A fronte delle crisi internazionali che stanno destabilizzando il pianeta, la Cina ha deciso di reagire con una strategia che punta ad aprire nuovi assi di collegamento. Un’alternativa indispensabile, per garantire la catena degli approvvigionamenti produttivi necessari, in primo luogo, all’industria europea.
Aggirare le strettoie
Gli altri tirano bombe e lanciano missili. Per giunta a casaccio. Loro, invece, davanti ai problemi e alle rogne, che nel mondo contemporaneo spuntano come funghi, molto più saggiamente provano ad evitarli. Parliamo dei cinesi, perché se le crisi ricorrenti di una geopolitica ormai turbolenta e senza equilibrio, sembra quasi obbligarli a farsi avanti, loro hanno invece strategie diverse. Gli “hotspot”, i punti caldi che angosciano la diplomazia internazionale, a Pechino preferiscono aggirarli. E così i nipotini di Mao (e di Confucio) pensano di vincere una sofisticata partita a scacchi, senza sporcarsi le mani o, meglio ancora, senza sparare un colpo. L’idiozia di utilizzare la forza bruta la lasciano ad altri statisti (si fa per dire), che vengono da culture più “grossier”. Così, davanti a tragedie come l’invasione dell’Ucraina, la mattanza di Gaza e la guerra nel Golfo Persico, Xi Jinping e compagnia si preoccupano, prima di tutto, dell’equilibrio dei mercati e della necessità di mantenere un affidabile catena degli approvvigionamenti produttivi.
Nuovi assi di trasporto
Allora, diciamo che, per andare subito al cuore del discorso, da un certo punto di vista a Pechino si sono accorti (e non da ora) di avere il coltello dalla parte del manico. È la Cina ad alimentare molte delle industrie occidentali, ed europee in particolare, con la sua gigantesca offerta di materie prime e semilavorati indispensabili per processi produttivi di tutti i tipi. Con la differenza che adesso cominciano ad arrivare in Europa anche componenti ad alto valore aggiunto, destinati ai settori più sofisticati dell’imprenditoria. Ergo: se le crisi internazionali chiudono per rappresaglia (o per un’impennata della soglia del rischio) i passaggi-chiave, i cosiddetti “colli di bottiglia” come Hormuz, allora le prospettive per l’economia mondiale si fanno cupe. E quelle per la Cina, che è considerata la “fabbrica del mondo”, diventano nere. Ma a Pechino i vertici del partito non dormono, anzi, sono in fibrillazione, e propongono quello che sembra una specie di uovo di Colombo: la realizzazione di nuovi giganteschi corridoi transcontinentali, che servano a spostare le merci dall’immenso mercato cinese verso Ovest, fino alla lontana Europa.
Un progetto faraonico
“Secondo gli analisti – scrive Ralph Jennings, del South China Morning Post di Hong Kong – la Cina sta investendo in una rotta marittima di import-export attraverso il Mar Caspio verso l’Europa, che evita la Russia e aggira i conflitti del Medio Oriente. Le aziende statali cinesi hanno già investito centinaia di milioni di dollari per costruire il ‘Corridoio Centrale’, come viene definita la nuova opera. Sarà un’infrastruttura lungo 4.750 km (2.950 miglia), che attraversa il Kazakistan, il Mar Caspio interno e prosegue via mare fino all’Azerbaigian, per poi arrivare in Georgia e infine in Turchia. Come si desume dal programma intergovernativo georgiano ‘Corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia’ – chiarisce ancora Jennings – la Cina ha fornito un sostegno finanziario di circa 70 milioni di dollari e attrezzature per un valore di circa 2 milioni di dollari per il porto di Baku sul Mar Caspio. Inoltre, aziende cinesi hanno partecipato alla costruzione di un nuovo porto marittimo da 300 milioni di dollari ad Aktau, in Kazakistan, sull’altra sponda del Mar Caspio”. Il corridoio, noto anche come ‘Rotta Internazionale di Trasporto Transcaspica’, comprende strade e ferrovie, oltre ai due porti marittimi. La cosa più importante, però, è l’analisi costi benefici, con una valutazione di impatto eccezionalmente positiva. Secondo i calcoli effettuati dagli specialisti, “il Corridoio permetterebbe a una spedizione dalla Cina di raggiungere l’Europa in 15-18 giorni, rispetto ai 45-60 necessari via mare”. La notizia dello studio è stata fornita, a condizione di anonimato, da un’importante fonte diplomatica turca al South China Morning Post. Il governo di Erdogan, infatti, è particolarmente interessato al progetto, perché ne diverrebbe il terminale mediterraneo. Tra le altre cose, ricorda il South China Morning Post, “la Cina è il principale fornitore di beni importati dall’Unione Europea”. Per cui il Corridoio Transcaspico diventerebbe, per il Vecchio continente, una formidabile valvola di sicurezza per la catena degli approvvigionamenti produttivi nel caso di crisi internazionali.
Spunta la Turchia
In questo progetto è la Turchia che mira a sfruttare la propria posizione geografica, per diventare un punto di collegamento tra Asia ed Europa. Alcuni analisti sostengono che la Cina potrebbe portare finanziamenti e competenze logistiche di ‘livello mondiale’ per accelerare lo sviluppo del Corridoio. “Un tratto fondamentale del Corridoio Medio, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars – dice Jennings – ha ripreso a funzionare a pieno regime il 2 giugno, rafforzando la ‘connettività ininterrotta’ attraverso la Turchia. Il Corridoio di Mezzo può offrire alle aziende cinesi che operano in quel Paese un accesso più rapido e diversificato ai mercati europei e ad altri mercati regionali”. Erdogan, in fondo, ha sempre difeso la “Belt and Road Initiative”. Non per amore verso la Cina, ma perché uno statista non può sempre abbassare la testa davanti ai diktat (interessati) dei suoi alleati.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/07/2026
Il Corridoio del Caspio che scavalca tutte le crisi
14/10/2025
Ecco perché in Georgia le opposizioni filo-Ue non ottengono nulla
di Fulvio Scaglione
Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.
Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.
Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.
La memoria della guerra del 2008
Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.
L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.
Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.
La Russia come “Paese nemico”
Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.
Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.
Fonte
Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.
Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.
Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.
La memoria della guerra del 2008
Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.
L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.
Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.
La Russia come “Paese nemico”
Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.
Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.
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05/02/2025
Gli USA tagliano i fondi all’USAID. Panico tra i professionisti delle “rivoluzione colorate”
Tra la raffica di ordini esecutivi emessi dal presidente Donald Trump nei primi giorni della sua amministrazione, forse il più importante fino ad oggi è quello intitolato “rivalutare e riallineare l’assistenza estera degli Stati Uniti”.
In base a quest’ordine è stata immediatamente imposta una pausa di 90 giorni a tutta l’assistenza allo sviluppo all’estero degli Stati Uniti in tutto il mondo, ad eccezione, naturalmente, dei maggiori beneficiari degli aiuti statunitensi in Israele ed Egitto. Per ora, l’ordine vieta l’erogazione di fondi federali a qualsiasi “organizzazione non governativa, organizzazione internazionale e appaltatore” incaricato di attuare i programmi di “aiuto” degli Stati Uniti all’estero.
Nel giro di pochi giorni centinaia di “appaltatori interni” dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) sono stati messi in congedo non retribuito o licenziati a titolo definitivo come risultato diretto dell’ordine esecutivo.
Il collaboratore del Washington Post John Hudson ha riferito i funzionari dell’organizzazione definiscono le direttive di Trump sull’“assistenza allo sviluppo estero” un “approccio shock-and-awe”, che li ha lasciati barcollanti, incerti sul loro futuro.
Un membro anonimo dell’USAID gli ha detto che “hanno persino rimosso tutte le fotografie dei programmi di aiuto nei nostri uffici”, come attestano le fotografie che accompagnano l’ordine.
Mentre l’epurazione dell’amministrazione Trump ha provocato onde d’urto tra il corpo di sviluppo internazionale di Washington e i banditi di Washington che si nutrono delle sue reti, l’improvviso taglio dei fondi dell’USAID ha scatenato il panico all’estero.
Dall’America Latina all’Europa dell’Est, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari nelle ONG e nei media per spingere per le rivoluzioni colorate e varie operazioni di cambio di regime, il tutto in nome della “promozione della democrazia”.
Ora, mentre l’apparato globale del soft power americano, propagandato dal presidente George H.W. Bush come “mille punti di luce”, si sta chiudendo, i media apparentemente indipendenti, dall’Ucraina al Nicaragua, sono preoccupati per il loro futuro e chiedono donazioni sui loro siti web.
I media e l’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti rischiano di scomparire in Ucraina
Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno pompato miliardi di dollari in Ucraina per creare e fomentare un’opposizione ferventemente anti-russa. Come ha osservato l’ex assistente segretario del Dipartimento di Stato per gli affari dell’Europa orientale Victoria Nuland in un incontro sponsorizzato dall’industria petrolifera a Kiev nel 2009, “abbiamo investito 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina” a “costruire capacità democratiche e istituzioni” che le consentiranno di “raggiungere l’indipendenza europea”.
Alla vigilia del colpo di stato di Maidan nel 2014, gli Stati Uniti hanno inondato la società civile ucraina di sovvenzioni, dando vita a una rete di media filo-occidentali quasi da un giorno all’altro.
Tra loro c’era Hromadske, un’emittente liberale che spinse per il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych e si espresse a favore della successiva guerra contro i separatisti filo-russi nell’est del paese, anche glorificando i nazisti che combatterono contro l’Armata Rossa sovietica durante la seconda guerra mondiale.
Con l’ordine esecutivo di Trump che ha tagliato i programmi USAID, Hromadske è stato improvvisamente disconnesso dalla sua rete finanziaria. La stessa cosa è successa ai principali media ucraini emersi dopo il colpo di stato di Maidan, tra cui Ukrinform, Internews e un firmatario dell’International Fact-Checking Network guidato da Poynter, chiamato VoxUkraine.
Il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche e il Servizio del Vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica, entrambi istituiti per fare propaganda di guerra contro la Russia, sono anche tra i destinatari dei fondi USAID che ora sono affamati di liquidità.
Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky si è lamentato su Twitter/X del fatto che “programmi di importanza critica” che dipendono interamente dal “sostegno americano” sono stati ora “sospesi” a seguito dell’ordine esecutivo di Trump.
Zelenski ha promesso che “alcune iniziative chiave” saranno “finanziate con le nostre risorse interne”, mentre ha chiesto che le donazioni dei “partner europei” di Kiev siano “intensificate”.
Data la quasi totale distruzione economica dell’Ucraina da quando è scoppiata la guerra per procura contro la Russia nel febbraio 2022 e la sua totale dipendenza dall’USAID per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, non è chiaro come le “risorse interne” del Paese possano essere utilizzate per compensare, per quanto vagamente, il suo improvviso deficit. I media mainstream ucraini stanno già chiedendo ai loro lettori un sostegno finanziario semplicemente per poter continuare a operare.
Secondo l’Istituto di Informazione di Massa di Kiev, finanziato dall’estero, circa il 90% dei media del paese “dipende dai sussidi statunitensi”.
Il treno della salsa Contra 2.0 si è fermato in Nicaragua
Un belato simile è stato emanato dalle organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti in Nicaragua, dove dalla rielezione del popolare Fronte Sandinista di sinistra nel 2006, Washington ha pompato decine di milioni di dollari nei media di destra e nei gruppi di opposizione.
Allo stesso tempo, questi membri della quinta colonna finanziati dall’estero diffondono abitualmente disinformazione, incitando alla violenza contro il governo e i suoi sostenitori e influenzando i resoconti dei media occidentali sul paese.
Come riportato da Grayzone, un media dell’opposizione nicaraguense finanziato dall’USAID chiamato “100% Noticias” ha guidato una campagna per incitare alla violenza per tutto il 2018, quando un fallito tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti ha lasciato centinaia di morti nel paese.
Mentre l’organo di stampa ha ripetutamente presentato richieste per l’assassinio del presidente Daniel Ortega, il suo editore, Miguel Mora, ha detto a Max Blumenthal di The Grayzone che voleva un intervento militare degli Stati Uniti nel paese per rovesciare il governo eletto. Quando il governo nicaraguense ha finalmente chiuso la stazione e ha perseguito Mora, Washington ha risposto con accuse di repressione e minacce di pesanti sanzioni.
Il 21 gennaio, un media anti-sandinista chiamato Nicaragua Investiga ha avvertito che l’ordine di Trump “minaccia di infliggere un duro colpo” al paese e alla sua crociata anti-Ortega, “che dipende in gran parte dal sostegno finanziario e tecnico fornito da agenzie” come USAID. Questo sostegno, ha dichiarato l’organo di stampa, è stato un “pilastro fondamentale” negli sforzi della destra nicaraguense per minare e deporre il presidente antimperialista.
“Le organizzazioni della società civile che dipendono da questi aiuti sarebbero costrette a ridurre o cessare le loro attività”, ha avvertito Nicaragua Investiga. I media hanno anche lamentato che “regna l’incertezza su come e quando gli aiuti saranno ripristinati, e se le organizzazioni critiche del regime di Daniel Ortega che ancora sopravvivono fuori dal paese saranno in grado di mantenere le loro operazioni”.
Non è un caso che Nicaragua Investiga sia stato tra i media locali che hanno fatto molto affidamento sui sussidi del governo degli Stati Uniti per la loro esistenza.
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di balcanizzare i Balcani?
Nei Balcani occidentali, l’USAID, l’autoproclamato fronte della Cia attraverso il National Endowment for Democracy, la Open Society Foundation di George Soros e una panoplìa di Ong e media, si sono infiltrati in ogni sfera immaginabile della vita pubblica. Dopo la guerra civile del 1992-1995, la Bosnia Erzegovina è stata metodicamente trasformata in una colonia de facto dell’UE e degli Stati Uniti, con tutte le funzioni fondamentali dello Stato dirottate da interessi stranieri.
A quel tempo, i media mainstream facevano eco a una certa preoccupazione per il progetto imperiale. Nel 1998, il New York Times avvertì che il dominio degli Stati Uniti in Bosnia “sollevava domande preoccupanti su come lo stato funzionerà senza una continua infusione di aiuti stranieri e una diretta supervisione internazionale”.
Un alto consigliere del governo per gli affari esteri ha espresso preoccupazione per la mancanza di una strategia di uscita degli Stati Uniti dal paese o di un piano per porre fine alla “cultura della dipendenza della Bosnia”. Oggi, almeno 25.600 ONG finanziate dall’Occidente sono attive a Sarajevo.
La pausa dell’“assistenza esterna allo sviluppo” ha messo a rischio di scomparsa permanente innumerevoli posti di lavoro e organizzazioni beneficiarie nei Balcani.
Il 30 gennaio, Balkan Insight – un media che Grayzone ha denunciato come un tentacolo dell’intelligence britannica – ha pubblicato un’indagine illuminante su come la pausa degli aiuti “abbia immediatamente colpito un certo numero di organizzazioni in Bosnia ed Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia”.
Dal 2020 alla fine del 2024, Washington ha incanalato l’incredibile cifra di 1,7 miliardi di dollari nei Balcani occidentali, “sostenendo le organizzazioni della società civile e le istituzioni statali e progetti che vanno dai diritti umani e dai media all’efficienza energetica”, con quasi nessun beneficio sociale dimostrabile . Ora, “tutti i progetti sono stati fermati... fino alla fine del periodo di valutazione”. Le spese saranno coperte fino al 27 gennaio, “mentre tutto quello che verrà dopo dovrà fermarsi”. Licenziamenti e massicci tagli salariali sono già stati attuati nelle entità beneficiarie.
I lavoratori delle ONG consultati da Balkan Insight hanno espresso preoccupazione per il fatto che il congelamento dei finanziamenti statunitensi non sia temporaneo. Una fonte ha ipotizzato che l’ordine esecutivo potrebbe essere “solo un modo morbido per tagliare questi fondi in modo permanente”.
L’organo di stampa ha osservato che Washington “ha sostenuto migliaia di attività” nella regione e che “il numero preciso di progetti interessati” rimane “sconosciuto”. Quando i giornalisti hanno contattato gli uffici locali dell’USAID per chiedere chiarimenti sui tagli, sono stati reindirizzati in tutti i casi al quartier generale dell’agenzia a Washington.
Il campo base dell’USAID “ha risposto inviando un link al suo comunicato stampa” sulla sospensione dei finanziamenti. “Il presidente Trump ha chiaramente affermato che gli Stati Uniti non distribuiranno più denaro alla cieca senza alcun beneficio per il popolo americano”, ha dichiarato senza mezzi termini. “Rivedere e riallineare l’assistenza estera per conto dei contribuenti che lavorano sodo non è solo la cosa giusta da fare, è un imperativo morale”. Chiaramente, la nuova amministrazione non è minimamente preoccupata che interi settori delle economie locali dei Balcani siano stati effettivamente chiusi.
Anche in Albania, un paese tenacemente filo-americano, con una lobby influente a Washington, 30 progetti sovvenzionati da Washington sono stati sospesi, compresi quelli per finanziare “tribunali, uffici dei pubblici ministeri e ministeri della Difesa, dell’Istruzione e dello Sport e delle Finanze”.
In Macedonia – dove “la maggior parte” dei finanziamenti statunitensi è distribuita attraverso USAID e NED – 72 milioni di dollari stanziati per 22 progetti sono “ora in sospeso”. Anche sei iniziative regionali più ampie sostenute dall’USAID nei Balcani, che includono anche la Macedonia, “del valore di circa 140 milioni di dollari”, sono in fase di stallo. In termini sociali, queste somme sono monumentali.
La Georgia non è nella mente dell’amministrazione Trump
Dall’inizio del 2023, la Repubblica di Georgia è stata teatro di una serie di tentativi di rivoluzione colorata, tutti in risposta alla legge del governo che impone alle oltre 25mila organizzazioni finanziate dall’estero attive nel Paese di rivelare le loro fonti di finanziamento. Le ONG e i gruppi di attivisti sostenuti dall’Occidente sono stati in prima linea in tutti questi tentativi di colpi di stato.
Non sorprende che questo oscuro esercito di soldati che in precedenza erano finanziati dagli Stati Uniti sia furioso per il taglio dell’amministrazione Trump all’“assistenza allo sviluppo estero”.
Invece, il governo georgiano sembra soddisfatto. Il leader parlamentare Mamuka Mdinaradze si è spinto fino a suggerire che la controversa legge sulla trasparenza delle finanze estere “potrebbe non essere più necessaria” dopo l’ordine esecutivo di Trump. Infatti, ora che innumerevoli agenti del caos sponsorizzati dall’estero hanno esaurito i soldi, i contorni della rivoluzione colorata sono chiari a Tbilisi.
Il 30 gennaio, la pubblicazione locale in lingua inglese Georgia Today ha pubblicato un editoriale in cui lamentava che, “mentre il futuro dei loro finanziamenti è in bilico, le organizzazioni umanitarie stanno già licenziando o sospendendo il loro personale” e che “alcuni programmi” a Tbilisi “potrebbero avere difficoltà a ripartire dopo questa chiusura temporanea e molti potrebbero scomparire definitivamente”. Ha proseguito osservando che i finanziamenti dell’USAID “sono stati una pietra miliare dello sviluppo del paese dal 1992, con oltre 1,9 miliardi di dollari di assistenza fornita fino ad oggi”.
