Per la Linke, una domanda sembra sorgere dopo la vittoria elettorale a Berlino: andare avanti a testa alta o cedere alle sciocchezze degli avversari politici? Secondo tutte le indicazioni, la decisione è stata presa a favore di quest’ultima e anche prima del giorno delle elezioni.
Da sabato, la Commissione Arbitrale della Link di Berlino ha presentato una mozione di esclusione contro la militante del partito Hannah Bruns, che è solidale con la Palestina. Secondo un rapporto di martedì, il Tagenspiegel ne ha appreso la vicenda dagli ambienti del partito, anche se la stessa Bruns non è ancora stata informata del processo, ha detto a Junge Welt. La Commissione Arbitrale, su richiesta, ha confermato la ricezione della domanda.
Bruns è portavoce del Gruppo di Lavoro Statale sulla Solidarietà con la Palestina nel Partito della Sinistra di Berlino. Non sa esattamente chi abbia iniziato il processo di espulsione. Il Tagesspiegel inoltre non ha fornito alcuna informazione pubblica a riguardo. Tuttavia, il giornale è riuscito a citare alcune dichiarazioni dell’attivista. Durante una manifestazione, ad esempio, ha detto che la liberazione della Palestina sarebbe stata completa solo “quando Tel Aviv sarà tornata nelle mani della Palestina”, e si è anche rifiutata di rispondere al distanziamento da Hamas richiesto dagli agitatori filo-Israele.
Non è “un caso che la mozione per l’esclusione sia già stata presentata”, ha sottolineato Bruns in un’intervista sia a Junge Welt che a Springer’s ai quali aveva già riferito la preparazione della domanda all’inizio del mese.
I responsabili avevano affidato il processo al partito dei media ostili, ha ipotizzato Bruns. Il membro della Linke ha inserito il tentativo di espulsione – ora pubblico – nel contesto delle recenti richieste dei possibili partner di coalizione affinché il Partito della Sinistra agisca contro il presunto antisemitismo all’interno delle proprie fila.
La campagna diffamatoria contro il Partito della Sinistra – “fantasie di espropriazione” e “odio verso gli ebrei” – aveva ricevuto l’aggiunta dell’accusa di “legami con la criminalità dei clan” la stessa notte delle elezioni. Con diligenza, tutti parlano di una miscela selvaggia.
La leadership dell’SPD ha annunciato martedì attraverso Lars Klingbeil, Bärbel Bas e Tim Klüssendorf che: “La Linke non deve lasciare nemmeno un millimetro di spazio all’antisemitismo e ai criminali dei clan tra le sue fila”. Secondo Bild, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) aveva avvertito l’SPD dell'“inferno” e aveva chiesto ai socialdemocratici “di rendere chiaro in modo inequivocabile che non formeranno una coalizione con questo Partito di Sinistra a Berlino”.
Il giorno prima, secondo il Berliner Morgenpost, ex funzionari dello SPD di Berlino hanno contribuito al dibattito con una “risoluzione” contro i colloqui esplorativi con la Linke, incluso l’ex sindaco di governo Michael Müller. Anche l’ex leader SPD Sigmar Gabriel ha espresso la sua opinione sulla ZDF: “Non formerei mai una coalizione con nessun partito antisemita”. Non era certo una coincidenza “che il capo del clan Remmo passasse alla festa elettorale”, lo sapeva.
Si era saputo che il deputato del Partito di Sinistra di Neukölln, Ferat Koçak, aveva comunicato con un figlio di Remmo tramite Instagram. Di conseguenza, vuole sospendere temporaneamente le sue funzioni parlamentari.
Questo non basta per i Verdi. La segretaria parlamentare Irene Mihalic ha chiesto l’espulsione di Koçak dal gruppo parlamentare e anche la “chiarezza che stiamo fermamente dalla parte di Israele”. Questo significa anche, se necessario, che devono cacciare le persone, ha annunciato martedì il primo ministro del Baden-Württemberg, Cem Özdemir.
Il desiderio è apparentemente un ordine per alcuni. La mozione contro la Bruns riguarda “la disciplina e la diffamazione delle forze solidali con la Palestina all’interno del partito”, ha sottolineato la stessa Bruns, che ha anche espresso solidarietà con Koçak. “Un partito che ha ottenuto una vittoria elettorale storica non deve camminare curvo”, ha detto. Mercoledì, la presidente della Fondazione Rosa Luxemburg almeno è uscita dalla difensiva ed ha definito la dichiarazione della leadership dell’SPD un'“impertinenza”: “La Linke non è un partito antisemita e lo sa”.
Ramsis Kilani, cacciato dalla Linke a causa delle sue dichiarazioni sul genocidio a Gaza ha detto a Junge Welt che “Era solo questione di tempo prima che la mia espulsione fosse seguita da altre”.
Il motivo è che “La destra del partito vuole rimuovere la solidarietà con la Palestina come ostacolo alla partecipazione del governo a Berlino e a livello federale”. La sinistra del partito deve subito intraprendere pubblicamente la lotta contro l’esclusione di Bruns, ha detto Kilani.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Germania - La Linke cade nella trappola dell’antisemitismo e china la testa
23/09/2026
Essere Elif Eralp nella Berlino dove i fondi gestiscono oltre 200mila appartamenti
A Berlino è ormai certa la vittoria di Elif Eralp, candidata di punta di Die Linke, che si è presentata con un programma finalmente radicale. La sua piattaforma incarna una visione fortemente redistributiva focalizzata sul contrasto alla speculazione finanziaria, sull’emergenza abitativa e su una profonda riforma del sistema fiscale locale e nazionale.
Al centro del dibattito cittadino si colloca il tema della casa, dove la combinazione tra le privatizzazioni dei primi anni Duemila e la forte spinta finanziaria ha concentrato enormi porzioni del parco immobiliare privato nelle mani di pochi gruppi societari. Tra questi spicca Vonovia Se – insieme a Deutsche Wohnen, assorbita nel 2021 – che da sola controlla oltre 140mila appartamenti nella capitale, rappresentando il primo operatore del settore in Germania. Seguono colossi internazionali come il gruppo svedese Heimstaden, arrivato a gestire tra i 20mila e i 25mila alloggi, la società franco-italiana Covivio con circa 15mila-18mila unità, oltre a veicoli di private equity come il colosso statunitense Blackstone e gruppi storicamente radicati come Adler Group, detentore in passato di portafogli superiori ai 20mila immobili. Complessivamente, la grande finanza e i fondi d’investimento privati gestiscono tra i 200mila e i 250mila appartamenti berlinesi.
In sintesi Berlino è diventata un prodotto finanziario e contro questa vera e propria mutazione genetica si è schierata, con chiarezza, Elif Eralp. Per spezzare questo oligopolio, la sua risposta infatti prevede l’attuazione immediata del referendum del 2021 (Deutsche Wohnen & Co. enteignen), avviando l’esproprio con indennizzo e la pubblicizzazione di circa 220mila appartamenti appartenenti a società e gruppi privati titolari di oltre tremila unità. La misura sociale dell’esproprio si unisce alla proposta di un blocco rigido degli affitti applicato prioritariamente alle 380mila abitazioni di proprietà pubblica municipale, alla creazione di un’autorità pubblica d’ispezione contro il caro-affitti e all’espansione programmata dell’edilizia sociale.
La leva tributaria costituisce il secondo pilastro della strategia di Die Linke, concepita sia per disincentivare la rendita sia per reperire risorse fresche da destinare ai servizi essenziali. Per colpire direttamente l’asset immobiliare di alto bordo, Eralp e il suo partito propongono una nuova “tassa sulle ville di lusso” che andrebbe ad applicarsi sui beni immobiliari di valore stimato superiore ai quattro milioni di euro, una misura destinata a coinvolgere, tra gli altri, oltre tremila immobili storici situati nel quartiere benestante di Grunewald.
La sola introduzione di questa sovrattassa e delle riforme collegate sulle proprietà secondarie stima di apportare alle casse della capitale un gettito aggiuntivo compreso tra 150 e 300 milioni di euro ogni anno, risorse da vincolare direttamente alle politiche di blocco dei canoni e alla casa. A questa misura si aggiungono l’innalzamento della tassa sulle seconde case non locate, la chiusura dei cosiddetti share deals – ovvero le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie anziché il singolo fabbricato – e un’esenzione totale dell’imposta di acquisto per le famiglie a basso o medio reddito che comprano la prima abitazione.
Nel programma economico di Eralp trova spazio anche la dimensione nazionale della fiscalità: una proposta chiave riguarda la reintroduzione dell’imposta sui grandi patrimoni, strutturata con una franchigia iniziale di un milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per le fortune superiori. Secondo gli studi istituzionali di settore citati nel dibattito della candidatura, la sola reintroduzione dell’imposta patrimoniale consentirebbe al bilancio di Berlino di incassare oltre cinque miliardi di euro annui, fondi utili a finanziare la gratuità o il forte calmiere sui biglietti dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (kitas) e l’ammodernamento delle scuole. Sul fronte societario, si chiede inoltre di portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali e di istituire una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia. Guarda caso, a Berlino AfD non si impenna. Ma in Italia posizioni simili sarebbero accusate di blasfemia egualitaria.
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22/09/2026
Il “centrosinistra” è finito
di Giorgio Cremaschi
A Berlino ha vinto la Linke che si dichiara apertamente per il socialismo, con una candidata sindaca – Elif Eralp – che ha proposto l’esproprio delle grandi proprietà immobiliari. Immaginiamo la destra italiana, ma anche i sindaci di centrosinistra delle grandi città, di fronte a questo programma: orrore!
La realtà è che con il dilagare del voto di protesta per i reazionari e razzisti di AfD, che si sono affermati anche in Mecklemburgo e Pomerania, il tradizionale centrosinistra si scioglie come neve al sole, e prima di tutto sparisce proprio il centro. Questo non solo in Germania, ma in tutta Europa.
