Pochi giorni fa si è svolto a Cesena il convegno di Energia Popolare,
la «non-corrente» (sic) bonacciniana del Partito Democratico. Tra gli
ospiti Romano Prodi, che ha parlato della necessità, da
parte del PD, di un «radicalismo dolce». Numerosi gli articoli e i
servizi tv – per non dire delle photo opportunities su Facebook
e Instagram – dedicati a quest’ennesimo pseudoevento politicante,
ovviamente svoltosi in una sala con l’aria condizionata.
Mentre i
notabili di Bonaccini – tutti con curriculum ominosi: alfieri della
cementificazione, difensori di un’economia ecocida, favorevoli ai
rigassificatori e quant’altro – se la cantavano e se l’applaudivano, nel
mondo si batteva ogni record di temperatura
e aumentava la frequenza di fenomeni estremi e disastri. L’Europa
cuoceva a fuoco rapido. Le foreste canadesi bruciavano da mesi. Il fumo
faceva tossire persone a migliaia di chilometri di distanza.
In capo a poche ore, sulla stessa Romagna che ospitava il convegno si sarebbe abbattuta, di nuovo, la furia degli elementi. Ma l’aria condizionata dà sollievo, aiuta a non pensare, a continuare col tran tran anche se fuori, letteralmente, si crepa di caldo e le città sono sempre più roventi... anche a causa dei condizionatori.
La mente condizionata della classe dominante
Quello
che chiamano «mercato» è un circolo vizioso di stupidità e
brevimiranza. Il mercato ha una mente bacata: se gli chiedi la soluzione
al problema dell’afa, ti venderà macchine che aggravano il fenomeno,
pompando aria calda all’esterno e aumentando consumi di elettricità ed emissioni climalteranti.
La maggior parte di noi ha un’esperienza dell’aria condizionata intermittente, passa da ambienti con ad altri senza,
e da spazi chiusi a spazi aperti. Della canicola, quantomeno, se ne
accorge. Invece la classe dirigente, a ogni livello, vive in una bolla
pressoché interamente condizionata, passa da un ambiente di comfort
artificiale all’altro, e crede di poter continuare a farlo. È uno dei
fattori che rendono la gravità della situazione non ponderabile, impensabile. Lo ha detto bene un’attivista climatica filippina, Natasha Tanjutco, intervistata dal New Yorker: «No one can make a proper decision from an air-conditioned room».
Bisognerebbe
sabotare gli impianti di condizionamento delle sedi istituzionali e dei
quartieri generali delle grandi aziende, per vedere l’effetto che fa.
«La Romagna batte l’alluvione»
Il
20 luglio, accanto agli articoli al vuoto pneumatico sul convegno di
Energia Popolare, il supplemento bolognese del «Corriere della sera»
sparava un titolo che attirava la nostra attenzione:
Crescono fatturati e occupati, la Romagna batte l’alluvione: «Ora intervenire sui mutui»
Si
parlava di un rapporto di Confindustria Emilia-Romagna. Siamo abituati
da tempo all’angustia mentale e all’indolenza intellettuale dei padroni,
eppure il titolo ci è parso oltraggioso – viste tutte le persone ancora
in ginocchio, rovinate, traumatizzate – e soprattutto idiota,
proprio nel senso originario di incompetente, ignorante. Tra noi abbiamo
commentato: «La Romagna batte l’alluvione... fino alla prossima pioggia».
Di lì a poco, neanche a farlo apposta,
sulla Romagna e sull’Emilia orientale, come in altre parti di val
Padana, sono cadute grandinate inaudite, palle di ghiaccio del diametro
di 10-15 centimetri hanno devastato le coltivazioni risparmiate dal
fango del maggio scorso. È una conseguenza del surriscaldamento
dell’atmosfera: l’aria calda rispinge più volte verso l’alto i chicchi
di grandine, che continuano a ingrossarsi, e quando finalmente cadono
sono enormi.
Oltre alla grandine, tempeste «downburst» – impropriamente chiamate «trombe d’aria» – hanno colpito diversi centri, tra i quali Conselice,
cittadina-simbolo dell’alluvione, scoperchiando tetti, distruggendo
automobili, abbattendo decine di alberi e persino tralicci.
