l’utilizzo di acqua), sia con i cosiddetti percorsi freschi che, proprio dal punto di vista turistico, possono accompagnare una strategia di visita della città attraverso il collegamento di luoghi turistici. Il senso è quello di offrire percorsi ombreggiati e parchi urbani, in alternativa a strade e piazze più assolate. Se poi noi aumentiamo in maniera diffusa la presenza di vegetazione, avremo comunque l’effetto di ridurre la temperatura media su scala urbana”.
In che misura?
“Un altro studio condotto in collaborazione con il Cnr ci ha svelato che, se aumentiamo del 5% – quindi non di tanto – la copertura arborea di tutta la città, la temperatura media urbana scende di mezzo grado. Può sembrare poco, ma posso assicurare che in questo momento storico anche mezzo grado di temperatura media, a livello urbano, sarebbe un risultato significativo”.
Si parla spesso dell’utilizzo di materiali più chiari, a basso albedo. In Italia a che punto siamo concretamente? Quando poi parte il cantiere, quanto si stanno davvero utilizzando questi materiali?
“La verità è che noi ci siamo dimenticati della nostra esperienza. Nei secoli passati, le nostre città erano realizzati con materiali chiari, le pietre cosiddette fresche, in grado di adeguarsi meglio a climi caldi. Ancora oggi, nei centri storici si vedono sovente muri spessi, strade orientate secondo i venti prevalenti, materiali chiari. Tutto questo, nel corso dei secoli, lo abbiamo dimenticato. E oggi, dopo decenni di crescita urbana e cementificazione dei nostri suoli, abbiamo una situazione sul territorio completamente da rivedere e stravolgere”.
Qualche esempio?
“Non dobbiamo pensare al nuovo progetto, a costruire sul non costruito per costruire ancora, ma dobbiamo agire sul costruito e sulle aree dismesse, degradate che abbiamo nelle città. Grandi parchi urbani devono prendere il posto di colate di cemento non utilizzate o grandi parcheggi utilizzati poco durante l’anno. Più di un terzo delle superfici costruite sono legate a esigenze di trasporto pubblico e privato. Anche a livello europeo si parla di ripristino della natura, non di tutela della natura”.
Torniamo allo spazio utilizzato per esigenze di trasporto...
“Oggi sembra impossibile eliminare un posto dove sosta un’auto per piantare un albero, ma tutte queste auto che occupano spazio in strada, e magari vengono lasciate per tantissime ore senza essere utilizzate, creano calore. Va ripensato tutto: non solo il sistema dei trasporti pubblici, ma anche la riorganizzazione dei servizi e dello spazio urbano per ridurre le esigenze di mobilità a lungo e medio raggio. Per questo, oggi si parla sempre più della città di 15 minuti, dove i principali servizi sono disponibili e raggiungibili a piedi nel giro di 15 minuti partendo dal luogo in cui si vive”.
08/11/2024
Non c’è giustizia ambientale sen
Ma l’ultimo rapporto pubblicato da Oxfam sul tema, dal titolo Carbon Inequality Kills, dà anche una proporzione della distanza tra le emissioni di un miliardario e di un lavoratore qualsiasi. E di come una reale transizione ecologica debba essere accompagnata dalla giustizia sociale.
Secondo lo studio, l’anidride carbonica prodotta da un miliardario in un’ora e mezzo è maggiore rispetto a quella prodotta da una persona comune in tutta la sua vita. Ciò deriva dall’utilizzo di aerei privati e yacht, ma anche dagli indirizzi di investimento.
Ponendola con altri numeri, le emissioni delle 50 persone più ricche del mondo sono maggiori di quelle del 2% più povero della popolazione mondiale. Ma anche allargando lo sguardo, il nodo di fondo rimane un Occidente che ‘preda’ il ‘budget’ di emissioni del resto del resto del mondo.
Secondo vari studiosi, infatti, per avere anche solo il 50% di possibilità di restare entro il limite dell’aumento di temperatura di 1,5° rispetto all’epoca pre-industriale, non si può eccedere un certa quantità di CO2. Questo budget di emissioni, a questo ritmo, verrà raggiunto nel 2029.
Ma l’altro elemento che viene sottolineato è che oggi è il 10% più ricco della popolazione mondiale a produrre il 50% delle emissioni, e all’1% ne sono attribuibili il 16%. Secondo gli ultimi conteggi, essi si identificano in pratica con chi possiede un patrimonio milionario.
Oltre alla quantità di gas serra, vi sono altri danni connessi, che colpiscono in particolare i paesi a basso reddito. Nel rapporto di Oxfam si legge che gli effetti sul clima contribuiscono “a enormi perdite di raccolto e causano milioni di morti in eccesso”.
“Per mantenere il mondo al di sotto di un aumento di 1,5°”, scrivono nello studio, “è necessario che le emissioni dell’1% più ricco diminuiscano del 97% entro il 2030”. Ciò significa intervenire in maniera diretta su questo piccolo segmento della popolazione, che rimane sempre intoccabile.
Il legame tra le tematiche sociali e quelle ambientali viene sottolineato con forza da Oxfam, e soprattutto come le asimmetrie di potere impattino sulla ‘impronta ecologica’. Secondo l’organizzazione, la gente ordinaria e quella a basso reddito non hanno molto controllo sulle proprie scelte energetiche.
Al contrario, le scelte di investimento dei più ricchi sono la voce col maggior peso sull’inquinamento. “I ricchi”, scrivono, “non sono solo i maggiori responsabili di emissioni in virtù dei loro investimenti, ma anche perché le emissioni dovute agli investimenti sono una questione di scelta”.
Ciò su cui mette in guardia il rapporto Oxfam è riassunto in una frase molto esplicita, a pagina 8, ed è che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale: “non si può evitare il collasso climatico senza ridurre l’eccessiva concentrazione di ricchezza di una ristretta élite”.
La questione di fondo rimane una questione di potere, come già detto. Finché le scelte di investimento rimarranno in mano ai privati, e dunque saranno scelte fondate sull’opportunità di profitto, non ci sarà modo di virare verso una trasformazione che guardi ai bisogni della collettività.
