Il 14 maggio il parlamento georgiano ha approvato in terza lettura la tanto contestata legge sulle influenze straniere, che impone la registrazione in un’apposita lista dei media e delle associazioni no profit che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero. Il 18 maggio la presidente Zourabichvili ha deciso di porre il veto sul provvedimento.
Ad ogni modo, questa è una mossa che, stando ai numeri e alle norme del paese, serviva solo a prendere tempo: la maggioranza è saldamente in mano al partito Sogno Georgiano e tramite un ulteriore voto può oltrepassare il veto stesso. Un tempo diventato utile a tentare una mediazione, con il pesante intervento diretto di Washington.
Infatti, il giornale statunitense Politico ha rivelato di aver visionato la bozza per una proposta di legge, presentata dal repubblicano Joe Wilson al Congresso, che garantirebbe a Tbilisi “un robusto regime commerciale preferenziale”. Accanto a questo, vi sarebbe anche una certa liberalizzazione nella concessione dei visti dalla Georgia.
Inoltre, col provvedimento si darebbe mandato agli ufficiali di competenza di approntare la “fornitura di equipaggiamenti di sicurezza e di difesa idealmente adatti alla difesa territoriale contro l’aggressione russa e di concomitanti elementi di addestramento, manutenzione e supporto alle operazioni”. Ma c’è ovviamente una contropartita.
Questi programmi saranno implementati una volta che “la Georgia avrà mostrato progressi significativi e sostenuti verso il rinvigorimento della sua democrazia, testimoniati almeno da elezioni sostanzialmente eque e libere e da un ambiente pre-elettorale equilibrato”. E, sottinteso, avrà fatto un passo indietro sulla legge sulle “influenze straniere”.
Con il solito metodo, gli USA stilano “una proposta che non si può rifiutare”, nel caso in cui ciò non avvenisse la legge di Wilson prevede già sanzioni individuali ai vertici di Sogno Georgiano e ad altri funzionari governativi. Il comunicato del partito al governo di Tblisi dice che questo “ricatto” non fermerà l’approvazione della legge, e anche altre cose molto utili a capire la situazione.
Lì infatti si afferma che se fosse concessa la liberalizzazione dei visti, se Washington investisse nell’economia del paese e assicurasse un cambiamento nell’atteggiamento delle ONG, imponendogli di riconoscere la legittimità del governo, e se infine l’adesione all’UE non fosse usata come arma di ricatto, non ci sarebbe nessuna necessità di adottare questa contestata legge.
Quel che preoccupa il partito di governo sono innanzitutto i tentativi di destabilizzazione a cui molte sedicenti ONG hanno partecipato, dal 2020 a oggi. Ed è significativo che chieda agli Usa di far cambiare l’atteggiamento a queste associazioni: conferma implicitamente che su questo sistema “informale” Washington ha abbastanza influenza da poterlo indirizzare.
Queste organizzazioni, che distribuiscono fondi e gestiscono servizi, formano una rete su cui si appoggia la politica nazionale, e su cui anche Sogno Georgiano ha fatto affidamento in passato. Ma ora, di fronte alle pressioni interne e alle prossime elezioni di fine ottobre, quest’ultimo vuole provare per lo meno a porre loro un freno.
Ma l’Occidente, col suo fare ricattatorio, sta proprio guardando alle ormai prossime elezioni politiche per assicurarsi un alleato che, a differenza dell’attuale primo ministro Irak’li K’obakhidze, non si opponga al “partito globale della guerra” che vorrebbe la Georgia riaccendere lo scontro con Mosca. È per questo che nel pacchetto statunitense sono considerati anche aiuti militari.
Il braccio di ferro, con le proteste che continuano a Tbilisi, si fa ogni giorno più delicato. Nonostante i frequenti paragoni la situazione non sembra al livello di Kiev nel 2014, anche perché la Georgia ha portato avanti per anni un processo di avvicinamento al blocco euroatlantico piuttosto lineare, che fondamentalmente non sarebbe comunque messo in discussione dalle scelte attuali.
Ma la Georgia vive il risultato delle contraddizioni che i meccanismi del mercato occidentale e la deriva bellicista imposta dalla NATO producono. In questa fase convulsa, la situazione può facilmente sfuggire di mano, e perciò la Georgia è un altro punto di attrito che si deve continuare ad osservare da vicino.
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23/05/2024
21/04/2024
Guerra in Ucraina - Gli USA sbloccano gli aiuti militari, ma serviranno?
di Francesco Dall'Aglio
Il pacchetto di aiuti finalmente approvato dal Congresso USA (i dettagli qui) ha, come prevedibile, risollevato il morale del ‟popolo del web”, come lo chiamano i giornali boomeroni, e degli stessi giornali boomeroni, come da esempio fotografico che allego – "svolta decisiva", nientemeno. La guerra che sembrava ormai perduta è vinta di nuovo, il Male che sembrava trionfare viene nuovamente ricacciato nelle tenebre. Le bandierine ucraine, che su twitter sventolavano a mezz’asta da qualche mese, svettano di nuovo orgogliose e qualche profilo NAFO che aveva gettato la spugna è rientrato nell’agone. Il mondo torna a essere il migliore dei mondi possibili, o almeno il mondo virtuale: perché in quello reale, come succede spesso, le cose sono un po’ diverse e un po’ più complicate.
Cominciamo dalla cifra, 95,3 miliardi – una cifra imponente, senza dubbio, anche se divisa per tre: 60,8 miliardi per l’Ucraina, 26,4 miliardi per Israele e per assistenza umanitaria a Gaza (9,1 miliardi, vedremo), 8,12 miliardi per la regione indo-pacifica (Taiwan e Filippine, per capirci). Lasciamo perdere gli altri teatri, e concentriamoci sui 61 miliardi per l’Ucraina, che non sono 95 ma sono tanti lo stesso. Quanto di questa cifra andrà però effettivamente in Ucraina, e per cosa? Se la scorporiamo, infatti, ci rendiamo subito conto che per le esigenze delle FFAA ucraine sono stanziati ‟solo” 13,8 miliardi; 23,2 serviranno a reintegrare le scorte delle FFAA statunitensi, compensando il materiale già spedito in passato ma che resterà, appunto, negli USA o comunque nella disponibilità delle FFAA statunitensi; 11,3 miliardi andranno a EUCOM, ossia al comando USA in Europa, e serviranno alle truppe USA/NATO nel sud-est europeo (mi sa che vanno tutti in Romania, più o meno); 7,8 miliardi sono destinati al bilancio ucraino, però sono un prestito, non una donazione; il resto servirà ad altre cose che col fronte c’entrano poco, che sia in Ucraina o in Europa.
Come restituirà l’Ucraina questi soldi resta piuttosto oscuro, visto che di soldi non ce ne sono ed è improbabile che ce ne siano in futuro. La riposta, probabilmente, sta in un’altra voce del pacchetto di aiuti, che prevede di utilizzare i quasi 5 miliardi di fondi russi congelati negli Stati Uniti. L’aspetto più controverso di tutta la faccenda è ovviamente questo (al di là delle sanzioni aggiuntive alla Cina e della decisione di bandire TikTok dagli USA a meno che non accetti di vendere a un’entità statunitense, il che mi sembra talmente tanto un delirio e una concessione agli elementi più idioti dell’establishment americano che mi rifiuto di commentarlo): la base legale per l’utilizzo di quei fondi è inesistente, apre la strada a numerosi contenziosi legali e a un indebolimento della capacità USA di attrarre capitali esteri, visto che basta essere definiti ‟cattivi” per vedersi sequestrati i soldi. Soprattutto, visto che parliamo appunto di 5 miliardi, è una mossa certamente arrogante ma che dà soprattutto l’impressione di essere disperata.
Nelle intenzioni USA, ovviamente, i miliardi russi non dovevano essere solo 5, ma dovevano comprendere anche i circa 280 ‟congelati” nell’Unione Europea: ma l’UE si è rifiutata di appropriarsene e oure di utilizzare a favore dell’Ucraina anche solo gli interessi che nel frattempo sono maturati, nonostante il pressing (o il bullismo) esercitato dall’amministrazione statunitense nei mesi scorsi – qui il Washington Post ricostruiva ieri la questione – perché magari gli USA possono affrontare le conseguenze pratiche e legali della cosa, ma l’Unione Europea certamente no, e infatti non ha intenzione di farlo.
Un pacchetto inutile, dunque? Assolutamente no, anzi. Verranno consegnate munizioni per l’artiglieria, per i Patriot e gli HIMARS, oltre a un probabile invio di ATACMS. Le prime spedizioni dovrebbero avvenire in tempi piuttosto brevi, stando alle dichiarazioni del portavoce del Pentagono Patrick Ryder, ed è molto verosimile che la catena logistica per l’invio sia stata messa a punto da tempo. La cosa complicherà di sicuro i piani dei russi, soprattutto se (ma non lo sappiamo con certezza, ovviamente) intendono passare in tempi più o meno brevi all’offensiva, il che significherà maggiori concentrazioni di truppe, equipaggiamenti e mezzi in aree relativamente ristrette, cioè ottimi bersagli per l’artiglieria e i missili ucraini (continuo a scrivere ucraini, è la forza dell’abitudine. Intendo NATO, ovviamente).
Da qui però a dire che gli aiuti consentiranno all’Ucraina (aridaje...) di vincere la guerra, o che i materiali che arriveranno ‟hanno la capacità di cambiare le sorti del conflitto”, come spara Repubblica, ce ne passa. Sia il Wall Street Journal che l’ISW non sembrano troppo entusiasti e non pensano che con questi soldi l’Ucraina riuscirà a combinare chissà che, visto che il problema principale è la scarsità di uomini, oltre a quella di mezzi (è un caso che la decisione sull’invio degli aiuti è venuta dopo la nuova legge sulla mobilitazione? Chissà). Tutt’al più, dicono entrambi, servirà a tenere a bada i russi per qualche tempo in attesa di altri finanziamenti, chiarendo così il senso dei loro articoli e della loro preoccupazione: non è che poi questo pacchetto di aiuti è l’ultimo? Mandiamone altri in futuro, per carità, come al solito non tanto per gli ucraini quanto per noi.
Serviranno quindi un po’ a non fare una figuraccia, perché davvero era uno spettacolo pietoso, un po’ a prolungare l’agonia, un po’ a far morire qualche russo in più, a distruggere qualche mezzo russo in più, a far spendere qualche soldo in più ai russi (dei morti ucraini e delle devastazioni inflitte al territorio ucraino, lo sappiamo bene, non importa niente a nessuno dei due contendenti, nessuno dei quali è appunto l’Ucraina).
In Russia non l’hanno presa male, perché lo sapevano che il balletto si sarebbe risolto, prima o poi, nell’unico modo in cui poteva risolversi. Medvedev ha twittato i soliti tweet di Medvedev, Zacharova ha dichiarato che la situazione è come il Vietnam e andrà a finire nello stesso modo per gli USA eccetera; le truppe russe continuano ad avanzare (oggi hanno preso il controllo di Novomykhailivka e si sono attestate a Očeretino), i bombardieri a bombardare, il porto di Odessa brucia ancora, e insomma non si segnalano particolari novità. Per ora.
Fonte
Il pacchetto di aiuti finalmente approvato dal Congresso USA (i dettagli qui) ha, come prevedibile, risollevato il morale del ‟popolo del web”, come lo chiamano i giornali boomeroni, e degli stessi giornali boomeroni, come da esempio fotografico che allego – "svolta decisiva", nientemeno. La guerra che sembrava ormai perduta è vinta di nuovo, il Male che sembrava trionfare viene nuovamente ricacciato nelle tenebre. Le bandierine ucraine, che su twitter sventolavano a mezz’asta da qualche mese, svettano di nuovo orgogliose e qualche profilo NAFO che aveva gettato la spugna è rientrato nell’agone. Il mondo torna a essere il migliore dei mondi possibili, o almeno il mondo virtuale: perché in quello reale, come succede spesso, le cose sono un po’ diverse e un po’ più complicate.