Prima della pausa dei finanziamenti, la sola USAID “ha investito in 39 programmi in tutto il paese, per un valore totale di 373 milioni di dollari e un budget annuale superiore a 70 milioni di dollari”. Questi sforzi si sono concentrati in modo schiacciante sulla “promozione delle riforme economiche” e sull’“incoraggiamento degli investimenti del settore privato”, cioè sulla facilitazione del saccheggio e dello sfruttamento finanziario straniero della Georgia.
Sebbene i critici locali dell’orodine esecutivo di Trump abbiano criticato la conseguente perdita dell’ampia influenza del “soft power” di Washington nel Sud del mondo, un tale ritiro non può che giovare notevolmente ai paesi colpiti.
Come osservato in un saggio di LeftEast, le ONG finanziate dall’estero hanno “eroso l'interesse dei cittadini georgiani e la sovranità e la democrazia del paese” per decenni. I suoi autori hanno spiegato: “Gli attivisti in Georgia sanno molto bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti vengono puniti e premiati: criticare il governo su Facebook ti farà guadagnare più sovvenzioni che stare nella comunità ad aiutare le persone... I donatori monitorano anche i profili degli attivisti sui social media e ci possono essere conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate”.
Tuttavia, il sollievo potrebbe essere prematuro per le popolazioni che hanno sofferto decenni di “assistenza allo sviluppo all’estero” degli Stati Uniti e i colpi di stato e i disordini che l’hanno accompagnata. La “pausa” negli aiuti statunitensi potrebbe in realtà essere una misura temporanea, o la spesa per il soft power potrebbe essere reindirizzata verso opzioni più difficili con ripercussioni ancora più gravi in tutto il mondo.
Fonte
In base a quest’ordine è stata immediatamente imposta una pausa di 90 giorni a tutta l’assistenza allo sviluppo all’estero degli Stati Uniti in tutto il mondo, ad eccezione, naturalmente, dei maggiori beneficiari degli aiuti statunitensi in Israele ed Egitto. Per ora, l’ordine vieta l’erogazione di fondi federali a qualsiasi “organizzazione non governativa, organizzazione internazionale e appaltatore” incaricato di attuare i programmi di “aiuto” degli Stati Uniti all’estero.
Nel giro di pochi giorni centinaia di “appaltatori interni” dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) sono stati messi in congedo non retribuito o licenziati a titolo definitivo come risultato diretto dell’ordine esecutivo.
Il collaboratore del Washington Post John Hudson ha riferito i funzionari dell’organizzazione definiscono le direttive di Trump sull’“assistenza allo sviluppo estero” un “approccio shock-and-awe”, che li ha lasciati barcollanti, incerti sul loro futuro.
Un membro anonimo dell’USAID gli ha detto che “hanno persino rimosso tutte le fotografie dei programmi di aiuto nei nostri uffici”, come attestano le fotografie che accompagnano l’ordine.
Mentre l’epurazione dell’amministrazione Trump ha provocato onde d’urto tra il corpo di sviluppo internazionale di Washington e i banditi di Washington che si nutrono delle sue reti, l’improvviso taglio dei fondi dell’USAID ha scatenato il panico all’estero.
Dall’America Latina all’Europa dell’Est, gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari nelle ONG e nei media per spingere per le rivoluzioni colorate e varie operazioni di cambio di regime, il tutto in nome della “promozione della democrazia”.
Ora, mentre l’apparato globale del soft power americano, propagandato dal presidente George H.W. Bush come “mille punti di luce”, si sta chiudendo, i media apparentemente indipendenti, dall’Ucraina al Nicaragua, sono preoccupati per il loro futuro e chiedono donazioni sui loro siti web.
I media e l’opposizione sostenuti dagli Stati Uniti rischiano di scomparire in Ucraina
Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno pompato miliardi di dollari in Ucraina per creare e fomentare un’opposizione ferventemente anti-russa. Come ha osservato l’ex assistente segretario del Dipartimento di Stato per gli affari dell’Europa orientale Victoria Nuland in un incontro sponsorizzato dall’industria petrolifera a Kiev nel 2009, “abbiamo investito 5 miliardi di dollari per aiutare l’Ucraina” a “costruire capacità democratiche e istituzioni” che le consentiranno di “raggiungere l’indipendenza europea”.
Alla vigilia del colpo di stato di Maidan nel 2014, gli Stati Uniti hanno inondato la società civile ucraina di sovvenzioni, dando vita a una rete di media filo-occidentali quasi da un giorno all’altro.
Tra loro c’era Hromadske, un’emittente liberale che spinse per il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych e si espresse a favore della successiva guerra contro i separatisti filo-russi nell’est del paese, anche glorificando i nazisti che combatterono contro l’Armata Rossa sovietica durante la seconda guerra mondiale.
Con l’ordine esecutivo di Trump che ha tagliato i programmi USAID, Hromadske è stato improvvisamente disconnesso dalla sua rete finanziaria. La stessa cosa è successa ai principali media ucraini emersi dopo il colpo di stato di Maidan, tra cui Ukrinform, Internews e un firmatario dell’International Fact-Checking Network guidato da Poynter, chiamato VoxUkraine.
Il Ministero della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche e il Servizio del Vice Primo Ministro per l’Integrazione Europea ed Euro-Atlantica, entrambi istituiti per fare propaganda di guerra contro la Russia, sono anche tra i destinatari dei fondi USAID che ora sono affamati di liquidità.
Il presidente ucraino Volodomyr Zelensky si è lamentato su Twitter/X del fatto che “programmi di importanza critica” che dipendono interamente dal “sostegno americano” sono stati ora “sospesi” a seguito dell’ordine esecutivo di Trump.
Zelenski ha promesso che “alcune iniziative chiave” saranno “finanziate con le nostre risorse interne”, mentre ha chiesto che le donazioni dei “partner europei” di Kiev siano “intensificate”.
Data la quasi totale distruzione economica dell’Ucraina da quando è scoppiata la guerra per procura contro la Russia nel febbraio 2022 e la sua totale dipendenza dall’USAID per pagare gli stipendi dei dipendenti statali, non è chiaro come le “risorse interne” del Paese possano essere utilizzate per compensare, per quanto vagamente, il suo improvviso deficit. I media mainstream ucraini stanno già chiedendo ai loro lettori un sostegno finanziario semplicemente per poter continuare a operare.
Secondo l’Istituto di Informazione di Massa di Kiev, finanziato dall’estero, circa il 90% dei media del paese “dipende dai sussidi statunitensi”.
Il treno della salsa Contra 2.0 si è fermato in Nicaragua
Un belato simile è stato emanato dalle organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti in Nicaragua, dove dalla rielezione del popolare Fronte Sandinista di sinistra nel 2006, Washington ha pompato decine di milioni di dollari nei media di destra e nei gruppi di opposizione.
Allo stesso tempo, questi membri della quinta colonna finanziati dall’estero diffondono abitualmente disinformazione, incitando alla violenza contro il governo e i suoi sostenitori e influenzando i resoconti dei media occidentali sul paese.
Come riportato da Grayzone, un media dell’opposizione nicaraguense finanziato dall’USAID chiamato “100% Noticias” ha guidato una campagna per incitare alla violenza per tutto il 2018, quando un fallito tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti ha lasciato centinaia di morti nel paese.
Mentre l’organo di stampa ha ripetutamente presentato richieste per l’assassinio del presidente Daniel Ortega, il suo editore, Miguel Mora, ha detto a Max Blumenthal di The Grayzone che voleva un intervento militare degli Stati Uniti nel paese per rovesciare il governo eletto. Quando il governo nicaraguense ha finalmente chiuso la stazione e ha perseguito Mora, Washington ha risposto con accuse di repressione e minacce di pesanti sanzioni.
Il 21 gennaio, un media anti-sandinista chiamato Nicaragua Investiga ha avvertito che l’ordine di Trump “minaccia di infliggere un duro colpo” al paese e alla sua crociata anti-Ortega, “che dipende in gran parte dal sostegno finanziario e tecnico fornito da agenzie” come USAID. Questo sostegno, ha dichiarato l’organo di stampa, è stato un “pilastro fondamentale” negli sforzi della destra nicaraguense per minare e deporre il presidente antimperialista.
“Le organizzazioni della società civile che dipendono da questi aiuti sarebbero costrette a ridurre o cessare le loro attività”, ha avvertito Nicaragua Investiga. I media hanno anche lamentato che “regna l’incertezza su come e quando gli aiuti saranno ripristinati, e se le organizzazioni critiche del regime di Daniel Ortega che ancora sopravvivono fuori dal paese saranno in grado di mantenere le loro operazioni”.
Non è un caso che Nicaragua Investiga sia stato tra i media locali che hanno fatto molto affidamento sui sussidi del governo degli Stati Uniti per la loro esistenza.
Gli Stati Uniti si sono rifiutati di balcanizzare i Balcani?
Nei Balcani occidentali, l’USAID, l’autoproclamato fronte della Cia attraverso il National Endowment for Democracy, la Open Society Foundation di George Soros e una panoplìa di Ong e media, si sono infiltrati in ogni sfera immaginabile della vita pubblica. Dopo la guerra civile del 1992-1995, la Bosnia Erzegovina è stata metodicamente trasformata in una colonia de facto dell’UE e degli Stati Uniti, con tutte le funzioni fondamentali dello Stato dirottate da interessi stranieri.
A quel tempo, i media mainstream facevano eco a una certa preoccupazione per il progetto imperiale. Nel 1998, il New York Times avvertì che il dominio degli Stati Uniti in Bosnia “sollevava domande preoccupanti su come lo stato funzionerà senza una continua infusione di aiuti stranieri e una diretta supervisione internazionale”.
Un alto consigliere del governo per gli affari esteri ha espresso preoccupazione per la mancanza di una strategia di uscita degli Stati Uniti dal paese o di un piano per porre fine alla “cultura della dipendenza della Bosnia”. Oggi, almeno 25.600 ONG finanziate dall’Occidente sono attive a Sarajevo.
La pausa dell’“assistenza esterna allo sviluppo” ha messo a rischio di scomparsa permanente innumerevoli posti di lavoro e organizzazioni beneficiarie nei Balcani.
Il 30 gennaio, Balkan Insight – un media che Grayzone ha denunciato come un tentacolo dell’intelligence britannica – ha pubblicato un’indagine illuminante su come la pausa degli aiuti “abbia immediatamente colpito un certo numero di organizzazioni in Bosnia ed Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia”.
Dal 2020 alla fine del 2024, Washington ha incanalato l’incredibile cifra di 1,7 miliardi di dollari nei Balcani occidentali, “sostenendo le organizzazioni della società civile e le istituzioni statali e progetti che vanno dai diritti umani e dai media all’efficienza energetica”, con quasi nessun beneficio sociale dimostrabile . Ora, “tutti i progetti sono stati fermati... fino alla fine del periodo di valutazione”. Le spese saranno coperte fino al 27 gennaio, “mentre tutto quello che verrà dopo dovrà fermarsi”. Licenziamenti e massicci tagli salariali sono già stati attuati nelle entità beneficiarie.
I lavoratori delle ONG consultati da Balkan Insight hanno espresso preoccupazione per il fatto che il congelamento dei finanziamenti statunitensi non sia temporaneo. Una fonte ha ipotizzato che l’ordine esecutivo potrebbe essere “solo un modo morbido per tagliare questi fondi in modo permanente”.
L’organo di stampa ha osservato che Washington “ha sostenuto migliaia di attività” nella regione e che “il numero preciso di progetti interessati” rimane “sconosciuto”. Quando i giornalisti hanno contattato gli uffici locali dell’USAID per chiedere chiarimenti sui tagli, sono stati reindirizzati in tutti i casi al quartier generale dell’agenzia a Washington.
Il campo base dell’USAID “ha risposto inviando un link al suo comunicato stampa” sulla sospensione dei finanziamenti. “Il presidente Trump ha chiaramente affermato che gli Stati Uniti non distribuiranno più denaro alla cieca senza alcun beneficio per il popolo americano”, ha dichiarato senza mezzi termini. “Rivedere e riallineare l’assistenza estera per conto dei contribuenti che lavorano sodo non è solo la cosa giusta da fare, è un imperativo morale”. Chiaramente, la nuova amministrazione non è minimamente preoccupata che interi settori delle economie locali dei Balcani siano stati effettivamente chiusi.
Anche in Albania, un paese tenacemente filo-americano, con una lobby influente a Washington, 30 progetti sovvenzionati da Washington sono stati sospesi, compresi quelli per finanziare “tribunali, uffici dei pubblici ministeri e ministeri della Difesa, dell’Istruzione e dello Sport e delle Finanze”.
In Macedonia – dove “la maggior parte” dei finanziamenti statunitensi è distribuita attraverso USAID e NED – 72 milioni di dollari stanziati per 22 progetti sono “ora in sospeso”. Anche sei iniziative regionali più ampie sostenute dall’USAID nei Balcani, che includono anche la Macedonia, “del valore di circa 140 milioni di dollari”, sono in fase di stallo. In termini sociali, queste somme sono monumentali.
La Georgia non è nella mente dell’amministrazione Trump
Dall’inizio del 2023, la Repubblica di Georgia è stata teatro di una serie di tentativi di rivoluzione colorata, tutti in risposta alla legge del governo che impone alle oltre 25mila organizzazioni finanziate dall’estero attive nel Paese di rivelare le loro fonti di finanziamento. Le ONG e i gruppi di attivisti sostenuti dall’Occidente sono stati in prima linea in tutti questi tentativi di colpi di stato.
Non sorprende che questo oscuro esercito di soldati che in precedenza erano finanziati dagli Stati Uniti sia furioso per il taglio dell’amministrazione Trump all’“assistenza allo sviluppo estero”.
Invece, il governo georgiano sembra soddisfatto. Il leader parlamentare Mamuka Mdinaradze si è spinto fino a suggerire che la controversa legge sulla trasparenza delle finanze estere “potrebbe non essere più necessaria” dopo l’ordine esecutivo di Trump. Infatti, ora che innumerevoli agenti del caos sponsorizzati dall’estero hanno esaurito i soldi, i contorni della rivoluzione colorata sono chiari a Tbilisi.
Il 30 gennaio, la pubblicazione locale in lingua inglese Georgia Today ha pubblicato un editoriale in cui lamentava che, “mentre il futuro dei loro finanziamenti è in bilico, le organizzazioni umanitarie stanno già licenziando o sospendendo il loro personale” e che “alcuni programmi” a Tbilisi “potrebbero avere difficoltà a ripartire dopo questa chiusura temporanea e molti potrebbero scomparire definitivamente”. Ha proseguito osservando che i finanziamenti dell’USAID “sono stati una pietra miliare dello sviluppo del paese dal 1992, con oltre 1,9 miliardi di dollari di assistenza fornita fino ad oggi”.
Prima della pausa dei finanziamenti, la sola USAID “ha investito in 39 programmi in tutto il paese, per un valore totale di 373 milioni di dollari e un budget annuale superiore a 70 milioni di dollari”. Questi sforzi si sono concentrati in modo schiacciante sulla “promozione delle riforme economiche” e sull’“incoraggiamento degli investimenti del settore privato”, cioè sulla facilitazione del saccheggio e dello sfruttamento finanziario straniero della Georgia.
Sebbene i critici locali dell’orodine esecutivo di Trump abbiano criticato la conseguente perdita dell’ampia influenza del “soft power” di Washington nel Sud del mondo, un tale ritiro non può che giovare notevolmente ai paesi colpiti.
Come osservato in un saggio di LeftEast, le ONG finanziate dall’estero hanno “eroso l'interesse dei cittadini georgiani e la sovranità e la democrazia del paese” per decenni. I suoi autori hanno spiegato: “Gli attivisti in Georgia sanno molto bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti vengono puniti e premiati: criticare il governo su Facebook ti farà guadagnare più sovvenzioni che stare nella comunità ad aiutare le persone... I donatori monitorano anche i profili degli attivisti sui social media e ci possono essere conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate”.
Tuttavia, il sollievo potrebbe essere prematuro per le popolazioni che hanno sofferto decenni di “assistenza allo sviluppo all’estero” degli Stati Uniti e i colpi di stato e i disordini che l’hanno accompagnata. La “pausa” negli aiuti statunitensi potrebbe in realtà essere una misura temporanea, o la spesa per il soft power potrebbe essere reindirizzata verso opzioni più difficili con ripercussioni ancora più gravi in tutto il mondo.
Fonte
17/01/2025
Georgia - La UE finanzia i media “indipendenti”
La vicenda della Georgia, dopo le elezioni che hanno visto la vittoria del partito Sogno Georgiano e il disconoscimento dei risultati da parte delle opposizioni e dell’ormai ex presidente Salomé Zourabichvili, ha preso i contorni delle scontro internazionale giocato attraverso gli strumenti della guerra ibrida.
Alle proteste di piazza si sono affiancate le dichiarazioni di condanna dei vertici occidentali e l’inasprimento del regime dei visti – da parte di USA e paesi baltici – per i funzionari georgiani. Intanto, Tbilisi ha messo in pausa il processo di adesione alla UE, e di conseguenza il tema è rientrato anche nel dibatitto intorno ai possibili nuovi membri della Comunità Europea.
Marta Kos, commissaria all’Allargamento, in audizione alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, si è infatti espressa sui candidati ad entrare nella UE. Ha innanzitutto ricordato i limiti di un percorso che vede almeno 150 decisioni da prendere all’unanimità, rendendo dunque necessaria un’ampia collaborazione tra tutti gli stati membri.
Ha ovviamente accennato all’Ucraina, al Montenegro e alla Moldavia, della quale la vita politica, a suo avviso, è fortemente condizionata da influenze russe. Ma se per questi paesi, per ora, il processo di adesione continua, la Georgia rappresenta il caso in cui “possono verificarsi anche battute d’arresto”, ha detto.
Ovviamente, questo ha portato anche a congelare i fondi europei di cui Tbilisi aveva fino ad oggi goduto. “La Commissione – ha specificato – ha già trattenuto più di 100 milioni di euro di finanziamenti, a diretto beneficio delle autorità georgiane, e stiamo valutando ulteriori riassegnazioni”.
Proprio la questione delle riassegnazioni ha assunto i contorni dell’idiozia che siamo ormai fin troppo abituati a vedere nell’Occidente in crisi. Di questi milioni bloccati, infatti, 8,5 sono già stati riallocati verso “organizzazioni della società civile e media indipendenti”, e altri 7 potrebbero essere ridestinati ad “attività di comunicazione”.
L’obiettivo è quello di contrastare “la disinformazione diffusa dalla leadership di Sogno Georgiano”. Si tratta, insomma, di un imponente intervento straniero sui media, e dunque sulla dialettica politica del paese caucasico: proprio quel tipo di “influenza straniera” che era al centro delle limitazioni della legge approvata da Tbilisi a maggio, e da cui sono originate le proteste sostenute dall’Occidente.
Non che l’opinione pubblica georgiana sia ferocemente anti-occidentale, anzi. Un sondaggio effettuato a fine 2023 dal National Democratic Institute (NDI), con sede a Washington e certamente non di simpatie filo-russe, ha registrato che quasi i tre quarti della popolazione del paese preferisce affiliarsi all’Occidente, quando si parla di politica estera.
Allo stesso tempo, però, la metà di questo 75% vuole mantenere buone relazioni con Mosca, per evidenti necessità di ‘buon vicinato’, se così vogliamo chiamarlo. Ma la logica che ormai governa le centrali imperialiste euroatlantiche non contempla più vie di mezzo: o si è completamente asserviti agli interessi occidentali, o si è dei nemici.
