Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/06/2026
Italia costretta a rimanere al palo. Ocse, Fmi e Bruxelles si mettono di traverso
L’Ocse, ha alzato la stima di un misero 0,1% rispetto a marzo (quando era dello 0,4) , mentre per il 2027, l’eventuale calo dei prezzi dell’energia e la riduzione dell’incertezza, permetterebbe alla crescita di posizionarsi a +0,6%, ma anche in questo caso si tratta di una correzione al ribasso rispetto alla precedente stima del +0,7%.
Inoltre, secondo l’ultimo Economic Outlook pubblicato dall’Ocse, l’inflazione in Italia è destinata a salire al 3% entro il 2026. Questo aumento è attribuito principalmente allo shock energetico derivante dalla guerra all'Iran, che sta esercitando una pressione crescente sui prezzi al consumo.
Nel 2025, l’inflazione in Italia era prevista all’1,6%, ma le nuove stime indicano un cambiamento di rotta, con un incremento che porterà l’inflazione al 3% l’anno successivo.
Dopo il calo registrato ad aprile, per il mese di maggio le quotazioni all’ingrosso del gas sono rimaste pressoché invariate e la spesa totale di una famiglie tipo è aumentata dello 0,9% rispetto al mese precedente. A comunicarlo in questo caso è l’Arera (organismo di tutela sui prezzi energetici) nel suo consueto aggiornamento.
Pertanto, per i 2,3 milioni circa di utenti ancora “salvaguardati” nel Servizio di tutela della vulnerabilità, il prezzo della sola materia prima gas è pari a 46,89 euro al Megawattora. Per il mese di maggio 2026, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo (ovvero la famiglia tipo ha consumi medi di gas di 1.100 metri cubi annui) è stata pari a 122,15 centesimi di euro per metro cubo.
Di fronte a questa nuova mazzata per il potere d’acquisto di salari e pensioni, l’Ocse si premura di sottolineare che “assicurare che le misure di contenimento dei prezzi dell’energia siano temporanee e limitate a famiglie e imprese vulnerabili limiterà l’impatto dello shock contenendo i costi fiscali”.
Ma su questo è arrivata la decisione della Commissione europea che, di fatto, non accoglie la richiesta di Meloni di allargare ai prezzi energetici la clausola di salvaguardia nazionale, una misura straordinaria introdotta lo scorso anno per escludere le spese per la difesa dal quadro dei vincoli di bilancio dell’UE. La deroga consente solo di finanziare investimenti “green” nel settore degli impianti energetici ma non di congelare le accise sui prezzi dei carburanti, ragione per cui da domenica 7 giugno i prezzi alla pompa non saranno più “calmierati”.
Le raccomandazioni della Commissione indicherebbero che una certa flessibilità sarebbe possibile, ma solo per sostenere le famiglie vulnerabili e i settori più esposti, e non attraverso sussidi generalizzati per il resto delle famiglie né per le imprese.
Questa posizione della Commissione europea del resto è allineata con quella del FMI, il quale la scorsa settimana aveva affermato che “la recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina per attenuare l’impatto dello shock dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili”.
Il costo stimato di queste misure è di circa lo 0,1% del PIL nel 2026, ma potrebbe salire allo 0,3% se rimanessero in vigore fino a fine anno. Ma per i tecnocrati di Ocse, Fmi e Commissione europea, tali preoccupazioni non devono manifestarsi se si portano le spese militari al 5% del Pil, con un incremento nel tempo di ben il 3% rispetto alla spesa pubblica attuale.
L’Italia del resto continua a registrare anche i costi energetici più alti d’Europa, soprattutto per i costi fissi (tasse, le imposte e i servizi) che vengono caricati su ogni bolletta, indipendentemente dai consumi reali. Risultato: le bollette sono raddoppiate rispetto a quattro anni fa ma salari e pensioni restano al palo e ben sotto sia l’inflazione programmata che quella reale.