Il centro liberale e guerrafondaio e la sinistra che si è fatta assorbire da esso, vengono travolti da quella estrema destra che è stata alimentata dalle loro stesse politiche. L’austerità, le privatizzazioni, il privilegio ai ricchi, la distruzione dei servizi pubblici, la precarietà, i bassi salari e l’insicurezza sociale, son stati tutti avviati dai governi rappresentati nella UE da Ursula von der Leyen. Persino i muri contro i migranti sono oggi sostenuti dall’Unione Europea.
E ora alle politiche neoliberali si aggiungono quelle di di riarmo e i propositi di guerra alla Russia. Merz ha inaugurato le sua catastrofica campagna elettorale con un riarmo di 1.000 miliardi finanziato dal taglio alle pensioni. Il miglior artefice dei successi di AfD è il cancelliere tedesco a capo della coalizione di democristiani e “socialdemocratici”.
L’alternativa all’estrema destra non è il centro con l’aggiunta di una “sinistra” che rinunci a essere tale. Prodi, Draghi, Gentiloni, tutti i loro omologhi liberali europei, la grande stampa che li sponsorizza, hanno torto marcio quando proclamano che le elezioni “si vincono al centro”.
È vero l’esatto contrario: per battere la destra bisogna essere anticapitalisti e pacifisti, per battere la destra bisogna rivendicare il socialismo.
In Italia solo il 18% della popolazione vuole ancora mandare armi in Ucraina, mentre il 40% vuole politiche di stampo socialista. A Berlino quasi il 50% dei giovani sotto i 34 anni ha votato per Elif Eralp. Il “centrosinistra” liberale è finito come merita, l’alternativa alla destra è il socialismo.
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21/09/2026
La Germania si divide, “il centro” non tiene più
Ora si può dire con assoluta certezza: “al centro si perde”. E in misura persino drammatica...
Un altro turno di elezioni in Germania, ancora una volta nell’Est, l’ex Ddr sacrificata cinicamente con l’Anschluss dopo la caduta del muro (assorbimento delle industrie di punta, sacrificio di tutto il resto). Ma un risultato che smentisce la vulgata idiota dei “liberali” che dicono di essere preoccupati dell'“onda nera” neonazista.
Nel Meclemburgo-Pomerania – land natale di Angela Merkel – la Cdu del cancelliere Merz non passa la soglia di sbarramento al 5%. Il peggior risultato di sempre, non era mai avvenuto, la dimostrazione classica di un rifiuto di massa delle politiche del governo in carica (e di quelli precedenti). Che il partito del cancelliere non sia ammesso al “parlamentino” di una regione è qualcosa di inimmaginabile in qualsiasi paese, ma soprattutto in Germania.
Qui l’Afd registra effettivamente un’altra avanzata mostruosa, raggiungendo il 38% circa, a conferma che il presunto “muro di fuoco” elettorale non serve a niente. Sopravvive la socialdemocrazia Spd grazie ad una candidata molto “di sinistra” rispetto alla media di quel partito e all'“effetto paura”.
A Berlino, invece, tutto il contrario. Stravince Die Linke, guidata da Elif Eralp, una donna di origine turca (nella capitale c’è la più grande comunità di tutta Europa), con un programma “ultrasinistro”:
- una nuova “tassa sulle ville di lusso” di valore superiore ai 4 milioni di euro, i cui introiti dovrebbero finanziare il blocco degli affitti e nuove case popolari in città (qui i prezzi sono impazziti negli ultimi 20 anni);
- innalzamento della tassa sulle seconde case non affittate;
- chiusura degli Share Deals, le operazioni societarie con cui i grandi fondi evitano il pagamento delle imposte di registro acquistando quote azionarie immobiliari anziché i singoli fabbricati fisici;
- esenzione totale dell’imposta di acquisto della prima casa per le famiglie a basso reddito;
- reintroduzione della patrimoniale, con franchigia iniziale di 1 milione di euro di patrimonio netto e aliquote progressive dall’1% fino al 5% per chi ha di più;
- finanziare la gratuità o quasi dei trasporti pubblici urbani, gli asili nido (Kitas) e l’ammodernamento delle scuole;
- portare al 25% l’imposta sulle società per le multinazionali;
- una tassa straordinaria sugli extra-profitti accumulati dai colossi dell’energia.
Qui l’AfD si ferma a meno del 14%, perché le classi popolari hanno un’offerta migliore dell’odio ipocrita contro gli immigrati e i “diversi” (la “capa” dell’AfD, Alice Weidel, è peraltro lesbica e sposata con una donna cingalese, con cui vive ma in Svizzera...), ma perfettamente il linea col governo su Israele, Ucraina e riarmo.
Il partito Die Linke, a livello nazionale, è decisamente più “moderato” e “compatibile”, esprime posizioni del tutto inaccettabili sul conflitto in Ucraina o il sostegno a Israele – per esempio – e non è in grado di dare nessuna prospettiva di reale cambiamento. Ma nella capitale, evidentemente, un diverso personale politico è riuscito a dare almeno l’impressione di una possibilità alternativa.
Non sarà comunque facile formare una maggioranza a sostegno della nuova sindaca di Berlino. Il 26% (+13,8 rispetto a cinque anni fa) non basta e i possibili soci (Spd, al minimo storico del 12%, in caduta libera, e soprattutto i Verdi, al 15,5%, ma comunque -3) non sono esattamente in linea con il programma sociale di Elif Eralp. Non poter mantenere le “promesse” per le prevedibili divisioni nella giunta potrebbe essere fatale a medio termine.
Nonostante “il disastro”, come ha detto lui stesso, l’uomo politico più odiato di Germania, Friedrich Merz, non intende andarsene. Anzi, ha spiegato che resta per “fare le riforme”. Ossia per andare avanti sul programma – riarmo, conversione dell’industria automobilistica in produzione militare, guerra alla Russia nel breve periodo, smantellamento del welfare, ecc. – che sta provocando un rigetto generalizzato in tutto il Paese.
Da questa tornata di elezioni locali la Germania esce infatti con poche certezze. La principale è che sulla strada indicata da Merz (e dall’Spd) non intende andare. La destra neonazista offre “chiacchiere e distintivo” – il suo programma sociale non è molto diverso, con la guerra agli immigrati messa in pole position, e si distingue quasi soltanto per la disponibilità a ripristinare i più economici rifornimenti di gas dalla Russia – ma è riuscita a sembrare un’alternativa per assenza di competizione.
A sinistra la situazione è assai più sfrangiata. La formazione di Sarah Wagenknecht (Bsw) non supera lo sbarramento in Meklemburgo (si ferma al 4,8) ed è ancora incerto il suo risultato a Berlino. La Linke trionfa nella capitale, ma è altrettanto debole nel land orientale (6,5%).
I verdi sono ormai da tempo un partito atlantista, guerrafondaio e ben poco interessato alle questioni ambientali. La sua ragione sociale è scomparsa, la struttura ancora no, ma sembra solo questione di tempo. Altrettanto si può dire dell’Spd, che in Meklemburgo ha potuto capitalizzare il “voto utile” in funzione anti-nazista, ma in generale non è più distinguibile dalla Cdu di Merz su quasi tutte le questioni di primo piano.
L’ottusità del cancelliere – non vuol cambiare direzione di marcia, a dispetto del Paese – garantisce solo che la tendenza alla polarizzazione si aggraverà, favorendo soprattutto i nazisti di AfD, che sono stati più pronti e disinvolti nel cogliere l’insofferenza popolare per una crisi generale che colpisce da oltre un decennio l’intero continente europeo.
L’incubo, che sta diventando ormai una certezza concreta, è che la Germania metterà in moto il suo enorme programma di riarmo solo per consegnare poi ai nazisti l’arsenale necessario a tornare la maledizione d’Europa.
Al centro si muore e si favorisce l’ultradestra.
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09/05/2026
Gran Bretagna. Le elezioni sono state un referendum su Starmer, e lo ha perso clamorosamente
Le consultazioni hanno riguardato circa 5 mila seggi in 134 consigli comunali e i Parlamenti nazionali di Scozia e Galles. Ma hanno anche interessato i 32 distretti della Grande Londra, e una combinazione di distretti metropolitani settentrionali, consigli di contea e autorità unitarie.
I sondaggi già prima dello spoglio parlavano della perdita di migliaia di seggi per i laburisti, sia nei grandi centri che nei piccoli paesi. E i risultati hanno confermato i pronostici.
Keir Starmer nel corso del suo mandato ha proposto una politica di riarmo a tappe forzate, nonostante un deficit di bilancio che rischia di far saltare i conti e una situazione sociale nel paese in via di regressione. La sua politica filoisraeliana e la repressione contro i movimenti solidali con i palestinesi gli hanno alienato poi molti consensi nella base elettorale laburista.
La sconfitta di Starmer potrebbe essere così forte da accelerare la resa dei conti sia dentro il partito Laburista. Se a Westminster Keir Starmer ha una maggioranza di ferro, è anche vero che la resa dei conti avverrà probabilmente dentro il partito.
Gli analisti del partito Laburista parlano della perdita di quasi 2.000 seggi complessivamente. Anche se il danno potrebbe addirittura essere ben peggiore.
Infatti non c’è solo o tanto la sconfitta laburista quanto la consistente vittoria di Nigel Farage – l’uomo che volle la Brexit – e quindi degli odiati sovranisti di “Reform UK”.
“In tutta l’Inghilterra – riferisce la BBC – ‘Reform UK’ spera di trasformare la rabbia pubblica per l’immigrazione, il tenore di vita e la sfiducia nei confronti di Westminster, in potere a livello locale. Nelle città progressiste, i Verdi credono che gli elettori siano pronti a punire i laburisti da sinistra, mentre in alcune zone di Blackburn, Birmingham e della parte orientale di Londra, i candidati indipendenti continuano a capitalizzare sulla rabbia per Gaza”.
Secondo la BBC non c’è solo l’Inghilterra ma anche in Galles e Scozia, dove sono state previste ingenti perdite, che potrebbero innescare “una profonda crisi politica all’interno del Partito Laburista, dato che quest’ultimo ha potuto contare sul sostegno dei suoi elettori in queste regioni per decenni”.
