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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2026

Gli Usa ridurranno i loro arsenali in Europa. Doccia fredda sulla Nato

Tanto tuonò che piovve. Dopo mesi di indiscrezioni, post sui social, annunci roboanti, gli Stati Uniti hanno annunciato che ridurranno il loro arsenale militare destinato alla Nato in Europa.

A riferirne è, significativamente, il quotidiano tedesco Der Spiegel che riporta di quanto deciso in una riunione a porte chiuse dal consigliere del Pentagono Alexander Velez-Green.

Secondo quanto riferito da due diplomatici della Nato al giornale tedesco, gli Usa diminuiranno considerevolmente il numero di bombardieri strategici, aerei da combattimento, droni, sottomarini e navi da guerra, continuando al contempo a fare pressione sugli alleati europei affinché si impegnino maggiormente nelle spese militari destinate alla difesa.


Nell’attuale sistema di ripartizione degli oneri, gli Usa forniscono circa la metà delle spese militari in ambito Nato, ma ne chiedono da tempo una ridistribuzione.

Secondo l’Ispi, “le proposte statunitensi per la pianificazione futura si sarebbero però rivelate più drastiche di quanto gli europei avessero previsto”.

Ma la notizia non è certo una sorpresa. Sono anni che Trump attacca gli alleati europei per non aver investito abbastanza nelle spese militari. Dopo aver accusato i partner europei di essere dei “codardi” per non averlo sostenuto nella guerra contro l’Iran e accusato la Nato di essere “una tigre di carta”, il presidente Usa aveva recentemente annunciato di voler ritirare migliaia di soldati dalle basi in Germania ma poi ha immediatamente rettificato il tiro annunciandone il loro ridispiegamento in Polonia.

Il governo statunitense ha identificato la sua ipotesi di riorganizzazione una “Nato 3.0”, un progetto secondo il quale gli europei dovrebbero assumersi l’intera difesa convenzionale del proprio continente il più rapidamente possibile. “Pur aumentando la spesa per la difesa, tuttavia, i governi europei non possono replicare capacità chiave fornite dagli Stati Uniti, come l’intelligence satellitare, la sorveglianza e la ricognizione, la difesa aerea e missilistica e la logistica aerea. Né dispongono dei sistemi di comando o della logistica necessari per organizzare una mobilitazione militare di vasta portata senza il coinvolgimento degli Stati Uniti” sottolinea l’Ispi.

Da questa nuova realtà cresce nell’Unione Europea la spinta ad aumentare le spese militari, accelerare gli investimenti comuni, integrare le filiere industriali della difesa, raggiungere l’autonomia strategica nei sistemi di intelligence e di comando.

Al momento tale processo deve fare i conti con due dinamiche interne convergenti sullo scopo (aumento spese militari e riorganizzazione degli apparati della Difesa) ma divergenti sulle caratteristiche, ossia se ogni stato europeo debba agire in proprio oppure integrandosi con gli altri stati.

È sempre l’Ispi a sottolineare che nel primo caso la Germania ha avviato un piano per la Difesa che prevede il potenziamento delle forze armate per costruire l’esercito convenzionale più potente d’Europa entro il 2039. Berlino ha scelto di finanziare autonomamente il proprio aumento della spesa, modificando il freno al debito costituzionale e puntando a raggiungere il 3,5% del Pil in spese militari già entro il 2029, con circa 150 miliardi l’anno.

Il piano include l’ampliamento dell’esercito a circa 260mila soldati e un nuovo sistema di registrazione obbligatoria per tutti i giovani maggiorenni. I punti chiave della nuova strategia della Bundeswehr prevedono un sistema di leva aggiornato – tutti i cittadini maschi che compiono 18 anni devono registrarsi, compilare un questionario sull’idoneità e sottoporsi a screening medici. Il servizio militare rimane su base volontaria, ma il governo sta valutando la proposta dei sorteggi o la reintroduzione del servizio obbligatorio qualora le adesioni su base volontari fossero insufficienti. Contro tale piano, da mesi si vanno mobilitando gli studenti tedeschi.

Nel caso italiano le ambizioni ad aumentare le spese militari e alla reintroduzione della leva per i giovani al momento si scontrano soprattutto con i problemi di bilancio. In base all’art.81 introdotto in Costituzione con il consenso di tutti i partiti (obbligo di pareggio in bilancio), è evidente che se si devono mettere a terra i soldi per le spese militari, questi vanno sottratti ad altri capitoli del bilancio dello stato.

Ma il percorso che porta ad un aumento delle spese militari non sembra incontrare veri ostacoli politici, anzi potremmo affermare che il tema – da sempre – gode di una piena convergenza bipartisan. L’unica divergenza è la dimensione del riarmo, ossia se va gestito nella versione europea (Schlein) o in quella nazionale (Meloni).

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12/02/2026

“Zelenskij si arrende”, dice il Financial Times

Forse siamo al dunque sulla guerra in Ucraina. Lo scoop arriva dal Financial Times, voce autorevole del neoliberismo occidentale, con ottime fonti ai piani alti di tutti i governi e meno esposto di altri media a figuracce clamorose.

Volodymyr Zelensky starebbe pianificando elezioni presidenziali da tenere in primavera, da affiancare a un referendum su un accordo di pace.

Se fosse vero – e pare difficile che non lo sia – vengono spazzate in un attimo molte delle scemenze scritte da tutti i giorni dalla propaganda bellicista (“l’ostacolo alla pace è che la Russia non la vuole”, il ritornello più suonato) e si può tornare a ragionare seriamente su come far finire un massacro che dura da quattro anni.

Il 24 è anche una data simbolica, perché segna per l’appunto l’anniversario dell’inizio della guerra. Ed è chiaro, esplicito, ripetuto anche dal FT, che Zelensky si è infine arreso alla pressione dell’amministrazione Trump, che minaccia da mesi di ridurre a zero sia gli aiuti militari e finanziari, sia le future “garanzie di sicurezza”. Proprio su queste ultime sarebbe stato fatto scattare un vero e proprio ultimatum, un “prendere o lasciare” nel tipico stile western del tycoon.