Cominciamo dalla cifra, 95,3 miliardi – una cifra imponente, senza dubbio, anche se divisa per tre: 60,8 miliardi per l’Ucraina, 26,4 miliardi per Israele e per assistenza umanitaria a Gaza (9,1 miliardi, vedremo), 8,12 miliardi per la regione indo-pacifica (Taiwan e Filippine, per capirci). Lasciamo perdere gli altri teatri, e concentriamoci sui 61 miliardi per l’Ucraina, che non sono 95 ma sono tanti lo stesso. Quanto di questa cifra andrà però effettivamente in Ucraina, e per cosa? Se la scorporiamo, infatti, ci rendiamo subito conto che per le esigenze delle FFAA ucraine sono stanziati ‟solo” 13,8 miliardi; 23,2 serviranno a reintegrare le scorte delle FFAA statunitensi, compensando il materiale già spedito in passato ma che resterà, appunto, negli USA o comunque nella disponibilità delle FFAA statunitensi; 11,3 miliardi andranno a EUCOM, ossia al comando USA in Europa, e serviranno alle truppe USA/NATO nel sud-est europeo (mi sa che vanno tutti in Romania, più o meno); 7,8 miliardi sono destinati al bilancio ucraino, però sono un prestito, non una donazione; il resto servirà ad altre cose che col fronte c’entrano poco, che sia in Ucraina o in Europa.
Come restituirà l’Ucraina questi soldi resta piuttosto oscuro, visto che di soldi non ce ne sono ed è improbabile che ce ne siano in futuro. La riposta, probabilmente, sta in un’altra voce del pacchetto di aiuti, che prevede di utilizzare i quasi 5 miliardi di fondi russi congelati negli Stati Uniti. L’aspetto più controverso di tutta la faccenda è ovviamente questo (al di là delle sanzioni aggiuntive alla Cina e della decisione di bandire TikTok dagli USA a meno che non accetti di vendere a un’entità statunitense, il che mi sembra talmente tanto un delirio e una concessione agli elementi più idioti dell’establishment americano che mi rifiuto di commentarlo): la base legale per l’utilizzo di quei fondi è inesistente, apre la strada a numerosi contenziosi legali e a un indebolimento della capacità USA di attrarre capitali esteri, visto che basta essere definiti ‟cattivi” per vedersi sequestrati i soldi. Soprattutto, visto che parliamo appunto di 5 miliardi, è una mossa certamente arrogante ma che dà soprattutto l’impressione di essere disperata.
Nelle intenzioni USA, ovviamente, i miliardi russi non dovevano essere solo 5, ma dovevano comprendere anche i circa 280 ‟congelati” nell’Unione Europea: ma l’UE si è rifiutata di appropriarsene e oure di utilizzare a favore dell’Ucraina anche solo gli interessi che nel frattempo sono maturati, nonostante il pressing (o il bullismo) esercitato dall’amministrazione statunitense nei mesi scorsi – qui il Washington Post ricostruiva ieri la questione – perché magari gli USA possono affrontare le conseguenze pratiche e legali della cosa, ma l’Unione Europea certamente no, e infatti non ha intenzione di farlo.
Un pacchetto inutile, dunque? Assolutamente no, anzi. Verranno consegnate munizioni per l’artiglieria, per i Patriot e gli HIMARS, oltre a un probabile invio di ATACMS. Le prime spedizioni dovrebbero avvenire in tempi piuttosto brevi, stando alle dichiarazioni del portavoce del Pentagono Patrick Ryder, ed è molto verosimile che la catena logistica per l’invio sia stata messa a punto da tempo. La cosa complicherà di sicuro i piani dei russi, soprattutto se (ma non lo sappiamo con certezza, ovviamente) intendono passare in tempi più o meno brevi all’offensiva, il che significherà maggiori concentrazioni di truppe, equipaggiamenti e mezzi in aree relativamente ristrette, cioè ottimi bersagli per l’artiglieria e i missili ucraini (continuo a scrivere ucraini, è la forza dell’abitudine. Intendo NATO, ovviamente).
Da qui però a dire che gli aiuti consentiranno all’Ucraina (aridaje...) di vincere la guerra, o che i materiali che arriveranno ‟hanno la capacità di cambiare le sorti del conflitto”, come spara Repubblica, ce ne passa. Sia il Wall Street Journal che l’ISW non sembrano troppo entusiasti e non pensano che con questi soldi l’Ucraina riuscirà a combinare chissà che, visto che il problema principale è la scarsità di uomini, oltre a quella di mezzi (è un caso che la decisione sull’invio degli aiuti è venuta dopo la nuova legge sulla mobilitazione? Chissà). Tutt’al più, dicono entrambi, servirà a tenere a bada i russi per qualche tempo in attesa di altri finanziamenti, chiarendo così il senso dei loro articoli e della loro preoccupazione: non è che poi questo pacchetto di aiuti è l’ultimo? Mandiamone altri in futuro, per carità, come al solito non tanto per gli ucraini quanto per noi.
Serviranno quindi un po’ a non fare una figuraccia, perché davvero era uno spettacolo pietoso, un po’ a prolungare l’agonia, un po’ a far morire qualche russo in più, a distruggere qualche mezzo russo in più, a far spendere qualche soldo in più ai russi (dei morti ucraini e delle devastazioni inflitte al territorio ucraino, lo sappiamo bene, non importa niente a nessuno dei due contendenti, nessuno dei quali è appunto l’Ucraina).
In Russia non l’hanno presa male, perché lo sapevano che il balletto si sarebbe risolto, prima o poi, nell’unico modo in cui poteva risolversi. Medvedev ha twittato i soliti tweet di Medvedev, Zacharova ha dichiarato che la situazione è come il Vietnam e andrà a finire nello stesso modo per gli USA eccetera; le truppe russe continuano ad avanzare (oggi hanno preso il controllo di Novomykhailivka e si sono attestate a Očeretino), i bombardieri a bombardare, il porto di Odessa brucia ancora, e insomma non si segnalano particolari novità. Per ora.
Fonte
04/02/2024
Quanti miliardi dalla UE per il «popolo ucraino»?
Ora che Bruxelles è riuscita nell’impresa – nemmeno tanto disperata: bastava chiedere: «quanto?» – di convincere anche Viktor Orbàn a dare il consenso agli stanziamenti per la junta di Kiev, non sembra fuori luogo trattare brevemente la reale destinazione dei fondi “europeisti”, così agognati dall’Ucraina di Zelenskij-Ermak-Budanov & Co.
Non che siano indifferenti gli obiettivi militari di quegli stanziamenti – se ne tratterà più avanti – ma, con una certa dose di quello che è oggi di moda definire “populismo”, anche la questione del “chi se la passa come”, in una situazione di guerra e di dittatura neonazista, assume un certo significato.
Perché è facile sciacquarsi la bocca con sentenze sul «genocidio del popolo ucraino» addebitato ai (per definizione “antropologica”) perfidi russi.
Se non si getta uno sguardo, anche solo superficiale, su chi abbia ridotto il popolo ucraino nelle condizioni di dover fuggire dal proprio paese in cerca di lavoro (spesso a condizioni schiavistiche: è il caso di moltissimi ucraini in Polonia), di dover scegliere tra scaldarsi o mangiare, ricorrere a mille sotterfugi per sopravvivere e, infine, a farsi ammazzare in guerra, quel «genocidio del popolo ucraino» rimane un bluff linguistico.
Dunque, si diceva, il summit UE del 1 febbraio, anche grazie alla «intuizione» del premier polacco Donald Tusk, secondo cui «alla fine troveremo qualche argomento forte, in modo da convincere Orbàn», ha deciso lo stanziamento a Kiev di 50 miliardi di dollari in 4 anni per obiettivi civili (1,02 miliardi al mese); di essi, nel 2024 ne saranno elargiti 18, oltre a 21 miliardi in aiuti militari.
Diciamo che la somma non è proprio misera. Servirà a sollevare, anche di un po’, le condizioni di vita «del popolo ucraino»?
Da una speciale classifica “populistica” risulta che i deputati della frazione presidenziale alla Rada, “Servo del popolo”, siano in testa tra i colleghi per quantità di ville e auto di lusso acquisite nel corso del primo anno di guerra con la Russia. Al secondo posto, ci sarebbero i deputati della frazione imprenditoriale “Doverie”.
Ne parla Aleksandr Grišin su Komsomol’skaja Pravda, fornendo alcuni particolari “curiosi”, raccolti da media ucraini. Dunque, almeno uno su tre, dei 450 deputati della Rada, ha acquistato una nuova auto o un immobile durante il primo anno di guerra.
Nello specifico, si tratterebbe di 260 residenze e 134 auto straniere di lusso, tipo Mercedes e Lexus: il tutto, naturalmente, acquistato non con gli ultimi risparmi. Pare infatti che non si contino le “missioni” alla Rada dei corrieri dell’Ufficio presidenziale di Andrej Ermak, per ricompensare il “voto corretto” dei deputati “amici”.
E già nel prossimo futuro tali “missioni” si infittiranno: da giorni, i manager del team Zelenskij stanno persuadendo i deputati in vista del voto definitivo sull’inasprimento della “mobilitazione” (secondo Mosca, solo a gennaio Kiev ha perso oltre 23.000 uomini, tra morti e feriti), quello che vede perdente il clan di Valerij Zalužnyj e per cui gli stessi deputati hanno qualche remora a dare il consenso.
I media ucraini (quelli più “smaliziati”), parlano di una torta di milioni di dollari, il cui profumo viene spinto dai corrieri di Ermak verso le narici dei deputati. Come resistere dal versarne una buona quota su conti offshore personali!
Perché poi, alla fin fine, Zelenskij sterminerà comunque gli ucraini: che sia con la mobilitazione o con l’affamarli, agli ordini di FMI e UE; dunque, tanto vale guadagnarci qualcosa per i tempi duri che verranno, in Versilia o sulla Costa del Sol.
E poi, appena il 31 gennaio, Tokyo ha elargito a Zelenskij altri 390 milioni di dollari e, per approvare la legge sulla mobilitazione, sono sufficienti 226 voti: la maggioranza più uno alla Rada.
Poca roba, a ben vedere, a paragone dei miliardi di euro (18 più 21, come detto) stanziati da Bruxelles che, dice il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, «prende su di sé la leadership e la responsabilità del sostegno all’Ucraina»: secondo gli ordini di Washington, ha omesso di aggiungere, forse per ritegno.
Miliardi su cui, di fatto, Budapest non avrà più alcun “diritto di veto”. Nero su bianco, il documento finale del vertice sancisce che «Il Consiglio europeo svolgerà un ruolo decisivo nella gestione del fondo di sostegno all’Ucraina. In questo senso, per l’approvazione o sospensione dei pagamenti, dovrà prendersi una decisione esecutiva del Consiglio, a maggioranza qualificata dei voti sulla base delle valutazioni proposte dalla Commissione europea», aggirando così ogni possibile veto di qualcuno e infischiandosene della prevista unanimità delle decisioni.
A detta della testata Usa POLITICO, Bruxelles considera insignificanti le concessioni accordate a Orbàn: una volta evitato lo scenario per cui Budapest potesse porre il veto ogni anno sui finanziamenti all’Ucraina, il gioco è fatto.
Il “premio di consolazione” per Orbàn consiste solo nella postilla secondo cui la Commissione europea, cioè, in pratica, la signora Ursula von der Leyen, dovrà riferire ogni anno su come Kiev utilizzi i soldi europei, e il Consiglio europeo terrà “dibattiti” (questa è spassosa) sull’attuazione del pacchetto di aiuti.