Proprio in queste due componenti del Regno Unito la sfida portata al governo di Starmer è duplice, perché alle generali rivendicazioni sociali ed economiche si mischiano anche forti sentimenti di indipendenza, che affondano le loro radici in una storia millenaria.
A Edimburgo, sarà completamente rinnovato il Parlamento nazionale con i suoi 129 membri, che ha ampliato le sue funzioni con la riforma del 1999. I sondaggi dicono che lo Scottish National Party (SNP) indipendentista e socialdemocratico è in testa con il 37%. I laburisti perdono poco (circa il 3%), ma sono tallonati dai sovranisti di Reform UK. Entrambi i partiti vengono dati al 18%. Crollano decisamente i Conservatori (meno del 12%).
Anche in Galles, dove sono state ridisegnate nuove circoscrizioni elettorali e il Parlamento nazionale è passato da 60 a 96 deputati, gli exit poll sono catastrofici per il Labour, dato al 13,5%. In testa risultano gli autonomisti di “Plaud Cymru” con oltre il 31%, seguiti dai sovranisti di Farage, con “Reform UK” accreditato di oltre il 28%.
C’è attesa per i risultati del Your Party, il nuovo partito fondato dall’ex leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn. Il suo posizionamento verso il governo di Starmer – ma anche verso l’intero sistema politico britannico – è piuttosto chiaro: “Il sistema è truccato. Il sistema è truccato quando 4,5 milioni di bambini vivono in povertà nel sesto paese più ricco del mondo. Il sistema è truccato quando le grandi corporazioni fanno fortuna con le bollette in aumento. Il sistema è truccato quando questo governo dice che non ci sono soldi per i poveri, ma miliardi per la guerra. Risolveremo le crisi della nostra società solo con una redistribuzione di massa di ricchezza e potere”.
Vedremo se questo manifesto di sfida ha convinto settori importanti della società britannica.
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16/03/2026
Primo turno delle elezioni municipali in una Francia polarizzata
Il primo turno delle elezioni municipali, che ha coinvolto quasi 35 mila comuni e ha chiamato alle urne quasi 50 milioni di cittadini, esprime segnali importanti sul panorama politico transalpino. Accanto a un’astensione che ha raggiunto livelli record (tra il 41,5% e il 44% degli elettori registrati, a seconda del luogo), si può dire che RN ha consolidato la sua presenza a livello locale, soprattutto in città chiave del meridione, e parallelamente LFI ha registrato successi soprattutto nel nord e tra i giovani.
Sono il centro-sinistra e il centro-destra tradizionali che presentano segni di profondo logoramento, così come il centrismo di varia natura che vede in Emmanuel Macron un punto di riferimento. In elezioni con un sistema maggioritario con ballottaggio, essi possono ancora occupare posti importanti, ma gli orientamenti politici di base del paese rivelano il crollo della loro legittimazione.
L’attenzione principale era rivolta alla capitale. A Parigi, il candidato socialista Emmanuel Grégoire, ex braccio destro di Anne Hidalgo, ha superato le aspettative dei sondaggi attestandosi al 38%. Un distacco netto rispetto al 25,4% di Rachida Dati, dei Repubblicani. Scenario opposto a Marsiglia, dove si profila un testa a testa all’ultimo voto tra il sindaco uscente dei socialisti, Benoît Payan (al 36,7%), e Franck Allisio del RN, fermo al 35%.
Il Rassemblement National non si limita a Marsiglia. La vera sorpresa arriva da Tolone, dove Laure Lavalette vola al 42%, staccando la destra moderata di Josée Massi (29%). Jordan Bardella ha lanciato appelli alle varie liste di destra, e l’obiettivo è chiaro: soppiantare il centro-destra come formazione principale in quel campo politico, scardinando il sistema di conventio ad excludendum che aveva posto una discriminante repubblicana contro i fascisti.
Come abbiamo scritto già in passato, il caso della morte dello squadrista Quentin Deranque è diventata l’occasione per ribaltare tale discriminante antifascista in una discriminante anticomunista, e blindare così la classe dirigente di fronte all’evidente fallimento delle sue politiche, mentre corre verso la guerra. LFI è il principale nemico, e RN si candida ad essere lo strumento di questa stretta sulla dialettica politica nazionale.
Sul fronte opposto, LFI ha scosso gli equilibri a Lille, dove Lahouaria Addouche ha ottenuto un sorprendente 25%, mentre a Roubaix il deputato David Guiraud ha sfiorato la vittoria immediata con il 45%. Risultati che mettono pressione al Partito Socialista: il coordinatore di LFI, Manuel Bompard, chiede unità per battere le destre, ma il leader socialista Olivier Faure resta cauto, escludendo per ora accordi nazionali.
Nel frattempo, la netta vittoria dell’ex primo ministro Édouard Philippe a Le Havre lo lancia come l’unico uomo forte del fronte centrista, permettendogli di coltivare ancora le proprie ambizioni per la successione a Macron. Entro domani i candidati dovranno depositare le liste per il ballottaggio di domenica 22 marzo.
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21/11/2025
Danimarca: a Copenaghen vince la sinistra
Anche se i socialdemocratici, nel computo nazionale delle elezioni municipali di ieri, sono arrivati in testa con il 23,2% davanti al Partito Liberale loro alleato – che perde il 3,3%, ma conquista più sindaci – la formazione di centrosinistra ha perso circa il 5% dei consensi rispetto al 2021 e anche altre città dell’hinterland di Copenaghen sono state conquistate dai Rosso-Verdi e da altri partiti a sinistra dei socialdemocratici, che nella capitale si sono fermati solo al 12,7% dei voti. Anche il Partito Conservatore di centrodestra ha perso posizioni.
“Il crollo è stato maggiore di quello che ci aspettavamo” ha commentato la premier socialdemocratica danese Mette Frederiksen, preoccupata che la crisi del suo partito possa riprodursi anche nelle elezioni politiche generali che dovrebbero svolgersi nei prossimi mesi.
I Rosso-Verdi, nati nel 1989 dall’unione tra alcuni partiti comunisti, socialisti di sinistra ed ecologisti, nella capitale hanno ottenuto il 22,1% dei consensi, guidati dalla 61enne Line Barfod. Complessivamente hanno invece preso il 7%.
Dietro di loro si è piazzato il “Partito Popolare Socialista” (noto anche come “Partito della sinistra verde”), una lista di sinistra moderata, con il 17,9% a Copenhagen (e un aumento del 7%) e l’11% nell’insieme della Danimarca. La sua candidata, la 39enne Sisse Marie Welling, potrebbe diventare la nuova sindaca con il sostegno della sinistra radicale e del Partido Alternativo, un’altra formazione progressista che ha ottenuto il 5% dei voti.
Secondo gli analisti danesi, una parte consistente dell’elettorato ha voluto punire i socialdemocratici per la loro svolta liberista, securitaria e anti-immigrazione. Nel mirino degli elettori anche la forte crescita del prezzo degli alloggi che ha obbligato molti lavoratori e lavoratrici ad abbandonare la capitale ed altre grandi città e a spostarsi nelle periferie e nei piccoli centri. A preoccupare molti elettori è in generale l’aumento del costo della vita e il peggioramento della qualità dei servizi pubblici, a lungo fiore all’occhiello delle socialdemocrazie scandinave, oltre all’aumento delle spese militari e alla stretta alleanza con gli Stati Uniti.
Alle elezioni comunali e regionali di ieri ha preso parte quasi il 70% degli aventi diritto.
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14/10/2025
Ecco perché in Georgia le opposizioni filo-Ue non ottengono nulla
Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.
Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.
Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.
La memoria della guerra del 2008
Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.
L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.
Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.
La Russia come “Paese nemico”
Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.
Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.
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28/05/2025
[Contributo al dibattito] - Dati e mappe per capire dove Silvia Salis ha vinto a Genova
Ci sono alcuni dati interessanti che aiutano a spiegare i risultati delle elezioni comunali di Genova, vinte nettamente al primo turno dalla candidata del centrosinistra Silvia Salis: per esempio vale la pena capire come sono cambiate le cose rispetto alle comunali di tre anni fa e alle elezioni regionali di meno di un anno fa, quante persone hanno votato, come se la sono cavata i partiti e soprattutto come è cambiata la distribuzione del voto nei quartieri della città.
I risultati definitivi hanno confermato le indicazioni dei sondaggi commissionati durante la campagna elettorale che davano Silvia Salis vincente senza troppi problemi contro il candidato del centrodestra, il vicesindaco Pietro Piciocchi. Già alla diffusione dei primi exit poll si era capito che per il centrodestra c’erano poche possibilità di evitare una sconfitta al primo turno. Salis si è imposta con il 51,48 per cento dei voti, Piciocchi si è fermato al 44,2 per cento. Il distacco è stato molto ampio, di oltre sette punti percentuali e 17.629 voti (su circa 242mila).
Gli altri candidati si sono dovuti accontentare di pochi voti. Nessuno è riuscito a superare il 2 per cento: Mattia Crucioli di Uniti per la costituzione ha ottenuto l’1,45%, Antonella Marras della sinistra l’1,29, Francesco Toscano lo 0,78%, Raffaella Glauco lo 0,52 e Cinzia Ronzitti del partito comunista dei lavoratori 0,27%.
Proprio sul distacco tra centrosinistra e centrodestra si può fare qualche considerazione, perché a Genova la differenza tra le due coalizioni è stata molto simile a quella emersa dalle elezioni regionali dello scorso anno. Andrea Orlando, allora candidato del centrosinistra, perse le elezioni in tutta la regione, ma nella città di Genova riuscì a superare il candidato del centrodestra Marco Bucci di otto punti percentuali. Fu un risultato piuttosto eclatante, segnale evidente della crisi del centrodestra genovese.
Bucci infatti governava Genova da sette anni, eletto per la prima volta nel 2017 e una seconda volta nel 2022. Era stato candidato alle elezioni regionali, poi vinte grazie ai risultati ottenuti nelle altre province, perché considerato un sindaco capace, apprezzato per il suo impegno dopo il crollo del ponte Morandi.
