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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/02/2026

L’Europa scopre da che parte sta l’olandese Rutte

Il ruolo di Rutte scoperto solo ora?

A quanto pare qualcuno in Europa finalmente si rende conto di quale sia il ruolo reale di Rutte. Agli europarlamentari, peraltro, Rutte non ha fatto che ripetere ciò che Trump aveva detto solo qualche settimana prima: «La Nato senza gli Usa non fa paura a nessuno. La Russia non ne è affatto preoccupata se non per quanto riguarda noi. La Cina nemmeno».

Nella stessa occasione Trump aveva ripetuto il più recente dei suoi mantra: «Se non prendiamo la Groenlandia lo faranno la Russia o la Cina e io non lo permetterò».

Allo stato attuale dei fatti, l’ultima è una panzana, come confermato dal generale Soren Andersen, alla testa del Comando Artico Interforze danese, che ha testualmente dichiarato: «Sono qui al comando da due anni e mezzo e non ho visto nessuna nave da guerra russa o cinese».

E il più ampio problema strategico del controllo dell’Artico, con i ghiacci che si ritirano, nuove rotte che si aprono e Russia e Cina che si preparano a sfruttarle, non implica certo la necessità di impadronirsi di un pezzo di territorio della Danimarca, cioè un pezzo di Europa. Altrimenti, visto che navi russe e cinesi sono state avvistate anche al largo del Canada, bisognerebbe impadronirsi anche del Canada… 

Questione enorme e nani a gestirla

Una questione enorme, insomma, che non può essere gestita in quel modo.

Eppure Rutte era subito corso in aiuto, dichiarando: «Tutti gli alleati concordano sull’importanza dell’Artico e della sicurezza artica, perché sappiamo che, con l’apertura delle rotte marittime, esiste il rischio che russi e cinesi diventino più attivi». E precipitandosi a fare da spalla, a Davos, a un Trump in chiaro imbarazzo davanti alle reazioni europee, con quella farsa di ‘trattativa’ per la risoluzione del problema Groenlandia in ambito Onu di cui non si è mai saputo il contenuto (e nemmeno se ne avesse uno qualunque) e che è servita per una photo opportunity, per poi essere prontamente dimenticata.

Lo stesso Rutte che, peraltro, nel giugno scorso, poche ore prima che i Paesi della Nato in riunione decidessero di portare al 5% del Pil l’obiettivo di spesa militare entro il 2035, scrisse quanto segue a re Donald:
«Sig. Presidente, caro Donald, Congratulazioni e grazie per la tua azione decisiva in Iran, è stata davvero straordinaria, e qualcosa che nessun altro ha osato fare. Ci rende tutti più sicuri. Stai per ottenere un altro grande successo all’Aja questa sera (al vertice Nato, ndr). Non è stato facile, ma li abbiamo fatti firmare tutti con un margine del 5%!
Donald, ci hai portato a un momento davvero, davvero importante per l’America, l’Europa e il mondo. Riuscirai a ottenere qualcosa che NESSUN presidente americano è riuscito a fare da decenni. L’Europa pagherà in GRANDE misura, come dovrebbe, e sarà una tua vittoria. Buon viaggio e ci vediamo alla cena di Sua Maestà! – Mark Rutte». 
Leccaculismo imperiale

Messaggio che, insopportabile tono da leccapiedi a parte, ci dice che Rutte prende lucciole per lanterne (il bombardamento americano sull’Iran che sarebbe stato un grande successo e che ‘ci rende tutti più sicuri’, infatti ci risiamo) e che, in ogni caso, sta dalla parte della Casa Bianca. E infatti «l’Europa pagherà in GRANDE misura [GRANDE in tutte maiuscole] ... e sarà una tua vittoria». 

Perché Rutte nella squadra di Trump

Dicevamo della trattativa-farsa sulle Groenlandia tra Trump e Rutte. L’unico senso di quell’incontro era ribadire che il tema Groenlandia poteva e doveva essere affrontato in Sede Nato. Ma la Nato non c’entra nulla. Qui si tratta di un Paese extra-europeo (gli Usa) che a un certo punto, accampando ragioni (o scuse) varie, decide che vuole impadronirsi (direttamente o indirettamente) di un pezzo di un Paese Ue (la Danimarca).

Gli unici interlocutori autorizzati, sempre ammesso che un’interlocuzione debba avvenire, sono la Danimarca e la Ue. La Nato può comparire nel caso che l’Alleanza decidesse, per dire, di incrementare la propria presenza sull’isola, di aggiungere armamenti e così via.

Sul tema della sovranità nazionale della Danimarca (e della volontà degli abitanti della Groenlandia, che gode di uno statuto speciale) la Nato può e deve solo tacere. Se domani Trump decidesse che vuole la Scozia, andrebbe Rutte a trattare con lui o andrebbe Starmer? 

Servilismo o convenienza?

Che Rutte giochi nella squadra di Trump (o di chiunque altro sieda alla Casa Bianca) è non solo evidente ma persino comprensibile. Gli Usa sono di gran lunga il maggiore azionista della Nato. Basta dare un’occhiata al contributo finanziario. Nel 2025 la Nato ha messo a bilancio 4,6 miliardi di euro, destinati a crescere a 5,3 in questo 2026.

Il che ha permesso ad alcuni di dire con un certo trionfalismo che l’Italia contribuisce per una parte che è circa la metà (8,5%) di quella coperta dagli Usa (16%). Questi, però, sono i quattrini che servono per le spese organizzative, dagli stipendi del personale alle strutture.

La spesa militare (e la Nato è un’alleanza militare) è un’altra storia: nel 2024 la spesa militare totale è stata di 1.506 miliardi, 997 (quasi i due terzi) dei quali sulle spalle degli Usa. È tutto da vedere se, privata del contributo Usa, la Nato sarebbe davvero tanto in crisi rispetto alle sue esigenze di difesa (spesa militare russa 2024: 150 miliardi di dollari, pari a 126,5 miliardi di euro).

Di certo perderebbe di peso politico e influenza, e la carica di segretario generale, Rutte o non Rutte, sarebbe molto meno importante di quanto lo sia ora. Coperto dagli Usa oggi può pretendere di dettare la linea agli europei. Senza gli Usa, verrebbe probabilmente preso a calci nel sedere. 

L’inciucio Nato sulla Groenlandia, tante quinte colonne

Il problema fondamentale, però, non è Rutte ma il fatto che anche in Europa l’idea che la Groenlandia sia un problema Nato e non Ue ha le sue quinte colonne. Sia Ursula von der Leyen come presidente della commissione, sia Antonio Costa come presidente del Consiglio europeo, e Kaja Kallas, responsabile della politica estera Ue, hanno detto che il problema poteva essere risolto in sede Nato. E anche Donald Tusk, primo ministro della Polonia, ha molto insistito sul tema Nato più che su quello Ue.

È una vecchia storia, che risale all’allargamento Ue del 2004-2005 e all’imbarco nella Unione dei fondatori di una serie di Paesi che, per ragioni diverse e non sempre pretestuose, vedono negli Usa, assai più che nella Ue, l’appoggio decisivo in tema di sicurezza.

Proprio quello che sostiene Rutte e che, comunque, tagli alla radice tutte le possibili ipotesi di una maggiore autonomia politica e strategica per la Ue, cosa che non può certo dispiacere agli Usa. Ue che, pur essendo un gigante economico (e i recenti accordi con l’America Latina e con l’India lo confermano), resta così malinconicamente un nano politico.

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28/01/2026

La nuova National Defense Strategy e il momento della verità per gli alleati degli USA

Lo scorso 23 gennaio il rinominato Dipartimento della Guerra statunitense, guidato da Pete Hegseth, ha pubblicato la National Defense Strategy del 2026. Il nuovo documento strategico della difesa stelle-e-strisce segue le orme della nuova National Security Strategy che ha creato tanto scalpore solo poche settimane fa. E mette gli alleati di Washington di fronte a una domanda: sono pronti ad affrontare la nuova era della competizione globale?

In questa nuova fase, le armi USA saranno impegnate primariamente verso le Americhe, mentre gli alleati storici dovranno accollarsi le spese della propria difesa. Scelta di “disimpegno” di cui, ad ogni modo, si avvantaggeranno largamente le imprese belliche statunitensi, cosa che si era già capita con il maggiore impegno del PIL nelle spese militari approvato dalla NATO.

La centralità data all’emisfero occidentale, su cui far valere una nuova dottrina Monroe, o “Donroe” come molti l’hanno chiamata, esposta nella National Security Strategy ha il proprio risvolto nella ridefinizione di come le forze armate devono intendere la priorità da assegnare ai vari fronti. Con importanti cambiamenti rispetto a come gli States si sono mossi fino all'amministrazione Biden.

Innanzitutto, le armi stelle-e-strisce saranno utilizzate primariamente per garantire la sicurezza interna, intesa sia in riferimento ai flussi migratori sia al terrorismo interno (nel testo si parla di quello islamico, ma è facile capire che The Donald tornerà all’attacco anche degli “Antifa”, con un’attenta modulazione dovuta alle larghe mobilitazioni contro la sua ICE). A ciò si aggiunge lo scudo missilistico Golden Dome.

E poi, però, ci sono tre settori delle Americhe che vengono indicati come terreno imprescindibile per gli interessi stelle-e-strisce: il Canale di Panama, il Golfo del Messico – “d’America”, nel documento – e la Groenlandia. L’Operazione Absolute Resolve viene indicata come un esempio del modo in cui Washington è pronta ad una “azione che concretamente porti avanti gli interessi statunitensi” nelle Americhe: tutti avvertiti.

Viene rielaborato largamente l’atteggiamento verso gli altri grandi attori dello scenario globale. A partire dalla Cina. Il Dragone rimane, com’è ovvio, l’avversario strategico centrale. Ma il documento specifica: “si tratta semplicemente di garantire che né la Cina né chiunque altro possa dominare noi o i nostri alleati. Ciò non richiede un cambio di regime o qualche altro tipo di lotta esistenziale. Piuttosto, una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare, è possibile”.

Questa, almeno, è l’opinione del Dipartimento della Guerra. Ma comunque rimane il fatto che Taiwan non è mai nominata nel testo, e che invece l’attenzione dei militari si concentra su di una deterrenza fondata sulla superiorità militare, non sul confronto diretto sul campo di battaglia. Questa deterrenza si dispiega lungo la First Line Chain, di cui certo fa parte Formosa e il suo arcipelago, ma che non è più evidentemente indicata come il fulcro della politica sul Pacifico.

L’Indo-Pacifico presto rappresenterà più della metà dell’economia mondiale. La sicurezza, la libertà e la prosperità è quindi direttamente collegata alla capacità statunitense di commerciare e impegnarsi da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro, se è per questo – dominasse questa regione ampia e cruciale, sarebbe in grado di porre efficacemente il veto sull’accesso degli americani al centro di gravità dell’economia mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche statunitensi, compresa la nostra capacità di reindustrializzare il paese.