Se in dieci anni di forniture militari alla junta di Kiev, dal 2014, nessuno si è mai davvero impegnato – salvo sporadici “allarmi” d’occasione – a indagare su dove finiscano le armi occidentali spedite in Ucraina, in mano a chi e in quale parte del mondo, figuriamoci se ci si preoccuperà di conoscere la destinazione finale dei miliardi di euro e di dollari: dalle tasche di chi, tra il «popolo ucraino», transiteranno e in quale isola del pacifico si depositeranno.
I soldi, si sa, godono di un’anima molto più volatile e immateriale delle armi: se non si trovano le seconde, figuriamoci i primi.
Insomma, esulta la ministra dell’economia della junta, Julija Sviridenko, dichiarando che «contiamo di ricevere la prima tranche di 4,5 miliardi già in marzo».
E il deputato della frazione “Golos”, Jaroslav Železnjak, considerato uno dei megafoni d’Occidente a Kiev, ha detto che, date le esigenze di bilancio, nel 2024 l’Ucraina si aspetta dalla UE 18 miliardi di euro, assegnati trimestralmente, secondo il principio “soldi in cambio di riforme” (anche questa, non è spassosa?): 1,5 miliardi al mese.
Il documento finale di Bruxelles stabilisce anche che Commissione europea e Ucraina debbano adottare ogni misura atta a proteggere gli interessi finanziari UE (ci mancherebbe), in particolare per prevenire, individuare ed eliminare frodi, corruzione e conflitti di interessi..... Scusate, qui dallo spasso siamo già al teatro dell’assurdo.
Ma, al di là dei numeri del Lotto dichiarati, in cifre tonde nel 2024 Kiev riceverà da UE e paesi membri oltre 40 miliardi di euro, afferma Oleg Khavic su Ukraina.ru.
Il fatto è che, nel bilancio UE, il “Fondo ucraino” è formalmente destinato a scopi civili: 39 miliardi di euro per assistenza macrofinanziaria, che andranno direttamente al bilancio statale, 8 miliardi agli investimenti e 3 miliardi a coprire tassi di prestito.
Questo, ripetiamolo per l’ennesima volta, oltre al sostegno militare di almeno 21 miliardi nel 2024 e 5 miliardi in armi dal cosiddetto “Fondo europeo per la pace”.
Come diceva il Cavaliere nel Faust goethiano, «Ognuno prende il meglio quando può. Quei begli avanzi io me li terrei». E chissà quanti saranno quegli avanzi, ci si sta già domandando tra Rada e palazzo presidenziale a Kiev.
Fonte
Non che siano indifferenti gli obiettivi militari di quegli stanziamenti – se ne tratterà più avanti – ma, con una certa dose di quello che è oggi di moda definire “populismo”, anche la questione del “chi se la passa come”, in una situazione di guerra e di dittatura neonazista, assume un certo significato.
Perché è facile sciacquarsi la bocca con sentenze sul «genocidio del popolo ucraino» addebitato ai (per definizione “antropologica”) perfidi russi.
Se non si getta uno sguardo, anche solo superficiale, su chi abbia ridotto il popolo ucraino nelle condizioni di dover fuggire dal proprio paese in cerca di lavoro (spesso a condizioni schiavistiche: è il caso di moltissimi ucraini in Polonia), di dover scegliere tra scaldarsi o mangiare, ricorrere a mille sotterfugi per sopravvivere e, infine, a farsi ammazzare in guerra, quel «genocidio del popolo ucraino» rimane un bluff linguistico.
Dunque, si diceva, il summit UE del 1 febbraio, anche grazie alla «intuizione» del premier polacco Donald Tusk, secondo cui «alla fine troveremo qualche argomento forte, in modo da convincere Orbàn», ha deciso lo stanziamento a Kiev di 50 miliardi di dollari in 4 anni per obiettivi civili (1,02 miliardi al mese); di essi, nel 2024 ne saranno elargiti 18, oltre a 21 miliardi in aiuti militari.
Diciamo che la somma non è proprio misera. Servirà a sollevare, anche di un po’, le condizioni di vita «del popolo ucraino»?
Da una speciale classifica “populistica” risulta che i deputati della frazione presidenziale alla Rada, “Servo del popolo”, siano in testa tra i colleghi per quantità di ville e auto di lusso acquisite nel corso del primo anno di guerra con la Russia. Al secondo posto, ci sarebbero i deputati della frazione imprenditoriale “Doverie”.
Ne parla Aleksandr Grišin su Komsomol’skaja Pravda, fornendo alcuni particolari “curiosi”, raccolti da media ucraini. Dunque, almeno uno su tre, dei 450 deputati della Rada, ha acquistato una nuova auto o un immobile durante il primo anno di guerra.
Nello specifico, si tratterebbe di 260 residenze e 134 auto straniere di lusso, tipo Mercedes e Lexus: il tutto, naturalmente, acquistato non con gli ultimi risparmi. Pare infatti che non si contino le “missioni” alla Rada dei corrieri dell’Ufficio presidenziale di Andrej Ermak, per ricompensare il “voto corretto” dei deputati “amici”.
E già nel prossimo futuro tali “missioni” si infittiranno: da giorni, i manager del team Zelenskij stanno persuadendo i deputati in vista del voto definitivo sull’inasprimento della “mobilitazione” (secondo Mosca, solo a gennaio Kiev ha perso oltre 23.000 uomini, tra morti e feriti), quello che vede perdente il clan di Valerij Zalužnyj e per cui gli stessi deputati hanno qualche remora a dare il consenso.
I media ucraini (quelli più “smaliziati”), parlano di una torta di milioni di dollari, il cui profumo viene spinto dai corrieri di Ermak verso le narici dei deputati. Come resistere dal versarne una buona quota su conti offshore personali!
Perché poi, alla fin fine, Zelenskij sterminerà comunque gli ucraini: che sia con la mobilitazione o con l’affamarli, agli ordini di FMI e UE; dunque, tanto vale guadagnarci qualcosa per i tempi duri che verranno, in Versilia o sulla Costa del Sol.
E poi, appena il 31 gennaio, Tokyo ha elargito a Zelenskij altri 390 milioni di dollari e, per approvare la legge sulla mobilitazione, sono sufficienti 226 voti: la maggioranza più uno alla Rada.
Poca roba, a ben vedere, a paragone dei miliardi di euro (18 più 21, come detto) stanziati da Bruxelles che, dice il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, «prende su di sé la leadership e la responsabilità del sostegno all’Ucraina»: secondo gli ordini di Washington, ha omesso di aggiungere, forse per ritegno.
Miliardi su cui, di fatto, Budapest non avrà più alcun “diritto di veto”. Nero su bianco, il documento finale del vertice sancisce che «Il Consiglio europeo svolgerà un ruolo decisivo nella gestione del fondo di sostegno all’Ucraina. In questo senso, per l’approvazione o sospensione dei pagamenti, dovrà prendersi una decisione esecutiva del Consiglio, a maggioranza qualificata dei voti sulla base delle valutazioni proposte dalla Commissione europea», aggirando così ogni possibile veto di qualcuno e infischiandosene della prevista unanimità delle decisioni.
A detta della testata Usa POLITICO, Bruxelles considera insignificanti le concessioni accordate a Orbàn: una volta evitato lo scenario per cui Budapest potesse porre il veto ogni anno sui finanziamenti all’Ucraina, il gioco è fatto.
Il “premio di consolazione” per Orbàn consiste solo nella postilla secondo cui la Commissione europea, cioè, in pratica, la signora Ursula von der Leyen, dovrà riferire ogni anno su come Kiev utilizzi i soldi europei, e il Consiglio europeo terrà “dibattiti” (questa è spassosa) sull’attuazione del pacchetto di aiuti.
Se in dieci anni di forniture militari alla junta di Kiev, dal 2014, nessuno si è mai davvero impegnato – salvo sporadici “allarmi” d’occasione – a indagare su dove finiscano le armi occidentali spedite in Ucraina, in mano a chi e in quale parte del mondo, figuriamoci se ci si preoccuperà di conoscere la destinazione finale dei miliardi di euro e di dollari: dalle tasche di chi, tra il «popolo ucraino», transiteranno e in quale isola del pacifico si depositeranno.
I soldi, si sa, godono di un’anima molto più volatile e immateriale delle armi: se non si trovano le seconde, figuriamoci i primi.
Insomma, esulta la ministra dell’economia della junta, Julija Sviridenko, dichiarando che «contiamo di ricevere la prima tranche di 4,5 miliardi già in marzo».
E il deputato della frazione “Golos”, Jaroslav Železnjak, considerato uno dei megafoni d’Occidente a Kiev, ha detto che, date le esigenze di bilancio, nel 2024 l’Ucraina si aspetta dalla UE 18 miliardi di euro, assegnati trimestralmente, secondo il principio “soldi in cambio di riforme” (anche questa, non è spassosa?): 1,5 miliardi al mese.
Il documento finale di Bruxelles stabilisce anche che Commissione europea e Ucraina debbano adottare ogni misura atta a proteggere gli interessi finanziari UE (ci mancherebbe), in particolare per prevenire, individuare ed eliminare frodi, corruzione e conflitti di interessi..... Scusate, qui dallo spasso siamo già al teatro dell’assurdo.
Ma, al di là dei numeri del Lotto dichiarati, in cifre tonde nel 2024 Kiev riceverà da UE e paesi membri oltre 40 miliardi di euro, afferma Oleg Khavic su Ukraina.ru.
Il fatto è che, nel bilancio UE, il “Fondo ucraino” è formalmente destinato a scopi civili: 39 miliardi di euro per assistenza macrofinanziaria, che andranno direttamente al bilancio statale, 8 miliardi agli investimenti e 3 miliardi a coprire tassi di prestito.
Questo, ripetiamolo per l’ennesima volta, oltre al sostegno militare di almeno 21 miliardi nel 2024 e 5 miliardi in armi dal cosiddetto “Fondo europeo per la pace”.
Come diceva il Cavaliere nel Faust goethiano, «Ognuno prende il meglio quando può. Quei begli avanzi io me li terrei». E chissà quanti saranno quegli avanzi, ci si sta già domandando tra Rada e palazzo presidenziale a Kiev.
Fonte
02/02/2024
Il vertice UE a Bruxelles vota i 50 miliardi alla junta di Kiev
Giovedì 1 febbraio è stato il giorno del summit UE in pratica dedicato completamente all’Ucraina: il tema cardine è quello dei 50 miliardi di euro (dei 64,4 previsti nella variazione di bilancio) da elargire a Kiev per i prossimi quattro anni.
Formalmente, l’ordine del giorno del vertice non menziona affatto l’Ucraina: nell’unico punto previsto si parla di correttivi da apportare al bilancio pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF) 2021-2027, che include anche la creazione di un “Fondo ucraino”, volto ad assicurare la stabilità a lungo termine dell’Ucraina.
Ma il grosso delle nuove spese è previsto proprio a favore di Kiev. Come recita il sito web del Consiglio europeo, «di fronte a sfide inaspettate e senza precedenti, tra cui la guerra d’aggressione della Russia contro l’Ucraina, la pandemia globale del Covid-19 e l’aumento dei tassi di interesse, è necessario rafforzare il bilancio a lungo termine UE».
Nello specifico della parte di nuovo bilancio da elargire a Kiev (il 78%), si parla di 17 miliardi di euro di sovvenzioni e 33 miliardi di prestiti. Gli altri 14 miliardi sarebbero così suddivisi: 2 miliardi per politiche migratorie e rafforzamento delle frontiere, 7,6 miliardi per la politica di vicinato con i paesi del mondo, 1,5 miliardi per il Fondo europeo per la difesa nell’ambito del nuovo strumento della Piattaforma delle tecnologie strategiche (STEP), 2 miliardi di euro per gli strumenti di flessibilità UE e 1,5 miliardi di euro per la riserva di solidarietà e di assistenza emergenziale.
