Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
22/02/2026
“No Other Choice” e il Mostro che stiamo diventando
Non è il caso di No Other Choice che mi entusiasma allo stesso modo oggi come ieri. Park Chan-wook ci mostra (ancora una volta) un esempio nitido delle potenzialità del Cinema, soprattutto in un frangente storico caratterizzato da una crisi che appare irreversibile.
Ma andiamo con ordine.
Man-soo è un importante caporeparto in un’azienda coreana produttrice di carta appassionato della sua professione. L’azienda viene acquisita da una società americana che licenzia gran parte dei dipendenti, compreso il protagonista.
Già a questo punto della trama possiamo trovare diverse analogie con il presente, che vede le grandi corporation occidentali che operano nel mercato globale espandersi a scapito delle aziende cosiddette “zombie”, quelle minori, sacrificabili.
Ma la pellicola non è una disamina delle logiche di mercato, delle modalità predatorie con cui queste si affermano o delle condizioni nei posti di lavoro che queste producono (vedi La Classe operaia va in Paradiso), bensì dei suoi effetti, della ricaduta nei rapporti sociali che queste implicano, qualche temerario direbbe della “ideologia” che ne consegue.
Man-soo dopo il licenziamento cerca un’altra occupazione, sempre come caporeparto nell’industria cartaria. Inizia la pianificazione degli omicidi dei suoi competitor, di altri tre potenziali profili per lo stesso ruolo e che vivono la stessa situazione del protagonista.
La lotta per la vita, in cui la vita è il lavoro, nient’altro.
Di questo è consapevole anche la moglie di Man-soo la quale, scoperto il piano e gli omicidi perpetrati dal marito, decide di coprirlo pur di mantenere lo status di vita che quel licenziamento aveva messo in discussione.
La bravura di Park Chan-wook sta nel lavorare minuziosamente sui singoli personaggi, i quali rispecchiano le problematiche del precariato moderno, come ad esempio l’alcolismo di cui sono affetti gli altri candidati al posto di caporeparto.
Sono decine le scene che dimostrano la decadenza e soprattutto l’individualismo indotto dalla competizione interna alla classe salariata (anche l’educazione che Man-soo impartisce a suo figlio va in questo senso), scene che si inseriscono in un filone che è quello del cinema e della serialità sud-coreane, di cui l’esempio più famoso è Squid Game.
Non è un caso che questo accada nel paese sopracitato, il quale è un fulgido esempio di riassetto industriale nel solco delle nuove tecnologie e dell’automazione del lavoro. In questo senso, montaggio e fotografia non fanno altro che calcare la mano su questa sensazione di inquietudine alimentata spesso con scene al limite del grottesco.
Il primo, a cura di Kim Sang-bum, è veloce e serrato all’inizio e più lento nello svolgimento delle vicende chiave. In altre parole, la bella vita della cosiddetta “aristocrazia proletaria” che vive Man-soo finisce ancor prima che possa raccontarcela per bene, è un’illusione, un sogno.
La fotografia (di Kim Woo-hyung) e la regia, invece, costruiscono delle scene e dei frame che evocano una chiara impostazione pittorica, che hanno un impatto chiaro anche prese singolarmente, aiutate anche da un ottimo lavoro di color grading in post-produzione.
È un’estetica utile a sottolineare il punto di non ritorno a cui è arrivato il personaggio; il ritratto acceso e colorato della famiglia felice che abbiamo prima dell’esubero, i primi piani con le espressioni folli del protagonista, i colori e le luci che cambiano verso tonalità più grige e spente man mano che la storia si infittisce in un solco più inquietante.
Il finale non è conciliante, anzi. Il protagonista riesce nella sua impresa, senza rimorsi. L’ultima scena ci immerge in una fabbrica fredda e completamente automatizzata tramite piani di lavoro impostati da un’intelligenza artificiale. Man-soo è completamente solo, non deve fare altro che verificare che tutto vada liscio, che non vi siano intoppi.
Questo finale apre dunque il dibattito sulla direzione intrapresa dai nostri tempi, dunque dalle nostre vite. Per comprendere fino in fondo il senso del film (forse con una punta di egoismo) non dovremmo immedesimarci tanto con il protagonista, il “vincitore”, bensì con gli altri tre.
Insomma, un’“altra scelta” ci deve essere, l’alternativa è morire.
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29/11/2025
L’Italia della paura
Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso.
Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni.
È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura.
Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa.
Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi.
La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni.
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato securitario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda.
Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive.
Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza.
Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino.
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15/10/2025
Italia cristallizzata nella povertà; a farne le spese stranieri, giovani, operai
L’istituto di statistica, infatti, conferma che sono stimate in circa 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, ovvero l’8,4% di quelle residenti nel Belpaese. In persone, si tratta di circa 5,7 milioni di individui, il 9,8% dei residenti. Nel 2023 le stime parlavano, per il primo dato, dell’8,4% e, per il secondo dato, del 9,7%.
Per quanto riguarda la povertà relativa, l’incidenza passa dal 10,6% del 2023 al 10,9% dell’anno scorso, ma nella sostanza è considerata stabile, coinvolgendo oltre 2,8 milioni di famiglie. In lieve crescita è invece l’incidenza della povertà relativa tra gli individui, la quale sale dal 14,5% al 14,9%, arrivando a riguardare oltre 8,7 milioni di persone.
Non si può ignorare l’impatto che ha sui dati la provenienza degli individui o la regione di residenza. “L’incidenza della povertà assoluta fra le famiglie con almeno uno straniero è pari al 30,4%, sale al 35,2% nelle famiglie composte esclusivamente da stranieri, mentre scende al 6,2% per le famiglie composte solamente da italiani”, si legge sul sito dell’Istat.
“L’incidenza delle famiglie in povertà assoluta – viene scritto ancora nel sunto del rapporto – si mantiene più alta nel Mezzogiorno (dove coinvolge oltre 886mila famiglie, 10,5%), seguita dal Nord-ovest (595mila famiglie, 8,1%) e dal Nord-est (quasi 395mila famiglie, 7,6%), mentre il Centro conferma i valori più bassi (349mila famiglie, 6,5%)”.
Nel Mezzogiorno anche l’intensità della povertà assoluta, cioè “quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente al di sotto della linea di povertà” è andata peggiorando: le stime passano dal 17,8% del 2023 al 18,5% del 2024. Se a ciò si aggiungono i dati resi pubblici dall’Istat, che indicano come lo scorso anno una famiglia su tre abbia tagliato la spesa alimentare, appare evidente lo stato critico degli acquisti delle fasce più deboli del paese.
Queste differenze sono tutte questioni di classe, ma ce ne sono alcune che sono poi auto-evidenti. Scrive l’Istituto: “tra le famiglie con persona di riferimento occupata, l’incidenza di povertà nel caso sia lavoratore dipendente è pari all’8,7%, salendo al 15,6% se si tratta di operaio e assimilato”.
Aumentano i nuclei in povertà assoluta che vivono in affitto: 1.031.000 nel 2023, 1.049.000 nel 2024, con una incidenza percentuale che passa dal 21,6% al 22,1%. Per quanto riguarda le differenze di età, i giovani sono sicuramente i più penalizzati, anche per la forza con cui la precarietà e i bassi salari colpiscono le condizioni delle persone tra i 18 e i 34 anni.
Infine, va sottolineato che l’incidenza della povertà assoluta tra i minori raggiunge il 13,8%. Sono quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi, “il valore più elevato della serie storica dal 2014”. E per fortuna questo è il governo che ‘pensa ai bambini’ e parla di natalità e rinfoltire la schiera ‘italica’. Se è a queste condizioni, si capisce perché per ora sia fallimentare su tutta la linea.
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30/09/2025
Il 70% dei cittadini europei preoccupato dall’economia e dalla precarietà
La ricerca ha coinvolto Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Moldavia, Polonia, Portogallo, Romania e Serbia, ed ha messo in evidenza come la principale preoccupazione delle persone sia la grande difficoltà a far fronte all’aumento inarrestabile delle spese per l’abitazione, la salute, la spesa alimentare.
Secondo la ricerca gli italiani sono quelli che denunciano il rischio più alto di ritrovarsi nel prossimo futuro in una situazione di precarietà (62%).
Gli europei condividono anche la sensazione di un accesso più difficile a una serie di servizi pubblici rispetto alle generazioni precedenti. Un dato ancora più marcato in Italia e Francia per quanto riguarda i servizi per la salute (50%), mentre il dato italiano che riguarda la sensazione di non poter accedere ad un impiego stabile (65%) è il peggiore tra quelli rilevati negli altri Paesi.
Il dato più eclatante è quello che evidenzia che un europeo con un lavoro su tre ritiene di non avere un reddito sufficiente per far fronte a tutte le spese: più di un europeo su quattro ha già dovuto saltare un pasto, nonostante avesse fame, a causa della propria situazione finanziaria, mentre un genitore su tre dichiara di non essere riuscito a provvedere ai bisogni essenziali dei propri figli. Una situazione che incide sulla salute mentale delle persone e le rende decisamente più pessimiste rispetto al futuro del loro benessere.
Molto interessante anche il focus della ricerca su ciò che i giovani pensano della loro situazione e del loro futuro. Uno su due non è soddisfatto delle proprie condizioni e anche tra gli studenti si riscontra una difficoltà crescente di vita con percentuali molto alte sia in Grecia che in Germania, dato che colpisce vista la differenza strutturale tra le due economie. Una situazione che si ripercuote sulla loro salute mentale: un giovane europeo su cinque denuncia che la sua situazione è oggi problematica in termini di stress, mancanza di sonno, depressione.
Insomma nella prospera Europa la maggioranza della popolazione appare tutt’altro che sicura, al contrario la precarietà di vita ormai è radicata e segnala il crescente aumento delle disuguaglianze. Le persone non si curano come dovrebbero, molte rinunciano ad un'alimentazione corretta o sufficiente per sostenere le spese dei figli, il lavoro precario e mal pagato dilaga nel mercato del lavoro.
I segnali di mobilitazione sociale provenienti da Francia ed ora anche dall’Italia, fanno ben sperare per un ciclo di conflitto che riponga con forza l’affermazione delle esigenze popolari rispetto a quelle dell’economia di guerra e del profitto privato.
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17/02/2025
Livorno 2014-2024: crollo del lavoro cognitivo e ascesa del precariato nel turismo
Al convegno USB “Dall’industria all’overtourism” è emerso come nel corso degli anni ’10 Livorno e provincia abbiano visto un netto calo della forza lavoro industriale (-18%) a favore di quella nel settore turistico (+22%). Questa crescita numerica della forza lavoro, per un complessivo -1% di disoccupazione tra il 2012 e 2023, si è accompagnata però a una sensibile riduzione del potere di acquisto dei nostri territori: -8% in dodici anni per il lavoro industriale e -20%, un quinto del salario, per il lavoro del settore turistico. Il tutto entro una attuale media di salario mensile, per Livorno e provincia, di 1500 euro al mese a fronte di 1800 euro di media nazionale di un paese che, secondo il Corriere della Sera, risulta inferiore alle media europea dei salari del 15%. Quali sono i motivi di questo scarto netto tra Livorno e media italiana che pongono i nostri territori in una dimensione di downgrade economico e sociale?