Pochi mesi fa, dopo le regionali, il pessimo risultato ottenuto in città dal centrodestra era stato attribuito soprattutto all’inchiesta per corruzione che aveva coinvolto l’ex presidente della Regione Giovanni Toti, anche lui di centrodestra. A Genova non si era parlato d’altro per mesi. Toti si era dimesso e ha infine patteggiato una pena di due anni e tre mesi, convertita in 1.620 ore di lavori di pubblica utilità.
L’inchiesta aveva rivelato estesamente come venivano gestite alcune importanti decisioni politiche ed economiche in particolare sul porto, centrale per l’economia della città. «L’impressione, da qualsiasi latitudine politica si guardi a quanto accaduto nell’ultimo anno, è che un ciclo sia finito», ha scritto il Secolo XIX. «In sei mesi i genovesi hanno votato praticamente nello stesso modo, a prescindere dal candidato di centrosinistra ma manifestando in entrambi i casi la volontà di bocciare con decisione la giunta uscente».
Un altro dato interessante riguarda l’affluenza, più alta rispetto alle elezioni comunali del 2022 vinte da Bucci. All’epoca votò solo il 44,1 per cento, sabato e domenica il 51,91 per cento, in crescita di quasi due punti percentuali anche rispetto alle regionali dello scorso anno (per quanto comunque molto bassa). Questa mappa mostra l’affluenza in tutte le sezioni della città.
Nel festeggiare la vittoria Silvia Salis ha detto che il campo progressista può vincere potenzialmente ovunque. Campo progressista è l’espressione con cui viene indicata l’ampia alleanza di tutti i partiti ora all’opposizione del governo di destra, mentre “campo largo” è il nome dato all’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle.
A differenza delle ultime regionali, quando Italia Viva decise di non sostenere Andrea Orlando, Silvia Salis è riuscita a mettere d’accordo tutti. «Credo che Genova in questa campagna elettorale abbia dimostrato come la destra sia legittimata solo dalla non unione del campo progressista perché quando il campo progressista si unisce e si mettono a confronto due classi dirigenti, quella della destra e quella del campo progressista, non c’è paragone», ha detto Salis.
Nella coalizione del centrosinistra è andato particolarmente bene il Partito Democratico, primo tra i partiti con poco più del 29 per cento dei voti, quasi otto punti percentuali in più rispetto alle elezioni regionali. Notevole anche il risultato della lista civica di Salis che ha raggiunto l’8,3 per cento dei voti. Alleanza Verdi e Sinistra ha ottenuto il 6,91, mentre il Movimento 5 Stelle poco più del 5 per cento.
Nel centrodestra invece Fratelli d’Italia non è andato oltre il 12,44 per cento, poco più della lista civica Piciocchi sindaco. La Lega non è arrivata nemmeno al 7 per cento.
Come si può notare dalla mappa dei risultati in tutte le sezioni, Silvia Salis ha vinto in tre quarti di città, dal centro storico fino alla zona di Ponente, compresa la Valpolcevera. Piciocchi è riuscito a mantenere soltanto alcune delle zone storicamente di centrodestra come il Levante e parte della Valbisagno.Durante lo scrutinio diversi osservatori hanno tenuto d’occhio i risultati in Valpolcevera, storicamente di sinistra e vinta da Bucci nel 2022 dopo la ricostruzione del ponte Morandi. Stavolta è tornata al centrosinistra, che è riuscito a riconquistare molte altre zone vinte da Bucci nel 2022 come Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, Pra’ e Pegli.
Questa mappa mostra invece i risultati di tre anni fa, nel 2022, quando vinse Marco Bucci che ora è presidente della regione Liguria.
Qualche riflessione su quanto sopra pensiamo si renda necessaria. I dati dell'analisi del voto, infatti, crediamo non offrano spiegazione circa l'esteso "tradimento" verso la destra operato chi si è recato alle urne, che per altro si attesta ad appena la metà degli aventi diritto.
Non ci convince particolarmente la motivazione etico-giustizialista, per cui il voto, in prevalenza avrebbe punito elettoralmente gli scandali che hanno travolto il sistema Toti.
Forse, un peso lo ha avuto il risvolto più negativo per la città di un modello di sviluppo fondato sulla messa a valore del territorio. Quindi un voto di vendetta contro cantieri infiniti in ogni dove e turstificazione degli spazi urbani che hanno reso la vita in città, a partire dalla mobilità giornalieri per andare e tornare dal lavoro, un autentico inferno.
03/05/2025
Torna Farage, la crisi britannica ritrova il suo detonatore
Si è appena votato per le elezioni suppletive, in Gran Bretagna, in un collegio del Nord-Ovest: Runcorn e Helsby. E qui Nigel Farage (il suo partito) è riuscito a strappare la vittoria per appena sei voti, conquistando un seggio che era appannaggio “sicuro” del partito laburista. Alle ultime elezioni politiche, quelle che hanno portato a Downing Street quel finto sinistro di Keir Starmer, i laburisti qui avevano trionfato (come sempre, nella storia) lasciando il secondo candidato a 15.000 voti di distanza.
Svaniti in appena dieci mesi... “Merito” di un premier guerrafondaio e antipopolare che dichiara ogni giorno di voler tagliare la spesa sociale per nutrire le ambizioni militari di un paese che non è più da decenni un “impero” ma ancora non si rassegna all’irrilevanza. Basti vedere l’idiozia pericolosa nutrita insieme all’ex banchiere francese, Emmanuel Macron: una “coalizione dei volenterosi” per mandare truppe Nato in Ucraina, col rischio concretissimo di provocare la Terza Guerra mondiale. Non più “a pezzi”, ma tutta intera.
Insieme al collegio “sicuro” – vista la coincidenza con le elezioni amministrative – sono saltati anche centinaia di piccoli comuni, tutti da lungo tempo appannaggio del laburisti. Il che, inevitabilmente, porta a conclusioni piuttosto chiare: se abbandoni, con la tua politica nazionale, anche l’ombra della difesa degli interessi popolari, consegni automaticamente la maggioranza della popolazione all’unica forza politica che – mentendo spudoratamente, certo – si presenta come “fuori dal teatrino della politica”. Populisti reazionari, gente impresentabile che diventa “votabile” solo perché quelli “istituzionali” (laburisti o conservatori che siano) appaiono ormai come partiti nemici.
Dalla padella alla brace, per i poveri elettori che hanno perso ogni riferimento credibile e si comportano perciò in senso stretto come consumatori: oggi voto Tizio, domani Caio, hai visto mai...
Ma questa “volubilità” acefala dell’elettore medio – soprattutto “laburista” – in prospettiva elezioni politiche, diventa un uragano. Sulla carta, il risultato di Reform UK metterebbe a rischio più di 350 dei 411 seggi vinti dal Labour nel 2024. Una cifra più che sufficiente ad ottenere la maggioranza nella Camera dei Comuni (650 seggi), ma soprattutto uno scenario da incubo per il governo Starmer.
Ovviamente, tutti gli analisti consigliano prudenza. Prendere voti alle comunali – o in un collegio – è una cosa, tutt’altra è convincere buona parte del paese a credere che la tua ricetta “volgare e sbrigativa” sia la soluzione giusta per uscire da una condizione di povertà.
Ma proprio qui casca l’asino. Il partito di Farage – “Reform UK” – è già riuscito nell’intento imponendo la Brexit nell’agenda politica britannica. La sua retorica da quattro soldi è stata comunque sufficiente a costringere i Conservatori a spostarsi su una posizione simile, fino a celebrare un referendum che ha sancito la separazione dall’Unione Europea.
Altrettanto ovviamente, non avendo i Tories un programma alternativo al neoliberismo puro e duro, quella “uscita” non è stata affatto un successo. Anzi, il contrario.
Dunque il “piccolo Trump” di Londra è e resta una sciagura reazionaria che può certamente far perdere entrambi i partiti del defunto “bipolarismo liberale obbligato” (e se lo meritano), ma ha ancora quasi zero possibilità di ascendere al governo della Gran Bretagna. Se ci riuscisse, il tracollo del Regno Unito sarebbe certo ancora più rapido.
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16/06/2024
Quando Livorno scomparve in un giorno
Quello che è accaduto a Livorno va letto attraverso una serie di criteri: il progressivo invecchiamento della popolazione (nel 2008 i pensionati rappresentavano il 29% degli abitanti del territorio oggi oltre il 42%); il calo del potere di acquisto dei livornesi (dai dati acquisiti in campagna elettorale superiore a quello delle grandi città); l’elevata propensione all’indebitamento per il credito al consumo per compensare il calo del potere d'acquisto (Livorno è il capoluogo di provincia top in Italia per questo fenomeno); la prevalenza dei contratti precari (72%) nelle nuove assunzioni.
Questi criteri rendicontano l’esistenza di tre fenomeni che attraversano Livorno determinandone il presente e il futuro: rendita, debito, precarietà. Il debito è la zona che mette a contatto rendita e precarietà determinando significative differenze di classe visto che la rendita è in grado di usare il debito, mentre la precarietà solo di subirlo. È chiaro che la rendita sta cambiando, non solo per il degrado del sistema pensionistico, ma sia per i patrimoni ereditari che passano ai più giovani che per le mutazioni di un mercato immobiliare maggiormente legato al turismo. Ma sta cambiando anche il precariato sempre più legato a servizi di bassa qualità vista anche la presenza molto ridotta a Livorno di imprese innovative.
In questo contesto la vittoria al primo turno del centrosinistra alle amministrative 2024 è molto diversa da quelle dell’epoca del PCI o dello stesso centrosinistra negli anni della finanziarizzazione e del boom immobiliare e dei servizi dopo la fine del modello industriale in città.
Prima di tutto perché si tratta di una presa del potere ottenuta grazie a un apporto molto minore della popolazione rispetto al passato (in sostanza ha votato un cittadino su due con un -8% rispetto alla già bassa percentuale di voto nazionale). Poi perché a differenza del PCI, che esprimeva la classe dirigente dell’epoca industriale, e del centrosinistra del passato, che rappresentava comunque fenomeni emergenti, questa vittoria si spiega con l’intreccio tra poteri esistenti, rendita, debito e precarietà.
