Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/09/2026

Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “va tutto bene così”

Lui si chiama Michael E. Mann.

Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri.

Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo.

Mann infatti, è un climatologo e geofisico statunitense, professore alla University of Pennsylvania. È una delle figure più autorevoli nella comunicazione del cambiamento climatico e un deciso oppositore della disinformazione climatica.

Ieri ha scritto un articolo sul Guardian la cui sintesi è che bisogna agire, che bisogna accelerare drasticamente la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite e trasformare la lotta al cambiamento climatico in una priorità politica.

Ripeto: politica.

In questi giorni ho risposto più volte a persone che mi dicono: “cosa possiamo fare?” La risposta è semplice e quanto mai terribile. Lo sappiamo tutti cosa possiamo e cosa DOBBIAMO fare. Solo la politica non lo sa! Politica e media collegati fanno finta di non sapere e spesso, alimentano e aumentano dibattiti per coglioni.

Ricordate queste parole: “Le catastrofi meteorologiche estreme che hanno colpito la scorsa estate sono state una conseguenza inequivocabile del continuo riscaldamento del nostro pianeta. Le politiche dell’attuale amministrazione, elaborate dagli stessi inquinatori, stanno peggiorando la situazione. Donald Trump e i repubblicani al Congresso che lo assecondano continuano a insistere su politiche che favoriscono l’estrazione e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio nel momento in cui dovremmo accelerare il passaggio dalle fonti fossili alle energie pulite”.

Mann scrive che il disastro himalayano è un’immagine concreta di un principio più generale: il riscaldamento globale sta trasformando la probabilità, la violenza e la pericolosità dei fenomeni estremi, e continuare sulla strada attuale significa esporci a rischi sempre maggiori.

L’evento rappresenta un esempio particolarmente evidente di come il riscaldamento globale stia modificando la stabilità degli ambienti montani: il permafrost e il ghiaccio che per millenni hanno contribuito a mantenere coese le montagne si stanno sciogliendo, rendendo più probabili frane, collassi e improvvise inondazioni.

Mann ha inserito però la tragedia nepalese in un quadro molto più ampio. L’estate 2026 è stata caratterizzata da una sequenza eccezionale di ondate di calore, incendi e fenomeni meteorologici estremi negli Stati Uniti e in Europa. E fa riferimento proprio alle ondate di calore europee, responsabili di decine di migliaia di morti, e agli incendi alimentati dalla combinazione di caldo estremo e siccità.

Questi eventi non sono semplicemente coincidenze: la scienza dell’attribuzione permette di quantificare quanto il cambiamento climatico abbia aumentato la probabilità e/o l’intensità di molti eventi estremi.

E nonostante:
  • il silenzio imbarazzante del nostro governo, proprio dove servirebbero misure e piani;
  • il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a dicembre 2023, in cui si affidava l’attuazione ad un Osservatorio che andava istituito entro tre mesi ma che è stato varato dopo due anni, mentre i partiti della maggioranza, a Bruxelles, smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause;
  • la perdita dei raccolti che Confagricoltura calcola in rese scese del 9 per cento, (riso -10%, grano -9%);
  • il conto di tre miliardi di euro ufficializzato da Coldiretti per i danni da caldo e grandine;
fra pochi giorni, col ritorno del fresco, tutto sparirà.

E così mentre parleremo di calcio, quello che abbiamo vissuto sembrerà una minaccia lontana e futura e non una realtà già visibile, misurabile, distruttiva.

Chiudo con una considerazione. Chi ancora argomenta che la transizione verde è “troppo costosa”, che è tutto un bluff, che ci vogliono far comperare le auto elettriche o altre crucianate varie, mi auguro non abbia mai a trovarsi in una catastrofe simile. Tanto meno ad avere la responsabilità di risolvere una catastrofe simile.

Anche perché continuare ad argomentare con tesi che possono solo far crescere il dibattito in un oceano di analfabeti, non solo è controproducente ma ormai ha un intento CRIMINALE.

Fonti

https://wgms.ch/global-glacier-state/

https://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/

https://www.worldweatherattribution.org/climate-change…/


Fonte

27/04/2026

24 miliardi di costi energetici aggiuntivi per la UE in due mesi di aggressione all’Iran

Il messaggio che è arrivato dalla Commissione Europea con la presentazione, il 22 aprile, del piano AccelerateEU, “per far fronte all’aumento dei costi energetici e ridurre ulteriormente la dipendenza dai mercati volatili dei combustibili fossili”, è di quelli che palesano l’entità del danno provocato dall’aggressione all’Iran, e anche la debolezza della risposta di Bruxelles.

Dan Jørgensen, Commissario UE per l’Energia, ha presentato insieme alla Vicepresidente Teresa Ribera un pacchetto di misure per far fronte alla mancanza di carburanti e all’incremento dei prezzi energetici, e non ha nascosto la realtà economica brutale che l’imperialismo scaricherà sulle tasche delle classi popolari: secondo la Commissione, i costi aggiuntivi dovuto alla crisi nel Vicino Oriente ammontano a circa 500 milioni di euro al giorno, per un totale di 24 miliardi di euro.

Parliamo, per capire l’entità del danno, di un incremento di spesa di circa un milione al giorno per cittadino UE dal 28 febbraio a oggi. Non sorprende, dunque, che Jørgensen abbia dichiarato che le crisi che viviamo è “probabilmente grave quanto quella del 1973 e del 2022 messe insieme”, aggiungendo che “ci attendono mesi, o forse addirittura anni, molto difficili”.

Questo perché, ha ricordato il Commissario, oltre al blocco dei flussi c’è da ricostruire ampi pezzi dell’infrastruttura del gas dei paesi del Golfo. I mercati lo sanno, e la previsione che ne deriva è automatica: i prezzi non si stabilizzeranno ai livelli prebellici per molto tempo. Ma la strategia di Bruxelles per arginare il colpo appare come una toppa raffazzonata, e persino contrastata ai vertici comunitari.

Le raccomandazioni di AccelerateEU agli stati membri contengono l’esortazione a fornire buoni energetici (voucher), redditi di sostegno e tariffe sociali per le famiglie più vulnerabili; l’introduzione di abbonamenti unici a tariffa flat per bus e treni, incentivi per le cargo bike e il congelamento dei prezzi dei biglietti ferroviari; incentivi fiscali per pompe di calore, pannelli solari e la sostituzione delle cucine a gas con quelle elettriche.

Ad aver provocato un certo scontro è stata la richiesta di cinque paesi (Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria, a cui si è aggiunto poi il Belgio) di tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche. La proposta era quella di sviluppare uno strumento europeo al riguardo, ma la Commissione si è limitata a offrire assistenza nell’elaborazione di misure nazionali: per averne una UE, servirebbe una unanimità che non è affatto scontata.

Questo significa che, per non creare svantaggi competitivi, è probabile che nessuno si muoverà in questo senso. E questo immobilismo della UE è anche il risultato di divisioni interne. Jørgensen evoca scenari cupi sulla carenza di carburanti per l’aviazione, mentre il Commissario ai Trasporti Tzitzikostas ha puntato a rassicurare l’opinione pubblica, confermando che non cambierà nulla nella routine del modello che viviamo.

Sembra che siano state proprio queste pressioni a far sì che sparisse, nel testo finale di AccelerateEU, la raccomandazione sull’obbligo di telelavoro per un giorno a settimana. Riassumendo, sono cinque i pilastri dell’intervento promosso da Bruxelles: coordinamento tra i membri; un nuovo Osservatorio sui combustibili; misure tempestive, mirate e temporanee; l’accelerazione del passaggio a energia pulita autoctona; rafforzamento del sistema delle reti, promozione degli investimenti.

Si tratta di opzioni legate più al tentativo di fare “passar la nottata” piuttosto che risolvere nodi strutturali dell’energia europea. Lo scopo è quello di evitare il panico tra consumatori e mercati, che potrebbe tramutarsi nel colpo decisivo a un’industria già fortemente sollecitata. Persino la transizione ecologica è “pensata” in maniera sbagliata, e tuttavia osteggiata anche in questa forma.

Alcuni membri della Commissione rivendicano i successi del sistema ETS (il mercato delle emissioni), che significa semplicemente pagare per inquinare come prima – giungendo persino a finanziarizzare il disastro ambientale – senza necessariamente abbandonare i combustibili fossili. Eppure, da Ryanair alla Confindustria di Orsini, arrivano critiche e richieste di sospensione di quella che viene vista nei fatti come una tassa.

AccelerateEU arriva più o meno contemporaneamente all’ennesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, e alla conferma dell’abbandono del gas russo dall’inizio del 2027. Nonostante in tanti stanno sottolineando che, per amor di condizioni materiali dell’industria europea, sarebbe un suicidio economico e politico recidere del tutto i legami con Mosca. Ma di suicidi del genere, negli ultimi 4-5 anni, la UE ne ha fatti uno dopo l’altro...

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23/11/2025

La Cop30 si chiude senza una tabella di marcia precisa per superare i fossili

La Cop30 di Belém, in Brasile, la prima a svolgersi dopo che il Pianeta ha registrato una temperatura media globale più alta di 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale (nel 2024), la Cop che è stata definita da più parti come il momento della verità, si è infine conclusa ieri, 22 novembre. Il risultato è ben al di sotto delle aspettative di molti, e ben al di sotto di quel che sarebbe necessario.

Ci si era messo persino un incendio a rendere più complessa la ricerca di un accordo dei rappresentanti dei circa 200 paesi presenti alla foce del Rio delle Amazzoni. Il summit doveva chiudersi il 21 novembre, ma era stata poi prolungata perché, questa volta, sembrava possibile che si chiudesse senza raggiungere una tabella di marcia comune.

Alla fine, il Global Mutirão, termine di origine indigena che indica lo sforzo collettivo verso un obiettivo comune, è stato approvato. Ma la tabella di marcia che manca, ed era fondamentale, è quella sull’abbandono delle fonti fossili. La bozza uscita l’ultimo giorno della Cop, priva di queste indicazioni, era proprio quella che aveva fatto sollevare dubbi sulla possibilità di raggiungere un’intesa, e invece alla fine è stato dato il via libera a cancellare ogni riferimento esplicito a carbone, gas e petrolio, seppur ovviamente in un quadro più ampio.

Oltre 80 paesi sviluppati e in via di sviluppo avevano chiesto che a Belém fosse indicato un percorso scadenzato per la transizione dalle fonti fossili verso quelle sostenibili, in modo tale che tutti i governi fossero chiamati ad adottare un proprio calendario, autonomo ma concreto, per raggiungere l’obiettivo. Lo stesso Lula aveva sostenuto questo appello.