Dal punto di vista della composizione della forza lavoro la spiegazione sta nel fatto che Livorno e provincia sono economie a basso valore aggiunto ovvero il valore che emerge dalla produzione e distribuzione di beni e servizi grazie ai fattori produttivi adoperati. Nell’industria in declino il valore aggiunto del prodotto è basso, nel turismo è basso quello dei servizi erogati per cui, non a caso, il salario mensile è inferiore alla media nazionale: è la condizione per realizzare profitti sui nostri territori. Quello che manca a Livorno e provincia è il lavoro ad alto valore aggiunto, il lavoro cognitivo, in grado di far lievitare il valore di prodotti, salari e profitti. E qui emerge la questione, drammatica, dei nostri territori: nel corso del decennio 2014-2024 è avvenuto un vero e proprio crollo della presenza del lavoro cognitivo a favore di quello a basso valore aggiunto e precario di cui il turismo rappresenta solo uno degli aspetti.
Tra il 2014 e il 2024, Livorno e la sua provincia hanno vissuto infatti trasformazioni significative nel mercato del lavoro, caratterizzate da una riduzione della forza lavoro cognitiva (legata a lauree e diplomi) e una crescita del lavoro precario, soprattutto nel turismo e nella gig economy. Di seguito, una scheda di questi fenomeni per inquadrare concettualmente il fenomeno.
1. Perdita di forza lavoro cognitiva
Emigrazione giovanile
- Dati indiretti: nonostante l’assenza di statistiche dirette sull’emigrazione, i dati demografici e occupazionali suggeriscono una fuga di giovani qualificati verso altre regioni o paesi. Il saldo positivo di nuove imprese (+316 nel 2024) è concentrato in settori a bassa specializzazione, mentre la creazione di società di capitale (tipiche di attività ad alto valore aggiunto) è limitata.
- Disallineamento formativo: il 48% delle imprese livornesi segnala difficoltà nel reperire profili qualificati, indicando che molti giovani formati potrebbero aver lasciato il territorio per opportunità altrove.
- Sottoutilizzo delle competenze: tra il 2021 e il 2023, è emerso un sottoutilizzo della forza lavoro, con individui che lavorano meno ore rispetto alle aspettative, spesso in ruoli fortemente incoerenti con il loro livello di istruzione.
- Esempio: laureati impiegati in posizioni non specializzate nel turismo o nel commercio, settori che nel 2024 assorbivano il 76% delle nuove assunzioni, prevalentemente in servizi a bassa qualifica.
Inattività
- Disoccupazione strutturale: l’aumento dei costi energetici (+30% previsto nel 2025) e la carenza di reali politiche attive per l’occupazione hanno aggravato l’inattività, soprattutto tra i giovani under 30, che rappresentano il 28% delle nuove assunzioni ma con contratti spesso temporanei.
2. Crescita del lavoro precario: turismo e gig economy
Turismo
- Espansione del settore: il turismo è diventato un pilastro economico, con presenze alberghiere in aumento del 3-5% nel 2024 e picchi stagionali al “tutto esaurito” . Tuttavia, il 76% delle nuove assunzioni nel settore dei servizi (dicembre 2024) riguarda ruoli stagionali o part-time, spesso senza stabilità contrattuale.
- Destagionalizzazione fallita: nonostante gli sforzi per promuovere il turismo fuori stagione, la domanda lavorativa rimane concentrata nei periodi estivi, alimentando precarietà.
Gig economy
- Impatto nazionale e locale: in Italia, il 14% della forza lavoro è coinvolto in attività gig, con settori come consegne, trasporti e turismo in prima linea. A Livorno, la crescita del turismo ha favorito l’ascesa di lavoratori autonomi senza tutele (es. rider, addetti alle pulizie stagionali).
- Esempi concreti: lavoratori senza contratti formali
nel settore alberghiero o legati a piattaforme digitali, privi di
assicurazioni e previdenza sociale.
3. Tra perdite cognitive e crescita precaria, dieci anni a confronto
4. Fattori chiave delle dinamiche
- Mancata diversificazione economica: l’economia livornese rimane legata a settori tradizionali (turismo, commercio), con investimenti molto scarsi in innovazione e alta tecnologia.
- Crisi energetica e costi: l’aumento del 30% delle bollette ha limitato la capacità delle PMI di assumere stabilmente, spingendo verso contratti flessibili.
- Scarsa formazione professionale: Il 48% delle imprese segnala un mismatch tra competenze richieste e offerte, aggravato da politiche formative inefficaci.
Conclusioni
Tra il 2014 e il 2024, Livorno ha visto un dualismo entropico nel mercato del lavoro:
riduzione della forza lavoro cognitiva (-20% stimato) e crescita del
precariato (+25%). Senza interventi strutturali, non all’orizzonte, il
rischio è un ulteriore impoverimento del capitale umano, con ricadute
negative sulla qualità della vita territoriale e il rischio di serie patologie sociali.
Emigrazione giovanile – per cui il sistema Livorno e provincia esporta
il sapere che produce senza saldo positivo – e demansionamento sono
riflessi di un tessuto produttivo non in grado di utilizzare lavoro ad
alto valore aggiunto (a causa di scarsi se non nulli investimenti).
In
sostanza, nel corso di oltre un quindicennio, il sistema Livorno ha
risposto alla grave crisi del 2008-2009, certificata come tale da Irpet,
adattandosi all’utilizzo di forza lavoro a basso valore aggiunto,
decrescente nell’industria e crescente nel turismo. In mezzo la crisi
del lavoro cognitivo, l’incapacità sistemica di impiegarla sui nostri
territori, che spiega la media di bassi salari presente a Livorno e
provincia. Considerando che la rivoluzione fatta di IA e robotica
nei processi produttivi e nei servizi aggredisce il lavoro a basso
valore aggiunto e persino quello ad alto valore, ma non in grado di
adattarvisi, Livorno si sta preparando all’economia dei prossimi dieci anni con serie criticità
nella composizione della sua forza lavoro, soprattutto nella sua
capacità di estrarre reddito sufficiente dalle proprie attività
lavorative.
31/01/2025
Il mercato del lavoro italiano in Europa: ultimo per occupati e tra i primi per precarietà
Con l’inizio del nuovo anno, pronti a sentire altri proclami senza senso, è bene ricordare la condizione del mercato del lavoro del nostro paese in Europa. Perché a guardare gli ultimi dati Eurostat disponibili, che fanno riferimento al 2023, appare evidente come il Bel Paese sia un inferno per i lavoratori.
Per onestà, bisogna dire che dal 2021 l’occupazione è cresciuta, e si sono ridotti i contratti a tempo determinato e il part time involontario. Ma il punto rimane: la perfomance italiana è stata tra le peggiori del Vecchio Continente, e confrontata con gli altri paesi europei ci vede agli ultimi posti in varie classifiche.
Innanzitutto, siamo all’ultimo posto per tasso di occupazione tra i 27 membri UE, sia in generale che per ciò che riguarda l’occupazione femminile: 61,5 occupati ogni 100 persone tra i 15 e i 64 anni, e solo 52,5 quando si tratta di donne. L’aumento di questo tasso non è stato tra i più brillanti tra il 2019 e il 2023, e siamo stati dunque superati anche dalla Grecia.
La percentuale di occupati a “tempo determinato volontario” è di certo diminuita dal 2019 (-5,3%), ma si attesta ancora all’8,3%. Solo in tre fanno peggio di noi: Portogallo, Spagna e Cipro, tre paesi del Sud Europa, alla periferia produttiva delle filiere continentali riorganizzate dal Trattato di Maastricht in poi.
Stando a studi OCSE, l’Italia detiene comunque il record di donne costrette a un part time involontario, pur essendo disponibili a svolgere un lavoro a tempo pieno. Al 2023, si parla del 50,2% del totale delle occupate, una su due. Anche in questo caso siamo all’ultimo posto nella UE, con ben 15 paesi sotto il 20%.
Se a ciò si aggiungono altri dati Eurostat – quelli che riportano come la media europea del reddito reale sia salita, sempre nel 2023, da 110,12 a 110,82 (dove 100 è il valore del 2008), ma quella italiana è calata da 94,15 a 93,74 – il quadro del mercato del lavoro italiano risulta piuttosto deludente, per usare un eufemismo.
Viviamo in un paese in cui la precarietà rimane dilagante e in cui, al contrario della narrazione dominante, la “voglia di lavorare” non solo non manca, ma viene frustrata dall’imposizione involontaria del tempo parziale. Ovviamente, a subirne le conseguenze maggiori sono innanzitutto i segmenti più ricattabili della popolazione.
Anche perché – e questo va sottolineato – la deindustrializzazione e l’imposizione di un modello di sviluppo fondato su filiere ad alta intensità di lavoro, ma a basso valore aggiunto (basti pensare a tutto ciò che gira intorno alla turistificazione) favoriscono il ricambio continuo di una forza lavoro non specializzata.. che così rimane sempre alla mercé del mercato.
Altro che “grandi conquiste” del governo. Qui c’è l’affossamento di un paese, la cui responsabilità va in capo a tutta la classe dirigente e a tutte le forze politiche che si sono alternate nell’ultimo ventennio. Almeno...
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09/12/2024
L’ultimo rapporto Censis certifica il fallimento di tutta la classe dirigente
Un fallimento che non è solo economico e sociale, ma potremmo dire anche “ideologico-propagandistico”, rispetto alla narrazione dell’Occidente come la casa della democrazia e dei diritti, e il resto del mondo come la “giungla” da portare sulla retta via.
L’inconsistenza di questa favola si nota facilmente col trattamento riservato alle elezioni in Georgia e in Romania, date per valide solo alla vittoria dei filo-NATO, o i fatti in Corea del Sud. E non attecchisce evidentemente più tra gli italiani, come dimostra il Censis.
Scorriamo i dati più significativi. Tra il 2003 e il 2023 il reddito lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7,0%, e tra il secondo trimestre del 2014 e il secondo trimestre del 2024 la ricchezza netta pro-capite è diminuita del 5,5%.
Il raffronto tra i primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 segna una riduzione della produzione delle attività manifatturiere del 3,4%. Le presenze turistiche, invece, sono aumentate del 18,7% rispetto al 2013, raggiungendo le 447 milioni di unità nel 2023: un paese-vetrina, più che una città-vetrina ormai.
In termini di produttività, nel periodo 2003-2023 le attività terziarie hanno registrato una riduzione del valore aggiunto per occupato dell’1,2%, mentre l’industria ha segnato un aumento del 10,0%.
Quando alcuni politici presentano il turismo come il futuro del paese, gli si dovrebbe sbattere in faccia questi dati.