Come si direbbe in un altro linguaggio si tratta di una vittoria che interpreta pienamente il presente.
La vittoria del centrosinistra di oggi è quella della capacità di mettere assieme interessi molto diversi nei “mondi” attraversati da questi tre fenomeni che sono “abitati” in modo molto differenziato. Si tratta di una capacità ottenuta in modo tradizionale, con la classica mediazione face-to-face, con l’intervento dei cartelli elettorali e con un marketing anni ‘10 che risulta efficace specie quando egemone.
Il risultato, in termini di potere, è andato ben oltre il campo del centrosinistra visto che hanno votato Salvetti spezzoni corposi di centrodestra, in nome della capacità di salvaguardia della rendita, e in caso di secondo turno era già pronto un soccorso a sinistra. Insomma, il centrosinistra ha composto una long tail molto estesa fatta di portatori di interesse – alcuni grandi, altri piccoli – che si è riconosciuto nella proposta Salvetti. Questo fenomeno, assieme a una astensione inedita, ha fatto la differenza.
Rendita, debito precariato, assieme, hanno caratteristiche antropologico-politiche ben precise: sono fenomeni legati prevalentemente alla dimensione del presente – dominato o subito, non importa – e, oltre a interessi immediati, sono sensibili alla dimensione onirica del marketing che è il piano simbolico-comunicativo che li tiene assieme oltre a esse una industria che cresce proprio grazie a loro. Si può anche sorridere vista la gracilità degli interessi immediati garantiti dal centrosinistra e il trash dell’onirico tipico del marketing del primo cittadino durante tutto il mandato. Ma una volta smesso di sorridere si nota che tutto questo funziona e intercetta gli intrecci di potere che passano tra rendita, città indebitata e precariato.
Così a Livorno, alla restrizione seria della platea elettorale ha corrisposto, da parte del centrosinistra, l’occupazione maggioritaria della platea dei portatori di interesse. Questo in uno scenario nel quale il concetto di futuro appartiene al marketing politico elettorale, e poi a quello della vita di tutti i giorni, ma non, o almeno non al momento, alla pratica dei portatori di interesse.
Se c’è un altro fenomeno nel quale un livello di astensione mai visto a Livorno si rispecchia è quello della perdita di controllo economico, e politico, del territorio a causa del ritrarsi, dalla città, dell’economia e della politica formali (ne abbiamo parlato qui). Di per sé il fenomeno è facilmente spiegabile: meno stato ed economia sono presenti minore è la partecipazione ai fenomeni elettorali. Che tutto questo porti al rischio azzeramento della vita municipale è nei fatti.
Siamo quindi in una zona ai confini della realtà, quella concepita come tale negli ultimi due-tre decenni, ovvero nella norma delle società distopiche come le nostre. La nostra distopia è che la parte di città che si sottrae al voto semplicemente, sul piano politico e sociale, scompare. Non ricompare altrove, o in attesa di tempi migliori, semplicemente svanisce.
Se dare suggerimenti, in un contesto del genere, è da maestrini risulta invece etico avvertire che di fronte a fenomeni di questo tipo niente, o poco, delle certezze acquisite serve veramente a qualcosa se si vuol dare un futuro a questa città.
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12/04/2024
Turchia - A Van i curdi resistono e vincono contro Erdogan
La situazione più critica si è registrata nella città di Van, nella parte orientale della Turchia, dove il sindaco eletto, Abdullah Zeydan, appartenente al Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza del Popolo (DEM), è stato destituito per volontà del Ministero della Giustizia, avanzando ipotesi di ineleggibilità.
Il grido dei curdi però si è fatto sentire, forte e chiaro, e la prepotenza e violenza politica del “padrone” del Paese, Erdogan, si è spezzata davanti alla rivolta popolare che c’è stata di fronte all’ennesima usurpazione, già avvenuta nelle elezioni amministrative del 2014 e poi del 2019, quando il governo di Ankara aveva mostrato il suo volto feroce nelle municipalità dove il partito dei curdi aveva vinto.
Questa volta la storia è andata diversamente ma la battaglia non è finita, sarebbe illusione pura pensarlo, perché quando il potere viene sconfitto si dimena per riappropriarsi delle posizioni perse.
Con l’associazione Verso il Kurdistan, da più di vent’anni attiva con progetti di solidarietà nei confronti delle popolazioni curde di Turchia e Iraq, abbiamo visitato Van e siamo stati ricevuti dal cinquantaduenne neo-eletto sindaco Zeydan.
La sua storia è fatta di un mandato parlamentare interrotto dalla sua incarcerazione con l’accusa di essere vicino al PKK, partito dei lavoratori del Kurdistan, messo fuorilegge perché considerato terrorista, e da diversi scioperi della fame mentre scontava la pena, uno dei quali a sostegno di Abdullah Ocalan, leader del PKK. Il neo-eletto sindaco, messo in prigione nel 2016, è uscito nel 2022.
In considerazione dei giorni tragici del 2 e 3 aprile scorso, quando le manifestazioni di piazza hanno visto la polizia turca prendere e imprigionare più di duecentottanta persone, come lo stesso Zeydan ha dichiarato, che insieme a migliaia di altre hanno posto resistenza al tentativo di cancellare l’esito delle urne, la domanda scontata da rivolgere al sindaco è stata quanto sentisse solida l’affermazione elettorale, rimarcata dalla forza di piazza che ha difeso il risultato.
Zeydan, prima di rispondere, ha precisato che la sua carica al vertice della città è condivisa con la co-sindaca Neslihan Şedal, carica inesistente per la legge turca ma scelta politica perseguita dal partito DEM.
In questo modo il DEM decide di dar voce e seguito al paradigma del confederalismo democratico di Abdullah Ocalan che nella condivisione tra uomo e donna di tutti gli incarichi istituzionali fa un perno di una nuova politica inclusiva e innovatrice.
Zeydan ha poi manifestato fiducia nella possibilità di concludere il mandato, ma ha sottolineato che sarà fattibile \.
Membri del partito e gli stessi co-sindaci hanno poi espresso un forte disappunto verso la politica dell’Unione Europea, considerata doppiogiochista, perché sventola da una parte la bandiera dei diritti umani e della loro difesa, invocando la necessità di liberare le prigioniere e i prigionieri politici, di garantire giusti processi e trattamenti dignitosi nelle carceri e dall’altra tesse relazioni con il “Sultano” nel sottobosco della politica degli interessi più meschini, che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei diritti umani.
L’accusa, dichiarata con nettezza e chiarezza, è di tradire un popolo, quello curdo, che lotta per la propria esistenza, considerato strumentalmente dal governo turco un manipolo di terroristi da far marcire nelle patrie galere.
Nell’epoca del pensiero unico, dove le oligarchie governano indisturbate anche nel Vecchio Continente, la battaglia del neo-eletto sindaco di Van e del popolo curdo per la realizzazione del confederalismo democratico, frutto dell’analisi politica, economica e sociale del leader Apo (Abdullah Ocalan), rinchiuso dal 1999 nella prigione dell’isola di Imrali e di cui da più di due anni non si sa nulla, difficilmente troverà l’abbraccio dell’Europa che con ogni probabilità non si prenderà a cuore la sua sorte e nei fatti si disinteresserà del suo impegno coraggioso, che sfida la brutalità di un governo oppressore per costruire la democrazia, quella stessa che a noi ogni giorno di più sfugge di mano.
Con questa Europa non c’è spazio per i popoli ma solo per i quaquaraquà che la governano.
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05/04/2024
Turchia - Le recenti amministrative mettono in luce un paese diverso?
Oppure, come si dice, problemoni grossi come case. Queste ultime, appunto, spazzate via a centinaia di migliaia dal cataclisma del febbraio 2023 che ha colpito il sud-est (ne sono state censite 300.000) sono ferite ancora aperte e profondissime. Non tanto per chi non c’è più, oltre cinquantamila persone, ma per chi vive tuttora la precarietà abitativa: ottocentomila cittadini collocati in alloggi di emergenza. Certo, la popolazione toccata dalla catastrofe ammontava a 15 milioni, e l’agenzia governativa Afad, che s’occupa di assistenza e sostegno ai terremotati, dopo iniziali titubanze ha lavorato a pieno regime. Comunque lo scontento resta profondo fra quegli sfollati che un mese dopo sentivano Erdoğan promettere alloggi per tutti entro l’anno e si son trovati a inizio 2024 ancora senza casa. Se l’elettore dell’Akp, nel maggio delle trascorse presidenziali continuava a seguire il leader e lo confermava alla guida della nazione, poi vedendo come candidato nella metropoli-vetrina l’ex ministro Kurum si sarà spazientito voltando le spalle al partito e al padre della patria. Perché Kurum è stato a lungo manager dell’azienda statale Toki, quella che aveva creato edifici crollati e nuovamente scelta per una ricostruzione che si rivela tardiva. L’altra piaga che affligge il cittadino medio, e non salva gli elettori filo islamisti, è un’inflazione senza fondo che sale, sale davanti alle contestatissime volontà di Erdoğan d’inseguire un rilancio economico tagliando i tassi d’interesse. Lui l’ha imposto alla Banca Centrale in contrasto coi suoi ministri delle Finanze. Ne ha cambiati cinque in un paio d’anni, litigando con ciascuno perché quella mossa è agli antipodi delle misure indicate dalle ferree leggi monetarie. Ma tant’è. Si prosegue su questa strada e la gente vede alleggerire il portafoglio come mai era accaduto in un ventennio di sviluppo. Il carovita è stellare. Oggi al 70% e domani?