L’annuncio di elezioni e referendum arriva oltretutto in contemporanea con l’avvio dell’abbandono di diverse basi militari Usa in Europa, secondo il mantra attuale “difendetevi da soli e pagate per farlo”. La base di Napoli (il “comando sud della Nato”) passerà all’Italia e addirittura quella di Norfolk, in Virginia (vicino Washington, in territorio Usa) alla Gran Bretagna. Non indicate per ora altre “dismissioni”, ma il percorso che porterà al ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa sembra ormai tracciato.

Per di più, pochi giorni fa, lo stesso facente funzioni di Segretario generale della Nato, lo scendiletto trumpiano Mark Rutte, aveva ironizzato sulle possibilità di “difesa autonoma” europea senza la presenza centrale degli Usa (“Se pensate che l’Ue possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate pure a sognare”).

Il cumulo di segnali, insomma, indica chiaramente che per l’Ucraina era l’ora di tirare una riga sui sogni di vittoria e acconciarsi ad una trattativa che è stata fin qui rifiutata “per principio”, grazie soprattutto all’avventurismo suicida dei “volenterosi” europei (Francia e Gran Bretagna su tutti, con la Germania a ruota), che hanno promesso l’impossibile e garantito quel che neanche avevano.

Quindi per Zelenskij la scelta è diventata obbligata, per quanto obtorto collo. Il 15 maggio si voterà, sia per rinnovare la carica di presidente (a quella data saranno già due anni che il suo mandato è scaduto) che per approvare i contenuti di un “piano di pace” fin qui avvolto nella nebbia.

La partita non sarà facile per nessuno. I pretendenti alla presidenza ovviamente ci sono, ma tutti – come lo stesso Zelenskij – dovranno pronunciarsi sulla pace in cambio di rinunce territoriali definitive (il Donbass e la Crimea), nonché sugli altri “dettagli” che pongono fine a molti sogni (primo fra tutti l’adesione alla Nato, peraltro notevolmente indebolita – in prospettiva – dal progressivo ritiro Usa).

Le incognite sono molte, perché i nazisti (Azov, Pravij Sektor, ecc.) hanno non solo un ruolo militare importante, ma anche un peso politico superiore ai semplici voti che riescono a controllare. Non è affatto escluso che possano far valere la loro forza in modi “extra-politici”. Anche se, a “calmarli”, dovrebbe intervenire il pesante raffreddamento dei rapporti con Washington e gli stessi “volenterosi” del Vecchio Continente. Una cosa è continuare a combattere col supporto economico, politico e militare occidentale, altra cosa è farlo senza... 

Presi in contropiede, i “volenterosi” dovranno ora rivedere completamente i propri piani, proprio mentre stavano approvando un nuovo pacchetto di aiuti da 90 miliardi (su cui si è per esempio aperta la prima piccola crisi nel governo Meloni) e hanno insistito fin qui per inviare truppe sul terreno, col forte rischio di allargare il conflitto.

Ma è in fondo un problema quasi minore. Leader senza credibilità, al minimo nei sondaggi, probabilmente scalzati al primo appuntamento elettorale... non dovranno neanche elaborare un drammatico “cambio di narrativa”. Usciranno di scena e nessuno se ne ricorderà più. Se non per il disastro che ci lasceranno e i loro sostituti, presumibilmente anche peggiori...

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28/01/2026

La nuova National Defense Strategy e il momento della verità per gli alleati degli USA

Lo scorso 23 gennaio il rinominato Dipartimento della Guerra statunitense, guidato da Pete Hegseth, ha pubblicato la National Defense Strategy del 2026. Il nuovo documento strategico della difesa stelle-e-strisce segue le orme della nuova National Security Strategy che ha creato tanto scalpore solo poche settimane fa. E mette gli alleati di Washington di fronte a una domanda: sono pronti ad affrontare la nuova era della competizione globale?

In questa nuova fase, le armi USA saranno impegnate primariamente verso le Americhe, mentre gli alleati storici dovranno accollarsi le spese della propria difesa. Scelta di “disimpegno” di cui, ad ogni modo, si avvantaggeranno largamente le imprese belliche statunitensi, cosa che si era già capita con il maggiore impegno del PIL nelle spese militari approvato dalla NATO.

La centralità data all’emisfero occidentale, su cui far valere una nuova dottrina Monroe, o “Donroe” come molti l’hanno chiamata, esposta nella National Security Strategy ha il proprio risvolto nella ridefinizione di come le forze armate devono intendere la priorità da assegnare ai vari fronti. Con importanti cambiamenti rispetto a come gli States si sono mossi fino all'amministrazione Biden.

Innanzitutto, le armi stelle-e-strisce saranno utilizzate primariamente per garantire la sicurezza interna, intesa sia in riferimento ai flussi migratori sia al terrorismo interno (nel testo si parla di quello islamico, ma è facile capire che The Donald tornerà all’attacco anche degli “Antifa”, con un’attenta modulazione dovuta alle larghe mobilitazioni contro la sua ICE). A ciò si aggiunge lo scudo missilistico Golden Dome.

E poi, però, ci sono tre settori delle Americhe che vengono indicati come terreno imprescindibile per gli interessi stelle-e-strisce: il Canale di Panama, il Golfo del Messico – “d’America”, nel documento – e la Groenlandia. L’Operazione Absolute Resolve viene indicata come un esempio del modo in cui Washington è pronta ad una “azione che concretamente porti avanti gli interessi statunitensi” nelle Americhe: tutti avvertiti.

Viene rielaborato largamente l’atteggiamento verso gli altri grandi attori dello scenario globale. A partire dalla Cina. Il Dragone rimane, com’è ovvio, l’avversario strategico centrale. Ma il documento specifica: “si tratta semplicemente di garantire che né la Cina né chiunque altro possa dominare noi o i nostri alleati. Ciò non richiede un cambio di regime o qualche altro tipo di lotta esistenziale. Piuttosto, una pace dignitosa, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa anche accettare e a cui sottostare, è possibile”.