La sospensione dell’accordo per facilitare i visti tra UE e Georgia per i titolari di passaporti per il servizio diplomatico verrà votata definitivamente a fine gennaio. Un’altra mossa che serve, da parte di Bruxelles, a continuare il braccio di ferro verso il governo georgiano, in questa corsa all’escalation che non accenna a fermarsi.
Fonte
Alle proteste di piazza si sono affiancate le dichiarazioni di condanna dei vertici occidentali e l’inasprimento del regime dei visti – da parte di USA e paesi baltici – per i funzionari georgiani. Intanto, Tbilisi ha messo in pausa il processo di adesione alla UE, e di conseguenza il tema è rientrato anche nel dibatitto intorno ai possibili nuovi membri della Comunità Europea.
Marta Kos, commissaria all’Allargamento, in audizione alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, si è infatti espressa sui candidati ad entrare nella UE. Ha innanzitutto ricordato i limiti di un percorso che vede almeno 150 decisioni da prendere all’unanimità, rendendo dunque necessaria un’ampia collaborazione tra tutti gli stati membri.
Ha ovviamente accennato all’Ucraina, al Montenegro e alla Moldavia, della quale la vita politica, a suo avviso, è fortemente condizionata da influenze russe. Ma se per questi paesi, per ora, il processo di adesione continua, la Georgia rappresenta il caso in cui “possono verificarsi anche battute d’arresto”, ha detto.
Ovviamente, questo ha portato anche a congelare i fondi europei di cui Tbilisi aveva fino ad oggi goduto. “La Commissione – ha specificato – ha già trattenuto più di 100 milioni di euro di finanziamenti, a diretto beneficio delle autorità georgiane, e stiamo valutando ulteriori riassegnazioni”.
Proprio la questione delle riassegnazioni ha assunto i contorni dell’idiozia che siamo ormai fin troppo abituati a vedere nell’Occidente in crisi. Di questi milioni bloccati, infatti, 8,5 sono già stati riallocati verso “organizzazioni della società civile e media indipendenti”, e altri 7 potrebbero essere ridestinati ad “attività di comunicazione”.
L’obiettivo è quello di contrastare “la disinformazione diffusa dalla leadership di Sogno Georgiano”. Si tratta, insomma, di un imponente intervento straniero sui media, e dunque sulla dialettica politica del paese caucasico: proprio quel tipo di “influenza straniera” che era al centro delle limitazioni della legge approvata da Tbilisi a maggio, e da cui sono originate le proteste sostenute dall’Occidente.
Non che l’opinione pubblica georgiana sia ferocemente anti-occidentale, anzi. Un sondaggio effettuato a fine 2023 dal National Democratic Institute (NDI), con sede a Washington e certamente non di simpatie filo-russe, ha registrato che quasi i tre quarti della popolazione del paese preferisce affiliarsi all’Occidente, quando si parla di politica estera.
Allo stesso tempo, però, la metà di questo 75% vuole mantenere buone relazioni con Mosca, per evidenti necessità di ‘buon vicinato’, se così vogliamo chiamarlo. Ma la logica che ormai governa le centrali imperialiste euroatlantiche non contempla più vie di mezzo: o si è completamente asserviti agli interessi occidentali, o si è dei nemici.
La sospensione dell’accordo per facilitare i visti tra UE e Georgia per i titolari di passaporti per il servizio diplomatico verrà votata definitivamente a fine gennaio. Un’altra mossa che serve, da parte di Bruxelles, a continuare il braccio di ferro verso il governo georgiano, in questa corsa all’escalation che non accenna a fermarsi.
Fonte
30/12/2024
Georgia - Insediamento del nuovo presidente, quali scenari si aprono?
Si è infine insediato il nuovo presidente della Georgia, Mikheil Kavelashvili, eletto in maniera indiretta dal parlamento di Tbilisi lo scorso 14 dicembre. Tra le proteste di piazza, costellate di bandiere statunitensi ed europee, il processo elettorale cominciato a ottobre si è infine concluso, e per ora senza smottamenti istituzionali.
Salomé Zourabishvili, il capo di Stato uscente, ha infatti lasciato il palazzo presidenziale appena prima del giuramento di Kavelashvili. Ma ha anche continuato a ribadire che si considera come “l’unica leader legittima” del paese, in riferimento ai contestati risultati delle votazioni appena svolte.
Il 20 dicembre è stato presentato il rapporto finale dell’OCSE sulla situazione osservata nel giorno delle elezioni. E come già fatto presente nelle note preliminari già rilasciate, “dal punto di vista procedurale, il giorno delle elezioni è stato generalmente gestito in maniera ordinata” anche se ci sono state tensioni e anche casi di intimidazione.
Nulla comunque che renda illegittimo il voto, come sostenuto dalle opposizioni, e difatti la missione dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) dell’OCSE si limita a consigliare alcune misure per rientrare in cosiddetti “standard internazionali“. Ma a vedere alcuni temi, è facile vedere l’ipocrisia.
L’offerta politica è stata amplia e inclusiva, e i candidati hanno potuto fare campagna liberamente, ma viene ad esempio sottolineato come l’orizzonte dei media sia altamente polarizzato… come se in Occidente non lo fosse. E ovviamente viene anche attaccata la legge sulle influenze straniere, oggetto di forti proteste pochi mesi fa.
Anche in questo caso è bene ricordare che la norma, più che all’omologa russa, è simile a quella statunitense o a quella introdotta dalla UE, anch’essa oggetto di ampie critiche da parte delle organizzazioni non governative. E ovviamente, in quest’ultimo caso, rimaste inascoltate.
Non bisogna dimenticare che alla missione dell’ODIHR in Georgia si sono aggregati anche rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della NATO e del Parlamento Europeo. Non si può dunque certo dire che fosse una delegazione neutra, se si considera che il nodo centrale delle elezioni è stato proprio il rapporto con Mosca.
Lo stesso giorno della presentazione del rapporto, Zourabishvili ha parlato in audizione davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa e Politiche del Senato italiano, dopo aver parlato al Parlamento Europeo. I partiti sconfitti a ottobre e la presidente uscente hanno più volte chiesto un intervento delle potenze occidentali, ma per ora la questione rimane in sospeso.
Rimangono però due temi sul piatto che lasciano aperte le strade di un’ulteriore destabilizzazione del paese caucasico. Innanzitutto, il fatto che il consesso parlamentare non è stato ancora riconosciuto dalle opposizioni, e poi il fatto che Zourabishvili, postasi alla loro testa, si considera come unico capo di Stato legittimo.
Questa è una situazione che crea le basi per una sorta di governo alternativo e parallelo, magari “in esilio“, che se riconosciuto significherebbe rompere la continuità istituzionale per ora mantenuta. Insomma, ci sono le condizioni per aprire un disconoscimento totale degli attuali rappresentanti georgiani, se venisse considerato utile fare questo passo.
Ciò potrà avvenire – e questo è il secondo tema – solo se gli imperialisti occidentali valuteranno la propria capacità di influenzare la vita politica ed economica del paese sufficientemente solida, proprio attraverso le organizzazione non governative che sono state oggetto del provvedimento contestato mesi fa.
La situazione per ora rimane in stand by, ma nel precipitare degli eventi a livello mondiale le fondamenta di un ennesimo golpe istituzionale sono state poste. Il clima a Tbilisi va tenuto d’occhio.
Fonte
Salomé Zourabishvili, il capo di Stato uscente, ha infatti lasciato il palazzo presidenziale appena prima del giuramento di Kavelashvili. Ma ha anche continuato a ribadire che si considera come “l’unica leader legittima” del paese, in riferimento ai contestati risultati delle votazioni appena svolte.
Il 20 dicembre è stato presentato il rapporto finale dell’OCSE sulla situazione osservata nel giorno delle elezioni. E come già fatto presente nelle note preliminari già rilasciate, “dal punto di vista procedurale, il giorno delle elezioni è stato generalmente gestito in maniera ordinata” anche se ci sono state tensioni e anche casi di intimidazione.
Nulla comunque che renda illegittimo il voto, come sostenuto dalle opposizioni, e difatti la missione dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) dell’OCSE si limita a consigliare alcune misure per rientrare in cosiddetti “standard internazionali“. Ma a vedere alcuni temi, è facile vedere l’ipocrisia.
L’offerta politica è stata amplia e inclusiva, e i candidati hanno potuto fare campagna liberamente, ma viene ad esempio sottolineato come l’orizzonte dei media sia altamente polarizzato… come se in Occidente non lo fosse. E ovviamente viene anche attaccata la legge sulle influenze straniere, oggetto di forti proteste pochi mesi fa.
Anche in questo caso è bene ricordare che la norma, più che all’omologa russa, è simile a quella statunitense o a quella introdotta dalla UE, anch’essa oggetto di ampie critiche da parte delle organizzazioni non governative. E ovviamente, in quest’ultimo caso, rimaste inascoltate.
Non bisogna dimenticare che alla missione dell’ODIHR in Georgia si sono aggregati anche rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della NATO e del Parlamento Europeo. Non si può dunque certo dire che fosse una delegazione neutra, se si considera che il nodo centrale delle elezioni è stato proprio il rapporto con Mosca.
Lo stesso giorno della presentazione del rapporto, Zourabishvili ha parlato in audizione davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa e Politiche del Senato italiano, dopo aver parlato al Parlamento Europeo. I partiti sconfitti a ottobre e la presidente uscente hanno più volte chiesto un intervento delle potenze occidentali, ma per ora la questione rimane in sospeso.
Rimangono però due temi sul piatto che lasciano aperte le strade di un’ulteriore destabilizzazione del paese caucasico. Innanzitutto, il fatto che il consesso parlamentare non è stato ancora riconosciuto dalle opposizioni, e poi il fatto che Zourabishvili, postasi alla loro testa, si considera come unico capo di Stato legittimo.
Questa è una situazione che crea le basi per una sorta di governo alternativo e parallelo, magari “in esilio“, che se riconosciuto significherebbe rompere la continuità istituzionale per ora mantenuta. Insomma, ci sono le condizioni per aprire un disconoscimento totale degli attuali rappresentanti georgiani, se venisse considerato utile fare questo passo.
Ciò potrà avvenire – e questo è il secondo tema – solo se gli imperialisti occidentali valuteranno la propria capacità di influenzare la vita politica ed economica del paese sufficientemente solida, proprio attraverso le organizzazione non governative che sono state oggetto del provvedimento contestato mesi fa.
La situazione per ora rimane in stand by, ma nel precipitare degli eventi a livello mondiale le fondamenta di un ennesimo golpe istituzionale sono state poste. Il clima a Tbilisi va tenuto d’occhio.
Fonte
23/12/2024
In Georgia l’Occidente abolisce lo Stato di diritto
La presidente uscente della Georgia, l’imbrogliona Salomé Zourabichvili, ha rilasciato qualche giorno fa un nuovo discorso al Parlamento europeo assolutamente da vedere. Questo discorso è l’apoteosi del declino terminale dell’“Ordine basato sulle regole”, per come concepito in Occidente.
Quando le cose si fanno difficili e le élite al potere in Europa sperperano il mandato conferitole dal popolo, non resta altra strada che quella di inasprire le politiche totalitarie per rimanere al potere e mantenere il controllo del sistema, inteso come la griglia interconnessa di poteri dello “Stato profondo”.
In questo modo, gli appelli antidemocratici come quello della Zourabichvili diventano incredibilmente chiari poiché sono costretti a dire ad alta voce ciò che prima era impensabile affermare pubblicamente (qui il video sottotitolato in inglese).
Questo per esempio è quello che è avvenuto recentemente anche in Romania.
In Georgia, in sostanza la presidente chiede alle potenze europee di intervenire nel suo Paese, di agire contro il suo popolo e il suo prossimo governo, che definisce illegittimo.
Per la cronaca, ha definito illegittime sia le elezioni parlamentari che quelle presidenziali e ha giurato di rimanere illegalmente oltre la sua scadenza, prevista per il 29 dicembre 2024.
Le dichiarazioni ipocrite e traditrici della Zourabichvili sono così tante che sarebbe troppo lungo elencarle tutte.
Fin dall’inizio la presidente ha incolpato le “tendenze imperialistiche” russe di voler influenzare la Georgia, ma quasi allo stesso tempo ha dichiarato che la Georgia rappresenta un “interesse strategico” per l’Europa e che questa dovrebbe quindi intervenire per prenderne il controllo. Non è forse imperialismo con lo stesso nome?
Zourabichvili continua a dire il non detto nominando tutti i vantaggi strategici che la NATO e l’UE vedrebbero con la Georgia sotto il loro comando, come il controllo del Mar Nero, dell’Armenia, del Caucaso, tra le altre cose.
La presidente ha salutato l’annullamento illegale delle elezioni rumene, accolto con un fragoroso applauso dai corrotti burocrati non eletti e questo dimostra la flagrante corruzione del sistema: un impero morente cerca solo il potere assoluto e l’espansione a tutti i costi, nient’altro conta.
Le leggi, le regole, i principi democratici sono solo mere frivolezze da usare come merce di scambio o argomenti di discussione per raggiungere un determinato fine.
Il discorso al Parlamento europeo ha un significato particolare perché il mandato di Zourabichvili scade il 29 dicembre, data in cui si dovrebbe insediare Mikheil Kavelashvili.
La pazza traditrice ha apertamente giurato che non si dimetterà, il che significa che tra una settimana circa si arriverà a un punto di scontro di proporzioni senza precedenti.
Ma i saggi leader del Sud globale hanno ascoltato le malefatte dei corrotti fantocci dell’Occidente.
Non resta che ascoltare le loro voci nel comprendere ciò che sta accadendo, in un momento in cui il governo Macron sta crollando, quello di Scholz è già crollato, Biden è stato sostituito con un quasi-golpe e Trudeau in Canada secondo le indiscrezioni è destinato a dimettersi, a dimostrazione come l’intero ordine occidentale sia in crisi terminale.
Fonte
Quando le cose si fanno difficili e le élite al potere in Europa sperperano il mandato conferitole dal popolo, non resta altra strada che quella di inasprire le politiche totalitarie per rimanere al potere e mantenere il controllo del sistema, inteso come la griglia interconnessa di poteri dello “Stato profondo”.
In questo modo, gli appelli antidemocratici come quello della Zourabichvili diventano incredibilmente chiari poiché sono costretti a dire ad alta voce ciò che prima era impensabile affermare pubblicamente (qui il video sottotitolato in inglese).
Questo per esempio è quello che è avvenuto recentemente anche in Romania.
In Georgia, in sostanza la presidente chiede alle potenze europee di intervenire nel suo Paese, di agire contro il suo popolo e il suo prossimo governo, che definisce illegittimo.
Per la cronaca, ha definito illegittime sia le elezioni parlamentari che quelle presidenziali e ha giurato di rimanere illegalmente oltre la sua scadenza, prevista per il 29 dicembre 2024.
Le dichiarazioni ipocrite e traditrici della Zourabichvili sono così tante che sarebbe troppo lungo elencarle tutte.
Fin dall’inizio la presidente ha incolpato le “tendenze imperialistiche” russe di voler influenzare la Georgia, ma quasi allo stesso tempo ha dichiarato che la Georgia rappresenta un “interesse strategico” per l’Europa e che questa dovrebbe quindi intervenire per prenderne il controllo. Non è forse imperialismo con lo stesso nome?
Zourabichvili continua a dire il non detto nominando tutti i vantaggi strategici che la NATO e l’UE vedrebbero con la Georgia sotto il loro comando, come il controllo del Mar Nero, dell’Armenia, del Caucaso, tra le altre cose.
La presidente ha salutato l’annullamento illegale delle elezioni rumene, accolto con un fragoroso applauso dai corrotti burocrati non eletti e questo dimostra la flagrante corruzione del sistema: un impero morente cerca solo il potere assoluto e l’espansione a tutti i costi, nient’altro conta.
Le leggi, le regole, i principi democratici sono solo mere frivolezze da usare come merce di scambio o argomenti di discussione per raggiungere un determinato fine.
Il discorso al Parlamento europeo ha un significato particolare perché il mandato di Zourabichvili scade il 29 dicembre, data in cui si dovrebbe insediare Mikheil Kavelashvili.
La pazza traditrice ha apertamente giurato che non si dimetterà, il che significa che tra una settimana circa si arriverà a un punto di scontro di proporzioni senza precedenti.
Ma i saggi leader del Sud globale hanno ascoltato le malefatte dei corrotti fantocci dell’Occidente.
Non resta che ascoltare le loro voci nel comprendere ciò che sta accadendo, in un momento in cui il governo Macron sta crollando, quello di Scholz è già crollato, Biden è stato sostituito con un quasi-golpe e Trudeau in Canada secondo le indiscrezioni è destinato a dimettersi, a dimostrazione come l’intero ordine occidentale sia in crisi terminale.
Fonte
15/12/2024
Georgia - Il nuovo presidente non è riconosciuto dai filo-occidentali
Si è svolta ieri la votazione del nuovo presidente della Georgia, che ha registrato l'elezione di Mikheil Kavelashvili alla più alta carica dello stato, sostituendo così Salomé Zourabichvili (l’ex ambasciatrice di Francia a Tblisi, che ha sfruttato sei anni fa la sua doppia nazionalità).
Per la prima volta, dopo la riforma costituzionale del 2017, l’incarico non è stato scelto attraverso il voto diretto, ma da un consesso formato dai 150 parlamentari più 150 rappresentanti regionali.
Fuori dal parlamento, sono continuate le proteste che si sono intensificate dopo il 28 novembre, quando il primo ministro Irakli Kobakhidze ha deciso di sospendere il processo di adesione alla UE, almeno fino al 2028. La scelta è stata una risposta all’evidente ingerenza promossa nella vita politica interna del paese.
L’esito elettorale della fine di ottobre ha visto riaffermarsi nettamente il partito Sogno Georgiano, con circa il 54% dei consensi, in una tornata con l’affluenza in aumento rispetto alle precedenti elezioni. Nonostante vi siano state tensioni e violenze, alla fine nessun osservatore internazionale ha potuto riscontrare brogli di massa.
La Corte Costituzionale ha pertanto respinto il ricorso presentato da alcuni parlamentari e dalla stessa presidente uscente Zourabichvili, che si è peraltro rifiutata di presentare prove circa i fatti che avrebbero reso illegittime le elezioni. L’opposizione ha anche disertato la prima riunione del Parlamento e in molti si sono uniti alle proteste.
Zourabichvili si è rifiutata di cedere il proprio ruolo, affermando già a fine novembre: “non ci sarà nessuna inaugurazione e il mio mandato prosegue”. Secondo la Costituzione, però, il suo mandato dura fino al 29 dicembre, ma è chiaro che non è intenzionata a cedere il posto finché non verranno organizzate nuove elezioni.
È ciò che ha chiesto anche la UE in una sua risoluzione. I paesi occidentali hanno sostenuto le opposizioni e Zourabichvili, che giovedì si è incontrata con una delegazione del Parlamento Europeo che si è unita ai manifestanti antigovernativi: un’ingerenza straniera che in qualsiasi paese euroatlantico sarebbe stata considerata al pari di una dichiarazione di guerra.
