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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/04/2026

La crisi della Nato non è una “stramberia” di Trump, incubava da anni

Dopo le dichiarazioni del segretario di Stato USA Marco Rubio, che ha sottolineato la necessità di “rivalutare il rapporto con la Nato” una volta finita la guerra contro l’Iran, il presidente Trump è tornato a minacciare l’uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica.

Donald Trump ha detto al quotidiano britannico The Telegraph che sta prendendo seriamente in considerazione di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO dopo che l’alleanza ha evitato di partecipare alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nell’intervista, Trump ha detto che la NATO non ha sostenuto gli sforzi militari degli Stati Uniti e ha aggiunto: “Ho sempre saputo che l’alleanza era una ‘tigre di carta’, e a proposito, anche Putin lo sa”.

Eppure quella di Trump non è una valutazione originale. Molto prima che la guerra in Ucraina piombasse come un macigno nelle relazioni interne alla Nato accelerandone le contraddizioni interne, nel novembre 2019, in una intervista all’Economist, il presidente francese Macron aveva affermato che “La Nato è in stato di morte cerebrale”.

Anche allora alla Casa Bianca c’era Donald Trump, il quale con uno stile che richiama molto i ragionamenti di questi giorni aveva affermato che “I terroristi, gli jihadisti sono europei, non americani” e “È un loro problema non è il mio”.

Rispondendo a Trump, nell’intervista a l’Economist, Macron aveva affermato che il problema è che “Trump pone il problema della Nato come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti assicurano una forma di ombrello geopolitico, ma come contropartita, occorre che abbia una esclusività commerciale, un motivo per comprare americano”. Era solo ieri ma sembra oggi.

Commentando la situazione di tensione tra due paesi membri della Nato – Grecia e Turchia – sulle Zone Economiche Esclusive nel Mediterraneo – Macron aveva detto al settimanale economico britannico: “Guardiamo le cose in faccia. Ci sono degli alleati che sono insieme in una stessa regione del pianeta e non c’è alcun coordinamento delle decisioni strategiche degli Stati Uniti con questi alleati. Assistiamo a un’aggressione portata da un altro partner della Nato, che è la Turchia, in una zone dove i nostri interessi sono in gioco, senza coordinamento”.

In realtà se volessimo datare l’evidenza della crisi interna della Nato dovremmo tornare al 2008 e alla guerra tra Russia e Georgia sull’Abkhazia e l’Ossezia del sud.

La Georgia nel 2008 aveva chiesto di aderire alla Nato. Gli Usa (amministrazione Bush jr) erano d’accordo, ma le principali potenze europee della Nato (Francia, Germania, Italia) nel vertice Nato di Bucarest – aprile 2008 – si opposero e la cosa non andò in porto. La Georgia aveva dunque lo status di partnerhisp con la Nato ma non quello di membro a tutti gli effetti.

Il Corriere della Sera del 1 dicembre 2010 ricostruirà anche un retroscena che nel 2008 e sulla guerra in Georgia aveva visto salire la tensione nelle relazioni proprio tra Italia e Stati Uniti a causa dell’opposizione italiana all’ingresso della Georgia nella Nato.

In Italia Berlusconi aveva appena vinto le elezioni del 2008 dopo la caduta del secondo governo Prodi.

Nelle comunicazioni tra le ambasciate americane di Roma e Praga e il dipartimento di Stato, venute in possesso di Wikileaks e che il Corriere della Sera fu in grado di pubblicare, trapela “la costante irritazione degli Stati Uniti per la posizione tenuta dall’Italia nel corso della guerra tra Georgia e Russia dell’agosto 2008”.

In un cablo, l’ambasciatore statunitense Richard Spogli scriveva nel 2008: “Nella migliore delle ipotesi, l’Italia eviterà di pronunciare dichiarazioni forti o di fare pressioni sulla Russia. Nella peggiore, l’Italia potrebbe lavorare per distruggere la determinazione degli altri alleati nelle sedi internazionali, incluse la Nato e l’Unione Europea. ... Abbiamo preso contatti con il governo italiano ai più alti livelli per suggerire che l’Italia debba prendere una posizione di principio, basata su fatti obiettivi. Inoltre, abbiamo chiarito che l’atteggiamento favorevole suscitato dal nuovo governo Berlusconi nei suoi primi mesi di attività potrebbe scomparire se la sua credibilità su questa questione venisse meno”.

Per forzare la mano alla Nato, il presidente georgiano di allora, Shakasvili (poi fuggito in Ucraina perché inseguito da un mandato di cattura, diventandone addirittura un ministro ndr), tenta la carta del fatto compiuto e attacca militarmente Abkhazia e Ossezia del Sud.

Di fronte all’intervento russo a fianco delle due repubbliche indipendentiste, Shakasvili invoca l’art. 5 della Nato e chiede di essere sostenuto militarmente dall’Alleanza Atlantica. Gli USA si dicono disponibili a intervenire, ma ancora una volta gli stati europei della Nato si mettono di traverso per non correre il rischio di scatenare una guerra con la Russia a causa di un “dittatorello georgiano” messo al potere dagli Stati Uniti. Emblematicamente questa lungimiranza verrà a mancare ai leader europei qualche anno dopo sull’Ucraina.

Lo scenario infatti si ripeterà – però a parti inverse – nel 2024 in Ucraina dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

Proprio la guerra in Ucraina e lo scontro con la Russia avevano dato l’impressione di poter rallentare la crisi della Nato e, al contrario, di voler rafforzare il polo euroatlantico. Ma via via che il conflitto si è trascinato nel tempo e che l’Ucraina lo sta perdendo in tutta evidenza, la tendenza alla coesione interna all’Alleanza Atlantica si è nuovamente affievolita.

L’incubazione della crisi interna della Nato non è quindi una stramberia di Trump ma è in corso da diversi anni. Inevitabile che questo scenario metta i principali paesi europei di fronte ad una alternativa del diavolo: accelerare il processo verso l’autonomia strategica e al riarmo oppure veder venire meno una “camera di compensazione” ma anche lo “strumento dell’ingerenza degli USA sugli affari politici europei” caro a Brzezinski. I tempi stanno cambiando, velocemente e brutalmente.

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14/10/2025

Ecco perché in Georgia le opposizioni filo-Ue non ottengono nulla

di Fulvio Scaglione

Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.

Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.

Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.

La memoria della guerra del 2008

Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.

L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.

Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.

La Russia come “Paese nemico”

Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.

Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.

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