Il numero degli occupati si è attestato a 23.878.000, in aumento del 4,6% rispetto al 2007. Eppure, l’andamento del PIL non è incoraggiante, e ciò dimostra che da una parte i lavori sono sempre più precari e peggio pagati (come quelli nel turismo e ristorazione, appunto), dall’altra che non riescono a riattivare un mercato interno reso asfittico per favorire le esportazioni.
Il risultato non può essere che la cristallizzazione, se non il peggioramento delle disuguaglianze. Gli italiani lo sentono sulla propria pelle, e infatti l’85,5% è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.
L’incertezza resa ormai normalità influisce pesantemente sulle giovani generazioni. Il 58,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si sente fragile, il 56,5% si sente solo, il 51,8% dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, il 32,7% di attacchi di panico, il 18,3% di disturbi alimentari. Un giovane su tre è stato in cura da uno psicologo e il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci.
In molti fuggono dal paese per cercare un’alternativa. Dal 2013 al 2022 sono espatriati circa 352 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, e più di un terzo erano laureati. Impressionante il dato per cui il numero degli emigranti in possesso di laurea è passato dal 30,5% del totale nel 2013 al 50,6% nel 2022.
Se chi si laurea viene attratto altrove, in generale l’istruzione colpita da tagli e asservita agli interessi privati si mostra incapace di garantire le conoscenze fondamentali. I traguardi di apprendimento in italiano e in matematica sono spesso sotto le aspettative per tutti i cicli di istruzione.
Guardando ai servizi pubblici nel complesso, e all’accesso a consumi fondamentali, il quadro è altrettanto tragico. Ci sono ampie fette della popolazione che ha problemi a raggiungere una farmacia e un pronto soccorso, e la situazione peggiora più è piccolo il comune di residenza.
Tra il 2013 e il 2023 la spesa sanitaria privata pro-capite è aumentata del 23% in termini reali, superando i 44 miliardi di euro nell’ultimo anno. Al 62,1% degli italiani è capitato almeno una volta di rinviare un check-up medico, accertamenti diagnostici o visite specialistiche per la lunghezza delle liste di attesa o per i costi eccessivi.
Se una persona su due, per pagare una prestazione sanitaria, è dovuta ricorrere ai propri risparmi, dall’altra parte il risparmio previdenziale è diventato un miraggio. Il 75,7% degli intervistati pensa che non avrà una pensione adeguata quando lascerà il lavoro. La percentuale, nel caso dei giovani, raggiunge l’89,8%, e diventa una certezza.
Come detto sopra, questa è incertezza di vita che è stata resa normalità, e questo è l’unico vero problema di sicurezza del paese. Eppure, la sicurezza è stata ormai trasformata da questione sociale e questione di ordine pubblico, anche se nell’ultimo decennio il numero di omicidi volontari, di furti e di rapine è crollato (rispettivamente, -32,1%, -35,9%, -41,3%).
Ma se si instilla nelle persone il sentore dell’insicurezza, e poi si alimenta l’idea che questa provenga dal diverso, dall’immigrato o dall’esterno, è più facile trovare dei modi per dividere gli sfruttati e metterli l’uno contro l’altro. Col problema, inoltre, che oggi sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente un’arma da fuoco.
Il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi porta abitudini contrastanti con il proprio stile di vita, come il velo integrale. Il 29,3% è ostile a chi non si conforma alla concezione della “famiglia tradizionale”, il 21,8% si considera addirittura nemico di chi professa una religione diversa: il razzismo è una conseguenza quasi fisiologica di questa narrazione.
Qualcosa non torna, però, rispetto alle volontà della classe dirigente. Se sulle divisioni tra gli sfruttati, utili per la guerra interna, hanno ottenuto qualche risultato, non è passata invece l’idea che l’Occidente sia la culla dei diritti e della democrazia, e che questi vadano esportati anche con la guerra esterna.
Il 68,5% degli italiani ritiene che le democrazie liberali non funzionino più. Il 66,3% attribuisce alla filiera euroatlantica, Stati Uniti in testa, la responsabilità dei conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente. Solo il 31,6% si dice d’accordo con la volontà dei paesi NATO di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL.
La crisi di egemonia delle centrali imperialistiche occidentali è ormai evidente. Tutti si rendono conto delle frottole che raccontano a Washington e Bruxelles, e di fronte al quadro sociale ed economico critico che è delineato nello stesso rapporto Censis la volontà maggioritaria non è quella di inasprire la spirale di guerra messa in moto, e che non accenna ad arrestarsi.
Che le democrazie liberali siano una farsa, spesso porta d’ingresso dei fascisti nelle istituzioni, è chiaro ai più, così come che la destabilizzazione di mezzo mondo è opera dell’Occidente in crisi, che cerca soluzioni nella guerra e nell’annientamento del nemico, azioni per cui ha appunto bisogno di più spese militari. Le quali verranno finanziate con altri insopportabili tagli a quelle sociali.
Sta a forze indipendenti e di rottura fare in modo che questa linea logica venga trasportata su un piano politico, cioè venga politicizzata e trasformata in organizzazione e proposta di alternativa sistemica.
Non è facile, e non ci sono ricette preconfezionate. Ma il rapporto Censis dimostra che ci sono i presupposti, e si sviluppano innanzitutto sull’orizzonte più alto delle contraddizioni del capitalismo in crisi, quello della guerra.
Fonte
13/07/2024
La fabbrica dei baby killer
Dove i fenomeni di violenza gratuita dilagante sono punte di iceberg di alienazione di massa. Dove persino le partitelle di pallone tra bambini, diventano trincee di guerra tra adulti: risse tra genitori. I modelli, appunto, che poi crescendo si tende ad imitare.
“Mio marito lavora nell’ortofrutta: esce di casa alle 4 e prima delle 19 non rientra. Io, invece, lavoro in un supermercato. Per noi non esiste il Natale, la domenica, il Primo Maggio, l’estate: ma per i miei due bambini si. Lo vedo che crescono nervosi e attaccati al cellulare, ma che posso fare? La scuola è più un fastidio per portarli e andare a prenderli che altro. Ho una mamma molto vecchia e malandata, che giusto può guardarli, ma certo non può portarli in giro. Qui non ci sta niente e, praticamente, vivo come in carcere.”
Monica è una donna simpatica, un volto quasi senza età e con la bocca rovinata da denti mancanti. Non deve essere troppo in là con gli anni, anche perché i suoi bambini sono entrambi alle elementari. È sempre arrabbiata e guarda tutti con diffidenza.
“Io non parlo bene l’italiano e nemmeno mio marito. Mia mamma, poverina, a stento si regge in piedi. A scuola non fanno quasi niente, anche perché ci sono tanti bambini stranieri che anche in quarta, ancora non sanno una nostra parola. Cerco di proteggerli, anche dai figli dei vicini che sono già mezzi criminali, ma così sono sempre soli.”
Gli ergastolani lasciano le celle delle Istituzioni, delle reclusioni fisiche e diventano i nostri bambini di periferia: mine vaganti nelle Vie Lattee dell’abbandono. Stupirsi del tiro a bersaglio armato contro insegnanti. Stupirsi dei giochi omicidi dei ragazzini. Stupirsi della brutalità con la quale si trucida un indifeso: operazione inutile, oltre che intellettualmente oscena. È scontato che, crescendo così, si perda ogni senso della vita.
Perché condannare alla marginalità un terzo degli italiani, venti milioni, è l’humus ideale dove ogni forma di cannibalismo prende forma e sostanza. Pulcini di batteria che manine insensibili smistano tra commerci di carne. Non si va oltre il sapere che si può apprendere tra le mura domestiche, troppo spesso afone, rendendo in un sol colpo la scuola inutile e ogni ascensore sociale guasto. I valori sono quelli della forza e del raggiungimento del soldo facile.
“Gli ha gettato un bicchiere d’acqua addosso, ma mica per mancanza di rispetto: don Antonio prende in giro tutti, anche a noi.” Gianni è un bambino di dodici anni che sta tentando di giustificare un ras del quartiere che ha appena umiliato un anziano fragile, allontanandolo dalla sala scommesse. I bambini sono contenti del gesto violento, anche perché convinti che quel poveretto porti sfiga alla squadra del Napoli.
Così, se si avvicina alla sala slot durante un match, viene mandato via in malo modo. Il meccanismo della violenza, però, Gianni lo applica anche ai suoi coetanei meno fortunati fisicamente. Si crea, anche tra bambini, una specie di élite dei malamente. L’abitudine a sviluppare rapporti di tipo piramidale, dove la leadership è incentrata sulla sopraffazione già da adolescenti.
Piccoli pirati, pronti a sbranarsi per un nulla. La mamma di Gianni è anzianotta, la sua di nascita è avvenuta poco prima dello scoccare della menopausa e dopo una lunga detenzione del padre. Così ha fratelli e sorelle adulte e fa la stessa loro fetente vita.
Una assenza di tenerezza nel paesaggio, oltre che nella quotidianeità, che rende fisiologici questi episodi di violenza, anche perché opera di adolescenti resi anaffettivi, quindi senza il senso dell’altro, da una alienazione invincibile. “Incidenti”, dettati da residui di volontà alterate di cani da combattimento che, ad un uccidere o essere uccisi a comando, rispondono sbranando un barbone a caso o spaccandosi le teste con i caschi per divertirsi un pochino.
Ridurre l’Uomo in bestia, anelito supremo delle massonerie finanziarie, comporta questo rischio: ammaestrati al consumo, ma mai del tutto e mai tutti abbastanza. Un bambino del mio quartiere sogna di ammazzare il padre perché povero. Un altro, invece, è ucraino esattamente come la madre, ma la detesta: perché nel tritatutto delle guerre, tra lui è la madre si è persa anche una lingua comune.
È che si vuole cancellare ogni residuo di cultura russofila, anche se è quella della propria mamma, così la comunicazione tra loro è smozzicata, senza quel calore che diventa lingua: ne russo, ne ucraino ne, tanto meno, italiano. Senza lingua Madre, appunto, quella che indica un’identità quasi inviolabile.
Bambini in guerra, anche contro sé stessi. Quando sento in lontananza i loro pianti, mi viene in mente il Gramsci prigioniero che aveva capito il meccanismo per decifrare il colore delle lacrime altrui. Così divido quei lamenti in quelli che crescendo uccideranno e in quelli che, invece, saranno uccisi.
Salvatore ha il suo papà ai domiciliari: gli tocca la parte del badante, andando a comprargli da bere, da farsi e da fumare. È così piccolino che le buste piene di bottiglie di birra quasi coprono tutto il suo corpo. La casa è piccola, l’aria viziata dal fumo e dalla malinconia. Così fatti i servizi va vagando nel quartiere. Tanto lo sa: a qualunque ora torna a casa, prende le botte ugualmente. Meglio stare alla larga e aspettare che la sbronza degli adulti diventi meno molesta. “Chi adda perdere, adda perdere”, sembra ripetere il suo sguardo profondo.
