Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/09/2026

Un Niño “super” mai visto: sarà un dicembre a più 4ºc

di Luca Mercalli

Ci credereste che l’oceano Pacifico è inclinato, con circa 60-80 cm di dislivello tra l’Australia e il Cile? Il motivo sta nel soffio regolare degli alisei da est verso ovest, che spingono e accumulano l’acqua calda superficiale dell’oceano verso occidente, creando per reazione un risucchio di acque fredde profonde provenienti dall’Antartide che si diffondono lungo la costa del Sud America tramite la corrente di Humboldt.

Le acque fredde sono ben ossigenate e pescose, ma i pescatori dell’Ecuador e del Perù, già secoli fa, notarono che a intervalli di alcuni anni l’oceano si riscaldava e la pesca diminuiva drasticamente gettandoli in miseria. Poiché il picco del riscaldamento oceanico si verificava verso Natale, gli diedero nome “El Niño” riferendosi al Bambin Gesù.

Il motivo di questa anomalia termica oceanica di origine naturale è stato identificato in una inversione della Circolazione di Walker. Si tratta di una cella atmosferica tropicale che unisce una bassa pressione semi-permanente sull’Indonesia, dove l’aria umida sale e genera continui temporali, a un’alta pressione dominante tra Perù e Cile settentrionale, dove regna una severa siccità (è qui il deserto di Atacama).

Questa differenza di pressione viene compensata da intensi venti alisei che spingono l’acqua calda verso ovest, mantenendo l’assetto oceanico normale o più freddo, chiamato “La Niña”.

Ogni 3-7 anni, l’alta pressione del Pacifico orientale si indebolisce, gli alisei si attenuano e l’acqua calda dall’Oceania rifluisce verso il Sud America eliminando il dislivello oceanico e attivando una fase “El Niño”.

Gli effetti di questa anomalia sono sia un riscaldamento del Pianeta, data l’immensa estensione del Pacifico tropicale, sia un accentuarsi degli eventi estremi sulle regioni direttamente interessate: siccità in Australia e Indonesia, piogge alluvionali in Perù e Cile.

Satelliti e boe oceanografiche tengono costantemente sotto controllo questi parametri e ci avvertono in anticipo quando La Niña sta per essere sostituita da El Niño. Ed è ciò che ormai dalla primavera del 2026 si sta evidenziando con sempre maggior vigore: sia per estensione, sia per velocità del riscaldamento questo evento sembra il più intenso da almeno mille anni, cioè da quando esistono ricostruzioni condotte attraverso documenti storici e analisi dei coralli che registrano le variazioni di temperatura dell’acqua.

Si è così coniata la definizione di “Super El Niño” che ha spinto l’organizzazione Meteorologica Mondiale a diramare un allarme sulle conseguenze che il fenomeno, atteso al suo culmine in dicembre con oltre 4 °C di riscaldamento delle acque rispetto al normale, potrà indurre almeno fino a febbraio 2027.

Abbiamo detto che siccità più pronunciate e quindi più incendi potranno interessare Australia e Indonesia, mentre le alluvioni potranno flagellare Perù e Cile. Difficilmente questo genere di eventi atmosferici si spingerà fino all’Europa, troppo lontana e dominata dalle dinamiche dell’oceano Atlantico.

Quindi se quest’autunno avremo alluvioni sul Mediterraneo, si tratterà di eventi non attribuibili al Niño, resi semmai più intensi dall’enorme calore accumulato dal Mare Nostrum in questa estate 2026, la più calda da almeno 270 anni anche in Italia.

Invece il segnale di anomalia termica indotto dal Pacifico bollente si diffonderà su tutto il Pianeta, sommandosi al già incalzante aumento dovuto al riscaldamento globale e rischiando dunque di sfondare nuovi record assoluti di temperatura media globale sia nel 2026, sia nel 2027.

Infatti i precedenti record sono avvenuti quasi sempre in annate di Niño, come nel 2024, che non era nemmeno uno dei più intensi. In questo caso anche l’Italia ha elevate probabilità di sperimentare sia un autunno sia un inverno più caldi del normale, come indica il Centro europeo di previsioni meteo a medio termine (Ecmwf).

Celeste Saulo, segretaria generale dell’organizzazione Meteorologica mondiale con sede a Ginevra, ha detto che “questo eccezionale El Niño richiede un’eccezionale preparazione. Mai negli oltre 50 anni di attività della Wmo abbiamo lanciato una tale mobilitazione nei confronti dei Servizi meteorologici nazionali che saranno in prima linea per salvare vite umane e gestire al meglio i disastri climatici che toccheranno agricoltura, salute, risorse idriche ed energetiche. Non abbiamo tempo da perdere”.

Fonte

05/09/2026

Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “va tutto bene così”

Lui si chiama Michael E. Mann.

Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri.

Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo.

Mann infatti, è un climatologo e geofisico statunitense, professore alla University of Pennsylvania. È una delle figure più autorevoli nella comunicazione del cambiamento climatico e un deciso oppositore della disinformazione climatica.

Ieri ha scritto un articolo sul Guardian la cui sintesi è che bisogna agire, che bisogna accelerare drasticamente la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite e trasformare la lotta al cambiamento climatico in una priorità politica.

Ripeto: politica.

In questi giorni ho risposto più volte a persone che mi dicono: “cosa possiamo fare?” La risposta è semplice e quanto mai terribile. Lo sappiamo tutti cosa possiamo e cosa DOBBIAMO fare. Solo la politica non lo sa! Politica e media collegati fanno finta di non sapere e spesso, alimentano e aumentano dibattiti per coglioni.

Ricordate queste parole: “Le catastrofi meteorologiche estreme che hanno colpito la scorsa estate sono state una conseguenza inequivocabile del continuo riscaldamento del nostro pianeta. Le politiche dell’attuale amministrazione, elaborate dagli stessi inquinatori, stanno peggiorando la situazione. Donald Trump e i repubblicani al Congresso che lo assecondano continuano a insistere su politiche che favoriscono l’estrazione e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio nel momento in cui dovremmo accelerare il passaggio dalle fonti fossili alle energie pulite”.

Mann scrive che il disastro himalayano è un’immagine concreta di un principio più generale: il riscaldamento globale sta trasformando la probabilità, la violenza e la pericolosità dei fenomeni estremi, e continuare sulla strada attuale significa esporci a rischi sempre maggiori.

L’evento rappresenta un esempio particolarmente evidente di come il riscaldamento globale stia modificando la stabilità degli ambienti montani: il permafrost e il ghiaccio che per millenni hanno contribuito a mantenere coese le montagne si stanno sciogliendo, rendendo più probabili frane, collassi e improvvise inondazioni.

Mann ha inserito però la tragedia nepalese in un quadro molto più ampio. L’estate 2026 è stata caratterizzata da una sequenza eccezionale di ondate di calore, incendi e fenomeni meteorologici estremi negli Stati Uniti e in Europa. E fa riferimento proprio alle ondate di calore europee, responsabili di decine di migliaia di morti, e agli incendi alimentati dalla combinazione di caldo estremo e siccità.

Questi eventi non sono semplicemente coincidenze: la scienza dell’attribuzione permette di quantificare quanto il cambiamento climatico abbia aumentato la probabilità e/o l’intensità di molti eventi estremi.

E nonostante:
  • il silenzio imbarazzante del nostro governo, proprio dove servirebbero misure e piani;
  • il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a dicembre 2023, in cui si affidava l’attuazione ad un Osservatorio che andava istituito entro tre mesi ma che è stato varato dopo due anni, mentre i partiti della maggioranza, a Bruxelles, smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause;
  • la perdita dei raccolti che Confagricoltura calcola in rese scese del 9 per cento, (riso -10%, grano -9%);
  • il conto di tre miliardi di euro ufficializzato da Coldiretti per i danni da caldo e grandine;
fra pochi giorni, col ritorno del fresco, tutto sparirà.

E così mentre parleremo di calcio, quello che abbiamo vissuto sembrerà una minaccia lontana e futura e non una realtà già visibile, misurabile, distruttiva.

Chiudo con una considerazione. Chi ancora argomenta che la transizione verde è “troppo costosa”, che è tutto un bluff, che ci vogliono far comperare le auto elettriche o altre crucianate varie, mi auguro non abbia mai a trovarsi in una catastrofe simile. Tanto meno ad avere la responsabilità di risolvere una catastrofe simile.

Anche perché continuare ad argomentare con tesi che possono solo far crescere il dibattito in un oceano di analfabeti, non solo è controproducente ma ormai ha un intento CRIMINALE.

Fonti

https://wgms.ch/global-glacier-state/

https://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/

https://www.worldweatherattribution.org/climate-change…/


Fonte

04/09/2026

Emergenza climatica: “Il pianeta si trova ormai in acque inesplorate”

L’Agenzia meteorologica mondiale dell’Onu (Wmo) ha lanciato il suo allarme sui cambiamenti climatici da cinquant’anni a questa parte. Secondo l’ultimo rapporto della Wmo appena pubblicato, il riscaldamento delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico tropicale, che periodicamente influenza piogge e temperature in vaste aree del mondo, nel 2026 avrà ripercussioni mai viste prima.

L’allarme è stato amplificato e diffuso dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres: “El Niño si sta intensificando sotto i nostri occhi, la scienza non lascia spazio a dubbi: il Pianeta si trova in acque inesplorate e queste acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il Mondo è minacciato da condizioni meteorologiche estreme”. A questo punto diventa impossibile sottovalutare o, peggio ancora, negare l’allarme sui cambiamenti climatici globali.

Che El Niño quest’anno sarebbe stato più forte lo si sapeva da tempo, ma ieri gli esperti dell’Onu hanno assicurato di avere ormai in mano stime più che accurate, e che il fenomeno raggiungerà una forza mai registrata prima.

L’agenzia delle Nazioni Unite prevede una probabilità prossima al 100% che El Niño, alimentato da temperature eccezionalmente elevate delle acque dell’Oceano Pacifico, persisterà fino a febbraio 2027.

Questo fattore ha già avuto ripercussioni preoccupanti quest’anno sulle materie prime agricole delle aree tropicali, contribuendo a una grave crisi alimentare nell’America Centrale.

“Se questa traiettoria continuerà – ha detto la segretaria generale della Wmo, Celeste Saulo – potrebbe essere più forte di qualsiasi evento osservato dall’inizio del nostro monitoraggio. Letteralmente fuori scala”. Un Niño molto intenso può modificare significativamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in tutto il Mondo e favorire eventi meteorologici estremi, come tifoni e inondazioni da un lato, o una pesante siccità dall’altro.

Il rapporto della WMO spiega che El Niño è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente calde nel Pacifico centrale e orientale. Il nome deriva dai pescatori e marinai peruviani che notarono una corrente calda, associata a una riduzione delle catture di pesce, e la chiamarono El Niño (“il Cristo Bambino”), probabilmente perché diventava tipicamente evidente intorno a Natale. Al contrario, un evento come La Niña è caratterizzato da temperature superficiali oceaniche insolitamente fresche nella stessa regione e da un’intensificazione dei venti superficiali predominanti da est a ovest.

