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31/01/2025

Il mercato del lavoro italiano in Europa: ultimo per occupati e tra i primi per precarietà

Abbiamo più volte smontato le dichiarazioni propagandistiche del governo sul mondo del lavoro italiano. Sia che fossero sui mirabolanti numeri spacciati per “grande conquista delle politiche di Palazzo Chigi” o semplici uscite posticce contro il salario minimo, in un paese in cui le retribuzioni reali continuano a diminuire.

Con l’inizio del nuovo anno, pronti a sentire altri proclami senza senso, è bene ricordare la condizione del mercato del lavoro del nostro paese in Europa. Perché a guardare gli ultimi dati Eurostat disponibili, che fanno riferimento al 2023, appare evidente come il Bel Paese sia un inferno per i lavoratori.

Per onestà, bisogna dire che dal 2021 l’occupazione è cresciuta, e si sono ridotti i contratti a tempo determinato e il part time involontario. Ma il punto rimane: la perfomance italiana è stata tra le peggiori del Vecchio Continente, e confrontata con gli altri paesi europei ci vede agli ultimi posti in varie classifiche.

Innanzitutto, siamo all’ultimo posto per tasso di occupazione tra i 27 membri UE, sia in generale che per ciò che riguarda l’occupazione femminile: 61,5 occupati ogni 100 persone tra i 15 e i 64 anni, e solo 52,5 quando si tratta di donne. L’aumento di questo tasso non è stato tra i più brillanti tra il 2019 e il 2023, e siamo stati dunque superati anche dalla Grecia.

La percentuale di occupati a “tempo determinato volontario” è di certo diminuita dal 2019 (-5,3%), ma si attesta ancora all’8,3%. Solo in tre fanno peggio di noi: Portogallo, Spagna e Cipro, tre paesi del Sud Europa, alla periferia produttiva delle filiere continentali riorganizzate dal Trattato di Maastricht in poi.

Stando a studi OCSE, l’Italia detiene comunque il record di donne costrette a un part time involontario, pur essendo disponibili a svolgere un lavoro a tempo pieno. Al 2023, si parla del 50,2% del totale delle occupate, una su due. Anche in questo caso siamo all’ultimo posto nella UE, con ben 15 paesi sotto il 20%.

Se a ciò si aggiungono altri dati Eurostat – quelli che riportano come la media europea del reddito reale sia salita, sempre nel 2023, da 110,12 a 110,82 (dove 100 è il valore del 2008), ma quella italiana è calata da 94,15 a 93,74 – il quadro del mercato del lavoro italiano risulta piuttosto deludente, per usare un eufemismo.

Viviamo in un paese in cui la precarietà rimane dilagante e in cui, al contrario della narrazione dominante, la “voglia di lavorare” non solo non manca, ma viene frustrata dall’imposizione involontaria del tempo parziale. Ovviamente, a subirne le conseguenze maggiori sono innanzitutto i segmenti più ricattabili della popolazione.

Anche perché – e questo va sottolineato – la deindustrializzazione e l’imposizione di un modello di sviluppo fondato su filiere ad alta intensità di lavoro, ma a basso valore aggiunto (basti pensare a tutto ciò che gira intorno alla turistificazione) favoriscono il ricambio continuo di una forza lavoro non specializzata.. che così rimane sempre alla mercé del mercato.

Altro che “grandi conquiste” del governo. Qui c’è l’affossamento di un paese, la cui responsabilità va in capo a tutta la classe dirigente e a tutte le forze politiche che si sono alternate nell’ultimo ventennio. Almeno...

Fonte

04/06/2014

Il regime del salario 3. «Job sharing» e «baby-sitting voucher»: la conciliante precarietà

→ vedi anche Il regime del salario #1 e #2

La conciliazione tra tempi di vita e di lavoro per le donne è stato uno dei discorsi che hanno più esaltato il lato positivo della flessibilità come strumento indispensabile per garantire una realizzazione personale che non implichi semplicemente l’imitazione del modello maschile. Nei fatti, però, questo ha significato sempre per le donne essere messe al lavoro in una posizione subordinata. Che siano grate se qualcuno si preoccupa della «conciliazione» del doppio carico di lavoro che il patriarcato, in queste forme aggiornate e politicamente corrette, continua ad attribuire loro! In un contesto di precarietà generalizzata, in cui è sempre più difficile progettare autonomamente un futuro, le misure che pretendono di favorire la conciliazione rivelano la loro vera natura, cioè la precarizzazione del lavoro, dentro e fuori dal welfare, per le donne come per gli uomini.

Job sharing

Il lavoro ripartito, detto anche «job sharing», è uno degli strumenti che viene proposto per conciliare tempo di vita e tempo di lavoro, un perfetto esempio di precarietà in cui la giornata lavorativa invece di una guerra civile secolare diventa un’estenuante contrattazione quotidiana. In termini psicanalitici si potrebbe classificare come disturbo della  personalità multipla con particolare riferimento a «Gollum», noto a molti quale emblema della personalità schizzoide. Introdotto in America negli anni ’60 e in Italia nel ’98 con il «Pacchetto Treu» e utilizzato in quasi tutto il mondo anche se con discipline diverse all’interno di ogni paese, il «lavoro ripartito» rende possibile una situazione in cui due lavoratori sono conteggiati come un’unica unità lavorativa nella forza lavoro dell’azienda alla ricerca del proprio «tessoro» quotidiano: un salario.