Fonte
05/11/2024
Valencia, la crisi climatica è qui: ma chi lo dice rischia la galera
Il colpevole di quest’ultima? Verrebbe di dare ipocritamente la colpa al cambiamento climatico, ma sarebbe come addebitare al fuoco vittime e danni di un incendio appiccato da un piromane.
La scienza ha fatto da tempo chiarezza su cause e conseguenze del cambiamento climatico, provocato dall’effetto serra generato dal modello energetico imperniato sul fossile (petrolio, carbone, gas).
Ma una classe dirigente zoticona ha fatto tesoro della propria sconfortante e irrecuperabile ignoranza per poter svolgere al meglio il proprio ruolo di marionette della grande finanza, i padroni del mondo ben descritti nel bel numero di MillenniuM in edicola, che continuano ad investire nel fossile e in altri settori ad altra efficacia distruttiva come gli armamenti.
Di florilegi della distruttiva ignoranza di troppa parte dei “nostri” politici sono ahimè piene le sconsolanti cronache da vari anni a questa parte. Si vedano da ultime le sconcertanti esternazioni di Salvini sul fatto che d’inverno fa freddo e d’estate fa caldo, “che c’è di strano”? Banalità allucinanti ben funzionali a coprire l’ecocidio di cui il ministro dei Trasporti è un aficionado, come dimostrato fra l’altro dal devastante progetto del Ponte sullo Stretto.
In questo senso la classe politica italiana, quanto meno quella di governo, ma non è detto che il PD sia sempre meglio, è addirittura peggio di quella spagnola, anche se va detto che le determinanti di fondo sono le stesse in tutto l’Occidente: predominio delle lobby finanziarie, taglio della spesa pubblica a finalità ambientale, incuria del territorio, smantellamento delle strutture di protezione civile, incapacità totale di orientare il sistema produttivo verso le energie rinnovabili come confermato dal misero fallimento delle politiche europee in materia.
Si vedano da ultimi i pesanti tagli ai bilanci del ministero dell’Ambiente e alle somme stanziate per incentivare la produzione di automobili elettriche, un settore, come anche quello in genere delle fonti rinnovabili, nel quale la Cina è molto più avanti grazie alla superiorità del sistema (la pianificazione -ndR) socialista.
E non basta. Non solo il governo liquida in anticipo la risposta preventiva al cambiamento climatico, ma procede altresì sordamente colla repressione dei movimenti che ne denunciano responsabilità e conseguenze: è infatti noto che tra i bersagli del famigerato disegno di legge 1660, indebitamente intitolato alla sicurezza, ci sono proprio gli attivisti ambientali.
Se l’Italia non fosse la penosa caricatura di Stato che è, dovrebbero invece essere proprio loro, e non già i rampolli delle dinastie che hanno basato su mafia e corruzione le loro fortune, a ricevere le onorificenze della nostra povera Repubblica.
I loro meriti sono infatti grandi, dato che sfidano la polizia, impropriamente degradata a violento servizio d’ordine delle lobby, e il carcere per tentare di aprire gli occhi di un popolo bovino e rassegnato che vive alla giornata e ha perso ogni dignità di soggetto collettivo, abbandonando il proprio presente e il proprio futuro al potere economico e politico fautore della guerra e della devastazione ambientale.
Un popolo visibilmente frastornato da oltre trent’anni di berlusconismo e centro-sinistra, che attende rassegnato la prossima catastrofe, sia essa ambientale o bellico-nucleare.
A testimonianza della tristezza estrema della situazione italiana stanno anche la povertà e l’inconcludenza della giurisprudenza in materia di sanzionamento della responsabilità del cambiamento climatico, a fronte di quella ben più coraggiosa di altri Paesi. Una recente sentenza del Tribunale di Roma è giunta addirittura ad affermare l’esistenza di un difetto assoluto di giurisdizione in materia.
Peraltro tali penose vicende, unitamente ad altre, quali la reticenza a prendere in considerazione l’esposto-denuncia contro le complicità italiane nel genocidio palestinese, dimostrano come l’intento di “impaurire i magistrati” giustamente denunciato dall’Associazione nazionale magistrati si sia almeno in parte realizzato.
Non si può del resto pretendere che siano i magistrati a raddrizzare un sistema, pure profondamente illegale e anticostituzionale che, per riprendere il paragone idraulico, fa acqua da tutte le parti e che andrebbe rovesciato al più presto e sostituito con un altro che metta finalmente al centro delle sue preoccupazioni l’essere umano e la natura e non i profitti e gli interessi del pugno di ricchissimi alienati che dominano il pianeta in corsa verso la catastrofe.
Ma quali le forze politiche, sociali e culturali adatte a tale compito?
Fonte
17/07/2024
Le economie “obese” moltiplicano la povertà
Per il giurista belga che dal 2020 ricopre il ruolo di Relatore Speciale (consulente esterno indipendente) sulla povertà estrema e i diritti umani delle Nazioni Unite, questa concezione spinge la civiltà sull’orlo del collasso climatico e crea una piccola élite con una fortuna quasi incalcolabile. D’altro canto, 670 milioni di persone (l’8,4% della popolazione mondiale) vivono al di sotto della soglia di povertà internazionale, fissata a 2,15 dollari al giorno. Nel suo rapporto-accusa-proposta Eradicare la povertà oltre la crescita, pubblicato la prima settimana di luglio, De Schutter sostiene che “i governi devono porre fine alla pericolosa fissazione con la crescita del prodotto interno lordo (PIL) come via per sradicare la povertà, dal momento che essa è sbagliato e conduce il mondo su un percorso pericoloso”.
Rapporto demistificante
Basato su oltre 130 contributi di governi, istituzioni per i diritti umani e organizzazioni della società civile, il rapporto che l’esperto ha preparato per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, in Svizzera, sottolinea che molte nazioni continuano ad agire come se fosse possibile una crescita infinita. E avverte che “sembrano credere che l’attività economica possa espandersi all’infinito, come se la Terra dovesse fornire risorse illimitate per l’eternità e assorbire i rifiuti derivanti dalla nostra ambizione apparentemente infinita”. Citando studi di climatologi, ricorda che già nel 2019, a causa del tipo di sistema di produzione egemonico a livello globale, il 75% della superficie continentale terrestre aveva subito notevoli alterazioni, il 66% della superficie oceanica subiva effetti cumulativi ogni volta più antichi, più dell’85% delle zone umide era andato perduto. Inoltre, un milione di specie rischiano l’estinzione entro qualche decennio.