Nel documento si mette in evidenza come il nodo centrale non sia da considerarsi l’indipendenza di Taiwan, ma la capacità di mantenere la propria superiorità militare in un’area in cui Washington ha bisogno di limitare la penetrazione economica cinese. Tra le altre cose, spostando il baricentro delle filiere verso il proprio territorio nazionale... magari anche a discapito della stessa industria dei semiconduttori di Taiwan.

Della Russia vengono messe in evidenza la resilienza e la capacità di impegnarsi in una guerra di lungo periodo. Tuttavia, Mosca viene definita come una “minaccia gestibile” per la NATO. Dal Pentagono sottolineano che le economie europee sovrastano quella russa e che, pertanto, gli europei hanno tutte le capacità (e sono in sostanza obbligati) ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, incluso il sostegno all’Ucraina. Altro messaggio chiaro a Zelensky per i futuri negoziati.

Per quanto di Pyongyang si evidenzi il pericoloso arsenale nucleare, viene anche scritto che la “Corea del Sud è in grado di prendere le principali responsabilità di scoraggiare la Corea del Nord con il sostegno critico ma più limitato degli Stati Uniti”. Infine, l’Iran viene visto come un pericolo rispetto agli obiettivi sul Medio Oriente, e in particolare rispetto all’alleato fondamentale israeliano.

Ugualmente, però, il testo del Dipartimento della Guerra ribadisce anche qui la necessità che siano i paesi della zona ad assumersi più responsabilità di difesa. Il testo esalta le opportunità di stabilizzazione a cui possono dare vita i percorsi di integrazione regionale tra i suoi vari attori. L’importanza degli Accordi di Abramo in questo processo viene evidenziata.

Insomma, la nuova strategia delle forze armate statunitensi espone la chiara volontà di disimpegno diretto, rimanendo però l’ago della bilancia mondiale, lasciando agli altri il “lavoro sporco”. E in tutto ciò, il complesso militare-industriale stelle-e-strisce riceverà una forte spinta, anche per garantire il rafforzamento dei nuovi segmenti legati all’IA, ai droni, a tutte quelle realtà economiche che hanno largamente sostenuto Trump fino adesso.

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22/01/2026

Un pezzo di Groenlandia e tutti a cuccia

Ma insomma... a Davos, Donald Trump ha fatto una marcia in avanti oppure indietro? A leggere i giornali italiani è impossibile saperlo. Quelli “democratici” – nel senso filo-statunitense del termine – giurano che ha dovuto recedere dall’intento di mangiarsi la Groenlandia, quelli para-fascisti – in senso universale – garantiscono il contrario.

Dopo il diluvio di insulti e perculamenti agli europei, la questione è stata affrontata in un privè riservato tra il tycoon e il cosiddetto segretario della Nato, l’olandese Mark Rutte. Alla fine Trump ne è uscito trionfante garantendo che “Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo, è un intesa che durerà per sempre”, “con Mark Rutte abbiamo definito la cornice” che riguarda di fatto “l’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Usa e per tutte le nazioni Nato. Sulla base di questa intesa, non imporrò i dazi doganali che sarebbero dovuti entrare in vigore il primo febbraio”.

Se 40 anni fa il presidente dell’Unione Sovietica avesse annunciato di aver “raggiunto un accordo con il Patto di Varsavia” – da lui diretto – nelle redazioni occidentali sarebbero scoppiati tutti a ridere. A parti invertite tutti l’hanno presa sul serio... 

In molti hanno trovato comunque “intollerabile” che gli interessi e i confini di un Paese europeo membro della Nato (la Groenlandia è federata alla Danimarca) fossero maneggiati da un olandese che figurativamente guida un’alleanza militare che vede nella “controparte” Usa anche la guida indiscussa. E quindi il poveretto ha dovuto spiegare – dopo – che “sì, l’incontro è stato positivo, ma non si è discusso della sovranità della Groenlandia”.

E quindi? Sono bastati pochi minuti per capire che l’isola-continente è di fatto stata “promessa” agli Stati Uniti, ma con la preghiera di trovare le forme retoriche per non far apparire la posizione europea come una resa totale.

Il New York Times ha ben presto riferito che, secondo le solite “fonti coinvolte nella discussione”, il compromesso raggiunto sulla Groenlandia prevederebbe che la Danimarca conceda agli Stati Uniti la sovranità su piccole porzioni di territorio groenlandese, dove gli Usa potranno costruire basi militari.

L’idea, hanno riferito i funzionari, era stata promossa dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla falsariga delle basi britanniche a Cipro, considerate a tutti gli effetti territorio della Corona. Insomma: la Groenlandia può dire che resta “sovrana” benché amputata della parte che gli Usa sceglieranno, la Danimarca idem, l’Unione Europea sorriderà fottuta e soddisfatta.

Ora bisognerà vedere come la prenderanno i “locali” che in questi giorni hanno ricevuto dal loro governo istruzioni su come prepararsi all’invasione statunitense, con tanto di scorte di cibo da accantonare e armi da nascondere. Ma sono meno di 60mila, non è che possano spostare granché... 

Un po’ la situazione in cui sta precipitando il Canada – ennesimo obbiettivo dichiarato del nuovo “espansionismo trumpiano”, il cui esercito – altro pilastro della Nato! – ha preparato i piani per far fronte all’identica eventualità, prevedendo di essere conquistati dagli Usa in appena una settimana, ma predisponendo una attività di guerriglia tale da far pagare un prezzo altissimo agli invasori.

Si può e si deve certo ironizzare sui futuri “mujaheddin canadesi” e/o groenlandesi, considerati pronti a ripetere le gesta degli iracheni o degli afgani, senza peraltro aver nessuna esperienza – né cultura – di “resistenza all’occupante” (ormai neanche quella delle tribù originarie di pellerossa e inuit che qualche secolo fa si trovarono davanti inglesi e francesi), ma proprio il fatto che queste “mostruosità” siano diventate cronaca corrente costringe a capire cosa stia accadendo nel vecchio e ignobile Occidente euro-atlantico.

Ventiquattrore prima di Trump il presidente canadese Mark Carney, tranquillo gentleman anglosassone che era stato persino governatore della banca centrale britannica, aveva spiegato alla platea di affaristi e governanti lì riunita che no, stavolta non ci troviamo davanti ad un normale “aggiustamento” nella governance del pianeta, come tante altre volte era accaduto.

“Abbiamo la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è”.

Ed è un mondo di merda, ovviamente, con una sola novità: il trattamento riservato dal paese dominante ai sottoposti occidentali sarà praticamente identico a quello riservato di solito ai “popoli coloniali”. E certo questo comporta una differenza per chi era abituato a vivere come un “vassallo felice” e si ritrova già ora nella posizione del “servo maltrattato” (i 72 minuti di sproloquio trumpiano hanno fatto alzare ed andar via più d’uno, nel solco dell’uscita di scena della solitamente giuliva Christine Lagarde, il giorno prima).

Detto da un presidente canadese fa davvero effetto:

“Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.
Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina
[riferimento alla citazione di Vaclav Havel, dissidente ceco poi presidente, fatta all’inizio del discorso, ndr]. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”

I “vassalli felici” dell’Occidente euro-atlantico ci hanno guadagnato per 80 anni. Ora è finita. Devono trovare un altro “ordine”, contribuire a crearlo, rischiando di far incazzare l’irascibile potenza egemone. Ma non hanno altra possibilità

Persino uno squalo “normale” come Gavin Newsom, governatore dem della California e probabile candidato alle presidenziali del 2028, un alter ego più giovane e meno rimbambito dell’ultimo Biden, ha rimproverato gli europei di non aver capito cosa è successo in America e, perciò, cosa è cambiato per loro.

“Diplomazia, con Trump? È un T-Rex. O ti allei con lui o ti divora, non ci sono vie di mezzo. La gente deve reagire. Avete visto cosa sta succedendo con l’Ice, la polizia segreta, le persone che scompaiono? Svegliatevi. Dove diavolo siete stati tutti? Smettetela con questa diplomazia del cazzo fatta di convenevoli. Smettetela di dire una cosa in privato e un’altra in pubblico. Abbiate un po’ di spina dorsale”.

Sembra chiaro che l’establishment Usa, che Newson rappresenta al meglio, stia disperatamente cercando qualcosa o qualcuno che interrompa la resistibile ascesa di un “ordine” che distrugge il proprio sistema di interessi consolidati. Un po’ come – a specchio – i “dem” europei e specie quelli italiani sperano che l’establishment statunitense torni presto a comandare, liberandoli dalla necessità di inventare e rischiare un altro “sistema di regole”.

Non si tratta di scegliere tra due modi d’essere dell’imperialismo, ovviamente. Si tratta di rendersi conto che, finito il vecchio “ordine” e cadute nel dimenticatoio le vecchie “regole”, non si può andare avanti facendo finta che non sia cambiato molto. Prima di essere spediti in Groenlandia (la “nostra” Siberia euro-atlantica)...

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A Davos la foto di un sistema al collasso

Quest’anno il World Economic Forum di Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti tra manager, banchieri, finanzieri e politici provenienti da oltre 130 Paesi. Tra questi ci sono circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo.

Il presidente Usa Trump è arrivato ieri con grande clamore e già se ne sente il protagonista ma, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare gli ormai fragili rapporti multilaterali nel mondo capitalista che il Wef di Davos ha sempre rivendicato come propria caratteristica.

La rivista dei ricchi – Forbes – elenca i temi al centro del World Economic Forum di quest’anno in ordine di importanza: la geopolitica e la sicurezza globale saranno temi di primo piano, con Ucraina e Groenlandia al centro del confronto tra Stati Uniti ed Europa. Al centro delle discussioni ci saranno anche le guerre commerciali e la geoeconomia, tra dazi, strumenti di deterrenza e controllo delle filiere strategiche. Non mancheranno dossier strategici come energia e intelligenza artificiale, considerate leve centrali del potere economico e tecnologico.

Ma la stessa Forbes sottolinea come nell’agenda siano scomparsi o ridimensionati temi come clima, inclusione e cooperazione multilaterale che pure erano stati centrali nelle edizioni precedenti.

A differenza dagli anni scorsi, infatti non risulta in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica ma solo la promessa di affrontare “le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta”. Passati dunque completamente in secondo piano i temi come l’emergenza ambientale, sparite anche le sessioni dedicate negli anni scorsi a ‘diversity’, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale.

L’arrivo di Donald Trump al World Economic Forum ha animato le strade di Davos con centinaia di manifestanti che sono scesi in piazza per contestare la presenza del presidente statunitense, facendo salire le tensioni sociali e politiche intorno al Forum.

I cortei, organizzati da movimenti ambientalisti, sindacali e reti no-global, denunciano apertamente le politiche di Trump in materia di dazi, clima, geopolitica e rapporti con l’Europa. Slogan contro l’unilateralismo americano, striscioni contro il “potere delle élite” e richieste di giustizia sociale hanno accompagnato le proteste, mentre le misure di sicurezza sono state rafforzate in tutta l’area del Forum.