«Le prime tre file di ombrelloni»
Nel
mentre, poco più a Sud, si abbatteva un’onda definita «anomala». Così
la raccontava il 22/07 l’edizione pesarese del Resto del Carlino:
«Mentre
la gente prendeva il sole e, a pochi chilometri da lì, in Emilia
Romagna, una tempesta di grandine e vento aveva travolto gran parte
della regione, si è formato un improvviso cumulo di nubi sempre più
scuro, come se stesse per abbattersi sulla spiaggia una tromba d’aria.
Raffiche di vento sempre più vigorose hanno cominciato a battere la
spiaggia. Poi è stata questione di qualche secondo: un’ondata, o meglio
un’improvvisa marea, ha raggiunto le prime tre file degli ombrelloni […]
L’evento si è manifestato con intensità diversa un po’ su tutta la
riviera, da levante a ponente fino a Senigallia, Portonovo e Ancona.»
Episodio
meno anomalo di quanto sembri: rientra nel sempre più frequente
susseguirsi di «mareggiate» che in realtà semplici mareggiate non sono.
Finora accadeva più spesso d’inverno, quando al mare non c’era nessuno.
Stavolta – ma non è la prima – ne hanno fatto esperienza i turisti. Non
sono semplici mareggiate bensì manifestazioni di eustatismo, cioè di innalzamento del livello del mare dovuto al suo riscaldamento e al disgelo delle calotte polari.
Lo facciamo notare da anni:
svariati studi dicono che entro il 2100 l’Adriatico potrebbe alzarsi di
circa un metro e sommergere l’attuale entroterra nord-adriatico. I
territori in cui entrerebbe più a fondo sono i polesini veneti e
ferraresi, ma è a rischio un’area che va dal nord delle Marche a
Trieste.
Il fenomeno è già in corso. Una sua avanguardia è il «cuneo salino»,
la risalita dell’acqua di mare lungo corsi d’acqua indeboliti da lunghi
periodi di siccità. Durante l’estate, l’acqua salata risale il corso del
Po di decine di chilometri. Quell’acqua non solo è inutilizzabile per
irrigare i campi, ma permea il terreno, mettendo in pericolo la
vegetazione e nel tempo contaminando le falde d’acqua potabile.
Non
è che l’inizio del problema, perché quella che arriverebbe nei
territori non sarebbe semplice acqua, ma una melma altamente infetta e
tossica.
Dopo decenni di speculazioni spinte dal turismo di massa,
la costa adriatica è pesantemente urbanizzata, cementificata. Passando
in quelle aree, l’acqua salata si comporterebbe come quella dei fiumi
emiliano-romagnoli esondati nel maggio scorso. Le alluvioni hanno fatto
scoppiare le fogne, travolto cassonetti e discariche, trascinato via
quantità inimmaginabili di liquami e spazzatura, strappato a case,
negozi, magazzini e fabbriche ogni sorta di sostanze chimiche e
carburanti. «Consumo di suolo» vuol dire anche questo: sempre più schifezze sono dove non dovrebbero essere.
L’acqua del mare farebbe lo stesso, ma su una scala ben più vasta.
Nelle
proiezioni da qui al 2100, la linea di costa recede in modo drastico,
cedendo terreno a un Adriatico – questo nelle mappe non si vede – via
via più inquinato. Un vasto entroterra reso inabitabile, profughi
climatici, scomparsa di terreni agricoli, perdita di falde d’acqua
potabile, inquinamento dell’aria, miasmi annusabili a decine e decine di
chilometri di distanza... Anche i territori non raggiunti direttamente
dalla melma subirebbero conseguenze gravissime.
Accadrà, se non si fa qualcosa prima, qualcosa che non sia un mero rattoppo, un tentativo di prolungare il presente e ritardare l’inevitabile.
Fai il bagno in mare e ti viene la candida
Già
oggi, dopo l’arrivo dei fanghi delle alluvioni, in riviera l’Adriatico è
una broda infetta. Un’amica farmacista ci racconta che decine di
persone le chiedono prodotti contro infezioni genitali e intestinali,
tutte insorte dopo il weekend in spiaggia. Altre testimonianze parlano
di eczemi ed eruzioni cutanee di vario genere. «Correlazione non è
causalità», ma è lecito pensare che la decisione di dichiarare
l’Adriatico balneabile sia stata più politica che altro.
Qualcuno ci ha detto che il mare fa schifo al tocco. «Raramente
l’ho trovato così sporco», riferisce un amico. Forse dovremmo
rovesciare l’assunto: difficilmente lo vedremo ancora così pulito.