L’importanza attribuita all’aumento del Pil, secondo il rapporto De Schutter, ha conseguenze molto gravi. Ad esempio, contribuisce a mettere in secondo piano l’importanza del lavoro domestico e la necessità imperativa di valorizzarlo adeguatamente. I numeri sono eloquenti: i 16,4 miliardi di ore dedicate quotidianamente, senza retribuzione, alla cura personale diretta di figli piccoli o parenti anziani e ad attività di assistenza indiretta (come cucinare, pulire, o raccogliere acqua o legna da ardere) equivalgono approssimativamente a un ipotetico situazione con 2.000 milioni di persone che lavorano otto ore al giorno senza alcun tipo di compenso monetario. In termini di salario orario minimo, circa il 9% del PIL globale. E se consideriamo che più di tre quarti di questo lavoro domestico non retribuito (76,4%) è svolto da donne, non dobbiamo sforzarci troppo per visualizzare l’impatto drammatico della povertà, proprio, sulle donne e sulla famiglia.
D’altro canto, aggrava il preoccupante panorama della criminalizzazione dei senzatetto e dei poveri e mette in luce la realtà quotidiana di uomini, donne e bambini che vivono per strada e che vengono multati e penalizzati in diversi modi per attività basilari come dormire, lavarsi , cucinando, mangiando, chiedendo l’elemosina e lavorando per strada. Pratiche repressive che non solo non risolvono il problema, ma violano anche direttamente i diritti umani storici.
“Da decenni seguiamo la stessa ricetta trita e ritrita”, spiega De Schutter. “Prima di tutto far crescere l’economia e poi usare la ricchezza per combattere la povertà”, un approccio che “è servito come piatto sgradevole” della crisi climatica e di centinaia di milioni di esseri umani condannati alla marginalità, che lo ha portato a mettere in discussione i presupposti di detta filosofia. Intesa in questo modo, come una panacea e una priorità, sostiene questo rinomato professore di diritto internazionale, la crescita distoglie l’attenzione da ciò che conta veramente: l’eliminazione della povertà e il raggiungimento del benessere per tutte le persone, non solo per una minoranza fortunata. A suo avviso, le economie dei paesi ricchi sono cresciute molto più del necessario affinché le persone prosperassero, al punto che “sono diventate obese”. Tuttavia, conclude, anche in questi paesi la crescita non è riuscita a ridurre la povertà e le disuguaglianze né a creare posti di lavoro.
La concezione economica dominante dietro questa formula di crescita, secondo De Schutter, si basa sul saccheggio delle risorse del Sud del mondo, “un modello di dominio postcoloniale mantenuto tramite il giogo del debito estero”. Nei paesi poveri, dove sono ancora necessari investimenti significativi per costruire scuole, ospedali, infrastrutture di trasporto o elettricità, la crescita potrebbe essere utile. Tuttavia, nella pratica lo sviluppo è stato spesso voracemente estrattivo, basato sullo sfruttamento della manodopera a basso costo e delle risorse naturali. Se la crescita economica volesse davvero contribuire al riconoscimento e all’affermazione dei diritti umani, dovrebbe cambiare il suo orientamento per “riorientarsi verso la soddisfazione dei bisogni e la distribuzione tra più persone invece di limitarsi ad arricchire i ricchi e promuovere il dominio dei grandi attori economici”. Neppure “nei Paesi a basso reddito, dove la crescita resta necessaria e va sostenuta”, prosegue De Schutter, “lo sviluppo dovrebbe essere equiparato ad un aumento del Pil ma ad un maggiore benessere sociale ed ecologico”. La denuncia non tarda ad arrivare: “la fede cieca nella crescita economica è una camicia di forza per la nostra immaginazione mentre la lotta alla povertà ne ha risentito molto”.
Sì, esiste un’alternativa: sradicare la povertà con i Diritti Umani
Le 20 pagine del rapporto hanno avuto un impatto significativo sull’ambiente diplomatico grazie al loro contenuto, che era allo stesso tempo stimolante e alternativo a molti altri rapporti di organizzazioni finanziarie ed economiche internazionali, pieni di sofismi. Prova di ciò sono le sue tre raccomandazioni fondamentali per sbloccare la complessa tensione tra ciò che il sistema egemonico dominante persegue, da un lato, e le proposte di solidarietà per ridurre la povertà, dall’altro.
In primo luogo, promuovere quello che De Schutter chiama il Patto per il futuro, una proposta “incentrata sull’efficacia dei diritti umani piuttosto che sull’aumento dei livelli aggregati di produzione e consumo”. Si tratta di un ripensamento urgente della lotta contro la povertà, che sostiene il passaggio a un’economia che indirizzi le risorse verso i servizi pubblici e la protezione sociale. In secondo luogo, ristrutturare e condonare il debito e finanziare i servizi pubblici universali attraverso tasse progressive sull’eredità, sulla ricchezza e sul carbonio. Infine, creare una maggiore cooperazione internazionale contro l’evasione fiscale, un meccanismo sistemico che moltiplica la miseria in vaste regioni del globo.
Nella proposta, l’incentivazione dell’economia sociale e solidale acquista un’importanza essenziale; la democratizzazione del lavoro; nuove modalità di condivisione del lavoro e lotta frontale al consumismo. “La lotta alle disuguaglianze”, sostiene, “si sovrappone alla lotta al consumismo, inteso come stimolazione del consumo attraverso il marketing e l’innovazione permanente”. In questa prospettiva, è essenziale fornire servizi di base universali e aumentare i redditi garantendo il diritto a un salario minimo dignitoso e a una retribuzione equa, rafforzando la protezione sociale. Secondo De Schutter, “i governi dovrebbero investire nella fornitura di servizi di base universali, garantendo a tutte le persone l’accesso a servizi che assicurino il godimento dei diritti umani: alloggi adeguati, assistenza sanitaria, cibo nutriente attraverso le mense scolastiche, acqua ed energia, trasporti e l’accesso digitale”.