Le manifestazioni e le contestazioni nelle strade si inseriscono in un contesto già segnato da forti tensioni diplomatiche: dalla minaccia di nuovi dazi statunitensi contro Paesi europei alle tensioni su Groenlandia, e poi Ucraina e Medio Oriente.

“Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato” ha affermato Trump nel suo intervento a Davos. Gli Stati Uniti stanno cercando di avviare “negoziati immediati” per discutere l’acquisizione della Groenlandia, ha assicurato il presidente Usa. “Tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi. Non voglio usare la forza, quello che voglio è la Groenlandia”. Gli Usa vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.

Poi, dopo un breve incontro riservato con Mark Rutte, segretario pro forma della Nato (che non si capisce a quale titolo possa decidere dei territori di un paese europeo diverso dal suo), il cambiamento di umore a 180 gradi: «Sulla base di un incontro molto proficuo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, abbiamo definito la struttura di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d’America e per tutte le nazioni della Nato».

A completare la pochade arriva poi lo stesso Rutte a garantire che della sovranità della Groenlandia “non si è parlato”.

Riferendosi poi ai partner europei Trump aveva iniziato dichiarando che “Amo l’Europa ma deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”, per poi proseguire affermando che “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte” ma ha rivendicato di aver evitato all’America la “catastrofe energetica” avvenuta in Europa a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.

A fotografare un clima politico ed economico non certo lusinghiero è stato lo stesso Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia del Forum, secondo il quale “Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% che si aspetta una crescita moderata e l’11% ‘forte’, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti”.

Il World Economic Forum si è aperto in un contesto geopolitico assai “più complesso dal secondo dopoguerra, con guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore” scrive un esperto osservatore internazionale come Ennio Remondino.

In questi giorni a Zurigo, Berna e nelle strade che portano a Davos, si segnalano proteste e contestazioni di movimenti ambientalisti, antimilitaristi e giovanili. Il fatto che – a differenza degli anni dei movimenti no global – i mass media le ignorino non significa affatto che abbiano torto. I leader riuniti a Davos sono i responsabili del piano inclinato sul quale sta venendo trascinata l’umanità.

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18/01/2026

La nuova corsa verso il Polo nord

‘Situazione insolita’ ironizza Mosca

«La situazione è insolita, direi addirittura straordinaria dal punto di vista del diritto internazionale», ha affermato Peskov, citando Trump quando ha affermato «che il diritto internazionale non rappresenta per lui alcuna priorità». Dal Cremlino per ora un morbido avvertimento: «Noi, insieme al resto del mondo, osserveremo quale sarà questa traiettoria». Ma il braccio armato europeo si agita in cerca di rogne. «La Germania è in azione nel Mar Baltico a causa delle navi russe», afferma il portavoce del ministero dell’Interno tedesco. Germania di Merz ‘Volenterosa’ anche verso l’Artico? Non sono stati forniti ulteriori dettagli perché – dicono –, le operazioni sono ancora in corso. Concretamente, la polizia negli ultimi giorni avrebbe impedito il passaggio a navi russe. «La polizia federale ha il compito di controllare il traffico marittimo nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, nella zona economica esclusiva tedesca e nelle acque costiere tedesche». «Per prevenire eventuali pericoli», senza spiegare quali.

Negli ultimi tempi la stampa tedesca ha pubblicato diversi rapporti in base ai quali petroliere attribuite alla flotta ombra russa navigavano nel Baltico sotto falsa bandiera o con numeri di identificazione falsificati.

Groenlandia a colpi di dazi

«Potrei imporre dazi doganali per la Groenlandia, di cui abbiamo bisogno per la sicurezza nazionale», ha detto Trump. Minacce tariffarie per garantire il prezzo dei farmaci prima di menzionare la Groenlandia. Definendosi il ‘tariff king’, il re delle tariffe, Trump ha quindi aggiunto che se l’amministrazione non vincesse alla Corte Suprema sui dazi sarebbe una ‘vergogna per il Paese’. Certo danno politico pesante per lui. Risorse e scioglimento dei ghiacci: sia che gli Stati Uniti trovino un modo per annettere la Groenlandia, sia che non ci riescano, l’isola sarà al centro degli interessi dell’insistente personaggio nel futuro prossimo.

L’anschluss della Groenlandia

Donald Trump, ormai senza repertorio novità, rilancia la possibilità di ampliare la guerra commerciale anche a coloro che si mettono di traverso sull’anschluss della Groenlandia. E i sui ‘collaboratori’ obbediscono e gli vanno dietro. «L’inviato speciale Usa per la Groenlandia Jeff Landry – anche governatore della Louisiana – ha parlato della questione come se fosse praticamente cosa fatta, e i groenlandesi fossero in ‘giubilante attesa’ di lanciare fiori all’arrivo degli emissari della potenza occupante. O magari a lui stesso, dato che ai giornalisti di Fox ha detto che intende visitare la Groenlandia a marzo – il suo primo viaggio nel Paese per il quale lo scorso dicembre è stato nominato inviato speciale del governo Usa», denuncia e ironizza Giovanna Branca. «Il presidente è serio sulle sue intenzioni», ha affermato Landry. «Ha dettato le sue condizioni, ha detto alla Danimarca ciò che vuole, e ora spetta a Marco Rubio e al vicepresidente Vance stringere un accordo».

E le ‘visioni’ di Trump diventano verbo

La sera prima, la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva detto alla stampa, come sempre contraddicendo ogni evidenza della realtà, che le delegazioni diplomatiche danesi e groenlandesi si erano dette d’accordo a «continuare il dialogo per l’acquisizione della Groenlandia». Entrambi i ministri degli Esteri che mercoledì avevano partecipato all’incontro alla Casa bianca la hanno subito smentita: Lars Løkke Rasmussen, ministro degli Esteri danese, ha specificato a un quotidiano locale di essersi detto disposto solo a istituire un team che possa occuparsi delle «preoccupazioni per la sicurezza nazionale» che Trump continua ad agitare a proposito del territorio autonomo.

Il troppo di Trump anche in casa

Mentre il presidente Usa minacciava dazi contro i riottosi, un gruppo di 11 senatori e deputati statunitensi (fra cui i senatori repubblicani Thom Tillis e Lisa Murkowski) hanno incontrato a Copenaghen sia la prima ministra danese Mette Frederiksen che quello groenlandese Jens-Frederik Nielsen, in segno di solidarietà e come gesto distensivo, sottolinea il Manifesto. «Credo sia importante sottolineare che quando il popolo americano viene interpellato sull’annessione della Groenlandia – ha dichiarato Murkowski – la stragrande maggioranza, il 75%, sostiene di non ritenerla una buona idea. Questa senatrice dell’Alaska – ha aggiunto parlando di sé – non pensa sia una buona idea». «I segnali sono chiari – ha detto Murkowski – il sostegno del Congresso all’annessione della Groenlandia non c’è».

Peggio del capo chi lo ossequia

Ieri anche l’Islanda ha sobbalzato, dopo una ‘battuta’ fatta dall’uomo scelto da Trump per ricoprire il ruolo di ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, riportata da Politico: «L’Islanda potrebbe diventare il 52esimo stato, e io il suo governatore». Il ministero degli Esteri islandese ha comunicato al Guardian di aver subito chiesto chiarimenti all’ambasciata Usa. E una petizione già firmata da quasi 3.500 persone chiede alla prima ministra Kristrún Frostadóttir di rigettare la nomina di Long ad ambasciatore.

E ora anche la Russia

Comunque vada e per ora, avverte Sabato Anghieri, «l’isola artica sarà al centro degli interessi geopolitici del futuro prossimo». Putin dal Forum sull’Artico di Murmansk: «Quello che sta succedendo ora non è sorprendente. I piani Usa sulla Groenlandia hanno profonde radici storiche», ricordando che già nel 1860 Washington aveva ipotizzato di acquisire l’isola, ma il Congresso non aveva appoggiato l’iniziativa. «È ovvio che Washington continuerà a promuovere con coerenza i propri interessi geostrategici, politico-militari ed economici nell’Artico». Le parole, pronunciate dal presidente di uno stato che nel 1867 vendette l’Alaska proprio agli Usa, sono emblematiche di quanto oggi l’interesse sulle terre settentrionali sia crescente. Dalla storia all’attualità: «Con il cambiamento climatico che apre l’Artico, la regione diventerà una frontiera sempre più critica».

L’estremo nord da riscoprire

La Russia possiede più di metà della costa artica (53%) e trae da quelle terre circa il 7% del suo Pil: idrocarburi, metalli preziosi e terre rare ma anche pesca e industrie alle quali sono offerti importanti sgravi fiscali. Inoltre, le esportazioni provenienti dalle terre polari rappresentano circa l’11% del totale annuo. Senza contare le conseguenze del disgelo che stanno accelerando i progetti agricoli sulle provincie del nord e, soprattutto, sulle nuove vie commerciali. Mosca possiede l’unica flotta al mondo di rompighiaccio a propulsione nucleare e il controllo che esercita a quelle latitudini non ha rivali. E il 15 dicembre Putin ha varato un decreto per la costruzione di una nuova base scientifica non permanente vicino al Polo, denominata Artur Chilingarov, che dovrebbe aprire dalla primavera del 2026 e ufficialmente avrà scopi scientifici (e addirittura turistici), ma gli analisti insistono sul fatto che iniziative di questo tipo non possono non avere un valore geopolitico e strategico.

L’Artico che fu sovietico

Esistono decine di postazioni militari russe nell’Artico, alcune dell’epoca sovietica e poi ristrutturate: 13 basi aeree, diverse stazioni radar e stazioni di soccorso. Queste terre desertiche furono usate durante la guerra fredda anche per i test nucleari, come quello del 30 ottobre 1961 per la «bomba zar», il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, con un raggio di distruzione totale di 55 km.

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Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale

Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.

La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («...15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.

Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.

Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.

Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.

Per chi conosce il poker è tutto chiaro. A un bluff (quello europeo) si può rispondere alzando la posta, così da lasciare solo due possibilità: rilanciare ulteriormente (“escalation”, in termini di relazioni internazionali) oppure «passare». A questo tavolo ci sono però solo due giocatori, e quindi non si può neanche sperare che qualcun altro cambi lo schema di gioco. Bisogna decidere subito... 

Per dare una risposta meno scema della barzelletta i 27 paesi della UE si vedranno oggi pomeriggio, ma solo a livello di ambasciatori. Il che lascia presupporre l’esposizione di molte e diverse posizioni, ma nessuna conclusione vincolante (altrimenti si sarebbero visti i capi di stato o almeno i ministri degli esteri).

I diretti interessati all'“annessione” – meno di 60.000 abitanti – sono intanto scesi in piazza, e viste le temperature locali questo è sicuramente un gesto che dà la misura di quanto seriamente siano costretti a prendere le minacce Usa. Stessa cosa a Copenhagen, capitale della Danimarca, cui la Groenlandia è federata (con bandiera propria, addirittura).

Ma appare lampante che il problema è stato posto in modo brutale e quasi imperativo: «quell’isola ci serve e in un modo o nell’altro ce la prenderemo». Comprandola o con un intervento militare.