Secondo la Reuters, nella bozza di dichiarazione finale del vertice rimane in sospeso una questione importante: cioè se i leader della UE prevedano di destinare ulteriori 5 miliardi al “Fondo europeo per la pace”, utilizzato per finanziare le forniture di armi a Kiev. Alla vigilia, si diceva che su quest’ultimo punto ci fosse la contrarietà di Berlino.
In realtà, il tema all’ordine del giorno sull’aumento del MFF era già stato presentato il dicembre scorso, ma si era scontrato col veto ungherese; così che si è arrivati all’attuale vertice, di nuovo tentando di convincere Viktor Orban a recedere dal veto sugli aiuti alla junta.
A detta del primo ministro polacco, l'europeista Donald Tusk, Orban è rimasto l’unico leader della UE a conservare un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina; per di più, in contrasto con il “comune sentire” del popolo ungherese che, sostiene Tusk, sarebbe ben felice di aiutare l’Ucraina.
Per ovviare al problema del possibile veto ungherese sugli ulteriori aiuti alla junta di Kiev, la liberal-democrazia UE, impersonata dalla Commissione europea, aveva minacciato di togliere a Budapest il diritto di voto: in questo modo, sarebbe stato bellamente aggirato l’ostacolo dell’unanimità, prevista dagli stessi atti fondativi UE.
Lo scorso 27 gennaio Budapest aveva presentato un progetto di compromesso: gli ulteriori finanziamenti a Kiev sarebbero stati elargiti alla condizione che «ogni anno si decida se continuare o meno il finanziamento» e che tale decisione dovrà esser adottata all’unanimità.
Dopo che Bruxelles aveva parlato di “ricatto di Orban”, il britannico Financial Times (FT) – citando un documento del Consiglio d’Europa – rivelava che la UE stava elaborando un piano per minare l’economia ungherese, nel caso Budapest si fosse rifiutata di concordare il nuovo pacchetto di aiuti a Kiev: Bruxelles farebbe crollare il tasso di cambio del fiorino ungherese, riducendo l’attrattiva degli investimenti, con l’obiettivo di danneggiare «occupazione e crescita» dell’economia del paese.
Di fatto, se Viktor Orban non avesse fatto concessioni, la UE avrebbe potuto annunciare pubblicamente la completa cessazione dei finanziamenti a Budapest, con l’obiettivo di «spaventare i mercati».
Vista la reazione ungherese sulla «necessità di cambiamenti nella UE», forse a Bruxelles ci si è resi conto di aver esagerato. Così, il 31 gennaio, ancora il FT, titolando «La UE porge un ramoscello d’ulivo a Viktor Orban per sbloccare gli aiuti all’Ucraina», scriveva che Bruxelles avrebbe fatto un’offerta al primo ministro ungherese nel tentativo di ottenere il suo benestare sui 50 miliardi a Kiev, accondiscendendo alla “revisione annuale”, per i prossimi quattro anni, proposta da Budapest.
Tuttavia, osservava ieri Oleg Khavic su Ukraina.ru, contrariamente alle richieste di Orban, dopo ogni revisione nessun paese UE potrà porre il veto alla continuazione degli aiuti. «Il Consiglio europeo terrà dibattiti annuali sull’attuazione di questo meccanismo, con l’obiettivo di fornire raccomandazioni sull’approccio UE alla situazione derivante dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina», era detto nella bozza di comunicato finale.
Alla vigilia, era ancora incerta la posizione ungherese. Così, secondo il FT, una possibile soluzione avrebbe potuto essere la continuazione nel 2024 dell’attuale programma di prestiti, che può farsi con un voto a maggioranza qualificata, aggirando così il requisito dell’unanimità.
I 26 della UE dovrebbero creare due schemi intergovernativi separati, per trasferire sovvenzioni e prestiti all’Ucraina durante il restante periodo. Una soluzione oltremodo laboriosa.
In ogni caso, pur con Viktor Orban pronto a votare l’elargizione a Kiev di un quarto dei 50 miliardi di euro (cioè 12,5 miliardi) per il 2024, Bruxelles stanzierà comunque 21,2 miliardi solo di aiuti militari.
Questo è quanto emerge da un documento interno preparato dalla Commissione europea e dall’organo diplomatico UE, di cui parla l’edizione di Bruxelles del portale POLITICO. Il documento sottolinea che la cifra di 21,2 miliardi di euro per quest’anno è una stima “preliminare” basata sui dettagli forniti da un «numero limitato» di paesi UE.
Quantomeno curioso, osserva ancora Khavic, che all’incirca la stessa somma di 21 miliardi di euro, sia quella destinata all’Ungheria nel bilancio e nei fondi UE, ma ora congelata col pretesto della violazione del principio della supremazia del diritto nel paese.
In definitiva, pare che alla fine Viktor Orban si sia lasciato convincere: forse proprio in ragione di quei 21 miliardi di euro.
In generale, per conferire un aspetto “democratico” alla decisione UE, si assicura che i 50 miliardi in quattro anni alla junta di Kiev verranno elargiti alla “condizione” del rispetto, da parte dei nazigolpisti, dei diritti delle minoranze nazionali (un’affrettata concessione formale a Budapest, per la forte minoranza ungherese in Ucraina occidentale), della supremazia del diritto e delle norme democratiche.
La democrazia, come è noto, attraversa vari stadi storici; quello attualmente in uso tra i golpisti ucraini fa tutt’uno con l’ipocrisia guerrafondaia della UE.
Fonte
Formalmente, l’ordine del giorno del vertice non menziona affatto l’Ucraina: nell’unico punto previsto si parla di correttivi da apportare al bilancio pluriennale (Multiannual Financial Framework, MFF) 2021-2027, che include anche la creazione di un “Fondo ucraino”, volto ad assicurare la stabilità a lungo termine dell’Ucraina.
Ma il grosso delle nuove spese è previsto proprio a favore di Kiev. Come recita il sito web del Consiglio europeo, «di fronte a sfide inaspettate e senza precedenti, tra cui la guerra d’aggressione della Russia contro l’Ucraina, la pandemia globale del Covid-19 e l’aumento dei tassi di interesse, è necessario rafforzare il bilancio a lungo termine UE».
Nello specifico della parte di nuovo bilancio da elargire a Kiev (il 78%), si parla di 17 miliardi di euro di sovvenzioni e 33 miliardi di prestiti. Gli altri 14 miliardi sarebbero così suddivisi: 2 miliardi per politiche migratorie e rafforzamento delle frontiere, 7,6 miliardi per la politica di vicinato con i paesi del mondo, 1,5 miliardi per il Fondo europeo per la difesa nell’ambito del nuovo strumento della Piattaforma delle tecnologie strategiche (STEP), 2 miliardi di euro per gli strumenti di flessibilità UE e 1,5 miliardi di euro per la riserva di solidarietà e di assistenza emergenziale.
Secondo la Reuters, nella bozza di dichiarazione finale del vertice rimane in sospeso una questione importante: cioè se i leader della UE prevedano di destinare ulteriori 5 miliardi al “Fondo europeo per la pace”, utilizzato per finanziare le forniture di armi a Kiev. Alla vigilia, si diceva che su quest’ultimo punto ci fosse la contrarietà di Berlino.
In realtà, il tema all’ordine del giorno sull’aumento del MFF era già stato presentato il dicembre scorso, ma si era scontrato col veto ungherese; così che si è arrivati all’attuale vertice, di nuovo tentando di convincere Viktor Orban a recedere dal veto sugli aiuti alla junta.
A detta del primo ministro polacco, l'europeista Donald Tusk, Orban è rimasto l’unico leader della UE a conservare un atteggiamento ostile nei confronti dell’Ucraina; per di più, in contrasto con il “comune sentire” del popolo ungherese che, sostiene Tusk, sarebbe ben felice di aiutare l’Ucraina.
Per ovviare al problema del possibile veto ungherese sugli ulteriori aiuti alla junta di Kiev, la liberal-democrazia UE, impersonata dalla Commissione europea, aveva minacciato di togliere a Budapest il diritto di voto: in questo modo, sarebbe stato bellamente aggirato l’ostacolo dell’unanimità, prevista dagli stessi atti fondativi UE.
Lo scorso 27 gennaio Budapest aveva presentato un progetto di compromesso: gli ulteriori finanziamenti a Kiev sarebbero stati elargiti alla condizione che «ogni anno si decida se continuare o meno il finanziamento» e che tale decisione dovrà esser adottata all’unanimità.
Dopo che Bruxelles aveva parlato di “ricatto di Orban”, il britannico Financial Times (FT) – citando un documento del Consiglio d’Europa – rivelava che la UE stava elaborando un piano per minare l’economia ungherese, nel caso Budapest si fosse rifiutata di concordare il nuovo pacchetto di aiuti a Kiev: Bruxelles farebbe crollare il tasso di cambio del fiorino ungherese, riducendo l’attrattiva degli investimenti, con l’obiettivo di danneggiare «occupazione e crescita» dell’economia del paese.
Di fatto, se Viktor Orban non avesse fatto concessioni, la UE avrebbe potuto annunciare pubblicamente la completa cessazione dei finanziamenti a Budapest, con l’obiettivo di «spaventare i mercati».
Vista la reazione ungherese sulla «necessità di cambiamenti nella UE», forse a Bruxelles ci si è resi conto di aver esagerato. Così, il 31 gennaio, ancora il FT, titolando «La UE porge un ramoscello d’ulivo a Viktor Orban per sbloccare gli aiuti all’Ucraina», scriveva che Bruxelles avrebbe fatto un’offerta al primo ministro ungherese nel tentativo di ottenere il suo benestare sui 50 miliardi a Kiev, accondiscendendo alla “revisione annuale”, per i prossimi quattro anni, proposta da Budapest.
Tuttavia, osservava ieri Oleg Khavic su Ukraina.ru, contrariamente alle richieste di Orban, dopo ogni revisione nessun paese UE potrà porre il veto alla continuazione degli aiuti. «Il Consiglio europeo terrà dibattiti annuali sull’attuazione di questo meccanismo, con l’obiettivo di fornire raccomandazioni sull’approccio UE alla situazione derivante dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina», era detto nella bozza di comunicato finale.
Alla vigilia, era ancora incerta la posizione ungherese. Così, secondo il FT, una possibile soluzione avrebbe potuto essere la continuazione nel 2024 dell’attuale programma di prestiti, che può farsi con un voto a maggioranza qualificata, aggirando così il requisito dell’unanimità.
I 26 della UE dovrebbero creare due schemi intergovernativi separati, per trasferire sovvenzioni e prestiti all’Ucraina durante il restante periodo. Una soluzione oltremodo laboriosa.
In ogni caso, pur con Viktor Orban pronto a votare l’elargizione a Kiev di un quarto dei 50 miliardi di euro (cioè 12,5 miliardi) per il 2024, Bruxelles stanzierà comunque 21,2 miliardi solo di aiuti militari.
Questo è quanto emerge da un documento interno preparato dalla Commissione europea e dall’organo diplomatico UE, di cui parla l’edizione di Bruxelles del portale POLITICO. Il documento sottolinea che la cifra di 21,2 miliardi di euro per quest’anno è una stima “preliminare” basata sui dettagli forniti da un «numero limitato» di paesi UE.
Quantomeno curioso, osserva ancora Khavic, che all’incirca la stessa somma di 21 miliardi di euro, sia quella destinata all’Ungheria nel bilancio e nei fondi UE, ma ora congelata col pretesto della violazione del principio della supremazia del diritto nel paese.