Ma le disperazioni si sommano e non si sottraggono. Certo è che le disfunzionalità si attraggono e si finisce per abbracciare sempre il proprio potenziale carnefice. Nelle spirali occidentali delle nuove povertà questo elemento è centrale nel trasformare una difficoltà, in una dolenza psichiatrica cronica. Interi quartieri minati da sale slot e dalle luci livide dei centri commerciali: non un campetto, un giardino, un qualcosa che faccia dire “la vita è bella”.
Nel caso di bambini, poi, la disfunzionalità circolare assume valore di modello educativo, complicando ancora di più ogni via d’uscita. Bambini cresciuti come maiali in allevamenti intensivi: senza luce, amore, grazia e ora anche senza cibo. Il quasi milione di bambini che, sul nostro territorio, non ha cibo a sufficienza suona un allarme che non è solo alimentare: cicatrici che non si rimargineranno facilmente. Cicatrici non causate da carestia o altro, ma prodotte da una dittatura dell’utile che, di fatto, ha cancellato la nostra Costituzione.
Eppure Imma Carpiniello, guida e mente della Coop Lazzarelle, che a Napoli si occupa di reinserimento lavorativo delle detenute ed ex detenute del carcere di Pozzuoli, attraverso una torrefazione, un accogliente bistrot e tante altre iniziative, sostiene che un Welfare aggressivo riduce, e di tanto, le possibili recidive.
Opportunità reali, unite a meccanismi di aggregazione relazionali positive, diventano un baluardo alla caduta libera delle nuove povertà che, troppo spesso, si abbinano a comportamenti criminali. Lo stesso vituperato e poi cancellato Reddito di Cittadinanza, a suo dire, ha tenuto tante famiglie lontane dai guai. Perché, laddove entra un’aria salubre e serena, anche l’infanzia ne viene contagiata, riducendo il rischio insito nelle derive distruttive delle marginalità.
L’arrangiarsi dei genitori, ad esempio, se abbinato ad un reddito minimo e sicuro, rende i ragazzini meno propensi al lavoro minorile e più concentrati in ambito scolastico. Lo stesso ruolo di madre, se sostenuto da una misura reddituale costante, diventa meno evanescente, rispetto ai ritmi crudeli del neo schiavismo o del crimine.
L’abbandono scolastico, in un certo senso, è causato da gap culturali, ma anche da un senso di precarietà e sfiducia che porta i ragazzi delle periferie a lasciarsi andare. A non credere che, anche per loro, ci possa essere un futuro. La fabbrica dei baby killer, quindi, non si affronta con misure repressive inutili e tardive, ma con “accoglienza e potenzialità”.
Nell’Italia del dopoguerra la fame era la stessa, ma ci stava una coesione sociale, dei modelli comportamentali condivisi e una antica capacità di fare che oggi sono sommerse dalla spazzatura televisiva.
La vacca da latte e il lattaio che passava tutte le mattine o le galline in casa, costituivano oltre ad una base alimentare, anche una base culturale fatta di aspettative realistiche e fantasie nell’arrangiarsi: oggi chi sa fare il formaggio? Così i ragazzini crescevano sviluppando alcune capacità, ma anche socializzando con altri ragazzini, mentre oggi entrambi questi aspetti sono sostituiti dall’uso alienante dei dispositivi elettronici.
Dei video giochi dove tutto è concesso al giocatore, tranne che giocare. Bambini del Grande Fratello che finiscono per odiare la famiglia, perché non rispondente alla soap preferita. Lo stesso pianto, in alcuni quartieri di confine, entra in una sfera sonora che ha più a che fare con la nevrastenia che con il capriccio.
E il dilagare di forme più o meno estreme di disturbi psichiatrici e conseguente utilizzo di psicofarmaci in età evolutiva dovrebbero diventare la vera emergenza nazionale. Negli Stati Uniti, che siamo sempre abilissimi ad imitare, il fenomeno è diventato uno tsunami con oltre dieci milioni di bambini ostaggi di psicofarmaci.
“In Francia, come ragazza madre, ho diritto a talmente tante cose che in Italia non posso tornarci più. Il lavoro: nei centri per l’impiego devono attivarsi per cercarmelo nei pressi della mia abitazione e con orari consoni al mio ruolo di mamma. Per esempio: niente week end. Ma anche una assistenza costante e presente.” Paola, invece, è la figlia di una mia amica.
È andata a vivere a Parigi, dove ha fatto due figli, di cui uno con disagi vari. Il supporto che ha non è neanche paragonabile alle cupe latitanze dei nostri servizi. Così, nonostante sia sola, in difficoltà e con un dolore abbastanza evidente, regge botta. In Italia, invece, la malattia quando colpisce fasce sociali deboli, diventa una piovra emotiva che distrugge tutto.
La figura dello “scemo di guerra”, il cui malessere è esploso a seguito di un trauma durante il combattimento, diventa paradigma delle nuove marginalità infantili: la guerra intesa come trincea di sopravvivenza. L’apprendere, invece, ha sempre a che vedere con la capacità di dare aria al cervello, ma quando questa capacità viene triturata da un buio nella mente fatto di rabbia, paura e solitudine, si va incontro alla più cupa dissolvenza esistenziale: vivere per soffrire e fare soffrire.
Rendendo oggi la vergogna dell’infanzia affamata, un dramma irreversibile del domani, perché nel caso dei bambini è la stessa trincea della fame che diventa trauma insuperabile. Inabili da guerra, si potrebbe dire, ossia disfunzionali e in modo assoluto, mentre i più veloci si aggrapperanno a psiche da guerriglia urbana totale. Una guerra individualissima, dove si finisce ad ammazzarsi per venti euro o per uno sguardo sgarbato.
Persino il tetro paesaggio degli svincoli autostradali mette in moto spleen inarrestabili nei più piccoli, che si fissano a guardare il vuoto o l’unico stelo di erba che sbuca dall’asfalto. Il meccanismo è di patologia virale: quando la debolezza in età evolutiva è messa a nudo anche dal proprio sguardo, si viene contagiati dalle disfunzionalità altrui o ambientali. I bambini non hanno anticorpi sufficienti per opporsi al contagio e, misteriosamente, vengono attratti proprio laddove è più che scontato.
Partono pieni di passeggeri i pulmini per l’Ucraina: anche i profughi della guerra, si sono stancati di noi. Perché convivere con il pericolo dei bombardamenti, dopo due anni di nulla, diventa un panorama possibile, tollerabile. Sono proprio i bambini che vogliono tornare a casa. La condizione del profugo è una alienazione dell’anima e, in questo, sono proprio i più piccoli con la loro innocenza a capire che il rischio di cronicizzare la propria situazione e, quindi di essere condannati ad un ergastolo di marginalità, va combattuta in ogni modo.
Così nel mio quartiere sono molte le donne che, costrette dai figli, hanno preso la strada del ritorno, in questo caso verso l’Ucraina: i bambini si ribellano, non vogliono imparare la nostra lingua e, per il capriccio principe di voler vivere, mettono in conto anche di dover morire. Del resto, cosa è un pallone se non si ha nessuno con cui giocare? O un luogo dove farlo? Tatà è una donna ucraina del mio quartiere, sola e con un figlio di otto anni, ha provato a costruire una vita per sé e per il piccolo.
Ma il lavoro è schiavismo e non si coniuga con l’attenzione che un bimbo deve avere: se non è notte/giorno è tutto il giorno, ma con cifre talmente basse che si sopravvive se si è soli. Abitare è un inferno, dove si viene prosciugati per un posto letto fetente, in case dove anche andare in bagno è un terno al lotto. Così tutto, ma proprio tutto, pesa talmente tanto che si prende un pulmino e si torna nella guerra dalla quale si era fuggiti.
Patate e qualcosa, le diete dei poveri in tutto il mondo hanno una costante: la monotonia alimentare. In Brasile, nelle favelas, si mangia riso e fagioli o fagioli e riso. Però il mistero della grazia fa sì che ogni ripetizione conduca con sé delle varianti fantasiose. Patate e qualcosa, quello che la terra consente di avere oggi in Ucraina.
Tutto sommato in una era tecnologica come questa, ogni guerra dovrebbe durare poche ore. La potenza di fuoco è tale da consentirlo, ma forse i poteri del mondo hanno preferito una riedizione di una guerra da trincea, lunga e demenziale. Così noi moriamo di fame per armare gli ucraini e gli ucraini muoiono di fame per essere costretti ad usare le nostre armi: con la pancia piena nessuno va a farsi ammazzare.
Sono in molti che hanno capito che la guerra durerà a lungo, tanto vale quindi affrontarla, che entrare nelle celle senza ore d’aria del nostro neo schiavismo. Tatà, solo qualche mese fa, diede della pazza ad una sua amica che aveva deciso di rientrare, per assecondare il figlio.
Il milione di bambini in Italia che non ha cibo a sufficienza, non si inserisce unicamente in una tragedia alimentare, perché le leve che questa penuria aziona vanno in molte direzioni, alcune delle quali possono produrre guai grossi. 1 bambino su 5 che stiamo inviando alle più estreme forme di degrado che sfoceranno in tossicodipendenza, violenza, criminalità, marginalità, frustrazione, disturbo o disagio psichiatrico.
La fame è la più ignobile delle trincee, soprattutto in territori dove ogni sopravvivenza antica è proibita: liquefatta dai modelli consumistici, dalla idiota sopraffazione di una burocrazia onnivora, ma anche dalla dissoluzione di ogni equilibrio della povertà di una volta che, per quanto crudelissima, era dolcemente ancorata ai ritmi della natura e alla sua danza.
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16/06/2024
Quando Livorno scomparve in un giorno
Quello che è accaduto a Livorno va letto attraverso una serie di criteri: il progressivo invecchiamento della popolazione (nel 2008 i pensionati rappresentavano il 29% degli abitanti del territorio oggi oltre il 42%); il calo del potere di acquisto dei livornesi (dai dati acquisiti in campagna elettorale superiore a quello delle grandi città); l’elevata propensione all’indebitamento per il credito al consumo per compensare il calo del potere d'acquisto (Livorno è il capoluogo di provincia top in Italia per questo fenomeno); la prevalenza dei contratti precari (72%) nelle nuove assunzioni.
Questi criteri rendicontano l’esistenza di tre fenomeni che attraversano Livorno determinandone il presente e il futuro: rendita, debito, precarietà. Il debito è la zona che mette a contatto rendita e precarietà determinando significative differenze di classe visto che la rendita è in grado di usare il debito, mentre la precarietà solo di subirlo. È chiaro che la rendita sta cambiando, non solo per il degrado del sistema pensionistico, ma sia per i patrimoni ereditari che passano ai più giovani che per le mutazioni di un mercato immobiliare maggiormente legato al turismo. Ma sta cambiando anche il precariato sempre più legato a servizi di bassa qualità vista anche la presenza molto ridotta a Livorno di imprese innovative.
In questo contesto la vittoria al primo turno del centrosinistra alle amministrative 2024 è molto diversa da quelle dell’epoca del PCI o dello stesso centrosinistra negli anni della finanziarizzazione e del boom immobiliare e dei servizi dopo la fine del modello industriale in città.
