Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/08/2026

La catastrofe ambientale e il “lasciar fare”

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni è un evento che ha resettato completamente ogni precedente parametro.

Le immagini dal Nepal sono così straordinariamente impressionanti che costituiranno un nuovo riferimento per la storia, come lo erano una volta i racconti sulla peste nera, sull’eruzione del Krakatoa o del Tambora, come lo sono state le immagini delle onde nere dello tsunami di Fukujima, come l’11 settembre in America, come il genocidio dei palestinesi.

Quelle immagini sono devastanti.

Ci ho pensato tutta la mattina per raccogliere dati e scrivere.

L’evento ha interessato il distretto di Rasuwa, lungo il sistema fluviale del Lhende Khola. Una enorme quantità di ghiaccio, roccia e detriti è precipitata improvvisamente nella valle, provocando una gigantesca onda di piena che ha trascinato via case, ponti, strade, veicoli e infrastrutture idroelettriche e di servizio. La piena si è poi propagata verso valle.

Il bilancio è ancora provvisorio ma è da considerarsi catastrofico.

Ad oggi, la ricostruzione più probabile della catastrofe avvenuta in Nepal, è relativa al collasso di un ghiacciaio.

Le ipotesi di ieri, in primis quelle del terremoto e delle abbondanti precipitazioni (?),alimentate immediatamente da quelli che di clima non vogliono parlare, e successivamente quelle del GLOF (Glacial Lake Outburst Flood), sembrano essere meno rilevanti di quella attuale.

L’ipotesi più probabile infatti, emerge dalle immagini satellitari e dalle analisi dell’US Geological Survey (USGS).

La catastrofe infatti sembrerebbe esser stata innescata dal collasso di una porzione di ghiacciaio che ha generato una valanga di ghiaccio e rocce che ha provocato un’enorme massa di detriti nel Lhende Khola. Il materiale della valanga avrebbe sbarrato il corso del fiume, creando una sorta di lago temporaneo di sbarramento. La successiva rottura di questo sbarramento può avere prodotto o amplificato l’enorme ondata di piena e la conseguente devastazione a valle.

Le immagini satellitari mostrano il distacco di una massa glaciale di circa 0,2 km², a circa 5.200 metri di quota, che sarebbe precipitata per circa 1.200 metri verso il fondovalle.

L’USGS ha inoltre chiarito un punto molto interessante. Cito testualmente quanto scritto:

– Il 26 agosto alle 8:37 ora locale (10:52 ora standard cinese) si è verificato un evento sismico di magnitudo 5.2 vicino al confine tra Nepal e Cina.

– L’USGS ha stabilito che l’evento sismico è stato causato dal crollo di un ghiacciaio e dalla conseguente colata detritica, che hanno provocato impatti catastrofici a valle.

– Inizialmente, l’evento era stato segnalato come un terremoto di magnitudo 4.4. Ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato alla conclusione che l’evento sismico fosse in realtà dovuto al crollo di un ghiacciaio e alla conseguente colata detritica, e che non si fosse verificato alcun terremoto.

Si parlava e si parla ancora di GLOF, ma probabilmente non lo è stato, almeno non nel senso classico del termine. Un GLOF è la fuoriuscita improvvisa di un lago glaciale preesistente, ne ho parlato diverse volte nel passato, l’ultima lo scorso anno per un evento avvenuto in Alaska.

Di contro invece c’è qualcosa che dovrebbe farci pensare.

Non abbiamo ancora una attribuzione scientifica che dimostri che il cambiamento climatico abbia causato questo specifico collasso, ma il contesto è molto significativo: il riscaldamento dell’Himalaya sta causando ritiro dei ghiacciai, degradazione del permafrost e maggiore instabilità dei versanti.

Questo può aumentare la probabilità di collassi, valanghe e conseguenti piene improvvise, è palesemente un fattore di aumento del rischio, non necessariamente il “grilletto” dell’evento. Ma è proprio questo che rende l’evento interessante dal punto di vista climatico: un ghiacciaio può diventare l’innesco di una catena di eventi estremamente rapida, senza che sia necessariamente in corso una grande perturbazione meteorologica.

Il cambiamento climatico invece potrebbe avere aumentato la vulnerabilità del sistema.

L’Himalaya si sta riscaldando rapidamente; il ritiro dei ghiacciai modifica la stabilità dei versanti e aumenta la quantità di acqua e sedimenti disponibili nei bacini montani. Inoltre, nell’Hindu Kush-Himalaya stanno diventando più problematici diversi tipi di eventi estremi: piene improvvise, frane, valanghe e collassi di laghi glaciali.