In definitiva, pare che alla fine Viktor Orban si sia lasciato convincere: forse proprio in ragione di quei 21 miliardi di euro.
In generale, per conferire un aspetto “democratico” alla decisione UE, si assicura che i 50 miliardi in quattro anni alla junta di Kiev verranno elargiti alla “condizione” del rispetto, da parte dei nazigolpisti, dei diritti delle minoranze nazionali (un’affrettata concessione formale a Budapest, per la forte minoranza ungherese in Ucraina occidentale), della supremazia del diritto e delle norme democratiche.
La democrazia, come è noto, attraversa vari stadi storici; quello attualmente in uso tra i golpisti ucraini fa tutt’uno con l’ipocrisia guerrafondaia della UE.
Fonte
12/10/2023
Se gli Stati Uniti scaricano l’Ucraina sull’Europa
Al vertice Ue di Granada il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha usato mezzi termini per definire l’attuale situazione. Preso atto dei “tornado politici” che scuotono un’America ormai travolta da una aspra campagna elettorale in vista delle presidenziali del novembre 2024, secondo Zelensky “l’Europa deve essere forte, non abbassare le vele in attesa della fine della tempesta” perché gli europei non possono permettersi il lusso della stanchezza, o di abbandonare l’Ucraina o di accettare un congelamento del conflitto con la Russia. Se lo facessimo secondo il presidente ucraino, saremmo tutti in pericolo poiché nel 2028 l’Europa rischia un altro “momento critico” con la Russia pronta ad attaccare altri obiettivi.
Si può esprimere qualche dubbio sul fatto che la Russia (dipinta in Occidente come una “potenza imperialista”) abbia davvero intenzione o interesse a invadere un pezzo di Europa tra cinque anni e non può certo stupire che Zelensky cerchi di scongiurare il rischio, sempre più concreto, che l’Occidente abbandoni la causa ucraina o rallenti decisamente il flusso di aiuti. L’America lo farebbe per ragioni elettorali e perché tradizionalmente gli Stati Uniti, specie quando gli americani vengono chiamati al voto, decidono che i conflitti in cui sono invischiati non sono più “la loro guerra”.
L’Europa lo farebbe perché non ha più nulla da dare a Kiev in termini di armi e munizioni, perché tradizionalmente segue gli USA come un fedele vassallo nel coinvolgimento e nel disimpegno dai conflitti e poi anche perché la guerra che a dire di molti leader europei doveva logorare la Russia sta invece distruggendo la nostra economia e mina la nostra stabilità politica e sociale.
Comprensibile quindi che gli ucraini cerchino di evitare di venire scaricati come è già successo a sudvietnamiti, curdi, afghani o iracheni. Strano piuttosto che i segnali ben tangibili di una deriva statunitense di scaricare sull’Europa il grosso del peso del sostegno militare e finanziario all’Ucraina non abbia acceso nessun articolato dibattito nel Vecchio Continente.
Eppure nei giorni scorsi il Congresso ha bloccato i fondi per Kiev mentre Donald Trump ha chiesto provocatoriamente “perché il corrotto Joe Biden non fa contribuire l’Europa alle spese all’Ucraina? Non dovremmo dare neppure un altro dollaro a Kiev fino a che l’Europa non avrà pareggiato il denaro che gli Stati Uniti hanno speso per difendere l’Ucraina”. Trump rispolvera il vecchio cavallo di battaglia utilizzato durante la sua presidenza volto a definire l’Europa una scroccona che incassa la sicurezza prodotta dagli USA ma che non ne paga il conto: valutazione che durante la sua amministrazione arrivò a mettere in discussione l’Alleanza Atlantica.
Come Analisi Difesa aveva sottolineato già in agosto, il processo di “scaricabarile” degli obblighi assunti verso l’Ucraina da una parte all’altra sponda dell’Atlantico, era già iniziato al vertice NATO di Vilnius in luglio, e gli scenari futuri con quello che ci attende nel dopoguerra, erano stati ben delineati l’8 agosto scorso dall’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale.
Rogoff ha sostenuto che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto, tra i 700 e i 1.000 miliardi di euro, e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione. Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.
Insomma, uno scenario non proprio incoraggiante per l’Europa già alle prese con non poche difficoltà interne in buona parte dovute all’errata percezione della Commissione Ue e di molti governi che la Russia sarebbe crollata economicamente e militarmente in poche settimane sotto il peso delle nostre sanzioni. Previsioni talmente errate che la Ue ha dovuto rinunciare allo stop alle importazioni energetiche da Mosca, oggi in pieno recupero.
L’ansia di Zelensky è del tutto motivata: non c’è da scommettere infatti sulla disponibilità e capacità dell’Europa di sostenere nel tempo Kiev, specie ora che gli americani si guardano l’ombelico in vista di un anno di feroce e divisiva campagna elettorale che sta mettendo in luce inquietanti interrogativi circa l’Amministrazione Biden.
Appare infatti da tempo evidente che le condizioni di salute non consentono al presidente di affrontare con la necessaria lucidità gli impegni che la Casa Bianca impone soprattutto in quest’epoca caratterizzata da sfide, tensioni e guerre. Già oggi è facile intuire che Biden non sia in grado di prendere decisioni con la necessaria consapevolezza, valutazione che impone necessariamente di chiedersi chi guidi realmente gli Stati Uniti. Una domanda a cui è ancora più urgente dare una risposta se si considera che Biden è candidato per un secondo mandato che, in caso di vittoria, lo porterebbe a sedere alla Casa Bianca fino al gennaio 2029.
In Europa la crisi di consenso di molti governi (dalla Francia di Macron alla Germania di Scholz) si aggiunge alle attese per la nascita di un governo di coalizione in Slovacchia, dove la presidenza ha annunciato il “congelamento” del sostegno militare a Kiev. Dopo il successo elettorale del partito SMER-SD dell’ex premier Robert Fico, che si oppone agli aiuti militari a Kiev, la decisione è stata annunciata a Bratislava dal presidente Zuzana Caputova in base alla valutazione che “la decisione su questa delicata questione deve riflettere i risultati delle recenti elezioni legislative”, come ha detto un portavoce della presidenza. “I risultati elettorali devono essere rispettati” e Fico ha assicurato agli elettori che il suo governo non manderà “nemmeno un proiettile” a Kiev e si adopererà per favorire negoziati di pace.
Il segretario del Consiglio di Sicurezza Ucraino, Danilov, ha accusato la Slovacchia di collaborazionismo con il Cremlino sottolineando la “significativa presenza di agenti russi a Brastislava” mentre nella Ue e pure in Italia i partiti “gemelli” (come il PD) dello SMER-SD slovacco chiedono l’espulsione della formazione slovacca dal Partito Socialista Europeo per le posizioni “filo-russe” assunte già in campagna elettorale.
“Robert Fico, leader del Partito Direzione-socialdemocrazia e vincitore delle elezioni anticipate in Slovacchia è incompatibile con i valori e i principi del socialismo europeo e mi auguro che la dirigenza dei socialisti europei decidano la sua espulsione” ha detto Stefano Graziano, capogruppo del Pd in commissione Difesa della Camera. “Le recenti esternazioni di Fico nei riguardi dell’Ucraina sono gravissime e in profonda contrapposizione con le decisioni assunte dal socialismo europeo”.
Fico, ora impegnato a formare un governo trovando almeno altri 34 parlamentari oltre ai 42 del suo partito, ha ribadito dopo l’affermazione elettorale le posizioni nette sul conflitto in Ucraina basate sullo stop alle forniture militari a Kiev e sull’avvio di trattative con la Russia per concludere il conflitto che tanti danni economici sta determinando soprattutto in Mitteleuropa.
Gli ambienti di Bruxelles sono tradizionalmente intimoriti e preoccupati quando i popoli d’Europa si esprimono col libero voto e hanno rispolverato per l’ennesima volta l’ombra della disinformazione e degli agenti russi dietro al successo di Fico che ha ribaltato i risultati previsti dagli exit poll.
Nulla di nuovo nel “maccartismo” che da qualche anno sta travolgendo l’informazione e la politica in Europa ma è curioso che Fico venga dipinto come un pericoloso putiniano tenuto conto che è stato già due volte premier in Slovacchia (tra il 2006 e il 2010 e poi dal 2012 al 2018) e in quegli anni non ha mai chiesto l’adesione alla Federazione Russa né ha adottato derive di stampo nordcoreano. Anzi, Fico è stato per anni un simbolo della socialdemocrazia europea e non a caso il suo partito nel Parlamento Europeo fa parte del Partito Socialista Europeo di cui è parte anche il PD, quello che per intenderci esprime commissari quali Borrel, Timmermans o Gentiloni.
Sulla svolta slovacca è intervenuto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto respingendo le accuse di presunta interferenza della Russia nelle elezioni parlamentari in Slovacchia ed accusando Bruxelles di avere etichettato come “spie russe” tutti i politici che non seguono la corrente principale liberal europea. “Quando un politico patriottico o una famiglia politica che mette al primo posto gli interessi nazionali e si oppone alla corrente liberal di Bruxelles vince le elezioni o almeno ha la possibilità di partecipare alle elezioni, Bruxelles inizia immediatamente a esercitare pressioni, attacchi ed etichette”, ha detto Szijjarto al quotidiano ungherese Magyar Nemzet.
Non è un caso che l’affermazione dello SMER-SD a Bratislava abbia coinciso con gigantesche manifestazioni antigovernative a Praga e Varsavia. Il sostegno a Kiev sembra vacillare in modo rapido da alcune settimane anche in Polonia. Dopo le dure reazioni di Kiev allo stop alle importazioni di cereali ucraini in Polonia, il premier Mateusz Morawiecki aveva annunciato lo stop alle forniture militari all’Ucraina, dichiarazione parzialmente rettificata dal presidente Andrzej Duda ma nei fatti probabilmente confermata da un elemento rilevante emerso nei giorni scorsi.
La Polonia non era infatti presente al Forum delle industrie della difesa tenutosi il 29 settembre nei pressi di Kiev che ha raccolto l’adesione di 30 nazioni e circa 250 aziende del settore Difesa. Pur se invitato da Kiev, il governo polacco avrebbe deciso di non partecipare forse per protesta contro i crescenti legami militari tra Ucraina e Germania, inizialmente tempestosi ma ora sempre più stabili e ulteriormente consolidatisi con l’accordo tra l’azienda di stato ucraina Ukrobronoprom e la tedesca Rheinmetall per realizzare in Ucraina uno stabilimento per produrre e riparare mezzi, armi, munizioni e veicoli.
Tutta l’iniziativa politica e strategica polacca è impostata come alternativa alla Germania (i vertici polacchi esultarono alla distruzione dei due gasdotti Nodstream) e il 2 ottobre Morawiecki ha messo in guardia l’Ucraina dallo stabilire una stretta alleanza con la Germania e ha annunciato lo schieramento di ulteriori truppe ai confini orientali con Ucraina e Bielorussia.
In un discorso tenuto a Katowice in vista delle elezioni parlamentari, Morawiecki ha rivolto un monito a Volodymyr Zelensky. “Sembra che avrà ora una stretta alleanza con la Germania. Lasciate che lo avvisi: Berlino vorrà sempre cooperare con i russi al di sopra dei paesi dell’Europa centrale”, ha detto Morawiecki sottolineando che “è stata la Polonia ad accogliere sotto i suoi tetti qualche milione di ucraini: sono stati i polacchi ad accogliere gli ucraini e siamo stati noi ad aiutare di più, quando i tedeschi volevano inviare 5.000 elmetti a Kiev assediata”, ha dichiarato Morawiecki. “Vale la pena non dimenticarlo, presidente Zelensky”.