Prima di tutto perché si tratta di una presa del potere ottenuta grazie a un apporto molto minore della popolazione rispetto al passato (in sostanza ha votato un cittadino su due con un -8% rispetto alla già bassa percentuale di voto nazionale). Poi perché a differenza del PCI, che esprimeva la classe dirigente dell’epoca industriale, e del centrosinistra del passato, che rappresentava comunque fenomeni emergenti, questa vittoria si spiega con l’intreccio tra poteri esistenti, rendita, debito e precarietà.
Come si direbbe in un altro linguaggio si tratta di una vittoria che interpreta pienamente il presente.
La vittoria del centrosinistra di oggi è quella della capacità di mettere assieme interessi molto diversi nei “mondi” attraversati da questi tre fenomeni che sono “abitati” in modo molto differenziato. Si tratta di una capacità ottenuta in modo tradizionale, con la classica mediazione face-to-face, con l’intervento dei cartelli elettorali e con un marketing anni ‘10 che risulta efficace specie quando egemone.
Il risultato, in termini di potere, è andato ben oltre il campo del centrosinistra visto che hanno votato Salvetti spezzoni corposi di centrodestra, in nome della capacità di salvaguardia della rendita, e in caso di secondo turno era già pronto un soccorso a sinistra. Insomma, il centrosinistra ha composto una long tail molto estesa fatta di portatori di interesse – alcuni grandi, altri piccoli – che si è riconosciuto nella proposta Salvetti. Questo fenomeno, assieme a una astensione inedita, ha fatto la differenza.
Rendita, debito precariato, assieme, hanno caratteristiche antropologico-politiche ben precise: sono fenomeni legati prevalentemente alla dimensione del presente – dominato o subito, non importa – e, oltre a interessi immediati, sono sensibili alla dimensione onirica del marketing che è il piano simbolico-comunicativo che li tiene assieme oltre a esse una industria che cresce proprio grazie a loro. Si può anche sorridere vista la gracilità degli interessi immediati garantiti dal centrosinistra e il trash dell’onirico tipico del marketing del primo cittadino durante tutto il mandato. Ma una volta smesso di sorridere si nota che tutto questo funziona e intercetta gli intrecci di potere che passano tra rendita, città indebitata e precariato.
Così a Livorno, alla restrizione seria della platea elettorale ha corrisposto, da parte del centrosinistra, l’occupazione maggioritaria della platea dei portatori di interesse. Questo in uno scenario nel quale il concetto di futuro appartiene al marketing politico elettorale, e poi a quello della vita di tutti i giorni, ma non, o almeno non al momento, alla pratica dei portatori di interesse.
Se c’è un altro fenomeno nel quale un livello di astensione mai visto a Livorno si rispecchia è quello della perdita di controllo economico, e politico, del territorio a causa del ritrarsi, dalla città, dell’economia e della politica formali (ne abbiamo parlato qui). Di per sé il fenomeno è facilmente spiegabile: meno stato ed economia sono presenti minore è la partecipazione ai fenomeni elettorali. Che tutto questo porti al rischio azzeramento della vita municipale è nei fatti.
Siamo quindi in una zona ai confini della realtà, quella concepita come tale negli ultimi due-tre decenni, ovvero nella norma delle società distopiche come le nostre. La nostra distopia è che la parte di città che si sottrae al voto semplicemente, sul piano politico e sociale, scompare. Non ricompare altrove, o in attesa di tempi migliori, semplicemente svanisce.
Se dare suggerimenti, in un contesto del genere, è da maestrini risulta invece etico avvertire che di fronte a fenomeni di questo tipo niente, o poco, delle certezze acquisite serve veramente a qualcosa se si vuol dare un futuro a questa città.
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31/12/2023
La precarietà diventa pubblica (altro che posto fisso)
“La Pubblica Amministrazione sarà più attrattiva. Ai giovani il posto fisso non basta”. Questa fu la celebre frase con cui il Ministro Zangrillo inaugurò la stagione del “posto figo”, e purtroppo è stato di parola. Il triste regalo di Natale del Ministro è infatti il Decreto Ministeriale (DM) del 26 dicembre con cui apre le porte all’uso dell’apprendistato nella pubblica amministrazione, a cominciare dal personale dell’università.
Il Decreto prevede che fino al 10% delle nuove assunzioni (addirittura fino al 20% per Comuni, Province e Città Metropolitane) possa avvenire attraverso un contratto di apprendistato fino a tre anni che poi – previa una “valutazione positiva del servizio prestato, accompagnata da una relazione motivata concernente il servizio prestato, le attività svolte e la performance conseguita” – si trasforma nell’agognato (per i lavoratori, non per il Ministro) tempo indeterminato.
Le Pubbliche Amministrazioni potranno utilizzare questa modalità di assunzione fino al 2026, scadenza non a caso coincidente con la conclusione del PNRR, e infatti questa possibilità di assunzione viene presentata come uno degli elementi della strategia per sbloccare gli investimenti finora frenati dalle carenze di organico specialmente a livello locale, dove i “bandi PNRR” di ricerca del personale finora emanati erano tutti o quasi a tempo determinato senza nessuna garanzia di successiva assunzione a tempo indeterminato, col risultato di andare spesso deserti a causa dei bassi stipendi offerti e degli alti costi che i lavoratori si trovavano a dover affrontare in particolare in caso di trasferimento nelle grandi città.
In realtà, visto l’andazzo, c’è da temere fortemente che dal 2026 ci ritroveremo comunque con pochi investimenti fatti, ma con l’ennesimo colpo ai diritti dei lavoratori anche nella pubblica amministrazione, non solo con il proliferare di forme di inquadramento anomale, ma anche con criteri di selezione sempre più discutibili.
Il nesso con il PNRR, del resto, è tirato in ballo in maniera strumentale dal decreto, usato di fatto come leva per introdurre l’apprendistato. Le pubbliche amministrazioni, da qui al 2026, dovranno gestire non solo l’ordinario ma pure i 200 miliardi di euro di investimenti PNRR, e per questo hanno bisogno di personale anche a tempo, o comunque non automaticamente rinnovabile. Tuttavia, proprio in virtù di questo, avrebbero potuto, se questo fosse stato l’obiettivo, limitare il ricorso all’apprendistato a quelle amministrazioni, e al loro interno a quegli uffici, che sono direttamente impegnati nell’attuazione degli investimenti e delle riforme del Piano. Ciò avrebbe limitato di molto la possibilità di ricorrere all’apprendistato, circoscrivendolo alle mansioni connesse al lavoro straordinario derivante dal PNRR. Invece, il PNRR si cita solo retoricamente, mentre gli apprendisti saranno impiegati soprattutto nelle attività ordinarie delle amministrazioni. Prova di ciò sta nel fatto che il comma 3 dell’art. 1 del Decreto Ministeriale prevede la deroga all’art. 36 del DL 165/2001, ovverosia la deroga al principio secondo cui le pubbliche amministrazioni possono assumere con contratti precari “soltanto per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale”.
Nella sostanza il DM è una piccola galleria degli orrori: questa tipologia di assunzione è riservata a giovani di età inferiore ai 24 anni, neolaureati o che hanno completato gli esami previsti dal proprio ciclo di studio se l’Università ha in essere una convenzione con qualche pubblica amministrazione. Si sposa in pieno quindi l’idea che chi è giovane deve prima “farsi le spalle” e sottostare a condizioni peggiorative per entrare nel mondo del lavoro, salvo poi ricordarsi (art. 5) che costituisce elemento di valutazione, fra gli altri, “la rilevanza e la pertinenza delle esperienze professionali documentate con il profilo da ricoprire, nonché la durata delle medesime, ove attinenti”: insomma, per essere assunto devi prima esserti formato (non solo sui libri, ma anche professionalmente), ma poi da me Stato sempre da apprendista sarai trattato. Fra i titoli di studio sono oggetto di valutazione anche “la media ponderata dei voti conseguiti nei singoli esami” e “la regolarità dello svolgimento del percorso di studi”, misure penalizzanti per gli studenti-lavoratori, o semplicemente per chi nel proprio percorso di studi ha incontrato qualche difficoltà (ma magari criteri ad hoc per favorire le università-esamifici, a partire da quelle private). E si badi bene, in nome dell’immancabile “ottica di valorizzazione del merito” (art. 6), la media ponderata degli esami vale almeno per il 25% della valutazione complessiva ai fini dell’assunzione. Insomma, e per espressa ammissione dei Ministri (non a caso il Decreto è cofirmato dalla Ministra dell’Università Bernini), “ad aprire la strada all’apprendistato sono le convenzioni con le Università per individuare gli studenti da assumere”, un ulteriore svilimento delle Università stesse sempre più trasformate da enti educativi e di ricerca a una sottospecie di centri di avviamento al lavoro (povero).
L’articolo 4 infine, in maniera criptica, introduce un ambiguo principio di “Territorialità del reclutamento” che – insieme all’articolo 7 che disciplina le Convenzioni che le amministrazioni devono stipulare prioritariamente con le Università più vicine – paradossalmente finisce per costituire addirittura un freno alla mobilità delle persone (peraltro una delle contestazioni mossa più frequentemente ai giovani in maniera sprezzante definiti troppo choosy).
Tutte queste potrebbero alla fin fine sembrare solo note di colore, alchimie contabili con cui lo Stato si prende in giro da solo per aggirare parzialmente i vincoli auto-imposti con le politiche economiche di austerità che rendono difficoltosa la spesa pubblica (peggio che mai quella “corrente”, costituita in parte maggioritaria dalle spese per il personale). Tuttavia, a parte il fatto che occorrerà vigilare su come i vari istituti contrattuali (a partire da quelli economici) verranno applicate a questa tipologia di lavoratori, la nostra idea invece è che queste misure vanno contrastate a partire dalla loro funzione disciplinante: un neoassunto giovane, probabilmente alla prima esperienza lavorativa, la cui conferma dipende dalla valutazione del proprio dirigente, è verosimilmente un lavoratore facilmente ricattabile (o almeno più facilmente condizionabile), a cui “sconsigliare” scioperi o attività sindacale, o imporre obiettivi e carichi di lavoro spropositati; si crea un’ulteriore segmentazione del lavoro negli uffici, con il proliferare di gerarchie e interessi divergenti, cercando di mettere i lavoratori stessi gli uni contro gli altri.
La verità è che nella pubblica amministrazione di flessibilità ce n’è fin troppa, e lo Stato-datore di lavoro è ormai da anni diventato uno dei principali produttori di precarietà, con la conseguenza non solo di impoverire i propri lavoratori, ma anche di offrire alla cittadinanza servizi sempre meno validi dal punto di vista qualitativo.
Il caso della scuola è esemplare, con un numero di supplenti (soprattutto quelli annuali) in continua crescita, un fabbisogno facilmente programmabile (oggi possiamo già sapere con certezza quante classi dovremmo formare – e quindi di quanti docenti abbiamo bisogno – in un orizzonte medio-lungo) ma nonostante ciò ad ogni inizio anno scolastico si ripetono le scene del caos organizzativo dovuto alle nuove nomine temporanee, con conseguente ansia dei supplenti stessi che scoprono da una sera all’altra in quale scuola (e a volte addirittura quale provincia o regione) sono assegnati, e alunni costretti a cambiare ogni anno il proprio docente e iniziare i programmi in ritardo.