La testa nella sabbia
Da qualunque parte lo si guardi, il turismo balneare in riviera non
ha futuro, è condannato. Già oggi è tenuto in vita con un meccanismo che
pare escogitato da Zeus per punire Sisifo: ogni anno, in vista della stagione, si importano colossali quantità di sabbia – da altri luoghi devastati ad hoc – per ricreare le spiagge consumate.
Su quest’aspetto e altri che riguardano l’erosione delle nostre coste consigliamo l’agile ma denso libretto di Alex Giuzio La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane (Edizioni dell’Asino, Bologna, 2022).
Giuzio
descrive molto bene il convergere di vari processi: la cementificazione
e le attività estrattive targate ENI causano subsidenza – abbassamento
del suolo – proprio mentre il mare s’innalza. Descrive anche una classe
di amministratori che
«davanti all’inevitabilità del
problema, anziché ragionare di piani di arretramento gestito,
interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e
decementificazione delle attività turistico-balneari, si sono sempre
concentrati a conservare una situazione a misura di turista, limitandosi
a ributtare ogni inverno la sabbia perduta per far trovare la spiaggia
pronta per la stagione degli ombrelloni.»
Amministratori non solo miopi ma servi dei servi di ENI:
«Nel
ravennate, per esempio, le piattaforme “Angela” e “Angelina” di ENI –
situate ad appena due chilometri dalla costa – hanno provocato
l’abbassamento del suolo di 45 centimetri dal 1984 al 2011, con le
spiagge di Lido di Dante, Lido Adriano e Punta Marina che sono
letteralmente sprofondate e che sono oggetto di continui ripascimenti
finanziati in parte da fondi pubblici e in parte dalla stessa ENI: la
potente multinazionale dal 1993 firma infatti un accordo triennale col
Comune di Ravenna che prevede il versamento di cifre importanti (nel
triennio 2018-2020, l’ultimo disponibile, si trattava di tre milioni di
euro all’anno) a titolo di compensazione dell’impatto ambientale della
propria attività estrattiva al largo. Tali fondi sono usati soprattutto
per costruire e manutenere i pennelli anti-erosione e per ripristinare
con i ripascimenti la sabbia perduta […] oltre a questi tre milioni di
euro annui, la presenza di ENI nel ravennate significa migliaia di posti
di lavoro e altri milioni di euro in sponsorizzazioni per qualsiasi
evento culturale e sportivo – dalle stagioni teatrali alle partite di
volley e pallacanestro, dai concerti di Riccardo Muti al “mese
dell’albero in festa” durante il quale i bambini di tutte le scuole
elementari e dell’infanzia piantano nuovi alberi – cittadini e
amministratori locali non sono propensi a contestare la potente
multinazionale.»
En passant: stante questa
subalternità ai combustibili fossili, a chi li estrae e a chi ne
incentiva l’uso, non c’era da attendersi alcun dissenso sul
rigassificatore a Ravenna. Certo non a livello locale, e nemmeno a
livello regionale: Bonaccini il rigassificatore lo volle, sempre volle,
fortissimamente volle, tanto da “blindarlo” contro le critiche – comunque poche – circolate nella sua coalizione.
Non rattoppi ma ripristino di ecosistemi
Non
si può continuare così. Né si può pensare di ergere dighe o scogliere
artificiali pur di tenere in vita il turismo e, in generale, lo status
quo.
Giuzio accenna a «piani di arretramento gestito, interruzione
delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione
delle attività turistico-balneari».
Per convertire l’attuale economia rivierasca è indispensabile partire da una constatazione: quel modello è comunque destinato al tracollo.
Permetteteci, da scrittori, di mediare al rialzo,
cioè di prefigurare scenari che i politici non osano o non sono in
grado di immaginare. Tanto saranno loro a mediare al ribasso, in nome di
una realpolitik sempre più staccata dalla realtà.
La costa
adriatica va decementificata e depavimentata il più possibile, per
ripristinare gli ecosistemi precedenti all’urbanizzazione – dune e
foresta litoranea – e, in alcuni casi, alle bonifiche.
Attuate un
po’ ovunque negli immediati entroterra di Friuli, Veneto ed
Emilia-Romagna, dalla fine dell’Ottocento a oggi le bonifiche hanno
privato quei territori di preziose zone umide, ecosistemi ideali a catturare e immagazzinare carbonio.