Questa, almeno, è l’opinione del Dipartimento della Guerra. Ma comunque rimane il fatto che Taiwan non è mai nominata nel testo, e che invece l’attenzione dei militari si concentra su di una deterrenza fondata sulla superiorità militare, non sul confronto diretto sul campo di battaglia. Questa deterrenza si dispiega lungo la First Line Chain, di cui certo fa parte Formosa e il suo arcipelago, ma che non è più evidentemente indicata come il fulcro della politica sul Pacifico.

L’Indo-Pacifico presto rappresenterà più della metà dell’economia mondiale. La sicurezza, la libertà e la prosperità è quindi direttamente collegata alla capacità statunitense di commerciare e impegnarsi da una posizione di forza nell’Indo-Pacifico. Se la Cina – o chiunque altro, se è per questo – dominasse questa regione ampia e cruciale, sarebbe in grado di porre efficacemente il veto sull’accesso degli americani al centro di gravità dell’economia mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche statunitensi, compresa la nostra capacità di reindustrializzare il paese.

Nel documento si mette in evidenza come il nodo centrale non sia da considerarsi l’indipendenza di Taiwan, ma la capacità di mantenere la propria superiorità militare in un’area in cui Washington ha bisogno di limitare la penetrazione economica cinese. Tra le altre cose, spostando il baricentro delle filiere verso il proprio territorio nazionale... magari anche a discapito della stessa industria dei semiconduttori di Taiwan.

Della Russia vengono messe in evidenza la resilienza e la capacità di impegnarsi in una guerra di lungo periodo. Tuttavia, Mosca viene definita come una “minaccia gestibile” per la NATO. Dal Pentagono sottolineano che le economie europee sovrastano quella russa e che, pertanto, gli europei hanno tutte le capacità (e sono in sostanza obbligati) ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale, incluso il sostegno all’Ucraina. Altro messaggio chiaro a Zelensky per i futuri negoziati.

Per quanto di Pyongyang si evidenzi il pericoloso arsenale nucleare, viene anche scritto che la “Corea del Sud è in grado di prendere le principali responsabilità di scoraggiare la Corea del Nord con il sostegno critico ma più limitato degli Stati Uniti”. Infine, l’Iran viene visto come un pericolo rispetto agli obiettivi sul Medio Oriente, e in particolare rispetto all’alleato fondamentale israeliano.

Ugualmente, però, il testo del Dipartimento della Guerra ribadisce anche qui la necessità che siano i paesi della zona ad assumersi più responsabilità di difesa. Il testo esalta le opportunità di stabilizzazione a cui possono dare vita i percorsi di integrazione regionale tra i suoi vari attori. L’importanza degli Accordi di Abramo in questo processo viene evidenziata.

Insomma, la nuova strategia delle forze armate statunitensi espone la chiara volontà di disimpegno diretto, rimanendo però l’ago della bilancia mondiale, lasciando agli altri il “lavoro sporco”. E in tutto ciò, il complesso militare-industriale stelle-e-strisce riceverà una forte spinta, anche per garantire il rafforzamento dei nuovi segmenti legati all’IA, ai droni, a tutte quelle realtà economiche che hanno largamente sostenuto Trump fino adesso.

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09/12/2025

Il Medio Oriente non è più una priorità per gli Stati Uniti. I palestinesi di nuovo scomparsi dall’agenda

Nel documento sulla Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti reso pubblico alcuni giorni fa, c’è una novità rilevante: il Medio Oriente e la vecchia geografia petrolifera del mondo non sono più una priorità strategica per gli USA.

Alcuni passaggi del capitolo del documento dedicato al Medio Oriente chiariscono questo cambio di passo.

In primo luogo la centralità delle risorse petrolifere della regione non sembrano essere più una preoccupazione per Washington: “L’offerta energetica si è notevolmente diversificata, con gli Stati Uniti di nuovo esportatori netti di energia”.

Ma in altri due passaggi il cambiamento diventa ancora più chiaro: “La storica ragione americana per concentrarsi sul Medio Oriente si affievolirà”, riporta il documento che poi fa una ammissione importante: “I giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sia nella pianificazione a lungo termine che nell’esecuzione quotidiana sono, fortunatamente, finiti”.

Singolare, ma significativa, la valutazione sulla percezione dell’instabilità nella regione mediorientale: “Il conflitto rimane la dinamica più problematica del Medio Oriente, ma oggi questo problema è meno grave di quanto i titoli dei giornali potrebbero far credere”. Sarebbero insomma i giornali a drammatizzare. Non è esplicito il riferimento a Gaza ma se non siamo al negazionismo del genocidio dei palestinesi, siamo alla sua rimozione come problema. Del resto è questa la linea adottata da tutti i governi occidentali dopo gli accordi di Sharm el Sheik e la “tregua” a Gaza.

Gli Stati Uniti di Trump sembrano poi voler abbandonare la politica di ingerenza sugli affari interni, soprattutto quelli delle petromonarchie del Golfo: “Abbandonare il nostro esperimento sbagliato di ammonire queste nazioni – specialmente le monarchie del Golfo – affinché abbandonino le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo. Dovremmo incoraggiare e applaudire la riforma quando e dove emerge organicamente, senza cercare di imporla dall’esterno”.

Infine, e non certo per importanza, c’è una presa di distanza dalle guerre scatenate in Medio Oriente tese a imporre dei regime change (dall’Iraq, alla Siria, alla Libia etc.): “Possiamo e dobbiamo affrontare questa minaccia a livello ideologico e militare, senza decenni di sterili guerre di “costruzione della nazione””.

La politica statunitense conferma l’alleanza con Israele – ma senza assegnarle un particolare rilievo – e rilancia gli accordi di Abramo con i paesi arabi come prospettiva da praticare nonostante – parole testuali – “Il conflitto israelo-palestinese rimanga spinoso”.