Gli Stati Uniti hanno già imposto nuove sanzioni contro 20 esponenti georgiani per azioni volte a “danneggiare la democrazia in Georgia”, mentre lo stesso tema verrà discusso il 16 dicembre dai ministri degli Esteri della UE, riuniti da Kaja Kallas, la nuova Alta rappresentante per gli affari esteri comunitari.
Lunedì Kallas chiederà il mandato per esplorare gli aspetti tecnici necessari a imporre il congelamento dei beni e il divieto di viaggio a funzionari georgiani che, sembra, sono ancora da identificare. Ma è probabile saranno più o meno gli stessi già colpiti da misure simili decise dai paesi baltici a inizio mese.
È probabile che questo attendismo non sia legato unicamente alla delicata situazione istituzionale, ma anche alle dichiarazioni del ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. Il quale, infatti, ha ospitato martedì scorso il suo omologo georgiano, Maka Botchorishvili, e ha dichiarato: “se una proposta del genere verrà presentata ufficialmente, ovviamente porremo il veto”.
Risulta evidente come tra Budapest e Tbilisi si condivida un approccio di maggior dialogo con Mosca, nodo centrale della divisione che ha preso piede nella vita politica della Georgia. Per motivi molto pragmatici, a partire dai timori di possibili tensioni come quelle della Repubblica dell’Ossezia del Sud, de facto indipendente e vicina alla Russia.
Le potenze euroatlantiche, infatti, come al solito spingono per mandare in prima linea gli altri paesi e popoli, mentre sono a loro a guadagnarne sul piano dello scontro internazionale. È questo che preoccupa la maggioranza georgiana e il nuovo presidente, eletto con 224 voti sui 200 necessari.
Non si deve nascondere la sua appartenenza a una formazione della destra conservatrice, ma sono insopportabili gli allarmismi lanciati in merito dai vertici di Bruxelles, la cui Commissione è stata da poco eletta con i voti dei meloniani (per non dire del governo francese, prima sostenuto e poi fatto cadere da Marine Le Pen). Le idee in tema di diritti civili e modello sociale che hanno tante formazioni cooptate nei governi occidentali non sono molto molto distanti da quelle di Kavelashvili, anzi...
Il problema è il non allinearsi alla guerra totale promossa dalle centrali imperialiste. Il nuovo presidente ha accusato molte organizzazioni non governative e membri dell’opposizione di essere manovrati da congressisti statunitensi che hanno “un desiderio insaziabile di distruggere il nostro paese” e di progettare “una rivoluzione violenta diretta e l’ucrainizzazione della Georgia”.
La polarizzazione del paese si fa sempre più calda, e mancano due settimane alla data in cui Zourabichvili dovrebbe lasciare il posto a Kavelashvili. Saranno due settimane che riveleranno se davvero il destino della Georgia sarà di finire come l’Ucraina.
Fonte
Per la prima volta, dopo la riforma costituzionale del 2017, l’incarico non è stato scelto attraverso il voto diretto, ma da un consesso formato dai 150 parlamentari più 150 rappresentanti regionali.
Fuori dal parlamento, sono continuate le proteste che si sono intensificate dopo il 28 novembre, quando il primo ministro Irakli Kobakhidze ha deciso di sospendere il processo di adesione alla UE, almeno fino al 2028. La scelta è stata una risposta all’evidente ingerenza promossa nella vita politica interna del paese.
L’esito elettorale della fine di ottobre ha visto riaffermarsi nettamente il partito Sogno Georgiano, con circa il 54% dei consensi, in una tornata con l’affluenza in aumento rispetto alle precedenti elezioni. Nonostante vi siano state tensioni e violenze, alla fine nessun osservatore internazionale ha potuto riscontrare brogli di massa.
La Corte Costituzionale ha pertanto respinto il ricorso presentato da alcuni parlamentari e dalla stessa presidente uscente Zourabichvili, che si è peraltro rifiutata di presentare prove circa i fatti che avrebbero reso illegittime le elezioni. L’opposizione ha anche disertato la prima riunione del Parlamento e in molti si sono uniti alle proteste.
Zourabichvili si è rifiutata di cedere il proprio ruolo, affermando già a fine novembre: “non ci sarà nessuna inaugurazione e il mio mandato prosegue”. Secondo la Costituzione, però, il suo mandato dura fino al 29 dicembre, ma è chiaro che non è intenzionata a cedere il posto finché non verranno organizzate nuove elezioni.
È ciò che ha chiesto anche la UE in una sua risoluzione. I paesi occidentali hanno sostenuto le opposizioni e Zourabichvili, che giovedì si è incontrata con una delegazione del Parlamento Europeo che si è unita ai manifestanti antigovernativi: un’ingerenza straniera che in qualsiasi paese euroatlantico sarebbe stata considerata al pari di una dichiarazione di guerra.
Gli Stati Uniti hanno già imposto nuove sanzioni contro 20 esponenti georgiani per azioni volte a “danneggiare la democrazia in Georgia”, mentre lo stesso tema verrà discusso il 16 dicembre dai ministri degli Esteri della UE, riuniti da Kaja Kallas, la nuova Alta rappresentante per gli affari esteri comunitari.
Lunedì Kallas chiederà il mandato per esplorare gli aspetti tecnici necessari a imporre il congelamento dei beni e il divieto di viaggio a funzionari georgiani che, sembra, sono ancora da identificare. Ma è probabile saranno più o meno gli stessi già colpiti da misure simili decise dai paesi baltici a inizio mese.
È probabile che questo attendismo non sia legato unicamente alla delicata situazione istituzionale, ma anche alle dichiarazioni del ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó. Il quale, infatti, ha ospitato martedì scorso il suo omologo georgiano, Maka Botchorishvili, e ha dichiarato: “se una proposta del genere verrà presentata ufficialmente, ovviamente porremo il veto”.
Risulta evidente come tra Budapest e Tbilisi si condivida un approccio di maggior dialogo con Mosca, nodo centrale della divisione che ha preso piede nella vita politica della Georgia. Per motivi molto pragmatici, a partire dai timori di possibili tensioni come quelle della Repubblica dell’Ossezia del Sud, de facto indipendente e vicina alla Russia.
Le potenze euroatlantiche, infatti, come al solito spingono per mandare in prima linea gli altri paesi e popoli, mentre sono a loro a guadagnarne sul piano dello scontro internazionale. È questo che preoccupa la maggioranza georgiana e il nuovo presidente, eletto con 224 voti sui 200 necessari.
Non si deve nascondere la sua appartenenza a una formazione della destra conservatrice, ma sono insopportabili gli allarmismi lanciati in merito dai vertici di Bruxelles, la cui Commissione è stata da poco eletta con i voti dei meloniani (per non dire del governo francese, prima sostenuto e poi fatto cadere da Marine Le Pen). Le idee in tema di diritti civili e modello sociale che hanno tante formazioni cooptate nei governi occidentali non sono molto molto distanti da quelle di Kavelashvili, anzi...
Il problema è il non allinearsi alla guerra totale promossa dalle centrali imperialiste. Il nuovo presidente ha accusato molte organizzazioni non governative e membri dell’opposizione di essere manovrati da congressisti statunitensi che hanno “un desiderio insaziabile di distruggere il nostro paese” e di progettare “una rivoluzione violenta diretta e l’ucrainizzazione della Georgia”.
La polarizzazione del paese si fa sempre più calda, e mancano due settimane alla data in cui Zourabichvili dovrebbe lasciare il posto a Kavelashvili. Saranno due settimane che riveleranno se davvero il destino della Georgia sarà di finire come l’Ucraina.
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04/12/2024
Georgia - Continuano le proteste, evocato lo spettro di una nuova Euromaidan
Continuano le proteste in Georgia, e in particolare nella capitale Tbilisi, nel mezzo della profonda crisi nata dal non riconoscimento dei risultati elettorali di fine ottobre. Otto città sono state paralizzate dai manifestanti ed è stata bloccata la strada di acceso al porto di Poti, uno dei più importanti snodi del Mar Nero.
Negli scorsi giorni il ministro della Sanità Mikheil Sarjveladze ha reso noto che ci sono stati 37 feriti portati in ospedale, a cui si aggiungono 200 arrestati. Decine di diplomatici georgiani si sono dimessi in segno di protesta, tentando di allargare a livello internazionale l’eco delle proteste.
Sono continuati gli scontri di fronte al Parlamento, con barricate e lanci di molotov. Durante le manifestazioni è stato arrestato Zurab Japaridze, uno dei leader del partito di opposizione “Coalizione per il cambiamento”, l’ombrello sotto cui si sono riunite le sigle che contrastano il governo del partito Sogno Georgiano.
Sui media occidentali si continua a ricordare come secondo un sondaggio della fine dello scorso anno, condotto da un’organizzazione non governativa statunitense, l’International Republican Institute (IRI), l’80% dei georgiani vorrebbe entrare nella UE. E perciò sembrano delineare uno scenario in cui l’intero paese è tenuto in ostaggio dall’esecutivo.
Ma oltre al fatto che il sondaggio è abbastanza datato e che le elezioni hanno visto come elemento centrale proprio il posizionamento geopolitico – sembra difficile, dunque, che oltre la metà dei votanti abbiano scelto l’opzione definita alle nostre latitudini come “filo-russa” – l’IRI è finanziato dal governo di Washington: non propriamente un attore neutrale.
Comunque, va riscontrato che molti universitari sono scesi in piazza, mentre la presidente uscente Salomé Zourabichvili ha chiesto anche agli studenti delle scuole di affiancare e solidarizzare con le proteste. Intanto, ha anche affermato che non lascerà il suo incarico perché “le elezioni sono rubate. Non sono riconosciute da nessuno, ci confrontiamo con un regime che viola la legge costituzionale”.
Il 14 dicembre sarà eletto dal Parlamento appena insediatosi il nuovo Presidente, che entrerà in carica il 29 dicembre. Alla volontà espressa dalla Zourabichvili di non dimettersi fino a nuove elezioni, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha risposto mettendola in guardia dall’operare una tale rottura del sistema istituzionale del paese.
Del resto, nonostante le pressioni e tensioni riscontrate, è stata la stessa OCSE alla fine a riconoscere l’assenza di truffe su larga scala, mentre Zourabichvili si era già rifiutata di essere interrogata per mostrare prove dei brogli. Ora, anche la Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi, e si cominciano a notare perciò i sintomi di una certa deriva verso una soluzione oltre il recinto della legalità.
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato: “abbiamo visto eventi simili in diversi Paesi. Il più diretto parallelo che si può tracciare è con gli eventi di Maidan in Ucraina”. Lo stesso Kobakhidze ha parlato di “ucrainizzazione” della Georgia, e ha ribadito che Tbilisi non farà la stessa fine di Kiev.
Il ministro degli Esteri ucraino ha invece affermato che “il governo georgiano dovrebbe smettere di intimidire il suo popolo con il mito del cosiddetto ‘scenario ucraino’ e contemporaneamente implementare nella pratica uno scenario bielorusso”. A suo avviso, la sospensione dell’adesione al percorso di ingresso nella UE presentata come temporanea è assimilabile a quello che fece il governo di Kiev nel 2013.
Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, ha parlato della possibile introduzione di sanzioni o di un inasprimento del regime dei visti. Intanto, hanno fatto da avanguardia i paesi baltici, che hanno deciso di sanzionare 11 funzionari georgiani, tra cui il ministro dell’Interno di Tbilisi.
Il dossier georgiano sarà sul tavolo dei ministri degli Esteri UE il prossimo 16 dicembre. Zourabichvili ha chiesto che Bruxelles “passi dalle parole ai fatti”, e che quindi si inasprisca la situazione, che sembra avvicinarsi sempre più a un punto di rottura. Bisognerà capire se questi “fatti” saranno davvero anche un’altra Euromaidan.
Fonte
Negli scorsi giorni il ministro della Sanità Mikheil Sarjveladze ha reso noto che ci sono stati 37 feriti portati in ospedale, a cui si aggiungono 200 arrestati. Decine di diplomatici georgiani si sono dimessi in segno di protesta, tentando di allargare a livello internazionale l’eco delle proteste.
Sono continuati gli scontri di fronte al Parlamento, con barricate e lanci di molotov. Durante le manifestazioni è stato arrestato Zurab Japaridze, uno dei leader del partito di opposizione “Coalizione per il cambiamento”, l’ombrello sotto cui si sono riunite le sigle che contrastano il governo del partito Sogno Georgiano.
Sui media occidentali si continua a ricordare come secondo un sondaggio della fine dello scorso anno, condotto da un’organizzazione non governativa statunitense, l’International Republican Institute (IRI), l’80% dei georgiani vorrebbe entrare nella UE. E perciò sembrano delineare uno scenario in cui l’intero paese è tenuto in ostaggio dall’esecutivo.
Ma oltre al fatto che il sondaggio è abbastanza datato e che le elezioni hanno visto come elemento centrale proprio il posizionamento geopolitico – sembra difficile, dunque, che oltre la metà dei votanti abbiano scelto l’opzione definita alle nostre latitudini come “filo-russa” – l’IRI è finanziato dal governo di Washington: non propriamente un attore neutrale.
Comunque, va riscontrato che molti universitari sono scesi in piazza, mentre la presidente uscente Salomé Zourabichvili ha chiesto anche agli studenti delle scuole di affiancare e solidarizzare con le proteste. Intanto, ha anche affermato che non lascerà il suo incarico perché “le elezioni sono rubate. Non sono riconosciute da nessuno, ci confrontiamo con un regime che viola la legge costituzionale”.
Il 14 dicembre sarà eletto dal Parlamento appena insediatosi il nuovo Presidente, che entrerà in carica il 29 dicembre. Alla volontà espressa dalla Zourabichvili di non dimettersi fino a nuove elezioni, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha risposto mettendola in guardia dall’operare una tale rottura del sistema istituzionale del paese.
Del resto, nonostante le pressioni e tensioni riscontrate, è stata la stessa OCSE alla fine a riconoscere l’assenza di truffe su larga scala, mentre Zourabichvili si era già rifiutata di essere interrogata per mostrare prove dei brogli. Ora, anche la Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi, e si cominciano a notare perciò i sintomi di una certa deriva verso una soluzione oltre il recinto della legalità.
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato: “abbiamo visto eventi simili in diversi Paesi. Il più diretto parallelo che si può tracciare è con gli eventi di Maidan in Ucraina”. Lo stesso Kobakhidze ha parlato di “ucrainizzazione” della Georgia, e ha ribadito che Tbilisi non farà la stessa fine di Kiev.
Il ministro degli Esteri ucraino ha invece affermato che “il governo georgiano dovrebbe smettere di intimidire il suo popolo con il mito del cosiddetto ‘scenario ucraino’ e contemporaneamente implementare nella pratica uno scenario bielorusso”. A suo avviso, la sospensione dell’adesione al percorso di ingresso nella UE presentata come temporanea è assimilabile a quello che fece il governo di Kiev nel 2013.
Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, ha parlato della possibile introduzione di sanzioni o di un inasprimento del regime dei visti. Intanto, hanno fatto da avanguardia i paesi baltici, che hanno deciso di sanzionare 11 funzionari georgiani, tra cui il ministro dell’Interno di Tbilisi.
Il dossier georgiano sarà sul tavolo dei ministri degli Esteri UE il prossimo 16 dicembre. Zourabichvili ha chiesto che Bruxelles “passi dalle parole ai fatti”, e che quindi si inasprisca la situazione, che sembra avvicinarsi sempre più a un punto di rottura. Bisognerà capire se questi “fatti” saranno davvero anche un’altra Euromaidan.
Fonte
29/11/2024
UE sulla Georgia: elezioni da ripetere finché non vinciamo
A un mese dalle contestate elezioni parlamentari in Georgia, il Parlamento Europeo, ieri, ha votato favorevolmente una risoluzione con la quale non riconosce il risultato uscito dalle urne, chiedendo di ripetere il voto entro un anno, sotto la supervisione internazionale e per opera di un’amministrazione “indipendente”.
Alla tornata appena conclusa, il partito Sogno Georgiano aveva confermato la maggioranza con il 54% dei voti. L’opposizione, forte anche dell’appoggio della presidente uscente Salomé Zourabichvili, ha subito denunciato brogli e violenze, fatte risalire alla presunta influenza russa nelle procedure di votazione.
Sogno Georgiano, pur avendo seguito in passato le linee dettate dall’euro-atlantismo, prima si è opposto prima alla politica di sanzioni contro Mosca, poi ha spinto l’adozione di una legge sulle “interferenze straniere” del tutto simile a quelle statunitensi ed europee, ma ciò l’ha fatto etichettare subito come filo-russo.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha denunciato pressioni e tensioni che avrebbero inficiato i risultati. Si tratta della stessa istituzione che ha ignorato gli ostacoli al voto posti ai moldavi residenti in Russia, in occasioni delle recenti elezioni presidenziali e del referendum per inserire l’ingresso in UE da inserire nella Costituzione di Chisinau.
Inoltre, è molto difficile considerare come “neutrale” un soggetto il cui coordinatore speciale in Europa, Pascal Allizard, ha detto che spera il paese si avvicini agli obiettivi di integrazione europea. È chiaro che ci sia un pesante condizionamento rispetto agli indirizzi di politica estera che, a suo avviso, Tbilisi dovrebbe seguire.
Varie proteste di piazza avevano già attraversato il paese, e altre manifestazioni sono state organizzate nelle ultime settimane sotto le bandiere della UE e della NATO. La prima sessione del Parlamento è stata boicottata sia dalla Zourabichvili (che, ricordiamo, è un’ex ambasciatrice francese, poi naturalizzata georgiana) sia dalle opposizioni.
Zourabichvili non ha ratificato il voto e ha intentato una causa presso la Corte Costituzionale per annullarlo. Ma ad ogni modo, sempre secondo la carta fondante del paese, i numeri di Sogno Georgiano hanno permesso di dare avvio alla nuova legislatura, potendo contare su la metà più uno del numero totale dei parlamentari.
La questione si fa però ora spinosa non solo dal punto di vista legale, ma anche – e soprattutto – per ciò che riguarda la polarizzazione nelle strade. Sempre in Costituzione si legge che “il Parlamento acquisisce pieni poteri una volta riconosciuto da due terzi dei membri del Parlamento stesso”.
Questo numero, finché almeno 11 membri dell’opposizione non vi si siederanno, non può essere raggiunto. E intanto, il 14 dicembre il consesso rinnovato dovrebbe votare anche il nuovo Presidente, con la Zourabichvili che è in scadenza di mandato e sta dunque avvicinandosi a operare fuori dalla legalità costituzionale.
Risulta chiaro come la questione georgiana si sta giocando sul filo di un vuoto di potere accompagnato da mobilitazioni di piazza fortemente orientate dalle centrali imperialistiche occidentali. Da Strasburgo arriva il sostegno tramite la risoluzione appena votata dal Parlamento Europeo, affermando inoltre che la strada presa dalle Georgia è incompatibile con l’integrazione euroatlantica.
Invocando “indagini internazionali” che però ancora non sono state fatte, la UE invita comunque già da ora a imporre sanzioni contro singole personalità ritenute responsabili di aver allontanato il paese da Bruxelles. Non propriamente un iter limpido e fondato, che rischia solo di peggiorare una situazione già al limite della rottura.
Nella serata di ieri, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha reso noto che il processo di adesione della Georgia alla UE verrà interrotto, almeno fino al 2028. La risposta è stata un rinfocolarsi delle piazze, con barricate e scontri davanti al Parlamento.