Che a Varsavia le tensioni siano sempre più forti a pochi giorni dal voto di domenica e che coinvolgano anche il mondo militare è apparso chiaro anche oggi con le le dimissioni dei massimi vertici della Difesa. Il capo di Stato maggiore dell’esercito polacco, generale Rajmund Andrzejczak, e il comandante operativo, generale Tomasz Piotrowski hanno rassegnato le dimissioni. Secondo i media polacchi si tratta di screzi tra i generali e il ministro della Difesa, Mariusz Blaszczak, che aveva accusato pubblicamente il comandante operativo di negligenza. Il presidente Andrzej Duda ha accettato le dimissioni dei due ufficiali mentre il leader dell’opposizione Donald Tusk ha annunciato che altri 10 generali del Comando generale delle forze armate si sono dimessi, notizia smentita dallo stesso Comando generale.
Anche l’Ungheria, come abbiamo ricordato in un recente articolo, ha assunto toni sempre più duri nei confronti dei leader di Kiev ma anche delle politiche di UE e NATO.
Nella guerra in Ucraina sembra quindi aprirsi un forse inatteso “fronte mitteleuropeo” che minaccia da un lato la stabilità degli aiuti all’Ucraina e dall’altro rischia di minare ulteriormente un’Unione Europea sempre più inadeguata a gestire le sfide che la attanagliano, specie ora che gli Stati Uniti minacciano di defilarsi.
Fonte
Si può esprimere qualche dubbio sul fatto che la Russia (dipinta in Occidente come una “potenza imperialista”) abbia davvero intenzione o interesse a invadere un pezzo di Europa tra cinque anni e non può certo stupire che Zelensky cerchi di scongiurare il rischio, sempre più concreto, che l’Occidente abbandoni la causa ucraina o rallenti decisamente il flusso di aiuti. L’America lo farebbe per ragioni elettorali e perché tradizionalmente gli Stati Uniti, specie quando gli americani vengono chiamati al voto, decidono che i conflitti in cui sono invischiati non sono più “la loro guerra”.
L’Europa lo farebbe perché non ha più nulla da dare a Kiev in termini di armi e munizioni, perché tradizionalmente segue gli USA come un fedele vassallo nel coinvolgimento e nel disimpegno dai conflitti e poi anche perché la guerra che a dire di molti leader europei doveva logorare la Russia sta invece distruggendo la nostra economia e mina la nostra stabilità politica e sociale.
Comprensibile quindi che gli ucraini cerchino di evitare di venire scaricati come è già successo a sudvietnamiti, curdi, afghani o iracheni. Strano piuttosto che i segnali ben tangibili di una deriva statunitense di scaricare sull’Europa il grosso del peso del sostegno militare e finanziario all’Ucraina non abbia acceso nessun articolato dibattito nel Vecchio Continente.
Eppure nei giorni scorsi il Congresso ha bloccato i fondi per Kiev mentre Donald Trump ha chiesto provocatoriamente “perché il corrotto Joe Biden non fa contribuire l’Europa alle spese all’Ucraina? Non dovremmo dare neppure un altro dollaro a Kiev fino a che l’Europa non avrà pareggiato il denaro che gli Stati Uniti hanno speso per difendere l’Ucraina”. Trump rispolvera il vecchio cavallo di battaglia utilizzato durante la sua presidenza volto a definire l’Europa una scroccona che incassa la sicurezza prodotta dagli USA ma che non ne paga il conto: valutazione che durante la sua amministrazione arrivò a mettere in discussione l’Alleanza Atlantica.
Come Analisi Difesa aveva sottolineato già in agosto, il processo di “scaricabarile” degli obblighi assunti verso l’Ucraina da una parte all’altra sponda dell’Atlantico, era già iniziato al vertice NATO di Vilnius in luglio, e gli scenari futuri con quello che ci attende nel dopoguerra, erano stati ben delineati l’8 agosto scorso dall’economista statunitense Kenneth Rogoff, professore d’economia ad Harvard e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale.
Rogoff ha sostenuto che “i costi della ricostruzione dell’Ucraina saranno probabilmente molto più alti del previsto, tra i 700 e i 1.000 miliardi di euro, e l’Europa, che finora ha contribuito “relativamente poco” alla difesa di Kiev, si dovrebbe assumere “quanto prima” la responsabilità della ricostruzione. Secondo Rogoff, “la necessità che l’Europa si faccia avanti e si assuma le proprie responsabilità è sempre più urgente” perché gli interessi europei “sono più strettamente allineati con quelli dell’Ucraina”. Inoltre, “anche se il sostegno militare degli USA all’Europa e all’Ucraina dovesse essere confermato dopo le elezioni presidenziali, l’entusiasmo dell’America per degli aiuti finanziari a lungo termine probabilmente svanirà indipendentemente dal risultato elettorale”.
Insomma, uno scenario non proprio incoraggiante per l’Europa già alle prese con non poche difficoltà interne in buona parte dovute all’errata percezione della Commissione Ue e di molti governi che la Russia sarebbe crollata economicamente e militarmente in poche settimane sotto il peso delle nostre sanzioni. Previsioni talmente errate che la Ue ha dovuto rinunciare allo stop alle importazioni energetiche da Mosca, oggi in pieno recupero.
L’ansia di Zelensky è del tutto motivata: non c’è da scommettere infatti sulla disponibilità e capacità dell’Europa di sostenere nel tempo Kiev, specie ora che gli americani si guardano l’ombelico in vista di un anno di feroce e divisiva campagna elettorale che sta mettendo in luce inquietanti interrogativi circa l’Amministrazione Biden.
Appare infatti da tempo evidente che le condizioni di salute non consentono al presidente di affrontare con la necessaria lucidità gli impegni che la Casa Bianca impone soprattutto in quest’epoca caratterizzata da sfide, tensioni e guerre. Già oggi è facile intuire che Biden non sia in grado di prendere decisioni con la necessaria consapevolezza, valutazione che impone necessariamente di chiedersi chi guidi realmente gli Stati Uniti. Una domanda a cui è ancora più urgente dare una risposta se si considera che Biden è candidato per un secondo mandato che, in caso di vittoria, lo porterebbe a sedere alla Casa Bianca fino al gennaio 2029.
In Europa la crisi di consenso di molti governi (dalla Francia di Macron alla Germania di Scholz) si aggiunge alle attese per la nascita di un governo di coalizione in Slovacchia, dove la presidenza ha annunciato il “congelamento” del sostegno militare a Kiev. Dopo il successo elettorale del partito SMER-SD dell’ex premier Robert Fico, che si oppone agli aiuti militari a Kiev, la decisione è stata annunciata a Bratislava dal presidente Zuzana Caputova in base alla valutazione che “la decisione su questa delicata questione deve riflettere i risultati delle recenti elezioni legislative”, come ha detto un portavoce della presidenza. “I risultati elettorali devono essere rispettati” e Fico ha assicurato agli elettori che il suo governo non manderà “nemmeno un proiettile” a Kiev e si adopererà per favorire negoziati di pace.
Il segretario del Consiglio di Sicurezza Ucraino, Danilov, ha accusato la Slovacchia di collaborazionismo con il Cremlino sottolineando la “significativa presenza di agenti russi a Brastislava” mentre nella Ue e pure in Italia i partiti “gemelli” (come il PD) dello SMER-SD slovacco chiedono l’espulsione della formazione slovacca dal Partito Socialista Europeo per le posizioni “filo-russe” assunte già in campagna elettorale.
“Robert Fico, leader del Partito Direzione-socialdemocrazia e vincitore delle elezioni anticipate in Slovacchia è incompatibile con i valori e i principi del socialismo europeo e mi auguro che la dirigenza dei socialisti europei decidano la sua espulsione” ha detto Stefano Graziano, capogruppo del Pd in commissione Difesa della Camera. “Le recenti esternazioni di Fico nei riguardi dell’Ucraina sono gravissime e in profonda contrapposizione con le decisioni assunte dal socialismo europeo”.
Fico, ora impegnato a formare un governo trovando almeno altri 34 parlamentari oltre ai 42 del suo partito, ha ribadito dopo l’affermazione elettorale le posizioni nette sul conflitto in Ucraina basate sullo stop alle forniture militari a Kiev e sull’avvio di trattative con la Russia per concludere il conflitto che tanti danni economici sta determinando soprattutto in Mitteleuropa.
Gli ambienti di Bruxelles sono tradizionalmente intimoriti e preoccupati quando i popoli d’Europa si esprimono col libero voto e hanno rispolverato per l’ennesima volta l’ombra della disinformazione e degli agenti russi dietro al successo di Fico che ha ribaltato i risultati previsti dagli exit poll.
Nulla di nuovo nel “maccartismo” che da qualche anno sta travolgendo l’informazione e la politica in Europa ma è curioso che Fico venga dipinto come un pericoloso putiniano tenuto conto che è stato già due volte premier in Slovacchia (tra il 2006 e il 2010 e poi dal 2012 al 2018) e in quegli anni non ha mai chiesto l’adesione alla Federazione Russa né ha adottato derive di stampo nordcoreano. Anzi, Fico è stato per anni un simbolo della socialdemocrazia europea e non a caso il suo partito nel Parlamento Europeo fa parte del Partito Socialista Europeo di cui è parte anche il PD, quello che per intenderci esprime commissari quali Borrel, Timmermans o Gentiloni.
Sulla svolta slovacca è intervenuto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto respingendo le accuse di presunta interferenza della Russia nelle elezioni parlamentari in Slovacchia ed accusando Bruxelles di avere etichettato come “spie russe” tutti i politici che non seguono la corrente principale liberal europea. “Quando un politico patriottico o una famiglia politica che mette al primo posto gli interessi nazionali e si oppone alla corrente liberal di Bruxelles vince le elezioni o almeno ha la possibilità di partecipare alle elezioni, Bruxelles inizia immediatamente a esercitare pressioni, attacchi ed etichette”, ha detto Szijjarto al quotidiano ungherese Magyar Nemzet.
Non è un caso che l’affermazione dello SMER-SD a Bratislava abbia coinciso con gigantesche manifestazioni antigovernative a Praga e Varsavia. Il sostegno a Kiev sembra vacillare in modo rapido da alcune settimane anche in Polonia. Dopo le dure reazioni di Kiev allo stop alle importazioni di cereali ucraini in Polonia, il premier Mateusz Morawiecki aveva annunciato lo stop alle forniture militari all’Ucraina, dichiarazione parzialmente rettificata dal presidente Andrzej Duda ma nei fatti probabilmente confermata da un elemento rilevante emerso nei giorni scorsi.
La Polonia non era infatti presente al Forum delle industrie della difesa tenutosi il 29 settembre nei pressi di Kiev che ha raccolto l’adesione di 30 nazioni e circa 250 aziende del settore Difesa. Pur se invitato da Kiev, il governo polacco avrebbe deciso di non partecipare forse per protesta contro i crescenti legami militari tra Ucraina e Germania, inizialmente tempestosi ma ora sempre più stabili e ulteriormente consolidatisi con l’accordo tra l’azienda di stato ucraina Ukrobronoprom e la tedesca Rheinmetall per realizzare in Ucraina uno stabilimento per produrre e riparare mezzi, armi, munizioni e veicoli.
Tutta l’iniziativa politica e strategica polacca è impostata come alternativa alla Germania (i vertici polacchi esultarono alla distruzione dei due gasdotti Nodstream) e il 2 ottobre Morawiecki ha messo in guardia l’Ucraina dallo stabilire una stretta alleanza con la Germania e ha annunciato lo schieramento di ulteriori truppe ai confini orientali con Ucraina e Bielorussia.