All’epoca dei prosciugamenti non si poteva sapere, e l’ordine di
problemi era un altro, ma oggi si sa, e avrebbe senso invertire la
rotta. Del resto, molte bonifiche furono controverse, contestate già
all’epoca e oggi ritenute fallimentari. Sul caso ferrarese, si può
vedere il bel documentario Dall’acqua ai campi, dai campi al silenzio (2016).
I
posti di lavoro – sovente lavoro precario, supersfruttato, sottopagato –
nel turismo di massa sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti
impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del
territorio e da un grande recupero, seguito da una cura perenne, degli
ecosistemi.
Tutto questo costituirebbe una barriera reale e sensata all’erosione
costiera e alla catastrofe ambientale nell’entroterra. Non solo:
potrebbe attrarre una nuova curiosità ecologica ed estetica, su cui
fondare un “turismo” – urge coniare un nuovo termine – lontano da quello
omologato e rapace di oggi.
È un approccio che si può traslare e
adattare a tutti i territori minacciati. Alcuni dei quali possono
diventare strategici laboratori. È il caso del basso ferrarese, del quale ci siamo più volte occupati, e su cui torneremo.
È
chiaro che simili suggestioni vanno contro l’interesse immediato di
troppe lobby e potentati economici, contro abitudini diffuse e
consolidate, contro la spinta inerziale dell’esistente. Per questo non
verranno mai raccolte dall’attuale classe dirigente – locale, regionale,
nazionale o europea che sia. Classe dirigente di cui sarebbe d’uopo, e
urgente, sbarazzarsi.
La precondizione per sbarazzarsene è saper immaginare un futuro diverso.
I punti di forza erano in realtà punti deboli
La
val padana – cuore pompante del capitalismo italiano, nonché area tra
le più inquinate, cementificate e surriscaldate d’Europa – è il
territorio che subisce nel modo più spettacolare gli sconquassi del caos
climatico.
In val padana, l’Emilia-Romagna è la regione più flagellata da eventi «estremi». E non è un caso.
Come abbiamo scritto in articoli precedenti,
le attività e produzioni su cui si basano il mitico «benessere» e il
mitico «buongoverno» emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e
climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza
dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e
tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo
di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti
di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano
ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati
con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.
Facciamo un solo esempio: la plastica.
La plastica ci sta avvelenando,
come ha titolato di recente il New Yorker. Lo fa perché si decompone in
micro e nanoplastiche (MNP) che si disperdono nell’ambiente,
raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, infiltrando gli
organismi a monte e a valle della catena alimentare. Il mare è pieno di
MNP. Tutto è pieno di MNP. Le mangiamo e le beviamo. S’infilano nel nostro cervello e aumentano il rischio di Alzheimer e altre malattie degenerative; sono nei nostri fluidi corporei e mettono a forte rischio la fertilità maschile (andrebbe
fatto notare ai fascisti, che si lamentano della «denatalità» e al
tempo stesso difendono l’industria della plastica!); sono nella placenta umana, ancora non si sa con quali conseguenze.
Riciclare la plastica non solo è una falsa soluzione, ma aggrava il problema, perché il processo produce ulteriori microplastiche e secondo sempre più ricerche la plastica risultante è tossica e può contaminare gli alimenti con cui entra a contatto.
Come? La «bioplastica»? Ma figurarsi... La bioplastica, o «plastica compostabile», è plastica e basta. Il suo uso è al centro di una grande truffa ideologica. Come ha ben titolato The Atlantic, «la plastica compostabile è spazzatura».
L’unica
via praticabile è vietare la produzione e l’uso di plastica monouso,
superare la cultura dell’usa-e-getta. Poi andranno trovati modi di
decontaminare, rimuovere la maggior quantità possibile di plastica dai
corsi d’acqua, dai mari, dall’ambiente. Ma prima va fermata la
produzione.
A fronte di tutto questo, è accettabile, è all’altezza della
situazione e delle sfide del nostro tempo il fatto che in Emilia-Romagna
la «Packaging Valley» sia considerata un’eccellenza, un fiore
all’occhiello, una realtà da tutelare così com’è, anziché un grosso problema?
Parliamo delle circa duecento aziende situate nel cuore dell’Emilia che fabbricano, citiamo da un entusiasta reportage del Sole 24 Ore,
«apparecchi
che dosano e impacchettano sigarette, medicine, saponi, cosmetici,
bibite, alimenti, mobili... Tutto ciò che ogni giorno passa tra le nostre
mani con una confezione rigida o flessibile attorno».
Produzione incentrata sulla plastica, finalizzata alla diffusione di plastica, fondata sulla cultura dell’usa-e-getta.