Nell’Oceano Pacifico, temperature oceaniche più calde del normale di solito indicano condizioni El Niño, che si verificano quando i venti alisei da est diventano più deboli. Temperature più fresche del normale di solito indicano condizioni di La Niña, quando i venti da est diventano più forti. Durante la fase Neutrale, le temperature oceaniche nel Pacifico tropicale rimangono vicine alla norma.

La transizione tra queste fasi estreme avviene tipicamente ogni due o sette anni. Sia El Niño che La Niña iniziano generalmente a svilupparsi tra marzo e giugno e raggiungono la loro intensità massima tra novembre e febbraio.

Gli effetti di ogni evento El Niño/La Niña variano a seconda dell’intensità, della durata, del periodo dell’anno in cui si sviluppa e di come interagisce con altre modalità di variabilità climatica (come il Dipolo dell’Oceano Indiano). Non tutte le regioni del Mondo sono colpite e, anche all’interno di una regione, gli impatti possono essere diversi. Anche quando l’ENSO (cioè le fasi opposte di un modello climatico naturale) è neutrale, possono comunque verificarsi condizioni meteorologiche estreme.

L’aggiornamento WMO El Niño/La Niña pubblicato a settembre 2026 ha confermato quasi il 100% di probabilità che El Niño persista tra settembre e novembre 2026 e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Le previsioni indicano, quindi, un ulteriore rafforzamento di El Niño nei prossimi mesi, con l’evento che si rafforzerà prima di raggiungere il picco verso la fine dell’anno.

L’aggiornamento mensile sul clima stagionale globale della WMO, pubblicato il 3 settembre, conferma che un forte El Niño continua a intensificarsi costantemente e si prevede che dominerà i modelli climatici globali tra settembre e novembre 2026, aumentando la probabilità di temperature superiori alla norma in gran parte del mondo e causando cambiamenti significativi nei modelli di precipitazione. Unito a oceani globali eccezionalmente caldi e alla probabilità di un dipolo positivo nell’Oceano Indiano, si prevede che El Niño influenzerà i modelli meteorologici in molte parti del Mondo nei prossimi mesi.

I negazionisti dei cambiamenti climatici continueranno a fare danni al Pianeta e all’umanità, soprattutto quando si trovano ai posti di comando nei luoghi decisionali. La supremazia della logica del business su tutti gli altri aspetti vuole liquidare tutto nella normale amministrazione, ma non è più così. Non riescono e non vogliono immaginare soluzioni diverse dalle uniche che hanno in mente e che hanno attuato per decenni, ma per questo stanno conducendo il Pianeta all'infarto ecologico e sono responsabili di danni permanenti, in alcuni casi forse irreparabili.

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01/09/2026

Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli

“Mission impossible”. Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, è che aggiorna continuamente il cosiddetto Orologio dell’Apocalisse – ha dato questo titolo ad un rapporto appena pubblicato e che denuncia il più grande “buco” nella contabilità climatica globale: le emissioni nell’atmosfera dei militari e dei conflitti bellici.

Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.

Era stata pensata come misura temporanea per garantire l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici.

Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.

Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.

Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.

Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.

Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione siano state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti e circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.

In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.

Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.

Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.

Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.

È doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte.

Fonte

31/08/2026

La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni è un evento che ha resettato completamente ogni precedente parametro.

Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, come lo sono state le immagini delle onde nere dello tsunami di Fukujima, come l’11 settembre in America, come il genocidio dei palestinesi.

Quelle immagini sono devastanti.

Ci ho pensato tutta la mattina per raccogliere dati e scrivere.

L’evento ha interessato il distretto di Rasuwa, lungo il sistema fluviale del Lhende Khola. Una enorme quantità di ghiaccio, roccia e detriti è precipitata improvvisamente nella valle, provocando una gigantesca onda di piena che ha trascinato via case, ponti, strade, veicoli e infrastrutture idroelettriche e di servizio. La piena si è poi propagata verso valle.

Il bilancio è ancora provvisorio ma è da considerarsi catastrofico.

Ad oggi, la ricostruzione più probabile della catastrofe avvenuta in Nepal, è relativa al collasso di un ghiacciaio.

Le ipotesi di ieri, in primis quelle del terremoto e delle abbondanti precipitazioni (?),alimentate immediatamente da quelli che di clima non vogliono parlare, e successivamente quelle del GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), sembrano essere meno rilevanti di quella attuale.

L’ipotesi più probabile infatti, emerge dalle immagini satellitari e dalle analisi dell’US Geological Survey (USGS).

La catastrofe infatti sembrerebbe esser stata innescata dal collasso di una porzione di ghiacciaio che ha generato una valanga di ghiaccio e rocce che ha provocato un’enorme massa di detriti nel Lhende Khola. Il materiale della valanga avrebbe sbarrato il corso del fiume, creando una sorta di lago temporaneo di sbarramento. La successiva rottura di questo sbarramento può avere prodotto o amplificato l’enorme ondata di piena e la conseguente devastazione a valle.

Le immagini satellitari mostrano il distacco di una massa glaciale di circa 0,2 km², a circa 5.200 metri di quota, che sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle.

L’USGS ha inoltre chiarito un punto molto interessante. Cito testualmente quanto scritto:

– Il 26 agosto alle 8:37 ora locale (10:52 ora standard cinese) si è verificato un evento sismico di magnitudo 5.2 vicino al confine tra Nepal e Cina.

– L’USGS ha stabilito che l’evento sismico è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e dalla conseguente colata detritica, che hanno provocato impatti catastrofici a valle.

– Inizialmente, l’evento era stato segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4. Ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato alla conclusione che l’evento sismico fosse in realtà dovuto al crollo di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica, e che non si fosse verificato alcun terremoto.

Si parlava e si parla ancora di GLOF, ma probabilmente non lo è stato, almeno non nel senso classico del termine. Un GLOF è la fuoriuscita improvvisa di un lago glaciale preesistente, ne ho parlato diverse volte nel passato, l’ultima lo scorso anno per un evento avvenuto in Alaska.

Di contro invece c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare.

Non abbiamo ancora una attribuzione scientifica che dimostri che il cambiamento climatico abbia causato questo specifico collasso, ma il contesto è molto significativo: il riscaldamento dell’Himalaya sta causando ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost e maggiore instabilità dei versanti.

Questo può aumentare la probabilità di collassi, valanghe e conseguenti piene improvvise, è palesemente un fattore di aumento del rischio, non necessariamente il “grilletto” dell’evento. Ma è proprio questo che rende l’evento interessante dal punto di vista climatico: un ghiacciaio può diventare l’innesco di una catena di eventi estremamente rapida, senza che sia necessariamente in corso una grande perturbazione meteorologica.

Il cambiamento climatico invece potrebbe avere aumentato la vulnerabilità del sistema.

L’Himalaya si sta riscaldando rapidamente; il ritiro dei ghiacciai modifica la stabilità dei versanti e aumenta la quantità di acqua e sedimenti disponibili nei bacini montani. Inoltre, nell’Hindu Kush-Himalaya stanno diventando più problematici diversi tipi di eventi estremi: piene improvvise, frane, valanghe e collassi di laghi glaciali.

L’Himalaya, che si estende tra Nepal, India, Cina, Bhutan e Pakistan, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, esponendo la regione a un rischio maggiore di valanghe, frane e inondazioni. Una regione che vive da secoli sull’acqua di fusione.

Le temperature nell’area del ghiacciaio che ha collassato sono aumentate di circa due volte rispetto al tasso medio di riscaldamento globale… circa 2,8°C dal 1940. Sebbene serva un’indagine più approfondita su questo evento specifico, è chiaro che i ghiacciai in tutto il Mondo stanno diventando meno stabili.

Uno studio del 2026 su un ghiacciaio vicino ha rilevato che il tasso di perdita di area glaciale è aumentato di oltre 4 volte, passando da circa 0,11%/anno prima del 1964 a 0,49%/anno durante il periodo 1964–2023, con un’ulteriore accelerazione dopo il 2000.

Nel 2023, le Nazioni Unite hanno affermato che le montagne del Nepal avevano perso quasi un terzo del loro ghiaccio in poco più di 30 anni a causa del riscaldamento globale. Una valutazione pubblicata quell’anno ha rilevato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya sono scomparsi il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente.

E negli ultimi ultimi anni avviene sempre più spesso. Nel 2021, un ghiacciaio himalayano si è staccato causando un’alluvione lampo nello stato indiano dell’Uttarakhand. Fu una valanga di roccia e ghiaccio di 27 milioni di metri cubi, che si è trasformata in una colata detritica straordinariamente grande e mobile che ha provocando oltre 200 morti o dispersi. Ho messo le immagini dei miei post su quello che è successo in Svizzera, a Blatten lo scorso anno, quello che è successo qui da noi, sulla Marmolada nel 2022, quello che successe in Alaska.

Però se ci fate caso le prime notizie dei TG, riguardano la ricerca dell’elemosina del governo per le accise sul gasolio. Perché quello dobbiamo fare.

Continuare a consumare petrolio.

Dai che domani sarà ancora 38 gradi.

Fonte

29/08/2026

‘Glof’ in Nepal: pistola climatica da tutte le montagne del disgelo

Nepal: il ghiacciaio caduto è stato la causa, non l’effetto delle vibrazioni rilevate dai simografi. «Il cambiamento climatico sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e la perdita di massa glaciale nell’Himalaya nepalese, esponendo le comunità montane a impatti a cascata, tra cui l’aumento di rischi quali le inondazioni improvvise dovute al cedimento dei laghi glaciali, le valanghe e le frane di roccia»

Non un mago ma un climatologo

L’avvertimento, quasi una terribile preveggenza, nel 2025 di Gunjan Silwal, dottorando del programma OnePlanet dell’Università di Newcastle, nel Regno Unito, in un articolo pubblicato da AntarcticGlaciers. «Questi impatti – continuava – si estendono anche più a valle, aggravando il rischio di alluvioni, l’insicurezza idrica e l’instabilità economica. Il ritiro dei ghiacciai in Nepal è determinato dall’aumento delle temperature e influenzato dalle dinamiche del ghiaccio, come la presenza di detriti sulla superficie, i laghi e la topografia», riposta Luca Martinelli.

Glacial Lake Outburst Floods

L’acronimo inglese di ciò che è probabilmente successo è Glof, Glacial Lake Outburst Floods: «le immagini satellitari mostrerebbero infatti che una parte consistente della porzione inferiore del ghiacciaio si è distaccata a un’altitudine di circa 5.200 metri, precipitando per circa 1.200 metri fino al fondovalle e trascinando con sé rocce e sedimenti durante la caduta. La conseguente valanga di ghiaccio e detriti rocciosi ha colpito il fiume Lhende, che si trova in Tibet, circa 20 km a nord-est del valico di frontiera tra Nepal e Cina. I detriti hanno temporaneamente ostruito il corso del fiume prima che la diga naturale cedesse, provocando il rilascio improvviso di una potente ondata di piena verso valle».