Ma alla fine, anche il presidente brasiliano, dal Sud Africa, dove sta partecipando al G20, ha dovuto accettare cercando di trarne il meglio: “la scienza ha prevalso, il multilateralismo ha vinto”. Se sul primo tema, ovvero sulla conferma della crisi ambientale, non c’è dubbio, l'asserzione che il multilateralismo abbia vinto deve fare i conti con cosa significa vittoria. Si è trattato più di una concertazione, tenendo inoltre presente che gli USA, il paese con la maggior quantità di emissioni pro-capite, non erano presenti.

La Cop28 a Dubai aveva raggiunto l’accordo sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, ma non indicò il come e i tempi. La Cop29 di Baku fallì nel dare definizione a questi nodi, e l’intesa sugli aiuti dovuti dai paesi più ricchi verso lo sforzo della transizione non raggiunse le cifre necessarie: 300 miliardi di dollari l’anno invece dei 1.300 calcolati da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dall’ONU.

A questa Cop, coi paesi produttori di petrolio di traverso, è stato impossibile fare avanzamenti sul lato del percorso per abbandonare i fossili, e lo stesso vale per la deforestazione, sulla quale sono stati semplicemente confermati gli impegni parziali precedenti. Ad ogni modo, sono stati fatti passi avanti sullo spazio di confronto riguardante il taglio delle emissioni.

Sono stati avviati nuovi processi per accelerare la transizione energetica: il Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5 offriranno una serie di strumenti ai paesi per aiutarli nel definire il proprio percorso di abbandono dei fossili, come stabilito alla Cop28 di Dubai. Il presidente della Cop, André Corrêa do Lago, ha inoltre promesso di continuare a lavorare nelle prossime settimane su possibili piani per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e per fermare la deforestazione.

Uno dei pochi successi raggiunti in Brasile è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti indirizzati ai paesi maggiormente a rischio sugli effetti della crisi climatica, i cosiddetti fondi per l’adattamento. Dei 300 miliardi dei paesi ricchi stanziati a Baku, 120 andranno a questi stati più vulnerabili, ma questo target sarà raggiunto entro il 2035, e non entro il 2030 come era stato richiesto dai beneficiari.

Il Commissario Europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, ha affermato che le ambizioni europee erano maggiori, ma anche che l’accordo va sostenuto perché “almeno va nella giusta direzione”. Bisogna sottolineare che Bruxelles punta da tempo ad affermarsi come avanguardia dell’economia verde, anche se questo primato, per installazioni e tecnologie, va alla Cina.

Germania, Francia e Regno Unito avevano addirittura minacciato il veto quando era uscita la bozza senza la roadmap per l’abbandono dei fossili. Ma la realtà è che la UE ha approfittato dell’essere ancora rappresentata da 27 paesi per apparire come paladina dell’ambiente e per intestarsi lo sforzo per l’approvazione del documento finale, mentre alcuni dei suoi membri hanno remato contro impegni radicali.

Infatti, l’Italia si è posta evidentemente in contrasto con passi netti contro i combustibili fossili. Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha dichiarato: “in un momento geopolitico quale quello attuale, dove è finita un’epoca e gli interessi e gli equilibri politici mondiali e quindi automaticamente le alleanze sono molto diverse rispetto al passato, devo dire che era l’unica soluzione fattibile, quindi deve essere vista positivamente, con soddisfazione”.

Il ministro ha aggiunto, riguardo alla tabella di marcia per la fuoriuscita dai fossili: “non è parte del documento della Cop30 perché metà dei paesi sinceramente non condividevano questa posizione”. In realtà, la stessa UE ha fatto fatica a trovare un’intesa sulla riduzione delle emissioni, e pezzi importanti della propria industria, a partire dall’automotive, si sono ribellate all’abbandono dei motori endotermici e anche ai più recenti impegni. In questo modo, Bruxelles ha cercato di trarre il massimo dalla Cop rispondendo anche alle preoccupazioni della sua industria.

Per quanto riguarda il Dragone, infine, il testo finale ha introdotto il riferimento al commercio internazionale che era stato richiesto da Pechino, e con esso “riafferma che le misure per combattere il cambiamento climatico, incluse quelle multilaterali, non dovrebbero costituire uno strumento arbitrario o ingiustificabile di discriminazione o una restrizione al commercio internazionale mascherata”.

Alcuni accordi sono stati presi anche per ciò che riguarda le barriere commerciali correlate al cambiamento climatico. Ciò conferma certo che il multilateralismo ha ancora molto da offrire sul lato della governance globale. Ma anche che la guerra commerciale promossa dagli Stati Uniti è arrivata nel pieno della Cop, nonostante gli States fossero assenti a Belém.

Nonostante le parole di Lula, non si può ignorare come ormai forum come quello della Cop vedano il proprio peso degradarsi, rispetto a uno scenario mondiale frammentato tra aree con interessi contrastanti e non componibili.

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11/08/2025

L’energia rinnovabile è più economica di quella fossile

Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite (ONU) afferma che è stato raggiunto il punto di svolta tra energie rinnovabili e combustibili fossili. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha dichiarato che stiamo entrando nell’era delle rinnovabili e lasciando quella dei combustibili fossili.

Secondo il rapporto, “nel 2024, le rinnovabili hanno costituito il 92,5% di tutta la nuova capacità elettrica aggiunta e il 74% della crescita della generazione elettrica”. Mentre quasi tutto il mondo sta passando sempre più alle rinnovabili, gli Stati Uniti spiccano come unico “dissidente”, con l’amministrazione Trump che nega il cambiamento climatico e continua a sostenere i combustibili fossili.

Non che possano fermare la marcia della storia, ma dato che il tempo a disposizione è già scaduto, gli USA, il secondo maggior emettitore di gas serra e uno dei paesi più ricchi al mondo, possono certamente peggiorare la nostra transizione verso un mondo più caldo.

Secondo il rapporto ONU, il costo delle rinnovabili è diminuito, mentre la loro capacità installata è aumentata significativamente; questo vale soprattutto per gli impianti fotovoltaici (FV), che utilizzano pannelli solari. Gli impianti solari a concentrazione (CSP), che usano lenti/specchi per concentrare i raggi solari e riscaldare l’acqua fino a generare vapore, utilizzato poi in un generatore convenzionale azionato da turbine a vapore, hsnno invece una diffusione inferiore.

Entro la fine di questo decennio, il costo livellato dell’elettricità da questi impianti solari dovrebbe avvicinarsi a quello degli impianti a combustibili fossili. Tuttavia, gli impianti FV con accumulo si sono abbassati di costo, rendendo i CSP un’opzione molto più conveniente oggi, tranne forse nelle regioni desertiche. Il vantaggio dei CSP è che le loro turbine forniscono inerzia, aiutando la stabilità della rete – un problema cruciale per le reti con molti impianti rinnovabili. Come visto nel recente collasso della rete spagnola, il guasto è stato in parte causato dalla mancanza di turbine per fornire sufficiente inerzia rotazionale, riducendo la capacità della rete di gestire le fluttuazioni di frequenza.

Per la prima volta, l’energia solare ed eolica sono ora più economiche del carbone, del gas naturale o del petrolio e rappresentano le opzioni più veloci per installare nuova capacità di generazione elettrica. La differenza negli ultimi 3-5 anni in questa transizione dai fossili alle rinnovabili è evidente. 

Tra il 2010 e il 2022, solare ed eolico sono diventati competitivi in costo con i combustibili fossili, carbone e gas.

Nel 2023, il fotovoltaico su scala industriale e l’eolico onshore avevano costi di generazione inferiori alle fonti fossili.

La tanto discussa transizione alle rinnovabili è finalmente arrivata! La domanda è: abbiamo la volontà politica per fare ciò che non solo è necessario per il clima, ma anche economicamente vantaggioso per tutti? O la vecchia lobby dei fossili, specialmente negli USA, saboterà la transizione dell’umanità verso un futuro a basse emissioni?

Oggi, solare ed eolico sono le fonti energetiche in più rapida crescita e forniscono elettricità a costi ben inferiori ai combustibili fossili. Con il calo dei costi delle batterie, aggiungere accumulatori a livello di rete e sistemi di accumulo idrico a breve termine per stabilizzare la rete è di nuovo economicamente attraente. In altre parole, le rinnovabili sono oggi competitive anche senza considerare i nostri obiettivi climatici. Questo è il vero punto di svolta di cui si parla dagli anni ’80, quando il fotovoltaico ha fatto la sua comparsa.

Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) aveva due obiettivi. Uno era sensibilizzare tutti i paesi sulla necessità di un’azione climatica rapida per prevenire un aumento catastrofico della temperatura globale. L’altro era fornire i mezzi per finanziare la transizione energetica, eliminando gradualmente i combustibili fossili, specialmente nei paesi a basso reddito. L’idea alla base era che i paesi ricchi, avendo già occupato la maggior parte dello spazio carbonio a causa delle loro emissioni passate, avrebbero aiutato i paesi poveri a finanziare questa transizione.

Come sono stati raggiunti questi duplici obiettivi? Mentre i paesi ricchi hanno sempre parlato di obiettivi climatici, fin dall’inizio non hanno mantenuto le promesse di finanziare la transizione energetica dei paesi più poveri. Mentre l’Unione Europea (UE) e il Regno Unito, i maggiori occupanti dello spazio carbonio globale dopo gli USA, hanno investito nella loro transizione alle rinnovabili, gli USA non solo sono usciti due volte dagli accordi climatici globali, ma hanno anche fornito incentivi alle loro compagnie fossili.

Se il presidente George Bush uscì dagli accordi dicendo che “gli stili di vita americani non sono oggetto di negoziati globali”, Trump è andato oltre: non solo nega il cambiamento climatico, ma incentiva le compagnie fossili a bruciare ancora più carburanti e vuole estrarre petrolio e gas persino in Siberia.

I crediti carbonio sono come denaro sporco: i paesi ricchi pagano quelli poveri per creare o mantenere pozzi di assorbimento del carbonio, continuando a usare in modo sconsiderato carbone, petrolio e gas. Spesso si trattava di frodi contabili, con aziende che emettevano crediti falsi, permettendo ai paesi ricchi di continuare a inquinare. Parte di questi soldi sporchi è arrivata anche ad alcuni partner del Sud del mondo, ma la maggior parte è rimasta nei paesi emettitori dei cosiddetti crediti carbonio.

Molte chiacchiere, pochi fatti

Con il costo delle rinnovabili sceso sotto quello delle fonti fossili, che fine fanno le aziende che promuovevano la cattura del carbonio – non attraverso pozzi naturali come le foreste, ma separando fisicamente la CO2 dai gas di scarico dopo la combustione? Questa è l’altra “carota” che ci viene mostrata per giustificare l’uso continuato di petrolio, gas e carbone nei paesi ricchi.