Sorvolando sul disastro pedagogico di questa situazione (evidentemente non rilevante né per questo Governo né per quelli che lo hanno preceduto) osserviamo che si tratta di un fenomeno numericamente ben noto alla Ragioneria Generale dello Stato, che nel proprio osservatorio sul pubblico impiego fornisce un quadro sconfortante: il numero di insegnanti precari (“Altro personale”) è in crescita costante da oltre 10 anni, fino ad aver superato nel 2021 il precedente record (negativo) del 2006.
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| Fonte: Ragioneria Generale dello Stato. Commento ai principali dati del conto annuale del periodo 2012-2021 |
Università e sanità sono altri due esempi in cui la precarietà sta creando danni enormi, con contratti a termine rinnovati all’infinito (quando va bene) e conseguenti disservizi.
Apprendistato e altre forme di flessibilità insomma, nel pubblico come nel privato, non servono affatto per “formare” un nuovo dipendente (che, vale la pena ricordarlo sempre, è un dovere e un onere del datore di lavoro, e non del lavoratore, neppure indirettamente) né per verificare le sue reali capacità (per quello già esiste il periodo di prova). Si tratta banalmente di un modo per imporre condizioni lavorative peggiori, e se nel caso del pubblico impiego pare – almeno per ora – escluso il caso di un sottoinquadramento retributivo, è ridicolo pensare all’altro “beneficio” generalmente associato nel settore privato al contratto di apprendistato, costituito essenzialmente da uno sgravio previdenziale: che senso ha infatti un risparmio previdenziale per una pubblica amministrazione, quando quegli stessi contributi costituiscono una entrata di un altro “pezzo” dello Stato? Nessuno appunto, tranne per il lavoratore che si troverà ad avere meno contributi versati, pur svolgendo (sarà da scommetterci) esattamente le stesse funzioni dei suoi colleghi “non apprendisti”.
Il Governo insomma continua a pensare a tutto per il pubblico impiego, meno a quello che serve veramente: un rinnovo dei contratti che garantisca almeno il pieno recupero dell’inflazione, un piano di assunzioni straordinarie e una diminuzione del già eccessivo livello di precarietà presente.
Al contrario, anche il settore pubblico accresce la sua funzione di vettore di precarietà e ricattabilità tramite un’offensiva che si nutre di retorica velenosa contro il “lavoratore pubblico fannullone” e di misure concrete di attacco alle condizioni lavorative di chi è impiegato presso un’amministrazione pubblica.
L’introduzione dell’apprendistato è un chiaro tassello di questa offensiva e come tale va denunciato e combattuto.
23/10/2023
La fotografia di un’Italia fatta di disuguaglianze e sfruttamento
Negli ultimi trent’anni il nostro paese ha vissuto quattro pesanti momenti di crisi, a cui non è mai seguita una concreta ripresa. L’adesione al Trattato di Maastricht con tutti i vincoli derivati, il crollo finanziario del 2007-2008, la crisi dei debiti sovrani e la pandemia di COVID-19 sono questi spartiacque, che hanno avuto due effetti, collegati in un circolo vizioso.
Da una parte, vi è stata l’assunzione progressiva di una posizione più debole nella divisione internazionale del lavoro, con una borghesia che vive di sussidi, non investe e difende i profitti con lo sfruttamento intensivo. Dall’altra, proprio tramite quest’ultimo (precarizzazione, lavoro sottopagato, peggioramento delle condizioni di lavoro) i costi delle crisi sono stati scaricati sui settori popolari.
In questi tre decenni, le ricette politiche hanno previsto una maggiore flessibilità nella regolamentazione, una frammentazione degli orari di lavoro e una crescita di forme di lavoro part-time. Il risultato di queste scelte è stata un’insignificante crescita della produttività e i salari reali in regressione, soprattutto con gli alti tassi di interesse degli ultimi mesi.
La domanda di ore lavorate non è aumentata, ma sono aumentate le posizioni con bassi salari: l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro è servito solo a non far morire di fame le famiglie. Ciò si è tradotto nell’esplosione delle disuguaglianze reddituali, con l’Italia ai primi posti tra i paesi OCSE per questo record negativo.
Le serie storiche mostrano che tra gli anni Settanta e Ottanta le disuguaglianze si erano ridotte, e questo perché una conflittualità sociale intensa aveva fatto da motore per un miglioramento della situazione collettiva. Con gli anni Novanta esse sono tornate ad ampliarsi, accelerando con la riforma Treu del 1997, quella Biagi del 2003 e il Jobs Act di Renzi del 2015.
Considerando la posizione reddituale, dal 1990 la metà inferiore della distribuzione ha registrato un calo significativo delle retribuzioni reali, mentre quelle della metà superiore, seppur modestamente, sono cresciute di mezzo punto percentuale annuo. A ciò si deve aggiungere anche una sempre più limitata mobilità del reddito infra-generazionale: viviamo in una società immobile e incastrata nella crisi, con i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.
Ma quel che è interessante notare è che due di questi shock economici sono strutturalmente legati alla costruzione dell’Unione Europea. Sono le regole di questo edificio imperialistico che hanno dettato i ritmi e le modalità del concentramento e della centralizzazione dei capitali continentali, e in Italia, ultima dei primi, tutto il peso di questi passaggi è stato riversato sulle fasce popolari.
Eppure, nonostante lo scotto pagato dai lavoratori di tutta Europa, dove più dove meno, Bruxelles è il centro di quello che è ancora un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per di più, incapace di spostarsi dal modello fallimentare export-oriented della Germania, il ripristino del Patto di Stabilità segnerà un altro giro di vite nel tentativo di affermarsi come attore globale autonomo.
Questo è il momento per modellare il profilo di un’alternativa sistemica ai vincoli euroatlantici, dunque non solo a quelli da garrota economica dei trattati europei, ma anche quelli militari (con ripercussioni sulla politica estera e su quella interna) della NATO. Le piazze contro la guerra, in particolare quella del 4 novembre, saranno importanti momenti per agire questa alternativa.
Fonte
17/07/2023
Sulla presunta crescita dell’economia italiana. Guardare la Luna o il dito?
In questa tredicesima puntata del “Diario della crisi” – progetto nato dalla collaborazione tra Effimera, Machina-DeriveApprodi ed El Salto – Andrea Fumagalli e Roberto Romano analizzano i fattori che hanno trainato l’economia italiana negli ultimi due anni per capire se si tratta di percorsi di crescita sostenibili frutto della ristrutturazione strategica dell’economia o se sono dovuti all’impatto di specifiche misure economiche, alcune delle quali (reddito di cittadinanza, aiuti all’edilizia sostenibile) sono in fase di smantellamento da parte del governo di Giorgia Meloni. A fare da sfondo a questo quadro è l’incapacità dei governi di trovare modelli di sviluppo minimamente adeguati alla gravissima crisi sociale e ambientale sistemica e al permanere di gravissime e intrattabili situazioni di disuguaglianza.
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Premessa
Negli ultimi mesi, i giornali mainstream e pro-governo hanno più volte sottolineato come a partire dalla ripresa post-sindemia l’economia italiana abbia avuto un andamento di gran lunga migliore dei principali partner europei, a partire dalla Germania e dalla Francia. Più recentemente, la prima ministra Meloni ha affermato con tono trionfale davanti alla platea di Assolombarda che l’economia italiana ha raggiunto livelli di crescita e occupazionali come mai negli anni precedenti. L’occupazione ha addirittura raggiunti i livelli del 2009.
Marco Fortis, in più articoli fotocopia, pubblicati a distanza di poche settimane, su Il Riformista e su Il Sole 24 ore, si lascia andare a manifestazioni di puro entusiasmo: “Negli ultimi tre anni l’economia italiana ha letteralmente battuto ogni previsione e spiazzato ogni genere di “gufi” e di profeti di sventura, salvo qualche ostinato irriducibile. Il PIL italiano è aumentato quasi dell’11% in un biennio: +10,9%. Del 7% nel 2021 e del 3,7% nel 2022... Nel 2022 quasi tutte le maggiori economie del mondo sono cresciute di meno di quella italiana: gli Stati Uniti (+2,1%), il Canada (+3,4%), la Cina (+3%), il Giappone (+1,1%), la Corea del Sud (+2,6%), la Germania (+1,8%), la Francia (+2,6%), il Brasile (+2,9%), il Messico (+3,1%), il Sud Africa (+2%), la Nigeria (+3,3%), la Russia (-2,1%)”.
Dopo 20 anni e più di stagnazione economica, in cui l’economia italiana è stata sempre il fanalino di coda dell’Europa, è giunto il momento del riscatto. Questa mirabolante rinascita, secondo Fortis, è imputabile alle magnifiche sorti progressive delle politiche economiche del governo Renzi, prima, e del governo Draghi, poi. Dei governi intermedi non è dato sapere.
Scrive infatti Fortis: “Qualcuno potrà forse sbalordirsi di questi dati. Ma la realtà è che dopo le riforme del governo Renzi (in primis il Piano Industria 4.0) e poi la “cura Draghi”, con la relativa dose di autorevolezza e fiducia trasmessa a imprese e famiglie, l’Italia non è più l’ultima in Europa per crescita, anzi è passata in testa”. E poco oltre: “Forse i positivi cambiamenti strutturali avvenuti nella nostra economia negli ultimi 8-9 anni, grazie soprattutto alle politiche e alle riforme dei governi Renzi e Draghi, non sono ancora stati compresi appieno”.
Il riferimento implicito (anche se direttamente non citato) alle politiche di Renzi, oltre il piano Industria 4.0, è l’approvazione del Jobs Act con la piena liberalizzazione dei licenziamenti individuali. Il riferimento alla politica economica di Draghi è invece meno chiaro, non essendoci riferimenti a interventi di politica economica precisi.
Ma le cose stanno proprio così?
Alcune note metodologiche
Le serie storiche di variabili macroeconomiche devono essere considerate in intervalli di tempo più lunghe di un paio di anni (si veda il grafico dell’immagine di apertura), per evitare che oscillazioni congiunturali influenzino il trend di medio periodo. Fortis, analizza solo il biennio 2021-22, immediatamente all’indomani del periodo sindemico e ciò può trarre in abbaglio, perché, ad esempio non tiene conto che nel 2020 l’Italia ha registrato la caduta del PIL più rilevante a livello europeo (-8,9%) e che quindi il dato del 2021 è anche dovuto all’”effetto rimbalzo”. La crescita del 2022 è invece reale e per la prima volta negli ultimi trent’anni è superiore alla media europea. Poiché una rondine non fa primavera, è necessario capire se tale risultato è l’inizio di un processo strutturale oppure è un fenomeno congiunturale. Fortis e buona parte della stampa ritiene che si tratti di una svolta strutturale causata dal cambio di politica economica deciso prima da Renzi e poi continuato da Draghi e oggi da Meloni. In proposito, nutriamo alcuni dubbi, non perché rientriamo nella categoria dei “gufi” (epiteto con il quale vengono apostrofati tutti coloro che non sono estasiati dal nuovo boom economico) ma perché siamo realisti.