L’inarrestabile onda di morte

La gigantesca onda marrone ha raggiunto per primo il posto di frontiera di Gyirong, causando vittime e dispersi. «La sola spiegazione per la discesa improvvisa di una quantità così grande di acqua è che sia stata liberata tutta insieme», ha osservato Adrian McCallum, glaciologo dell’Università della Sunshine Coast, in Australia. Un’analisi pubblicata ieri da AntarcticGlaciers evidenzia come, secondo uno studio pubblicato nel 2026 dallo stesso Silwal, «nel periodo 2000-2023, i ghiacciai si sono ritirati a una velocità 1,5 volte superiore rispetto al periodo 1964-2000, con un’ampia frammentazione, disconnessione e separazione dei ghiacciai»: viviamo in un mondo sempre più insicuro, anche per effetto dei cambiamenti climatici.

Situazione di rischio estremo

Una delle tante indiscrezioni dopo l’evento rendono evidente la situazione di rischio estremo: se le prime notizie suggerivano che il crollo fosse stato provocato da un terremoto di magnitudo 4,4, lo United States Geological Survey (Usgs) ha in seguito rivisto la propria valutazione affermando che il segnale sismico era stato generato dalla frana stessa e non da un terremoto: le vibrazioni, insomma, sono state l’effetto e non la causa del collasso in superficie e dell’enorme forza del movimento di fango e detriti. Intanto, ieri è stato lanciato l’allarme per una nuova possibile piena in Nepal, dopo la formazione di un lago naturale vicino al confine con il Tibet: le autorità cinesi avvertono che il bacino, già in fase di tracimazione, presenta un alto rischio di cedimento nei prossimi tre giorni.

Rischio bis sulla zona già colpita

L’eventuale rottura potrebbe provocare una nuova e improvvisa ondata d’acqua a valle, aggiungendo un ulteriore pericolo alla situazione già drammatica dopo le alluvioni di mercoledì. Il lago, ricostruisce il Kathmandu Post, si trova nei pressi della confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo. C’è poi il rischio di un ulteriore crollo del ghiacciaio. Secondo la climatologa del Cnr Marina Baldi, il fenomeno potrebbe ripetersi se dovesse cedere anche la seconda parte di quello già collassato: «Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale del ghiacciaio rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate».

Fenomeni simili ma di minore intensità erano stati registrati più volte nel Sud-Est dell’Asia e sulle Alpi Svizzere (notizia turisticamente dannose e abilmente seminascoste). In Italia nessun pericolo? O il pericolo è ovunque e dall’alto guarda i paesi a valle? Analisi serie e non allarmismi. Ma neppure gli attuali silenzi decisamente sospetti.

Fonte

26/08/2026

Il riscaldamento globale come apocalisse culturale

di Paolo Lago

Il concetto di “apocalisse culturale” è stato studiato a fondo da Ernesto De Martino, il quale afferma che il Novecento ha introiettato in sé una “acuta coscienza culturale del finire del mondo”. Sono infatti diverse le testimonianze filosofiche, letterarie, poetiche ed artistiche che denotano “uno stesso rischio radicale, e cioè la possibilità di un mondo che crolla in quanto crolla lo stesso ethos culturale che lo condiziona e lo sostiene”1. Certo – continua lo studioso – il Novecento ha conosciuto diversi baratri infernali come le guerre mondiali, i morti di Hiroshima e quelli dei campi di sterminio nazisti che, da soli, basterebbero a giustificare questo senso di crisi e di crollo di un mondo: “Dovrebbe infatti bastare l’immagine di un solo volto umano che porta i segni della violenza e della offesa subita da un altro uomo, per porre in movimento, chi guarda quel volto, la drammatica tensione del mondo che «può» ma non «deve» finire”2. Ma non ci sono solo Hiroshima e i campi di sterminio; c’è anche il cambiamento radicale di un mondo, le rapidissime trasformazioni portate dal diffondersi del progresso tecnico, le migrazioni dalla campagna alla città, le trasformazioni di regioni sottosviluppate in regioni industriali. C’è stata la crisi di “un gran numero di patrie culturali tradizionali senza che tuttavia l'integrazione nella nuova patria culturale avesse avuto il tempo di maturarsi”3. Le distruzioni e i genocidi, così come i cambiamenti apportati dalla tecnologia, cambiamenti radicali ad abitudini culturali consolidate, come il passaggio da una condizione contadina a una operaia, rappresentano tante apocalissi culturali, un crollo dei sistemi simbolici, religiosi e valoriali che danno senso all’esistenza. Come il contadino calabrese incontrato da De Martino durante un suo viaggio di studio nel Meridione, che, una volta fatto salire in auto per poter meglio indicare la direzione giusta, si sente sperduto perché non vede più il campanile del suo paese, il proprio punto di riferimento4, così l’uomo moderno si sente attraversato da un senso di perdita della propria esistenza. Evidentemente, quel contadino nella sua vita non aveva mai perso di vista il campanile che, per lui, non rappresentava solamente lo spazio domestico ma il luogo in cui solamente poteva vivere ed esistere. Non vedendolo più, forse, avrebbe percepito la propria stessa morte.

Il nuovo millennio, solo nei suoi ventisei anni di vita, ha conosciuto e sta conoscendo tanti altri avvenimenti che De Martino potrebbe catalogare come responsabili di apocalissi culturali: guerre, genocidi, devastazioni del territorio e, non da ultimo, una svolta drastica nella cultura e nell’esistenza, un’innovazione – quella digitale – paragonabile alla tecnologizzazione occidentale del secondo dopoguerra. In tutto ciò, però, c’è una spada di Damocle che incombe non solo sull’esistenza dell’Occidente ma di tutto il mondo, cioè il cambiamento climatico o, meglio, il riscaldamento globale. Come osserva Timothy Morton, infatti, è preferibile usare quest’ultima definizione perché “utilizzare «cambiamento climatico» come alternativa di «riscaldamento globale» è come parlare di «svolta culturale» invece che di Rinascimento o di «cambiamento delle condizioni di vita» invece che di Olocausto”5. Il riscaldamento globale, secondo la definizione di Morton, appartiene alla categoria degli “iperoggetti”, cioè “entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo”6. Come nota lo studioso, la fine del mondo è già avvenuta, non solo a partire dal Novecento ma nel momento in cui, nel 1784, James Watt brevetta la macchina a vapore, “un gesto che ha dato inizio al deposito di carbone sulla crosta terrestre”7. È la cosiddetta rivoluzione industriale a far iniziare la fine del mondo, il momento in cui l’essere umano comincia modernamente ad inquinare. Infatti, “ciò che gli esseri umani hanno davanti agli occhi in questo momento è proprio la fine del mondo, determinata dall’invasione degli iperoggetti”8.

Il riscaldamento globale si configura come una vera e propria apocalisse culturale secondo la definizione di De Martino dal momento che pone in atto uno stravolgimento del tempo ciclico, legato all’avvicendarsi delle stagioni; infatti, “il tempo ciclico è tempo della prevedibilità e della sicurezza: il suo modello è offerto dal ciclo astronomico e stagionale”9. D’altra parte, lo stesso Morton, in tempi più recenti, osserva che “il tempo meteorologico, sfondo rassicurante dei «mondi della vita», ha cessato di esistere e, con esso, lo stesso concetto rassicurante di «mondo della vita»”10. Non c’è più niente di rassicurante in un caldo estivo che sfiora quasi sempre i quaranta gradi, in un autunno mite caratterizzato da alluvioni, grandinate e altri fenomeni meteorologici estremi, in un inverno altrettanto mite che, alle latitudini più meridionali d’Europa, vede la quasi definitiva scomparsa della neve in pianura. Il “mondo della vita” si sta sciogliendo insieme ai ghiacciai alpini e a quelli del Polo Nord e viene sommerso e devastato da alluvioni sempre più disastrose. Non è più un “mondo della vita” quello che ci circonda nelle ultime estati, con il sole che picchia a quasi quaranta gradi, con le notti tropicali che trasformano il Mediterraneo in acqua bollente, con il prosciugamento di fiumi e torrenti. Il ciclo esistenziale e culturale della vita degli individui sta subendo un tracollo eppure, apparentemente, nessun essere umano sembra entrare in allarme come il contadino calabrese, disperato perché non riusciva più a vedere il campanile del suo paese. Oggi, solo rispetto a trenta o quaranta anni fa, non è più possibile percepire in modo normale l’alternarsi delle stagioni. Entra in crisi, per la prima volta, non soltanto una percezione della propria esistenza, del proprio ‘essere nel mondo’ ma anche tutto un apparato culturale che accompagna questa esistenza: proverbi, modi di dire, canzoni e filastrocche popolari, espressioni artistiche e letterarie. Tutto ciò che definiva, come cultura, il nostro essere nelle stagioni, sembra non valere più; non valgono più perché appartengono ad un’altra era le poesie e le filastrocche sull’alternarsi delle stagioni, i proverbi, i quadri che mostrano le attività umane nei diversi momenti dell’anno, poesie come Novembre di Pascoli che focalizzano determinati momenti stagionali cristallizzati nella cultura, persino un’opera musicale come Le quattro stagioni di Vivaldi. Ma, anche senza scomodare la cultura, nell’estate di oggi risulta assai difficile compiere azioni quotidiane considerate normali come trascorrere una giornata in spiaggia o, semplicemente, vivere in un appartamento senza condizionatore.

Nella confusione digitale della società contemporanea, nelle lamentele e nelle chiacchiere da social emerge una profonda sofferenza di carattere privato e personale legata al fenomeno del riscaldamento globale; è una microframmentazione di una sofferenza collettiva che parla pubblicamente ancora con poche voci, quelle degli scienziati e di alcuni esponenti di un pensiero di matrice ecologista. La sofferenza individuale si trasforma assai spesso in nostalgia di un passato in cui le stagioni erano ancora ‘normali’, in cui le estati erano fresche e gli inverni freddi e nevosi. Ma questa nostalgia non porta da nessuna parte: innanzitutto perché si tratta di un sentimento puramente personale, magari legato al rimpianto per la propria giovinezza, quindi risulta assai poco attendibile e confuso; in secondo luogo perché la nostalgia tende a mitizzare il passato e a trasformarlo in qualcosa di irreale e di astratto, secondo il processo descritto da Furio Jesi e definito dallo studioso come “macchina mitologica”11. La nostalgia è una “macchina mitologica” che consegna le stagioni del passato all’universo indistinto del mito. Da questo universo indistinto, imbandito dalla stessa “macchina mitologica”, emerge quindi un’immagine falsificata del passato nello stesso modo in cui, secondo Jesi, agisce la “cultura di destra”: essa attinge a un passato immemoriale e lo trasforma in una “pappa”, “una pasta che si può modellare e cuocere come si vuole: la materia per eccellenza dei miti tecnicizzati”12.