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30/11/2025
Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni
Nello studio si legge: “sulla base della legislazione in vigore l’età normale della pensione aumenterà in oltre la metà dei Paesi Ocse per stabilirsi in una forchetta compresa dai 62 anni in Colombia (per gli uomini, 57 per le donne), nel Lussemburgo e in Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia”.
Questa soglia scatterà in Italia, secondo i meccanismi automatici legati all’aspettativa di vita, nel 2067. Chi oggi inizia a lavorare, e ha 22 anni (una situazione di un giovane che ha appena ottenuto una laurea triennale, per capirci), può “ambire”, sempre che avrà una carriera lavorativa piuttosto continuativa, ad andare in pensione con 46 anni e un mese di contributi nel 2071, a 68 anni.
Una vita tumulata nel lavoro, e non vale il detto “mal comune mezzo gaudio” se si pensa ad altri paesi che faranno persino peggio: in Estonia l’età pensionabile potrebbe arrivare a 71 anni, in Danimarca addirittura a 74. Dei 38 paesi Ocse, ovviamente, non tutti stanno vivendo prospettive del genere.
L’età di pensionamento media del gruppo, lo scorso anno, era di 64,7 anni per gli uomini e 63,9 anni per le donne. Per chi ha iniziato a lavorare nel 2024, la prospettiva era un po’ più alta: in media, 66,4 anni per gli uomini e 65,9 anni per le donne. Ma alcuni paesi, come Colombia, Slovenia e Lussemburgo, tolte possibili riforme, lasceranno invariata la propria età pensionabile.
È scontato affermare che ciò dipenderà anche dal rapporto tra popolazione in età lavorativa e anziani. Da qui al 2050, riferisce l’Ocse, la proporzione tra la popolazione sopra i 65 anni e quella tra i 20 e i 64 aumenterà di oltre il 25%. In numeri, ciò si traduce nel fatto che se oggi ci sono 39 persone oltre i 65 anni ogni 100 in età attiva, in un quarto di secolo queste diventeranno 64 ogni cento.
La discesa media della popolazione in età lavorativa è prevista intorno al 13%, ma in Italia il calo potrebbe superare il 35%, attestandosi tra i dati peggiori dell’Ocse. E non c’è dubbio: meno sono i giovani, meno possono essere i contributi con i quali si pagano le pensioni.
Però bisogna evitare di scadere nella trappola preparata dalla propaganda neoliberista, che prende i numeri sulla spesa pensionistica per giustificare i tagli o l’aumento dell’età pensionabile. Perché, innanzitutto, esistono vari sistemi di pagamento pensionistico: se un sistema fondato sui contributi non basta, allora deve essere la fiscalità generale a pagare il rimanente.
Ovviamente, questa opzione viene rifiutata perché è evidente che, per trovare le risorse, bisognerebbe finalmente riformare la tassazione in maniera più equa, e prendere molto di più dai redditi più alti. Collegato a ciò, c’è proprio la seconda motivazione, ovvero che la quiescenza dopo 40 anni di lavoro è il risultato di un patto sociale.
Uno dei tratti delle società che vogliono dirsi civili dovrebbe essere quello di non far più lavorare gli anziani, e garantire loro dei diritti economici, che dovrebbero essere tali non secondo virtù di bilancio. Questo traguardo del passato è però una conquista delle lotte dei lavoratori, e da decenni le classi dirigenti stanno trasformando questo patto sociale.
La pensione non è più un diritto che serve a salvaguardare la vita di chi è arrivato ai limiti dell’età lavorativa, come obiettivo sociale, ma è tornata a essere poco più di una prestazione assicurativa individuale, quantificata con un calcolo sempre più insufficiente, e relegata ad anni in cui il lavoratore è già stato spremuto in ogni sua forza ed energia, quando ormai insomma non può essere più sfruttato ulteriormente.