Quest’ultima ipotesi appare lunare, se si continua a ragionare secondo i presupposti del vecchio ordine euro-atlantico, in cui Usa e altri paesi erano alleati di ferro dentro la Nato e gli organismi internazionali. Di fatto, una qualsiasi manifestazione «muscolare» per costringere la Groelandia a diventare una «Portorico glaciale» (membro di fatto degli Usa, ma formalmente autonoma... alle Olimpiadi o poco più) sancirebbe lo scioglimento immediato dell’Alleanza atlantica.

Ma proprio di questo si sta parlando da parte Usa: di annullare tutti gli organismi internazionali formalmente «paritari», tra Stati sovrani teoricamente intoccabili, sostituendoli con «gruppi ad hoc» selezionati dalla presidenza Usa e in cui si resta – o si viene “gestiti” – fino a quando si obbedisce.

Proprio ieri, e non per coincidenza, Donald Trump ha cominciato ad inviare le «lettere di invito» a far parte del Board of Peace per Gaza. In tutto una sessantina di Paesi: dall’Egitto alla Turchia, ovviamente da Israele all’Argentina di Milei, dal Canada al Paraguay (che cavolo c’entra con Gaza? niente, ma è fedele a Trump...), e persino all’Italia, facendo peraltro subito incazzare Netanyahu che considera Erdogan una «potenza ostile».

L’oscenità dell’idea non sta soltanto nel fatto che questa congrega di complici dovrebbe occuparsi di garantire la deportazione totale dei palestinesi da Gaza (e dalla Cisgiordania, ormai) verso il Somaliland o altra destinazione sufficientemente lontana. La novità vera sta nelle intenzioni statunitensi di fare di questo raggruppamento il nucleo di una «nuova Onu» incaricata di occuparsi anche di altre crisi, dal Venezuela all’Ucraina.

Di fatto la fine di un mondo «unitario» che prova a darsi regole e strumenti di «governo» al di là delle differenze di sistema economico e/o politico e la formazione di uno schieramento minoritario che ha come fondamento l’obbedienza a Washington e come obbiettivo quello di assecondarne gli interessi. Non proprio un organismo «di pace», insomma. Tanto meno “democratico”... 

Non stiamo insomma parlando del destino della Groenlandia, ma della costituzione di un blocco da utilizzare per imporsi su chiunque altro (Russia, Cina, Brics+, di cui da poco fanno peraltro parte anche Turchia ed Egitto), un puro strumento del “suprematismo Usa”, anche a costo di una guerra mondiale.

Ma se di questo bisogna parlare – e bisogna, è evidente – allora ogni sragionamento basato sulla struttura istituzionale e valoriale del «mondo che c’era» diventa una barzelletta. Come il mandare 15-soldati-15 a fare la guardia agli orsi polari...

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16/01/2026

Morire per la Groenlandia?

Partiamo dai fatti, che per ora sono soprattutto diplomatici, mentre quelli “militari” sono poco più che simbolici.

Come ormai sapete, gli Stati Uniti di Trump “vogliono la Groenlandia perché ne hanno bisogno per la loro sicurezza”. La narrazione del tycoon recita che “la NATO sarà più formidabile ed efficace quando la Groenlandia sarà nelle mani degli Stati Uniti. Qualsiasi cosa al di sotto di questa cifra è inaccettabile”.

In realtà sia la Nato che Washington sono ampiamente presenti sull’isola più grande del mondo (quasi 2 milioni di km quadrati), con basi collocate nei punti strategici per controllare la Russia (a sua volta con ampi territori che si affacciano sull’Artico). La Danimarca, cui la Groenlandia è federata, è un fedele membro dell’Alleanza atlantica e non ha mai avuto difficoltà nell’esaudire le richieste Usa. Se il problema fosse davvero quello militare, insomma, la questione sarebbe facilmente risolvibile tra buoni alleati.

E questa è stata l’impostazione con cui si sono presentati a Washington i ministri degli esteri di Danimarca e Groenlandia, che hanno incontrato il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, per superare i “malintesi” generati dalle minacce “paterne” di Trump che sostiene che il suo paese deve controllare questo territorio perché “altrimenti sarebbe occupato dalla Russia o dalla Cina”.

Zero carbonella. Nessun chiarimento, nessun accordo, i vertici Usa restano fermi al “vogliamo controllare tutto noi”. Perché il problema non sono i russi o i cinesi, ma quel che c’è o ci potrebbe essere nel sottosuolo e nel sottoghiaccio groenlandese. Risorse naturali come oro, petrolio, terre rare (anche se qualche geologo consigli di non farsi troppe illusioni su quest’ultimo punto).

Il ministro danese Lars Løkke Rasmussen dopo l’incontro ha ammesso che “Non siamo riusciti a cambiare la posizione americana. È chiaro che il presidente ha il desiderio di conquistare la Groenlandia. E abbiamo chiarito molto, molto chiaramente che ciò non è nell’interesse del regno di Danimarca”. Anche perché “non ci sono navi da guerra cinesi lungo le coste della Groenlandia (…) Non ci sono nemmeno massicci investimenti cinesi”.

“Le idee che non rispettano l’integrità territoriale del Regno di Danimarca e il diritto all’autodeterminazione del popolo groenlandese sono, ovviamente, totalmente inaccettabili”, ha detto Løkke. “Quindi, continuiamo ad avere un disaccordo fondamentale”.

Ma chissenefrega, ripete l’Amerika: “la vogliamo, in qualche modo ce la prenderemo”.

Per far vedere di essere “pronti a tutto” i paesi europei (la Danimarca ne fa parte, anche se conserva ancora la sua moneta nazionale) hanno deciso di inviare i militari tra i ghiacci. Frenate le speranze di una guerra interna alla Nato, si tratta solo di un gesto simbolico, quasi una gita-premio o una lunga settimana bianca per un gruppetto di soldati francesi (15!), svedesi, tedeschi. Nulla insomma che possa effettivamente disturbare le aspirazioni imperiali statunitensi o improbabili visite russe. Ma un gesto di fastidio diplomatico piuttosto esplicito.

Mercoledì il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha annunciato un aumento della “presenza militare e delle attività di esercitazione” della Danimarca nell’Artico e nel Nord Atlantico, “in stretta collaborazione con i nostri alleati”. Ovviamente sperando che l’alleato principale non si trasformi presto in nemico alle tue spalle...

Poulsen ha affermato in una conferenza stampa che il rafforzamento della presenza militare è necessario in un contesto di sicurezza in cui “nessuno può prevedere cosa accadrà domani”. “Ciò significa che da oggi e nei prossimi anni ci sarà una maggiore presenza militare in Groenlandia e nei suoi dintorni di aerei, navi e soldati, anche di altri alleati della NATO”. Per fare cosa e contro chi? Boh...

In tutta questa successione di eventi e dichiarazioni rischia di perdersi però l’essenziale, che riguarda la nuova “strategia statunitense”. I paesi europei – e tutto il sistema mediatico al loro servizio – continuano a ragionare, comportarsi, “raccontare” alle proprie popolazioni un mondo fantastico che non è mai esistito: quello delle “democrazie” contrapposte per ragioni etiche ed ideali alle “dittature” (quasi tutte orientali o “meridionali”), e che si muovono solo per raddrizzare torti e restituire “libertà” a popoli che ne sono privi. Imperialismo “umanitario”, insomma... 

È sempre stato piuttosto facile sbugiardare questa narrazione indicando, uno per uno, i crimini compiuti da questi paesi “civilissimi” nei confronti del resto del mondo. E non solo ai tempi dei colonizzatori, ma anche in quelli recenti (la stessa Danimarca si era impegnata militarmente in Iraq e Afghanistan, per esempio).

Ora però quel “racconto fantastico” viene fatto a pezzi, tra risate omeriche, proprio dal capofila dell’occidentale “giardino contrapposto alla giungla”. Come spiega senza diplomazia Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, «Viviamo in un mondo, nel mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dalla coercizione, che è governato dal potere. Queste sono le leggi ferree del mondo fin dall’inizio dei tempi».

In questo mondo reale – lo stesso di prima, ma senza più maschere e belletti – non c’è spazio per il diritto, né interno né internazionale. Ossia non c’è limite all’uso della forza che non sia costituito da una forza eguale e contraria, o addirittura superiore, o comunque in grado di procurare un danno tale da annullare il guadagno eventuale cui si mira.

In questo mondo, insomma, non ci sono neanche “alleati a tempo indeterminato”, ma solo nemici o vassalli che possono diventare nemici quando “al più forzuto” sorge un “bisogno” o una cupidigia nuova.

Questi erano, sono e saranno gli Stati Uniti, l’imperialismo occidentale, il suprematismo genocida e criminale che conosciamo.

Il problema ce l’ha chi se li è fatti piacere ascoltando la musica o guardando i film... ovvero chi ha creduto alla “narrativa” chiudendo gli occhi sul mondo reale.

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12/01/2026

“Volenterosi” in Groenlandia, ma “contro russi e cinesi”

Se non ci fossero in ballo questioni molto serie ci sarebbe solo da ridere. Un continente «vecchio» ormai non solo di nome, ma tuttora intriso di colonialismo suprematista fuori tempo, prova a districarsi nella tenaglia che ha costruito con le proprie mani: guerra con la Russia, in Ucraina, crisi industriale ed economica (l’austerità è stata un suicidio collettivo, ma continua a dominare), abbandono da parte del padrone statunitense che ora minaccia di trattarlo quasi come il Venezuela o la Nigeria. Ma lo fa in forma così comica da costringere ad interrogarsi sulla stabilità mentale dei suoi dirigenti politici.

Sapete tutti che Trump, un giorno sì e l’altro pure, ripete che «la Groenlandia ci serve». Un giorno perché potenzialmente piena di materie prime interessanti, l’altro perché “Se non la prendiamo noi lo faranno la Russia o la Cina, e non permetterò che accada”.

Il motivo vero è ovviamente il primo – risorse che portano soldi facili e relativamente presto, al contrario della ri-localizzazione degli stabilimenti industriali – ma tutto fa brodo nella sua propaganda.

Sapete anche che la Groenlandia fa parte della Danimarca, sia pure con una grande autonomia, e dunque è parte integrante dell’Unione Europea, ha come moneta la corona danese (l’euro non ha convinto quella stramba “monarchia democratica”), sta già dentro la Nato e ospita basi Usa.

Risolvere la questione «militare» tra alleati veri sarebbe facile, ma se il motivo è economico-minerario il problema diventa irrisolvibile. Tant’è vero che lo stesso Trump emana il suo ordine: “Certo, mi piacerebbe molto stringere un accordo con loro [gli europei, ndr]. Sarebbe più semplice. Ma in un modo o nell’altro, avremo la Groenlandia”. Minaccia l’uso della forza per averla ad un prezzo minore, certo (ultima offerta nota è dare tra 10.000 e centomila dollari ad ogni abitante, in pratica 3 o 4 miliardi di dollari), ma la pressione cresce.

E cosa fanno a quel punto gli «europei», che sarebbero in teoria i membri della UE? Si fanno dirigere dalla Gran Bretagna – che dalla UE è uscita con la Brexit – per metter su un contingente militare da inviare appunto in Groenlandia.