Oltre che nella nostalgia, la sofferenza privata sfocia nella solastalgia, un termine coniato da Glenn Albrecht nel 2003 e che indica la “perdita di paesaggi amati a causa dei cambiamenti climatici”13. Si tratta di una sorta di eco-ansia che può portare a profonda sofferenza ma che, a differenza della nostalgia, può porre le basi per una ribellione, anche collettiva, allo status quo. Nella narrativa italiana contemporanea incontriamo un personaggio che soffre di solastalgia e di eco-ansia, la geografa Antonia Nevi, nipote del combattente partigiano Ilario, in Gli uomini pesce (2024) di Wu Ming 1. Antonia percorre il basso ferrarese in un’estate caldissima e vede ogni dove i segni della devastazione. Oltre che rappresentare in forma realistica il caldo tropicale delle estati degli ultimi anni, il romanzo mette a fuoco (è proprio il caso di dirlo) il riscaldamento globale in un dato territorio – l’Italia e il basso ferrarese in particolare – ma, soprattutto, la ricezione mediatica di questo fenomeno. I fenomeni estremi e le emergenze, macinati dal linguaggio dei media, si trasformano in “fattoidi”, in “riempitivi semiotici” e in “spazzatura verbale”: “Tutto era addomesticato, legato a contingenze, spiegato solo con fenomeni magari prolungati ma passeggeri”14. Il gergo mediatico continua a parlare di emergenza o di caldo eccezionale come se si trattasse di fenomeni passeggeri tralasciando un punto fondamentale: che tutto ciò non ha niente di eccezionale ma rappresenta la nuova normalità.

Se nella contemporaneità ci troviamo dinanzi a micro-sofferenze frammentate nell’individualismo e nella sofferenza privata e personale, cosa dicono allora i media? Come si comportano di fronte a questa apocalisse culturale che ci sta investendo? Fondamentalmente, o tacciono, o gridano all’emergenza e all’eccezionalità dei fenomeni come viene mostrato in Gli uomini pesce. Se scorriamo un giornale o ascoltiamo un telegiornale, se leggiamo le notizie online sui social o sui siti di informazione, sarà assai difficile trovare qualcosa sui cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale. Certo, all’inizio dell’estate si potevano leggere notizie sul caldo eccezionale in Francia, sulle ondate di anticicloni africani che ci avrebbero accompagnato nel corso dei mesi estivi. Ma tutto come se fosse, appunto, qualcosa di eccezionale. E poi, le solite notizie incentrate sulle guerre del capitale: l’Ucraina, l’Iran, gli Stati Uniti, il tutto sormontato dal gossip proveniente dalla squallida politica italiana. Eppure, il nuovo e tremendo assetto climatico che si sta prospettando dovrebbe essere una notizia da prima pagina per diversi giorni. Il problema, invece, viene sollevato soltanto in occasione di eventi catastrofici come alluvioni, esondazioni di fiumi, inondazioni, per poi sparire immediatamente al ritorno di una presunta ‘normalità’. La comunicazione mediatica digitale e iperspettacolarizzata, mediamente, tace su questo tema che sembra essere diventato un tabù come il genocidio in corso in Palestina, continuamente allontanato e desemantizzato dal discorso mediatico ufficiale. Perché, come ci sono i negazionisti mainstream del genocidio in corso, così non possono mancare i negazionisti del riscaldamento globale le cui idee, spesso patrocinate dal potere, si muovono contro l’opinione diffusa fra gli scienziati al 98%15.

Per sconfiggere questa diffusa indifferenza mediatica, secondo Morton, ci sarebbe “disperato bisogno” di un “appropriato livello di shock e preoccupazione su uno specifico trauma ecologico, che è poi il trauma ecologico della nostra epoca: quello che ci permette di definire l’Antropocene come tale”16. Ci vorrebbe un evento improvviso e catastrofico come quello che avviene nel disaster movie The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004) di Roland Emmerich, una improvvisa glaciazione dovuta allo scioglimento della banchisa polare che, ormai alla deriva, interrompe il flusso delle correnti oceaniche. Si tratta in effetti di un evento che potrebbe avvenire anche nella realtà, ma su tempistiche di molti anni. Il merito del film è quello di mostrare uno shock improvviso, una catastrofe che avviene dopo pochissimo tempo che gli scienziati hanno lanciato l’allarme, naturalmente, senza essere creduti o presi sul serio. La società mediatica e spettacolare, fondata su un capitalismo improntato alla guerra, ha perciò bisogno di un trauma violento e improvviso per prendere sul serio i pericoli legati al riscaldamento globale. Anche in Don’t Look Up (2021) di Adam McKay, sotto l’immagine della cometa in rotta di collisione con la Terra, si potrebbe intravedere il riscaldamento globale, divenuto esso stesso attore del vacuo spettacolo contemporaneo. Nessuno crede davvero all’imminente pericolo che, di conseguenza, viene sottovalutato mentre il potere politico ed economico intende sfruttare la ricchezza mineraria della cometa a scapito della salvezza della Terra.

Gli scienziati che lanciano l’allarme e tutti coloro che soffrono di eco-ansia, anche nella nostra realtà mediatizzata, vengono trattati come voci che urlano nel deserto, come se fossero dei pazzi che, invece di occuparsi di problematiche più spicciole o più stringenti legate agli immediati interessi del capitale, delirano riguardo a fantomatici disastri ambientali. Le loro stesse voci che urlano in un deserto sempre più arido e sempre più caldo vengono desemantizzate e svuotate di senso. E, ormai, non basta più l’immagine di un solo volto umano che porta i segni della violenza e della offesa subita da un altro uomo a creare le condizioni per pensare a un mondo che “può” ma non “deve” finire, come scrive De Martino. La fine del mondo appare quotidianamente nei volti sofferenti della popolazione di Gaza, in quelli dei migranti e di tutti i ‘paria’ della Terra, desemantizzati e disumanizzati dal linguaggio mediatico. Probabilmente, solo una rivoluzione culturale che riuscisse ad andare al di là dell’indifferenza e del cinismo che corrono veloci sui media, scavalcando l’ormai diffusa “cultura di destra” legata alla nostalgia e alle vuote “pappe” del passato e ricomponendo la diffusa frammentazione individualistica che caratterizza il nostro tempo, potrebbe fronteggiare le innumerevoli apocalissi esistenziali e culturali che ci troviamo a vivere quotidianamente sulla nostra pelle.

Note

  1. E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 2019, p. 71. 
  2. Ibid. 
  3. Ivi, pp. 71-72 
  4. cfr. ivi, pp. 72-73. 
  5. T. Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo, trad. it. di V. Santarcangelo, Nero Edizioni, Roma, 2018, p. 19.
  6. Ivi, p. 11.
  7. Ivi, p. 18.
  8. Ibid.
  9. E. De Martino, La fine del mondo, cit., p. 131. 
  10. T. Morton, Iperoggetti, cit., p. 135. 
  11. Cfr. F. Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino, 2001, p. 104 e seguenti.
  12. Id., Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 186.
  13. S. Levantesi, I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, Laterza, Bari-Roma, 2021, p. 175.
  14. Wu Ming 1, Gli uomini pesce, Einaudi, Torino, 2024, p. 295.
  15. Cfr. S. Levantesi, I bugiardi del clima, cit., p. 8.
  16. T. Morton, Iperoggetti, cit., p. 19.

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17/08/2026

Perché l’emergenza climatica non appare costantemente in primo piano sui media?

Come ogni giorno mi sono messa pazientemente a sfogliare i quotidiani e le varie agenzie di notizie, i problemi peggiori sembrano essere nell’ordine: Ranucci, Qusra (giustamente, ma solo perché c’erano 5 italiani, altrimenti sulla grande stampa non sarebbe mai arrivata la notizia), Trump, Hormuz, e poi, non tanto la crisi climatica, ma il costo delle bollette.

Il clima, di per sé, arriva dopo, e se ne parla in tantissimi modi, tranne l’unico che servirebbe e di cui parlano gli scienziati: il problema delle soluzione che sono già lì, disponibili, ma costano.

Si parla di agricoltura che cambia i ritmi, delle giornate afose, del turismo, insomma se ne parla come se fosse una notizia tra le altre, fa caldo sì, va bene, prima o poi troveremo una soluzione, oppure speriamo che tutto si risolva da solo.

A me sembra un po’ che la stampa e la politica facciano esattamente come un paziente che fa finta di ignorare un infarto in corso. Perché? Ma perché i soldi europei andranno in riarmo e in Ucraina e quindi nessuno potrà permettersi di portare avanti politiche anti-emergenza.

Semplice no? Quindi si aspetta che passi e si spera.

Per questo mi sono messa a cercare un po’ di dati, già da soli, questi che ho recuperato io in mezz’ora di ricerche, basterebbero ad aprire le prime pagine per mesi, invece stiamo aspettando metà settembre, quando le temperature caleranno e così si potrà finalmente rimandare il problema al maggio prossimo.

Lo fanno da 20 anni, un anno più un anno meno… ma quest’anno è diverso e vi mostro perché con questo elenco:

Metto in fila alcuni dati aggiornati al 14 agosto. L’estate ha ancora parecchie settimane davanti.

  • Giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale: 20,74 °C di media, 3,06 sopra il periodo 1991-2020.
  • Il bimestre giugno-luglio è stato il più caldo della serie: 21,62 °C, quasi nove decimi oltre il precedente primato del 2022.
  • Luglio è stato il secondo più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. A livello globale ha eguagliato il 2024 al secondo posto, dietro al 2023.
  • In Francia luglio ha raggiunto una media di 24,9 °C. È stato il mese più caldo, considerando tutti i mesi dell’anno, dall’inizio delle misurazioni nel 1900.
  • Sempre in Francia, luglio ha avuto il 38 per cento di pioggia in meno ed è risultato il terzo luglio più secco della serie storica.
  • La canicola francese di giugno è durata 14 giorni. Quella di luglio ne è durata 16. L’ondata iniziata il 28 luglio aveva raggiunto il diciassettesimo giorno il 13 agosto.
  • Il 24 giugno la temperatura media dell’intera Francia, calcolata fra giorno e notte, ha raggiunto per la prima volta 30 °C.
  • In Germania sono stati registrati provvisoriamente 41,5 °C, nuovo primato nazionale.
  • La Danimarca ha raggiunto 37 °C, il valore più alto dall’inizio delle misurazioni nel 1874.
  • L’Austria ha stabilito il proprio primato assoluto con 41,2 °C. Il record precedente, 41 °C, risaliva al giorno prima.
  • Il 13 agosto Londra ha raggiunto 38,1 °C. È il quinto valore più alto mai misurato nel Regno Unito e il più alto del 2026.
  • Quella di agosto è stata la quinta ondata di calore britannica dall’inizio dell’estate.
  • Nella sola settimana dal 22 al 28 giugno EuroMOMO ha registrato 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei. Oltre 9.000 avevano almeno 65 anni.
  • Il Robert Koch Institut stimava già a fine luglio circa 11.900 morti legate al caldo in Germania.
  • In Inghilterra e Galles sono state stimate oltre 2.700 morti da caldo durante le ondate di maggio e giugno. Il 42 per cento viene attribuito al calore aggiuntivo dal riscaldamento prodotto dalle attività umane.
  • In Belgio la mortalità durante la canicola è salita del 48 per cento sopra il livello atteso. È stata l’ondata più letale dall’inizio del monitoraggio nazionale.
  • Alla prima settimana di agosto gli incendi avevano percorso 489.826 ettari nell’Unione europea. Una superficie superiore del 13 per cento alla media dello stesso periodo fra il 2012 e il 2025.
  • La Spagna aveva già perso 185.948 ettari, oltre il doppio della sua media. Da sola rappresentava il 38 per cento della superficie colpita nell’Unione.
  • In Francia il conteggio europeo indicava 99.092 ettari, oltre tre volte la media nazionale. Per il paese è il dato peggiore dal 2012.
  • In Italia gli ettari percorsi dal fuoco erano 79.084. Il quinto risultato peggiore degli ultimi quindici anni.
  • Entro la fine di luglio oltre 320.000 persone erano state evacuate in Francia e Spagna.
  • L’incendio di Huelva ha distrutto 31.000 ettari e costretto 700 persone a lasciare le proprie case.
  • Il 14 agosto un incendio presso la città croata di Omiš ha causato una morte e quaranta feriti. Gli evacuati sono stati 1.200.
  • In Calcidica più di 300 persone sono state portate via dalle spiagge con barche da pesca e mezzi della guardia costiera.
  • In Germania oltre 2.000 abitanti hanno dovuto lasciare il villaggio di Gey. Le operazioni sono ostacolate dalle munizioni della Seconda guerra mondiale che esplodono con gli incendi.
  • Il suolo ha raggiunto minimi record in ampie zone della Penisola Iberica, della Francia e dell’Europa centrale.
  • Senna, Reno e Danubio hanno registrato portate eccezionalmente basse. Il trasporto fluviale è stato ridotto e diverse centrali elettriche hanno dovuto limitare la produzione.
  • Alla fine di giugno la portata del Po era scesa da circa 1.000 a meno di 300 metri cubi al secondo in due settimane. L’acqua salata era risalita per 18 chilometri dentro il Delta.
  • Ad agosto il Lago Maggiore è entrato in una condizione di siccità estrema. A Cremona il Po ha raggiunto il minimo stagionale della serie.
  • Oltre cento comuni fra Piemonte e Lombardia segnalano difficoltà nell’approvvigionamento potabile. In Piemonte circa cinquanta comuni riforniscono con autobotti i serbatoi destinati a 25.000 persone.
  • La siccità sta colpendo 235.000 ettari di risaie italiane. Nella sola provincia di Pavia le perdite potrebbero superare cento milioni di euro.
  • In Inghilterra circa 45 milioni di persone vivono in territori dichiarati in siccità. Ventisette milioni sono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua.
  • La Romania ha spento entrambi i reattori della centrale di Cernavodă per il livello record del Danubio. Quei reattori fornivano circa un quinto dell’elettricità nazionale.
  • La centrale ungherese di Paks è scesa al 25 per cento della capacità. Il governo ha deciso di affondare due chiatte nel Danubio per alzare temporaneamente l’acqua di venti centimetri.
  • Alla centrale francese di Gravelines una massa di meduse ha bloccato le pompe di raffreddamento. Tre reattori sono stati fermati e un quarto è stato dimezzato.
  • Il 14 agosto EDF prevedeva sei reattori francesi completamente fermi a causa del caldo, con una riduzione pari al 15 per cento della capacità nucleare del paese.
  • Nel Mediterraneo, alla fine di giugno, la temperatura superficiale superava la media fino a 8 °C presso la Francia meridionale, la Corsica, la Sardegna e diverse coste italiane.
  • A luglio la temperatura media degli oceani extrapolari ha raggiunto 20,96 °C, il valore più alto mai registrato per quel mese.
  • Dal 19 giugno la temperatura oceanica giornaliera ha stabilito un primato per ciascun giorno dell’anno.
  • In Valmalenco il Rifugio Marco e Rosa è stato chiuso per il caldo anomalo. Si trova a 3.609 metri. Lo zero termico sulle Alpi è salito fra 4.200 e 4.500 metri.
  • La produzione europea di mais e girasole aveva già perso fra il 6 e il 7 per cento delle rese previste.
  • Il raccolto britannico di cereali si avvia a essere il peggiore dall’inizio delle rilevazioni comparabili, nel 1984.

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15/08/2026

La grande secca del Danubio mette in ginocchio Ungheria, Romania e Serbia

Europa centro-orientale a secco

Negli ultimi mesi il livello idrico del Danubio ha raggiunto i minimi storici. L’ondata di calore e la prolungata siccità stanno rendendo sempre più evidente la vulnerabilità dei Paesi dell’Europa centro-orientale, il cui approvvigionamento energetico dipende dal fiume. Non si tratta soltanto di un’emergenza ambientale, agricola e idrica, ma di una vera e propria crisi energetica a catena. Il grande fiume svolge diverse funzioni: dal raffreddamento dei condensatori delle centrali nucleari all’alimentazione degli impianti idroelettrici. In questo scenario, le ripercussioni subite da Ungheria, Romania e Serbia sono emblematiche, documenta InsideOver.

Il fronte debole del nucleare

L’epicentro dell’emergenza si trova a Paks, dove sorge l’unica centrale nucleare ungherese. Costruita a una novantina di chilometri a Sud di Budapest, la struttura a quattro reattori di fabbricazione sovietica garantisce quasi la metà dell’elettricità prodotta nel Paese e un terzo dell’intero fabbisogno nazionale. Per funzionare in sicurezza, l’impianto richiede un flusso ininterrotto di circa 100 metri cubi d’acqua al secondo, prelevati direttamente dal Danubio per il raffreddamento dei condensatori. Con il fiume ridotto al lumicino, le bocche di aspirazione sono rimaste a loro volta a secco.

Acqua l’elemento chiave della vita

Péter Magyar, il neoeletto Presidente ungherese dopo Orban, denuncia che la produzione dell’impianto ha subito un crollo drammatico: dai normali 2.000 megawatt di potenza nominale, la capacità erogata è scesa prima a 965 MW per poi sprofondare nella notte del 2 agosto fino a 240 MW: poco più del 10% del totale. Il punto critico è legato al livello del fiume. A Paks, una quota idrometrica pari a -134 cm impone per protocollo lo spegnimento totale dei reattori, motivo per cui, raggiunta quota -144 nei primi giorni di agosto, è iniziata la complessa procedura di spegnimento.

Un corto circuito strutturale

Parimenti l’acqua del Danubio è essenziale per il raffreddamento della centrale nucleare di Cernavodă la quale, unica in Romania, garantisce una fetta consistente dell’energia nazionale. Mutatis mutandis, le autorità romene hanno programmato di far cessare l’attività di uno dei reattori della centrale nucleare. Tale misura risulta essere l’inevitabile conseguenza della crisi registrata in seno allo snodo idrico di Izvoarele. In tale snodo il fiume si biforca nel braccio di Bala e nel braccio del “Vecchio Danubio” (Dunărea Veche), quest’ultimo diretto verso la centrale nucleare.

Dalla secca alle inondazioni

Conseguenza contraria, recenti, forti precipitazioni hanno causato esondazioni degli affluenti del fiume Teleajen, dalle quali si sono generati detriti e fango che hanno ostruito le infrastrutture di filtraggio, impedendo la presa d’acqua per il raffreddamento del reattore. L’elevata torbidità dell’acqua ha reso impossibile anche il normale processo di potabilizzazione, lasciando a secco diverse migliaia di residenti nel comune e nei centri abitati limitrofi. Per sopperire alla situazione è stato necessario l’intervento della marina militare rumena.

Crisi anche in Serbia

Allo stesso modo, le difficoltà nel raffreddamento hanno coinvolto la più grande centrale idroelettrica serba di Đerdap 1 (che si è vista tagliare la produzione ad appena il 20% della capacità nominale per mancanza di portata) e i complessi a carbone di Kostolac. Per far fronte alla situazione, il governo serbo ha coinvolto anche la popolazione con la richiesta di moderare l’uso dei condizionatori, mentre le temperature estive spingono alle stelle la richiesta di elettricità per il condizionamento. Di fatto, la secca del Danubio ha portato alla luce un cortocircuito strutturale che minaccia l’intera Europa.

Cortocircuito strutturale

È durante questi picchi che le centrali idroelettriche e nucleari sono costrette a tirare il freno per mancanza d’acqua o per il superamento delle temperature massime consentite per la tutela degli ecosistemi fluviali, una dinamica già osservata lungo il Rodano e la Loira in Francia. Senza piogge all’orizzonte e con il termometro stabilmente sopra i 38 °C, i Paesi dell’Europa orientale si trovano oggi costretti a importare energia a caro prezzo dai mercati vicini e a pianificare contingentamenti per le industrie, nel tentativo di proteggere la tenuta delle rispettive reti elettriche impiegate per il condizionamento dei centri abitati.

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14/08/2026

La foresta delle promesse a Brescia

Di fronte ad estati sempre più calde e a città nelle quali cemento e asfalto amplificano gli effetti dell’aumento delle temperature, una espressione magica sembra essere entrata stabilmente nel vocabolario delle amministrazioni pubbliche: “riforestazione urbana”.

Piantare alberi, creare nuove aree verdi, restituire permeabilità ai suoli sono diventati obiettivi ricorrenti nei programmi comunali e nei progetti finanziati con risorse nazionali ed europee. E non si tratta affatto di una moda ambientalista. I dati disponibili mostrano quanto il verde urbano possa diventare uno strumento concreto di adattamento climatico.

Nel luglio scorso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha diffuso i risultati del progetto MIRIFICUS – Monitoraggio degli Interventi di Riforestazione per l’Isola di Calore Urbana tramite i Satelliti –, coordinato dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IBE): nelle simulazioni effettuate in alcune aree di Roma e Firenze, combinando riforestazione, nuovi spazi verdi e depavimentazione, la riduzione delle temperature superficiali supera nelle ore più calde persino i 4 gradi, mantenendosi nell’arco della giornata intorno ai 2-2,2 gradi.

Nelle aree boscate urbane di Firenze sono state inoltre rilevate temperature sensibilmente inferiori rispetto ai quartieri più densamente edificati. Insomma, sappiamo che cosa bisognerebbe fare. Ma è proprio qui che cominciano i problemi.

Gli alberi che non ci sono

L’Italia si trova infatti davanti a un paradosso difficilmente immaginabile: mentre tutti parlano di riforestazione urbana, rischiano di mancare proprio gli alberi necessari per realizzarla.