L’Himalaya, che si estende tra Nepal, India, Cina, Bhutan e Pakistan, si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, esponendo la regione a un rischio maggiore di valanghe, frane e inondazioni. Una regione che vive da secoli sull’acqua di fusione.

Le temperature nell’area del ghiacciaio che ha collassato sono aumentate di circa due volte rispetto al tasso medio di riscaldamento globale… circa 2,8°C dal 1940. Sebbene serva un’indagine più approfondita su questo evento specifico, è chiaro che i ghiacciai in tutto il Mondo stanno diventando meno stabili.

Uno studio del 2026 su un ghiacciaio vicino ha rilevato che il tasso di perdita di area glaciale è aumentato di oltre 4 volte, passando da circa 0,11%/anno prima del 1964 a 0,49%/anno durante il periodo 1964–2023, con un’ulteriore accelerazione dopo il 2000.

Nel 2023, le Nazioni Unite hanno affermato che le montagne del Nepal avevano perso quasi un terzo del loro ghiaccio in poco più di 30 anni a causa del riscaldamento globale. Una valutazione pubblicata quell’anno ha rilevato che i ghiacciai dell’Hindu Kush-Himalaya sono scomparsi il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente.

E negli ultimi ultimi anni avviene sempre più spesso. Nel 2021, un ghiacciaio himalayano si è staccato causando un’alluvione lampo nello stato indiano dell’Uttarakhand. Fu una valanga di roccia e ghiaccio di 27 milioni di metri cubi, che si è trasformata in una colata detritica straordinariamente grande e mobile che ha provocando oltre 200 morti o dispersi. Ho messo le immagini dei miei post su quello che è successo in Svizzera, a Blatten lo scorso anno, quello che è successo qui da noi, sulla Marmolada nel 2022, quello che successe in Alaska.

Però se ci fate caso le prime notizie dei TG, riguardano la ricerca dell’elemosina del governo per le accise sul gasolio. Perché quello dobbiamo fare.

Continuare a consumare petrolio.

Dai che domani sarà ancora 38 gradi.

Fonte

29/08/2026

‘Glof’ in Nepal: pistola climatica da tutte le montagne del disgelo

Nepal: il ghiacciaio caduto è stato la causa, non l’effetto delle vibrazioni rilevate dai simografi. «Il cambiamento climatico sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e la perdita di massa glaciale nell’Himalaya nepalese, esponendo le comunità montane a impatti a cascata, tra cui l’aumento di rischi quali le inondazioni improvvise dovute al cedimento dei laghi glaciali, le valanghe e le frane di roccia»

Non un mago ma un climatologo

L’avvertimento, quasi una terribile preveggenza, nel 2025 di Gunjan Silwal, dottorando del programma OnePlanet dell’Università di Newcastle, nel Regno Unito, in un articolo pubblicato da AntarcticGlaciers. «Questi impatti – continuava – si estendono anche più a valle, aggravando il rischio di alluvioni, l’insicurezza idrica e l’instabilità economica. Il ritiro dei ghiacciai in Nepal è determinato dall’aumento delle temperature e influenzato dalle dinamiche del ghiaccio, come la presenza di detriti sulla superficie, i laghi e la topografia», riposta Luca Martinelli.

Glacial Lake Outburst Floods

L’acronimo inglese di ciò che è probabilmente successo è Glof, Glacial Lake Outburst Floods: «le immagini satellitari mostrerebbero infatti che una parte consistente della porzione inferiore del ghiacciaio si è distaccata a un’altitudine di circa 5.200 metri, precipitando per circa 1.200 metri fino al fondovalle e trascinando con sé rocce e sedimenti durante la caduta. La conseguente valanga di ghiaccio e detriti rocciosi ha colpito il fiume Lhende, che si trova in Tibet, circa 20 km a nord-est del valico di frontiera tra Nepal e Cina. I detriti hanno temporaneamente ostruito il corso del fiume prima che la diga naturale cedesse, provocando il rilascio improvviso di una potente ondata di piena verso valle».