Questo documento, inteso come un avvio seguito da un ciclo di consultazioni per delineare una tabella di marcia, sarà proposto per il dibattito al prossimo Summit sul futuro delle Nazioni Unite che si terrà a New York il 22 e 23 settembre. Tuttavia, come avverte il relatore speciale, la transizione desiderata non può essere raggiunta tutta in una volta, né a livello locale né nazionale. In altre parole: sfuggire alla dipendenza dalla crescita messa in discussione dallo studio richiederà strategie pluriennali e il dispiegamento di sforzi intenzionali a diversi livelli di governance. Anche la preoccupazione per lo stato dell’ambiente è centrale nella proposta, poiché si tratta di “rimodellare l’economia per produrre beni e servizi ecologicamente sostenibili di maggiore utilità sociale e ridurre significativamente la produzione non necessaria ed eccessiva”.
Già nella sfera del lavoro, la proposta suggerisce di rifiutare il PIL come indicatore di progresso, garantendo posti di lavoro sostenuti dal governo, rivalutando il lavoro domestico e di cura della famiglia non retribuito, stabilendo salari minimi e mettendo un limite alla ricchezza generata dalle industrie distruttive. “Queste sono le politiche che possono davvero portare benefici al pianeta e ai suoi abitanti”, sostiene De Schutter.
Ci sono tre contributi principali di questo studio mirato che si oppone frontalmente all'espansionismo economico. In primo luogo, affrontare senza pregiudizi o paure le convinzioni quotidiane del sistema egemonico globale che condiziona la riduzione della povertà a una maggiore crescita insostenibile. Inoltre, raccogliere indizi alternativi per avanzare in questa grande lotta sociale, da una possibile proposta, incentrata sui diritti umani. E, ultimo ma non meno importante, che queste riflessioni provengono dall’interno delle Nazioni Unite stesse e sono articolate da un esperto indipendente che appartiene al sistema delle Nazioni Unite. Tutto ciò costituisce uno schiaffo concettuale per chi, avvantaggiato dal sistema dominante, considera irrealizzabili le alternative globali già essenziali per salvare l’Uomo e il Pianeta.
Fonte
12/07/2024
La politica ambientale della Cina è l’unica opportunità di combattere la crisi climatica
Già nelle prime frasi del suo pezzo, Tooze si chiede cosa succederebbe se non si desse più spazio alla guerra commerciale portata avanti dall’Occidente contro l’industria verde cinese, preoccupato dal fatto che tale rivoluzione sembri meno solida di quanto si pensi. La sua disamina riguarda tanto la Cina, quanto le due sponde del polo euroatlantico.
A suo avviso, le ultime elezioni europee, insieme a uno spostamento a destra del quadro politico del continente, hanno segnato anche una minore attenzione alle politiche green. Trump ha direttamente promesso di eliminare i sussidi per la transizione energetica.
Ma Tooze ribadisce che anche il quadro delineato dall’Inflation Reduction Act di Biden può trasformarsi facilmente in greenwashing. Ad esempio, esso potrebbe essere usato per sovvenzionare ‘l’idrogeno sporco’, ovvero quello prodotto dalla scomposizione di combustibili fossili.
Il vero ruolo di guida nella lotta alla crisi ambientale è ormai assunto dalla Cina. Essa produce più emissioni di USA e UE messi assieme, ma anche i suoi investimenti in energia verde sono maggiori a quelli di Washington e Bruxelles sommati.
Essi “sono i primi a raggiungere la scala in cui iniziano a trasformare il panorama economico nel suo complesso. Nel 2023, secondo i calcoli del think tank CREA, gli investimenti in energia verde sono stati il principale motore della crescita economica cinese”.
Nella primavera del 2025 Pechino dovrà formulare i suoi impegni per la decarbonizzazione, all’interno dello schema previsto dagli accordi di Parigi sul clima. L’Agenzia Nazionale per l’Energia della Cina prevede però un ritmo della riconversione ecologica assai più lento rispetto agli scorsi anni.
Uno dei motivi è proprio il poco coordinamento sugli investimenti stessi e la battaglia dei prezzi, portata avanti anche a forza di dazi e sanzioni. Tooze sottolinea che così si crea un concreto impedimento alle opportunità che abbiamo di evitare il disastro globale.
Lo storico si spinge oltre, e afferma come ragionare in termini di equilibrio, in questo caso, “equivale a una forma soft di negazionismo climatico”. In poche parole, se la politica e la produzione cinesi stanno facendo di più e meglio dell’Occidente per combattere la crisi ambientale, pensare ai bilanci delle aziende europee e statunitensi è negare l’urgenza di tale crisi.
Di nuovo, a dimostrazione dell’insanabile contraddizione tra capitale e natura, tra il profitto e la tutela del Pianeta. Non un affare che si possa risolvere nel giro dei prossimi 12 mesi, ma certamente qualcosa di cui prendere atto se non si vuole essere sicuri che questo sistema sociale e produttivo ci porti all’estinzione.
Fonte
18/05/2024
Come si fa a dire che l’estate 2023 è stata la più calda da 2.000 anni
A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell’Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.
Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell’attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C.
Questo dato relativo al VI secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l’impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli preindustriali.
Insomma, negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all’attuale fase storica, nella quale a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 prodotte dai combustibili fossili.
In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.
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| La ricostruzione della temperatura negli ultimi 2.000 anni – Nature Communications www.nature.com/articles/s41467-021-23627-6 |
Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l’autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli si ampliano.
Anche se la ricerca sui tronchi come fonte di studio per il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di ricerche può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature.
Uno degli aspetti riscontrati dall’analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.
Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell’influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati.
In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un’intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato.
Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.
A mano a mano che l’umanità compie passi avanti nella comprensione dei fenomeni climatici, cresce la consapevolezza circa l’importanza di coordinare gli sforzi per tutelare chi rischia di pagare il prezzo maggiore del surriscaldamento climatico, le persone più fragili e gli anziani, in particolare nei Paesi più poveri.
L’aumento delle temperature globali, infatti, è motivo di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione mondiale. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall’Università Ca’ Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi.