Francesco Ferrini, professore di Arboricoltura all’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, ha lanciato un allarme molto netto: nei vivai italiani non vi sarebbero oggi alberi sufficienti per rispondere alla domanda generata dai nuovi programmi di forestazione e, per determinati interventi, sarebbero necessari da due a sette anni di programmazione preventiva.

Il problema non nasce improvvisamente. Per anni, secondo Ferrini, non si è investito adeguatamente nei vivai pubblici, spesso chiusi o ridimensionati perché considerati poco redditizi. Nel frattempo la produzione privata si è naturalmente rivolta verso un mercato già esistente e una parte considerevole delle piante prodotte è destinata all’esportazione. Nel distretto di Pistoia, cuore del vivaismo italiano, circa il 70 per cento della produzione sarebbe già destinato ai mercati esteri: milioni di piante.

Il risultato è quasi surreale. Dopo aver trattato per decenni il verde come elemento accessorio della trasformazione urbana, oggi le amministrazioni scoprono contemporaneamente di averne urgente bisogno. Ma un albero non si produce premendo un interruttore. Ha bisogno di tempo. E la programmazione del verde, proprio perché riguarda organismi viventi, dovrebbe cominciare anni prima della posa dell’ultima pietra di una riqualificazione urbana, non qualche settimana prima dell’inaugurazione.

Prima gli alberi, poi il resto

È forse questo il vero cambio culturale necessario.

Nella pianificazione urbana tradizionale il verde arriva spesso alla fine. Si progettano strade, parcheggi, edifici, piazze e infrastrutture e solo successivamente ci si domanda dove collocare qualche albero.

È significativo quanto afferma Nicolò Begliomini dell’Associazione Vivaisti Italiani: il verde è stato troppo spesso «l’ultima ruota delle riqualificazioni». La prospettiva dovrebbe essere esattamente opposta: pensare prima alla struttura verde della città e organizzare attorno ad essa il resto dello spazio urbano.

Non si tratta semplicemente di piantare più alberi. Si tratta di conservare quelli che già esistono, creare suoli nei quali possano vivere e programmare oggi il patrimonio arboreo di cui avremo bisogno fra dieci, venti o cinquant’anni. Perché cento giovani piantine non equivalgono automaticamente a cento alberi adulti.

Una pianta appena messa a dimora possiede una chioma limitata, offre poca ombra e necessita di cure, irrigazione e manutenzione. Soltanto crescendo aumenteranno progressivamente la superficie della chioma, l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, la capacità di immagazzinare carbonio e, complessivamente, i servizi ecosistemici che può offrire. E non tutte le piante messe a dimora arriveranno a quel punto.

Per questo il numero degli alberi piantati dice molto meno di quanto sembri. Sarebbe assai più interessante sapere quanti siano ancora vivi dopo tre, cinque o dieci anni, quale superficie di chioma abbiano effettivamente sviluppato e, soprattutto, quale sia il saldo tra il verde che c’era prima e quello che esiste dopo l’intervento.

Brescia e la sfida dei 33.000 alberi

Questa introduzione era necessaria, perché il problema ci riguarda molto da vicino.

Brescia ha adottato negli ultimi anni una strategia di transizione climatica che contiene principi largamente condivisibili. Il progetto “Un Filo Naturale” parla esplicitamente di una “città spugna”, capace di restituire permeabilità al terreno, e di una “città oasi”, nella quale aumentare ombra e fresco e ridurre l’isola di calore urbana.

Sono obiettivi importanti e alcuni interventi sono già stati realizzati. In via Metastasio, ad esempio, la riqualificazione conclusa nel 2024 ha interessato 8.180 metri quadrati con un investimento di circa 1,27 milioni di euro.

Ma l’intervento più imponente è quello avviato lungo la Tangenziale Sud, dove Comune e Provincia hanno previsto la realizzazione di nuovi boschi urbani attraverso la messa a dimora di circa 33.000 piante autoctone, distribuite in diversi comparti, dalla Volta a Campo Grande, da via Maggia alla zona industriale e alle Bettole.

Si tratta di un progetto di dimensioni considerevoli e sarebbe sbagliato liquidarlo come una semplice operazione d’immagine.

La tecnica adottata prevede infatti l’utilizzo di piante forestali molto giovani, di uno o due anni, collocate a forte densità, circa 1.500-1.800 per ettaro. La scelta delle piccole dimensioni non è quindi, di per sé, indice di cattiva progettazione: secondo i tecnici favorisce l’adattamento delle piante al nuovo ambiente e consente alla competizione naturale di selezionare progressivamente gli esemplari destinati a formare il bosco maturo. È una precisazione importante. Ma proprio da qui nasce una domanda altrettanto importante.

Che cosa c’era prima?

Per preparare le aree destinate alla nuova forestazione non si è intervenuti su terreni completamente privi di vegetazione.

La stessa Provincia di Brescia riferisce che, tra le operazioni preliminari, sono stati effettuati anche abbattimenti di piante definite non autoctone o pericolose, insieme alla rimozione delle radici, alla pulizia delle aree e alla preparazione del terreno.

Non abbiamo trovato, però, nei documenti pubblicamente disponibili, un censimento che consenta di capire quante piante siano state eliminate, quali fossero le loro dimensioni, quali specie siano state abbattute e, soprattutto, quante fossero effettivamente pericolose e quante invece siano state rimosse perché appartenenti a specie non autoctone. Non è una questione secondaria.

Un albero già sviluppato esercita oggi le proprie funzioni: produce ombra, evapora acqua attraverso la chioma, trattiene carbonio, offre habitat e contribuisce al microclima. Una piantina di uno o due anni potrà forse svolgere in futuro le stesse funzioni, ma evidentemente non può farlo nell’immediato. La domanda corretta per valutare ciò che sta accadendo in città, allora, non è soltanto: quanti alberi sono stati piantati?

È anche: quanto verde è stato eliminato per farlo e quanto tempo occorrerà perché il nuovo bosco restituisca i servizi ecosistemici eventualmente perduti? È una domanda alla quale, almeno sulla base della documentazione pubblicamente disponibile, non si trova risposta...

Le piante che non attecchiscono

C’è poi il problema della sopravvivenza.

Sappiamo con certezza che una parte delle nuove piante della Tangenziale Sud non ha superato la prima estate. Nel novembre 2025 la Provincia ha comunicato che nel mese precedente era stato completato il ripristino delle piante non attecchite, sostituendo quindi gli esemplari morti. Quante? Il dato non viene indicato.

Anche qui occorre evitare conclusioni troppo semplici. I responsabili comunali hanno spiegato che, in un intervento di forestazione intensiva di questo tipo, una quota di mortalità è fisiologica e viene preventivata: intorno al 20 per cento. La forte densità iniziale serve anche a consentire una successiva selezione naturale.

Non avrebbe quindi senso giudicare il successo o il fallimento dell’intervento dalla semplice presenza di alcune piantine morte. Avrebbe invece molto senso conoscere il tasso effettivo di attecchimento e confrontarlo con quello previsto dal progetto. Perché Brescia ha già conosciuto quanto possano essere vulnerabili le nuove piantumazioni. Nell’estate siccitosa del 2022 morì il 20 per cento dei 186 alberi messi a dimora nell’ambito di “Un Filo Naturale”. In quel caso il dirigente comunale del settore Verde spiegò che si trattava di una mortalità doppia rispetto a quella fisiologicamente prevista. È un episodio diverso dall’attuale forestazione della Tangenziale, ma contiene una lezione importante: piantare un albero è soltanto l’inizio.

In una città esposta a estati sempre più calde e siccitose occorre garantirgli acqua, manutenzione e condizioni sufficienti perché possa superare proprio gli anni più delicati della sua crescita.

Piantare non significa riforestare

Il punto è proprio questo. Una seria politica del verde non può essere misurata soltanto attraverso il numero delle nuove piantumazioni.

Occorre contabilizzare anche gli alberi abbattuti, la superficie di chioma perduta e quella recuperata, il tasso di sopravvivenza delle nuove piante e il tempo necessario perché esse raggiungano dimensioni tali da svolgere realmente le funzioni per le quali sono state piantate.

Altrimenti rischiamo di costruire una contabilità ambientale singolare: un grande albero abbattuto vale meno di dieci piccoli alberelli appena messi a dimora semplicemente perché dieci è un numero maggiore di uno. Ma la natura non funziona come un bilancio numerico.

Questo non significa sostenere che ogni vegetazione preesistente debba essere conservata a qualunque costo. Esistono alberi malati o instabili che devono essere abbattuti; esistono specie invasive che possono richiedere interventi; esistono progetti nei quali sostituire una vegetazione degradata con un ecosistema più equilibrato può produrre nel lungo periodo un risultato migliore.

Ma proprio perché queste scelte possono essere tecnicamente giustificate, dovrebbero essere misurabili e verificabili.

Quanta biomassa viene eliminata? Quanta superficie di chioma? Quali servizi ecosistemici vengono temporaneamente perduti? In quanti anni il nuovo impianto dovrebbe recuperarli?

Solo rispondendo a queste domande possiamo sapere se una forestazione rappresenta realmente un guadagno ambientale e, soprattutto, quando comincerà ad esserlo. Chissà se l’Amministrazione Comunale risponderà mai a questi interrogativi...

Anche gli alberi sono diventati una risorsa scarsa

C’è infine un’altra contraddizione che riporta Brescia al problema nazionale. Già quando nel 2024 venne annunciato il progetto dei 33.000 alberi, i tecnici comunali segnalarono che reperire un numero così elevato di piante non era affatto semplice: non tutti i vivai disponevano delle quantità necessarie. Per questo si scelse di ricorrere al vivaio forestale regionale di Curno per ottenere specie autoctone certificate. Due anni dopo, l’allarme lanciato dal settore vivaistico nazionale mostra quanto quel problema fosse tutt’altro che episodico.

Se nei prossimi anni centinaia di amministrazioni cercheranno contemporaneamente milioni di alberi per rispettare programmi climatici e obiettivi di riforestazione, dopo decenni nei quali non si è costruita una filiera vivaistica adeguatamente programmata, anche gli alberi rischiano paradossalmente di diventare una risorsa scarsa. E il cambiamento climatico, purtroppo, non aspetterà i tempi dei nostri bandi.

Il verde non è arredamento urbano

Brescia ha compiuto recentemente un altro passo importante. Dal luglio 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Verde, che riconosce esplicitamente il ruolo della vegetazione nella tutela della biodiversità, nel contrasto alle isole di calore, nella permeabilità dei suoli e, più in generale, nella produzione di servizi ecosistemici.

È una direzione condivisibile. Ma proprio questo nuovo approccio dovrebbe spingerci a cambiare anche il modo con cui valutiamo le politiche urbane del verde. L’obiettivo non può essere semplicemente raggiungere una determinata cifra di alberi piantati. Dovrebbe essere aumentare realmente, e stabilmente, la capacità della città di produrre ombra, assorbire acqua, ridurre le temperature, ospitare biodiversità e rendere più vivibili i quartieri.