Sarebbe un “notizione”, se lo facessero per impedire a Trump di appropriarsi dell’isola di ghiaccio o soltanto per mostrarsi risoluti in tal senso. Invece no, dicono di volerlo fare per contrastare meglio le navi militari… russe e cinesi intorno alla Groenlandia. Ovvio che non vogliono esplicitamente contrapporsi alle mire Usa, ma prendono per buona la «minaccia esterna» facendo mostra di essere pronti a battersi senza che l’America debba insediarsi sull’isola.

Peccato che gli interessi divergenti tra i vari paesi membri facciano uscire fuori subito problemi e contraddizioni da comica finale.

Intanto perché le navi cinesi e russe non le ha viste nessuno, da quelle parti. Il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha spiegato che “C’è attività russa nei nostri dintorni, ma pochissima lì”, lasciando intendere che, se c’è un Paese con reali motivi di preoccupazione, quello è la Norvegia. Del resto confina con la Russia e per arrivare nel porto di Murmansk le navi russe – civili o militari – devono per forza passare davanti alle sue coste. Non proprio vicine alla Groenlandia

Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha a sua volta dichiarato che “l’ordine mondiale basato sulle regole è minacciato come non lo era da decenni”, aggiungendo di non condividere affatto l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela e della Groenlandia.

Il pacchetto di truppe dei «volenterosi» – i soliti: Gran Bretagna Francia, Germania – dovrebbe dunque essere inviato sull’isola per dimostrare a Trump di esser capaci di difenderla da soli. E quello, giustamente, ride... 

Prigionieri della propria impotenza e costretti ad attenersi alla vecchia «narrazione» – “il nemico” è a est o a sud, è russo o islamico – pensano a schierarsi mostrando la terga al «nuovo nemico» che arriva da ovest... 

L’esito di questa commedia è l’unica cosa certa. Per i popoli e i lavoratori d’Europa alla tragedia si aggiunge la farsa...

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07/01/2026

Europa bipolare, tra Groenlandia e Ucraina

Il bipolarismo affligge l’Europa. Non è la vecchia divisione del mondo in due (tra Occidente capitalista e URSS socialista), né quel sistema elettorale antidemocratico che obbliga a stare in uno dei due schieramenti prestabiliti oppure sparire.

L’Unione Europea è affetta da disturbo bipolare, altro nome della schizofrenia. A forza di praticare il doppio standard – gli “amici” possono pianificare un genocidio e assaltare qualsiasi stato sovrano restando “fari della democrazia”, gli altri non possono neanche respirare altrimenti è “terrorismo” – si perde il controllo dei movimenti, delle scelte, delle parole. E si appare per quel che si è. Maleodoranti, diciamo...

La riprova definitiva, ieri. Formalmente, a Parigi, non si è riunita “l’Europa” ma la “coalizione dei volenterosi”, ossia 35 paesi occidentali che vorrebbero avere un ruolo nella gestione dell’Ucraina ora, nelle eventuali trattative di pace e soprattutto dopo.

Il programma previsto era solo questo e l’accordo raggiunto tra loro ha fatto da base per le consuete dichiarazioni trionfalistiche di fine vertice (mica ci si può riunire solo per la cena, no?). E quindi il padrone di casa, quel Macron che governa cambiando gli esecutivi come i pantaloni, privo di maggioranza parlamentare, si è presentato sfoderando il sorriso meccanico che lo identifica: “Una giornata storica” ha esultato davanti alle telecamere, la coalizione ha varato le “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina quando e se sarà raggiunto il cessate il fuoco.

Il primo lato del disturbo bipolare è già grave di suo. È noto infatti che in qualsiasi trattativa internazionale “di pace” l’accordo va trovato con “il nemico” – in questo caso la Russia – specie se si parla di “garanzie di sicurezza”, ossia di armi e truppe schierate. E di truppe Nato in Ucraina Mosca non ha mai voluto sentir parlare, tanto da aprire le ostilità proprio per impedirlo.

Non basta. È altrettanto noto che la trattativa non è in mano a questa congrega di vassalli ma in quelle di Trump, l’unico che – per quanto ripugnante sia – ha aperto un confronto col presidente avverso, Putin. Dunque qualsiasi “garanzia di sicurezza” dovrebbe avere l’approvazione sia della Russia che degli Stati Uniti. Altrimenti non è affatto “sicura”... 

Trump ha mandato a Parigi la strana coppia Witkoff-Kushner (un immobiliarista e il genero del tycoon, immobiliarista anche lui) per assicurarsi che non venissero prese decisioni squinternate che potrebbero compromettere il dialogo con Mosca, l’orizzonte della “pace” e soprattutto i piani di “ricostruzione”.

Il risultato finale è quindi, ovviamente, un pasticcio verboso e comunque appeso ad eventi che questo insieme “volenteroso” non può determinare.

Da quel che si capisce, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a “monitorare” la tregua, mentre gli europei – o meglio, una piccola parte di loro – “parteciperanno” inviando militari in Ucraina. Immaginiamo la risposta di Mosca... 

L’impegno è molto depotenziato, seppure resta molto provocatorio, perché al momento hanno firmato solo Francia e Gran Bretagna. La Germania si è detta disponibile a inviare le sue forze, ma non in Ucraina: in un paese Nato confinante. Giorgia Meloni, e dunque ahinoi l’Italia, ha confermato invece “il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina” ribadendo però “l’esclusione di truppe italiane sul terreno”.

In pratica non cambia nulla rispetto a quanto era chiaro prima del “vertice”. Ci sono due paesi che non vedono l’ora di “far morire i propri figli” in una trincea lontana, altri che nicchiano, altri che “grazie del vostro invito, ma io non ci vengo”. Ma l’annuncio basta per far dire ai guerrafondai che ci sarà “una forza di pace in Ucraina” (titolo di Repubblica, of course), e quindi una chance di entrata in guerra contro la Russia.

Il tutto dando per confermata l’antica alleanza col fratello maggiore statunitense, che però se ne vuole stare da parte a “monitorare”, ovvero la tenuta degli interessi auro-atlantici all’interno della Nato...

Ma la seconda parte del vertice – senza la presenza di Witkoff e Kushner – ha fissato il secondo lato del disturbo bipolare. C’era infatti da mostrare la massima compattezza a difesa della Danimarca che controlla la Groenlandia, su cui Trump ha lanciato un’“opa” che non si può ignorare. “Ci serve per ragioni di sicurezza” – ma poteva dire anche “voglio le sue terre rare e altri minerali”, sarebbe stato lo stesso – e “la avremo in un modo o nell’altro”.

Un’intenzione potenzialmente “invasiva” che ha obbligato la Danimarca – per quanto anch’essa “volenterosa” e filo-statunitense – ad aumentare il contingente militare posto a difesa della immensa isola ghiacciata. Dopo l’attacco al Venezuela, del resto, non si può più fare affidamento sul “diritto internazionale” e la “sovranità” (tanto “nazionale”, quanto “europea”) per sentirsi al sicuro, nemmeno tra “alleati”...

Lo squilibrio di forze fa quasi sorridere – può Copenhagen competere militarmente con Washington? – ma il solo fatto che se ne debba parlare mette i membri europei della Nato in una posizione decisamente schizofrenica: la minaccia di attacco viene dal vero capo dell’Alleanza (lasciate perdere Rutte, segretario generale che è arrivato a chiamare Trump “paparino”) e quindi la Nato si troverebbe a rischio di “guerra” al proprio interno mentre ne va programmando un’altra con la Russia (e le sue 6.000 testate nucleari, montate o montabili su missili per ora non intercettabili).

Ne è uscito un secondo comunicato di tono quasi opposto rispetto a quello sull’Ucraina, in cui – molto pacatamente – si rimbrotta Trump per il suo appetito famelico: “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”.

E quindi “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere” sul loro futuro: firmato Macron, Merz, Meloni, Starmer insieme al polacco Tusk, allo spagnolo Sánchez e alla danese Frederiksen.

La schizofrenia però non significa né stupidità totale, né coraggio leonino. E quindi, dopo aver scritto che la Groenlandia gode della sovranità danese-europea, nel retrobottega si ragiona insieme agli Stati Uniti su come passargliela in modo meno traumatico possibile, fingendo di mantenerne la “sovranità”.

In fondo, ci sono già basi Usa sull’isola e gli accordi Nato in vigore non impongono alcun limite numerico alle truppe stanziabili in loco. Insomma, Washington potrebbe tranquillamente e “legalmente” occupare quella montagna di ghiaccio e risorse naturali.

Per ridurre al minimo l’entità dello schiaffo ai “partner europei” questi ultimi hanno aperto alla possibilità di un “concordato” fra Usa e Groenlandia per stabilire un rapporto simile a quello di Washington con alcune isole del Pacifico, come gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e la Repubblica di Palau (gli unici al mondo che, all’Onu, votano sempre come Usa e Israele), in base al quale le forze armate americane possono operare liberamente ed è prevista una partnership commerciale esente da dazi.

Alla fine della giornata le cose debbono essere andate abbastanza avanti da far dire a Marco Rubio, a 64 denti, che “Trump non vuole invadere la Groenlandia, vuole soltanto comprarla”. Era solo “una proposta che non si può rifiutare, se l’accettate con le buone, va bene”...

Tutti felici e contenti? Non proprio. La credibilità degli “europei” – sia come intera UE che come soli “volenterosi” – è ai minimi termini. Fare la voce grossa con Mosca mentre si calano le braghe davanti al “primo alleato” che ti bullizza, non è il massimo della “deterrenza”. Specie se, per fare la voce grossa, ti serve il megafono – ossia la dotazione satellitare-militare – che il bullo minaccia di usare contro di te...

Non è ancora al capolinea, certo. Ma il convoglio europeo è su un binario con gli scambi bloccati, ma bipolari...

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29/01/2025

“Parlare la lingua di Trump”: dagli Esteri UE il rinnovo dello scontro con la Russia

Si è concluso due giorni fa il Consiglio Affari Esteri della UE, che è andato di pari passo con una serie di importanti incontri diplomatici con al centro la guerra in Ucraina e il braccio di ferro con Mosca. E in generale, l’aumento dell’impegno di Bruxelles nella difesa euroatlantica.

Scrivevamo recentemente dei guerrafondai europei che preparano il terreno alla precipitazione bellica del modello europeo – da tempo, inoltre – e ora Kaja Kallas ha rincarato la dose, rifacendosi al rapporto da tenere con l’altro e principale ‘azionista’ della NATO.

“La nuova amministrazione americana usa un linguaggio transazionale – ha detto – e dobbiamo parlare quella lingua anche noi: l’UE è una potenza economica, siamo forti e non dobbiamo sottostimare la nostra forza, sia quando abbiamo a che fare con gli avversari sia quando trattiamo con i partner”.

Parlare la lingua di Trump ha significato innanzitutto rinnovare le sanzioni alla Russia su petrolio, carbone, tecnologia, finanza, beni di lusso, trasporti e trasmissioni radiotelevisive, oltre al congelamento dei beni della Banca centrale russa, usati per garantire prestiti a Kiev.