Nel documento trasuda anche un bel po’ di autocelebrazione ed egocentrismo presidenziale: “La capacità del Presidente Trump di unire il mondo arabo a Sharm el-Sheikh nella ricerca della pace e della normalizzazione permetterà agli Stati Uniti di dare finalmente la priorità agli interessi americani”.

Sui nemici strategici di Israele nella regione, il documento esprime ottimismo per i risultati ottenuti.

“L’Iran – la principale forza destabilizzante della regione – è stato notevolmente indebolito dalle azioni israeliane dopo il 7 ottobre 2023 e dall’operazione “Midnight Hammer” del Presidente Trump nel giugno 2025” scrive il documento statunitense.

“I principali sostenitori di Hamas sono stati indeboliti o si sono ritirati. La Siria rimane un potenziale problema, ma con il sostegno americano, arabo, israeliano e turco potrebbe stabilizzarsi e riassumere il suo legittimo ruolo di attore integrale e positivo nella regione”.

Dunque dal rapporto sulla Strategia di Sicurezza Nazionale emerge che gli Stati Uniti in buona parte ritengono di volersi sganciare dalle “rogne del Medio Oriente”. Un fattore che rende l’area un “terreno di contesa” nel nuovo assetto dei rapporti di forza internazionali.

In tal senso preoccupa quello che non c’è scritto e cioè che il compito di guardiano degli interessi statunitensi viene delegato ancora a Israele, a patto che questa non esageri nello “strattonare” le relazioni con i paesi arabi del Golfo.

Sulle aspirazioni nazionali dei palestinesi ad uno Stato o all’autodeterminazione invece non vi è nessuna traccia. La principale contraddizione della regione rimane così aperta e irrisolta, scomparendo ancora una volta dall’agenda politica. Come del resto lo era anche prima... fino al prossimo 7 ottobre.

Per chi ne ha voglia, curiosità o pazienza qui sotto c’è il testo integrale del capitolo sul Medio Oriente contenuto nel documento di Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti.

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Medio Oriente: ridistribuire gli Oneri, Costruire la Pace

Per almeno mezzo secolo, la politica estera americana ha dato la priorità al Medio Oriente sopra tutte le altre regioni. Le ragioni sono evidenti: il Medio Oriente è stato per decenni il più importante fornitore mondiale di energia, un teatro primario della competizione tra superpotenze e un focolaio di conflitti che minacciavano di espandersi nel resto del mondo e persino sulle nostre coste.

Oggi, almeno due di queste dinamiche non sono più valide. L’offerta energetica si è notevolmente diversificata, con gli Stati Uniti di nuovo esportatori netti di energia. La competizione tra superpotenze ha lasciato il posto alle manovre delle grandi potenze, in cui gli Stati Uniti mantengono la posizione più invidiabile, rafforzata dal successo del Presidente Trump nel rivitalizzare le nostre alleanze nel Golfo, con altri partner arabi e con Israele.

Il conflitto rimane la dinamica più problematica del Medio Oriente, ma oggi questo problema è meno grave di quanto i titoli dei giornali potrebbero far credere.

L’Iran – la principale forza destabilizzante della regione – è stato notevolmente indebolito dalle azioni israeliane dopo il 7 ottobre 2023 e dall’operazione “Midnight Hammer” del Presidente Trump nel giugno 2025, che ha significativamente degradato il programma nucleare iraniano. Il conflitto israelo-palestinese rimane spinoso, ma grazie al cessate il fuoco e al rilascio degli ostaggi negoziato dal Presidente Trump, sono stati compiuti progressi verso una pace più duratura.

I principali sostenitori di Hamas sono stati indeboliti o si sono ritirati. La Siria rimane un potenziale problema, ma con il sostegno americano, arabo, israeliano e turco potrebbe stabilizzarsi e riassumere il suo legittimo ruolo di attore integrale e positivo nella regione.

Mentre questa amministrazione revoca o allenta le politiche energetiche restrittive e la produzione energetica americana aumenta, la storica ragione americana per concentrarsi sul Medio Oriente si affievolirà. Invece, la regione diventerà sempre più una fonte e una destinazione di investimenti internazionali, in settori che vanno ben oltre il petrolio e il gas – inclusi energia nucleare, intelligenza artificiale e tecnologie della difesa. Possiamo anche collaborare con i partner del Medio Oriente per promuovere altri interessi economici, dal proteggere le catene di approvvigionamento al sostenere opportunità di sviluppare mercati aperti e amichevoli in altre parti del mondo, come l’Africa.

I partner mediorientali stanno dimostrando il loro impegno nel combattere il radicalismo, una tendenza che la politica americana dovrebbe continuare a incoraggiare. Ma farlo richiederà di abbandonare il nostro esperimento sbagliato di ammonire queste nazioni – specialmente le monarchie del Golfo – affinché abbandonino le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo. Dovremmo incoraggiare e applaudire la riforma quando e dove emerge organicamente, senza cercare di imporla dall’esterno. La chiave per relazioni di successo con il Medio Oriente è accettare la regione, i suoi leader e le sue nazioni per come sono, lavorando insieme su aree di interesse comune.

L’America avrà sempre interessi fondamentali nell’assicurare che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato, che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto, che il Mar Rosso sia navigabile, che la regione non sia un incubatore o esportatore di terrorismo contro gli interessi americani o la patria americana, e che Israele rimanga sicuro. Possiamo e dobbiamo affrontare questa minaccia a livello ideologico e militare, senza decenni di sterili guerre di “costruzione della nazione”. Abbiamo anche un chiaro interesse nell’estendere gli Accordi di Abramo a più nazioni nella regione e ad altri paesi del mondo musulmano.

Ma i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sia nella pianificazione a lungo termine che nell’esecuzione quotidiana sono, fortunatamente, finiti – non perché il Medio Oriente non conti più, ma perché non è più l’irritante costante e la potenziale fonte di catastrofe imminente che era una volta. Sta piuttosto emergendo come un luogo di partenariato, amicizia e investimento – una tendenza che dovrebbe essere accolta e incoraggiata. Infatti, la capacità del Presidente Trump di unire il mondo arabo a Sharm el-Sheikh nella ricerca della pace e della normalizzazione permetterà agli Stati Uniti di dare finalmente la priorità agli interessi americani.