Per questo la prima regola della riforestazione urbana dovrebbe forse essere la più semplice: prima di piantare un nuovo albero, impariamo a proteggere quelli che abbiamo già.

Poi occorre programmare. Rafforzare la produzione vivaistica. Scegliere specie adatte alle condizioni climatiche future. Garantire acqua e manutenzione nei primi anni. Depavimentare il suolo. Collegare le aree verdi. Controllare gli attecchimenti. Rendere pubblici i risultati. E soprattutto smettere di considerare il verde come la decorazione finale di una città già progettata. Perché nelle città sempre più calde del prossimo futuro gli alberi non saranno un elemento di arredo. Saranno un’infrastruttura essenziale.

Le promesse crescono più in fretta degli alberi

A questo punto vale forse la pena ricordare una piccola pagina della campagna elettorale del 2023. Il 25 febbraio, presentando la propria candidatura, Laura Castelletti annunciò che Brescia avrebbe messo a dimora, entro il 2030, 200.000 nuovi alberi: uno per ogni abitante della città. Pochi giorni dopo il candidato del centrodestra Fabio Rolfi giudicò la cifra poco ambiziosa e rilanciò: 500.000 alberi. Era cominciata, insomma, una sorta di asta elettorale del verde.

Oggi, dopo aver scoperto che per produrre gli alberi occorrono anni di programmazione, che i vivai italiani faticano già a soddisfare la domanda, che una parte delle giovani piante inevitabilmente non attecchisce, che ciascuna deve essere irrigata e curata e che occorrono anni prima che una piantina possa offrire i servizi ecosistemici di un albero adulto, quelle cifre meritano forse di essere rilette con qualche maggiore prudenza.

Duecentomila, cinquecentomila: in campagna elettorale gli alberi sembrano crescere con una facilità straordinaria. Peccato che, fuori dai comizi, la natura abbia tempi assai meno disponibili alle esigenze della propaganda.

Ed è forse proprio questa la lezione conclusiva. Una seria politica ambientale comincia quando si smette di promettere alberi come se fossero numeri da aggiungere a un programma elettorale e si comincia a considerarli per quello che sono: organismi viventi che devono essere prodotti, piantati, curati e fatti crescere per decenni. Le promesse, invece, attecchiscono molto più facilmente.

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08/08/2026

“Temperature minime al mare altissime, ecco perché succede e perché conviene andarci a maggio o giugno”

Perché le temperature minime vicino al mare sono altissime e rendono impossibile dormire? Facile da spiegare: il mare è un gigantesco volano termico, impiega molto tempo a scaldarsi, però una volta che è caldo resta tale per mesi. E visto che i mari si stanno progressivamente scaldando, anche in profondità (il Mediterraneo secondo i dati satellitari Copernicus è circa tre gradi sopra media) l’energia presente nell’acqua è smisurata. Se il mare arriva a 30 gradi, le minime nelle zone costiere sono elevatissime”. Luca Mercalli, climatologo e presidente dell’associazione Società Meteorologica Italiana, ragiona su una delle tante anomalie di questa estate. Sottolineandone le conseguenze sulla salute: “La differenza tra 20 e 27 gradi in una temperatura minima notturna per il corpo umano è abissale. Paradossalmente, sarebbe meglio non andare al mare d’estate, e andarci a maggio e giugno, quando le acque sono ancora fresche in seguito all’inverno”.

Dopo mesi di silenzio sul clima, ora i media lanciano un allarme all’insegna del panico: sarà l’estate più fresca della nostra vita, andrà sempre peggio. È così?
I toni apocalittici nascono quando viene data un’assurda enfasi sui fatti di cronaca, che possono essere limitati a giorni specifici, ma poi si dimenticano in fretta. Invece i veri elementi di preoccupazione devono essere continui e strutturali, ciò che viviamo è il sintomo di una crisi climatica che diventerà sempre peggiore nei prossimi anni e durerà secoli. Per questo serve una programmazione a lungo termine, perché queste estati sono ormai la norma.

Questa estate sarà più calda di quella del 2003?
Molto probabilmente sì, anche se dobbiamo aspettare la fine di agosto per avere i dati completi. In ogni caso si gioca la posizione con quella del 2003, del 2022 e del 2026. Per avere un’idea del livello di anomalia statistica, pensiamo che per l’estate del 2003 il tempo di ritorno stimato senza crisi climatica era di mille anni. Ora invece è la terza in poco più di vent’anni.

El Nino non c’entra, ancora?
No, non c’entra, per ora si sta rinforzando e crescendo di intensità sull’oceano Pacifico, basti pensare alle alluvioni in Cile, in una zona normalmente arida. Ma qui da noi al momento la causa dell’anomalia termica è solo il riscaldamento globale, che genera una maggiore espansione dell’anticiclone del Sahara, dove d’altronde pochi giorni fa c’erano 50 gradi. El Nino culminerà a fine anno.

Dal suo osservatorio nota maggiore preoccupazione nelle persone?
Sicuramente le persone sono più scioccate e sentono sulla loro pelle il peso di queste anomalie, ma molti stanno cercando fughe psicologiche: ho visto aumentare messaggi di persone che mi chiedono se il caldo sia legato, ad esempio, al gran numero di satelliti, al cambiamento di inclinazione dell’asse terrestre o altre cause bislacche. È come se si cercassero alibi invece che accettare la causa più logica, il riscaldamento globale, una responsabilità collettiva legata al consumo di energia fossile, alla deforestazione, agli allevamenti intensivi, ovvero ai 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente che emettiamo in un anno nella nostra atmosfera.

Ciò che è accaduto quest’estate era prevedibile dai modelli?
Sostanzialmente non c’è alcuna sorpresa scientifica, siamo nella parte alta delle simulazioni che avevano una forchetta di incertezza, secondo cui la media globale poteva aumentare di due o di quattro gradi a fine secolo. Ricordo che se in Francia ci sono stati scostamenti giornalieri anche di dieci e passa gradi questo deriva dal fatto che i modelli indicano una media globale annua che include tutto il pianeta, dai deserti agli oceani. Poi ci sono i picchi locali e temporanei.

Quello che dobbiamo fare è arcinoto, giusto?
Ma certo, lo sappiamo da oltre trent’anni, lo dice l’accordo di Parigi, è contenuto dentro tutti i rapporti delle Nazioni Unite e degli enti di ricerca internazionali. L’Europa è andata molto bene avanti con il Green Deal, modello di sostenibilità all’avanguardia. Peccato che il pacchetto di misure sia stato considerato un fastidio per l’economia, ad esempio dal nostro governo, per cui sono state date deroghe che spostano le date del raggiungimento degli obiettivi, si fa di tutto per rallentarne l’applicazione. Per non parlare dello smantellamento sistematico di ogni protezione ambientale fatto da Donald Trump, che è uscito dall’Accordo di Parigi. Io però non mi capacito soprattutto di una cosa.

Quale?
Come mai il mondo della finanza e dell’economia non si muovano: qualche giorno fa su “Le Monde” c’era scritto che il caldo e gli incendi che hanno avuto in Francia in questi mesi costeranno dai 3 ai 6 miliardi di euro e che per questo non riusciranno a rispettare la diminuzione del debito pubblico.

Cosa auspica per questo inverno?
Che davvero si continui a parlare di clima una volta passato il caldo, anche perché poi tornerà. E che si smetta di guardare al caldo come qualcosa che scende fatalmente dal cielo. Infine, che si parli anche del legame tra caldo e bollette. Ma insomma, noi spendiamo 50 miliardi di euro all’anno per comprare energie fossili dagli sceicchi così come dagli Stati Uniti: proviamo a pensare se tutti questi soldi restassero in Italia e venissero impiegati per fare energie rinnovabili, sarebbe un volano per l’economia italiana. Come facciamo a non vedere l’opportunità? Come possiamo accettare di pagare miliardi a paesi terzi diventando anche ricattabili?

In conclusione?
Vorrei dare un messaggio costruttivo: non è vero che non possiamo più fare niente. Possiamo almeno evitare di peggiorare, ecco, questo sì, il clima resterà compromesso per secoli e forse millenni, ma possiamo fermare un aumento di temperatura pericoloso per la specie umana.

Piantando alberi?
Piantare alberi è importantissimo ma non è la soluzione decisiva. Alberi in città possono abbassare le temperature di due gradi, poniamo da 40 a 38. Forse occorre depenalizzare la responsabilità degli amministratori per gli alberi non malati caduti durante temporali sempre più intensi, altrimenti continueranno a tagliarli senza pietà. Ma il problema del caldo e del clima è molto più complesso e vasto. Occorre che questa complessità sia compresa da tutti, dagli amministratori come dai cittadini. Occorre mettere tutti i saperi al servizio di questo gigantesco problema esistenziale: non servono solo i climatologi, ma pure i giuristi, gli ingegneri, perfino i filosofi!

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05/08/2026

Non è affatto finita, e non finirà a breve

Mi spiace e non è pessimismo eh, è proprio così.

Anche oggi infatti, le temperature sono molto alte, specie al nord dove si raggiungono i 37-38°C. Nei prossimi giorni potrebbero anche aumentare, in funzione dell’anomalia che sta muovendo verso est.

Quello che si vede in foto, infatti, è l’analisi di ECMWF per i prossimi giorni, dell’anomalia termica a 1500 metri.

Si vede la bolla attuale sull’Europa dell’est, con anomalie fino a 8-10 gradi sopra la media.

Poi, invece di diminuire, dal 9 entrerà una nuova anomalia dalla Spagna e dal sud della Francia (li si sta crepando), per arrivare di nuovo su mezza Europa continentale. Noi siamo sempre al margine inferiore ma saremo comunque interessati.

Quindi fino a Ferragosto cambierà poco e niente se non per un lieve abbassamento delle massime fra giovedì e venerdì (specie al nord) anche se poi, il pericolo principale, potrebbe arrivare dai temporali pomeridiani. Anche perché il mare è letteralmente un brodo.

I danni ahimè, viste le condizioni del terreno, saranno prevedibili, con buona pace dei cretini di cui abbiamo contezza giornaliera, che continueranno a rompere coi tombini, le nutrie, e il campionario del perfetto idiota fatto di “è sempre stato così”.

Ora, io non so cos’altro possa servire per far capire agli imbecilli (e ai loro “spingitori”) la gravità di quello che stiamo vivendo.

Non serve nemmeno mezza Europa sotto una siccità mai vista, non servono i fiumi in secca, le centrali nucleari da spegnere per la mancanza di acqua di raffreddamento, non serve la fusione dei ghiacciai, il mare che risale il Po.

Perché poi tanto arriva il macho tossico che si vanta di lavorare alle 2 di pomeriggio, come a dire, è tutto finto.