Tenendo presente questo aspetto, i tre omicidi giornalieri di lavoratori, il tentativo di peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro, la riduzione dei servizi sanitari, è anche facile mettere in dubbio che le prospettive di vita aumentino ulteriormente. Ma ciò non avverrà, dunque, per raggiunti limiti naturali, bensì perché il capitale avrà preso tutto dalla forza lavoro, fino a distruggerla.
La necessità di riaccendere il conflitto, sociale e politico, emerge da sola, una volta avuta questa presa di coscienza.
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29/09/2025
OCSE: salari bassi e austerità azzoppano il PIL, i dazi peseranno sulla crescita globale
Partiamo dall’area euro, il cui PIL è previsto in aumento dell’1,2% nell’anno in corso e dell’1% nel 2026, con stime differenti per i diversi paesi. Ad esempio, la Germania dovrebbe riuscire a evitare la recessione per un soffio quest’anno, ma potrà beneficiare di politiche fiscali espansive per il prossimo anno, mentre il consolidamento dei conti pubblici in Francia e in Italia, imposto dalle procedure per disavanzo eccessivo, frenerà l’attività economica.
Ad ogni modo, anche i transalpini godranno comunque di una crescita maggiore. Se nel 2026 Berlino crescerà dell’1,1% e Parigi dello 0,9%, in Italia la previsione è stata persino ritoccata al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto ai dati di giugno, passando allo 0,6% sia per il 2025 sia per il prossimo anno. La metà della crescita attesa per l’eurozona.
A ciò si aggiunge il peso dell’inflazione. L’aumento dei prezzi è atteso all’1,9% nel 2025 e addirittura all’1,8% nel 2026, stabilmente sotto il 2% considerato ottimale. Tuttavia, l’OCSE evidenzia che “la combinazione di un rallentamento della crescita dei salari nominali e di un’inflazione dei prezzi che rimane elevata ha causato un indebolimento della crescita dei salari reali dall’ultimo trimestre del 2024 in molte economie avanzate, tra cui Giappone, Italia, Canada, Spagna e Regno Unito”.
C’è poi un ulteriore nodo che l’Organizzazione con sede a Parigi sottolinea, e di cui su questo giornale abbiamo ampiamente parlato. Forti pressioni sui prezzi alimentari (l’OCSE ricorda l’Italia, ma anche la Corea del Sud, il Sudafrica e il Regno Unito) sollevano incertezze sul percorso che seguirà l’inflazione, e colpiscono duramente i salari dei redditi più bassi.
Per quanto riguarda il Belpaese, ad ogni modo, Álvaro Santos Pereira, capo economista dell’OCSE, continua a ripetere la stessa formula che si è già dimostrata fallimentare: “l’Italia oggi è in una posizione migliore rispetto a qualche anno fa, ma è importante continuare gli sforzi di risanamento e riduzione del debito, andare avanti con le riforme e investire in competenze”. È chiaro che non saranno i vincoli di bilancio UE a portarci fuori dalla crisi, ma un cambio di rotta totale delle politiche economiche.
Guardando brevemente al mondo, la crescita globale è prevista fare un sostanziale balzo indietro nel prossimo anno, dal 3,2% del 2025 al 2,9% del 2026, soprattutto a causa di dazi e incertezza geopolitica. Per ora gli investimenti in IA negli Stati Uniti e gli stimoli fiscali della Cina hanno sostenuto le due più grandi potenze economiche (con le previsioni sulla Cina addirittura migliorate rispetto ai dati di giugno), e a cascata il mercato mondiale.
Ma l’OCSE chiarisce: “le tariffe [doganali USA, ndr] effettive complessive sono salite a circa il 19,5% alla fine di agosto, il livello più alto dal 1933. Gli effetti completi degli aumenti tariffari devono ancora farsi sentire, con molti cambiamenti introdotti gradualmente nel corso del tempo e le aziende che inizialmente hanno assorbito alcuni aumenti tariffari attraverso i margini, ma stanno diventando sempre più visibili nelle scelte di spesa, nel mercato del lavoro e nei prezzi al consumo”.