İmamoğlu, l’uomo che fa sognare la laicità presente nello storico gruppo kemalista, e dopo la riconferma scandiva dal palco: “È l’alba d’una nuova era”, è dinamico, accattivante, carismatico, pronto a sostituire in un futuro distante quattro anni Erdoğan. Innanzitutto perché a quel punto lui avrà 56 anni e il sultano 74. L’eternità in politica non esiste. Esiste il mito e questo l’attuale presidente l’ha creato: è entrato nell’empireo della Turchia moderna al fianco di Atatürk, addirittura sopravanzandolo. Potrebbe bastargli. Coi rapporti di forza incrinati non gli conviene tentare un rimaneggiamento della Costituzione, può costargli caro. Dovrebbe chiudere da vero padre della nazione, osservando lo scenario sopra le parti e soprattutto cercando un sostituto nel suo campo. Ma una maledizione da leader maximo lo insegue. È attorniato dai volti scoloriti di politici perdenti, come quelli giubilati in queste amministrative, che sono ciò che resta dei repulisti compiuti da lui medesimo contro le menti migliori dell’Akp che ne hanno accompagnato l’avventura politica. I Gül e Davutoğlu hanno ormai i loro anni, ma è stata la furia erdoğaniana abbattutasi su di loro che ha prodotto nell’ultimo decennio un panorama di soggetti simili più agli apparatčiki sovietici che a figure seducenti da cui poteva scaturire un delfino. Anno dopo anno il sultano ha continuato a regnare e, come accade ai grandi capi egocentrici, non ha pensato alla successione. Credendo bastasse investire del ruolo un tecnocrate, dal genero Albayrak a vari ministri incaricati e poi bocciati. È andata male. Adesso si trova con la palla a centrocampo, come il calciatore che fu a Kamsipaşa, senza avere il fiato per correre dietro a un avversario con vent’anni meno. Eppure lo stesso politico dell’ipotetico futuro, uomo col vento in poppa e forza da vendere anche nell’ambiente imprenditoriale da cui proviene, ha un contorno banalmente normale non privo di ambiguità.
Scandagliandone le radici viene fuori l’uomo probo e tradizionalista. Buon musulmano praticante, marito e padre, con la moglie Dilek che dal palco saluta coi capelli al vento, un’impronta modernista rispetto alla velata Emine, consorte del presidente. Però interrogato sull’autoritarismo esistente nel Paese İmamoğlu parla solo di stampa repressa e diritti generici. Civili? Sì. E di genere? Mah... Per non trovarsi in imbarazzo lascia correre. Gli attivisti antagonisti e i cronisti a tutto tondo che l’hanno incalzato sul tema della persecuzione omofoba contro la comunità LGBTQ diffusa nel Paese, ne hanno conosciuto pallore e silenzi. È accaduto nel quinquennio ormai archiviato da primo cittadino. Magari cambierà. Però in quest’aspetto la somiglianza con l’uomo di potere Recep è palese e imbarazzante. La tendenza a lasciar cadere tematiche sgradite, una diplomazia di comodo non sono atteggiamenti che fanno ben sperare la gioventù più radicale che vuole fuggire da Erdoğan senza tornare a vivere nel kemalismo benpensante dei loro padri, una società tutta affari e spesso corruzione. Era il sistema politico contro cui tuonava un giovane Recep, partendo anch’egli dalla municipalità di Istanbul prima di diventare uomo di potere. Il radical love che ha caratterizzato la campagna politica repubblicana del 2019 è inteso dai giovani ribelli di quella metropoli, passati per la rivolta di Gezi Park e la durissima repressione, come possibilità di vivere i desideri personali e collettivi fuori dall’autoritarismo e pure dai moralismi. Un bel pezzo di elettori del Chp non vede di buon occhio questi ragazzi, su di loro la pensano come chi vota Akp. Per la sua corsa presidenziale Kılılçdaroğlu aveva confezionato un manifesto coi volti di cittadini che avevano avuto esistenze calpestate e spezzate da coercizione e violenza. Fra costoro c’era Hande Kader, una transgender, icona dei Gay Pride trovata nel 2016 orribilmente mutilata e carbonizzata. Pura propaganda? Probabilmente sì, visto che i repubblicani predicano bene e razzolano male, tendono a non sostenere le proposte di legge per la libertà sessuale avanzate da forze di sinistra come il Turkish Worker’s Parti e il Dem Parti. Riguardo a orientamenti favorevoli a multiculture e multietnicità si ritrovano spesso ad accogliere i grevi mal di pancia della nazione che vuole espellere i profughi siriani, li ghettizza in determinate aree, s’approfitta della loro manodopera e quando può li bastona. Insomma aria vecchia, altro che progressismo.
Le alleanze, che già condizionano la stabilità dell’attuale esecutivo con l’Akp spostato più a destra del suo naturale conservatorismo nel cinico abbraccio coi nazionalisti del Mhp, saranno le protagoniste del divenire turco. Oltre quelle formazioni molto ideologiche, fra l’altro ininfluenti elettoralmente, come il citato Tip, un rapporto più stretto e proficuo il Chp potrebbe crearlo col partito filo kurdo, oggi Dem, che conserva una presa sull’elettorato del sud-est. Al di là di antichi pregiudizi con cui il kemalismo giudicava i kurdi e di conseguenza li trattava, pregiudizi che hanno lasciato strascichi e scarsa empatia fra i due blocchi, l’avvicinamento presente e futuro può avvenire esclusivamente per archiviare l’esperienza erdoğaniana. Per realizzarlo ci vorranno leader e gruppi dirigenti di buona volontà su entrambi i fronti. Un segnale che rinfocola l’islamismo, ben più duro e puro di quello dell’Akp, queste amministrative l’hanno avuto col buon risultato del Yeniden Refah di Fatih Erbakan, figlio del più noto Necmettin, già primo ministro nella seconda metà degli anni Novanta. Il 6,2% di musulmani conservatori ha riversato il voto su questa lista, allontanandosi dalla casa madre. È con la loro diaspora che l’Akp ha perduto il posto di primo partito. Comunque il banco di prova del nuovo che avanza all’interno, sarà la politica estera. Qui l’immagine di passato e futuro potrebbe apparire in tutta la sua imbarazzante somiglianza per chi dice d’essere altra cosa. Poiché nel mondo vicino e lontano il Chp di İmamoğlu e dell’attuale responsabile Özel non potrà risultare differente da quello che il partito ha sostenuto per anni: niente di diverso da quanto diceva Erdoğan. Perciò: rapporto stretto con la Nato e riferimento per il mondo islamico, con in testa i palestinesi sotto attacco come non mai da parte di Israele. Forse nessuno si lancerebbe in certe mischie da macelleria tipo quella siriana, mutando pelle, posizioni e obiettivi come ha fatto il sultano. Ma è anche a seguito di tali azzardi che l’odierna Turchia ha un peso regionale e mondiale di primo piano, dalla diplomazia concertativa alle basi militari esecutive. Questo ruolo, se non imperiale certamente centrale, inorgoglisce il cittadino turco, lo stesso che s’infuria per l’inflazione e magari la sopporta con l’amor patrio trasformato in Büyük Vatan. Se fra quattro anni la politica turca vivrà un passaggio di testimone, la nazione resterà se stessa.
Fonte
03/04/2024
Turchia - Erdogan fa spallucce davanti alla catastrofe elettorale
Nel complesso, il principale partito di opposizione ha mantenuto tutte e 14 le municipalità che controllava e ne ha guadagnate altre 12. Anche in termini di percentuali assolute, per quanto possa contare tale dato nelle elezioni locali, ha leggermente sopravanzato gli avversari (37% circa contro 36% circa), con un’affluenza alle urne del 78,5%.
Da segnalare che nelle sua principale roccaforte, ovvero l’Anatolia centrale, l’AKP, oltre ad aver perso qualcosa a beneficio dell’opposizione, ha perso quattro municipi a beneficio di due suoi alleati a livello nazionale.
Ovvero i nazionalisti del MHP e gli islamisti ancora più radicali del rifondato “Partito del Benessere”, che fu di Erdogan quando era sindaco di Istanbul, prima dello scioglimento forzato imposto dall’esercito, e che oggi è guidato dal figlio del suo ex mentore Necmettin Erbakan. La coalizione governativa, dunque, si presentava spaccata.
Si tratta, quindi, di una svolta netta rispetto alle elezioni presidenziali di meno di un anno fa, che premiarono ancora una volta nettamente Erdogan. La nuova situazione delineatasi già “apparecchia la tavola” per le prossime presidenziali del 2028.
Il riconfermato sindaco di Istanbul, Imamoglu, infatti, rafforza la sua candidatura in pectore per il CHP. Il costruttore di Trebisonda, in realtà, avrebbe già voluto correre l’anno scorso; tuttavia, è stato ostacolato da una serie di inchieste giudiziarie e balzelli burocratici.
Dall’altra parte, Erdogan, che allo stato attuale non potrà più ricandidarsi, potrebbe vedersi complicata la strada per estendere il limite di mandati, nel caso in cui avesse pensato di effettuare un passo simile; cosa che, per altro, non ha mai lasciato intendere fino ad ora, pur non essendo ancora alle viste un suo possibile erede.
Alla notizia dei risultati elettorali, il presidente della Repubblica ha pienamente ammesso la sconfitta: “Abbiamo perso e non ce lo aspettavamo – ha affermato – ma le elezioni sono il momento in cui il popolo indica la strada che vuole intraprendere. Sta a noi imparare dagli errori”.
Molti commentatori occidentali già parlano di “inizio della fine” del regno del sultano o attribuiscono un valore alto a queste elezioni locali, alla stessa maniera delle elezioni di 5 anni fa, in cui perse Istanbul per la prima volta.
Ovviamente c’è da andarci piano, perché quando si ragiona di questioni di valore non locale, ma strategico e nazionale, l’elettorato turco ha dimostrato di comportarsi diversamente e di partecipare in maniera ancora più massiccia alle elezioni: al 78,5% di affluenza del 31 marzo, fanno da contraltare l’87% e l’84% rispettivamente del primo e del secondo turno delle presidenziali del 2023.
Alla base dell’erosione del consenso nei confronti del blocco di potere attualmente egemone ci sono motivi economici legati all’inflazione, stabilmente superiore al 60%, che mettono in ombra le questioni strategiche relative alla collocazione geopolitica indipendente dagli alleati occidentali e con forte proiezione neo-ottomana, proposta dall’AKP, che negli anni scorsi è sempre stata preferita dall’elettorato, rispetto alla scialba retorica filo-NATO proposta dall’opposizione.