Per la decisione serve l’unanimità, stando alle regole europee, e lunedì dal Consiglio è arrivato il via libera, dopo che l’Ungheria ha ritirato il proprio veto. Lo stallo si è risolto dopo che Budapest ha ottenuto garanzie per le forniture di gas dall’Azerbaijan attraverso l’Ucraina.

La dichiarazione sulla “integrità dell’infrastruttura energetica” è stata però indicata da una fonte UE come una promessa a continuare a discutere, più che come una reale garanzia. Ma ad ogni modo, sembra facilitata la strada anche per l’approvazione del sedicesimo pacchetto di sanzioni.

Bruxelles sta prendendo di mira in maniera sempre più ampia quella che è considerata la ‘flotta ombra’ con cui Mosca starebbe riuscendo a eludere le sanzioni. E che è stata accusata anche dei recenti sabotaggi dei cavi sottomarini nel Mar Baltico, da cui è originato l’annuncio di una nuova missione NATO in quelle acque.

Kallas ha ricordato che sono stati già forniti 134 miliardi di aiuti all’Ucraina, “ma è chiaro che l’Ucraina ha bisogno di più. La linea del fronte si sta spostando verso ovest, ma dovrebbe spostarsi verso est”: il solito invito a continuare il conflitto, a costo delle vite ucraine, si intende.

Intanto, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha incontrato a Cracovia Zelensky, ribadendo che “l’UE starà al fianco dell’Ucraina finché sarà necessario”, cioè finché sarà utile. Ma intanto ha incoraggiato Kiev a continuare a lavorare all’adesione alla comunità europea.

Nel frattempo, a Madrid il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha incontrato il primo ministro spagnolo Sanchez. Il governo iberico ha diffuso una nota tramite la quale fa sapere che “ora più che mai la Spagna sosterrà Kiev” e promuoverà “l’unità della NATO”.

Sanchez ha ricordato che nell’ultimo decennio Madrid ha aumentato del 70% le proprie spese militari, ed è pronta a raggiungere l’obiettivo del 2% del PIL. Ma ha anche sottolineato come sia necessario che la NATO “presti attenzione al Sud e al Piano d’azione per il Sud”.

Anche la Danimarca si è mossa, in seguito alle pressioni provenienti dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Kallas ha rassicurato che quando Trump parla di Groenlandia non bisogna “prendere quanto viene affermato parola per parola”, ma a Copenhagen hanno deciso di attrezzarsi di conseguenza.

Troels Lund Poulsen, il ministro della Difesa danese, ha infatti annunciato un investimento di quasi 2 miliardi di euro per potenziare la presenza militare del proprio paese nell’Artico e nell’Atlantico settentrionale. È previsto il dispiegamento di altre tre nuove navi militari, due droni di sorveglianza a lungo raggio e l’implementazione di una migliore capacità satellitare.

Un lunedì denso di eventi sulla strada della guerra totale su cui si è incamminato l’Occidente...

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20/01/2025

Perché Trump vuole comprare la Groenlandia

In prossimità del suo inserimento alla Casa Bianca (20/01/2025), Trump ha esposto i suoi progetti imperialistici in geopolitica: acquistare il territorio della Groenlandia. Occupare militarmente il canale di Panama per l’egemonia statunitense della navigazione sul canale. Rinominare il Golfo del Messico come Golfo d’America. Trump ha minacciato: “Il Messico deve smettere di fare entrare milioni di poveri nel nostro paese”.

Annullamento della protezione ambientale. Annessione di parte del territorio canadese. Scatenare l’inferno a Gaza (sic!), se Hamas non rilasca gli ostaggi prima dell’insediamento del Tycoon alla Casa Bianca. Ha concluso: “Al momento abbiamo un paese sotto assedio, nessuno ci rispetta all’estero, ma ora sanno quello che faremo... Questa sarà l’età dell’oro dell’America, avremo di nuovo un grande Paese”1.

In questo programma, Trump si avvarrà del potere delle piattaforme digitali, come si evince dal contributo di Elon Musk, responsabile della piattaforma digitale X e fondatore della compagnia aerospaziale SpaceX. Musk è stato decisivo per la rielezione a Presidente di Trump (oggi ha un ruolo politico alla Casa Bianca).

Il successo di Elon Musk ha influenzato altri attori delle piattaforme digitali.

Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, è salito sul carro di Trump e ha fatto suoi i metodi di Elon Musk nella gestione delle proprie piattaforme digitali, annunciando il cambiamento editoriale e politico per Facebook, Instagram, Twitter. “Il modello da seguire è quello di Musk” dichiara: “Da ora in poi faremo a meno dei fact-checkers (controllo e omissione in rete di notizie poco affidabili)”2.

Nei progetti imperialistici di Donald Trump, l’acquisizione della Groenlandia, possedimento della Danimarca, è stato un obiettivo già presente nel primo mandato come Presidente (2017-2021), quando aveva fatto richiesta di acquistare la Groenlandia alla Danimarca.

Di fatto, la proposta alla Danimarca del Presidente americano di valutare l’acquisto della Groenlandia, fa parte della strategia di espansione americana, condotta sin dalla seconda metà dell’Ottocento, ora rafforzata in chiave anti Cina e anti Russia.

Sull’adesione della Groenlandia al territorio USA c’era stata in tempi moderni la proposta di Harry Truman nel 1946, che aveva offerto 100 milioni di dollari in lingotti d’oro al governo di Copenaghen. Truman aveva capito che avere il controllo della Groenlandia gli avrebbe dato un vantaggio strategico nei confronti dell’Unione Sovietica3.

Da parte sua, Donald Trump è convinto che “l’annessione della terra dei ghiacci” conferirebbe agli USA una marcia in più per la corsa alla conquista del Polo, rispetto all’inarrestabile Cina, alla Russia e alla due potenze regionali costituite dal Canada e dalla Norvegia.

Esiste un trattato tra USA e Danimarca, per il quale la Groenlandia, che geograficamente fa parte del Nord America, è già sotto l’influenza statunitense con le basi militari USA, la Thule Air Base, a soli 1200 chilometri a nord del Circolo polare artico, base che ha soprattutto una funzione di sorveglianza.

L’enorme isola con una superficie di oltre 2,1 milioni di chilometri quadrati, situata tra il Nord Atlantico e il Circolo polare artico, con una popolazione di appena 56.800 abitanti, potrebbe divenire oggetto di estrazione delle risorse naturali nel sottosuolo, ora che lo strato di ghiaccio si sta sciogliendo a causa del riscaldamento globale.

Dobbiamo ritenere che oggi la Groenlandia è considerata il Nuovo Mondo, una terra di opportunità che molti vogliono sfruttare, a partire dalla Cina e dalla Russia che, rispetto agli Stati Uniti, sono molto più avanti nell’espansione nell’Artico. La Cina avanza con velocità che turba il Tycoon, in piena guerra commerciale con Pechino.

La Cina ha già ottenuto la concessione di alcune miniere cruciali, tra queste, quelle di Kvanefjeld, vicino a Narsaq (la più grande miniera di uranio a cielo aperto al mondo) e la miniera di Citronen Fjord, nell’estremo nord dell’isola. Pechino punta alla “Via della Seta polare” nell’ambito della sua Belt and Road Iniziative per collegare la Cina all’Europa attraverso l’Oceano Artico.

Dalla sua, ha già un rapporto privilegiato con gli Inuit, la popolazione della Groenlandia che da anni vive profondi disaccordi con il regno della Danimarca e aspira all’indipendenza.

Nella competizione per la conquista dello spazio in Groenlandia, tra USA, Cina e Russia (la quale dall’Artico ricava il 60% delle proprie ricchezze), i rompighiaccio sono ritenuti un’unità di misura della potenza artica. Gli Stati Uniti ne hanno 2, la Cina ne ha 4, la Russia oltre 40 (il numero delle navi rompighiaccio riferito ai paesi citati risale al 2021)4.

Nella corsa polare artica, Trump cerca di farsi strada attraverso l’invio di diversi funzionari in Danimarca, che cercano di persuadere il governo danese a vendere l’isola agli USA5. Attualmente la risposta del governo danese è stata: “Non siamo in vendita” ma gli interessi in gioco sono enormi e la competizione si fa sempre più feroce nell’aggressione per l’accaparramento delle risorse di un territorio incontaminato dalle sue origini.

Le comunità che abitano la Groenlandia sono consapevoli che la corsa allo sfruttamento del loro territorio non solo contaminerà suoli e acque marine, ma una volta per tutte distruggerà il loro stile di vita rimasti immutato per millenni6.

Note

1 Catucci M., Trump va alla conquista del mondo, Il Manifesto, 08/01/2025

2 Capocci A., Addio controlli sulle fake news, Zuckerberg si allinea a Trump, Il Manifesto, 08/01/2025

3 Semprini F., Trump vuole comprare la Groenlandia, La Stampa, 17/08/2019

4 Mian M. G., Artico la battaglia per il grande Nord, Vicenza, Neri Pozza, 2021

5 Mian M. G., Op. cit.

6 Delle Donne M., Perché Trump vuole comprare la Groenlandia, in Razza Nazione Identità, Napoli, Liguori, 2021

Fonte

13/01/2025

USA - La Groenlandia è solo la punta dell’iceberg della "ossessione artica"

di Marco Santopadre

Nei giorni scorsi il presidente eletto ha esplicitamente minacciato sanzioni nei confronti della Danimarca nel caso in cui essa non dovesse accettare l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, ha espresso la volontà di fare del Canada il 51esimo stato membro degli USA, ha minacciato Panama ed ha promesso un nuovo inferno a Gaza nel caso in cui gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre del 2023 non vengano immediatamente liberati, chiedendo ai membri della Nato di aumentare le spese militari sino al 5% del proprio Pil.

In generale, Trump sembra voler imporre una politica estera aggressiva e interventista, in linea con la sua volontà di lasciare il segno nella storia e di “fare di nuovo grande” un paese che negli ultimi decenni sta sperimentando una crisi della propria egemonia mondiale e l’affermazione di potenze concorrenti.

Le pretese annessionistiche nei confronti della Groenlandia non sono nuove. Non solo Trump le aveva già esplicitate nel mese di dicembre, ma “l’acquisto” dell’isola artica dalla Danimarca era stato già citato tra le priorità di politica estera durante il primo mandato dell’allora outsider repubblicano. Già nel 2019 il tycoon tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedergli l’isola più grande del pianeta.

D’altronde l’interesse strategico di Washington per il territorio autonomo tuttora sottoposto alla sovranità danese risale a parecchi decenni fa. Da oltre un secolo amministrazioni statunitensi di diverso colore politico hanno cercato di mettere le mani sulla distesa di ghiaccio ma senza riuscirci fino in fondo. Già nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dall’impero russo, il segretario di stato William H. Seward tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedere la Groenlandia.