La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.
Fonte
02/04/2024
Il “triangolo del litio”
È un fatto insolito che un documento di proposta per la transizione nel settore industriale europeo colleghi esplicitamente, nei suoi obiettivi, tecnologia, crescita, sicurezza energetica e ordine pubblico.
La pandemia, e soprattutto la guerra in Ucraina, hanno agito da acceleratori per una “transizione verde” basata sulla tecnologia che ora ha una nuova missione.
Solitamente lo definivamo come quadro generale, proposto principalmente da istituzioni del Nord del mondo, per collegare la lotta contro l’emergenza climatica e il degrado ambientale con una nuova strategia di crescita economica.
In questa fase dobbiamo aggiungere anche la dimensione della sicurezza.
Considerando tutto ciò, questa pubblicazione nasce dall’interesse per l’analisi critica di questo nuovo contesto. Di fatto, le sue ragioni affiorano dalla traiettoria dell’Observatori del Deute en la Globalització e da un gruppo di organizzazioni, collettivi e reti di ricerca di attivisti globali che esaminano i progressi della “transizione verde” a livello globale.
Tuttavia c’è da considerare che il vero elemento base è stato il lavoro sul campo svolto dall’Osservatorio nel cosiddetto “triangolo del litio”, uno dei territori strategici per la transizione.
Per affrontare questa sfida, abbiamo proposto di esaminare LA MINIERA, LA FABBRICA E IL NEGOZIO nonché le Dinamiche Globali della “transizione verde” e le sue conseguenze nel “triangolo del litio”, suddividendo il testo in tre parti con diversi approcci.
Nella prima parte esamineremo la situazione globale dell’estrazione delle risorse, dell’industrializzazione e dei mercati che richiedono “tecnologie pulite”. Questo capitolo, più analitico e descrittivo, esamina come la centralità dell’impegno tecnologico nella “transizione verde” e la sua funzione di sicurezza siano un imperativo per espandere la frontiera mineraria, l’industrializzazione e garantire i mercati di vendita. È qui che i più rilevanti attori internazionali hanno messo in campo numerosi strumenti – i piani quinquennali dall’11° al 14° della Cina, i fondi Next Generation EU, il REPowerEU, l’Inflation Reduction Act, il Critical Raw Materials Act, il Green Deal Industrial Plan, il Net Zero Industry Act e il Global Gateway, tra gli altri – per ottenere l’egemonia sulla scena internazionale con l’obiettivo di estrarre minerali e produrre e vendere tecnologia.
Nella seconda parte ci spostiamo su una situazione territoriale specifica: le alte saline andine tra Cile, Argentina e Bolivia dove si estrae, o si intende estrarre, il litio, prezioso minerale necessario per le batterie dei dispositivi elettronici mobili e dei veicoli elettrici. Qui il testo riprende voci del territorio che subiscono gli impatti dell’attività mineraria tra resistenza, inquietudine, rassegnazione, divisione, conflitto o, semplicemente, attesa di un lavoro o di un compenso che contribuisca a soddisfare i propri bisogni primari insoddisfatti.
Infine, la terza parte cerca di rispondere alle sfide dell’emergenza climatica, la perdita di biodiversità e l’esaurimento delle risorse a partire dall’accelerazione di altre transizioni. Il nostro approccio, tra il propositivo e il rivendicativo, non mette in discussione l’urgenza di agire, ma sostiene alternative che superino il tecno-ottimismo e il suo imperativo tecnologico.
Notiamo con preoccupazione che la dimensione della giustizia globale non è presente nella “transizione verde” e che la massiccia domanda di tecnologia può avere effetti devastanti sui territori del Sud del mondo.
Ci auguriamo insomma che il testo contribuisca a una migliore comprensione della disputa globale e del ruolo degli attori più rilevanti, a stabilire un maggiore legame con le altre realtà territoriali, e che continui ad aprire il dibattito su come affrontare una situazione di emergenza climatica, ambientale e sociale in modo davvero equo.
2) Pandemia e crisi energetica: accelerare la transizione securitaria e tecnologica
Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, le istituzioni pubbliche hanno iniziato a proporre numerosi strumenti, piani e strategie per intraprendere una “transizione verde”. Tra questi spicca per portata e copertura il Green New Deal, un quadro programmatico e strategico per combattere l’emergenza climatica attraverso l’intervento pubblico nell’economia (1).
Sia la pubblicazione nel febbraio 2019 del Green New Deal per gli Stati Uniti, che l’approvazione, alla fine dello stesso anno, dell’European Green Deal nell’Unione Europea, sono stati i principali riferimenti per la politica di transizione climatica ed energetica in un momento di forti mobilitazioni sociali sul clima.
La creazione di reti internazionali di attivisti come Fridays for Future, Extinction Rebellion o By2020 We Rise Up, hanno aumentato la pressione sulle istituzioni, sia in termini di contenuto delle loro rivendicazioni che per la pratica della disobbedienza civile.
Nello stesso anno, in America Latina, hanno avuto luogo proteste e rivolte popolari, iniziate in Cile che poi si sono riprodotte in Bolivia, Ecuador e Colombia, espressioni di quello che oggi è riconosciuto come l’anno dell’esplosione sociale, le cui radici affondano nei gravi problemi di violenza sistemica e di ingiustizia sociale e ambientale, conseguenza dello sfruttamento sistematico dei beni comuni, degli ecosistemi e dei territori.
Un anno più tardi arrivava la pandemia.
L’11 marzo 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), preoccupata dai livelli allarmanti di diffusione e gravità del COVID-19, emise una pubblica dichiarazione di pandemia (2). Solo due mesi dopo, istituzioni come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e la Commissione Europea iniziavano a diffondere la necessità di un Green Recovery (3) e di un Build Back Better (BBB) (I).
L’obiettivo era, in altre parole, quello di superare gli impatti negativi del COVID-19 sull’economia rafforzando la “transizione verde”.
È stato questo il primo acceleratore della transizione: la ripresa economica dalla pandemia, di cui uno degli attori più importanti è l’Unione Europea e i suoi fondi NextGenerationEU (4) (di seguito NGEU), ad oggi un potenziale di 806 miliardi di euro in sovvenzioni e prestiti per gli Stati membri che dovrebbero servire alla ripresa e alla trasformazione dell’economia europea mettendola sulla strada dell’European Green Deal.