Veniamo, ora alla terza forza elettorale, il Partito dell’Eguaglianza e della Democrazia, ennesima denominazione con cui è stato costretto a presentarsi l’ex-HDP, partito della sinistra filo-curda, che si affacciava a queste elezioni dopo un periodo travagliato, a seguito della scelta insolita e infruttuosa di appoggiare, lo scorso anno, il candidato del CHP, partito sulla carta ancora più ostile alle minoranze dell’AKP al governo.
Dopo le presidenziali, vi è stato un cambio al vertice e una fase di autocritica, avviata dal leader in prigione Selahattin Demirtaş; quest’ultimo, dopo aver attribuito, tramite una lettera spedita dal carcere, la sconfitta non solo alla repressione, ma anche a fattori interni, aveva dichiarato di ritirarsi dalla politica attiva.
Durante l’avvicinamento a queste elezioni, il partito ha deciso di tornare alla via dell’alterità rispetto ai due principali partiti; tuttavia, ha anche deciso di non presentare candidature ovunque e ad Istanbul ha rinunciato a presentare la candidatura forte di Basak Demirtas, moglie di Selahattin, dopo averla presa in considerazione, probabilmente per non mettere in discussione la vittoria di Imamoglu.
Nonostante le tante tribolazioni, il risultato è di grande rilievo. Sono stati ripresi tutti i municipi nell’area a maggioranza curda che erano stati sciolti d’imperio dal governo centrale dopo le ondate repressive degli scorsi anni, tranne uno, andato al MHP.
Inoltre, ne sono stati tolti due all’AKP e uno al Partito Comunista di Turchia. Il tutto nel solito clima di tensione e di scontri che sempre accompagna le operazioni elettorali nelle aree a maggioranza curda, durante i quali un militante della formazione di sinistra è morto in una sparatoria nei pressi di un seggio.
Il futuro di questa forza politica resta comunque incerto, sia per fattori repressivi, sia per quel che riguarda la sua collocazione strategica nel quadro politico turco.
La questione curda, al momento, sembra chiusa dal punto di vista dello Stato turco, orientato esclusivamente alla repressione, ma le evoluzioni politiche legate al probabile approssimarsi della fine della presidenza Erdogan potrebbero riaprire degli spazi politici nei prossimi anni.
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02/04/2024
Turchia, la sorpresa diventa realtà
İmamoğlu sì. I politologi lo valutavano positivamente anche nell’exploit di cinque anni or sono, se non avesse trovato ostacoli nella condanna inflittagli dalla magistratura e dalla corrente del partito che sosteneva l’anziano Kılıçdaroğlu , il testa a testa per la presidenza del maggio scorso con Erdoğan sarebbe stato il suo. Tutto è rimandato. I pericoli che il sindaco del Corno d’Oro corre sono solo interni al suo partito. Sembra un paradosso, ma la politica insegna questo. Il nuovo corso del leader Özel dovrà valorizzare il volto più prezioso che il kemalismo mostra per riprendersi il Paese. Comunque la Turchia si conquista guardando fuori dai confini. Il sultano che ha pensato in grande sin da quando guidava anche lui Istanbul ha trovato consenso mescolando il liberismo patriottico degli anni Ottanta del secolo scorso del conservatore Özal con l’identità cultural-religiosa e il ricordo del glorioso passato ottomano. Un mix sostenuto da alcuni ideologi del partito che la sua abilità e spregiudicatezza hanno cementato contro nemici esterni e interni. Le pianificazioni nazionali si consolidano con lo sguardo estero e la Turchia ha trovato in Erdoğan una figura dispotica, ma intuitiva e flessibile. Per gli sviluppi futuri peseranno anche le alleanze. Per sopravvivere negli ultimi anni l’Akp ha scelto l’inquietante presenza al suo fianco del nazionalismo dei ‘Lupi grigi’ rivestiti del perbenismo del leader Bahçeli. Ma anche questo personaggio sta facendo il suo tempo. Nella attuali amministrative l’Mhp non ha raggiunto neppure il 5% dei consensi, sopravanzato dal partito Refah (6,1%) e da Dem, la nuova sigla del partito filo kurdo che resiste ai continui scioglimenti imposti per legge. Il successo in tre città storiche dell’est: Diyarbakır, Mardin, Van ripropone la sua guida di quei centri, che talvolta per cavilli burocratici o imposizioni repressive sono stati sostituiti d’ufficio. Il Chp prosegue ad amministrare le città costiere del sud: Antalya, Adana, Mersin. Il rinnovamento della politica turca può partire da qui.
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06/02/2023
Ecuador - Il governo neoliberista pesantemente sconfitto alle urne
Il 5 febbraio è stata una giornata corposa e ricca per la politica ecuadoregna. Si son svolte le elezioni comunali, regionali, quelle per il rinnovo dei membri del Consiglio di Partecipazione Cittadina e Controllo Sociale e 8 quesiti per il Referendum Costituzionale. Si è cominciato con lo spoglio dei candidati a sindaco e governatore che vedono i seguenti risultati al 60% dello scrutinio. Le tre regioni più popolate e grandi del paese andrebbero ai candidati della lista 5 del partito della Revolución Ciudadana dell’ex presidente Rafael Correa. Nella regione del Pichincha il binomio Pabón e Tonello si conferma per governare 4 anni ancora. Paola Pabón vince con il 28% contro il 25,6% del candidato di Pachakutik. Fuori gioco Del Pozo, promosso dal Governo, che si attesta al 15,6%. Un’altra battuta d’arresto pesante per il governo avviene nella capitale dove il candidato governativo, Pedro Freile, viene battuto da Pabel Muñoz della RC con un 25% a 22%. Qui, l’altro candidato in corsa, Yunda (già sindaco di Quito) fermo al 23% si è già congratulato con il vincitore ammettendo la sconfitta e augurando allo stesso che il suo lavoro priorizzi il bene della città. Nella regione costegna di Manabi, territorio con un forte radicamento della RC, vince con il 43% il candidato Orlando senza molti ostacoli. La grande e forse inaspettata sorpresa viene dalla Regione del Guayas e dal suo capoluogo Guayaquil dove la destra conservatrice costegna, rappresentata dal Partito social cristiano, perde Regione e capoluogo a favore dei candidati della RC. Questa è senza dubbio la notizia più forte della giornata. La roccaforte storica del PSC viene espugnata dalla sinistra dopo tre decenni di governo. Cynthia Viteri, sindaca in carica del PSC non va oltre il 31% e viene sonoramente sconfitta dal candidato Álvarez con un 39,3%. Infine, un’altra grande regione come quella dell’Azuay vede la vittoria delle opposizioni con il candidato Lloret. Fin qui i risultati delle principali città e regioni. Ma il trend sembra confermarsi nella maggior parte del territorio nazionale ed anche nelle città minori come nel caso di Santo Domingo ed Esmeraldas (città della zona costiera) dove si affermano i due candidati della Revoluciòn Ciudadana rispettivamente con i seguenti dati: Erazo con il 61% e Villacís con il 30%. In Ecuador i sindaci e i governatori vengono eletti al primo turno senza ballottaggio.
Insieme alle elezioni comunali e regionali si sono votati ben 8 quesiti referendari costituzionali su temi molto rilevanti come: giustizia, sicurezza, partiti e movimenti politici ed ambiente. Il presidente sul Referendum si è giocato tutto ed al momento è nuovamente sconfitto. Al 10% degli scrutini, il NO è in vantaggio in tutti i quesiti con ampi margini. Le due domande che avevano una forte disputa politica tra i gruppi politici del paese, e cioè la 5 e la 6 vedono i margini più ampi con un 6 a 4 a favore dell’opposizione. Eppure i sondaggi fino a qualche giorno fa davano in testa il SI senza mezzi termini e con distanze enormi. Nell’immaginario collettivo si aveva la percezione che il Referendum avesse già un verdetto ancora prima di realizzarsi. Una su tutte, la domanda sulla riduzione dei parlamentari dagli attuali 137 a 100. Al momento è stata bocciata con un 56% a 44%. Qui, la storiella che per migliorare la qualità del Parlamento bisogna buttare fuori dallo stesso un po' di deputati e senatori non è passata anche perché sarebbero scomparse dalla rappresentanza territoriale le regioni più piccole e più povere del paese. La vittoria del NO ci dice una cosa molto netta: il popolo dell’Ecuador ha bocciato su tutta la linea le politiche economiche neoliberiste del governo Lasso e la sua incapacità a gestire e risolvere gli enormi problemi che colpiscono il paese dopo 6 anni di Neoliberismo.
A queste elezioni Lasso è giunto già con una grande deficit di ossigeno. Secondo i sondaggi del CELAG di dicembre, Lasso figurava all’ultimo posto tra i presidenti dell’America Latina con il 17% di consenso popolare. Secondo altri sondaggi emanati ultimamente, non si registrava nessun cambio sostanziale. Poi, come se non bastasse un mese fa, grazie a uno scoop del giornale La Posta, è uscito fuori un sistema di corruzione in cui figurerebbe il cognato dell’attuale presidente come il capo del sistema corruttivo. Il caso è conosciuto nel paese sotto il nome de: Il Padrino. Il Parlamento e la Magistratura hanno già attivate delle investigazioni sul caso. Tutto questo ha generato indignazione e contrarietà nella popolazione del paese che non è più disposta ad accettare la delinquenza dilagante e l’assenza di un piano di governo che risponda ai problemi strutturali del paese. Il sistema sanitario è praticamente al collasso, 7 crisi delle carceri hanno già generato 400 morti, insicurezza, lavoro sempre più precario e sottopagato e distruzione costante dell’ambiente. Lasso ha vinto le elezioni nello scorso 2021 con un programma politico basato sulla promessa (che ritorna) del milione di posti lavori, sull’incremento della produttività, sull’attivazione dell’economia e sui maggiori investimenti stranieri nel paese. A due anni di governo l’unica cosa che sembra aumentare giorno dopo giorno e la delinquenza spiccia ed organizzata che rende il paese più insicuro agli occhi di tutti. Il 2022 l’Ecuador ha chiuso con tassi di delinquenza tra i più alti della regione avvicinandosi a Messico e Colombia, storicamente insicuri e instabili. Quando c’è insicurezza e la delinquenza dilagante non si può progettare il futuro, al massimo si cerca di sopravvivere nel presente. E chi viene a investire in un paese dove parte del territorio nazionale è in mano a bande armate e a gruppi delinquenziali sempre più organizzati? Noi in Italia con le mafie territoriali presenti ormai su tutta la penisola, ne sappiamo qualcosa.