Potrebbe allora essere proprio l’opzione “golpista” ad attirare la classe dirigente europea. La richiesta di supervisione internazionale e di un’amministrazione indipendente che organizzi un nuovo voto è già di per sé un’evidente ingerenza esterna, anche se ancora presentata come fosse nell’alveo di un processo democratico.
Non è molta la distanza che separa il far parlare le risoluzione dal far parlare i fatti...
Fonte
Alla tornata appena conclusa, il partito Sogno Georgiano aveva confermato la maggioranza con il 54% dei voti. L’opposizione, forte anche dell’appoggio della presidente uscente Salomé Zourabichvili, ha subito denunciato brogli e violenze, fatte risalire alla presunta influenza russa nelle procedure di votazione.
Sogno Georgiano, pur avendo seguito in passato le linee dettate dall’euro-atlantismo, prima si è opposto prima alla politica di sanzioni contro Mosca, poi ha spinto l’adozione di una legge sulle “interferenze straniere” del tutto simile a quelle statunitensi ed europee, ma ciò l’ha fatto etichettare subito come filo-russo.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha denunciato pressioni e tensioni che avrebbero inficiato i risultati. Si tratta della stessa istituzione che ha ignorato gli ostacoli al voto posti ai moldavi residenti in Russia, in occasioni delle recenti elezioni presidenziali e del referendum per inserire l’ingresso in UE da inserire nella Costituzione di Chisinau.
Inoltre, è molto difficile considerare come “neutrale” un soggetto il cui coordinatore speciale in Europa, Pascal Allizard, ha detto che spera il paese si avvicini agli obiettivi di integrazione europea. È chiaro che ci sia un pesante condizionamento rispetto agli indirizzi di politica estera che, a suo avviso, Tbilisi dovrebbe seguire.
Varie proteste di piazza avevano già attraversato il paese, e altre manifestazioni sono state organizzate nelle ultime settimane sotto le bandiere della UE e della NATO. La prima sessione del Parlamento è stata boicottata sia dalla Zourabichvili (che, ricordiamo, è un’ex ambasciatrice francese, poi naturalizzata georgiana) sia dalle opposizioni.
Zourabichvili non ha ratificato il voto e ha intentato una causa presso la Corte Costituzionale per annullarlo. Ma ad ogni modo, sempre secondo la carta fondante del paese, i numeri di Sogno Georgiano hanno permesso di dare avvio alla nuova legislatura, potendo contare su la metà più uno del numero totale dei parlamentari.
La questione si fa però ora spinosa non solo dal punto di vista legale, ma anche – e soprattutto – per ciò che riguarda la polarizzazione nelle strade. Sempre in Costituzione si legge che “il Parlamento acquisisce pieni poteri una volta riconosciuto da due terzi dei membri del Parlamento stesso”.
Questo numero, finché almeno 11 membri dell’opposizione non vi si siederanno, non può essere raggiunto. E intanto, il 14 dicembre il consesso rinnovato dovrebbe votare anche il nuovo Presidente, con la Zourabichvili che è in scadenza di mandato e sta dunque avvicinandosi a operare fuori dalla legalità costituzionale.
Risulta chiaro come la questione georgiana si sta giocando sul filo di un vuoto di potere accompagnato da mobilitazioni di piazza fortemente orientate dalle centrali imperialistiche occidentali. Da Strasburgo arriva il sostegno tramite la risoluzione appena votata dal Parlamento Europeo, affermando inoltre che la strada presa dalle Georgia è incompatibile con l’integrazione euroatlantica.
Invocando “indagini internazionali” che però ancora non sono state fatte, la UE invita comunque già da ora a imporre sanzioni contro singole personalità ritenute responsabili di aver allontanato il paese da Bruxelles. Non propriamente un iter limpido e fondato, che rischia solo di peggiorare una situazione già al limite della rottura.
Nella serata di ieri, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha reso noto che il processo di adesione della Georgia alla UE verrà interrotto, almeno fino al 2028. La risposta è stata un rinfocolarsi delle piazze, con barricate e scontri davanti al Parlamento.
Potrebbe allora essere proprio l’opzione “golpista” ad attirare la classe dirigente europea. La richiesta di supervisione internazionale e di un’amministrazione indipendente che organizzi un nuovo voto è già di per sé un’evidente ingerenza esterna, anche se ancora presentata come fosse nell’alveo di un processo democratico.
Non è molta la distanza che separa il far parlare le risoluzione dal far parlare i fatti...
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29/10/2024
Georgia - Se i risultati elettorali non piacciono alla Nato si passa al golpe
Se i risultati elettorali non corrispondono alle ambizioni euroatlantiche c’è sempre l’opzione del golpe. Come avvenuto nella Kiev di Euromaidan nel 2014.
Migliaia di manifestanti si sono riuniti ieri nel centro di Tbilisi per protestare contro il risultato elettorale che ha assegnato la vittoria al partito di governo Sogno Georgiano, denunciando brogli e cercando di rovesciare il risultato delle urne.
I manifestanti sventolavano bandiere della Georgia, dell’Unione Europea e qualcuna anche dell’Ucraina. La presidente della Repubblica, Zourabichvili, è intervenuta al raduno di piazza attaccando il governo e le presunte interferenze russe sul voto. La vittoria di Sogno Georgiano è stata definita dalla presidente “un’operazione senza precedenti e pre pianificata che ci ha privato dei nostri voti, del nostro parlamento e della nostra costituzione”. La Zourabichvili non ha però ancora fornito prove in merito al coinvolgimento della Russia, accusata di aver ostacolato l’adesione della Georgia all’Unione Europea.
La coalizione filo Ue/Nato ha dichiarato intanto che l’opposizione non parteciperà a nessun colloquio con il governo e spingerà per un nuovo voto sotto la supervisione internazionale.
“La presidente georgiana Salome Zurabishvili e i partiti di opposizione definiscono illegittimi i risultati delle elezioni parlamentari al fine di preparare il terreno per un colpo di Stato”, ha affermato il presidente del parlamento georgiano Shalva Papuashvili rispondendo alle minacce delle forze filo Ue e filo Nato. “Questo scenario è stato preparato in anticipo: dichiarare illegittimi i risultati, inventare un governo tecnico... tutto questo è una fase di un colpo di stato verso il quale si stanno dirigendo e quindi vanno contro l’ordine costituzionale”, ha detto il presidente del parlamento sottolineando che la Georgia non lo permetterà.
Alla delegittimazione dei risultati elettorali in Georgia non poteva mancare il segretario del Dipartimento di Stato americano, Anthony Blinken, il quale ha chiesto un’indagine su possibili violazioni delle elezioni in Georgia. “Ci uniamo agli appelli ... a un’indagine completa su tutte le segnalazioni di violazioni legate alle elezioni”, ha detto Blinken in una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato.
Non c’è stata alcuna interferenza russa nelle elezioni parlamentari in Georgia ha detto oggi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, bollando come “infondate” le accuse mosse contro Mosca. Peskov ha riferito di “tentativi di destabilizzare la situazione nella repubblica”, precisando che “i tentativi di interferenza sono visibili anche a occhio nudo, ma non da parte della Russia”, perchè “noi non ci intromettiamo negli affari interni georgiani e non ci intrometteremo”.
Le elezioni parlamentari nella repubblica si sono tenute il 26 ottobre. Secondo la Commissione Elettorale Centrale, dopo aver contato tutte le schede, il partito di governo Sogno Georgiano ha vinto, ottenendo il 53,93% dei voti. Entrano in parlamento anche quattro partiti di opposizione, che in totale hanno ricevuto il 37,78%. Ma non era questo il risultato perseguito dalla Nato e dall’Unione Europea.
Il voto in Georgia è stato monitorato da 1700 osservatori provenienti da 76 organizzazioni internazionali.
Pascal Allizard, coordinatore speciale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha espresso domenica la speranza che il governo neoeletto della Georgia “avvicini il paese” ai suoi obiettivi di integrazione europea. “Spero sinceramente che la leadership eletta ieri affronti in modo efficace le principali sfide che questo Paese si trova ad affrontare e avvicini la Georgia agli obiettivi legati all’adesione all’Unione Europea”, ha affermato Allizard durante la presentazione dei risultati dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE dopo le elezioni generali di sabato.
“Sebbene la campagna abbia offerto agli elettori un’ampia scelta in vista delle elezioni parlamentari in Georgia, è stato bello vedere che ciò non è sufficiente per allineare le elezioni ai principi democratici internazionali”, ha affermato Eoghan Murphy, che ha guidato la missione di osservazione elettorale dell’ODIHR. “La profonda polarizzazione nel paese, l’indebita pressione sugli elettori e sulla società civile e la tensione che abbiamo visto il giorno delle elezioni dimostrano che c’è ancora molto lavoro da fare”.
Il tentativo di rovesciare il risultato elettorale in Georgia, cosa che non ha fatto l’opposizione in Moldavia nel recente referendum sull’adesione alla Ue pur avendone abbondanti ragioni, dimostra come l’Unione Europea e la Nato non esitino a ricorrere al lavoro sporco per piegare i paesi della periferia dell’Europa ai propri diktat politici e militari.
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Migliaia di manifestanti si sono riuniti ieri nel centro di Tbilisi per protestare contro il risultato elettorale che ha assegnato la vittoria al partito di governo Sogno Georgiano, denunciando brogli e cercando di rovesciare il risultato delle urne.
I manifestanti sventolavano bandiere della Georgia, dell’Unione Europea e qualcuna anche dell’Ucraina. La presidente della Repubblica, Zourabichvili, è intervenuta al raduno di piazza attaccando il governo e le presunte interferenze russe sul voto. La vittoria di Sogno Georgiano è stata definita dalla presidente “un’operazione senza precedenti e pre pianificata che ci ha privato dei nostri voti, del nostro parlamento e della nostra costituzione”. La Zourabichvili non ha però ancora fornito prove in merito al coinvolgimento della Russia, accusata di aver ostacolato l’adesione della Georgia all’Unione Europea.
La coalizione filo Ue/Nato ha dichiarato intanto che l’opposizione non parteciperà a nessun colloquio con il governo e spingerà per un nuovo voto sotto la supervisione internazionale.
“La presidente georgiana Salome Zurabishvili e i partiti di opposizione definiscono illegittimi i risultati delle elezioni parlamentari al fine di preparare il terreno per un colpo di Stato”, ha affermato il presidente del parlamento georgiano Shalva Papuashvili rispondendo alle minacce delle forze filo Ue e filo Nato. “Questo scenario è stato preparato in anticipo: dichiarare illegittimi i risultati, inventare un governo tecnico... tutto questo è una fase di un colpo di stato verso il quale si stanno dirigendo e quindi vanno contro l’ordine costituzionale”, ha detto il presidente del parlamento sottolineando che la Georgia non lo permetterà.
Alla delegittimazione dei risultati elettorali in Georgia non poteva mancare il segretario del Dipartimento di Stato americano, Anthony Blinken, il quale ha chiesto un’indagine su possibili violazioni delle elezioni in Georgia. “Ci uniamo agli appelli ... a un’indagine completa su tutte le segnalazioni di violazioni legate alle elezioni”, ha detto Blinken in una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato.
Non c’è stata alcuna interferenza russa nelle elezioni parlamentari in Georgia ha detto oggi il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, bollando come “infondate” le accuse mosse contro Mosca. Peskov ha riferito di “tentativi di destabilizzare la situazione nella repubblica”, precisando che “i tentativi di interferenza sono visibili anche a occhio nudo, ma non da parte della Russia”, perchè “noi non ci intromettiamo negli affari interni georgiani e non ci intrometteremo”.
Le elezioni parlamentari nella repubblica si sono tenute il 26 ottobre. Secondo la Commissione Elettorale Centrale, dopo aver contato tutte le schede, il partito di governo Sogno Georgiano ha vinto, ottenendo il 53,93% dei voti. Entrano in parlamento anche quattro partiti di opposizione, che in totale hanno ricevuto il 37,78%. Ma non era questo il risultato perseguito dalla Nato e dall’Unione Europea.
Il voto in Georgia è stato monitorato da 1700 osservatori provenienti da 76 organizzazioni internazionali.
Pascal Allizard, coordinatore speciale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha espresso domenica la speranza che il governo neoeletto della Georgia “avvicini il paese” ai suoi obiettivi di integrazione europea. “Spero sinceramente che la leadership eletta ieri affronti in modo efficace le principali sfide che questo Paese si trova ad affrontare e avvicini la Georgia agli obiettivi legati all’adesione all’Unione Europea”, ha affermato Allizard durante la presentazione dei risultati dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE dopo le elezioni generali di sabato.
“Sebbene la campagna abbia offerto agli elettori un’ampia scelta in vista delle elezioni parlamentari in Georgia, è stato bello vedere che ciò non è sufficiente per allineare le elezioni ai principi democratici internazionali”, ha affermato Eoghan Murphy, che ha guidato la missione di osservazione elettorale dell’ODIHR. “La profonda polarizzazione nel paese, l’indebita pressione sugli elettori e sulla società civile e la tensione che abbiamo visto il giorno delle elezioni dimostrano che c’è ancora molto lavoro da fare”.
Il tentativo di rovesciare il risultato elettorale in Georgia, cosa che non ha fatto l’opposizione in Moldavia nel recente referendum sull’adesione alla Ue pur avendone abbondanti ragioni, dimostra come l’Unione Europea e la Nato non esitino a ricorrere al lavoro sporco per piegare i paesi della periferia dell’Europa ai propri diktat politici e militari.
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28/10/2024
La Georgia dice no alla opzione euroatlantica
Ci avevano provato anche in Georgia così come in Moldavia, ma la maggioranza della popolazione ha detto no all’opzione filo-Ue. La Commissione elettorale di Tbilisi, secondo il conteggio effettuato in più del 99% dei collegi elettorali, ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni legislative con il partito il Sogno Georgiano che ha ottenuto il 54,08% dei voti, contro il 37,58% della coalizione filoeuropea e pro Nato.
Ovviamente, durante la notte, la coalizione filo-Ue si è rifiutata di ammettere la sconfitta. A differenza della Moldavia, dove i brogli sono stati fatti dalle forze filo-Ue, in Georgia la coalizione euroatlantica si è affrettata a dichiarare che “Non riconosciamo i risultati distorti di elezioni rubate”. Lo ha affermato in una conferenza stampa Tina Bokoutchava, capo del Movimento nazionale unito (Unm), uno dei quattro partiti della coalizione filoccidentale.
“Come dimostrano i risultati resi pubblici dalla commissione elettorale centrale, il Sogno Georgiano ha ottenuto una solida maggioranza” ha dichiarato invece ai giornalisti il segretario esecutivo del partito, Mamuka Mdinaradze.
Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), della Nato e dell’Ue, le elezioni in Georgia sono state “inficiate da disuguaglianze (tra i candidati), pressioni e tensioni”. Si tratta però degli stessi osservatori rivelatisi “piuttosto distratti” di fronte ai brogli avvenuti in Moldavia e che hanno consentito una vittoria di strettissima misura delle forze che vogliono l’adesione all’Unione Europea.
Il voto di sabato si è svolto dopo mesi di aspri scontri interni ma anche di fortissime e differenziate ingerenze internazionali sulla Georgia. Il partito Sogno Georgiano è stato accusato dai circoli di Bruxelles di ostacolare il percorso europeo del Paese. L’adozione di una legge “sulla trasparenza dell'influenza straniera” – anche nota come “legge sugli agenti stranieri” – aveva suscitato gli attacchi al governo georgiano da parte della Ue e degli USA, ed aveva portato ad un riavvicinamento di Tbilisi a Mosca, malgrado i problemi ancora esistenti tra Georgia e Russia in seguito al conflitto russo-georgiano del 2008. In questi tre anni, il governo georgiano non ha adottato sanzioni contro Mosca in seguito all’intervento in Ucraina.
Per i commentatori e le classi dirigenti europee sta diventando una cattiva sorpresa scoprire che, dopo la sbornia degli anni Novanta del secolo scorso, in Europa non è più affatto scontato che tutti siano entusiasti di finire dentro la gabbia dell’Unione Europea, al contrario.
Fonte
Ovviamente, durante la notte, la coalizione filo-Ue si è rifiutata di ammettere la sconfitta. A differenza della Moldavia, dove i brogli sono stati fatti dalle forze filo-Ue, in Georgia la coalizione euroatlantica si è affrettata a dichiarare che “Non riconosciamo i risultati distorti di elezioni rubate”. Lo ha affermato in una conferenza stampa Tina Bokoutchava, capo del Movimento nazionale unito (Unm), uno dei quattro partiti della coalizione filoccidentale.
“Come dimostrano i risultati resi pubblici dalla commissione elettorale centrale, il Sogno Georgiano ha ottenuto una solida maggioranza” ha dichiarato invece ai giornalisti il segretario esecutivo del partito, Mamuka Mdinaradze.
Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), della Nato e dell’Ue, le elezioni in Georgia sono state “inficiate da disuguaglianze (tra i candidati), pressioni e tensioni”. Si tratta però degli stessi osservatori rivelatisi “piuttosto distratti” di fronte ai brogli avvenuti in Moldavia e che hanno consentito una vittoria di strettissima misura delle forze che vogliono l’adesione all’Unione Europea.
Il voto di sabato si è svolto dopo mesi di aspri scontri interni ma anche di fortissime e differenziate ingerenze internazionali sulla Georgia. Il partito Sogno Georgiano è stato accusato dai circoli di Bruxelles di ostacolare il percorso europeo del Paese. L’adozione di una legge “sulla trasparenza dell'influenza straniera” – anche nota come “legge sugli agenti stranieri” – aveva suscitato gli attacchi al governo georgiano da parte della Ue e degli USA, ed aveva portato ad un riavvicinamento di Tbilisi a Mosca, malgrado i problemi ancora esistenti tra Georgia e Russia in seguito al conflitto russo-georgiano del 2008. In questi tre anni, il governo georgiano non ha adottato sanzioni contro Mosca in seguito all’intervento in Ucraina.
Per i commentatori e le classi dirigenti europee sta diventando una cattiva sorpresa scoprire che, dopo la sbornia degli anni Novanta del secolo scorso, in Europa non è più affatto scontato che tutti siano entusiasti di finire dentro la gabbia dell’Unione Europea, al contrario.
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31/05/2024
Georgia - Approvata la legge sui “portatori di interessi stranieri”
Il 29 maggio il parlamento georgiano ha effettuato il quarto e ultimo voto sulla legge riguardo le “organizzazioni portatrici degli interessi di una potenza straniera“. Con 84 voti contro 4, il veto della presidente Zourabichvili è stato oltrepassato, e il testo è stato definitivamente approvato.
Sul nostro giornale abbiamo reso conto con più di un pezzo delle vicende convulse dell’ultimo mese a Tbilisi. Senza ripetere di nuovo le contraddizioni del paese da cui emerge la legge e l’ipocrisia occidentale nell’intervenire sul tema, rendiamo conto della situazione in Georgia e dei commenti arrivati in seguito al voto.
Dopo di esso, i parlamentari di opposizione si sono uniti ai manifestanti, in piazza sin dalla mattina. Le proteste sono andate avanti fino a notte, continuano tuttora e probabilmente continueranno nei prossimi giorni, almeno fino alla firma finale del provvedimento e alla sua effettiva entrata in vigore.
Alcuni esponenti di organizzazioni non governative hanno esplicitamente detto che la legge rimarrà solo sulla carta. Di sicuro affermazioni che non rassicurano sul clima del paese e sulla tenuta del sistema sotto l’azione di queste realtà, che è poi il motivo per cui la norma è stata originariamente pensata.
Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha affermato: “terremo conto delle azioni di Sogno Georgiano (partito alla guida della maggioranza, ndr) nel prendere le nostre decisioni“. Si era già diffusa la voce di sanzioni ad esponenti della formazione politica, evitabili se fosse stato accettato un piano di aiuti offerti da Washington.
Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha sottolineato che “prenderà in considerazione tutte le opzioni” per contrastare in sostanza questa nuova norma, e includerà la questione georgiana al prossimo Consiglio. Ricordiamo che Michel è colui che ha detto che in UE si può governare con le estreme destre.
A meno che non succedano rovesciamenti fuori dal recinto della ‘democrazia‘, ora la partita è rimandata a ottobre, quando si svolgeranno le elezioni. Gli oppositori alla legge hanno già cominciato a muoversi in questa direzione.
La presidente Zourabichvili il 26 maggio, giorno della dichiarazione di indipendenza della Georgia nel 1918, ha presentato il “Manifesto georgiano“. Alla presenza di molti esponenti dell’opposizione e diplomatici, ha preparato il terreno per lo schieramento che affronterà Sogno Georgiano alla tornata elettorale.
“È necessario creare una nuova realtà politica per adempiere ai principi di questo Manifesto“. Non resta che attendere i successivi sviluppi e guardare alle elezioni di ottobre, quando si giocherà una partita importante su Tbilisi.
Fonte
Sul nostro giornale abbiamo reso conto con più di un pezzo delle vicende convulse dell’ultimo mese a Tbilisi. Senza ripetere di nuovo le contraddizioni del paese da cui emerge la legge e l’ipocrisia occidentale nell’intervenire sul tema, rendiamo conto della situazione in Georgia e dei commenti arrivati in seguito al voto.
Dopo di esso, i parlamentari di opposizione si sono uniti ai manifestanti, in piazza sin dalla mattina. Le proteste sono andate avanti fino a notte, continuano tuttora e probabilmente continueranno nei prossimi giorni, almeno fino alla firma finale del provvedimento e alla sua effettiva entrata in vigore.
Alcuni esponenti di organizzazioni non governative hanno esplicitamente detto che la legge rimarrà solo sulla carta. Di sicuro affermazioni che non rassicurano sul clima del paese e sulla tenuta del sistema sotto l’azione di queste realtà, che è poi il motivo per cui la norma è stata originariamente pensata.
Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha affermato: “terremo conto delle azioni di Sogno Georgiano (partito alla guida della maggioranza, ndr) nel prendere le nostre decisioni“. Si era già diffusa la voce di sanzioni ad esponenti della formazione politica, evitabili se fosse stato accettato un piano di aiuti offerti da Washington.
Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, ha sottolineato che “prenderà in considerazione tutte le opzioni” per contrastare in sostanza questa nuova norma, e includerà la questione georgiana al prossimo Consiglio. Ricordiamo che Michel è colui che ha detto che in UE si può governare con le estreme destre.
A meno che non succedano rovesciamenti fuori dal recinto della ‘democrazia‘, ora la partita è rimandata a ottobre, quando si svolgeranno le elezioni. Gli oppositori alla legge hanno già cominciato a muoversi in questa direzione.
La presidente Zourabichvili il 26 maggio, giorno della dichiarazione di indipendenza della Georgia nel 1918, ha presentato il “Manifesto georgiano“. Alla presenza di molti esponenti dell’opposizione e diplomatici, ha preparato il terreno per lo schieramento che affronterà Sogno Georgiano alla tornata elettorale.
“È necessario creare una nuova realtà politica per adempiere ai principi di questo Manifesto“. Non resta che attendere i successivi sviluppi e guardare alle elezioni di ottobre, quando si giocherà una partita importante su Tbilisi.
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26/05/2024
Le raccomandazioni dei “picciotti” euroatlantici ai governi in lista d’attesa UE
Come in ogni evento della vita e delle attività umane, esistono vari e multiformi approcci alla soluzione (o alla complicazione) delle questioni.
In quelle riguardanti le relazioni tra stati e paesi, invece, da almeno un’ottantina d’anni – certamente anche da molto prima (prima o poi sarà il caso di tornare sull’approccio sovietico, da un lato, e quello anglo-franco-yankee, dall’altro, al tentativo di frenare le mire belliche di Hitler tra il 1934 e il 1939) – conoscono sostanzialmente due tipi di approccio.
Da una parte, quello dell’imperialismo USA e dei satelliti che, qua e là per il mondo, agiscono su comando yankee e che consiste nell’applicazione della massima, falsamente attribuita a Stalin, ma che invece viene da sempre praticata dalla Casa Bianca: “c’è la persona e c’è il problema; non c’è la persona e non c’è il problema”.
Dall’altra, c’è quello della ricerca degli accordi e del rispetto delle sovranità dei paesi e/o dei governi legittimamente in carica.
Ora, su questo secondo fronte, al momento, ci sarebbe il corollario di un “presidente” nazigolpista che, dallo scorso 20 maggio, risulta formalmente “legale”, ma assolutamente illegittimo: il fatto è che il personaggio in questione si colloca per l’appunto nella cerchia dei più necessari satelliti yankee e, dunque, in base allo “spirito pratico americano”, chissenefrega di legalità e legittimità.
Di contro, c’è invece un governo – questo sì legittimamente in carica, quale quello della Georgia – che da qualche tempo, visto l’andazzo delle cose ucraine e l’imperativo euroatlantico di aprire un secondo fronte alle porte della Russia, viene quotidianamente strattonato e preso a gomitate.
Una volta gli si manomettono i freni dell’auto di quel tanto sufficiente a non andare a sfracellarsi; ora gli si fa trovare un gatto impiccato sull’uscio di casa. Insomma, siamo ancora soltanto al “dolcestilmafioso”; non ancora ai candelotti.
In ogni caso, è chiaro a quale tipo di approccio si attengano, nei confronti della Georgia, le liberal-democrazie dai “chiarissimi valori umanistici” di rispetto del diritto: le decisioni che prendete, in particolare riguardo alle nostre “famiglie” lì da voi, non ci garbano; vedete un po’ di darvi una calmata nelle vostre smanie di autonomia legislativa. Lo diciamo per voi, per il vostro bene.
Non è affatto un “avvertimento” o, dio ce ne scampi, una “minaccia”; no, è solo una constatazione: quelle nostre “famiglie”, lì da voi, potrebbero prenderla male, chissà, e allora, addio UE. Cercate un po’ di tornare ai cari vecchi tempi amorosi di Ševardnadze o, ancor meglio, di Saakašvili, quando ci si intendeva con un tocco di coppola.
E tali pizzini vengono recapitati a Tbilisi un po’ da entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma, l’aspetto curioso del momento è che solitamente si è abituati a sentire la voce del padrone yankee più ferma, stentorea, ultimativa, mentre i mormorii del satellite europeista sembrano ricalcare i “più nobili e antichi” rituali delle corti machiavelliche del vecchio continente, ossia il “Modo tenuto dal duca Valentino...” solo in casi estremi, di norma, si dispensano “calmi e ragionati consigli” di pacificazione), ecco che, almeno stavolta, i ruoli si sono invertiti. Blinken “invita”; Bruxelles “avverte”.
E non si pensi che dalle parti di Bruxelles non si conoscano le constatazioni del giovane Mikhail Lermontov secondo cui «Il nostro pubblico è ancora così giovane e ingenuo... non sa ancora che, in una società decorosa e in un libro decoroso, non c’è posto per le aperte volgarità; che la moderna erudizione ha messo a punto strumenti ben più affilati, pressoché invisibili e ciononostante letali, che, con la copertura della lusinga, inferiscono colpi sicuri e ineluttabili», e le si applichino alle moderne tecniche di agitprop euro-guerrafondaia.
No, a Bruxelles conoscono benissimo i melliflui e politically correct «strumenti ben più affilati» moderni. Solo che, questa volta, si sono lasciati prendere la mano e, di punto in bianco, hanno fatto ricorso proprio a quelle «aperte volgarità» e, invece di espressioni, parole, locuzioni o «strumenti... pressoché invisibili», sono passati alla famosa testa di cavallo fatta trovare nel “letto” del governo georgiano.
E al suo premier, Irakli Kobakhidze, (che a Bruxelles siano trasaliti alla prima parte del cognome?) hanno prospettato accadimenti a là Robert Fitso, come ha fatto in un colloqui telefonico il Commissario europeo per l’allargamento, Oliver Varhelij, il quale poi si è affrettato a farfugliare che, vedete, le sue parole non erano una minaccia e che i malvagi filo-putiniani le avevano «estrapolate dal contesto».
Questo autentico “’eroe’ dei nostri giorni” ha ammesso di aver esortato Kobakhidze a non inasprire la «delicata situazione» approvando una legge che potrebbe portare a “un’ulteriore polarizzazione” nelle strade di Tbilisi: ma è solo «in tale contesto, che ho menzionato il tragico incidente in Slovacchia», ha giurato.
La pensa diversamente il diretto interessato, che giudica «scioccante» l’euro-avvertimento. Allorché, ha detto Kobakhidze, «nel contesto del ricatto relativo alla legge “Sulla trasparenza delle influenze straniere”, si menziona il primo ministro slovacco... la cosa ci preoccupa gravemente». Ha aggiunto di essersi sentito in dovere di rendere pubbliche queste informazioni «a fini di prevenzione». Del tipo: se mi succede qualcosa, sapete già chi andare a cercare.
Non ti dar pena, lo avremmo saputo comunque: di chiunque possa essere essere la mano che azioni il detonatore.
Fonte
In quelle riguardanti le relazioni tra stati e paesi, invece, da almeno un’ottantina d’anni – certamente anche da molto prima (prima o poi sarà il caso di tornare sull’approccio sovietico, da un lato, e quello anglo-franco-yankee, dall’altro, al tentativo di frenare le mire belliche di Hitler tra il 1934 e il 1939) – conoscono sostanzialmente due tipi di approccio.
Da una parte, quello dell’imperialismo USA e dei satelliti che, qua e là per il mondo, agiscono su comando yankee e che consiste nell’applicazione della massima, falsamente attribuita a Stalin, ma che invece viene da sempre praticata dalla Casa Bianca: “c’è la persona e c’è il problema; non c’è la persona e non c’è il problema”.
Dall’altra, c’è quello della ricerca degli accordi e del rispetto delle sovranità dei paesi e/o dei governi legittimamente in carica.
Ora, su questo secondo fronte, al momento, ci sarebbe il corollario di un “presidente” nazigolpista che, dallo scorso 20 maggio, risulta formalmente “legale”, ma assolutamente illegittimo: il fatto è che il personaggio in questione si colloca per l’appunto nella cerchia dei più necessari satelliti yankee e, dunque, in base allo “spirito pratico americano”, chissenefrega di legalità e legittimità.
Di contro, c’è invece un governo – questo sì legittimamente in carica, quale quello della Georgia – che da qualche tempo, visto l’andazzo delle cose ucraine e l’imperativo euroatlantico di aprire un secondo fronte alle porte della Russia, viene quotidianamente strattonato e preso a gomitate.
Una volta gli si manomettono i freni dell’auto di quel tanto sufficiente a non andare a sfracellarsi; ora gli si fa trovare un gatto impiccato sull’uscio di casa. Insomma, siamo ancora soltanto al “dolcestilmafioso”; non ancora ai candelotti.
In ogni caso, è chiaro a quale tipo di approccio si attengano, nei confronti della Georgia, le liberal-democrazie dai “chiarissimi valori umanistici” di rispetto del diritto: le decisioni che prendete, in particolare riguardo alle nostre “famiglie” lì da voi, non ci garbano; vedete un po’ di darvi una calmata nelle vostre smanie di autonomia legislativa. Lo diciamo per voi, per il vostro bene.
Non è affatto un “avvertimento” o, dio ce ne scampi, una “minaccia”; no, è solo una constatazione: quelle nostre “famiglie”, lì da voi, potrebbero prenderla male, chissà, e allora, addio UE. Cercate un po’ di tornare ai cari vecchi tempi amorosi di Ševardnadze o, ancor meglio, di Saakašvili, quando ci si intendeva con un tocco di coppola.
E tali pizzini vengono recapitati a Tbilisi un po’ da entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma, l’aspetto curioso del momento è che solitamente si è abituati a sentire la voce del padrone yankee più ferma, stentorea, ultimativa, mentre i mormorii del satellite europeista sembrano ricalcare i “più nobili e antichi” rituali delle corti machiavelliche del vecchio continente, ossia il “Modo tenuto dal duca Valentino...” solo in casi estremi, di norma, si dispensano “calmi e ragionati consigli” di pacificazione), ecco che, almeno stavolta, i ruoli si sono invertiti. Blinken “invita”; Bruxelles “avverte”.
E non si pensi che dalle parti di Bruxelles non si conoscano le constatazioni del giovane Mikhail Lermontov secondo cui «Il nostro pubblico è ancora così giovane e ingenuo... non sa ancora che, in una società decorosa e in un libro decoroso, non c’è posto per le aperte volgarità; che la moderna erudizione ha messo a punto strumenti ben più affilati, pressoché invisibili e ciononostante letali, che, con la copertura della lusinga, inferiscono colpi sicuri e ineluttabili», e le si applichino alle moderne tecniche di agitprop euro-guerrafondaia.
No, a Bruxelles conoscono benissimo i melliflui e politically correct «strumenti ben più affilati» moderni. Solo che, questa volta, si sono lasciati prendere la mano e, di punto in bianco, hanno fatto ricorso proprio a quelle «aperte volgarità» e, invece di espressioni, parole, locuzioni o «strumenti... pressoché invisibili», sono passati alla famosa testa di cavallo fatta trovare nel “letto” del governo georgiano.
E al suo premier, Irakli Kobakhidze, (che a Bruxelles siano trasaliti alla prima parte del cognome?) hanno prospettato accadimenti a là Robert Fitso, come ha fatto in un colloqui telefonico il Commissario europeo per l’allargamento, Oliver Varhelij, il quale poi si è affrettato a farfugliare che, vedete, le sue parole non erano una minaccia e che i malvagi filo-putiniani le avevano «estrapolate dal contesto».
Questo autentico “’eroe’ dei nostri giorni” ha ammesso di aver esortato Kobakhidze a non inasprire la «delicata situazione» approvando una legge che potrebbe portare a “un’ulteriore polarizzazione” nelle strade di Tbilisi: ma è solo «in tale contesto, che ho menzionato il tragico incidente in Slovacchia», ha giurato.
La pensa diversamente il diretto interessato, che giudica «scioccante» l’euro-avvertimento. Allorché, ha detto Kobakhidze, «nel contesto del ricatto relativo alla legge “Sulla trasparenza delle influenze straniere”, si menziona il primo ministro slovacco... la cosa ci preoccupa gravemente». Ha aggiunto di essersi sentito in dovere di rendere pubbliche queste informazioni «a fini di prevenzione». Del tipo: se mi succede qualcosa, sapete già chi andare a cercare.
Non ti dar pena, lo avremmo saputo comunque: di chiunque possa essere essere la mano che azioni il detonatore.
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23/05/2024
Gli Usa offrono aiuti economici e militari alla Georgia per fermare la legge sulle influenze straniere
Il 14 maggio il parlamento georgiano ha approvato in terza lettura la tanto contestata legge sulle influenze straniere, che impone la registrazione in un’apposita lista dei media e delle associazioni no profit che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero. Il 18 maggio la presidente Zourabichvili ha deciso di porre il veto sul provvedimento.
Ad ogni modo, questa è una mossa che, stando ai numeri e alle norme del paese, serviva solo a prendere tempo: la maggioranza è saldamente in mano al partito Sogno Georgiano e tramite un ulteriore voto può oltrepassare il veto stesso. Un tempo diventato utile a tentare una mediazione, con il pesante intervento diretto di Washington.
Infatti, il giornale statunitense Politico ha rivelato di aver visionato la bozza per una proposta di legge, presentata dal repubblicano Joe Wilson al Congresso, che garantirebbe a Tbilisi “un robusto regime commerciale preferenziale”. Accanto a questo, vi sarebbe anche una certa liberalizzazione nella concessione dei visti dalla Georgia.
Inoltre, col provvedimento si darebbe mandato agli ufficiali di competenza di approntare la “fornitura di equipaggiamenti di sicurezza e di difesa idealmente adatti alla difesa territoriale contro l’aggressione russa e di concomitanti elementi di addestramento, manutenzione e supporto alle operazioni”. Ma c’è ovviamente una contropartita.
Questi programmi saranno implementati una volta che “la Georgia avrà mostrato progressi significativi e sostenuti verso il rinvigorimento della sua democrazia, testimoniati almeno da elezioni sostanzialmente eque e libere e da un ambiente pre-elettorale equilibrato”. E, sottinteso, avrà fatto un passo indietro sulla legge sulle “influenze straniere”.
Con il solito metodo, gli USA stilano “una proposta che non si può rifiutare”, nel caso in cui ciò non avvenisse la legge di Wilson prevede già sanzioni individuali ai vertici di Sogno Georgiano e ad altri funzionari governativi. Il comunicato del partito al governo di Tblisi dice che questo “ricatto” non fermerà l’approvazione della legge, e anche altre cose molto utili a capire la situazione.
Lì infatti si afferma che se fosse concessa la liberalizzazione dei visti, se Washington investisse nell’economia del paese e assicurasse un cambiamento nell’atteggiamento delle ONG, imponendogli di riconoscere la legittimità del governo, e se infine l’adesione all’UE non fosse usata come arma di ricatto, non ci sarebbe nessuna necessità di adottare questa contestata legge.
Quel che preoccupa il partito di governo sono innanzitutto i tentativi di destabilizzazione a cui molte sedicenti ONG hanno partecipato, dal 2020 a oggi. Ed è significativo che chieda agli Usa di far cambiare l’atteggiamento a queste associazioni: conferma implicitamente che su questo sistema “informale” Washington ha abbastanza influenza da poterlo indirizzare.
Queste organizzazioni, che distribuiscono fondi e gestiscono servizi, formano una rete su cui si appoggia la politica nazionale, e su cui anche Sogno Georgiano ha fatto affidamento in passato. Ma ora, di fronte alle pressioni interne e alle prossime elezioni di fine ottobre, quest’ultimo vuole provare per lo meno a porre loro un freno.
Ma l’Occidente, col suo fare ricattatorio, sta proprio guardando alle ormai prossime elezioni politiche per assicurarsi un alleato che, a differenza dell’attuale primo ministro Irak’li K’obakhidze, non si opponga al “partito globale della guerra” che vorrebbe la Georgia riaccendere lo scontro con Mosca. È per questo che nel pacchetto statunitense sono considerati anche aiuti militari.
Il braccio di ferro, con le proteste che continuano a Tbilisi, si fa ogni giorno più delicato. Nonostante i frequenti paragoni la situazione non sembra al livello di Kiev nel 2014, anche perché la Georgia ha portato avanti per anni un processo di avvicinamento al blocco euroatlantico piuttosto lineare, che fondamentalmente non sarebbe comunque messo in discussione dalle scelte attuali.
Ma la Georgia vive il risultato delle contraddizioni che i meccanismi del mercato occidentale e la deriva bellicista imposta dalla NATO producono. In questa fase convulsa, la situazione può facilmente sfuggire di mano, e perciò la Georgia è un altro punto di attrito che si deve continuare ad osservare da vicino.