Oggi, l’unico caso in cui la cattura del carbonio ha ancora senso economico è nella separazione della CO2 per “migliorare il recupero del petrolio, iniettandola nei giacimenti per estrarre altro petrolio altrimenti intrappolato nel sottosuolo” (Charles Harvey e Kurt House, New York Times, 16 agosto 2022). Per questo i due autori definiscono la cattura del carbonio “la grande truffa delle major del petrolio”!

L’altro uso dei combustibili fossili è nella produzione del cosiddetto idrogeno grigio, utilizzato per produrre acciaio, ammoniaca, raffinare petrolio, produrre metanolo e plastica. Tuttavia, emette CO2 nell’atmosfera, da qui il nome “grigio”. Le principali aziende coinvolte sono ExxonMobil, Chevron, BP e Shell.

Non sorprende che un’analisi (Li, M., Trencher, G., & Asuka, J., 16 febbraio 2022, PLOS ONE) delle loro attività mostri “una continua dipendenza dal modello di business fossile... Concludiamo che la transizione verso modelli energetici puliti non sta avvenendo, poiché gli investimenti non corrispondono alle dichiarazioni”. In altre parole, le compagnie petrolifere continuano come prima sotto la maschera della cattura del carbonio, dell’idrogeno grigio e tante chiacchiere. Tra l’altro, queste quattro aziende da sole sono responsabili del 10% del riscaldamento globale dal 1965.

Il crollo dei prezzi delle rinnovabili sotto quelli delle fonti fossili significa che oggi le rinnovabili non solo sono un’alternativa più pulita e migliore, ma anche più economica. Sia nella generazione elettrica che nei trasporti, le soluzioni fossili vengono rapidamente sostituite da solare, eolico e veicoli elettrici. Persino l’UE, influenzata da Trump e dagli USA, si sta allontanando dai fossili.

Cina e India stanno investendo pesantemente nelle rinnovabili, con l’India che ha già raggiunto l’obiettivo del 50% di capacità installata in rinnovabili in anticipo. Per molti paesi in via di sviluppo, la via rinnovabile non solo è più ecologica, ma anche più economica.

L’unico paese che fa da spoiler sono gli Stati Uniti, che, pur non essendo più competitivi nella manifattura, credono di poter estrarre “rendite” dagli altri. Questo è il “nuovo ordine mondiale basato su Trump” del G1, invece del “ordine basato su regole” del G7.

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16/05/2025

“Come Xi ha innescato la rivoluzione elettrica della Cina”

Mentre i media “generalisti” – quelli che devono “addomesticare” l’opinione pubblica – parlano della Cina e di altri paesi come “autocrazie” con cui non bisognerebbe avere alcun rapporto, neanche commerciale, i giornali economici – quelli che devono fornire informazioni utili agli “investitori” senza perdersi in chiacchiere ideologiche – provvedono invece a stendere analisi serie sullo sviluppo industriale cinese, identificando anche con chiarezza le ragioni id successi sorprendenti. Senza uguali in Occidente.

La transizione ecologica qui è stata di fatto abbandonata dopo aver scoperto che occorrevano investimenti miliardari che gli Stati non potevano più fare (le regole dell'“austerità” possono essere ignorate solo per il riarmo, pare...) e i “privati” non avevano alcuna intenzione di fare.

In Cina, invece, una sapiente miscela di programmazione, pianificazione, investimenti pubblici, regole incentivanti, investimenti privati “orientati dall’interesse pubblico”, ecc., sta costruendo un sistema di produzione dell’energia basato sulle rinnovabili che garantisce non solo il potenziamento del sistema industriale ma anche la difesa dell’ambiente.

L’analisi è ovviamente piuttosto complessa, ma il Financial Times – la bibbia del neoliberismo occidentale – si è impegnato a delinearla. Il quadro che ne emerge illustra a sufficienza perché l’Occidente sia condannato al declino, anche se il FT non vuol sentirne parlare: lasciare la direzione di marcia in mano al profitto privato ormai garantisce inefficienza e fallimento.

Risultato: è la Cina che sta guidando la nuova “rivoluzione industriale”.

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Quando Xi Jinping ha assunto la leadership del Partito Comunista Cinese alla fine del 2012, ha rapidamente individuato una grave vulnerabilità in materia di sicurezza nazionale. In quel momento la Cina aveva appena sorpassato il Giappone come seconda economia mondiale ed era destinata a diventare presto la principale rivale nucleare armata degli Stati Uniti. Eppure, il Paese con 1,4 miliardi di abitanti era fortemente dipendente dalle forniture energetiche straniere.

La sua dipendenza dalle importazioni di petrolio e carbone era salita a livelli record, esponendo la Cina a possibili interruzioni di approvvigionamento attraverso punti critici delle rotte commerciali, dalle acque contese dello Stretto di Taiwan e del Mar Cinese Meridionale fino allo Stretto di Malacca e all’Oceano Indiano.

Oggi, mentre il mondo è scosso dalla guerra commerciale scatenata da Donald Trump, la prospettiva all’interno del complesso del potere del PCC di Zhongnanhai a Pechino è drasticamente cambiata. La Cina si sta avviando a diventare il primo “elettrostato” al mondo, con una quota crescente della propria energia derivante dall’elettricità e un’economia sempre più trainata da tecnologie pulite.

Questo processo offre a Pechino un cuscinetto strategico contro il disaccoppiamento commerciale e l’aumento delle tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti.

La Cina non solo sta rapidamente avvicinandosi all’autosufficienza energetica da fonti interne sicure, ma esercita anche un enorme potere sui mercati delle risorse e dei materiali alla base delle tecnologie del futuro. Negli ultimi anni il governo ha promosso piani industriali di lungo termine e consistenti investimenti pubblici per far crescere la produzione nazionale di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici, supportata da ingenti sussidi e politiche protezionistiche.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i consumi di derivati del petrolio in Cina hanno ormai raggiunto una quota di saturazione con un potenziale di crescita futuro «molto limitato». Questa tendenza è dovuta in larga parte alla diffusione dei veicoli elettrici nel settore dei trasporti e al passaggio graduale della Cina da un modello economico basato sulla manifattura verso uno più orientato ai servizi.

“Nessuno si era seriamente preoccupato della sicurezza energetica o delle catene di approvvigionamento per armamenti, industrie critiche e cibo, perché tutti pensavano che fossero questioni legate alla Guerra Fredda”, afferma Andrew Gilholm, responsabile dell’analisi sulla Cina presso la società di consulenza Control Risks. “Nel frattempo, la Cina ci lavora da anni”.


Le precedenti rivoluzioni industriali furono guidate prima dal Regno Unito e poi dagli Stati Uniti, compresa la cosiddetta era dell’informazione più recente. Ma è la Cina che oggi guida l’ultima rivoluzione tecnologica globale nell’elettrificazione e nelle energie rinnovabili, affermano analisti del think tank energetico statunitense RMI e altri gruppi di ricerca indipendenti.

E proprio come il petrolio e il gas trainano l’economia degli Stati petroliferi, le tecnologie per l’energia pulita stanno dando un contributo significativo alla crescita cinese.

Questo è stato particolarmente gradito da Pechino in un contesto di rallentamento economico. Secondo un’analisi delle statistiche ufficiali governative condotta dal Centro di Ricerca su Energia e Aria Pulita con sede a Helsinki, i settori dell’energia pulita hanno rappresentato un record del 10% del PIL del paese e hanno trainato un quarto della sua crescita lo scorso anno.

Oltre alla sicurezza energetica, l’elettrificazione – il processo di sostituzione di tecnologie e processi dipendenti dai combustibili fossili con alternative alimentate a elettricità – giocherà un ruolo cruciale negli sforzi per affrontare il cambiamento climatico.

“Non vediamo alcuna via per un’economia a zero emissioni di carbonio se non attraverso una massiccia elettrificazione”, afferma Lord Adair Turner, capo della Commissione per la Transizione Energetica, un’alleanza di aziende globali focalizzate sulle emissioni nette zero.

L’elettricità è “molto più efficiente in numerose applicazioni”, aggiunge Turner, “in particolare nel trasporto su strada e nel riscaldamento residenziale”.

La Cina rimane il maggior produttore mondiale di gas serra e le emissioni del suo settore energetico hanno raggiunto un nuovo record lo scorso anno, trainato dall’aumento del consumo di carbone. Ma i progressi nell’elettrificazione significano che potrebbe compiere significativi passi avanti nella riduzione delle emissioni se iniziasse a eliminare gradualmente il carbone, ancora il combustibile dominante nel suo mix elettrico, nonostante il boom di nuove installazioni di capacità rinnovabile.

Il primo ordine diretto di Xi per “rivoluzionare” il sistema energetico della Cina risale alla metà del 2014, due anni dopo l’inizio della sua leadership.

Secondo i media statali dell’epoca, Xi disse ai leader di un importante gruppo di lavoro economico del partito che il sistema energetico della Cina soffriva di “arretratezza tecnologica” e che il Paese doveva rafforzare la propria sicurezza energetica. L’ascesa della Cina a potenza economica era stata sostenuta da petrolio e carbone. Per decenni, il Paese ha rappresentato oltre la metà della crescita della domanda mondiale di petrolio. Eppure, già dieci anni fa, il tasso di elettrificazione della Cina superava quello dell’Europa e degli Stati Uniti.

Da allora, in quelle economie concorrenti, la quota di elettricità come fonte finale di energia si è stabilizzata intorno al 22%, mentre in Cina è balzata al 30%.

«Molti Paesi occidentali stanno dedicando molto tempo e attenzione alla decarbonizzazione della produzione elettrica, ma sono in ritardo sull’elettrificazione dell’intero sistema», afferma Marie Claire Brisbois, docente di politiche energetiche all’Università del Sussex.

I requisiti chiave per l’elettrificazione – come le riforme di mercato, i cambiamenti nei comportamenti dei consumatori e le scelte di acquisto private – sono risultati molto più facili da attuare per Pechino, aggiunge.


I progressi della Cina riflettono un insieme articolato di politiche volte a soddisfare la richiesta di Xi di una rivoluzione energetica.

Pechino ha investito centinaia di miliardi di dollari nel settore delle tecnologie pulite, sia tramite aziende statali sia nel settore privato, con risorse quasi cinque volte superiori rispetto agli Stati Uniti e quindici volte superiori rispetto al Giappone. Questo ha innescato una nuova fase di crescita per le aziende produttrici di turbine eoliche, pannelli solari, batterie e per lo sviluppo di progetti di energia verde, accelerando l’elettrificazione dell’intero parco veicoli – auto, camion, treni, navi – e degli impianti industriali.

La manifestazione più evidente di questa crescita è il boom dei veicoli elettrici. Quest’anno, le vendite interne di EV – comprese le auto a batteria e gli ibridi plug-in – raggiungeranno circa 12,5 milioni di unità, più del doppio rispetto al 2022. Si tratterebbe della prima volta in cui le auto elettriche superano le vendite dei veicoli a combustione in un grande mercato automobilistico.