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07/09/2025

Le contraddizioni nella politica imperiale della seconda amministrazione Trump

di Francesco Dall'Aglio

Articolo piuttosto interessante di Politico, che ci fornisce qualche elemento in più per rispondere a una domanda che da un po' ci ponevamo, ovvero: abbiamo capito che gli USA si vogliono sganciare dall'Ucraina, forse dall'Europa in generale, e dare priorità al nemico "vero", la Cina – ma lo stanno effettivamente facendo? Perché in linea di principio pare di no. Certo, un paio di batterie di missili sono state portate nelle Filippine per esercitazioni è lì sono restate, è stato mandato qualche carico di armi a Taiwan, ma insomma non pare davvero di vedere una escalation, né come esposizione militare e nemmeno come linguaggio diplomatico. E infatti Politico ha parlato con tre persone che hanno avuto accesso alle versioni preliminari del nuovo National Defense Strategy nel quale si dice che per la nuova amministrazione statunitense la priorità è domestica e regionale, non più il contrasto a Russia e Cina. Secondo uno dei tre, "Questo sarà un cambiamento grosso per gli USA e i loro alleati su più continenti. Le vecchie, fidate promesse degli USA sono messe in discussione".

Politico ricorda ovviamente che il piano non è ancora definitivo e potrebbe essere modificato. Però spiegherebbe sia l'infatuazione, chiamiamola così, per la Groenlandia che la retorica piuttosto bellicosa sul Messico che soprattutto l'escalation, questa sì evidente e sostanziale, a Portorico dove si stanno concentrando un buon numero di navi, mezzi da sbarco, F-35 e aerocisterne (quest'ultimo di solito un buon indizio che qualcosa in ballo c'è davvero) in seguito alle minacce contro il Venezuela di essere uno stato che sponsorizza il narcotraffico. Del resto, ricorda sempre l'articolo, il responsabile della politica del Pentagono è Elbridge Colby, storicamente un isolazionista, molto allineato quindi alle posizioni di Vance. Il mese prossimo, quando il documento definitivo dovrebbe essere reso pubblico, sapremo se le cose stanno davvero così.

A proposito di disimpegni, comunque, ce n'è appena stato un altro: gli USA hanno tagliato una serie di finanziamenti che rientravano nella "Section 333", un programma federale per il rafforzamento delle forze militari straniere, ovviamente alleate. I finanziamenti a Estonia, Lettonia e Lituania sono stati tagliati, e non è un problema da poco: la Lituania aveva ricevuto 200 milioni di $, Estonia e Lettonia 360 milioni. Non cifre formidabili ma comunque di tutto rispetto, tagliate proprio quando i tre avevano deciso di aumentare, dall'anno prossimo, le spese militari oltre il 5% del PIL. Dovranno rinunciarci oppure, come al solito, quello che manca ce lo mettiamo noi.

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06/09/2025

Dalla Mostra del cinema di Venezia, come stronzi, restarono a guardare

L’indifferenza e la pochezza culturale che avvolgono il nostro presente fanno capolino anche in quella che si dovrebbe definire come cultura cinematografica: basta leggere le dichiarazioni di alcuni registi e attori italiani presenti a Venezia per la Mostra del cinema che definiscono come stronzate, inutili e scadenti gli appelli per Gaza. Qualcuno di loro ha distrattamente firmato una petizione, probabilmente più per conformismo con la categoria che per altro, salvo poi pentirsene o accorgersi che questa, strada facendo, ha avuto l’ardire di chiedere di starsene a casa a chi pubblicamente ha sostenuto e sostiene la deportazione e lo sterminio per armi e per fame del popolo palestinese. Un vero e proprio atto di “censura”, per carità! Non sia mai.

Altri sono al Lido per passeggiare sul tappeto rosso e per farsi vedere a qualche patetico ricevimento sponsorizzato indossando il vestito buono sulla barba di tre giorni e i capelli un po’ spettinati – che fa sempre tanto “gente di cinema” – per promuovere il loro nuovo filmettino senza nemmeno preoccuparsi che esca nelle sale, confidando al massimo, quando sarà il momento, in qualche autoreferenziale Donatello di consolazione per soddisfare l’ego artistico. Ma in cosa si sta trasformando la Mostra del Cinema? In un sovraffollato centro commerciale di una domenica di fine estate, in cui le opere in concorso sono trattate alla stregua di oggetti di consumo, di merci esposte pronte per essere apprezzate dal primo ricco acquirente, mentre ai confini d’Europa si sta consumando un terribile genocidio? Ma sì, certo, cosa importa ai ricchi e colti ‘artisti’ bianchi europei e italiani dello sterminio del popolo palestinese? Il menefreghismo e l’indifferenza hanno una parte considerevole nel nuovo assetto colonialista, fatto di un intangibile e violento dominio culturale e ideologico nell’epoca dei social.

Poi ci sono quelli che il problema è sempre “più complesso” e che manco si sporcano le mani per firmare petizioni che poi li costringono a confrontarsi con una marmaglia di colleghi invidiosi, incagabili, presuntuosi, incapaci e concorrenti. Registi e attori non sono gente che può compatirsi di annacquarsi nel mucchio indistinto del mondo del cinema – potrebbero perfino esserci comparse, tecnici e attrezzisti, perdio – figurarsi poi mescolarsi con emeriti sconosciuti in una manifestazione pubblica ove potrebbe esserci davvero di tutto. La massa indistinta va bene soltanto sotto forma di pubblico in sala o sul divano di casa. Il genio creativo deve essere libero di correre in solitaria. Altri ancora, in preda ad irrisolti sdoppiamenti di personalità, si barcamenano nel distinguere ciò che possono affermare da privati cittadini da quanto sentono di poter dire da personaggi pubblici.