Alcuni fatti stilizzati
Negli anni passati, si sono succeduti diversi governi (Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi, Meloni). Analizziamo gli effetti dei principali provvedimenti economici intrapresi alla luce della vulgata esistente.
a. Industria 4.0
Molti ritengono che uno dei dati economici che ha fortemente contribuito alla crescita del Pil sia l’aumento degli investimenti, trainati dall’Industria 4.0 (robot e automazione). Gli investimenti nazionali tra il 2021 e il 2022, a prezzi costanti 2015, hanno registrato dei tassi di crescita che (1) non hanno precedenti storici e (2) sono di gran lunga superiori alla media dei principali Paesi europei. Tra il 2020 e il 2021 gli investimenti aumentano del 18% e del 9% tra il 2021 e il 2022.
Tuttavia, se scorporiamo gli investimenti in “investimenti in macchinari” e in “investimenti in costruzioni”, che rappresentano la quasi totalità degli investimenti fissi lordi, si osserva un fenomeno noto e preoccupante. Da un lato le risorse finanziarie delle imprese destinate agli investimenti in macchinari sono sistematicamente più alte della produzione di beni capitali. Ciò dà conto della difficoltà dell’industria nazionale nel soddisfare la domanda di macchinari che le stesse imprese manifestano. La distanza tra domanda e offerta è soddisfatta da importazioni di macchinari dall’estero che hanno una intensità tecnologia doppia rispetto a quella nazionale. In altri termini, la crescita degli investimenti, sebbene necessaria e non più rinviabile dopo anni di astinenza, ha un impatto sulla crescita del PIL più contenuta di quella di altri Paesi. Tra gli investimenti in macchinari, vi sono quelli nell’Industria 4.0. Secondo le previsioni elaborate dal Centro Studi Ucimu, nel 2023 la produzione crescerà di 7,565 miliardi (+4,3% rispetto al 2022), in virtù dell’incremento registrato dalle esportazioni, che si attesteranno a 3,375 miliardi di euro (+3,1%), e dalle consegne dei costruttori sul mercato interno, che sono attese in crescita del 5,3% a 4,190 miliardi di euro. Nel corso del 2022, la produzione si era attestata a 7,255 miliardi di euro, segnando un incremento del 14,6% rispetto al 2021.
Nel 2022 il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1.909,154 miliardi di euro correnti (Istat). Il peso dei settori dell’industria 4.0 ha quindi inciso per lo 0,4%. Una percentuale che non giustifica l’affermazione secondo la quale la crescita del Pil, tra altri fattori, è stata trascinata dall’industria 4.0.
Questo dato ridimensiona le aspettative di crescita del Paese, così come l’immagine di un paese uscito finalmente dalle secche degli ultimi anni. Se la dinamica tra investimenti e produzione di macchinari restituisce come e dove sia posizionata l’industria italiana, ben diversa è la dinamica degli investimenti e della produzione nel settore delle costruzioni. Per questi infatti, tanto più aumentano gli investimenti, tanto più aumenta la produzione nel settore edile, senza dover ricorrere alle importazioni e con effetto diretto sulla dinamica della domanda.
È probabile che tale risultato sia stato originato dall’introduzione del Superbonus 110% che ha avuto un ruolo di incentivo nel settore ben più marcato degli incentivi a vantaggio dell’Industria 4.0
b. Superbonus 110%
Al riguardo, è interessante presentare i dati di una ricerca recentemente pubblicata a inizio giugno 2023 dal Consiglio e dalla Fondazione nazionali dei commercialisti, dal titolo “Gli effetti macroeconomici e di finanza pubblica del Superbonus 110%”. Il rapporto parte dall’ipotesi che per il calcolo del maggior reddito prodotto dall’economia e, di conseguenza, le maggiori entrate incassate dallo Stato, bisogna tenere conto dell’intero effetto moltiplicativo della spesa aggiuntiva generata dal Superbonus 110% e, soprattutto, dalla possibilità di optare per lo sconto sul corrispettivo e la cessione del credito, in alternativa alla detrazione nella dichiarazione dei redditi.
Partendo da questo punto, è stato possibile stimare una spesa agevolata totale per tutto il 2021 pari a poco più di 55 miliardi di euro, di cui circa 27 miliardi imputabili ai bonus ordinari e 28,3 miliardi al Superbonus 110%. La ricerca dimostra che il costo lordo per lo Stato, solo per il 2021, è stato, in realtà, più alto di oltre 21 miliardi di euro rispetto alle previsioni, mentre l’effetto fiscale indotto, che simula le maggiori entrate per lo Stato, è stato pari a quasi 12 miliardi di euro, determinando in tal modo un costo netto aggiuntivo per lo Stato di circa 9,5 miliardi di euro.
Lo straordinario effetto espansivo generato dal Superbonus 110% nel 2021 – effetto che ha inciso per il 15% sulla crescita complessiva – si è tradotto in un altrettanto straordinario effetto propulsivo sul gettito fiscale che, al netto della spesa base, cioè della spesa in bonus edilizi che sarebbe stata comunque effettuata anche senza il Superbonus 110%, ha generato maggiori entrate stimate pari a 43,3 centesimi di euro per ogni euro speso dallo Stato. I dati relativi al 2022 sembrerebbero indicare un’espansione fino a un triplo di quanto accaduto nel 2021.
Tale potente effetto espansivo del Superbonus viene confermato anche da un studio di Nomisma, secondo il quale il totale complessivo dei lavori avviati per l’efficientamento energetico nel nostro Paese risultava pari a 65,3 miliardi di euro, con un investimento medio di 175.234 euro. Il dato non considera gli effetti moltiplicativi, a differenza dello studio precedente.
Se compariamo questi dati, è evidente che uno dei fattori che ha inciso di più nel favorire la ripresa dell’economia italiana all’indomani del Covid è stato il Superbonus 110% e non l’industria 4.0. Ma il Superbonus è stato attuato dal governo Conte non da Renzi, né da Draghi, che si sono mostrati in disaccordo, al punto che il nuovo governo Meloni lo ha fortemente ridimensionato.
- Reddito di Cittadinanza.
Nel 2022 si stima che l’insieme delle politiche sulle famiglie abbia ridotto la diseguaglianza (misurata dall’indice di Gini) da 30,4% a 29,6%, e poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale, quasi come nel 2021 (25,2%).
Oltre al RdC, le stime includono gli effetti dei principali interventi sui redditi familiari adottati nel 2022: (i) la riforma Irpef; (ii) l’assegno unico e universale per i figli a carico; (iii) le indennità una tantum di 200 e 150 euro, i bonus per le bollette elettriche e del gas; (iv) l’anticipo della rivalutazione delle pensioni.
Parallelamente, nel 2022, con la ripresa dell’economia, si riduce significativamente la popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (4,5% rispetto al 5,9% del 2021) e rimane stabile la popolazione a rischio di povertà. Nel 2021 il reddito medio delle famiglie (33.798 euro) è tornato a crescere sia in termini nominali (+3%) sia in termini reali (+1%). Nel 2021 il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto (6,4) in assenza di interventi di sostegno alle famiglie.
Tali dati sono destinati a peggiorare con lo smantellamento del RdC. Nel 2022 sono stati spesi per il Reddito e la pensione di cittadinanza 7,99 miliardi. Complessivamente, la spesa sostenuta da aprile 2019 ad aprile 2023 per l’erogazione del Reddito (RdC) e della Pensione (PdC) di cittadinanza è stata di 30,3 miliardi (con un massimo di 8,8 miliardi nel 2021). È quanto emerge dall’Osservatorio Inps sulla misura di contrasto alla povertà secondo i quali nell’anno hanno avuto accesso ad almeno una mensilità del sussidio 1.685.161 famiglie per 3.662.803 persone coinvolte e 551,11 euro medi di assegno. La quasi totalità di questo ammontare di reddito si è tramutato in consumi, favorendo un incremento della domanda aggregata. Secondo alcune stime della Banca d’Italia, nel primo anno il moltiplicatore è inferiore a 1 (0,9) per poi salire sino a 1,2 dopo il terzo anno. Le stime di medio periodo (10 anni) ci dicono che il moltiplicatore potrebbe raggiungere il valore di 1,5 e di 1,7 (con politica monetaria accomodante). In altre parole, è proprio nell’anno in cui viene ridimensionato che il RdC è in grado di esplicitare il proprio potenziale di crescita economica, per di più in un contesto di forte riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro.
c. Salari e occupazione
I salari reali dell’Italia nel 2022 si sono ridotti di poco più del 4%, ma in nessun Paese di area OECD emerge una tenuta dei salari reali, confutando o ridimensionando il rischio di una inflazione trascinata dalla crescita dei salari. Infatti, la deflazione salariale ha eroso la domanda interna a favore della domanda esterna, ma venuta meno questa domanda per diverse ragioni (covid, prezzo delle commodities, la guerra e la riorganizzazione internazionale delle catene del valore) ha lasciato un po’ tutti i paesi esposti o indeboliti in una fondamentale componente della domanda aggregata, i redditi da lavoro dipendente, con una aggravante: dopo 30 anni di ridimensionamento delle istituzioni di rappresentanza del lavoro è complicato riequilibrare il rapporto capitale-lavoro, tanto più che tutti i soggetti sociali, capitale e lavoro, rivendicano esenzioni o riduzioni della pressione fiscale, cioè una riduzione strutturale e persistente dell’intervento pubblico nel governo dell’economia.
Il risultato è molto semplice: in Italia il rapporto tra reddito da lavoro e valore aggiunto (salario relativo) è calato al 45,55% nel 2021 ed è ancora diminuito nel 2022, contro il 53% della media europea, il 59% della Germania, il 58% della Francia, il 52% della Spagna e il 55% degli Stati Uniti (dati OECD). Ma la cosa che colpisce di più è che il calo della quota del salario relativo è accompagnato da un aumento statistico del numero di occupati. Secondo l’Istat, nel primo trimestre del 2023 gli occupati crescono di 104 mila unità sul trimestre precedente e di 513 mila in un anno arrivando a quota 23 milioni 250mila con un tasso di occupazione del 60,9% (che è comunque uno dei più bassi in Europa). Detto in altre parole: cresce l’occupazione ma diminuisce la quota di ricchezza sociale che va al lavoro. Ciò significa che il lavoro che cresce è sempre più povero e non può quindi stupire che l’Italia detenga il primato per il più alto numero di working-poor. Si tratta di un dato oramai, questo sì, strutturale, così come è strutturale la precarietà del lavoro, soprattutto all’indomani dell’approvazione del Jobs Act di Renzi e che oggi rischia ulteriormente di peggiorare con l’approvazione del decreto Lavoro del 1 maggio 2023.