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Ad ogni modo, questa è una mossa che, stando ai numeri e alle norme del paese, serviva solo a prendere tempo: la maggioranza è saldamente in mano al partito Sogno Georgiano e tramite un ulteriore voto può oltrepassare il veto stesso. Un tempo diventato utile a tentare una mediazione, con il pesante intervento diretto di Washington.
Infatti, il giornale statunitense Politico ha rivelato di aver visionato la bozza per una proposta di legge, presentata dal repubblicano Joe Wilson al Congresso, che garantirebbe a Tbilisi “un robusto regime commerciale preferenziale”. Accanto a questo, vi sarebbe anche una certa liberalizzazione nella concessione dei visti dalla Georgia.
Inoltre, col provvedimento si darebbe mandato agli ufficiali di competenza di approntare la “fornitura di equipaggiamenti di sicurezza e di difesa idealmente adatti alla difesa territoriale contro l’aggressione russa e di concomitanti elementi di addestramento, manutenzione e supporto alle operazioni”. Ma c’è ovviamente una contropartita.
Questi programmi saranno implementati una volta che “la Georgia avrà mostrato progressi significativi e sostenuti verso il rinvigorimento della sua democrazia, testimoniati almeno da elezioni sostanzialmente eque e libere e da un ambiente pre-elettorale equilibrato”. E, sottinteso, avrà fatto un passo indietro sulla legge sulle “influenze straniere”.
Con il solito metodo, gli USA stilano “una proposta che non si può rifiutare”, nel caso in cui ciò non avvenisse la legge di Wilson prevede già sanzioni individuali ai vertici di Sogno Georgiano e ad altri funzionari governativi. Il comunicato del partito al governo di Tblisi dice che questo “ricatto” non fermerà l’approvazione della legge, e anche altre cose molto utili a capire la situazione.
Lì infatti si afferma che se fosse concessa la liberalizzazione dei visti, se Washington investisse nell’economia del paese e assicurasse un cambiamento nell’atteggiamento delle ONG, imponendogli di riconoscere la legittimità del governo, e se infine l’adesione all’UE non fosse usata come arma di ricatto, non ci sarebbe nessuna necessità di adottare questa contestata legge.
Quel che preoccupa il partito di governo sono innanzitutto i tentativi di destabilizzazione a cui molte sedicenti ONG hanno partecipato, dal 2020 a oggi. Ed è significativo che chieda agli Usa di far cambiare l’atteggiamento a queste associazioni: conferma implicitamente che su questo sistema “informale” Washington ha abbastanza influenza da poterlo indirizzare.
Queste organizzazioni, che distribuiscono fondi e gestiscono servizi, formano una rete su cui si appoggia la politica nazionale, e su cui anche Sogno Georgiano ha fatto affidamento in passato. Ma ora, di fronte alle pressioni interne e alle prossime elezioni di fine ottobre, quest’ultimo vuole provare per lo meno a porre loro un freno.
Ma l’Occidente, col suo fare ricattatorio, sta proprio guardando alle ormai prossime elezioni politiche per assicurarsi un alleato che, a differenza dell’attuale primo ministro Irak’li K’obakhidze, non si opponga al “partito globale della guerra” che vorrebbe la Georgia riaccendere lo scontro con Mosca. È per questo che nel pacchetto statunitense sono considerati anche aiuti militari.
Il braccio di ferro, con le proteste che continuano a Tbilisi, si fa ogni giorno più delicato. Nonostante i frequenti paragoni la situazione non sembra al livello di Kiev nel 2014, anche perché la Georgia ha portato avanti per anni un processo di avvicinamento al blocco euroatlantico piuttosto lineare, che fondamentalmente non sarebbe comunque messo in discussione dalle scelte attuali.
Ma la Georgia vive il risultato delle contraddizioni che i meccanismi del mercato occidentale e la deriva bellicista imposta dalla NATO producono. In questa fase convulsa, la situazione può facilmente sfuggire di mano, e perciò la Georgia è un altro punto di attrito che si deve continuare ad osservare da vicino.
Fonte
15/05/2024
Georgia - Approvata la legge sulle interferenze straniere. La stessa che vorrebbero fare nella Ue
Il Parlamento della Georgia ha approvato, in terza e ultima lettura, con 84 voti favorevoli e 30 contrari, la legge che limita fortemente le interferenze straniere sui mass media e la vita politica nazionali.
La legge prevede infatti che i media, le organizzazioni non governative e altre organizzazioni non profit debbano registrarsi come «perseguenti gli interessi di una potenza straniera» se ricevono più del 20 per cento dei loro finanziamenti dall’estero.
La legge è stata fortemente voluta dal partito di maggioranza – il “Partito del sogno georgiano” – ma la presidente della Repubblica Salome Zurabishvili, che si è espressa in sostegno dei manifestanti, aveva anticipato che avrebbe posto il veto sulla legge. Ma Sogno georgiano ha la maggioranza necessaria per superare il veto.
Il via libera alla legge ha scatenato nuovamente le proteste di alcuni settori della società georgiana filo-occidentali ed europeisti. Le forze dell’ordine sono intervenute contro le manifestazioni, con gas lacrimogeni e idranti. In Parlamento, prima del voto, una decina di deputati dei due blocchi sono venuti alle mani.
La Georgia nel dicembre 2023 ha ottenuto lo status di paese candidato all’adesione all’Unione Europea.
“Oggi è il giorno più importante per il rafforzamento dell’indipendenza e della sovranità del nostro Paese. L’adozione della legge sulla “Trasparenza dell’influenza straniera” crea forti garanzie di pace e tranquillità a lungo termine in Georgia e di superare la cosiddetta polarizzazione, condizione necessaria per l’integrazione della Georgia nell’Unione Europea”, ha commentato il primo ministro georgiano Irak’li K’obakhidze.
Curiosamente, nell’Unione Europea si critica la legge che limita le interferenze straniere sui mass media in Georgia proprio mentre si sta lavorando ad una misura simile nella Ue.
Nel corso di un intervento al summit per la democrazia di Copenaghen Ursula von der Leyen si è detta “preoccupata” per l’aumento della disinformazione e delle interferenze straniere in Europa, avvertendo che i “principi fondamentali della nostra democrazia” sono sotto attacco, quindi propone uno “scudo europeo per la democrazia come una delle priorità principali della prossima Commissione”.
Il progetto europeo dovrebbe concentrarsi sulle maggiori minacce dovute alle interferenze e alle manipolazioni straniere: per von der Leyen il primo passo riguarda l’individuazione, per poi disporre di mezzi di comunicazione liberi.
Le cancellerie occidentali non mostrano di gradire uno scenario che tiene la Georgia lontano dall’integrazione con la Ue e non rinunciano ad esercitare quelle ingerenze esterne sulla vita politica interna di quel paese che la legge approvata intende invece limitare.
Dalla Casa Bianca sono arrivate dure critiche alla legge approvata dal Parlamento, con la portavoce Karine Jean-Pierre che ha dichiarato che la legge “va contro i valori democratici e allontana la Georgia dall’Unione Europea. Vediamo quello che farà il parlamento dopo il previsto veto del presidente. Nel caso in cui passasse saremmo costretti a rivedere profondamente i nostri rapporti”. Se la legge procede senza essere in linea con le norme dell’Ue e mina la democrazia e se proseguiranno le violenze contro chi manifesta pacificamente contro, allora c’è il rischio che Washington imponga misure restrittive sui responsabili, “siano esse finanziarie o di viaggio”, ha reso noto la O’Brien.
Il portavoce del Cremlino ha così commentato: “Abbiamo ripetutamente affermato che si tratta assolutamente di un affare interno della Georgia e non vogliamo intrometterci in alcun modo. Vediamo un’ingerenza palese negli affari interni della Georgia da parte dell’esterno”.
Fonte
La legge prevede infatti che i media, le organizzazioni non governative e altre organizzazioni non profit debbano registrarsi come «perseguenti gli interessi di una potenza straniera» se ricevono più del 20 per cento dei loro finanziamenti dall’estero.
La legge è stata fortemente voluta dal partito di maggioranza – il “Partito del sogno georgiano” – ma la presidente della Repubblica Salome Zurabishvili, che si è espressa in sostegno dei manifestanti, aveva anticipato che avrebbe posto il veto sulla legge. Ma Sogno georgiano ha la maggioranza necessaria per superare il veto.
Il via libera alla legge ha scatenato nuovamente le proteste di alcuni settori della società georgiana filo-occidentali ed europeisti. Le forze dell’ordine sono intervenute contro le manifestazioni, con gas lacrimogeni e idranti. In Parlamento, prima del voto, una decina di deputati dei due blocchi sono venuti alle mani.
La Georgia nel dicembre 2023 ha ottenuto lo status di paese candidato all’adesione all’Unione Europea.
“Oggi è il giorno più importante per il rafforzamento dell’indipendenza e della sovranità del nostro Paese. L’adozione della legge sulla “Trasparenza dell’influenza straniera” crea forti garanzie di pace e tranquillità a lungo termine in Georgia e di superare la cosiddetta polarizzazione, condizione necessaria per l’integrazione della Georgia nell’Unione Europea”, ha commentato il primo ministro georgiano Irak’li K’obakhidze.
Curiosamente, nell’Unione Europea si critica la legge che limita le interferenze straniere sui mass media in Georgia proprio mentre si sta lavorando ad una misura simile nella Ue.
Nel corso di un intervento al summit per la democrazia di Copenaghen Ursula von der Leyen si è detta “preoccupata” per l’aumento della disinformazione e delle interferenze straniere in Europa, avvertendo che i “principi fondamentali della nostra democrazia” sono sotto attacco, quindi propone uno “scudo europeo per la democrazia come una delle priorità principali della prossima Commissione”.
Il progetto europeo dovrebbe concentrarsi sulle maggiori minacce dovute alle interferenze e alle manipolazioni straniere: per von der Leyen il primo passo riguarda l’individuazione, per poi disporre di mezzi di comunicazione liberi.
Le cancellerie occidentali non mostrano di gradire uno scenario che tiene la Georgia lontano dall’integrazione con la Ue e non rinunciano ad esercitare quelle ingerenze esterne sulla vita politica interna di quel paese che la legge approvata intende invece limitare.
Dalla Casa Bianca sono arrivate dure critiche alla legge approvata dal Parlamento, con la portavoce Karine Jean-Pierre che ha dichiarato che la legge “va contro i valori democratici e allontana la Georgia dall’Unione Europea. Vediamo quello che farà il parlamento dopo il previsto veto del presidente. Nel caso in cui passasse saremmo costretti a rivedere profondamente i nostri rapporti”. Se la legge procede senza essere in linea con le norme dell’Ue e mina la democrazia e se proseguiranno le violenze contro chi manifesta pacificamente contro, allora c’è il rischio che Washington imponga misure restrittive sui responsabili, “siano esse finanziarie o di viaggio”, ha reso noto la O’Brien.
Il portavoce del Cremlino ha così commentato: “Abbiamo ripetutamente affermato che si tratta assolutamente di un affare interno della Georgia e non vogliamo intrometterci in alcun modo. Vediamo un’ingerenza palese negli affari interni della Georgia da parte dell’esterno”.
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03/05/2024
La Georgia ritenta l’approvazione della legge contro le influenze straniere
Questo maggio si preannuncia come un mese che, nella storia della Georgia post-sovietica, potrebbe diventare un momento di svolta del paese. Quale direzione prenderà potrebbe essere deciso dai risvolti delle agitazioni in concomitanza con l’approvazione della legge definita “sugli agenti stranieri“.
Il parlamento georgiano ha infatti approvato in seconda lettura tale norma, e si appresta ora ad affrontare il voto definitivo entro metà maggio. Ma dal 9 aprile la capitale Tbilisi è animata da varie proteste, con un vero e proprio salto di qualità verificatosi il 29 aprile.
Tra il 30 aprile e il primo maggio, la polizia ha effettuato 63 arresti, mentre immagini di scontri di piazza si diffondevano a livello internazionale. Nella notte del primo maggio i manifestanti hanno assaltato e tentato di irrompere nel parlamento, spingendo il consesso a cancellare i lavori del 2 maggio.
Per ora il copione delle vicende sembra seguire quello visto un anno fa, quando già una proposta simile all’attuale in quasi tutto fu fermata dalla contrarietà di varie mobilitazioni. Il tema vero è se però questa volta, invece, di fronte alla determinazione del governo, verrà ricalcato anche il copione di Kiev 2014.
La Georgia ha una situazione a tratti speculare a quella dell’Ucraina. Entrambe cominciarono il percorso di avvicinamento alla NATO col vertice di Bucarest del 2008, a cui seguì dopo pochi mesi la guerra russo-georgiana, con la quale Mosca sostenne l’indipendenza delle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.
L’operazione russa in Ucraina non è dunque una novità rispetto a strategie già messe in campo per evitare l’accerchiamento euroatlantico. La novità è stata più nel fatto che il Cremlino questa volta ha apertamente chiesto la neutralità di Kiev, cosa che – dopo aver nutrito Euromaidan per un decennio – Washington non ha voluto accettare.
Una differenza sostanziale, però, è nell’effettivo orientamento del governo di Tbilisi. In questo caso, i partiti Sogno Georgiano (che guida la maggioranza) e Movimento Nazionale Unito (che guida l’opposizione) sono entrambi filo-atlantici, condividono le stesse scelte strategiche di fondo: insomma, come l’Italia, se fosse nel Caucaso.
Nel dicembre 2023 Bruxelles ha concesso alla Georgia lo status di ‘paese candidato’ ad entrare nella UE. Ma la legge sugli “agenti stranieri” sembra porre un ostacolo insormontabile di fronte a questo percorso, a giudicare dalle parole di alti dirigenti europei.
Josep Borrell ha condannato la “violenza contro i manifestanti in Georgia che manifestavano pacificamente“. La solita presbiopia del “giardino europeo” che impedisce di vedere le manganellate quando vengono dispensate ai solidali con la Palestina nei paesi UE.
La Von der Leyen ha detto che “la Georgia è a un bivio. Essa dovrebbe rimanere sulla strada verso l’Europa“. Parole che assomigliano a una minaccia, più che a una sincera preoccupazione per il futuro della democrazia georgiana se la legge venisse approvata.
Perché poi il nodo fondamentale è proprio questa norma, che in sé non ha nulla di preoccupante. Il testo impone a tutti gli enti che ricevono più del 20 per cento dei propri fondi da istituzioni straniere di farsi inserire in un registro di “organizzazioni portatrici degli interessi di una potenza straniera“.
In pratica, si tratta di uno strumento di relativo controllo delle operazioni di lobbying estere sulla politica georgiana. Un elemento che dovrebbe essere di “garanzia della sovranità” e dell'”autonomia del governo” – come del resto dovrebbe essere in qualsiasi regime democratico – non una sua ferita insanabile...
Anche se, ad ogni modo, in Georgia non sarà così.
Va infatti sottolineato come ormai da una trentina d’anni la politica, così come i servizi pubblici in senso lato (dall’educazione alla sanità, fino allo sviluppo rurale e delle infrastrutture), sono divenuti terreno di caccia di istituti internazionali e delle “organizzazioni non governative” attraverso cui operano.
Si tratta della costruzione di veri e propri potentati interni al paese ma eterodirette, cui i cittadini devono fare affidamento, volenti o nolenti.
‘Sogno Georgiano’ – il partito che attualmente governa ed ha proposto la legge – non intende assolutamente abbattere questo sistema, su cui in fondo anch’esso si appoggia, ma in qualche misura controllarlo meglio.
Alcuni settori vicini a vari oppositori cominciano a dare segnali di insofferenza che sembrano andare oltre il gioco, seppur truccato, delle elezioni democratiche, e il governo vuole perciò riaffermare un certo grado di controllo sul paese.
Su tutti i media nostrani invece leggiamo che tale legge, che non riconsegnerà comunque alcuna sovranità al popolo, è una “legge russa“, perché viene associata alla normativa di Mosca sul tema. Ma non sembra aver nulla in comune con quel provvedimento, semmai sembra ricalcata sul Foreign Agents Registration Act statunitense.
In sintesi, una legge viene definita filo–russa se limita le possibilità dell’Occidente di fare quel che vuole in un paese terzo, mentre se lascia massima libertà di manipolazione agli interessi esteri è “espressione di democrazia”. Un’altra manifestazione da manuale del “doppio standard” usato alle nostre latitudini.
Quel che non sta bene alle centrali imperialiste occidentali è la posizione del nuovo primo ministro, Irakli Kobakhidze, in carica da febbraio. Egli, sostenitore dell’Ucraina e critico della Russia, si è però sempre opposto alle pressioni che volevano che la Georgia aprisse un fronte caucasico per indebolire ulteriormente Mosca.
Visto da lontano, Kobakhidze non sembra un “agente del Cremlino”, ha anzi ribadito la sua ferma intenzione di fare entrare il suo paese nella UE. Appare semplicemente un politico che, adottando un po’ di realpolitik, sa che la pace salva le vite e l’economia dei suoi cittadini.
Il primo ministro georgiano ha in effetti in passato parlato di un “partito globale della guerra” che vuole trascinare il suo paese in un conflitto. Per quanto possa essere filo-occidentale, sa anche che Bruxelles e Washington sono pronte a usare Tbilisi come carne da macello, per poi abbandonarla quando non sarà più utile.
Cosa c’entra tutto questo quadro con una legge che in sostanza riguarda il lobbismo? Quasi nulla in pratica, ed è per questo che sembra decisamente più improbabile, rispetto al 2014, il sostegno a soluzioni politiche violente, che la norma passi o meno: sarebbe sostituire un esecutivo atlantista con un altro esecutivo atlantista.
Comunque, l’interpretazione che stanno dando della vicenda in Occidente sembra essere anche un segnale piuttosto chiaro per le elezioni che si svolgeranno nel prossimo autunno. Tramite una legge sulle influenze estere, il futuro governo è avvertito sui limiti che il suo agire sovrano potrà avere.
Ad ora, però, teniamo gli occhi aperti sulla terza votazione del provvedimento, che avverrà nei prossimi giorni. Fino a che punto possa essere davvero compromessa dall’interno la “democrazia” georgiana non si può prevedere nel dettaglio...
Fonte
Il parlamento georgiano ha infatti approvato in seconda lettura tale norma, e si appresta ora ad affrontare il voto definitivo entro metà maggio. Ma dal 9 aprile la capitale Tbilisi è animata da varie proteste, con un vero e proprio salto di qualità verificatosi il 29 aprile.
Tra il 30 aprile e il primo maggio, la polizia ha effettuato 63 arresti, mentre immagini di scontri di piazza si diffondevano a livello internazionale. Nella notte del primo maggio i manifestanti hanno assaltato e tentato di irrompere nel parlamento, spingendo il consesso a cancellare i lavori del 2 maggio.
Per ora il copione delle vicende sembra seguire quello visto un anno fa, quando già una proposta simile all’attuale in quasi tutto fu fermata dalla contrarietà di varie mobilitazioni. Il tema vero è se però questa volta, invece, di fronte alla determinazione del governo, verrà ricalcato anche il copione di Kiev 2014.
La Georgia ha una situazione a tratti speculare a quella dell’Ucraina. Entrambe cominciarono il percorso di avvicinamento alla NATO col vertice di Bucarest del 2008, a cui seguì dopo pochi mesi la guerra russo-georgiana, con la quale Mosca sostenne l’indipendenza delle regioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.