Certo, molti di questi signori ci tengono a chiarire che sono ben consapevoli che in Palestina è in atto un genocidio e che è davvero una “cosaccia”, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con l’arte cinematografica, con la libertà di espressione, con i tappeti rossi e le cene eleganti del Lido (non di Arcore, per carità: il cinema italiano è signorile per davvero, mica cose da nani e ballerine!). Ci teniamo qui a ricordare quanto ha scritto il grande regista Andrej Tarkovskij nel suo saggio Scolpire il tempo (1985): “Una qualsiasi arte nasce sempre grazie a un’esigenza spirituale e gioca un ruolo speciale nell’impostazione dei profondi problemi che le sorgono dinanzi nella propria epoca” (A. Tarkovskij, Scolpire il tempo. Riflessioni sul cinema, Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij, Firenze, 2015, p. 79) ribadendo che “il cinematografo si è presentato come lo strumento del nostro secolo tecnologico necessario all’umanità per un’ulteriore conoscenza della realtà” (ibid.). Ma l’atteggiamento prevalente alla Mostra del cinema sembra quello di nascondere la testa sotto la sabbia dinanzi ai “profondi problemi” della nostra epoca, se si può chiamare “problema” il genocidio di un popolo. E quale “realtà” mai ambiranno a conoscere, questi cinematografari, oltre a quella delle patinate manifestazioni ufficiali?

Poi ci sono i giornalisti accreditati, rigorosamente distinti in caste dai pass che danno diritto a questa o quella proiezione e l’accesso a questo o quel rinfreschino, costretti a guardarsi qualche film tra un evento mondano e l’altro. Se persino i loro colleghi che si occupano del mondo fuori dallo schermo riescono a ridurre i meeting internazionali inerenti le carneficine belliche in corso a disquisizioni sul dress code e sulle posture in favore di telecamera dei protagonisti, ci sta che quella che si fregia di essere la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venga trattata come il festival sanremese, dunque che si guardi più all’eleganza della mise delle attrici che alla “mise en scène” delle opere proiettate. E per buttar giù due righe sui film bastano e avanzano i patinati pressbook in cui i nostri accreditati trovano anche le rispostine preconfezionate alle domandine di circostanza che farebbero a registi e attori.

È questa l’intellighenzia cinematografica italiana? Una torre d’avorio che pensa solo a realizzare i suoi filmetti, al successo, al red carpet? E alcuni di questi registi avrebbero la pretesa di farsi chiamare intellettuali? Intellettuali dell’indifferenza e del “che ce frega”. Viene da domandarsi cosa differenzi la spocchia e l’ignavia di questi signori dalla meschinità di chi ha definito “gondolieri di Hamas” quanti hanno manifestato a Venezia contro un genocidio in corso.

Da queste vergognose, più ancora che imbarazzanti, dichiarazioni emerge un fatto: l’indifferenza propugnata dall’alto, da una fascistizzazione generalizzata della cultura che sta avvenendo in questo Paese che si estende ben oltre il governo di destra e che si palesa anche nel mondo del cinema. Nessuno aveva chiesto film sul genocidio palestinese, nessuno pretendeva chissà quale presa di posizione militante. Non ci si attendeva quello che nei fatti la Mostra veneziana non poteva essere, non ci si aspettava di certo il Sessantotto in Laguna, ma un minimo di dignità sì.

Il mondo del cinema veneziano avrebbe potuto sfruttare i riflettori per lanciare qualche messaggio significativo per “smuovere le coscienze”, sarebbe potuto uscire dalla sempre più patetica torre d’avorio delle sale festivaliere e manifestare lo sdegno per ciò che sta accadendo in Palestina. Ed invece si è assistito a un grottesco gioco ai distinguo, al “non è questa la sede”, alla pretesa autonomia dell’arte cinematografica dalla rude realtà. Un universo che si fregia di “fare arte e cultura” che si mostra del tutto simile al mondo dello sport, altrettanto silente, altrettanto ipocrita.

L’asfalto del disimpegno degli anni Ottanta e Novanta ha colpito duro. Se questi sono i registi e gli attori che ci ritroviamo, cosa possiamo attenderci dal loro cinema, dai loro film che magari pretendendo pure di irridere il vuoto patinato dei nostri tempi, salvo poi crogiolarsi in un vuoto estetismo, o che magari, intendendo denunciare le miserie di una sinistra che si è persa per strada, non si accorgono nemmeno che stanno in realtà parlando di sé stessi. Meglio allora sfruttare i personaggi che si sono costruiti per realizzare spot televisivi o trascinarsi nella finta autoironia di qualche serie autoreferenziale sulle piattaforme sul piccolo schermo.

Di certo spendere qualche parola di denuncia a proposito del genocidio mediorientale sotto i riflettori della Mostra non avrebbe redento il mondo del cinema italiano dalla pochezza culturale che lo contraddistingue, ma almeno avrebbe permesso a qualche suo protagonista di mostrarsi meno indifferente di quel che è. Magari, un giorno, folgorati sulla via di Damasco, alcuni di loro si chiederanno se di fronte a un genocidio avrebbero potuto almeno dire qualcosa sfruttando la loro notorietà e si vergogneranno per non averlo fatto. Vorrà dire che faranno i conti con la loro coscienza, ma sappiano sin da ora che nessun ravvedimento cancellerà la codardia di cui hanno dato prova.

Nel frattempo continuino pure con i loro film furbini, scadenti, inutili e ipocriti. A noi viene alla mente un efficace titolo di un film di alcuni anni fa diretto e interpretato da Pif: E noi come stronzi rimanemmo a guardare. Già, i protagonisti del cinema italiano – con qualche lodevole eccezione di cui non ci dimenticheremo – di fronte a un genocidio, come stronzi sono restati a guardare. Anche di questo ci ricorderemo.

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12/10/2023

Se gli Stati Uniti scaricano l’Ucraina sull’Europa

Al vertice Ue di Granada il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha usato mezzi termini per definire l’attuale situazione. Preso atto dei “tornado politici” che scuotono un’America ormai travolta da una aspra campagna elettorale in vista delle presidenziali del novembre 2024, secondo Zelensky “l’Europa deve essere forte, non abbassare le vele in attesa della fine della tempesta” perché gli europei non possono permettersi il lusso della stanchezza, o di abbandonare l’Ucraina o di accettare un congelamento del conflitto con la Russia. Se lo facessimo secondo il presidente ucraino, saremmo tutti in pericolo poiché nel 2028 l’Europa rischia un altro “momento critico” con la Russia pronta ad attaccare altri obiettivi.