Dopo che nel 1940 la Germania nazista invase la Danimarca, le truppe statunitensi occuparono la Groenlandia installandovi numerosi basi militari e stazioni radar, parte delle quali sopravvivono ancora. Dopo la fine del conflitto, Washington ha infatti continuato a gestire una grande base aerea denominata Thule, recentemente ribattezzata Pituffik in ossequio alle popolazioni Inuit che abitano storicamente quel territorio.

Nel 1946 il presidente Harry Truman offrì segretamente alla Danimarca 100 milioni di dollari (l’equivalente di 1,2 miliardi di euro di oggi) ricevendo però un nuovo diniego.

Dal 1951 un accordo con Copenaghen garantisce comunque agli Stati Uniti un ruolo fondamentale nella “difesa” della Groenlandia in caso di attacco, concedendo intanto a Washington il diritto di realizzare e mantenere basi militari.

Ma evidentemente il solo controllo militare del territorio groenlandese non basta a Trump, che sembra realmente intenzionato ad acquisirlo sia per lasciare il segno nella storia sia per espandere la sfera d’influenza statunitense in una zona che sta diventando sempre più strategica nella competizione tra le grandi potenze. Le ripetute menzioni da parte del presidente eletto, unite al ventilato ricorso a dazi punitivi e a pressioni di carattere militare nei confronti della Danimarca, sembrano dimostrare che l’obiettivo costituisce per Trump un’ambizione radicata e non un capriccio passeggero.

Secondo un collaboratore del tycoon citato anonimamente da Reuters, l’acquisizione della Groenlandia farebbe parte delle priorità del presidente, che non a caso ha descritto il passo come un imperativo per la difesa nazionale statunitense. Trump vorrebbe anche essere ricordato come il presidente che ha aggiunto nuovi territori alla federazione, cosa che non avviene dal 1959, quando le Hawaii e l’Alaska divennero rispettivamente il 49° e il 50° stato dell’Unione durante la presidenza del repubblicano Dwight Eisenhower.

La futura amministrazione Trump intende contrastare l’aumento dell’influenza russa e cinese nella regione artica, considerato un serio pericolo per gli interessi statunitensi e per la stessa sicurezza nazionale. In questo senso vanno lette anche le aggressive dichiarazioni del tycoon nei confronti del Canada, “invitato” ad entrare a far parte degli Stati Uniti mentre sul web girano delle mappe, approntate dall’entourage di Trump, che mostrano dei “super Stati Uniti” che includono appunto il vicino settentrionale e la Groenlandia.

Il governo della Danimarca ha risposto duramente alle minacce di Washington ed ha stanziato una cifra consistente per rafforzare la sicurezza dell’isola, decidendo l’invio in zona di alcune navi da guerra. Al tempo stesso Copenaghen – che rappresenta insieme alla Polonia il paese europeo più atlantista – non ha escluso una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti diretta a soddisfare le “esigenze di sicurezza” del Pentagono.

Un atteggiamento simile a quello manifestato dal governo groenlandese, formato da una coalizione tra la “Comunità del popolo Inuit” (Inuit Ataqatigiit, di sinistra) e i Socialdemocratici (centrosinistra), entrambi con ambizioni indipendentiste. Il premier locale Mute Egede e i suoi collaboratori hanno ribadito più volte che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi” e che “non è in vendita”, ma non hanno chiuso del tutto la porta ad un aumento della cooperazione con Washington e ad un approfondimento dei legami economici con gli Stati Uniti.

Secondo molti analisti, l’amministrazione Trump potrebbe sostenere l’opzione indipendentista – il 6 aprile si vota per il rinnovo del parlamento di Nuuk e il governo è intenzionato a indire anche un referendum per il distacco definitivo da Copenaghen, opzione riconosciuta dalla madrepatria sin dal 2009 ma finora non esercitata – per poi proporre alla Groenlandia la firma di un Compact of Free Association (Cofa), un tipo di trattato di integrazione economica e politica sperimentato negli ultimi decenni con tre paesi insulari del pacifico. Del resto gli indipendentisti groenlandesi sono consci delle difficoltà economiche e logistiche derivanti da un eventuale distacco dalla Danimarca, che ogni anno copre, stanziando più di 500 milioni di dollari, oltre metà del fabbisogno finanziario dell’enorme territorio abitato solo da 57 mila persone.

Il territorio artico potrebbe utilizzare i vasti giacimenti di idrocarburi e di materie prime, il cui sfruttamento è stato finora minimo a causa di problemi logistici e delle preoccupazioni del governo locale per il forte impatto ambientale delle attività estrattive. Nel sottosuolo groenlandese si trovano quantità spesso abbondanti di “terre rare” e di altri minerali indispensabili per l’industria delle tecnologie che sfruttano le energie rinnovabili o per la produzione di batterie e veicoli a trazione elettrica. Inoltre la Groenlandia potrebbe contare su riserve di petrolio stimate in ben 31 miliardi di barili, finora sfruttate in minima parte.

Dal 2021, anno in cui si è affermato a Nuuk il partito Inuit Ataqatigiit dall’impronta fortemente ecologista, il governo locale ha praticamente smesso di concedere licenze per nuove esplorazioni.
Il rapido e progressivo scioglimento dei ghiacci sta però rendendo sempre più appetibile lo sfruttamento minerario della Groenlandia, abbassando i prezzi e diminuendo le difficoltà tecniche e logistiche, e il governo che uscirà dal voto di aprile potrebbe inaugurare una stagione più permissiva nei confronti delle imprese straniere, allo scopo di attirare investimenti e rafforzare l’autosufficienza economica dell’isola.

Se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani sul grosso delle risorse groenlandesi (la qual cosa suscita già le preoccupazioni della Danimarca e dell’intera Unione Europea) Washington ridurrebbe fortemente lo scarto rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, che attualmente controlla più del 60% del mercato delle cosiddette “terre rare” e recentemente ha imposto il divieto di esportazione di alcune di esse.

Ma ci sono anche questioni di ordine commerciale e strategico ad animare l’interesse di Washington per la Groenlandia e per l’intera area artica. A causa dello scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale, infatti, l’Artide si appresta a diventare il crocevia di una serie di rotte di navigazione e trasporto globali più vantaggiose e rapide rispetto a quelle tradizionali. Negli ultimi dieci anni il traffico navale nell’area è aumentato già del 37%. L’area artica è sempre più ambita dalle diverse potenze mondiali e regionali, sempre più in competizione per aggiudicarsi una posizione di rilievo nel nuovo scenario determinato dai rapidi mutamenti climatici e geografici.

Secondo i servizi di intelligence occidentali, la Cina starebbe cercando di utilizzare la sua alleanza con la Russia – che possiede il 53% della costa artica – per ottenere da Mosca una proiezione economica e strategica nei territori del Polo Nord che finora Pechino non è riuscita ad ottenere. Otto anni fa la Cina ha tentato inutilmente, bloccata da Washington e Copenaghen, di acquistare una vecchia base navale Usa e di costruire tre aeroporti in Groenlandia. Ma nel 2018 Pechino ha avviato la Polar Silk Road, (la Via della Seta Polare), un piano per aprire rotte commerciali ed energetiche attraverso l’estremo nord russo, e le aziende energetiche cinesi hanno già acquisito importanti quote nei progetti di sfruttamento del gas siberiano o in quelli di sviluppo delle infrastrutture portuali russe. 

Da parte sua Mosca negli ultimi anni ha moltiplicato le basi militari nelle sue regioni artiche e rafforzato i porti nella penisola di Kola (dove stazione una grande flotta da guerra) e a Murmansk, l’unico porto non ghiacciato situato oltre il Circolo Polare Artico.

La sempre più accesa competizione ha ovviamente anche delle ragioni di ordine militare, visto che dall’artico potrebbe passare un eventuale attacco missilistico lanciato dagli Stati Uniti o dalla Russia contro l’avversario. Non a caso la Pituffik Space Base, in Groenlandia, (l’installazione militare statunitense più a nord, distante 1200 km dal circolo polare artico) ospita il dodicesimo squadrone di allerta spaziale che gestisce il “Ballistic Missile Early Warning System”, un sistema progettato per rilevare eventuali attacchi missilistici contro il territorio americano.

Se finora gli Stati Uniti hanno dovuto subire, nella regione artica, la preponderanza e l’iniziativa russa, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia ha rafforzato lo schieramento di Washington nell’area. Ma le minacce e le mire annessionistiche di Trump nei confronti di Groenlandia e Canada dimostrano che gli Stati Uniti vogliono un controllo totale di tutti i territori che si affacciano sul polo, evidenziando una vera e propria “ossessione artica” di Washington.

Da questo punto di vista, la Groenlandia rappresenterebbe solo la punta dell’iceberg. «Non si tratta solo della Groenlandia. Si tratta dell’Artico. (...) Si tratta di petrolio e gas. Si tratta della nostra sicurezza nazionale. Si tratta di minerali essenziali» ha spiegato nei giorni scorsi, nel corso di un intervento sull’emittente conservatrice Fox News, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Mike Waltz.

Fonte

11/01/2025

Trump non è “il caos”, ma l’impero in stile western

Passato il primo momento di sconcerto, sulle più recenti sparate di Donald Trump – Groenlandia, Panama, Canada, ecc. – hanno affondato il bisturi analisti piuttosto seri. Mentre i più rimbambiti cantori dell’establishment bipartisan (non facciamo nomi, ma ve li ritrovate su tutti i giornali e soprattutto talk show, con bretelle o senza) stanno ancora lì a recitare giaculatorie scandalizzate per il modo in cui si esprime il miliardario indebitato, campione della reazione parafascista dell’Impero in crisi.

Si può capirli... vorrebbero poter conservare l’immaginario dell’America liberal, faro dei “diritti umani” ma disposta persino a fare “guerre umanitarie” senza giustificazione, o genocidi che non si devono chiamare col loro nome, tra un volto hollywoodiano e una serata da Grammy Awards mentre si cosparge il mondo di cadaveri.

E invece si ritrovano questo buzzurro che squaderna i peggiori tratti del colonialismo ottocentesco, quasi una generale Custer fuori tempo, trattando gli stessi Alleati come potenziali nemici da mettere a posto a suon di sganassoni.

Sotto il velo dell’apparente “pazzia”, però, il tycoon newyorkese sta soltanto indicando alcuni degli obiettivi che risultano “indispensabili” a realizzare l’altrettanto passatista programma del “make America great again”.

E allora, grattando nella storia neanche troppo recente, per esempio a proposito di Groenlandia, si può scoprire che durante la seconda guerra mondiale gli Usa l’avevano già occupata con reparti della Guardia Costiera “liberati dal servizio“, formalmente solo “volontari” senza legami con il governo statunitense.

Il governo danese tacque perché era tutto in esilio, visto che a Copenhagen campeggiavano le SS. L’accordo con gli Usa che legalizzava la presenza di militari sull’isola arrivò un po’ dopo, senza troppe trattative.

Nel 1951 venne poi firmato un altro accordo che consentiva agli USA di costruire ed equipaggiare basi militari statunitensi, diventate alla fine una cinquantina (quasi tutte stazioni di osservazione radar, tranne la più grande, Thule). Era iniziata la “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica e dalla Groenlandia era molto più facile controllare le possibili rotte di eventuali missili sovietici verso l’America.