Criticità che si trasferiranno agli altri mercati, e dunque a tutto il globo. Un’ultima nota va sottolineata nlle stime economiche. L’Ocse mette in guardia sulla volatilità delle criptovalute e sulla loro crescente interconnessione con il sistema finanziario. La capitalizzazione di mercato delle monete digitali ha toccato circa 3.900 miliardi di dollari, rispetto agli 830 miliardi di inizio 2023.
Per quanto riguarda l’esposizione delle istituzioni finanziarie, essa rimane limitata, ma è tuttavia in crescita, soprattutto in virtù dei recenti sviluppi normativi, in particolare negli USA e nella UE. “Ad esempio – si legge nell’Outlook – le stablecoin – un tipo specifico di cripto-asset – sono garantite da attività finanziarie tradizionali, come i titoli di Stato, e le pressioni sulla valutazione potrebbero innescare corse destabilizzanti con implicazioni più ampie per la stabilità finanziaria”.
Temi che bisogna continuare a tenere d’occhio.
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27/07/2025
OCSE: i salari reali italiani sono del 7,5% più bassi rispetto al 2021
Tramite il rapporto viene evidenziato che l’Italia presenta il calo più significativo tra tutte le principali economie. A dire la verità, in metà dei paesi OCSE i salari reali sono inferiori a quelli del 2021. Se però si osservano i dati a partire dal 1990, il Bel Paese emerge per le criticità.
Infatti, i redditi da lavoro reali in Italia sono scesi del 3,4% tra il 1990 e il 2023. Per fare il confronto con altri paesi, nello stesso periodo negli USA sono cresciuti di circa il 50%, in Germania intorno al 30%. Il recente rinnovo di alcuni contratti nazionali ha permesso di recuperare terreno rispetto all’inflazione accumulata dal 2022, anno in cui si è assistito a un’importante impennata dei prezzi.
Eppure, nel settore privato un dipendente su tre ha ancora il proprio contratto scaduto, mentre le previsioni escludono che vi siano degli aumenti significativi nei prosssimi due anni. Con lo spauracchio dell’inflazione ancora costantemente agitato, è facile capire che la guerra alle retribuzioni continuerà imperterrita.
Questo risulta evidente anche dalla discussione sulla produttività. L’OCSE ha stimato che, se l’Italia riuscisse a raggiungere una crescita della produttività pari all’1% all’anno, in linea con la media che l’Organizzazione aveva negli anni Novanta, il PIL pro capite potrebbe crescere dell’1,34% annuo.
Allo stesso tempo, il presidente del CNEL, Renato Brunetta, ha spiegato che: “senza interventi di politica economica e senza la crescita della produttività, l’Ocse prevede per l’Italia una flessione del PIL pro capite di quasi 0,5 punti percentuali all’anno”. Eppure, sono decine e decine i miliardi regalati alle aziende per i propri ‘piani industriali’.
Se sono le aziende che creano lavoro, come vuole la vulgata che anche Brunetta ripete in continuazione, allora è anche loro responsabilità programmare gli investimenti adatti a migliorare la produttività. La realtà è che, in maniera sistematica, il sistema imprenditoriale ha lucrato sui sussidi e sulla rendita, negando ogni responsabilità sociale.
La produttività, inoltre, anche se con trend deboli, ha continuato a crescere dal 2000. Cosa che, invece, non hanno fatto i salari in termini reali. E in questo quadro, sono persino aumentate le disuguaglianze generazionali. Nel 1995 il reddito disponibile per le famiglie giovani superava dell’1% quello degli over-55, mentre nel 2016 le famiglie con adulti tra i 55 e i 64 anni disponevano di un reddito superiore del 13,8% rispetto ai giovani.