Si può esprimere qualche dubbio sul fatto che la Russia (dipinta in Occidente come una “potenza imperialista”) abbia davvero intenzione o interesse a invadere un pezzo di Europa tra cinque anni e non può certo stupire che Zelensky cerchi di scongiurare il rischio, sempre più concreto, che l’Occidente abbandoni la causa ucraina o rallenti decisamente il flusso di aiuti. L’America lo farebbe per ragioni elettorali e perché tradizionalmente gli Stati Uniti, specie quando gli americani vengono chiamati al voto, decidono che i conflitti in cui sono invischiati non sono più “la loro guerra”.

L’Europa lo farebbe perché non ha più nulla da dare a Kiev in termini di armi e munizioni, perché tradizionalmente segue gli USA come un fedele vassallo nel coinvolgimento e nel disimpegno dai conflitti e poi anche perché la guerra che a dire di molti leader europei doveva logorare la Russia sta invece distruggendo la nostra economia e mina la nostra stabilità politica e sociale.

Comprensibile quindi che gli ucraini cerchino di evitare di venire scaricati come è già successo a sudvietnamiti, curdi, afghani o iracheni. Strano piuttosto che i segnali ben tangibili di una deriva statunitense di scaricare sull’Europa il grosso del peso del sostegno militare e finanziario all’Ucraina non abbia acceso nessun articolato dibattito nel Vecchio Continente.

Eppure nei giorni scorsi il Congresso ha bloccato i fondi per Kiev mentre Donald Trump ha chiesto provocatoriamente “perché il corrotto Joe Biden non fa contribuire l’Europa alle spese all’Ucraina? Non dovremmo dare neppure un altro dollaro a Kiev fino a che l’Europa non avrà pareggiato il denaro che gli Stati Uniti hanno speso per difendere l’Ucraina”. Trump rispolvera il vecchio cavallo di battaglia utilizzato durante la sua presidenza volto a definire l’Europa una scroccona che incassa la sicurezza prodotta dagli USA ma che non ne paga il conto: valutazione che durante la sua amministrazione arrivò a mettere in discussione l’Alleanza Atlantica.

Come Analisi Difesa aveva sottolineato già in agosto, il processo di “scaricabarile” degli obblighi assunti verso l’Ucraina da una parte all’altra sponda dell’Atlantico, era già iniziato al vertice NATO di Vilnius in luglio, e gli scenari futuri con quello che ci attende nel dopoguerra, erano stati ben delineati l’8 agosto scorso dall’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale.

Rogoff ha sostenuto che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto, tra i 700 e i 1.000 miliardi di euro, e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione. Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.

Insomma, uno scenario non proprio incoraggiante per l’Europa già alle prese con non poche difficoltà interne in buona parte dovute all’errata percezione della Commissione Ue e di molti governi che la Russia sarebbe crollata economicamente e militarmente in poche settimane sotto il peso delle nostre sanzioni. Previsioni talmente errate che la Ue ha dovuto rinunciare allo stop alle importazioni energetiche da Mosca, oggi in pieno recupero.

L’ansia di Zelensky è del tutto motivata: non c’è da scommettere infatti sulla disponibilità e capacità dell’Europa di sostenere nel tempo Kiev, specie ora che gli americani si guardano l’ombelico in vista di un anno di feroce e divisiva campagna elettorale che sta mettendo in luce inquietanti interrogativi circa l’Amministrazione Biden.

Appare infatti da tempo evidente che le condizioni di salute non consentono al presidente di affrontare con la necessaria lucidità gli impegni che la Casa Bianca impone soprattutto in quest’epoca caratterizzata da sfide, tensioni e guerre. Già oggi è facile intuire che Biden non sia in grado di prendere decisioni con la necessaria consapevolezza, valutazione che impone necessariamente di chiedersi chi guidi realmente gli Stati Uniti. Una domanda a cui è ancora più urgente dare una risposta se si considera che Biden è candidato per un secondo mandato che, in caso di vittoria, lo porterebbe a sedere alla Casa Bianca fino al gennaio 2029.

In Europa la crisi di consenso di molti governi (dalla Francia di Macron alla Germania di Scholz) si aggiunge alle attese per la nascita di un governo di coalizione in Slovacchia, dove la presidenza ha annunciato il “congelamento” del sostegno militare a Kiev. Dopo il successo elettorale del partito SMER-SD dell’ex premier Robert Fico, che si oppone agli aiuti militari a Kiev, la decisione è stata annunciata a Bratislava dal presidente Zuzana Caputova in base alla valutazione che “la decisione su questa delicata questione deve riflettere i risultati delle recenti elezioni legislative”, come ha detto un portavoce della presidenza. “I risultati elettorali devono essere rispettati” e Fico ha assicurato agli elettori che il suo governo non manderà “nemmeno un proiettile” a Kiev e si adopererà per favorire negoziati di pace.

Il segretario del Consiglio di Sicurezza Ucraino, Danilov, ha accusato la Slovacchia di collaborazionismo con il Cremlino sottolineando la “significativa presenza di agenti russi a Brastislava” mentre nella Ue e pure in Italia i partiti “gemelli” (come il PD) dello SMER-SD slovacco chiedono l’espulsione della formazione slovacca dal Partito Socialista Europeo per le posizioni “filo-russe” assunte già in campagna elettorale.

“Robert Fico, leader del Partito Direzione-socialdemocrazia e vincitore delle elezioni anticipate in Slovacchia è incompatibile con i valori e i principi del socialismo europeo e mi auguro che la dirigenza dei socialisti europei decidano la sua espulsione” ha detto Stefano Graziano, capogruppo del Pd in commissione Difesa della Camera. “Le recenti esternazioni di Fico nei riguardi dell’Ucraina sono gravissime e in profonda contrapposizione con le decisioni assunte dal socialismo europeo”.