Nello specifico, il 37% dei fondi doveva essere destinato a progetti (II) e riforme che contribuissero agli obiettivi climatici dell’Unione, il 20% alla digitalizzazione, il 10% alla biodiversità, e tutti erano regolati dal principio di “assenza di danni significativi”, ossia i progetti e le riforme approvati non potevano sostenere o svolgere attività economiche che avessero causato danni significativi a qualsiasi obiettivo ambientale. (5)
Seguendo la linea temporale, il 25 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina.
Nel mezzo di un panico diffuso in Europa per il prezzo e la continuità dell’approvvigionamento energetico, la guerra ha agito come un secondo acceleratore della “transizione verde”, riformulandone le priorità.
Lo stesso REPowerEU (6), il piano per porre fine alle dipendenze energetiche dalla Federazione Russa, riconosce che “la rapida e progressiva eliminazione delle importazioni di combustibili fossili dalla Russia influenzerà la traiettoria della transizione” e potrebbe comportare investimenti mirati verso infrastrutture per il gas e per il petrolio, e per l’uso di carbone e nucleare al di là di quanto previsto (III).
Nella stessa ottica, la riunione dei ministri dell’energia, clima e ambiente del G7 (IV), tenutasi a Sapporo (Giappone) nell’aprile 2023, ha avuto come obiettivo quello di approfondire i temi della sicurezza energetica e della transizione verso l’“energia pulita” (V).
I due giorni di incontri hanno incluso discussioni su materie prime critiche, efficienza energetica, energie rinnovabili, gas naturale, idrogeno, emissioni di carbonio, trasporto stradale e decarbonizzazione delle industrie pesanti. Nel documento finale si legge: “Riaffermiamo il nostro impegno ad accelerare la transizione dell’energia pulita verso le emissioni zero netto (...) e riconosciamo l’importanza di promuovere un’efficiente diversificazione delle fonti di approvvigionamento per migliorare la sicurezza energetica e l’accessibilità economica dell’energia” (7).
Alla fine, il consenso verso la narrazione dei principali attori internazionali cerca di ottenere legittimità dai cittadini del Nord globale attraverso campagne come “You are the EU”, promossa all’inizio del 2023 dalla Commissione Europea.
Il loro intento è quello di coniugare i valori europei di “democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza e solidarietà” con l’indipendenza energetica e “l’energia, pulita e rinnovabile, prodotta in Europa” (8), riaffermando il legame tra transizione, sicurezza e tecnologie, in una sorta di nazionalismo energetico e tecnologico che rende imperativo un impegno accelerato e massiccio verso le “tecnologie pulite”.
3) La miniera, la fabbrica e il negozio
3.1 Catene globali di approvvigionamento e valore
La situazione descritta nel capitolo precedente, con una “transizione verde” vincolata alla sicurezza energetica che spinge verso una massiccia domanda di tecnologia, mette alla prova gli attori più rilevanti sulla scena internazionale. Tuttavia, se analizziamo la situazione globale delle filiere delle principali “tecnologie pulite”, possiamo notare quattro posizioni di partenza chiaramente differenziate: dominante, avvantaggiata, importatrice e subordinata.
Da un lato c’è la Cina che detiene una posizione dominante, con una presenza sufficientemente egemonica nelle diverse fasi della catena di approvvigionamento tale da esercitare un elevato grado di controllo e influenza. Nel 2019 la Cina è stata, a livello globale, responsabile del 69% dell’estrazione di cobalto, del 64% di grafite e del 60% di terre rare.
Nelle operazioni di lavorazione dei materiali ha raggiunto il 35% per quanto riguarda il nichel, il 65% per il cobalto, l’87% per le terre rare e il 58% per il litio. Le imprese cinesi hanno inoltre effettuato investimenti significativi in aree di risorse minerarie come l’Australia, il Cile, la Repubblica Democratica del Congo e l’Indonesia. (9)
È stata la Cina, nel 2021, a guidare la fornitura globale di “tecnologia pulita”. Il 65% delle batterie per veicoli elettrici, circa il 60% dei pannelli fotovoltaici e delle turbine eoliche e il 40% degli elettrolizzatori sono stati prodotti in territorio cinese. (10)
Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti che si trovano in una posizione avvantaggiata perché hanno la capacità installata per realizzare la maggior parte delle attività di filiera all’interno dei propri confini: hanno risorse energetiche, minerarie, industriali e domanda interna.
Nel 2020 sono stati il secondo maggior estrattore di terre rare e il sesto per riserve (11), e hanno una filiera ben sviluppata per la mobilità elettrica (saldo commerciale positivo del 3% nel 2021), ma meno per eolico (-38%) e fotovoltaico (-65%), per i quali dipendono dalle importazioni. (12)
Ciò che invece caratterizza maggiormente l’Unione Europea è il suo ruolo di importatrice a causa dell’elevata dipendenza energetica, mineraria e industriale dall’estero, che è in parte il risultato della politica di espansione e delocalizzazione delle multinazionali europee.
Nel 2021 l’UE aveva una dipendenza energetica del 55% e del 54% per i minerali metallici (13). L’UE è un importatore netto di “tecnologie pulite”, ad eccezione dei componenti delle turbine eoliche. Circa un quarto delle automobili e delle batterie elettriche, e quasi tutti i moduli solari fotovoltaici e le celle a combustibile, sono importati dalla Cina, sebbene i veicoli elettrici siano prodotti anche da aziende europee e statunitensi in territorio cinese (14).
Per ultimi ci sono i numerosi paesi del Sud globale, inseriti nelle catene di approvvigionamento globali in forma subordinata attraverso l’estrazione e l’esportazione di beni naturali.
Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, il Perù, il Ghana e l’Indonesia hanno una matrice di esportazione primaria e sono principalmente impegnati nell’estrazione di minerali e nella loro vendita con una raffinazione/trasformazione di base o, in termini economici, a basso valore aggiunto.