In un discorso tenuto a Katowice in vista delle elezioni parlamentari, Morawiecki ha rivolto un monito a Volodymyr Zelensky. “Sembra che avrà ora una stretta alleanza con la Germania. Lasciate che lo avvisi: Berlino vorrà sempre cooperare con i russi al di sopra dei paesi dell’Europa centrale”, ha detto Morawiecki sottolineando che “è stata la Polonia ad accogliere sotto i suoi tetti qualche milione di ucraini: sono stati i polacchi ad accogliere gli ucraini e siamo stati noi ad aiutare di più, quando i tedeschi volevano inviare 5.000 elmetti a Kiev assediata”, ha dichiarato Morawiecki. “Vale la pena non dimenticarlo, presidente Zelensky”.
Che a Varsavia le tensioni siano sempre più forti a pochi giorni dal voto di domenica e che coinvolgano anche il mondo militare è apparso chiaro anche oggi con le le dimissioni dei massimi vertici della Difesa. Il capo di Stato maggiore dell’esercito polacco, generale Rajmund Andrzejczak, e il comandante operativo, generale Tomasz Piotrowski hanno rassegnato le dimissioni. Secondo i media polacchi si tratta di screzi tra i generali e il ministro della Difesa, Mariusz Blaszczak, che aveva accusato pubblicamente il comandante operativo di negligenza. Il presidente Andrzej Duda ha accettato le dimissioni dei due ufficiali mentre il leader dell’opposizione Donald Tusk ha annunciato che altri 10 generali del Comando generale delle forze armate si sono dimessi, notizia smentita dallo stesso Comando generale.
Anche l’Ungheria, come abbiamo ricordato in un recente articolo, ha assunto toni sempre più duri nei confronti dei leader di Kiev ma anche delle politiche di UE e NATO.
Nella guerra in Ucraina sembra quindi aprirsi un forse inatteso “fronte mitteleuropeo” che minaccia da un lato la stabilità degli aiuti all’Ucraina e dall’altro rischia di minare ulteriormente un’Unione Europea sempre più inadeguata a gestire le sfide che la attanagliano, specie ora che gli Stati Uniti minacciano di defilarsi.
Fonte
05/10/2023
Guerra in Ucraina - La stanchezza si affaccia anche nei governi euroatlantici
A mettere in fila solo alcuni dei segnali che arrivano dall’Europa e dagli Stati Uniti a propositi di ulteriori aiuti, militari e non, all’Ucraina si vede con estrema chiarezza che il tempo va scandendo.
L’esito penoso della “controffensiva di primavera” (pochi chilometri di terra di nessuno “riconquistati”), i costi incalcolabili in uomini (ucraini) e mezzi (armi e munizioni di provenienza Nato), la prospettiva di un conflitto lungo e sempre più costoso, ad altissimo impatto soprattutto sull’economia europea, il dilagare nel resto del mondo dell’insofferenza per l’egemonia Usa senza più uno scopo... stanno provocando una “riflessione” anche nei cervelli meno reattivi dell’area euro-atlantica.
Senza alcun ordine gerarchico, proviamo ad elencare.
Negli Stati Uniti, com’è noto, il bilancio federale è stato bloccato con un compromesso che esclude nuovi stanziamenti per aiuti militari a Kiev. Quel compromesso è peraltro costato la poltrona allo speaker (in realtà presidente) della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy.
Per colmo di follia la sfiducia è arrivata su una mozione presentata dai congressisti repubblicani fedelissimi a Trump, cui si sono accodati come pirla tutti i “democratici”. Ora la Camera risulta non operativa fino all’elezione di un nuovo presidente, che andrà scelto con faticose e soprattutto lunghe mediazioni tra i tradizionali campi contrapposti, peraltro divisi al proprio interno.
Biden è stato costretto ad annunciare un “importante discorso alla nazione” per provare a superare una impasse che rischia di bloccare molte decisioni chiave – in termini di spesa e non solo – in una situazione internazionale in rapido movimento.
Ma se anche nell’immediato fosse trovata una soluzione efficace, sul medio periodo le cose sembrano decisamente più complicate. Per mantenere il sostegno di Washington a Kiev al livello raggiunto oggi, sarebbe necessario che il presidente Joe Biden (o la vice Kamala Harris) fosse eletto alla Casa Bianca, e che al Congresso si formasse una maggioranza favorevole a questo sostegno.
È noto però che i sondaggi degli ultimi mesi mostrano un’opinione pubblica divisa, con Donald Trump in vantaggio su Joe Biden del 10%. Qualsiasi sarà il presidente eletto, difficilmente il Congresso sarà a maggioranza per il proseguimento degli aiuti militari in questa quantità.
Gli istituti di ricerca Usa considerano al 25-35% le probabilità che il sostegno americano duri oltre il 2024. Oltre ai problemi politici, infatti, bisogna considerare anche quelli tecnici e produttivi: gli arsenali anche Usa si vanno svuotando fin troppo rapidamente (all’Ucraina vengono inviate armi e relative munizioni non di ultima generazione) e manca una programmazione per sostituire in tempo reale i vuoti che si creano.
Passando all’Europa la situazione non è migliore, al punto che persino una fan sfegatata dei nazisti ucraini, come la premier italiana, ha dovuto segnalare un certo “affaticamento”.
“È evidente – ha detto ieri Giorgia Meloni intervista a SkyTg24 – che la guerra genera conseguenze che impattano fortemente sulla nostra società e che se noi non siamo bravi ad affrontare quelle conseguenze, le opinioni pubbliche continueranno a scricchiolare”.
“Ho posto questo problema – ha aggiunto – inflazione, prezzi dell’energia, migrazioni sono tutte conseguenze del conflitto che, impattando sui cittadini, generano una resistenza o rischiano di generare una stanchezza dell’opinione pubblica. Se noi vogliamo difendere l’Ucraina con forza, dobbiamo anche fare attenzione a queste conseguenze”.
Il ministro della difesa, Crosetto, è stato anche più preciso: “l’Italia ha fatto molto, ha puntato molto sui sistemi di difesa antiaerea per fermare gli attacchi che vanno sulle infrastrutture civili ed energetiche, sulle città, sulle scuole”.
“Il problema è che non hai risorse illimitate. E da quel punto di vista l’Italia ha fatto quasi tutto ciò che poteva fare, non esiste molto ulteriore spazio”.
Della Slovacchia si è detto nei giorni scorsi. La vittoria del socialdemocratico Fico alle elezioni cambia la posizione del paese, che già di suo non era tra i più entusiasti per la guerra ai propri confini. Secondo il quotidiano Dennik N, il Ministero della Difesa slovacco aveva preparato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina. Ma la presidente Čaputová, pur potendolo firmare mentre era ancora in carica il predecessore di Fico, si è rifiutata di farlo affermando che le elezioni parlamentari “debbono essere rispettate”.
La Polonia, dopo aver ceduto a Kiev tutto l’arsenale ex sovietico ed essere stata “ringraziata” con la concorrenza sul grano (quello ucraino costa molto meno del polacco), ha già annunciato uno stop a future forniture. L’esercito polacco, infatti, in alcune zone, ha perso quasi il 40% delle sue capacità operative a causa delle consegne all’Ucraina ed ora deve essere riarmato con armi nuove (che ovviamente non cederà).
Anche la Germania sta tirando con decisione il freno. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz non vuole consegnare i missili da crociera Taurus che l’Ucraina richiede. Secondo il quotidiano Tagesschau, Berlino e Kiev starebbero invece discutendo del rafforzamento della difesa aerea ucraina e di una possibile ulteriore consegna di missili antiaerei Patriot da parte della Germania. Ma non più di questo.
Il bilancio logistico di oltre 18 mesi di guerra mostra che dopo aver consegnato un centinaio di moderni carri armati Leopard 2, le consegne europee consistono ora in carri armati Leopard 1 risalenti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70. Mezzi dello stesso livello dei vecchi T-62 e T-55 di epoca sovietica.
Ma mentre le fabbriche di armi russe operano a pieno regime, a ritmi superiori a quelli prebellici, non altrettanto può avvenire in Europa (ci vogliono anni per riconvertire stabilimenti produttivi o aprirne di nuovi, ammesso che lo si voglia fare).
Per questo Kiev, nei giorni scorsi, ha proposto di installare direttamente sul proprio territorio nuove fabbriche di armi, magari con proprietà e tecnologia tedesca, per assicurarsi una produzione autonoma e non dipendere solo dai “regali” euro-atlantici.
Ma le nuove fabbriche sarebbero immediatamente bersaglio dei bombardamenti russi. E tutti gli analisti militari concordano nel dire che è molto improbabile che Mosca permetta che una fabbrica (Rheinmetall o altre) possa essere funzionante in Ucraina.
In effetti, tutto indica che entro un anno la posizione militare dell’Ucraina sarà pesantemente deteriorata per l’effetto combinato della riduzione degli aiuti statunitensi e dell’esaurimento delle scorte trasferibili europee, dell’impossibilità per Kiev di aumentare la produzione locale e della massiccia guerra di attrito russa.
E siccome – materialisticamente parlando – è “la condizione materiale a produrre la coscienza”, ecco che improvvisamente quel che non poteva neppure essere pensato (una via per le trattative, anche alle spalle di Kiev) diventa quasi “senso comune” anche ai piani alti dei governi europei.
Fonte
L’esito penoso della “controffensiva di primavera” (pochi chilometri di terra di nessuno “riconquistati”), i costi incalcolabili in uomini (ucraini) e mezzi (armi e munizioni di provenienza Nato), la prospettiva di un conflitto lungo e sempre più costoso, ad altissimo impatto soprattutto sull’economia europea, il dilagare nel resto del mondo dell’insofferenza per l’egemonia Usa senza più uno scopo... stanno provocando una “riflessione” anche nei cervelli meno reattivi dell’area euro-atlantica.
Senza alcun ordine gerarchico, proviamo ad elencare.
Negli Stati Uniti, com’è noto, il bilancio federale è stato bloccato con un compromesso che esclude nuovi stanziamenti per aiuti militari a Kiev. Quel compromesso è peraltro costato la poltrona allo speaker (in realtà presidente) della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy.
Per colmo di follia la sfiducia è arrivata su una mozione presentata dai congressisti repubblicani fedelissimi a Trump, cui si sono accodati come pirla tutti i “democratici”. Ora la Camera risulta non operativa fino all’elezione di un nuovo presidente, che andrà scelto con faticose e soprattutto lunghe mediazioni tra i tradizionali campi contrapposti, peraltro divisi al proprio interno.
Biden è stato costretto ad annunciare un “importante discorso alla nazione” per provare a superare una impasse che rischia di bloccare molte decisioni chiave – in termini di spesa e non solo – in una situazione internazionale in rapido movimento.
Ma se anche nell’immediato fosse trovata una soluzione efficace, sul medio periodo le cose sembrano decisamente più complicate. Per mantenere il sostegno di Washington a Kiev al livello raggiunto oggi, sarebbe necessario che il presidente Joe Biden (o la vice Kamala Harris) fosse eletto alla Casa Bianca, e che al Congresso si formasse una maggioranza favorevole a questo sostegno.
È noto però che i sondaggi degli ultimi mesi mostrano un’opinione pubblica divisa, con Donald Trump in vantaggio su Joe Biden del 10%. Qualsiasi sarà il presidente eletto, difficilmente il Congresso sarà a maggioranza per il proseguimento degli aiuti militari in questa quantità.
Gli istituti di ricerca Usa considerano al 25-35% le probabilità che il sostegno americano duri oltre il 2024. Oltre ai problemi politici, infatti, bisogna considerare anche quelli tecnici e produttivi: gli arsenali anche Usa si vanno svuotando fin troppo rapidamente (all’Ucraina vengono inviate armi e relative munizioni non di ultima generazione) e manca una programmazione per sostituire in tempo reale i vuoti che si creano.
Passando all’Europa la situazione non è migliore, al punto che persino una fan sfegatata dei nazisti ucraini, come la premier italiana, ha dovuto segnalare un certo “affaticamento”.