Fico, ora impegnato a formare un governo trovando almeno altri 34 parlamentari oltre ai 42 del suo partito, ha ribadito dopo l’affermazione elettorale le posizioni nette sul conflitto in Ucraina basate sullo stop alle forniture militari a Kiev e sull’avvio di trattative con la Russia per concludere il conflitto che tanti danni economici sta determinando soprattutto in Mitteleuropa.

Gli ambienti di Bruxelles sono tradizionalmente intimoriti e preoccupati quando i popoli d’Europa si esprimono col libero voto e hanno rispolverato per l’ennesima volta l’ombra della disinformazione e degli agenti russi dietro al successo di Fico che ha ribaltato i risultati previsti dagli exit poll.

Nulla di nuovo nel “maccartismo” che da qualche anno sta travolgendo l’informazione e la politica in Europa ma è curioso che Fico venga dipinto come un pericoloso putiniano tenuto conto che è stato già due volte premier in Slovacchia (tra il 2006 e il 2010 e poi dal 2012 al 2018) e in quegli anni non ha mai chiesto l’adesione alla Federazione Russa né ha adottato derive di stampo nordcoreano. Anzi, Fico è stato per anni un simbolo della socialdemocrazia europea e non a caso il suo partito nel Parlamento Europeo fa parte del Partito Socialista Europeo di cui è parte anche il PD, quello che per intenderci esprime commissari quali Borrel, Timmermans o Gentiloni.

Sulla svolta slovacca è intervenuto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto respingendo le accuse di presunta interferenza della Russia nelle elezioni parlamentari in Slovacchia ed accusando Bruxelles di avere etichettato come “spie russe” tutti i politici che non seguono la corrente principale liberal europea. “Quando un politico patriottico o una famiglia politica che mette al primo posto gli interessi nazionali e si oppone alla corrente liberal di Bruxelles vince le elezioni o almeno ha la possibilità di partecipare alle elezioni, Bruxelles inizia immediatamente a esercitare pressioni, attacchi ed etichette”, ha detto Szijjarto al quotidiano ungherese Magyar Nemzet.

Non è un caso che l’affermazione dello SMER-SD a Bratislava abbia coinciso con gigantesche manifestazioni antigovernative a Praga e Varsavia. Il sostegno a Kiev sembra vacillare in modo rapido da alcune settimane anche in Polonia. Dopo le dure reazioni di Kiev allo stop alle importazioni di cereali ucraini in Polonia, il premier Mateusz Morawiecki aveva annunciato lo stop alle forniture militari all’Ucraina, dichiarazione parzialmente rettificata dal presidente Andrzej Duda ma nei fatti probabilmente confermata da un elemento rilevante emerso nei giorni scorsi.

La Polonia non era infatti presente al Forum delle industrie della difesa tenutosi il 29 settembre nei pressi di Kiev che ha raccolto l’adesione di 30 nazioni e circa 250 aziende del settore Difesa. Pur se invitato da Kiev, il governo polacco avrebbe deciso di non partecipare forse per protesta contro i crescenti legami militari tra Ucraina e Germania, inizialmente tempestosi ma ora sempre più stabili e ulteriormente consolidatisi con l’accordo tra l’azienda di stato ucraina Ukrobronoprom e la tedesca Rheinmetall per realizzare in Ucraina uno stabilimento per produrre e riparare mezzi, armi, munizioni e veicoli.

Tutta l’iniziativa politica e strategica polacca è impostata come alternativa alla Germania (i vertici polacchi esultarono alla distruzione dei due gasdotti Nodstream) e il 2 ottobre Morawiecki ha messo in guardia l’Ucraina dallo stabilire una stretta alleanza con la Germania e ha annunciato lo schieramento di ulteriori truppe ai confini orientali con Ucraina e Bielorussia.

In un discorso tenuto a Katowice in vista delle elezioni parlamentari, Morawiecki ha rivolto un monito a Volodymyr Zelensky. “Sembra che avrà ora una stretta alleanza con la Germania. Lasciate che lo avvisi: Berlino vorrà sempre cooperare con i russi al di sopra dei paesi dell’Europa centrale”, ha detto Morawiecki sottolineando che “è stata la Polonia ad accogliere sotto i suoi tetti qualche milione di ucraini: sono stati i polacchi ad accogliere gli ucraini e siamo stati noi ad aiutare di più, quando i tedeschi volevano inviare 5.000 elmetti a Kiev assediata”, ha dichiarato Morawiecki. “Vale la pena non dimenticarlo, presidente Zelensky”.

Che a Varsavia le tensioni siano sempre più forti a pochi giorni dal voto di domenica e che coinvolgano anche il mondo militare è apparso chiaro anche oggi con le le dimissioni dei massimi vertici della Difesa. Il capo di Stato maggiore dell’esercito polacco, generale Rajmund Andrzejczak, e il comandante operativo, generale Tomasz Piotrowski hanno rassegnato le dimissioni. Secondo i media polacchi si tratta di screzi tra i generali e il ministro della Difesa, Mariusz Blaszczak, che aveva accusato pubblicamente il comandante operativo di negligenza. Il presidente Andrzej Duda ha accettato le dimissioni dei due ufficiali mentre il leader dell’opposizione Donald Tusk ha annunciato che altri 10 generali del Comando generale delle forze armate si sono dimessi, notizia smentita dallo stesso Comando generale.

Anche l’Ungheria, come abbiamo ricordato in un recente articolo, ha assunto toni sempre più duri nei confronti dei leader di Kiev ma anche delle politiche di UE e NATO.

Nella guerra in Ucraina sembra quindi aprirsi un forse inatteso “fronte mitteleuropeo” che minaccia da un lato la stabilità degli aiuti all’Ucraina e dall’altro rischia di minare ulteriormente un’Unione Europea sempre più inadeguata a gestire le sfide che la attanagliano, specie ora che gli Stati Uniti minacciano di defilarsi.

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