D’altronde, con questo establishment mondiale è praticamente impossibile anche solo ragionare, figuratevi con i loro adepti. Aggiungeteci l’algoritmocrazia che monetizza l'imbecillità e il gioco è fatto.

Ci ritroveremo a inchiodare col freno a mano, quando potevamo frenare da almeno dieci anni, con le conseguenze sociali ed economiche che vi lascio immaginare.

Ah, dimenticavo. Se vi capita, passate da Piazzale dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini, dove, dopo 18 milioni di euro spesi, il piazzale si sfalda dopo soli 6 mesi, con tutti i nuovi alberi già morti, muoiono pure quelli che c’erano. E poi chiedetevi se siamo abbastanza intelligenti per sopravvivere a questi cambiamenti.

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21/07/2026

La lotta di classe a 40 gradi!

Premetto che mi baso completamente su studi scientifici. Ognuno è libero di interpretarli come vuole (ovviamente), tuttavia ci sono dei dati che sono incontrovertibili, ad esempio le temperature. Non so se ci avete fatto caso, ma sono aumentate. Ovunque e in modo persistente. Quindi prevengo le obiezioni: mio nonno diceva che nel 1938... faceva caldo. Nel mio paesello di 42 anime la sera ci mettiamo la felpina e altre amenità. Il clima è una cosa, il meteo è un’altra cosa.

«Fa caldo» è diventata una frase quasi ironica. La pronunciamo davanti a un ventilatore, in una piazza svuotata, aspettando che la sera porti un po’ di sollievo. Intanto la statistica europea registra un’altra cosa. Tra il 22 e il 28 giugno 2026, nei ventisette Paesi e territori osservati da EuroMOMO, ci sono stati 10.650 decessi oltre il livello atteso.

Più di novemila riguardavano persone dai 65 anni in su. Ho letto bene gli studi e sono dati preliminari di mortalità per TUTTE le cause, soggetti alle correzioni dovute ai ritardi di registrazione. Nessun certificato consente ancora di attribuire al caldo ciascuna morte.

La coincidenza temporale, l’età delle vittime e l’assenza di un’altra grande causa epidemiologica rendono però l’ondata di calore la spiegazione più PLAUSIBILE, secondo gli esperti di EuroMOMO.

I dati

In Francia durante l’ondata di caldo Santé publique France ha rilevato 8.973 morti, 2.025 in più rispetto alla settimana precedente. L’aumento è stato del 29,1 per cento su scala nazionale e del 62,8 per cento nell’Île-de-France. I decessi avvenuti a casa sono cresciuti del 91 per cento; nelle strutture per anziani del 37 per cento. Anche questi numeri sono provvisori e coprono circa il 60 per cento dei certificati di morte. Dicono già qualcosa di importante: per molte persone (sole o povere) la casa ha smesso di essere un riparo (Santé publique France).

In Germania, il Robert Koch-Institut ha stimato 5.120 morti associate al caldo fino alla fine di giugno, 4.310 concentrate tra il 22 e il 28. Più di quattro vittime su cinque avevano almeno 75 anni. Si tratta di una stima modellistica, costruita confrontando temperatura e andamento dei decessi, dunque appartiene a una categoria diversa dal conteggio EuroMOMO e i due numeri non vanno sommati (Robert Koch-Institut, Reuters).

In Inghilterra e Galles, un’analisi rapida della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato oltre 2.700 morti legate al caldo tra maggio e giugno, circa 2.200 durante l’episodio del 18-28 giugno. Il 60 per cento aveva più di 85 anni e il 42 per cento del totale stimato sarebbe attribuibile al calore aggiunto dal cambiamento climatico causato dalle attività umane (sostengono gli studiosi). Anche questo è un risultato modellistico, in attesa delle valutazioni ufficiali (LSHTM).

Una cosa è certa: giugno 2026 è stato il giugno più caldo mai misurato nell’Europa occidentale. La temperatura media della regione ha raggiunto 20,74 °C, oltre tre gradi sopra la media del periodo 1991-2020. A scala globale è stato il secondo giugno più caldo, con una temperatura media superiore di 1,39 °C al livello preindustriale (Copernicus Climate Change Service).

Il famigerato 2003

Il confronto con il 2003 aiuta a capire quanto il clima sia cambiato nel tempo di una generazione. Quell’estate provocò oltre settantamila morti aggiuntive in Europa. Un’analisi di World Weather Attribution mostra che un caldo diurno simile a quello osservato nel giugno 2026 era circa dieci volte meno probabile nel clima del 2003; per le notti estreme, la probabilità era oltre cento volte inferiore. Con le condizioni climatiche di allora, le giornate più roventi sarebbero state in media più fresche di circa due gradi e le notti di 1,3 gradi (World Weather Attribution, studio europeo sul 2003).

Un decimale può sembrare trascurabile dentro una media annuale. Due gradi in più dentro una camera da letto, durante una notte senza recupero fisiologico, decidono quanto a lungo il cuore e i reni riescono a compensare. Il calore ostacola la dispersione della temperatura corporea, aumenta lo sforzo cardiovascolare e favorisce disidratazione, danno renale e scompensi respiratori.

L’Organizzazione mondiale della sanità lo considera la principale causa di morte tra gli eventi meteorologici estremi; tra il 2000 e il 2019 ha stimato circa 489.000 decessi annui legati al caldo nel mondo, con il 36 per cento in Europa (OMS).

Chi muore di caldo? La classe proletaria

Dire che il caldo colpisce tutti è corretto soltanto sul piano termometrico. Il corpo anziano disperde calore con maggiore difficoltà, la sete arriva tardi, i farmaci possono modificare l’equilibrio dei liquidi. Se quella persona vive sola, possiede una pensione bassa e abita all’ultimo piano di un edificio poco isolato, la condizione biologica diventa una condanna a morte.

Nel 2003, uno studio sui decessi di Bologna, Milano, Roma e Torino trovò gli aumenti maggiori tra gli ultraottantacinquenni e tra le donne. A Roma la mortalità crebbe del 17,8 per cento nelle aree a basso livello socioeconomico; a Torino l’eccesso raggiunse il 43 per cento tra le persone con istruzione più bassa (Eurosurveillance).

La ricerca più recente ha allargato la scala. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Nature Health ha analizzato la mortalità giornaliera in 654 regioni di trentadue Paesi europei tra il 2000 e il 2019. Deprivazione materiale e disuguaglianza economica risultano associate a una maggiore suscettibilità alle temperature estreme. L’età avanzata, la difficoltà di mantenere la casa a una temperatura sicura e l’accesso diseguale alla sanità modificano il rischio.

Gli autori segnalano anche una complicazione importante: alcune regioni ricche e molto urbanizzate possono avere una mortalità da caldo elevata, a causa dell’isola di calore e della densità edilizia. La povertà accresce il pericolo; da sola, non esaurisce la spiegazione (Nature Health).

Poi c’è chi durante l’allerta deve continuare a lavorare. Un muratore sopra un tetto, una bracciante nei campi, un fattorino sull’asfalto ricevono il calore dall’aria, dal sole e dallo sforzo muscolare. La libertà di fermarsi dipende dal contratto, dal salario, dalla possibilità concreta di perdere una giornata.

Il progetto italiano WORKLIMATE, basato su 2,38 milioni di “infortuni” (chiamiamoli così) registrati tra il 2014 e il 2019, attribuisce alle alte temperature oltre quattromila infortuni professionali l’anno. Edilizia e agricoltura compaiono tra i settori a maggior rischio (Climate-ADAPT). L’Organizzazione internazionale del lavoro stima, su scala mondiale, 2,41 miliardi di lavoratori esposti a calore eccessivo e quasi diciannovemila morti professionali annue attribuibili a quell’esposizione (ILO).

Resta chi vive per strada. Una revisione degli studi condotti tra il 2019 e il 2024 descrive un’esposizione prolungata, scarso accesso all’acqua, ai luoghi freschi e alle cure, insieme a patologie che il caldo aggrava. Le conoscenze disponibili sono ancora limitate, circostanza che dovrebbe preoccupare: le persone più esposte sono anche quelle che entrano con maggiore difficoltà nelle statistiche sanitarie (Journal of Urban Health).

Chiamarla povertà energetica significa riconoscere che l’aria condizionata ha un prezzo doppio, quello dell’apparecchio e quello della bolletta. Significa, inoltre, vedere la differenza tra chi può lasciare la città e chi rimane in un appartamento che accumula calore fino all’alba.

La climatizzazione salva indubbiamente delle vite durante le emergenze; ma una politica pubblica vagamente seria deve evitare che la protezione dipenda dal conto corrente e deve ridurre gli sprechi attraverso isolamento, ombra, alberi, ventilazione e servizi di prossimità.

Chi scalda il pianeta e chi ne muore

La disuguaglianza riappare quando si guarda alle cause. Secondo l’IPCC, il dieci per cento delle famiglie con le emissioni più alte produce tra il 34 e il 45 per cento delle emissioni globali legate ai consumi; la metà più povera dell’umanità ne produce tra il 13 e il 15 per cento. La distanza cresce ancora agli estremi: l’impronta del primo uno per cento è stata stimata 175 volte quella dell’ultimo dieci per cento (IPCC, AR6 WGIII).

Un lavoro pubblicato su Nature Sustainability calcola che nel 2019 il dieci per cento più ricco fosse responsabile del 48 per cento delle emissioni, mentre la metà più povera arrivava al 12 per cento. Per l’uno per cento al vertice, una parte decisiva proviene dagli investimenti e dal possesso di capitale (Nature Sustainability).

La crisi climatica ha dunque una contabilità rovesciata. Chi contribuisce meno dispone spesso di una casa peggiore, di meno salute accumulata e di un lavoro che impedisce di sottrarsi all’esposizione. Chi contribuisce di più può acquistare isolamento, raffrescamento, tempo libero, una seconda abitazione. Il privilegio produce emissioni e vende a sé stesso l’adattamento. Sì il clima è la nuova lotta di classe.

Il 26 giugno, mentre l’Europa entrava nella settimana dei 10.650 morti in eccesso, il presidente del Senato Ignazio La Russa dichiarava: «Ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo».

Quel plurale mette sullo stesso piano corpi e patrimoni che sullo stesso piano non sono. Ci si abitua meglio con una casa fresca, un reddito sicuro e la facoltà di sospendere il lavoro. Altrove, l’abitudine prende la forma di una chiamata al pronto soccorso, di un turno portato a termine con quaranta gradi.

Serve una politica climatica che unisca riduzione rapida delle emissioni e protezione sociale. Allerte comprensibili, visite agli anziani soli, centri freschi accessibili anche di notte, limiti vincolanti al lavoro nelle ore estreme, riqualificazione delle case popolari, energia essenziale garantita durante le ondate di calore. Sono interventi sanitari e misure di giustizia fiscale. Il loro costo va chiesto a chi ha costruito ricchezza consumando una quota sproporzionata dell’atmosfera comune.

La temperatura si misura in gradi. La possibilità di sopravvivere, per ora, si misura in reddito.

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