Il percorso verso l’elettrificazione è stato potenziato anche dalla rapida espansione della rete ferroviaria moderna del Paese. Secondo i dati ufficiali, lo scorso anno le ferrovie cinesi hanno gestito oltre 4 miliardi di viaggi passeggeri, un record assoluto.

La rete dell’alta velocità si estende per 45.000 km – cinque volte la dimensione di quella dell’UE – e si prevede che raggiungerà i 60.000 km entro il 2030.

Quest’anno, il gruppo ferroviario statale prevede di completare investimenti per oltre 80 miliardi di dollari in infrastrutture ferroviarie.


Ma il pilastro centrale dei piani cinesi per l’elettrificazione è il progetto pluridecennale per aggiornare ed espandere la rete elettrica del Paese. Secondo le previsioni, la Cina spenderà fino a 800 miliardi di dollari entro il 2030 per ammodernare hardware e software del sistema.

In molti Paesi, la spesa per le infrastrutture elettriche segue l’andamento della crescita economica. Tuttavia, Ken Liu, responsabile delle ricerche su rinnovabili, utilities ed energia per la Cina presso UBS, prevede per quest’anno investimenti nella rete pari al 10% del totale degli investimenti fissi, un ritmo di crescita annua composta di circa il 5% fino al 2030 – significativamente più rapido della crescita economica prevista – «a causa della tendenza all’elettrificazione», afferma.

Una parte importante di questa spesa sarà destinata alle linee ad altissima tensione (UHV): secondo UBS, si tratta di circa 100 miliardi di RMB (13,8 miliardi di dollari) quest’anno e 110 miliardi nei prossimi anni. La Cina possiede già oltre 40 di queste linee, che permettono di trasportare l’elettricità solare ed eolica prodotta nei deserti occidentali dello Xinjiang e del Gansu verso i centri industriali nel sud e nell’est del Paese.

Sostenuta da questi investimenti statali a lungo termine nella rete elettrica, la Cina è sulla buona strada per ottenere il 50% della propria energia da fonti a basse emissioni di carbonio – idroelettrico, solare, eolico, nucleare e sistemi di accumulo – entro il 2028. Circa dieci anni dopo, la capacità combinata di solare ed eolico dovrebbe superare, per la prima volta, quella della produzione elettrica a carbone.


La spinta all’elettrificazione ha modellato anche la politica industriale del Paese. Alcuni grandi gruppi cinesi nel solare stanno investendo miliardi ogni anno in ricerca e sviluppo.

Questo include anche un cambio di rotta dal polisilicio – di cui la Cina già controlla l’80% del mercato – verso nuovi materiali potenzialmente rivoluzionari, come le celle al perovskite, fino a 20 volte più sottili.

Allo stesso modo, nel settore eolico, diverse aziende cinesi concorrenti stanno cercando di produrre turbine sempre più grandi a costi inferiori.

A settembre scorso, il gruppo Ming Yang Wind Power, con sede nel Guangdong, ha annunciato quella che sostiene essere la più grande turbina eolica offshore al mondo, da 20 MW, nei pressi dell’isola di Hainan – più del doppio rispetto ai progetti all’avanguardia sviluppati da ingegneri europei e americani appena dieci anni fa. Un mese dopo, Dongfang Electric, con sede a Chengdu, ha dichiarato di aver costruito una turbina ancora più grande in uno stabilimento nel Fujian, nella Cina sudorientale.

Questa competizione ha ridotto significativamente i costi dei progetti eolici offshore: secondo i dati della società di consulenza Wood Mackenzie, il costo per megawattora è passato da 95 dollari nel 2020 a 55 dollari nel 2024, un livello inferiore rispetto alla produzione a carbone convenzionale.

È una storia simile anche per lo stoccaggio di energia. I due principali gruppi cinesi di batterie, CATL e BYD, destinano ciascuno circa il 5% dei loro ricavi annuali — rispettivamente 50 miliardi e 100 miliardi di dollari lo scorso anno — a iniziative mirate a ottenere progressi incrementali nei materiali all’avanguardia, nella chimica e nei processi produttivi, oltre che alla ricerca fondamentale a lungo termine.

I loro progressi tecnologici, uniti ai vantaggi derivanti dalle economie di scala, hanno portato a forti riduzioni dei costi delle batterie al litio, sia per i veicoli elettrici (EV) sia per lo stoccaggio di energia a supporto dell’uso di eolico e solare in Cina.


Queste politiche di successo sono supportate anche dall’istituzione di un sistema basato sul mercato per la distribuzione dell’elettricità tra le regioni cinesi. In una decisione storica, Pechino ha stabilito che, da giugno di quest’anno, i nuovi progetti di energia rinnovabile saranno soggetti a prezzi di mercato. Si prevede che ciò comporterà, nel breve termine, un impatto negativo su alcuni grandi progetti eolici, solari e di batterie, poiché i nuovi prezzi verranno inclusi nei piani di investimento.

Tuttavia, l’introduzione di mercati elettrici competitivi — che mettono in diretta concorrenza prezzi di fonti fossili e rinnovabili — è vista come un passo necessario per ridurre gradualmente l’uso di carbone e gas per la produzione di elettricità nei prossimi decenni.

L’impegno della Cina verso i combustibili fossili presenta un quadro misto. Da un lato, ci sono segnali che il Paese sia vicino al picco del consumo di petrolio, dato che nel 2023 le importazioni sono diminuite per la prima volta in decenni (escludendo il periodo della pandemia). Gli analisti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) hanno osservato che gli usi del petrolio per combustione in Cina si sono stabilizzati, con “potenzialità di crescita molto limitate” in futuro, una tendenza dovuta soprattutto all’adozione di veicoli elettrici nel settore dei trasporti e al passaggio graduale dell’economia cinese dalla manifattura ai servizi.

Eppure, nello stesso anno, la Cina ha avviato la costruzione del maggior numero di centrali a carbone dell’ultimo decennio, secondo Global Energy Monitor, e continua a finanziare progetti a carbone all’estero nonostante l’impegno del 2021 del presidente Xi a fermarli.

Tuttavia, in seguito al doppio impegno di Xi secondo cui le emissioni di carbonio della Cina raggiungeranno il picco prima del 2030 e il Paese raggiungerà la neutralità carbonica entro il 2060, il carbone è destinato a essere sempre più usato come riserva per un sistema elettrico dominato dalle rinnovabili.

“Il mondo ha sottovalutato quanto siano diminuiti i costi dell’energia rinnovabile in Cina”, afferma Yanmei Xie, esperta indipendente di politica industriale cinese. “Hanno aperto il mercato delle rinnovabili al pricing di mercato perché erano fiduciosi che fosse competitivo rispetto all’energia tradizionale”.


Secondo una ricerca del Rocky Mountain Institute (RMI), prezzi dell’elettricità bassi sono essenziali per l’elettrificazione, come dimostra il caso cinese, dove tali prezzi hanno aumentato i consumi. L’analisi mostra che i Paesi che non riescono a ridurre i prezzi faticano a elettrificare i propri sistemi economici.

“È semplice economia di base: se qualcosa costa tanto, se ne usa meno”, dice Daan Walter, uno degli autori del rapporto RMI, oggi con il think tank climatico Ember.

Anche se la politica industriale cinese sta rafforzando la sicurezza energetica e delle risorse, ha portato a sovraccapacità produttiva, ha messo in ginocchio innumerevoli concorrenti stranieri e ha contribuito a un forte squilibrio commerciale.

Secondo Wood Mackenzie, la capacità produttiva cinese nel cleantech supera di gran lunga la domanda interna, portando sì a drastici cali di prezzo, ma anche a accuse da parte di Washington e Bruxelles secondo cui Pechino ha violato le regole del commercio internazionale con anni di sostegno statale sleale.


Immense eccedenze nell’offerta, ad esempio nel solare, hanno portato a magazzini pieni e all’uso di pannelli cinesi di bassa qualità come recinzioni in Europa. La dicotomia – cioè che una politica industriale possa essere enormemente inefficiente e al tempo stesso portare a risultati strategici di successo – non è sfuggita ai pianificatori politici di Pechino.

Elisa Hoerhager, rappresentante capo in Cina della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI), prevede che i pianificatori economici dello Stato cinese intensificheranno gli sforzi per affrontare questo “scollamento” tra innovazione ed efficienza nel prossimo Piano Quinquennale, previsto per l’inizio del 2026.

“Questa sarà una delle sfide principali: riuscire a collegare la promozione dell’innovazione con l’aumento della produttività”, afferma.

Tra i responsabili politici occidentali, sta emergendo la consapevolezza che eguagliare le catene di fornitura cleantech della Cina potrebbe essere impossibile.

La Cina ha impiegato decenni a garantirsi l’accesso alle risorse critiche globali, costruendo infrastrutture di raffinazione e trasformazione e sovvenzionando la produzione e il consumo locali. Ora domina tutte le fasi della filiera, dalle miniere alle fabbriche.

Secondo una ricerca pubblicata quest’anno da AidData, presso il College of William & Mary negli Stati Uniti, tra il 2000 e il 2021 entità cinesi hanno erogato prestiti per quasi 57 miliardi di dollari per assicurarsi l’accesso a minerali critici come rame, cobalto, nichel, litio e terre rare nel mondo in via di sviluppo.

Oggi il Paese sta facendo leva su questa posizione dominante, esportando sempre più le sue tecnologie pulite, competenze ingegneristiche, catene di fornitura e capacità di finanziamento. Pechino sfrutta sempre più il proprio successo nella transizione verde per rivendicare una superiorità morale rispetto ai rivali occidentali.

“Da quando ho annunciato gli obiettivi della Cina per il picco di carbonio e la neutralità carbonica cinque anni fa, abbiamo costruito il sistema di energia rinnovabile più grande e in più rapida crescita al mondo, nonché la catena industriale dell’energia nuova più grande e completa”, ha dichiarato Xi Jinping durante una riunione virtuale convocata dalle Nazioni Unite ad aprile.


Secondo gli annunci aziendali e i bilanci raccolti da Climate Energy Finance, un gruppo di ricerca con sede a Sydney, dal 2023 le aziende cinesi hanno impegnato 156 miliardi di dollari in investimenti diretti all’estero, distribuiti in oltre 200 operazioni nel settore delle tecnologie pulite. Questo sforzo sta espandendo l’influenza politica ed economica di Pechino a livello globale, proprio mentre l’amministrazione Trump persegue una netta disconnessione dalle catene di approvvigionamento cinesi, sconvolgendo il commercio mondiale.

“Questa guerra commerciale ha davvero evidenziato l’importanza della sicurezza energetica e dell’elettrificazione, perché una delle merci più scambiate al mondo sono i combustibili fossili”, afferma Tim Buckley, direttore di CEF.