Lo slogan di Lasso “più Ecuador nel mondo e più mondo nel mondo” al momento si traduce con una nuova ondata di emigrazione ecuadoregna verso gli Stati Uniti e l’Europa (più Ecuador nel mondo) e l’omologazione della Colombia degli anni ’80 in Ecuador in termini di criminalità (più mondo in Ecuador). In questi giorni si attenderà la risposta del governo di fronte alla sonora sconfitta. Si prevede forse un rimpasto di governo per mettere in pratica il famoso motto del “cambiare per non cambiare” come scriveva Giuseppe Tommasi di Lampedusa nel famoso Gattopardo. O forse si riprenderà con il racconto che non ammalia più nessuno del “la colpa è di Correa”. O forse si andrà avanti cosi due anni ancora continuando l’agonia di un paese in balia delle onde.
20/10/2021
La rappresentanza politica e il gioco dell’oca
Non è la prima volta che accade di trovarsi di fronte ad un tracollo della partecipazione elettorale dove la disaffezione politica arriva ad “acuti” che si ripetono periodicamente. È sufficiente osservare il periodo precedente, quello che va dalle elezioni del 2008, dove vinse Berlusconi, a quelle del 2013, le qualiche produssero una profonda modifica del quadro istituzionale con l’affermazione del M5S, inattesa per la sua dimensione.
Quello che portò ad una vera e propria rottura del quadro precedente, fu l’incapacità/impossibilità del governo dell’epoca di sostenere gli effetti della dilagante crisi finanziaria sotto la pressione della UE a sostegno dell’austerity, una politica che pochi anni dopo avrebbe fatto deflagrare anche la Grecia di Tsipras.
Tale situazione si protrasse fino alla defenestrazione di Berlusconi nel 2011 con l’intervento diretto della BCE con la lettera di Trichet-Draghi che imponeva tagli e sacrifici sociali, aprendo un periodo di confusione politica e istituzionale che si risolse solo con il varo del governo Monti-Napolitano fedeli attuatori dei diktat Europei.
Un primo segnale di “disaffezione” si era già manifestato con la scadenza elettorale del 2010 tenutasi nei 2/3 delle regioni italiane, quando l’astensione raggiunse il 40%, ben oltre la media usuale, ma decisivo fu il quadro indecente che emergeva da tutte le forze presenti in parlamento e dalle politiche antipopolari di Monti, a cominciare dalla famigerata riforma Fornero sulle pensioni.
In quel frangente storico esplose la crisi della rappresentanza, latente fino a quel momento e che aveva già portato all’esclusione del PRC dal parlamento, una crisi che fece avere al M5S il 25% dei voti. Tale situazione si è protratta fino al 2018, periodo in cui si sono affermate le forze cosiddette “populiste e sovraniste”, certamente inconsistenti sul piano programmatico ma che hanno raccolto l’adesione della maggior parte degli elettori e del montante malessere sociale.
Il M5S prima e la Lega poi, hanno cavalcato per quasi un decennio questo spazio vuoto della rappresentanza senza nessuna capacità progettuale, uno spazio vuoto che oggi si ripresenta senza ambiguità con un livello di astensionismo che arriva al 60%.
Irrilevante e ridicolo è il balletto che oggi viene fatto sulle TV e sulla comunicazione mainstream tra vinti e vincitori, in quanto la realtà sancisce senza infingimenti che interi pezzi della società sono e si sentono fuori e senza rappresentanza dopo l’imbroglio dei movimenti cosiddetti “antisistema”.
Certamente va fatta una analisi dei caratteri di questo tipo di astensione, non omogenea al suo interno, ma certo è che, come nel gioco dell’Oca, siamo tornati al punto di partenza di un decennio fa.
Ovviamente le condizioni complessive della società, anche a causa della pandemia, sono ben peggiori di quelle di un decennio fa, ed è pure ridotta la capacità del paese di poter decidere i propri destini come il governo Draghi, lo stesso che non casualmente ha “tagliato la testa” a Berlusconi, sta a dimostrare.
Il governo Draghi ci fa vedere nitidamente come il “superstato” europeo sia ormai in grado di dirigere in modo centralizzato un progetto continentale peraltro favorito anche dall’insorgere della pandemia. Non a caso Prodi ha sempre sostenuto che l’Unione Europea si costruisce proprio tramite le crisi e già si presenta la prossima “opportunità” nel confronto con la Polonia che vuol mantenere le sue prerogative sovraniste.
L’uscita dalla pandemia, l’operazione sul Recovery Fund, l’affermazione della UE come soggetto immerso nella “ipercompetizione”, come ci ha ben ricordato la Von Der Leyen, sono tutti elementi che non possono che peggiorare la situazione sociale e di classe. Su questo non ci dilunghiamo nell’analisi, ma i processi di ristrutturazione ed i licenziamenti che dilagano stanno li a mostrarci quali sono le prospettive per il mondo del lavoro e la società nel suo complesso.
Possiamo dire che si sta aggiungendo un altro tassello alla crisi di egemonia che procede da tempo, in quanto pur avendo i centri di potere sussunto le forze cosiddette “antisistema” – depotenziandole e trasformandole da “antieuropeiste” ad “europeiste” – riesplode la questione della crisi della rappresentanza politica dei settori di classe e sociali penalizzati, e questo può rappresentare un importante punto di ripresa di iniziativa ed organizzazione.
Certamente non ci sarà un effetto automatico e molto sarà determinato dalla soggettività organizzata che sarà messa in campo, ma si stanno ricreando le condizioni per dare un ruolo a quelle forze che hanno un carattere di classe e che hanno avuto la strada sbarrata sulla rappresentanza proprio dai cosiddetti populisti che il “sistema” ha saputo magistralmente manipolare.
Il riuscito sciopero generale dell’11 ottobre, i parziali ma pure importanti risultati elettorali avuti da Potere al Popolo nelle aree metropolitane e non solo, il crescere della conflittualità in molte fabbriche colpite dalla crisi, sono tutti segnali che vanno nella giusta direzione e che sono da rafforzare e consolidare.
Per questo la necessità di una totale indipendenza politica dal quadro istituzionale, la costruzione di un radicamento di classe organizzato, la lotta contro l’Unione Europea dentro un orizzonte di rottura socialista, sono tutte questioni che possono ritrovare forza in questo passaggio storico di crisi del capitalismo a condizione di una ritrovata e rinnovata soggettività di classe ed organizzata.
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19/10/2021
Ma quale vittoria di sinistra
La destra a trazione Salvini e Meloni perde ogni elezione importante, anche se i sondaggi la danno tutt’ora in maggioranza. Possono lamentarsi di essere stati colpiti da una campagna di “calunnie antifasciste”, ma considerando il loro stile e quello dei loro social, beh fanno solo ridere.
Semplicemente sono impresentabili e non hanno una proposta politica che non sia inseguire pulsioni reazionarie, ieri contro i migranti, oggi contro il reddito di cittadinanza.
Così possono trovare il consenso di Renzi, ma non quello del popolo delle periferie, colpito dalla pandemia e dalle sue conseguenze sociali.
Oggi la maggioranza si astiene e dentro la minoranza che partecipa alle elezioni il PD, con il suo venti per cento, riesce a vincere quasi tutto. Il voto in Italia somiglia sempre di più a quello degli azionisti nelle grandi società quotate in borsa. La grande maggioranza dei piccoli azionisti non partecipa alle assemblee e così la minoranza più forte, con opportune alleanze, riesce a controllare la società. Così il PD riesce a costruire il suo sindacato di controllo.
La sfiducia e la disaffezione al voto della maggioranza dei cittadini, l’alternativa rappresentata da una destra reazionaria e fascistoide, hanno creato le condizioni perché il PD si installi al centro del sistema politico.
Naturalmente in questo centro c’è un potere superiore a quello del partito di Letta, quello al quale il segretario del PD riferisce e dedica ogni successo elettorale: quello di Mario Draghi.
La politica economica e sociale del governo Draghi è una classica politica padronale, lo sanno bene i lavoratori licenziati, sfruttati e impoveriti, per cui il governo non fa assolutamente nulla, così come lo sanno la Confindustria ed i ricchi, per cui il governo fa tutto.
Il governo Draghi è un governo di destra liberale e il PD ne è l’architrave perché è tutto fuorché un partito “di sinistra”. Ma può sembrarlo di fronte alla destra più ottusa e reazionaria, con una parte della quale peraltro governa tranquillamente.
Cinque anni fa la vittoria di Appendino e Raggi, a Torino e Roma, e quella di De Magistris a Napoli sembravano scalfire il quadro politico fondato sull’alternanza tra le due destre.
Ma il trasformismo fallimentare dei Cinquestelle e la crisi dell’esperienza di sinistra alternativa a Napoli, hanno portato alla restaurazione del vecchio sistema politico.
Lo strumento arbitrario e pasticciato del green pass, vera arma di distrazione di massa, ha poi contribuito a offuscare la questione sociale. Sono cancellati i danni alla salute e alla vita delle persone da parte di un sistema, di cui la pandemia e la sua concreta gestione hanno accentuato tutte le ingiustizie.
Contro queste ingiustizie crescono lotte e mobilitazioni, lo sciopero dell’11 ottobre ne è stato un segno. Ma manca una forte alternativa politica di sinistra e la democrazia si riduce sempre più alla competizione tra diverse versioni dello stesso partito, il partito delle imprese, delle privatizzazioni e degli affari. Semplicemente la democrazia si riduce.
Costruire l’alternativa a Draghi e al sistema che lo sostiene è oggi più necessario che mai.
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