Conclusioni.
Dai dati che abbiamo presentato, la ripresa economica sembra aver più dipeso da due provvedimenti (Superbonus e RdC) che oggi sono stati smantellati. La possibilità quindi che la ripresa così fortemente esaltata sia un fenomeno del tutto congiunturale e non strutturale è molto elevata.
I dati più recenti sembrano confermarlo e, nel II trimestre, la Confcommercio stima un calo del Pil dello 0,1%. I dati di aprile 2023 fanno registrare un preoccupante calo della produzione industriale di oltre il 7% su base annua. Ad aprile 2023, l’Istat comunica che la produzione nelle costruzioni è diminuita del 3,8% rispetto a marzo, mentre su base tendenziale si registra una flessione del 6,3%, proprio per il ridimensionamento del Superbonus 110%.
A ciò si aggiunge che la tradizionale valvola di sfogo per l’economia italiana, ovvero la crescita dell’export, oggi incontri difficoltà a causa del rallentamento dell’economia globale e delle tensioni geo-politiche globali. Ad aprile 2023, l’export, infatti, flette su base annua del 5,1% (da +6,8% di marzo), registrando il primo calo dopo oltre due anni di crescita.
Infine, occorre considerare che a partire dal 2024 entrerà in vigore il nuovo Patto di Stabilità Europeo. Sebbene migliorativo in alcune delle sue strambe ipotesi di politica economica fondate su indicatori sostanzialmente esoterici, gli effetti non sono meno dolorose di quello precedente. Infatti, “Le proiezioni di medio periodo elaborate dall’UPB (Ufficio Parlamentare di Bilancio, ndr) mostrano che, in Italia, per rispettare il nuovo quadro di regole e permettere nel medio termine la discesa plausibile del rapporto tra debito e PIL con un indebitamento netto inferiore al 3 per cento del PIL, il saldo primario dovrebbe raggiungere entro il 2027, a seguito di un aggiustamento di bilancio in quattro anni, un avanzo compreso tra il 2,8 e il 3,2 per cento del PIL a seconda delle ipotesi di crescita più o meno favorevoli del prodotto potenziale”.
Parlare di new deal italiano appare dunque certamente improprio. L’economia italiana ripresenta gli stessi problemi strutturali che l’hanno caratterizzata negli ultimi tre decenni: eccessiva precarizzazione del lavoro che non consente di sfruttare al meglio quelle economie di scala (di apprendimento e di rete) che oggi sono alla base della crescita della produttività, bassi investimenti in ricerca e sviluppo, riduzione degli investimenti in formazione, istruzione, sanità, ovvero i settori della riproduzione sociale che oggi sono centrali nel garantire la competitività di un paese, la mancanza di una politica industriale che favorisca la crescita della dimensione media delle imprese, un sistema fiscale e degli ammortizzatori sociali inadeguato e distorto. Tutti fattori che portano ad un solo risultato: l’Italia è tra i paesi europei dove si lavora di più (nel 2023, 1694 ore all’anno contro le 1341 della Germania e le 1511 della Francia, fonte OCSE) e si guadagna di meno (3700 euro in meno all’anno, pari a -12% rispetto alla media europea: ). Non c’è da esserne fieri.
05/07/2023
Ma quale (decreto) lavoro? Sfruttamento e precarietà, la ricetta del governo Meloni
Pochi giorni fa, con 154 voti a favore, 82 contrari e 12 astenuti, il Parlamento ha approvato la conversione in legge del decreto-legge 48/2023, conosciuto ai più come “decreto Lavoro”. Un decreto che aveva davvero poco in favore dei lavoratori, che era stato vergognosamente presentato il Primo Maggio e che avevamo già commentato a caldo il giorno dopo.
Ma vediamo le modifiche intervenute in Aula. Il cardine di questo provvedimento rimane il cavallo di battaglia delle scorse elezioni politiche, ovvero la tanto decantata abolizione del reddito di cittadinanza (RdC) a favore di un depotenziato Assegno di Inclusione. Senza contare le cifre più basse e la platea di beneficiari più ristretta, al contrario di quanto avveniva con le tre offerte lavorative del RdC, con questa nuova normativa si passa ad un’unica “offerta congrua” che può essere o di un contratto indeterminato o di uno determinato ma di durata superiore ai 12 mesi, in questo secondo caso nel raggio di 80km o 2 ore di trasporto pubblico. Un’unica offerta che, a mo’ di ricatto, se rifiutata implica la perdita totale del sostegno, salvo casi speciali come, ad esempio, nel caso di un nucleo familiare con un minore di 14 anni. Infatti, in questo caso, il “ricatto lavorativo” viene ridotto solo sulla scala degli 80km o due ore di trasporto lasciando al beneficiario la possibilità di rifiutare solamente le offerte più distanti. Ma se da un lato con questa nuova misura si riduce ciò che viene pensato e dato per i lavoratori, così non è per il lato delle imprese. È infatti presente il solito ed immancabile esonero contributivo per i datori di lavoro che assumono i detentori dell’assegno di inclusione, nel caso di un contratto indeterminato pari, addirittura, a un esonero del 100% per il primo anno.
Resta e, anzi, si rinvigorisce il taglio del cuneo fiscale, secondo cavallo di battaglia del decreto. Infatti, dopo l’iter parlamentare vi è un ulteriore taglio di quattro punti. Come abbiamo già ribadito svariate volte, il taglio del cuneo è e rimane solo una brillante operazione di marketing per far di tutto tranne che alzare i salari in un paese come l’Italia dove questi sono rimasti sempre stagnanti negli ultimi 20 anni. Ci sono molti modi per difendere il potere di acquisto di un lavoratore. La riduzione del cuneo resta il più paradossale. Questo perché con la riduzione del cuneo i lavoratori, spesso e volentieri, si sobbarcano il costo stesso della riduzione tramite altre tasse o la riduzione della spesa in servizi, a fronte di favorire un minor costo del lavoro e favorendo in ultima analisi le imprese, piuttosto che se stessi.
Per quanto riguarda invece l’ultimo punto trattato a caldo nel nostro post di maggio, anche dopo l’iter parlamentare, nel decreto si aumentano le possibili causali per i rinnovi dei contratti a termine. Una deliberata scelta politica di precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, in una realtà come quella italiana dove la stabilità lavorativa gioverebbe sicuramente al lavoratore e dove i contratti a termine sono strumento di precarizzazione volti a minare il potere contrattuale dei lavoratori stessi.
Va fatto notare a questo punto un ulteriore passaggio di questa nuova legge, quello sull’alternanza scuola-lavoro, di cui abbiamo già evidenziato le intrinseche problematicità. Nella malsana ottica di sfruttamento della società moderna le scuole sono ormai passate da centri del sapere e della crescita personale a meri “diplomifici”. Il fatto che delle modifiche come quelle di cui discuteremo a breve si trovino nel decreto “Lavoro” e non piuttosto in uno con a titolo “Istruzione” o “Scuola” ne è nient’altro che una delle tante prove. I numeri degli infortuni e delle morti di studenti impegnati nell’alternanza sono agghiaccianti: si è passati da 256 denunce di infortunio di alunni nel 2021 a ben 2103 nel 2022, da uno studente morto nel 2021 a due morti nel 2022! In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno.
Rendere il luogo di lavoro un posto più sicuro gioverebbe quindi non solo agli studenti definiti dal governo “on the job”, ma anche ai lavoratori tutti. Peccato, però, che la legge non delinei per nulla un cambiamento radicale quale sarebbe necessario. Al contrario, piuttosto che aumentare gli ispettori del lavoro, è un docente coordinatore della progettazione del percorso che avrà il ruolo di seguire passo passo lo studente nelle ore del lavoro così da controllarlo più da vicino. Dal lato delle imprese, invece, queste dovranno compilare semplicemente un “Documento di valutazione dei rischi”, dove spiegare tutte le criticità e i rischi a cui gli studenti saranno forzatamente e gratuitamente sottoposti. Ma la cosa più allucinante è la creazione del Fondo per indennizzare i decessi nei percorsi “on the job”. Ovviamente, la tutela di tutti i lavoratori è sacrosanta. Ma invece di fare ciò che si dovrebbe, ovvero spazzare via uno strumento, quello dell’alternanza scuola-lavoro, utile soltanto all’impresa per reperire lavoro a costo zero, fucina di sfruttamento e disgrazie, cosa fa il Governo? Crea un fondo che rappresenta una completa normalizzazione della morte di studenti su un posto di lavoro, considerando questo fenomeno come una cosa così normale da necessitare un fondo a sé stante.
A questo punto appare chiaro come questa legge sia, come era già apparso chiaro dalla sua prima versione, un chiaro attacco alla classe lavoratrice. Attacco che però va ulteriormente contestualizzato nella realtà italiana, che di fatto è una realtà drammatica. Nel chiarire questo ci può essere di aiuto il Report Statistico Nazionale 2023 della Caritas italiana. Nel 2022 si è registrato un incremento del 4,4% nel numero degli assistiti dai centri Caritas (dato depurato della crescita del numero di persone di nazionalità ucraina in fuga dalla guerra).
Si tratta di una tendenza in corso da tempo, come ci ricorda il Rapporto Caritas dell’ottobre 2022 sulla povertà. Infatti, se da un lato con l’eliminazione del RdC e del suo “depotenziamento” in Assegno di Inclusione si riducono quelli che erano gli strumenti di supporto che venivano erogati alle fasce lavorative meno benestanti, va fatto notare come già con il RdC tra il 2020 ed il 2021 vi era stato un trend crescente per quanto riguarda il numero di beneficiari dei centri Caritas, con un incremento del 7,7% tra i due anni. Incremento dovuto principalmente alle lacune lasciate dal RdC nei confronti di stranieri, lacune chiaramente presenti anche nel nuovo Assegno. Il Reddito di Cittadinanza, ricordiamolo, anche prima della sua eliminazione e del depotenziamento in nuova misura, era comunque insufficiente, in molti casi, ad evitare il problema della povertà ai suoi percettori. Lo testimonia il fatto che ben un 22,3% dei beneficiari Caritas ne erano percettori. Ma non solo. Secondo un altro rapporto della Caritas, infatti, solo il 44% dei poveri assoluti riceveva il RdC. Una testimonianza di quanto tale strumento fosse una goccia nell’oceano. Una goccia, che, evidentemente, per il Governo era comunque troppo.
L’accanimento del governo Meloni contro i lavoratori è e rimane più alto che mai: eliminazione del RdC, creazione di un suo surrogato depotenziato, aumento dei contratti a termine, precarizzazione. Attacco che si estende non solo ai lavoratori, soprattutto i più vulnerabili, ma anche agli studenti. Un attacco ai lavoratori di oggi e a quelli di domani; alla classe lavoratrice ad ogni età. Un continuo ed incessante accanirsi su chi è già stato massacrato da anni di riforme, ignorando, d’altro canto, tutti i ben più gravi problemi strutturali del nostro paese.