“I Paesi in tutto il mondo inizieranno a ragionare in modo molto simile [alla Cina]”, aggiunge Buckley. “Ovviamente la Cina è ben posizionata per aiutarli in questo, e uscire da questo caos geopolitico con un’arma commerciale strategica: collaborare con chiunque voglia lavorare su sicurezza energetica e decarbonizzazione”.


Mentre Pechino punta sulle tecnologie pulite per rafforzare le sue esportazioni, Washington sta adottando un approccio molto diverso. La Casa Bianca insiste affinché i Paesi aumentino le importazioni di gas americano per ridurre i loro surplus commerciali con gli Stati Uniti e ottenere condizioni commerciali favorevoli.

Per molti Paesi che stanno valutando i costi della guerra commerciale scatenata da Trump, la scelta tra gas naturale liquefatto americano e tecnologie cinesi per l’energia pulita potrebbe rivelarsi cruciale, sia dal punto di vista economico che per la decarbonizzazione, secondo Kingsmill Bond, stratega energetico di Ember.

“Basarsi sulle tecnologie di elettrificazione cinesi sarà più economico rispetto al tentativo di sostenere il vecchio sistema a combustibili fossili”, afferma Bond. “Il solare batte l’LNG in termini di costo, ed è un vantaggio per il clima. In pratica, ogni dollaro speso per importare pannelli solari equivale a un risparmio annuale di un dollaro in importazioni di gas, generando la stessa quantità di elettricità”.

Tuttavia, analisti e funzionari occidentali hanno anche identificato un rischio emergente per la sicurezza nazionale legato al crescente dominio cinese sulle catene di approvvigionamento e le tecnologie dell’energia verde, citando rischi potenziali legati alla dipendenza economica, allo spionaggio e a minacce militari.

In definitiva, secondo gli esperti, il successo della Cina nell’elettrificazione consente a Xi e alla sua amministrazione di gestire molto meglio eventuali shock alle catene di approvvigionamento e ai commerci che potrebbero verificarsi durante  il secondo mandato di Trump.

Ironia della sorte, i dazi potrebbero fornire uno “stimolo involontario” che rafforza ulteriormente la transizione energetica cinese, osserva Yao Yi, responsabile di progetto di Greenpeace a Pechino.

Alla fine dello scorso anno, la capacità di sistemi di accumulo energetico in Cina aveva superato i 73 GW, più di venti volte il livello di quattro anni fa – ma ancora ben lontana dai 500 GW richiesti per supportare completamente l’espansione delle rinnovabili.

“Riorientare l’attenzione dalle esportazioni verso gli Stati Uniti al mercato interno potrebbe aiutare i governi locali e le industrie a raggiungere gli obiettivi in materia di sicurezza energetica”, aggiunge Yao.

E sebbene entrambi gli blocchi, Cina e Occidente, presentino punti deboli e colli di bottiglia nelle rispettive catene industriali, molti esperti ritengono che Trump e il suo entourage abbiano sottovalutato il livello di preparazione di Pechino a questa crisi.

“Per quanto un Paese possa minimizzare la propria esposizione rispetto al passato, la Cina è in una posizione molto più forte”, afferma Gilholm, di Control Risks. “Nessuno la chiama più neo-maoista o autarchica; la Cina era semplicemente molto avanti nel ridurre i rischi e nel rafforzare la propria resilienza”.

Fonte

04/11/2024

Contrordine, neoliberisti… torniamo al petrolio!

Da più parti, ma in genere con la partenza da qualche centrale economico-finanziaria, o da qualche politico di punta, sta insistentemente prendendo piede una retorica che funziona più o meno così: “vi hanno preso in giro, le politiche che puntavano a spegnere le centrali a gas e carbone, il nucleare, e sostituire i mezzi a benzina o a gas con mezzi elettrici e generazione rinnovabile sono state promosse per fare gli interessi di pochi e avvantaggiano solo la Cina. Bisogna tornare al nucleare e smettere di demonizzare le fossili”.

Come sempre la cosa si può guardare da molti angoli. Abbiamo avuto una prima fase, negli anni Settanta, in cui il Club di Roma era parte di una campagna per superare la industrializzazione e decentrarla (anche per ragioni politiche); una seconda, negli anni Novanta, in cui la crescente mondializzazione e la retorica della modernizzazione spingeva per il “piccolo” e le ragioni della natura e della salute sono venute in primo piano; una terza, negli anni Dieci, in cui si è affermata la retorica delle rinnovabili e della transizione energetica.

Nella tendenziale stagnazione post crisi 2007 si è trattato anche di una politica di impiego forzoso del capitale, una sorta di keynesismo verde. Supportato politicamente ed accompagnato dal capitale finanziario (che va come una mandria cieca dietro ai manzi di punta).

Poi ci sono state orde di propagandisti che in buona o cattiva fede hanno costruito nuvole comunicative. Quindi ci sono stati politici che ne hanno approfittato per dare addosso ai poveri e ignoranti (perché dovevano distinguersi, prendendo i voti nelle Ztl). Tutto vero, lo abbiamo detto per un decennio.

Però ora sta cambiando, e ancora una volta dall’alto. Abbiamo ancora orde di propagandisti che, però, questa volta spingono per tornare al ‘business-as-usual’. Perché? Come mai arriva il contrordine dagli alti piani di New York e della City?

I grandi fondi rinculano perché (diretti politicamente come sono) hanno “scoperto” che la filiera si fa in Cina e quindi bisogna tornare a Oil & gas (dopo averci tolto quello Russo). Si può dire così, semplificando, ma dicendo l’essenziale: “il sistema finanziario-industriale-militare anglo-americano, ora che ha deciso di precipitare il mondo nella Terza Guerra Mondiale (forse non solo “a pezzi”), sceglie di ritornare al vecchio caro Oil & Gas, con aggiunta del Nuke, con buona pace della nostra salute e di quella del pianeta, per non aiutare la crescita green della Cina”.

Insomma, La verità è che ora, in guerra, servono le fossili e serve il nucleare perché le rinnovabili si fanno in Cina. È mobilitazione di guerra.

Al suo punto zero il problema dell’Europa è che ha una bolletta energetica carissima, poche risorse energetiche fossili (e in esaurimento) e dipende interamente dai suoi vicini (Russia, Medio Oriente) o “amici” (USA). E il dramma, per certe centrali di potere economico-finanziario e politico-militare è che oggi la generazione da rinnovabili, grazie alle immense economie di scala cinesi, è il modo più economico di produrre energia, e con crescente distacco.

Naturalmente ci sono una serie di problemi: è energia a bassa densità, serve molto territorio; se non si fa idrogeno è difficile da stoccare (anche se si migliora su questo, ma ancora in Cina).

Ma il punto chiave è semplice: tutta la filiera è in Cina; usarla riduce la nostra dipendenza dagli Usa o dai posti da questi controllati. In secondo luogo, oltre al gas di fracking i nostri “amici” ci vogliono vendere le centrali nucleari (giocattolini costosissimi e sempre dipendenti dalla manutenzione).

Stando alla sostanza, al fondo, se oggi cambia la narrativa non è perché “si fa in Cina” (è sempre stato così), ma perché ora con la Cina vogliamo andare in guerra. Questo è il macrofatto. Gli altri restano, il clima cambia, le fossili da noi continuano a non esserci nella quantità e qualità necessaria, il contesto tecnologico resta. Ma siamo in guerra, bisogna cambiare discorso e, soprattutto, non comprare dai nemici.

Più in profondità, sono appena stato a Shenzen, Wuhan e Pechino (ospite di Huawei), e capisco bene il punto. Sono dieci anni avanti e dal punto di vista tecnologico anche di più, vanno quindi fermati. Peccato che così saremo solo noi a restare indietro (se sopravvivremo).

La Cina ha città enormi che noi ci sogniamo, una visibile ricchezza diffusa, nessun povero, campagne come quelle lombarde o emiliane, enormi infrastrutture energetiche molto più avanzate delle nostre, fabbriche che sembrano cliniche, società come la Huawei dove gli utili sono tutti distribuiti ai lavoratori ma il controllo è dello stato (una pseudo-cooperativa), etc. Vanno assolutamente fermati per i nostri “amici” (e soprattutto per gli ‘amici’ del grande capitale finanziario, dato che sono un pessimo esempio).

Quel che è cambiato, e ci porta alla guerra, è che è finita l’illusione di guidare l’innovazione e, tramite questa (i brevetti), l’estrazione di valore dalla periferia cinese. Ormai tutti o quasi i brevetti sono cinesi. Le macchine utensili sono per lo più cinesi, adesso anche i microprocessori; in tecnologie chiave come le batterie sono superiori sia sul prezzo sia sulla tecnica. E accelerano.

Quindi mentre prima le fabbriche erano in Cina, ma il valore aggiunto defluiva nei paradisi fiscali (via Hong Kong, Singapore o Taiwan, Irlanda, Svizzera o quel che vuoi), ora il valore aggiunto resta in Cina in gran parte.

Questo è inaccettabile per i nostri “amici” nelle alte torri.

Fonte

31/07/2023

L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica». Quale futuro immaginare?

Pochi giorni fa si è svolto a Cesena il convegno di Energia Popolare, la «non-corrente» (sic) bonacciniana del Partito Democratico. Tra gli ospiti Romano Prodi, che ha parlato della necessità, da parte del PD, di un «radicalismo dolce». Numerosi gli articoli e i servizi tv – per non dire delle photo opportunities su Facebook e Instagram – dedicati a quest’ennesimo pseudoevento politicante, ovviamente svoltosi in una sala con l’aria condizionata.

Mentre i notabili di Bonaccini – tutti con curriculum ominosi: alfieri della cementificazione, difensori di un’economia ecocida, favorevoli ai rigassificatori e quant’altro – se la cantavano e se l’applaudivano, nel mondo si batteva ogni record di temperatura e aumentava la frequenza di fenomeni estremi e disastri. L’Europa cuoceva a fuoco rapido. Le foreste canadesi bruciavano da mesi. Il fumo faceva tossire persone a migliaia di chilometri di distanza.

In capo a poche ore, sulla stessa Romagna che ospitava il convegno si sarebbe abbattuta, di nuovo, la furia degli elementi. Ma l’aria condizionata dà sollievo, aiuta a non pensare, a continuare col tran tran anche se fuori, letteralmente, si crepa di caldo e le città sono sempre più roventi... anche a causa dei condizionatori.

La mente condizionata della classe dominante

Quello che chiamano «mercato» è un circolo vizioso di stupidità e brevimiranza. Il mercato ha una mente bacata: se gli chiedi la soluzione al problema dell’afa, ti venderà macchine che aggravano il fenomeno, pompando aria calda all’esterno e aumentando consumi di elettricità ed emissioni climalteranti.