Sono
le stesse aziende che dal 2019 si sono opposte a una modesta,
inadeguata tassa sull’uso di plastica monouso per gli imballaggi,
neanche fosse una misura rivoluzionaria, facendone rinviare
l’introduzione e infine riuscendo a farla saltare.
Bonaccini, com’è ovvio, stava dalla loro parte.
La destra, la «sinistra» e l’ipocrisia climatica
Il
caso di studio dell’Emilia-Romagna dimostra... plasticamente che il
problema non sta solo nella destra «negazionista» e nel circolo vizioso
da cui essa trae beneficio, ben descritto da George Monbiot sul Guardian:
«Mentre
l’impatto dei nostri consumi si fa sentire a migliaia di chilometri di
distanza e le persone arrivano ai nostri confini cercando disperatamente
rifugio da una crisi che non hanno avuto quasi nessun ruolo nel causare
– crisi che può includere vere inondazioni e vere siccità – [le destre]
annunciano, senza un briciolo di ironia, che siamo “inondati” o
“prosciugati” dai profughi, e milioni di persone si uniscono al loro
appello a sigillare i nostri confini […] Quando i governi si spostano a
destra, bloccano le politiche volte a limitare il collasso climatico
[…] Se volete sapere come si presenta un possibile futuro – un futuro in
cui si permette a questo ciclo di accelerare – pensate al trattamento
dei rifugiati attuali, amplificato di diversi ordini di grandezza. Già
oggi, alle frontiere europee, i profughi sono respinti in mare. Vengono
imprigionati, aggrediti e usati come capri espiatori dall’estrema
destra, che allarga il proprio appeal incolpandoli di mali in realtà
causati dall’austerità, dalla disuguaglianza e dal crescente potere del
denaro in politica […] Ovunque, possiamo aspettarci che il successo
[della destra] sia seguito da una riduzione delle politiche climatiche,
con il risultato che un numero sempre maggiore di persone non avrà altra
scelta se non quella di cercare rifugio nelle zone sempre più ristrette
in cui la nicchia climatica vivibile rimane aperta: spesso proprio le
nazioni le cui politiche li hanno cacciati dalle loro case.»
Vero, ma parziale.
Con
tutto lo schifo che fa l’estrema destra, e con tutti i pericoli che
d’ora in poi ci farà correre, la maggiore responsabilità dell’attuale
situazione ce l’hanno il centro e la «sinistra» neoliberali. Sono stati
loro a governare la globalizzazione capitalistica climalterante, a farci
sprecare tempo prezioso con finte politiche climatiche come l’«Emission
Trading», e sono loro a fare greenwashing mentre tutelano gli interessi
di multinazionali ecocide e portano avanti i modelli di sempre.
Quanto
agli orrori dei respingimenti, dei porti chiusi e delle morti in mare,
delle detenzioni e violenze in Libia, l’ideologo di tutto questo è stato
Marco Minniti, dirigente del PD, dal dicembre 2016 al
giugno 2018 ministro degli interni di un governo italiano di
«centrosinistra». È un dato di fatto noto a livello internazionale,
tanto che, nel marzo 2019, Minniti fu accolto alla London School of Economics da contestatori e contestatrici con le mani imbrattate di sangue finto.
Tornando alle questioni climatiche, mentre la destra dichiarata se ne
fotte in modo esplicito, la «sinistra» è più ipocrita: finge di averle a
cuore, ma se ne fotte almeno altrettanto.
Se c’è un luogo dove
tale atteggiamento è giunto al suo picco, quel luogo è l’Emilia-Romagna.
E se c’è una capitale dell’ipocrisia climatica, quella è Bologna.
Qui da noi si può definire «opera simbolo della transizione ecologica»
un’autostrada a diciotto corsie che passerebbe dentro la città,
aumentando il traffico urbano – sono stime dei proponenti stessi – di
25.000 veicoli al giorno e facendo da volano a decine di altre opere
asfaltizie – allargamenti, raccordi, bretelle, svincoli, parcheggi – a
Bologna e nel suo circondario.
Qui da noi il Comune disegna erba e fiori intorno ai cassonetti perché «nessuno abbandonerebbe un sacchetto di rifiuti in mezzo a un prato», mentre si distrugge il verde vero, disboscando e buttando giù alberi ovunque.
Non può durare.
Il vento delle tempeste rimuoverà il velo.
Le lotte dovranno fare il resto.
Fonte