Visto che pare offrire la possibilità di gestire un orario flessibile concordato con il proprio collega, quest’ambigua forma contrattuale si presenta apparentemente come favorevole anche per quelle lavoratrici che si trovano costrette a conciliare tempi di vita e tempi di lavoro. Non stiamo parlando però del classico cambio turno. Qui più lavoratori, solitamente due, partecipano di un unico contratto di lavoro: si dividono, cioè, un contratto full-time svolgendolo ciascuno un part-time. Peccato che gli «sgravi temporali» a favore dei lavoratori in questa forma sperimentale di conciliazione si traducano soprattutto in sgravi fiscali a favore dei padroni. Il vantaggio economico è, infatti, tutto dalla parte del datore di lavoro, come accade per tutti i contratti di lavoro in generale e in particolare per i contratti atipici. I padroni trovano, infatti, nel job sharing una soluzione vantaggiosa sia dal punto di vista del risparmio sui costi contrattuali, visto che così hanno a disposizione due lavoratori al prezzo di uno, sia dal punto di vista dell’intensità del lavoro e della produttività, incrementata dalla  garanzia della copertura totale della giornata lavorativa e dalla riduzione dell’assenteismo per malattia: il dipendente malato deve essere sempre sostituito dal collega.

Ma cosa succede se uno dei due si dimette o viene licenziato? Il contratto si risolve anche per l’altro dipendente, se questi non si rende disponibile a trasformare il proprio in un rapporto a tempo pieno. La lavoratrice o il lavoratore ha comunque la facoltà di indicare, previo consenso del datore, un’altra persona con la quale condividere il contratto assumendosi così anche l’improbabile ruolo di addetto al personale. E che cosa ne sarà del contratto se poi il datore di lavoro non gradisce il sostituto? I vantaggi per lavoratori e lavoratrici si riducono insomma in una flessibilità solo parziale nella gestione dei tempi di lavoro che, in ogni caso, sono prestabiliti dal contratto il quale deve riportare la percentuale ripartita della prestazione da svolgere e la collocazione temporale dell’attività. Anche se è data ai lavoratori la possibilità di modificare in qualsiasi momento quella percentuale, gli stessi devono informare con cadenza settimanale il datore di lavoro sulla distribuzione dell’orario. Lavoratori e lavoratrici ripartiti si trovano così ad aver a che fare con un doppio vincolo: il padrone da un lato e il collega dall’altro in un gioco di quotidiani accordi tra le parti. L’apparente armonizzazione dei tempi di vita e dei tempi di lavoro per lavoratori e in particolare lavoratrici è in realtà una nuova forma di governo della forza lavoro in cui il datore di lavoro, completamente deresponsabilizzato, può stare a braccia conserte mentre i lavoratori non solo lavorano per lui ma fanno il suo lavoro, sono gli addetti al personale di se stessi e hanno persino le responsabilità del padrone ma solo nei termini, sia chiaro, della gestione del proprio sfruttamento.

Voucher per baby-sitting

Un’altra modalità di gestione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro viene direttamente dall’Inps e riguarda il congedo parentale post-maternità. Si tratta della sperimentazione relativa ai voucher per servizio di baby-sitting. L’Inps offre, per ogni mese in cui una donna rinunci al congedo parentale, 300 euro in voucher per pagare le spese di baby-sitting. In questo modo la lavoratrice può presto tornare al lavoro e il padrone è sgravato di quel 30% della quota di congedo parentale che dovrebbe pagare. Questo a spese di chi lavorerà come baby-sitter in maniera del tutto precaria e con un misero salario. Il sistema dei voucher o «lavoro occasionale accessorio», un fenomeno in grandissima crescita negli ultimi anni, implica infatti un lavoro ormai compiutamente mobile e intermittente. Si tratta di un puro scambio denaro-lavoro senza nessun diritto da contrattare e in cui la misura del salario è lasciata interamente alla decisione di chi offre i voucher a fronte della «necessità» di chi li riceve. La precarizzazione del lavoro si conferma, così, la strada che il pubblico batte per tappare, in maniera intermittente e parziale, i buchi del welfare. In tutto questo, salvo è il risparmio da parte dei padroni, che rimane la costante tanto nel job sharing quanto nei voucher.

Entrambe le forme di lavoro mostrano che sempre più il lavoro, in modo particolare quello in cui finiscono per essere subordinate le donne, assume forme frammentate. L’attuale regime del salario impone una ricerca di molti piccoli lavori per comporre il salario necessario a vivere. Il regime dell’occupabilità, a cui il governo Renzi ha spalancato le porte, sembra modularsi su una grottesca rilettura del principio del «lavorare meno, lavorare tutti», con l’aggiunta però che dove si lavora meno lo si fa al prezzo di un più feroce sfruttamento e di un salario tutto da collezionare. Un vero e proprio «tessoro».

Se è vero che queste presunte forme volte a favorire la conciliazione tra vita e lavoro si inseriscono nella nuova configurazione del regime del salario, esse dimostrano contemporaneamente che in questo processo di ristrutturazione del welfare e scomposizione del lavoro sono sempre e comunque donne quelle che, per definizione, sono destinate a svolgere le funzioni riproduttive. Come dimostrano le donne migranti che lavorano come «badanti» nelle case: donne che lavorano per rendere possibile l’autonomia di altre donne. Così nella pagina Inps la sperimentazione voucher è tutta declinata al femminile: sono le madri le beneficiarie così come è scontato che le «prestatrici» dei servizi di baby-sitting siano a loro volta donne. Si dirà che questo significa favorire la conciliazione, mentre dà per assodato che le donne siano in una posizione di svantaggio che deve essere colmata, ovvero che il lavoro riproduttivo sia una loro competenza pressoché esclusiva.