La maggior parte di noi ha un’esperienza dell’aria condizionata intermittente, passa da ambienti con ad altri senza, e da spazi chiusi a spazi aperti. Della canicola, quantomeno, se ne accorge. Invece la classe dirigente, a ogni livello, vive in una bolla pressoché interamente condizionata, passa da un ambiente di comfort artificiale all’altro, e crede di poter continuare a farlo. È uno dei fattori che rendono la gravità della situazione non ponderabile, impensabile. Lo ha detto bene un’attivista climatica filippina, Natasha Tanjutco, intervistata dal New Yorker: «No one can make a proper decision from an air-conditioned room».

Bisognerebbe sabotare gli impianti di condizionamento delle sedi istituzionali e dei quartieri generali delle grandi aziende, per vedere l’effetto che fa.

«La Romagna batte l’alluvione»

Il 20 luglio, accanto agli articoli al vuoto pneumatico sul convegno di Energia Popolare, il supplemento bolognese del «Corriere della sera» sparava un titolo che attirava la nostra attenzione:

Crescono fatturati e occupati, la Romagna batte l’alluvione: «Ora intervenire sui mutui»

Si parlava di un rapporto di Confindustria Emilia-Romagna. Siamo abituati da tempo all’angustia mentale e all’indolenza intellettuale dei padroni, eppure il titolo ci è parso oltraggioso – viste tutte le persone ancora in ginocchio, rovinate, traumatizzate – e soprattutto idiota, proprio nel senso originario di incompetente, ignorante. Tra noi abbiamo commentato: «La Romagna batte l’alluvione... fino alla prossima pioggia».

Di lì a poco, neanche a farlo apposta, sulla Romagna e sull’Emilia orientale, come in altre parti di val Padana, sono cadute grandinate inaudite, palle di ghiaccio del diametro di 10-15 centimetri hanno devastato le coltivazioni risparmiate dal fango del maggio scorso. È una conseguenza del surriscaldamento dell’atmosfera: l’aria calda rispinge più volte verso l’alto i chicchi di grandine, che continuano a ingrossarsi, e quando finalmente cadono sono enormi.

Oltre alla grandine, tempeste «downburst» – impropriamente chiamate  «trombe d’aria» – hanno colpito diversi centri, tra i quali Conselice, cittadina-simbolo dell’alluvione, scoperchiando tetti, distruggendo automobili, abbattendo decine di alberi e persino tralicci.

«Le prime tre file di ombrelloni»

Nel mentre, poco più a Sud, si abbatteva un’onda definita «anomala». Così la raccontava il 22/07 l’edizione pesarese del Resto del Carlino:

«Mentre la gente prendeva il sole e, a pochi chilometri da lì, in Emilia Romagna, una tempesta di grandine e vento aveva travolto gran parte della regione, si è formato un improvviso cumulo di nubi sempre più scuro, come se stesse per abbattersi sulla spiaggia una tromba d’aria. Raffiche di vento sempre più vigorose hanno cominciato a battere la spiaggia. Poi è stata questione di qualche secondo: un’ondata, o meglio un’improvvisa marea, ha raggiunto le prime tre file degli ombrelloni […] L’evento si è manifestato con intensità diversa un po’ su tutta la riviera, da levante a ponente fino a Senigallia, Portonovo e Ancona.»

Episodio meno anomalo di quanto sembri: rientra nel sempre più frequente susseguirsi di «mareggiate» che in realtà semplici mareggiate non sono. Finora accadeva più spesso d’inverno, quando al mare non c’era nessuno. Stavolta – ma non è la prima – ne hanno fatto esperienza i turisti. Non sono semplici mareggiate bensì manifestazioni di eustatismo, cioè di innalzamento del livello del mare dovuto al suo riscaldamento e al disgelo delle calotte polari.

Lo facciamo notare da anni: svariati studi dicono che entro il 2100 l’Adriatico potrebbe alzarsi di circa un metro e sommergere l’attuale entroterra nord-adriatico. I territori in cui entrerebbe più a fondo sono i polesini veneti e ferraresi, ma è a rischio un’area che va dal nord delle Marche a Trieste.

Il fenomeno è già in corso. Una sua avanguardia è il «cuneo salino», la risalita dell’acqua di mare lungo corsi d’acqua indeboliti da lunghi periodi di siccità. Durante l’estate, l’acqua salata risale il corso del Po di decine di chilometri. Quell’acqua non solo è inutilizzabile per irrigare i campi, ma permea il terreno, mettendo in pericolo la vegetazione e nel tempo contaminando le falde d’acqua potabile.

Non è che l’inizio del problema, perché quella che arriverebbe nei territori non sarebbe semplice acqua, ma una melma altamente infetta e tossica.

Dopo decenni di speculazioni spinte dal turismo di massa, la costa adriatica è pesantemente urbanizzata, cementificata. Passando in quelle aree, l’acqua salata si comporterebbe come quella dei fiumi emiliano-romagnoli esondati nel maggio scorso. Le alluvioni hanno fatto scoppiare le fogne, travolto cassonetti e discariche, trascinato via quantità inimmaginabili di liquami e spazzatura, strappato a case, negozi, magazzini e fabbriche ogni sorta di sostanze chimiche e carburanti. «Consumo di suolo» vuol dire anche questo: sempre più schifezze sono dove non dovrebbero essere.

L’acqua del mare farebbe lo stesso, ma su una scala ben più vasta.

Nelle proiezioni da qui al 2100, la linea di costa recede in modo drastico, cedendo terreno a un Adriatico – questo nelle mappe non si vede – via via più inquinato. Un vasto entroterra reso inabitabile, profughi climatici, scomparsa di terreni agricoli, perdita di falde d’acqua potabile, inquinamento dell’aria, miasmi annusabili a decine e decine di chilometri di distanza... Anche i territori non raggiunti direttamente dalla melma subirebbero conseguenze gravissime.

Accadrà, se non si fa qualcosa prima, qualcosa che non sia un mero rattoppo, un tentativo di prolungare il presente e ritardare l’inevitabile.

Fai il bagno in mare e ti viene la candida

Già oggi, dopo l’arrivo dei fanghi delle alluvioni, in riviera l’Adriatico è una broda infetta. Un’amica farmacista ci racconta che decine di persone le chiedono prodotti contro infezioni genitali e intestinali, tutte insorte dopo il weekend in spiaggia. Altre testimonianze parlano di eczemi ed eruzioni cutanee di vario genere. «Correlazione non è causalità», ma è lecito pensare che la decisione di dichiarare l’Adriatico balneabile sia stata più politica che altro.

Qualcuno ci ha detto che il mare fa schifo al tocco. «Raramente l’ho trovato così sporco», riferisce un amico. Forse dovremmo rovesciare l’assunto: difficilmente lo vedremo ancora così pulito.

La testa nella sabbia

Da qualunque parte lo si guardi, il turismo balneare in riviera non ha futuro, è condannato. Già oggi è tenuto in vita con un meccanismo che pare escogitato da Zeus per punire Sisifo: ogni anno, in vista della stagione, si importano colossali quantità di sabbia – da altri luoghi devastati ad hoc – per ricreare le spiagge consumate.

Su quest’aspetto e altri che riguardano l’erosione delle nostre coste consigliamo l’agile ma denso libretto di Alex Giuzio La linea fragile. Uno sguardo ecologista alle coste italiane (Edizioni dell’Asino, Bologna, 2022).

Giuzio descrive molto bene il convergere di vari processi: la cementificazione e le attività estrattive targate ENI causano subsidenza – abbassamento del suolo – proprio mentre il mare s’innalza. Descrive anche una classe di amministratori che

«davanti all’inevitabilità del problema, anziché ragionare di piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari, si sono sempre concentrati a conservare una situazione a misura di turista, limitandosi a ributtare ogni inverno la sabbia perduta per far trovare la spiaggia pronta per la stagione degli ombrelloni.»

Amministratori non solo miopi ma servi dei servi di ENI:

«Nel ravennate, per esempio, le piattaforme “Angela” e “Angelina” di ENI – situate ad appena due chilometri dalla costa – hanno provocato l’abbassamento del suolo di 45 centimetri dal 1984 al 2011, con le spiagge di Lido di Dante, Lido Adriano e Punta Marina che sono letteralmente sprofondate e che sono oggetto di continui ripascimenti finanziati in parte da fondi pubblici e in parte dalla stessa ENI: la potente multinazionale dal 1993 firma infatti un accordo triennale col Comune di Ravenna che prevede il versamento di cifre importanti (nel triennio 2018-2020, l’ultimo disponibile, si trattava di tre milioni di euro all’anno) a titolo di compensazione dell’impatto ambientale della propria attività estrattiva al largo. Tali fondi sono usati soprattutto per costruire e manutenere i pennelli anti-erosione e per ripristinare con i ripascimenti la sabbia perduta […] oltre a questi tre milioni di euro annui, la presenza di ENI nel ravennate significa migliaia di posti di lavoro e altri milioni di euro in sponsorizzazioni per qualsiasi evento culturale e sportivo – dalle stagioni teatrali alle partite di volley e pallacanestro, dai concerti di Riccardo Muti al “mese dell’albero in festa” durante il quale i bambini di tutte le scuole elementari e dell’infanzia piantano nuovi alberi – cittadini e amministratori locali non sono propensi a contestare la potente multinazionale.»

En passant: stante questa subalternità ai combustibili fossili, a chi li estrae e a chi ne incentiva l’uso, non c’era da attendersi alcun dissenso sul rigassificatore a Ravenna. Certo non a livello locale, e nemmeno a livello regionale: Bonaccini il rigassificatore lo volle, sempre volle, fortissimamente volle, tanto da “blindarlo” contro le critiche – comunque poche – circolate nella sua coalizione.

Non rattoppi ma ripristino di ecosistemi

Non si può continuare così. Né si può pensare di ergere dighe o scogliere artificiali pur di tenere in vita il turismo e, in generale, lo status quo.

Giuzio accenna a «piani di arretramento gestito, interruzione delle cause antropiche dell’erosione e conversione e decementificazione delle attività turistico-balneari».

Per convertire l’attuale economia rivierasca è indispensabile partire da una constatazione: quel modello è comunque destinato al tracollo.

Permetteteci, da scrittori, di mediare al rialzo, cioè di prefigurare scenari che i politici non osano o non sono in grado di immaginare. Tanto saranno loro a mediare al ribasso, in nome di una realpolitik sempre più staccata dalla realtà.

La costa adriatica va decementificata e depavimentata il più possibile, per ripristinare gli ecosistemi precedenti all’urbanizzazione – dune e foresta litoranea – e, in alcuni casi, alle bonifiche.