Caduta l’URSS, anche le basi vennero quasi tutte smantellate, ma il trattato è rimasto valido. Volendo – e ora vogliono – possono riprendere a seminare presidi militari di qualsiasi dimensione.

Cambia però la loro funzione strategica. La rotta artica, che la Russia attuale usa abitualmente, vista la grande dimensione del suo confine su quell’oceano, serve ora anche alla Cina (grande risparmio di tempo sui traffici commerciali).

Ma soprattutto c’è il peso immenso delle risorse minerarie (oro e “terre rare”, in primo luogo) per cui i cinesi hanno firmato negli ultimi 20 anni alcuni contratti di ricerca e sfruttamento.

Investimenti che da un decennio trovano però molti ostacoli posti proprio dagli Usa, che hanno nel frattempo abbandonato l’idea di poter controllare comunque il mondo con la “globalizzazione” dell’economia capitalistica grazie al sistema finanziario, il controllo dei sistemi di pagamento, del dollaro, nonché alla potenza militare per i casi estremi.

Per la povera Groenlandia (e per la Danimarca) ne deriva quindi già da tempo un serio rallentamento dei progetti economici che prevedono, se non altro, l’uso o la costruzione di nuovi porti, l’apertura di miniere, ecc.

Da questo punto di vista, insomma, Trump non sta facendo nulla di realmente nuovo. Si limita a gridare ai quattro venti quel che le amministrazioni precedenti (compresa la sua) facevano sottotraccia.

Stesso discorso con il Canada, certo un boccone parecchio più grande, tanto da essere membro del G7, della Nato, nonché autorevole interlocutore di mezzo mondo. Alleato fedele e silente, ma comunque indipendente...

E altrettanto con Panama, dove il Canale era stato voluto, costruito e pagato dagli Usa per poi finire sotto la sovranità del paese centroamericano quando si provò a sostituire gli strumenti di controllo militare con i più presentabili contratti-capestro.

Il problema è che i contratti li possono proporre proprio tutti, e a quel punto i cinesi – come usano fare – ne presentarono di molto più vantaggiosi. Ottenendo così un diritto di controllo senza sbraitare tanto e senza organizzare golpe interni.

Dal punto di vista economico, insomma, i tre paesi al centro dell’offensiva verbale trumpiana sono obiettivi di vecchia data per Washington, ma chiaramente buttarla giù piatta come ha fatto “The Donald” significa mandare in pensione qualsiasi pretesa di rappresentare un “ordine mondiale fondato sulle regole”, nonché considerare ormai carta straccia la sovranità nazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Con buona pace dell’Onu, del diritto internazionale e della “pace nel mondo”.

Con molta freddezza altri analisti di livello – per esempio Guido Salerno Aletta, su MilanoFinanza – sbugiardano ogni intenzione “pacifista” di Trump nei confronti della Russia. La disponibilità ad abbandonare l’Ucraina al suo destino – visto che è ormai dimostrato che quella guerra è persa e che la Russia otterrà la “zona cuscinetto smilitarizzata” ritenuta necessaria alla sua sicurezza – è controbilanciata proprio dal progetto di incrementare notevolmente il controllo Usa dell’Artide. Costruendo praticamente lì una analoga “zona cuscinetto” a protezione degli Stati Uniti.

Tutto molto razionale, senza dubbio. Ma tutto questo significa abbracciare di nuovo una visione “realistica” (kissingeriana, si potrebbe dire) dei rapporti internazionali e abbandonare quella “moralistica” invalsa a partire dagli anni ‘90, quando appunto l’imperialismo Usa (e occidentale in genere) si è trovato ad essere “l’unica superpotenza”, quasi obbligata a “governare il mondo” secondo i propri interessi, ma travestiti da “valori etici”, “umanitari” e via bombardando...

Del resto, vediamo ormai da tempo un intollerabile “doppio standard” nella regolazione di tutti i conflitti, e persino dei risultati elettorali in quasi tutti i paesi (Francia, Romania, Georgia, Moldavia, ecc., per non dire dell’atteggiamento nei confronti dei paesi “altri”). Diventa sempre più difficile difendere un assetto aggressivo e criminale sfoderando sorrisi e buoni sentimenti.

Ecco quindi “The Donald” sgombrare il campo dai giri di parole. Ci sono gli “interessi dell’America” davanti a tutto, si farà buon viso a cattivo gioco – finché possibile – solo con chi ha un arsenale nucleare paragonabile.

Gli altri, a cominciare dall’Unione Europea, si mettano la coda tra le gambe... A noi, e ai lavoratori di tutto il mondo, non spetta davvero di “schierarsi” con uno dei due volti di questa macchina divoratutto...

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Donald Trump vuole la Nato dell’Artico per contrastare Russia e Cina

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Niente è come appare: anche quello che può sembrare un ripiegamento o un ritorno all’isolazionismo della dottrina Monroe, in realtà è una nuova mossa americana giocata sullo scacchiere globale nel confronto con Russia e Cina.

Trump ha giocato d’anticipo aprendo un nuovo fronte: il realismo ha fatto irruzione nella sua strategia geopolitica che, se pure ha abbandonato la retorica del globalismo economico e finanziario dominato dagli Usa, non per questo ha manifestato ambizioni meno grandiose, anche se altrettanto strumentali.

Il mondo si è dimostrato davvero troppo grande, e soprattutto complesso, anche per quella che è rimasta l’unica superpotenza globale dopo la dissoluzione dell’URSS: ormai ognuno deve fare la sua parte, perché lo Zio Sam non può pagare per la sicurezza di tutti.

Finisce così, con gli auspici pronunciati da Donald Trump in occasione delle festività natalizie e in vista di assumere per la seconda volta il ruolo di presidente, l’era dell’eccezionalismo e dell’unilateralismo americano che aveva trovato l’apogeo con Bill Clinton, il presidente che aveva fatto a pezzi la Jugoslavia, ultimo residuo del comunismo in Europa, e aveva spalancato le porte del Wto alla Cina di Deng Xiaoping, coronando così nel 2001 il cinquantennio della Lunga Marcia che era stata intrapresa da Henry Kissinger per concedere a Mao Zedong l’abbandono del Vietnam in cambio dell’allontanamento dall’URSS.

Il ruolo cruciale del Canale di Panama

Il discorso di Trump sembra tornare indietro di un secolo, alla dottrina del suo predecessore James Monroe: gli Stati Uniti devono avere come obiettivo primario la supremazia territoriale sull’intero continente nordamericano.

E non si tratta solo del «cortile di casa» da tenere sgombro da pericolose influenze esterne, come accadde ai tempi della crisi di Cuba che fu innescata dall’arrivo di missili sovietici che avrebbero minacciato da vicino la Florida: Trump concilia infatti una sorta di neo-isolazionismo statunitense con la realizzazione di una infrastruttura geopolitica completamente nuova, pur sempre coerente con l’ossessione mai sopita di circondare l’Heartland, il cuore del mondo rappresentato dalla Russia sterminata.

Gli Usa devono innanzitutto riprendere il controllo del transito navale tra il Pacifico e l’Atlantico che utilizza il Canale di Panama, un’infrastruttura di importanza strategica per i traffici commerciali che fu costruita con capitali e da lavoratori americani e che era stata sotto il pieno controllo statunitense dal 1903 al 2000, mentre ora viene addirittura controllata da soldati cinesi: questo è un rischio enorme, che va assolutamente eliminato.

D’altra parte fu la necessità di garantire la libertà dei mari in tempi sia di pace che di guerra, e così i commerci che arricchivano gli Stati Uniti, che indusse T. W. Wilson a intervenire nel primo conflitto mondiale dichiarando guerra alla Germania che insidiava le rotte atlantiche.

Questo ora vale anche per il Mar Glaciale Artico, che sarebbe altrimenti un monopolio della Russia a beneficio soprattutto della Cina, che sottrarrebbe così i suoi traffici commerciali allo storico controllo degli Stretti: da quello di Malacca a quello di Aden, dal Canale di Suez a Gibilterra, sarebbero completamente bypassati.

Dal Canada alla Groenlandia

C’è quindi da coinvolgere il Canada, un Paese già legatissimo dal punto di vista commerciale agli Stati Uniti e per questo assai prospero, che avrebbe tutto da guadagnare nel divenire il 51° Stato dell’Unione: non solo perché la taglia della sua economia raddoppierebbe in breve tempo mentre le tasse si dimezzerebbero, ma soprattutto perché beneficerebbe gratuitamente di una difesa imbattibile rispetto alle aggressioni esterne.

Impacchettato com’è tra l’Alaska e il resto degli Usa, finora il Canada ha beneficiato troppo comodamente e soprattutto gratuitamente della difesa strategica statunitense: come gli alleati europei della Nato, anche i canadesi non possono rimanere coperti, a scrocco, sotto l’ombrello di Washington.

E quindi c’è da considerare la sterminata e disabitata Groenlandia, il cui territorio è grande quattro volte quello della Francia e i cui cittadini, sempre secondo Trump, vorrebbero diventare americani se solo potessero.

C’è di mezzo la sovranità sul Mar Glaciale Artico: una continuità geopolitica che consolidasse le proiezioni di Alaska, Canada e Groenlandia consentirebbe agli Usa di fronteggiare da pari a pari, e senza soluzione di continuità, la Russia, che invece oggi domina incontrastata sul versante opposto dell’emisfero questa promettente e strategica nuova rotta commerciale

Il tempismo dell’annuncio di Trump

La strategia degli Usa nell’Artico andrebbe così a completare il circondamento dell’Heartland, che è proseguito anche di recente sul versante Atlantico con l’adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato: ha determinato non solo la chiusura del Golfo di Finlandia ma soprattutto l’isolamento di San Pietroburgo, che finora aveva rappresentato l’unico sbocco libero e diretto della Russia in Europa.

Inutile dire che a fronte di questi auspici di Trump le reazioni politiche a Panama in Canada e in Groenlandia sono state quasi scandalizzate: è stata una vera e propria provocazione, che ha dimostrato come tutte le pretese di egemonia debbano tener conto del principio di autodeterminazione dei popoli.

C’è dunque da chiedersi il perché, e proprio ora, dell’annuncio da parte di Trump di una strategia così palesemente aggressiva nei confronti di Mosca, quando sono in vista i colloqui per la sistemazione dell’Ucraina, a proposito della quale la Russia ha la pretesa di mantenere sotto controllo le aree già conquistate militarmente, oltre alla Crimea già annessa, e vuole che Kiev venga smilitarizzata e rimanga fuori dalla Nato.

Se Mosca, a dispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione, continua a insistere per avere comunque una zona di sicurezza ai propri confini verso l’Europa, deve subire la prospettiva che gli Usa se ne costruiscano una sull’Artico che rappresenti una minaccia altrettanto simmetrica: equivalent retailation, tit for tat.

Fonte

vendita al dettaglio equivalente, pan per focaccia