L’inarrestabile onda di morte

La gigantesca onda marrone ha raggiunto per primo il posto di frontiera di Gyirong, causando vittime e dispersi. «La sola spiegazione per la discesa improvvisa di una quantità così grande di acqua è che sia stata liberata tutta insieme», ha osservato Adrian McCallum, glaciologo dell’Università della Sunshine Coast, in Australia. Un’analisi pubblicata ieri da AntarcticGlaciers evidenzia come, secondo uno studio pubblicato nel 2026 dallo stesso Silwal, «nel periodo 2000-2023, i ghiacciai si sono ritirati a una velocità 1,5 volte superiore rispetto al periodo 1964-2000, con un’ampia frammentazione, disconnessione e separazione dei ghiacciai»: viviamo in un mondo sempre più insicuro, anche per effetto dei cambiamenti climatici.

Situazione di rischio estremo

Una delle tante indiscrezioni dopo l’evento rendono evidente la situazione di rischio estremo: se le prime notizie suggerivano che il crollo fosse stato provocato da un terremoto di magnitudo 4,4, lo United States Geological Survey (Usgs) ha in seguito rivisto la propria valutazione affermando che il segnale sismico era stato generato dalla frana stessa e non da un terremoto: le vibrazioni, insomma, sono state l’effetto e non la causa del collasso in superficie e dell’enorme forza del movimento di fango e detriti. Intanto, ieri è stato lanciato l’allarme per una nuova possibile piena in Nepal, dopo la formazione di un lago naturale vicino al confine con il Tibet: le autorità cinesi avvertono che il bacino, già in fase di tracimazione, presenta un alto rischio di cedimento nei prossimi tre giorni.

Rischio bis sulla zona già colpita

L’eventuale rottura potrebbe provocare una nuova e improvvisa ondata d’acqua a valle, aggiungendo un ulteriore pericolo alla situazione già drammatica dopo le alluvioni di mercoledì. Il lago, ricostruisce il Kathmandu Post, si trova nei pressi della confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo. C’è poi il rischio di un ulteriore crollo del ghiacciaio. Secondo la climatologa del Cnr Marina Baldi, il fenomeno potrebbe ripetersi se dovesse cedere anche la seconda parte di quello già collassato: «Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale del ghiacciaio rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate».

Fenomeni simili ma di minore intensità erano stati registrati più volte nel Sud-Est dell’Asia e sulle Alpi Svizzere (notizia turisticamente dannose e abilmente seminascoste). In Italia nessun pericolo? O il pericolo è ovunque e dall’alto guarda i paesi a valle? Analisi serie e non allarmismi. Ma neppure gli attuali silenzi decisamente sospetti.

Fonte

23/08/2020

Groenlandia - Scioglimento dei ghiacci: superato il punto di non ritorno


I ghiacciai della Groenlandia avrebbero superato un “punto critico” secondo un nuovo studio apparso su Nature Communications Earth and Environment. I ricercatori del Byrd Polar and Climate Research Center dell’Università Statale dell’Ohio hanno usato i dati di quarant’anni di osservazioni satellitari della Groenlandia per giungere alla conclusione che anche se il riscaldamento globale per assurdo si fermasse oggi, la calotta glaciale groenlandese continuerebbe comunque a diminuire.

Questo perché le nevicate che riempiono periodicamente la stessa calotta glaciale e che vanno a rinforzare i ghiacciai semplicemente non tengono il passo con il ghiaccio che si scioglie.

Michaela King, l’autrice principale dello studio, spiega che il ghiaccio che si sta squagliando e si sta riversando nell’oceano supera, e di molto, la quantità di neve che periodicamente va ad accumularsi sulla superficie della stessa calotta.

I ricercatori hanno scoperto che almeno fino agli anni '90 questo equilibrio tra ghiaccio che si scioglieva e neve che si accumulava e che favoriva la formazione di nuovo ghiaccio era ancora in atto. A partire dagli anni 2000 la calotta glaciale groenlandese ha cominciato a perdere più di 450 gigatonnellate (una gigatonnellata è un miliardo di tonnellate) di ghiaccio all’anno.

L’aumento dello scioglimento dei ghiacci è stato costante fino a quando c’è stata una grande accelerazione all’inizio degli anni 2000.

La stessa ricercatrice ha scoperto che i grandi ghiacciai della Groenlandia si sono ritirati in media di circa 3 km dal 1985. Alcuni di essi si sono ritirati così indietro e in profondità che ora sono a contatto con l’acqua la quale tendenzialmente è più calda. Ciò sta accelerando ancora di più lo scioglimento.

Sarà dunque impossibile tornare alle posizioni precedenti anche se gli esseri umani fossero in grado di fermare il cambiamento climatico e di riportare le temperature, per assurdo, al periodo preindustriale.

Fonte