Attuate un po’ ovunque negli immediati entroterra di Friuli, Veneto ed Emilia-Romagna, dalla fine dell’Ottocento a oggi le bonifiche hanno privato quei territori di preziose zone umide, ecosistemi ideali a catturare e immagazzinare carbonio. All’epoca dei prosciugamenti non si poteva sapere, e l’ordine di problemi era un altro, ma oggi si sa, e avrebbe senso invertire la rotta. Del resto, molte bonifiche furono controverse, contestate già all’epoca e oggi ritenute fallimentari. Sul caso ferrarese, si può vedere il bel documentario Dall’acqua ai campi, dai campi al silenzio (2016).

I posti di lavoro – sovente lavoro precario, supersfruttato, sottopagato – nel turismo di massa sarebbero sostituiti da nuovi e meno frustranti impieghi, quelli generati da una grande riprogettazione ecologica del territorio e da un grande recupero, seguito da una cura perenne, degli ecosistemi.

Tutto questo costituirebbe una barriera reale e sensata all’erosione costiera e alla catastrofe ambientale nell’entroterra. Non solo: potrebbe attrarre una nuova curiosità ecologica ed estetica, su cui fondare un “turismo” – urge coniare un nuovo termine – lontano da quello omologato e rapace di oggi.

È un approccio che si può traslare e adattare a tutti i territori minacciati. Alcuni dei quali possono diventare strategici laboratori. È il caso del basso ferrarese, del quale ci siamo più volte occupati, e su cui torneremo.

È chiaro che simili suggestioni vanno contro l’interesse immediato di troppe lobby e potentati economici, contro abitudini diffuse e consolidate, contro la spinta inerziale dell’esistente. Per questo non verranno mai raccolte dall’attuale classe dirigente – locale, regionale, nazionale o europea che sia. Classe dirigente di cui sarebbe d’uopo, e urgente, sbarazzarsi.

La precondizione per sbarazzarsene è saper immaginare un futuro diverso.

I punti di forza erano in realtà punti deboli

La val padana – cuore pompante del capitalismo italiano, nonché area tra le più inquinate, cementificate e surriscaldate d’Europa – è il territorio che subisce nel modo più spettacolare gli sconquassi del caos climatico.

In val padana, l’Emilia-Romagna è la regione più flagellata da eventi «estremi». E non è un caso.

Come abbiamo scritto in articoli precedenti, le attività e produzioni su cui si basano il mitico «benessere» e il mitico «buongoverno» emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti  – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.

Facciamo un solo esempio: la plastica.

La plastica ci sta avvelenando, come ha titolato di recente il New Yorker. Lo fa perché si decompone in micro e nanoplastiche (MNP) che si disperdono nell’ambiente, raggiungendo gli angoli più remoti del pianeta, infiltrando gli organismi a monte e a valle della catena alimentare. Il mare è pieno di MNP. Tutto è pieno di MNP. Le mangiamo e le beviamo. S’infilano nel nostro cervello e aumentano il rischio di Alzheimer e altre malattie degenerative; sono nei nostri fluidi corporei e mettono a forte rischio la fertilità maschile (andrebbe fatto notare ai fascisti, che si lamentano della «denatalità» e al tempo stesso difendono l’industria della plastica!); sono nella placenta umana, ancora non si sa con quali conseguenze.

Riciclare la plastica non solo è una falsa soluzione, ma aggrava il problema, perché il processo produce ulteriori microplastiche e secondo sempre più ricerche la plastica risultante è tossica e può contaminare gli alimenti con cui entra a contatto.

Come? La «bioplastica»? Ma figurarsi... La bioplastica, o «plastica compostabile», è plastica e basta. Il suo uso è al centro di una grande truffa ideologica. Come ha ben titolato The Atlantic, «la plastica compostabile è spazzatura».

L’unica via praticabile è vietare la produzione e l’uso di plastica monouso, superare la cultura dell’usa-e-getta. Poi andranno trovati modi di decontaminare, rimuovere la maggior quantità possibile di plastica dai corsi d’acqua, dai mari, dall’ambiente. Ma prima va fermata la produzione.

A fronte di tutto questo, è accettabile, è all’altezza della situazione e delle sfide del nostro tempo il fatto che in Emilia-Romagna la «Packaging Valley» sia considerata un’eccellenza, un fiore all’occhiello, una realtà da tutelare così com’è, anziché un grosso problema?

Parliamo delle circa duecento aziende situate nel cuore dell’Emilia che fabbricano, citiamo da un entusiasta reportage del Sole 24 Ore,

«apparecchi che dosano e impacchettano sigarette, medicine, saponi, cosmetici, bibite, alimenti, mobili... Tutto ciò che ogni giorno passa tra le nostre mani con una confezione rigida o flessibile attorno».

Produzione incentrata sulla plastica, finalizzata alla diffusione di plastica, fondata sulla cultura dell’usa-e-getta.

Sono le stesse aziende che dal 2019 si sono opposte a una modesta, inadeguata tassa sull’uso di plastica monouso per gli imballaggi, neanche fosse una misura rivoluzionaria, facendone rinviare l’introduzione e infine riuscendo a farla saltare.

Bonaccini, com’è ovvio, stava dalla loro parte.

La destra, la «sinistra» e l’ipocrisia climatica

Il caso di studio dell’Emilia-Romagna dimostra... plasticamente che il problema non sta solo nella destra «negazionista» e nel circolo vizioso da cui essa trae beneficio, ben descritto da George Monbiot sul Guardian:

«Mentre l’impatto dei nostri consumi si fa sentire a migliaia di chilometri di distanza e le persone arrivano ai nostri confini cercando disperatamente rifugio da una crisi che non hanno avuto quasi nessun ruolo nel causare – crisi che può includere vere inondazioni e vere siccità – [le destre] annunciano, senza un briciolo di ironia, che siamo “inondati” o “prosciugati” dai profughi, e milioni di persone si uniscono al loro appello a sigillare i nostri confini […] Quando i governi si spostano a destra, bloccano le politiche volte a limitare il collasso climatico […] Se volete sapere come si presenta un possibile futuro – un futuro in cui si permette a questo ciclo di accelerare – pensate al trattamento dei rifugiati attuali, amplificato di diversi ordini di grandezza. Già oggi, alle frontiere europee, i profughi sono respinti in mare. Vengono imprigionati, aggrediti e usati come capri espiatori dall’estrema destra, che allarga il proprio appeal incolpandoli di mali in realtà causati dall’austerità, dalla disuguaglianza e dal crescente potere del denaro in politica […] Ovunque, possiamo aspettarci che il successo [della destra] sia seguito da una riduzione delle politiche climatiche, con il risultato che un numero sempre maggiore di persone non avrà altra scelta se non quella di cercare rifugio nelle zone sempre più ristrette in cui la nicchia climatica vivibile rimane aperta: spesso proprio le nazioni le cui politiche li hanno cacciati dalle loro case.»

Vero, ma parziale.

Con tutto lo schifo che fa l’estrema destra, e con tutti i pericoli che d’ora in poi ci farà correre, la maggiore responsabilità dell’attuale situazione ce l’hanno il centro e la «sinistra» neoliberali. Sono stati loro a governare la globalizzazione capitalistica climalterante, a farci sprecare tempo prezioso con finte politiche climatiche come l’«Emission Trading», e sono loro a fare greenwashing mentre tutelano gli interessi di multinazionali ecocide e portano avanti i modelli di sempre.

Quanto agli orrori dei respingimenti, dei porti chiusi e delle morti in mare, delle detenzioni e violenze in Libia, l’ideologo di tutto questo è stato Marco Minniti, dirigente del PD, dal dicembre 2016 al giugno 2018 ministro degli interni di un governo italiano di «centrosinistra». È un dato di fatto noto a livello internazionale, tanto che, nel marzo 2019, Minniti fu accolto alla London School of Economics da contestatori e contestatrici con le mani imbrattate di sangue finto.

Tornando alle questioni climatiche, mentre la destra dichiarata se ne fotte in modo esplicito, la «sinistra» è più ipocrita: finge di averle a cuore, ma se ne fotte almeno altrettanto.

Se c’è un luogo dove tale atteggiamento è giunto al suo picco, quel luogo è l’Emilia-Romagna. E se c’è una capitale dell’ipocrisia climatica, quella è Bologna.

Qui da noi si può definire «opera simbolo della transizione ecologica» un’autostrada a diciotto corsie che passerebbe dentro la città, aumentando il traffico urbano – sono stime dei proponenti stessi – di 25.000 veicoli al giorno e facendo da volano a decine di altre opere asfaltizie – allargamenti, raccordi, bretelle, svincoli, parcheggi – a Bologna e nel suo circondario.

Qui da noi il Comune disegna erba e fiori intorno ai cassonetti perché «nessuno abbandonerebbe un sacchetto di rifiuti in mezzo a un prato», mentre si distrugge il verde vero, disboscando e buttando giù alberi ovunque.

Non può durare.

Il vento delle tempeste rimuoverà il velo.

Le lotte dovranno fare il resto.

Fonte

03/07/2023

I combustibili fossili dietro gli incendi delle foreste nord americane

È da due mesi che il Canada brucia, dall’Alberta al Quebec alla British Columbia, come effetto collaterale delle temperature elevate e della siccità. Centinaia di incendi stanno ancora distruggendo migliaia di km2 di foreste, costringendo 100.000 persone a lasciare le loro case, sterminando migliaia di animali, producendo una coltre di fumo che attraversa 4.000 km arrivando a soffocare New York (dati al 6 giugno 2023).

Davanti all’evidenza del disastro il presidente canadese Justin Trudeau ha promesso di impegnarsi ad affrontare il cambiamento climatico. Peccato che il Canada, anche sotto la sua guida, abbia dato un apporto consistente al riscaldamento globale a colpi di fracking, estrazione dalle sabbie bituminose, costruzione di gasdotti e impianti per il GNL.

Un vero autogol, visto che gran parte degli incendi canadesi può essere ricondotta alle emissioni di carbonio delle imprese dei combustibili fossili.

Uno studio peer-reviewed dell’Union of Concerned Scientists ha rilevato che 19,8 milioni di acri di terreni forestali bruciati – il 37% della superficie totale bruciata dagli incendi boschivi nell’ovest degli Stati Uniti e nel Canada sud-occidentale dal 1986 – possono essere attribuiti alle emissioni di gas serra prodotte dagli 88 maggiori produttori di combustibili fossili e di cemento del mondo.

L’indagine mette in correlazione l’aumento delle aree forestali bruciate con quello del deficit di tensione di vapore (VPD), una misura della potenza di essiccazione dell’atmosfera che è significativamente influenzata dal cambiamento climatico causato dall’uso dei combustibili fossili.

Riportiamo di seguito l’incipit della ricerca, scaricabile integralmente qui.