“È evidente – ha detto ieri Giorgia Meloni intervista a SkyTg24 – che la guerra genera conseguenze che impattano fortemente sulla nostra società e che se noi non siamo bravi ad affrontare quelle conseguenze, le opinioni pubbliche continueranno a scricchiolare”.
“Ho posto questo problema – ha aggiunto – inflazione, prezzi dell’energia, migrazioni sono tutte conseguenze del conflitto che, impattando sui cittadini, generano una resistenza o rischiano di generare una stanchezza dell’opinione pubblica. Se noi vogliamo difendere l’Ucraina con forza, dobbiamo anche fare attenzione a queste conseguenze”.
Il ministro della difesa, Crosetto, è stato anche più preciso: “l’Italia ha fatto molto, ha puntato molto sui sistemi di difesa antiaerea per fermare gli attacchi che vanno sulle infrastrutture civili ed energetiche, sulle città, sulle scuole”.
“Il problema è che non hai risorse illimitate. E da quel punto di vista l’Italia ha fatto quasi tutto ciò che poteva fare, non esiste molto ulteriore spazio”.
Della Slovacchia si è detto nei giorni scorsi. La vittoria del socialdemocratico Fico alle elezioni cambia la posizione del paese, che già di suo non era tra i più entusiasti per la guerra ai propri confini. Secondo il quotidiano Dennik N, il Ministero della Difesa slovacco aveva preparato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina. Ma la presidente Čaputová, pur potendolo firmare mentre era ancora in carica il predecessore di Fico, si è rifiutata di farlo affermando che le elezioni parlamentari “debbono essere rispettate”.
La Polonia, dopo aver ceduto a Kiev tutto l’arsenale ex sovietico ed essere stata “ringraziata” con la concorrenza sul grano (quello ucraino costa molto meno del polacco), ha già annunciato uno stop a future forniture. L’esercito polacco, infatti, in alcune zone, ha perso quasi il 40% delle sue capacità operative a causa delle consegne all’Ucraina ed ora deve essere riarmato con armi nuove (che ovviamente non cederà).
Anche la Germania sta tirando con decisione il freno. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz non vuole consegnare i missili da crociera Taurus che l’Ucraina richiede. Secondo il quotidiano Tagesschau, Berlino e Kiev starebbero invece discutendo del rafforzamento della difesa aerea ucraina e di una possibile ulteriore consegna di missili antiaerei Patriot da parte della Germania. Ma non più di questo.
Il bilancio logistico di oltre 18 mesi di guerra mostra che dopo aver consegnato un centinaio di moderni carri armati Leopard 2, le consegne europee consistono ora in carri armati Leopard 1 risalenti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70. Mezzi dello stesso livello dei vecchi T-62 e T-55 di epoca sovietica.
Ma mentre le fabbriche di armi russe operano a pieno regime, a ritmi superiori a quelli prebellici, non altrettanto può avvenire in Europa (ci vogliono anni per riconvertire stabilimenti produttivi o aprirne di nuovi, ammesso che lo si voglia fare).
Per questo Kiev, nei giorni scorsi, ha proposto di installare direttamente sul proprio territorio nuove fabbriche di armi, magari con proprietà e tecnologia tedesca, per assicurarsi una produzione autonoma e non dipendere solo dai “regali” euro-atlantici.
Ma le nuove fabbriche sarebbero immediatamente bersaglio dei bombardamenti russi. E tutti gli analisti militari concordano nel dire che è molto improbabile che Mosca permetta che una fabbrica (Rheinmetall o altre) possa essere funzionante in Ucraina.
In effetti, tutto indica che entro un anno la posizione militare dell’Ucraina sarà pesantemente deteriorata per l’effetto combinato della riduzione degli aiuti statunitensi e dell’esaurimento delle scorte trasferibili europee, dell’impossibilità per Kiev di aumentare la produzione locale e della massiccia guerra di attrito russa.
E siccome – materialisticamente parlando – è “la condizione materiale a produrre la coscienza”, ecco che improvvisamente quel che non poteva neppure essere pensato (una via per le trattative, anche alle spalle di Kiev) diventa quasi “senso comune” anche ai piani alti dei governi europei.
Fonte
04/10/2023
USA - Biden chiama gli alleati. Il sostegno all’Ucraina vacilla
Un Biden sempre più traballante ha provato a rassicurare gli alleati circa il perdurante sostegno americano all’Ucraina, anche a seguito delle recenti decisioni del Congresso statunitense. Ma mentre discuteva con i leader occidentali, il Congresso ha silurato il portavoce Mc Carthy, colui che avevo reso possibile il compromesso bipartisan sul bilancio.
“Il presidente Usa ha avuto un colloquio con i leader dei Paesi alleati sugli aiuti all’Ucraina” afferma la Casa Bianca in una nota in cui ha spiegato che Biden ha chiamato i principali alleati per “coordinare” il sostegno al regime di Kiev.
L’iniziativa arriva sullo sfondo delle preoccupazioni nelle capitali occidentali dopo lo stop del Congresso agli aiuti militari a Kiev. “Il presidente Biden ha chiamato questa mattina gli alleati e partner per coordinare il nostro continuo sostegno all’Ucraina“.
La rinione d’emergenza telefonica, organizzata da Biden, si è svolta con i Capi di Stato e di Governo di Stati Uniti, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone, Polonia e Romania, il Segretario Generale della Nato Stoltenberg, il Presidente del Consiglio Europeo Michel e la Presidente della Commissione Europea von der Leyen.
L’appello arriva in mezzo alle preoccupazioni del Pentagono per la diminuzione delle risorse disponibili da inviare all’Ucraina, mentre Kiev incontra enormi difficoltà contro le forze russe. Ma tra le righe è leggibile anche un messaggio da parte di Biden agli alleati: “se i soldi non li possiamo mettere noi, dovrete metterli voi”.
Il Dipartimento della Difesa ha ancora a disposizione 5,4 miliardi di dollari di armi da inviare all’Ucraina, ma sta rapidamente esaurendo i fondi per rifornire anche le proprie scorte.
Ma il problema non riguarda solo il Pentagono. “Le potenze militari occidentali stanno esaurendo le munizioni per consentire all’Ucraina di difendersi dall’invasione su vasta scala della Russia, il fondo del barile ora è visibile”, ha avvertito l’ammiraglio Rob Bauer, il più alto funzionario militare della Nato, nel corso di un Forum per la sicurezza a Varsavia
La decisione del Congresso di escludere i fondi per l’Ucraina dal pacchetto di finanziamenti del bilancio statale è stato un duro colpo per il Presidente ucraino Zelenskyy, che il mese scorso si è recato a Washington per supplicare i leader del Congresso di continuare a fornire aiuti.
“Nel frattempo, il dibattito sull’approvazione dei fondi per la prosecuzione del sostegno economico e militare all’Ucraina si è fatto più complicato negli ultimi giorni” scrive il giornale statunitense Politico.
Domenica Biden aveva accennato ad un accordo con il presidente della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy sugli aiuti all’Ucraina. Ma proprio McCarthy, è stato destituito, con un voto storico del Congresso.
McCarthy è vittima di dispute all’interno del suo partito. I congressisti vicini a Donald Trump, aggiungendo i loro voti alla minoranza democratica della Camera, hanno estromesso lo speaker dal suo incarico, accusandolo proprio di aver negoziato con i Democratici un bilancio provvisorio per finanziare l’amministrazione federale, a cui molti conservatori erano contrari.
Il capo della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, martedì ha respinto l’idea che le divisioni tra i repubblicani della Camera possano soffocare gli sforzi per approvare ulteriori aiuti all’Ucraina. Ma i fatti sembrano smentirlo.
La crisi politica interna agli Stati Uniti sembra destinata ad acutizzarsi, sia come conseguenza delle molte contraddizioni accumulatesi fuori e dentro il paese, sia per l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.
Sulla politica estera gli USA hanno sempre potuto contare su una piena convergenza bipartisan che gli ha consentito di bombardare e intervenire impunemente in mezzo mondo. Ma adesso il gioco sembra non funzionare più, con le spinte incontrollabili sul piano interno che si avviluppano in una spirale difficile da sciogliere.
Fonte
“Il presidente Usa ha avuto un colloquio con i leader dei Paesi alleati sugli aiuti all’Ucraina” afferma la Casa Bianca in una nota in cui ha spiegato che Biden ha chiamato i principali alleati per “coordinare” il sostegno al regime di Kiev.
L’iniziativa arriva sullo sfondo delle preoccupazioni nelle capitali occidentali dopo lo stop del Congresso agli aiuti militari a Kiev. “Il presidente Biden ha chiamato questa mattina gli alleati e partner per coordinare il nostro continuo sostegno all’Ucraina“.
La rinione d’emergenza telefonica, organizzata da Biden, si è svolta con i Capi di Stato e di Governo di Stati Uniti, Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone, Polonia e Romania, il Segretario Generale della Nato Stoltenberg, il Presidente del Consiglio Europeo Michel e la Presidente della Commissione Europea von der Leyen.
L’appello arriva in mezzo alle preoccupazioni del Pentagono per la diminuzione delle risorse disponibili da inviare all’Ucraina, mentre Kiev incontra enormi difficoltà contro le forze russe. Ma tra le righe è leggibile anche un messaggio da parte di Biden agli alleati: “se i soldi non li possiamo mettere noi, dovrete metterli voi”.
Il Dipartimento della Difesa ha ancora a disposizione 5,4 miliardi di dollari di armi da inviare all’Ucraina, ma sta rapidamente esaurendo i fondi per rifornire anche le proprie scorte.
Ma il problema non riguarda solo il Pentagono. “Le potenze militari occidentali stanno esaurendo le munizioni per consentire all’Ucraina di difendersi dall’invasione su vasta scala della Russia, il fondo del barile ora è visibile”, ha avvertito l’ammiraglio Rob Bauer, il più alto funzionario militare della Nato, nel corso di un Forum per la sicurezza a Varsavia
La decisione del Congresso di escludere i fondi per l’Ucraina dal pacchetto di finanziamenti del bilancio statale è stato un duro colpo per il Presidente ucraino Zelenskyy, che il mese scorso si è recato a Washington per supplicare i leader del Congresso di continuare a fornire aiuti.
“Nel frattempo, il dibattito sull’approvazione dei fondi per la prosecuzione del sostegno economico e militare all’Ucraina si è fatto più complicato negli ultimi giorni” scrive il giornale statunitense Politico.
Domenica Biden aveva accennato ad un accordo con il presidente della Camera, il repubblicano Kevin McCarthy sugli aiuti all’Ucraina. Ma proprio McCarthy, è stato destituito, con un voto storico del Congresso.
McCarthy è vittima di dispute all’interno del suo partito. I congressisti vicini a Donald Trump, aggiungendo i loro voti alla minoranza democratica della Camera, hanno estromesso lo speaker dal suo incarico, accusandolo proprio di aver negoziato con i Democratici un bilancio provvisorio per finanziare l’amministrazione federale, a cui molti conservatori erano contrari.
Il capo della Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, martedì ha respinto l’idea che le divisioni tra i repubblicani della Camera possano soffocare gli sforzi per approvare ulteriori aiuti all’Ucraina. Ma i fatti sembrano smentirlo.
La crisi politica interna agli Stati Uniti sembra destinata ad acutizzarsi, sia come conseguenza delle molte contraddizioni accumulatesi fuori e dentro il paese, sia per l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.
Sulla politica estera gli USA hanno sempre potuto contare su una piena convergenza bipartisan che gli ha consentito di bombardare e intervenire impunemente in mezzo mondo. Ma adesso il gioco sembra non funzionare più, con le spinte incontrollabili sul piano interno che si avviluppano in una spirale difficile da sciogliere.
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