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18/01/2026

Si scrive Groenlandia, si legge guerra mondiale

Rispondere con le barzellette a problemi enormi per cui non si ha alcuna soluzione concreta è un classico escamotage da adolescenti. Certo non ci si aspetta che possa essere anche il comportamento di un insieme di paesi che solo qualche mese fa ancora aspirava a diventare un «imperialismo concorrenziale» sulla scena mondiale.

La barzelletta – come l’ha definita il ministro della difesa Guido Crosetto («...15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta») – è stata la prima risposta «europea» all’offensiva trumpiana per prendersi la Groenlandia.

Una mobilitazione finta, quasi simbolica, con pochissimi soldati, per far capire al tycoon che «si sta allargando» un po’ troppo e in modo un po’ troppo insultante, ma allo stesso tempo mirata a non irritare l’Irascibile.

Com’era ampiamente prevedibile, gli Usa hanno rilanciato: i paesi europei che manderanno davvero soldati nel continente di ghiaccio saranno puniti con dazi commerciali accresciuti del 10% rispetto a quelli giù imposti – e concordati successivamente – meno di un anno fa.

Tra i neo-sanzionati non c’è l’Italia, visto che «Gioggia» Meloni ha preso una posizione «alla Pd», ovvero «manderemo soldati solo nel quadro di un accordo Nato» (siccome a capo della Nato ci sono gli Usa, non ci potrà essere alcun accordo). Il che fa incazzare gli altri europei, rimasti in mezzo al ghiaccio senza armi né calzini di lana.

Per chi conosce il poker è tutto chiaro. A un bluff (quello europeo) si può rispondere alzando la posta, così da lasciare solo due possibilità: rilanciare ulteriormente (“escalation”, in termini di relazioni internazionali) oppure «passare». A questo tavolo ci sono però solo due giocatori, e quindi non si può neanche sperare che qualcun altro cambi lo schema di gioco. Bisogna decidere subito... 

Per dare una risposta meno scema della barzelletta i 27 paesi della UE si vedranno oggi pomeriggio, ma solo a livello di ambasciatori. Il che lascia presupporre l’esposizione di molte e diverse posizioni, ma nessuna conclusione vincolante (altrimenti si sarebbero visti i capi di stato o almeno i ministri degli esteri).

I diretti interessati all'“annessione” – meno di 60.000 abitanti – sono intanto scesi in piazza, e viste le temperature locali questo è sicuramente un gesto che dà la misura di quanto seriamente siano costretti a prendere le minacce Usa. Stessa cosa a Copenhagen, capitale della Danimarca, cui la Groenlandia è federata (con bandiera propria, addirittura).

Ma appare lampante che il problema è stato posto in modo brutale e quasi imperativo: «quell’isola ci serve e in un modo o nell’altro ce la prenderemo». Comprandola o con un intervento militare.

Quest’ultima ipotesi appare lunare, se si continua a ragionare secondo i presupposti del vecchio ordine euro-atlantico, in cui Usa e altri paesi erano alleati di ferro dentro la Nato e gli organismi internazionali. Di fatto, una qualsiasi manifestazione «muscolare» per costringere la Groelandia a diventare una «Portorico glaciale» (membro di fatto degli Usa, ma formalmente autonoma... alle Olimpiadi o poco più) sancirebbe lo scioglimento immediato dell’Alleanza atlantica.

Ma proprio di questo si sta parlando da parte Usa: di annullare tutti gli organismi internazionali formalmente «paritari», tra Stati sovrani teoricamente intoccabili, sostituendoli con «gruppi ad hoc» selezionati dalla presidenza Usa e in cui si resta – o si viene “gestiti” – fino a quando si obbedisce.

Proprio ieri, e non per coincidenza, Donald Trump ha cominciato ad inviare le «lettere di invito» a far parte del Board of Peace per Gaza. In tutto una sessantina di Paesi: dall’Egitto alla Turchia, ovviamente da Israele all’Argentina di Milei, dal Canada al Paraguay (che cavolo c’entra con Gaza? niente, ma è fedele a Trump...), e persino all’Italia, facendo peraltro subito incazzare Netanyahu che considera Erdogan una «potenza ostile».

L’oscenità dell’idea non sta soltanto nel fatto che questa congrega di complici dovrebbe occuparsi di garantire la deportazione totale dei palestinesi da Gaza (e dalla Cisgiordania, ormai) verso il Somaliland o altra destinazione sufficientemente lontana. La novità vera sta nelle intenzioni statunitensi di fare di questo raggruppamento il nucleo di una «nuova Onu» incaricata di occuparsi anche di altre crisi, dal Venezuela all’Ucraina.

Di fatto la fine di un mondo «unitario» che prova a darsi regole e strumenti di «governo» al di là delle differenze di sistema economico e/o politico e la formazione di uno schieramento minoritario che ha come fondamento l’obbedienza a Washington e come obbiettivo quello di assecondarne gli interessi. Non proprio un organismo «di pace», insomma. Tanto meno “democratico”... 

Non stiamo insomma parlando del destino della Groenlandia, ma della costituzione di un blocco da utilizzare per imporsi su chiunque altro (Russia, Cina, Brics+, di cui da poco fanno peraltro parte anche Turchia ed Egitto), un puro strumento del “suprematismo Usa”, anche a costo di una guerra mondiale.

Ma se di questo bisogna parlare – e bisogna, è evidente – allora ogni sragionamento basato sulla struttura istituzionale e valoriale del «mondo che c’era» diventa una barzelletta. Come il mandare 15-soldati-15 a fare la guardia agli orsi polari...

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