L’operazione russa in Ucraina non è dunque una novità rispetto a strategie già messe in campo per evitare l’accerchiamento euroatlantico. La novità è stata più nel fatto che il Cremlino questa volta ha apertamente chiesto la neutralità di Kiev, cosa che – dopo aver nutrito Euromaidan per un decennio – Washington non ha voluto accettare.
Una differenza sostanziale, però, è nell’effettivo orientamento del governo di Tbilisi. In questo caso, i partiti Sogno Georgiano (che guida la maggioranza) e Movimento Nazionale Unito (che guida l’opposizione) sono entrambi filo-atlantici, condividono le stesse scelte strategiche di fondo: insomma, come l’Italia, se fosse nel Caucaso.
Nel dicembre 2023 Bruxelles ha concesso alla Georgia lo status di ‘paese candidato’ ad entrare nella UE. Ma la legge sugli “agenti stranieri” sembra porre un ostacolo insormontabile di fronte a questo percorso, a giudicare dalle parole di alti dirigenti europei.
Josep Borrell ha condannato la “violenza contro i manifestanti in Georgia che manifestavano pacificamente“. La solita presbiopia del “giardino europeo” che impedisce di vedere le manganellate quando vengono dispensate ai solidali con la Palestina nei paesi UE.
La Von der Leyen ha detto che “la Georgia è a un bivio. Essa dovrebbe rimanere sulla strada verso l’Europa“. Parole che assomigliano a una minaccia, più che a una sincera preoccupazione per il futuro della democrazia georgiana se la legge venisse approvata.
Perché poi il nodo fondamentale è proprio questa norma, che in sé non ha nulla di preoccupante. Il testo impone a tutti gli enti che ricevono più del 20 per cento dei propri fondi da istituzioni straniere di farsi inserire in un registro di “organizzazioni portatrici degli interessi di una potenza straniera“.
In pratica, si tratta di uno strumento di relativo controllo delle operazioni di lobbying estere sulla politica georgiana. Un elemento che dovrebbe essere di “garanzia della sovranità” e dell'”autonomia del governo” – come del resto dovrebbe essere in qualsiasi regime democratico – non una sua ferita insanabile...
Anche se, ad ogni modo, in Georgia non sarà così.
Va infatti sottolineato come ormai da una trentina d’anni la politica, così come i servizi pubblici in senso lato (dall’educazione alla sanità, fino allo sviluppo rurale e delle infrastrutture), sono divenuti terreno di caccia di istituti internazionali e delle “organizzazioni non governative” attraverso cui operano.
Si tratta della costruzione di veri e propri potentati interni al paese ma eterodirette, cui i cittadini devono fare affidamento, volenti o nolenti.
‘Sogno Georgiano’ – il partito che attualmente governa ed ha proposto la legge – non intende assolutamente abbattere questo sistema, su cui in fondo anch’esso si appoggia, ma in qualche misura controllarlo meglio.
Alcuni settori vicini a vari oppositori cominciano a dare segnali di insofferenza che sembrano andare oltre il gioco, seppur truccato, delle elezioni democratiche, e il governo vuole perciò riaffermare un certo grado di controllo sul paese.
Su tutti i media nostrani invece leggiamo che tale legge, che non riconsegnerà comunque alcuna sovranità al popolo, è una “legge russa“, perché viene associata alla normativa di Mosca sul tema. Ma non sembra aver nulla in comune con quel provvedimento, semmai sembra ricalcata sul Foreign Agents Registration Act statunitense.
In sintesi, una legge viene definita filo–russa se limita le possibilità dell’Occidente di fare quel che vuole in un paese terzo, mentre se lascia massima libertà di manipolazione agli interessi esteri è “espressione di democrazia”. Un’altra manifestazione da manuale del “doppio standard” usato alle nostre latitudini.
Quel che non sta bene alle centrali imperialiste occidentali è la posizione del nuovo primo ministro, Irakli Kobakhidze, in carica da febbraio. Egli, sostenitore dell’Ucraina e critico della Russia, si è però sempre opposto alle pressioni che volevano che la Georgia aprisse un fronte caucasico per indebolire ulteriormente Mosca.
Visto da lontano, Kobakhidze non sembra un “agente del Cremlino”, ha anzi ribadito la sua ferma intenzione di fare entrare il suo paese nella UE. Appare semplicemente un politico che, adottando un po’ di realpolitik, sa che la pace salva le vite e l’economia dei suoi cittadini.
Il primo ministro georgiano ha in effetti in passato parlato di un “partito globale della guerra” che vuole trascinare il suo paese in un conflitto. Per quanto possa essere filo-occidentale, sa anche che Bruxelles e Washington sono pronte a usare Tbilisi come carne da macello, per poi abbandonarla quando non sarà più utile.
Cosa c’entra tutto questo quadro con una legge che in sostanza riguarda il lobbismo? Quasi nulla in pratica, ed è per questo che sembra decisamente più improbabile, rispetto al 2014, il sostegno a soluzioni politiche violente, che la norma passi o meno: sarebbe sostituire un esecutivo atlantista con un altro esecutivo atlantista.
Comunque, l’interpretazione che stanno dando della vicenda in Occidente sembra essere anche un segnale piuttosto chiaro per le elezioni che si svolgeranno nel prossimo autunno. Tramite una legge sulle influenze estere, il futuro governo è avvertito sui limiti che il suo agire sovrano potrà avere.
Ad ora, però, teniamo gli occhi aperti sulla terza votazione del provvedimento, che avverrà nei prossimi giorni. Fino a che punto possa essere davvero compromessa dall’interno la “democrazia” georgiana non si può prevedere nel dettaglio...
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14/03/2023
Manifestazioni in Georgia e Moldavia. “Buone” le prime, “cattive” le seconde. Ipocrisia senza fine sui mass media
L’ipocrisia del doppio standard sistematicamente utilizzato dai mass media italiani e occidentali comincia a sfiorare il ridicolo. Da giorni manifestazioni popolari si susseguono in due Stati ritenuti nell’orbita russa e “contesi” con l’Unione Europea: Moldavia e Georgia.
Nel primo caso i manifestanti vengono demonizzati in quanto ritenuti filorussi, nel secondo vengono esaltati in quanto filo europeisti e statunitensi. Nessuno che si sia preso la briga di indagare sulle condizioni di vita delle popolazioni e sul come la guerra in Ucraina le stia peggiorando.
In Moldavia le forze di sicurezza hanno represso l’ennesima giornata di proteste nel Paese organizzata dal gruppo Movimento per il popolo, con gli agenti che hanno arrestato 54 persone, di cui 21 minorenni. I manifestanti chiedono al governo di coprire integralmente i costi delle bollette energetiche invernali e di “non coinvolgere il Paese in una guerra”. Inoltre, hanno ripetutamente invitato la presidente Maia Sandu a dimettersi.
Le dimostrazioni di domenica si sono trasformate presto in scontri tra i partecipanti e le forze di polizia nel centro della capitale moldava, con i tafferugli che sarebbero scoppiati dopo che la polizia ha transennato la piazza principale della città, impedendo ai manifestanti di raggiungerla.
Inizialmente i dimostranti hanno bloccato il traffico sul viale principale di Chisinau e si stavano dirigendo verso la piazza della Grande Assemblea Nazionale. La polizia ha dunque bloccato loro l'accesso alla piazza.
I manifestanti in marcia hanno quindi cercato di tornare verso gli edifici dell’ufficio presidenziale e del Parlamento. Il partito Shor – indicato come “filorusso” – si è nuovamente mobilitato nelle ultime settimane contro il governo filo-Ue, con diverse manifestazioni.
In Georgia, invece, il partito di maggioranza ha ritirato la “Legge sugli agenti stranieri” dopo due notti di scontri, cinquanta poliziotti feriti e sessantasei manifestanti arrestati, lanci di bottiglie molotov e pietre nel corso delle violente manifestazioni di protesta che si sono svolte a Tiblisi, capitale della Georgia, contro la contestata legge sugli agenti stranieri portata all’esame del Parlamento georgiano.
Secondo Interfax, una nuova manifestazione di protesta ha portato in piazza anche migliaia di persone, in gran parte studenti universitari, tornate a radunarsi nella piazza antistante il Parlamento. Il progetto di legge sugli “agenti stranieri” secondo i sostenitori dei manifestanti minerebbe le speranze di adesione all’Ue del Paese del Caucaso meridionale.
Quindi in Moldavia le manifestazioni popolari si oppongono all’adesione alla Ue mentre in Georgia chiedono il contrario.
I manifestanti moldavi vengono accusati di esporre alcune bandiere russe, i manifestanti georgiani espongono invece apertamente le bandiere della Ue e degli Stati Uniti (ed anche qualcuna ucraina). Perché le prime vengono demonizzate sui mass media italiani e le seconde incensate?
Magari la dialettica politica e democratica dovrebbe riconoscere ai popoli il diritto di scegliere il proprio destino. Oppure tale destino deve essere a senso unico? Solo in guerra e nelle braccia della Nato?!
Fonte
Nel primo caso i manifestanti vengono demonizzati in quanto ritenuti filorussi, nel secondo vengono esaltati in quanto filo europeisti e statunitensi. Nessuno che si sia preso la briga di indagare sulle condizioni di vita delle popolazioni e sul come la guerra in Ucraina le stia peggiorando.
In Moldavia le forze di sicurezza hanno represso l’ennesima giornata di proteste nel Paese organizzata dal gruppo Movimento per il popolo, con gli agenti che hanno arrestato 54 persone, di cui 21 minorenni. I manifestanti chiedono al governo di coprire integralmente i costi delle bollette energetiche invernali e di “non coinvolgere il Paese in una guerra”. Inoltre, hanno ripetutamente invitato la presidente Maia Sandu a dimettersi.
Le dimostrazioni di domenica si sono trasformate presto in scontri tra i partecipanti e le forze di polizia nel centro della capitale moldava, con i tafferugli che sarebbero scoppiati dopo che la polizia ha transennato la piazza principale della città, impedendo ai manifestanti di raggiungerla.
Inizialmente i dimostranti hanno bloccato il traffico sul viale principale di Chisinau e si stavano dirigendo verso la piazza della Grande Assemblea Nazionale. La polizia ha dunque bloccato loro l'accesso alla piazza.
I manifestanti in marcia hanno quindi cercato di tornare verso gli edifici dell’ufficio presidenziale e del Parlamento. Il partito Shor – indicato come “filorusso” – si è nuovamente mobilitato nelle ultime settimane contro il governo filo-Ue, con diverse manifestazioni.
In Georgia, invece, il partito di maggioranza ha ritirato la “Legge sugli agenti stranieri” dopo due notti di scontri, cinquanta poliziotti feriti e sessantasei manifestanti arrestati, lanci di bottiglie molotov e pietre nel corso delle violente manifestazioni di protesta che si sono svolte a Tiblisi, capitale della Georgia, contro la contestata legge sugli agenti stranieri portata all’esame del Parlamento georgiano.
Secondo Interfax, una nuova manifestazione di protesta ha portato in piazza anche migliaia di persone, in gran parte studenti universitari, tornate a radunarsi nella piazza antistante il Parlamento. Il progetto di legge sugli “agenti stranieri” secondo i sostenitori dei manifestanti minerebbe le speranze di adesione all’Ue del Paese del Caucaso meridionale.
Quindi in Moldavia le manifestazioni popolari si oppongono all’adesione alla Ue mentre in Georgia chiedono il contrario.
I manifestanti moldavi vengono accusati di esporre alcune bandiere russe, i manifestanti georgiani espongono invece apertamente le bandiere della Ue e degli Stati Uniti (ed anche qualcuna ucraina). Perché le prime vengono demonizzate sui mass media italiani e le seconde incensate?
Magari la dialettica politica e democratica dovrebbe riconoscere ai popoli il diritto di scegliere il proprio destino. Oppure tale destino deve essere a senso unico? Solo in guerra e nelle braccia della Nato?!
Fonte
10/03/2023
Georgia - Il governo ritira la legge contestata, più americana che “russa”
Dopo un giorno e due notti di protesta, il governo georgiano, che ho scoperto con un certo stupore essere considerato dai nostri media “filorusso”, ha deciso di ritirare la legge definita, di conseguenza, “filo Putin”. Vedremo se l’obiettivo dei manifestanti era in effetti quello o se, trovandosi in piazza, decideranno di restarci.
C’è già chi chiede di rovesciare il governo, anche se basterebbe aspettare il 2024, quando si terranno le nuove elezioni: ma si sa, “la democrazia” ha sempre fretta.
Interrogati nel merito della legge, molti di coloro che esultano per la sua cancellazione non sembrano avere le idee chiarissime e la definiscono variamente come “una legge che colpisce (senza specificare come) i media” o “una legge che abolisce le associazioni“, trovandosi però tutti d’accordo sul fatto che è una legge “come quella russa“.
Ecco, in realtà no. La legge russa sugli “agenti stranieri“, adottata nel 2012 e via via inasprita nel corso degli anni (l’ultima volta nel settembre 2022) obbliga chiunque riceva o abbia mai ricevuto non meglio specificati “sostegni” o “influenza” dall’estero (anche non finanziari), o sia stato “affiliato” a entità straniere, a dichiararsi “agente straniero“, perdendo il diritto a ricevere finanziamenti statali, lavorare nelle università statali o insegnare nelle scuole, e rischiando di avere i propri canali di comunicazione (tipo il sito web) chiusi dalle autorità senza bisogno di un ordine del tribunale.
Per dire, io in Russia potrei essere qualificato come “agente straniero“, visto che ricevo uno stipendio dal Ministero dell’Istruzione bulgaro, e non potrei insegnare in una università russa a meno di rinunciare alla mia affiliazione.
La proposta di legge georgiana invece imponeva a media e associazioni (non privati cittadini) che ricevono dall’estero più del 20% dei propri fondi di registrarsi in un apposito elenco e inviare al Ministero degli Interni la propria documentazione finanziaria una volta l’anno, pena una multa corrispondente a 9.550 dollari.
In caso non si ottemperi a questa disposizione sono previste varie misure amministrative che, nei casi più gravi, diventerebbero penali.
Più che alla “legge russa” sembrerebbe quindi somigliare al “Foreign Agents Registration Act statunitense” o “FARA” che impone la “public disclosure” di individui o enti che svolgano attività di lobbying o di sostegno a governi, organizzazioni o cittadini stranieri tramite registrazione presso il Ministero della Giustizia, nella quale va dichiarato il loro rapporto con questi enti stranieri, la propria attività a loro favore e i compensi percepiti.
A differenza che in Russia, dunque, negli USA potrei mantenere il mio stipendio bulgaro e insegnare anche lì: sorpresa, avrei potuto farlo anche in Georgia se la legge fosse stata approvata in via definitiva. Legge “americana“, dunque, più che “russa“.
Potenzialmente illiberale, manipolabile e utilizzabile contro avversari politici? Certamente, così come potenzialmente illiberale, manipolabile e utilizzabile contro avversari politici è quella USA (qui qualche caso del passato).
Ma siccome una legge potenzialmente illiberale non può essere statunitense, essendo per definizione tutte le leggi statunitensi “liberali”, deve essere russa essendo, sempre per definizione, tutte le leggi russe “illiberali” (e su buona parte di quelle degli ultimi vent’anni possiamo tranquillamente discutere), dal che consegue che tutte le leggi illiberali sono russe, e dunque quella georgiana è una “legge russa“.
L’ultimo passaggio è ovviamente una fallacia logica (tutti i cani sono mammiferi, ma non tutti i mammiferi sono cani), ma pare che la cosa non importi: le proteste contro una legge illiberale sono proteste contro la Russia. Un governo che approva una legge illiberale, o potenzialmente illiberale, è un governo filorusso.
Aspetto dunque con ansia di veder definita “filorussa”, che so, la legislazione polacca sull’aborto. O quella italiana sui migranti.
Fonte
C’è già chi chiede di rovesciare il governo, anche se basterebbe aspettare il 2024, quando si terranno le nuove elezioni: ma si sa, “la democrazia” ha sempre fretta.
Interrogati nel merito della legge, molti di coloro che esultano per la sua cancellazione non sembrano avere le idee chiarissime e la definiscono variamente come “una legge che colpisce (senza specificare come) i media” o “una legge che abolisce le associazioni“, trovandosi però tutti d’accordo sul fatto che è una legge “come quella russa“.
Ecco, in realtà no. La legge russa sugli “agenti stranieri“, adottata nel 2012 e via via inasprita nel corso degli anni (l’ultima volta nel settembre 2022) obbliga chiunque riceva o abbia mai ricevuto non meglio specificati “sostegni” o “influenza” dall’estero (anche non finanziari), o sia stato “affiliato” a entità straniere, a dichiararsi “agente straniero“, perdendo il diritto a ricevere finanziamenti statali, lavorare nelle università statali o insegnare nelle scuole, e rischiando di avere i propri canali di comunicazione (tipo il sito web) chiusi dalle autorità senza bisogno di un ordine del tribunale.
Per dire, io in Russia potrei essere qualificato come “agente straniero“, visto che ricevo uno stipendio dal Ministero dell’Istruzione bulgaro, e non potrei insegnare in una università russa a meno di rinunciare alla mia affiliazione.
La proposta di legge georgiana invece imponeva a media e associazioni (non privati cittadini) che ricevono dall’estero più del 20% dei propri fondi di registrarsi in un apposito elenco e inviare al Ministero degli Interni la propria documentazione finanziaria una volta l’anno, pena una multa corrispondente a 9.550 dollari.
In caso non si ottemperi a questa disposizione sono previste varie misure amministrative che, nei casi più gravi, diventerebbero penali.
Più che alla “legge russa” sembrerebbe quindi somigliare al “Foreign Agents Registration Act statunitense” o “FARA” che impone la “public disclosure” di individui o enti che svolgano attività di lobbying o di sostegno a governi, organizzazioni o cittadini stranieri tramite registrazione presso il Ministero della Giustizia, nella quale va dichiarato il loro rapporto con questi enti stranieri, la propria attività a loro favore e i compensi percepiti.
A differenza che in Russia, dunque, negli USA potrei mantenere il mio stipendio bulgaro e insegnare anche lì: sorpresa, avrei potuto farlo anche in Georgia se la legge fosse stata approvata in via definitiva. Legge “americana“, dunque, più che “russa“.
Potenzialmente illiberale, manipolabile e utilizzabile contro avversari politici? Certamente, così come potenzialmente illiberale, manipolabile e utilizzabile contro avversari politici è quella USA (qui qualche caso del passato).
Ma siccome una legge potenzialmente illiberale non può essere statunitense, essendo per definizione tutte le leggi statunitensi “liberali”, deve essere russa essendo, sempre per definizione, tutte le leggi russe “illiberali” (e su buona parte di quelle degli ultimi vent’anni possiamo tranquillamente discutere), dal che consegue che tutte le leggi illiberali sono russe, e dunque quella georgiana è una “legge russa“.
L’ultimo passaggio è ovviamente una fallacia logica (tutti i cani sono mammiferi, ma non tutti i mammiferi sono cani), ma pare che la cosa non importi: le proteste contro una legge illiberale sono proteste contro la Russia. Un governo che approva una legge illiberale, o potenzialmente illiberale, è un governo filorusso.
Aspetto dunque con ansia di veder definita “filorussa”, che so, la legislazione polacca sull’aborto. O quella italiana sui migranti.
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