Altri paesi, come il Cile, la Bolivia, l’Argentina o il Brasile, hanno diversi progetti di industrializzazione, ma si sono scontrati con barriere interne che vanno dalla loro stessa Costituzione, come nel caso del Cile, a crisi interne, o a governi progressisti privi di una chiara volontà di abbandonare l’estrattivismo, o semplicemente a governi reazionari negazionisti.
Comunque, la maggior parte di questi paesi hanno un denominatore comune: sono sottomessi al debito estero o a trattati commerciali e di investimento che funzionano come strumenti per sostenere la loro subordinazione.
Per entrare in dettaglio nelle posizioni dominanti, avvantaggiate, importatrici e subordinate, nelle seguenti sottosezioni analizzeremo la posizione di questi attori nelle fasi di estrazione, produzione e commercializzazione: la miniera, la fabbrica e il commercio.
Chiarire concetti: estrazione, riserve e risorse. Elementi, metalli, minerali, materie prime e materiali.
L’estrazione si riferisce alle fasi iniziali più elementari dell’attività mineraria, spesso indicate come produzione. Riteniamo che non esista detta produzione perché l’attività consiste nell’estrazione di minerali depositati in natura.
Le riserve sono le materie prime di cui è legalmente, economicamente e tecnicamente possibile l’estrazione. Le riserve variano nel tempo.
Le risorse sono invece il risultato di processi di esplorazione e sono valutate tramite modelli geoscientifici. Anche le risorse variano nel tempo e, quando è possibile estrarle, diventano riserve.
Gli elementi sono il tipo di materia costituita da atomi con lo stesso numero atomico e sono classificati nella tavola periodica.
I metalli sono elementi chimici che sono buoni conduttori di elettricità e calore.
I minerali sono sostanze inorganiche di origine naturale, con una composizione chimica definita e una certa struttura cristallina.
La materia prima è il materiale estratto dalla natura, di origine minerale, vegetale o organica che, attraverso una serie di trasformazioni artigianali o industriali, viene trasformato in prodotti di consumo intermedi o finali.
I materiali sono elementi o composti chimici, sostanze o miscele di sostanze che costituiscono la materia. Nel presente rapporto questo termine viene utilizzato per indicare elementi, composti o rocce di origine naturale estratti dall’attività umana per essere sfruttati.
3.2. La miniera: estrarre gli ingredienti delle “tecnologie pulite”
La prima e fondamentale fase per la produzione delle cosiddette “tecnologie pulite” consiste nel garantire la loro base materiale, ossia gli elementi necessari per la loro produzione. Stiamo parlando di minerali come rame, litio, nichel, manganese, cobalto, grafite, silicio, terre rare, platino, cromo, zinco e materiali sfusi come acciaio, cemento, plastica e alluminio (15).
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| Figura 1 |
Elaborazione degli autori sulla base della Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU (analisi della catena di approvvigionamento e della previsione della domanda di materiali in tecnologie e settori strategici nell’UE).
NOTA: I materiali sono stati suddivisi in due categorie: strategici e critici. Per l’UE, la criticità dei materiali si misura in base alla loro importanza per l’economia e al rischio nelle catene di approvvigionamento (16).
I materiali strategici, invece, sono fondamentali per le tecnologie importanti per la “transizione verde e digitale” dell’Europa, per la difesa e per il settore aerospaziale e possono anche essere soggetti a rischi futuri nella catena di approvvigionamento (17).
Nella tabella, i metalli del gruppo del platino (rutenio, palladio, osmio, iridio, rodio e platino) sono raggruppati insieme. Le terre rare hanno tre sottogruppi: quelle utilizzate per i magneti permanenti, come il neodimio e il disprosio, le terre rare pesanti e quelle leggere.
Nella Figura 1 si può notare come rame e alluminio siano necessari per tutte le tecnologie. Altri materiali sono presenti in 6 tecnologie su 7: il nichel in tutte tranne che nei motori di trazione, mentre boro e silicio non sono presenti nelle batterie agli ioni di litio. Le terre rare per i magneti e il manganese sono presenti in 5 delle 7 tecnologie. (18)
Di seguito sono riportati altri studi che valutano anche l’intensità di utilizzo dei materiali per ciascuna tecnologia (Fig. 2).
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| Figura 2 |
È importante sottolineare che ogni tecnologia ha delle sotto-tecnologie (VI) che, a seconda del loro sviluppo, finiscono per determinare la maggiore o minore intensità di un materiale o di un altro.
In ogni caso, la Figura 3 ribadisce l’elevata importanza del rame e dell’alluminio praticamente per tutte le tecnologie, così come delle terre rare e dello zinco per l’energia eolica, del nichel per l’idrogeno, e del cobalto, del nichel, del litio e anche delle terre rare per i veicoli elettrici e le batterie.
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| Figura 3 |
Proseguendo su questa linea di valutazione dell’intensità mineraria delle tecnologie e della proiezione della loro domanda futura, analizziamo ora il rapporto su Il ruolo dei minerali critici nella transizione verso l’energia pulita dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Per gli scenari ambientali e climatici più ambiziosi, la domanda totale di materiali per le “tecnologie pulite” dovrebbe quadruplicare tra il 2020 e il 2040.
Nello stesso periodo, settori come i veicoli elettrici e le batterie dovrebbero aumentare la loro domanda di 30 volte (19).
Il dettaglio della Figura 3 mostra come lo scenario SDS richieda più materiali rispetto allo STEPS; ovvero, nel quadro della “transizione verde” dell’IEA che promuove lo sviluppo tecnologico senza mettere in discussione il modello economico, una maggiore ambizione climatica richiede un maggiore sfruttamento dei minerali.
SDS significa moltiplicare la domanda di litio per le tecnologie citate per 42, di grafite per 25, di cobalto per 21, di nichel per 19, di manganese per 8 e di terre rare per oltre 7, in soli due decenni (20).
Prendendo come riferimento ambedue gli scenari SDS e STEPS, anche la pubblicazione Metalli per l’energia pulita: modi per risolvere la sfida delle materie prime in Europa, dell’Università di KU Leuven su richiesta di Eurometaux 21, quantifica la differenza tra gli scenari.