Ecor.Network

Quantificare il contributo dei principali produttori di carbonio all’aumento del rischio di incendi boschivi nel Nord America occidentale

di Union of Concerned Scientists

Il cambiamento climatico sta contribuendo ad aumentare le dimensioni, la gravità e il costo degli incendi in tutta l’America nordoccidentale, e le comunità, i politici e gli esperti legali si chiedono di chi sia la responsabilità. Una ricerca condotta dalla Union of Concerned Scientists ha scoperto che quasi 19,8 milioni di acri di area forestale bruciata dagli incendi in tutta l’America nordoccidentale dal 1986 – un’area equivalente allo Stato del Maine – è attribuibile alle emissioni di gas serra riconducibili ad 88 dei più grandi produttori di combustibili fossili e produttori di cemento del mondo. Le emissioni di queste società hanno inoltre contribuito a quasi la metà dell’aumento osservato delle condizioni di pericolo di incendio in tutta la regione dal 1901. Questi risultati possono contribuire alla discussione sulla responsabilità delle grandi imprese per gli impatti climatici passati, presenti e futuri.

Le comunità, le culture e gli ecosistemi degli Stati Uniti occidentali e del Canada sud-occidentale si sono evoluti a fianco degli incendi per migliaia di anni.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il cambiamento climatico ha alterato il carattere degli incendi boschivi. Ci sono molti modi per misurare il tributo crescente che questi incendi estremi stanno assumendo in tutta la regione: morti umane, case ridotte in cenere, città cancellate, ettari bruciati, giorni di fumo e aria soffocante, e dollari spesi per prepararsi agli incendi, per spegnerli e per la ricostruzione conseguente.

La questione su chi sia il responsabile del cambiamento climatico e dei suoi impatti viene attivamente esplorata sia in ambito scientifico che giuridico, seguendo la stessa linea delle discussioni sulla responsabilità delle imprese per altri prodotti dannosi. Mentre gli Stati e gli individui si assumono una certa responsabilità, le imprese sono state storicamente ritenute responsabili per almeno alcuni dei danni causati dai loro prodotti, come l’amianto e il tabacco. Analogamente, le imprese, in particolare quelle dei combustibili fossili, possono e devono essere ritenute responsabili dei danni causati al clima.

Già nel 1965, le principali imprese dei combustibili fossili e le loro associazioni industriali erano consapevoli che l’uso di combustibili fossili avrebbe influenzato negativamente il clima della Terra (Franta 2018). Tuttavia, piuttosto che cambiare i loro modelli di business o avvertire i politici e il pubblico, per decenni queste imprese hanno condotto campagne di disinformazione e inganno sulle cause e sulla scienza del cambiamento climatico, mentre usavano il loro peso finanziario per bloccare qualsiasi azione climatica significativa.

Questa analisi dell’Union of Concerned Scientists (UCS) attribuisce una parte degli aumenti delle condizioni del pericolo di incendio e dell’area delle foreste bruciate nell’ovest degli Stati Uniti e nel Canada sud-occidentale (qui indicati come America nordoccidentale) alle 88 maggiori società mondiali dei combustibili fossili, tra cui ExxonMobil, BP, Chevron e Shell – e ai produttori di cemento.

L’analisi rileva che il 37% dell’area forestale bruciata complessiva nell’America nordoccidentale dal 1986 può essere collegato alle emissioni di carbonio prodotti da queste imprese. Inoltre, il 48% dell’aumento delle condizioni di pericolo di incendio nella regione dal 1901, in particolare il disseccamento della terra e della vegetazione, può essere fatta risalire alle emissioni di carbonio prodotte da queste imprese. Mentre le comunità negli Stati Uniti e in tutto il mondo si rivolgono sempre più ai tribunali per giudicare la responsabilità delle imprese dei combustibili fossili per i danni che erano previsti e prevenibili, questa analisi evidenzia e sottolinea la responsabilità di queste imprese per gli impatti e i costi del cambiamento climatico.

Gli incendi forestali nell’America nordoccidentale

Nel corso degli ultimi decenni, quasi tutti gli aspetti degli incendi boschivi sono peggiorati nelle foreste dell’America nordoccidentale. Gli incendi boschivi stanno bruciando aree più grandi, più gravemente, ad altitudini più elevate, e durante una stagione degli incendi più lunga. Storicamente, incendi di bassa e media gravità, innescati da fulmini o appiccati con cura e intenzionalmente dalle popolazioni locali, si sono verificati frequentemente e hanno modellato l’ecologia di queste foreste (Hill et al. 2023). Tuttavia, più di un secolo di repressione aggressiva e diffusa degli incendi ha portato ad un accumulo di vegetazione che normalmente avrebbe bruciato in quegli incendi controllati a periodicità regolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo umano in aree a rischio di incendio ha aumentato il numero di incendi accidentali causati dall’uomo e ha posto più persone e proprietà in aree di pericolo (Syphard et al. 2017). Data questa confluenza di fattori, anche i costi federali di estinzione degli incendi sono saliti alle stelle, superando i 4 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel 2021 e più che raddoppiando in Canada dal 1985 (NIFC 2022; NRC 2021).

Il cambiamento climatico sta causando condizioni ambientali più calde e secche che stanno anche alimentando questi incendi sempre più grandi e gravi. In particolare, il deficit di tensione di vapore (VPD), una misura della “sete” atmosferica, è emerso come una modalità chiave per monitorare come il cambiamento climatico stia amplificando gli incendi a causa del suo ruolo nella regolazione della dinamica dell’acqua negli ecosistemi e, insieme all’aumento delle temperature, contribuendo ad aumentare la siccità. Dalla metà degli anni ’80, questi aumenti dell’aridità hanno contribuito a quasi un raddoppio dell’area bruciata dagli incendi boschivi nell’America nordoccidentale (Abatzoglou e Williams 2016), mentre la durata della stagione degli incendi è aumentata di quasi due mesi (Westerling 2016; Westerling et al. 2006).

Gli incendi hanno un profondo impatto sulla salute e sul benessere delle persone, delle comunità e degli ecosistemi. In un’annata media, decine di civili e vigili del fuoco perdono la loro vita o mezzi di sussistenza in incendi boschivi in tutta l’America nordoccidentale, e milioni di altri soffrono impatti indiretti sulla salute per la qualità dell’aria dannosa e l’inquinamento da fumo (Haynes et al. 2020; Childs et al. 2022). Case, scuole e infrastrutture vanno perdute a causa degli incendi e per gli smottamenti che possono verificarsi dopo gli incendi, quando la pioggia cade su terreni bruciati che hanno perso l’effetto stabilizzante delle radici e diventano più repellenti per l’acqua. Gli incendi possono anche compromettere la qualità dell’acqua, rendendo ancora più difficile per le persone accedere all’acqua pulita nelle zone colpite dalla siccità e nelle comunità rurali e svantaggiate (Phillips e Dahl 2022). Come per molti altri impatti climatici, il razzismo di lunga data e l’emarginazione aggravano i rischi di incendio e i rischi per la salute per gli individui e le famiglie con bassi redditi.

Risultati

L’Union of Concerned Scientists (UCS) ha utilizzato una combinazione di dati e modelli per determinare quanto le emissioni di carbonio associate con gli 88 principali produttori di carbonio (di seguito, il “grande 88”) abbiano storicamente contribuito ad aumentare il deficit di tensione di vapore (VPD) e l’area forestale bruciata in tutta la parte occidentale degli Stati Uniti e nel sud-ovest del Canada.

La modellazione UCS mostra che le emissioni legate ai grandi 88 sono responsabili dell’aumento della temperatura media globale di 0,5° C dall’inizio del XX secolo, che è quasi la metà del riscaldamento totale osservato da quel momento.

L’aumento totale della temperatura media globale ha contribuito a un aumento dell’11 % del deficit di tensione di vapore in tutta l’America nordoccidentale nello stesso periodo di tempo.

A sua volta, l’aumento del deficit di tensione di vapore ha permesso un forte aumento della zona forestale che ha bruciato in tutta la regione dalla metà degli anni ‘80. I dati basati sull’osservazione mostrano che il 57% dell’aumento osservato del deficit di tensione di vapore dal 1901 è attribuibile alle emissioni riconducibili ai grandi 88.

In tutta l’America nordoccidentale, l’area bruciata dagli incendi boschivi aumenta esponenzialmente con l’aumento del deficit di tensione di vapore, il che significa che cambiamenti relativamente piccoli nel deficit di tensione di vapore provocano grandi cambiamenti nell’area boschiva bruciata.

L’aumento osservato nel deficit di tensione di vapore ha permesso un forte aumento della zona forestale che ha bruciato in tutta la regione dalla metà degli anni '80.

Dal 1986 (1) 53 milioni di acri di superficie forestale hanno bruciato complessivamente in tutta l’America nordoccidentale [parallelamente] all’aumento del deficit di tensione di vapore.

Senza le emissioni legate al grande 88, l’aumento del deficit di tensione di vapore sarebbe stato molto più piccolo, e sarebbero bruciati [solo] 33,3 milioni di acri. Ciò significa che il 37 % dell’area forestale bruciata complessivamente dal 1986 al 2021 è attribuibile alle emissioni dei grandi 88, e rappresenta quasi 19,8 milioni di acri, un’area approssimativamente delle dimensioni del Maine.

Implicazioni

Le minacce dirette derivanti dai incendi boschivi sono impressionanti: persone e animali in fuga dalle fiamme, vigili del fuoco che si precipitano a combattere le fiamme e case, edifici e alberi ridotti in paesaggi anneriti. Nella sola California, tra il 2017 e il 2021, gli incendi hanno ucciso 186 persone, distrutto più di 51.000 strutture e causato danni superiori a 21 miliardi di dollari (CalFire 2022; Wang et al. 2021). Gli incendi possono spostare intere comunità, come quella di Paradise, California, durante il Camp Fire nel 2018, e quella di Malden, Washington, durante il Cold Springs Fire nel 2020. Data la mancanza di abitazioni a prezzi accessibili in tutta la regione, molti affrontano difficoltà nel decidere dove andare dopo aver perso tutto. Gli incendi producono anche inquinamento atmosferico: particolato che può danneggiare la salute umana, in particolare tra le popolazioni vulnerabili come lavoratori all’aperto, bambini e donne incinte (Heft-Neal et al. 2022; Chen et al. 2021; Haikerwal et al. 2016). L’inquinamento da fumo può infiltrarsi nelle case, rendendo difficile evitare i rischi anche rimanendo al chiuso. L’acquisto di maschere e purificatori d’aria di alta qualità è un onere economico, il che significa che le famiglie a basso reddito sperimentano questi rischi in modo sproporzionato (Burke et al. 2022).

Nota

(1) Stime coerenti e affidabili sulle aree bruciate nell’America nordoccidentale sono disponibili solo a partire dal 1986.

Fonte