Lo SDS, che corrisponde a un’ambizione climatica più elevata secondo l’IEA, rappresenta un’estrazione di 30 megatonnellate all’anno di materiali in più rispetto allo STEPS. Oltre il 50% del fabbisogno totale sarebbe costituito da alluminio, seguito da rame, nichel e zinco.
Le quantità assolute non riflettono l’importanza di minerali come il cobalto o le terre rare per i magneti che, pur essendo estratti in quantità minori, hanno un impatto climatico maggiore per tonnellata nella loro estrazione e raffinazione. (VII).
(2. Continua)
I) A differenza del Build Back Better dell’amministrazione Joe Biden, il governo americano guidato da Donald Trump non ha scommesso su una ripresa verde. Per saperne di più consultare qui.
II) L’elenco dei progetti finanziati tramite NGEU è guidato da grandi aziende europee ed è destinato principalmente ai settori della mobilità elettrica, dell’idrogeno verde e delle energie rinnovabili.
III) Oltre alla contraddizione percepibile di mantenere un discorso di lotta all’emergenza climatica e al finanziamento e all’uso dei combustibili fossili, REPowerEU è riuscita a reindirizzare 225.000 milioni di euro dal Recovery and Resilience Fund, la parte effettiva del NGEU, verso progetti e riforme, consentendo un processo di deroga al principio di non arrecare danni significativi alle infrastrutture e agli impianti energetici che necessitano di soddisfare le immediate esigenze di sicurezza dell’approvvigionamento: Per maggiori informazioni.
IV) I paesi del G7 sono Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. Per vedere il Comunicato dei Ministri del Clima, dell’Energia e dell’Ambiente di aprile 2023 vedere qui.
V) Per l’Agenzia Internazionale dell’Energia, organizzazione OCSE creata dopo la crisi petrolifera del 1973 e punto di riferimento per le istituzioni internazionali, l’energia pulita o tecnologie pulite sono il solare fotovoltaico e termico, gli elettrolizzatori e le celle a combustibile, l’energia eolica onshore e offshore, il biogas/biometano sostenibile, le batterie e stoccaggio, cattura e stoccaggio del carbonio, pompe di calore ed energia geotermica e tecnologie di rete. In questo gruppo vengono considerate anche le tecnologie sostenibili dei combustibili alternativi, le tecnologie avanzate per produrre energia da processi nucleari con residui minimi nel ciclo del combustibile, piccoli reattori modulari e i migliori combustibili correlati. In questo testo faremo riferimento principalmente all’eolico, al fotovoltaico e alla mobilità elettrica e, in alcuni casi, alle celle a combustibile, agli elettrolizzatori e alle pompe di calore.
VI) Le batterie più comunemente utilizzate nei veicoli elettrici sono agli ioni di litio. All’interno di questa categoria possiamo trovare batterie al litio-ossido di cobalto (LCO), al nichel-cobalto-ossido di alluminio (NCA) e alle batterie al nichel-manganese-cobalto (NMC). Gli NMC si dividono a loro volta in base alle proporzioni di manganese, cobalto e nichel nella chimica del catodo. Esistono anche altre composizioni di batterie al litio che non contengono cobalto come ossido di litio manganese (LMO) e litio ferro fosfato (LFP). Per ulteriori informazioni, vedere: Martín Lallana, Jorge Torrubia e Alicia Valero (2023). Minerali per la transizione energetica e digitale in Spagna: stato dell’arte, revisione delle politiche pubbliche e delle alternative. CIRCE – Universidad de Zaragoza, encargado por Amigos de la Tierra España. Disponibile qui.
VII) La produzione di una tonnellata di solfato di cobalto o di ossido di neodimio emette rispettivamente 16,73 tonnellate e 65,80 tonnellate di CO2 equivalente. Per maggiori informazioni.
Note
1) Pérez, Alfons (2021). Pactos verdes en tiempos de pandemias. El futuro se disputa ahora. Observatori del Deute en la Globalització, Libros en Acción e Icaria editorial. Disponibile qui.
2) Organización Mundial de la Salud (27/04/2020). COVID-19: cronología de la actuación de la OMS. Disponibile qui.
3) OECD. Focus on Green Recovery. Disponibile qui.
4) Scherer, Nicola; González, Erika y Blázquez, Nuria (2021). Guía Next Generation EU: más sombras que luces. Ecologistas en Acción, Observatorio de Multinacionales en América Latina y Observatorio de la Deuda en la Globalización. Disponibile qui.
5) Comisión Europea (30/08/2021). Do No Significant Harm. Disponibile qui.
6) Observatorio de la Deuda en la Globalización (28/07/2022). Crisis energética en Europa, ¿qué podemos esperar?. Disponibile qui.
7) G7 Climate, Energy and Environment Ministers (16/04/2023). G7 Climate, Energy and Environment Ministers’ Communiqué [Comunicato]. Disponibile qui.
8) Unión Europea. You are Europe [Web].
9) International Energy Agency. (Maggio 2021). The Role of Critical World Energy Outlook Special Report Minerals in Clean Energy Transitions [Report]. Disponibile qui.
10) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives [Report]. Disponibile qui.
11) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.
12) International Energy Agency (2023). Energy Technology Perspectives… op.cit.
13) Eurostat. Energy statistics – an overview. Recuperato il 9 giugno 2023, da qui.
14) International Energy Agency (2023). Clean Energy Supply Chains. Energy Technology Perspectives [Web]. Disponibile qui.
15) International Energy Agency (2023). Mining and Materials Production [Web]. Disponibile qui.
16) Comisión Europea. Materias primas críticas. Recuperato il 9 giugno del 2023 da qui.
17) Comisión Europea. Critical Raw Materials: ensuring secure and sustainable supply chains for EU’s green and digital future [comunicato stampa].
18) Oficina de Publicaciones de la Unión Europea. Supply chain analysis and material demand forecast in strategic technologies and sectors in the EU [Report].
19) International Energy Agency. (Maggio 2021)…, op.cit.
20) Ibid.
21) KU Leuven (Abril 2022) Metals for Clean Energy: Pathways to solving Europe’s raw materials challenge Eurometaux. Encargado por Eurometaux. Da qui.
Fonte