Risulta perciò ancora più assurda una delle soluzione che l’OCSE ha delineato per un altro problema in cui l’Italia eccellerà nei prossimi anni: l’invecchiamento della popolazione, che graverà in maniera più pesante sulle persone in età lavorativa. L’Organizzazione propone, tra le altre cose, di aumentare la durata della vita lavorativa.
Una soluzione che deve essere rifiutata in ogni modo in un paese in cui l’età pensionabile si avvia verso i 68 anni e in cui, dice l’OCSE stessa, il 42% dei lavori è fisicamente impegnativo. Ci sono già 3 morti al giorno sul posto di lavoro, e andare in questa direzione sarebbe una vera e propria dichiarazione di guerra contro i lavoratori.
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31/01/2025
Il mercato del lavoro italiano in Europa: ultimo per occupati e tra i primi per precarietà
Con l’inizio del nuovo anno, pronti a sentire altri proclami senza senso, è bene ricordare la condizione del mercato del lavoro del nostro paese in Europa. Perché a guardare gli ultimi dati Eurostat disponibili, che fanno riferimento al 2023, appare evidente come il Bel Paese sia un inferno per i lavoratori.
Per onestà, bisogna dire che dal 2021 l’occupazione è cresciuta, e si sono ridotti i contratti a tempo determinato e il part time involontario. Ma il punto rimane: la perfomance italiana è stata tra le peggiori del Vecchio Continente, e confrontata con gli altri paesi europei ci vede agli ultimi posti in varie classifiche.
Innanzitutto, siamo all’ultimo posto per tasso di occupazione tra i 27 membri UE, sia in generale che per ciò che riguarda l’occupazione femminile: 61,5 occupati ogni 100 persone tra i 15 e i 64 anni, e solo 52,5 quando si tratta di donne. L’aumento di questo tasso non è stato tra i più brillanti tra il 2019 e il 2023, e siamo stati dunque superati anche dalla Grecia.
La percentuale di occupati a “tempo determinato volontario” è di certo diminuita dal 2019 (-5,3%), ma si attesta ancora all’8,3%. Solo in tre fanno peggio di noi: Portogallo, Spagna e Cipro, tre paesi del Sud Europa, alla periferia produttiva delle filiere continentali riorganizzate dal Trattato di Maastricht in poi.
Stando a studi OCSE, l’Italia detiene comunque il record di donne costrette a un part time involontario, pur essendo disponibili a svolgere un lavoro a tempo pieno. Al 2023, si parla del 50,2% del totale delle occupate, una su due. Anche in questo caso siamo all’ultimo posto nella UE, con ben 15 paesi sotto il 20%.
Se a ciò si aggiungono altri dati Eurostat – quelli che riportano come la media europea del reddito reale sia salita, sempre nel 2023, da 110,12 a 110,82 (dove 100 è il valore del 2008), ma quella italiana è calata da 94,15 a 93,74 – il quadro del mercato del lavoro italiano risulta piuttosto deludente, per usare un eufemismo.
Viviamo in un paese in cui la precarietà rimane dilagante e in cui, al contrario della narrazione dominante, la “voglia di lavorare” non solo non manca, ma viene frustrata dall’imposizione involontaria del tempo parziale. Ovviamente, a subirne le conseguenze maggiori sono innanzitutto i segmenti più ricattabili della popolazione.
Anche perché – e questo va sottolineato – la deindustrializzazione e l’imposizione di un modello di sviluppo fondato su filiere ad alta intensità di lavoro, ma a basso valore aggiunto (basti pensare a tutto ciò che gira intorno alla turistificazione) favoriscono il ricambio continuo di una forza lavoro non specializzata.. che così rimane sempre alla mercé del mercato.
Altro che “grandi conquiste” del governo. Qui c’è l’affossamento di un paese, la cui responsabilità va in capo a tutta la classe dirigente e a tutte le forze politiche che si sono alternate nell’ultimo ventennio. Almeno...
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30/12/2024
Georgia - Insediamento del nuovo presidente, quali scenari si aprono?
Salomé Zourabishvili, il capo di Stato uscente, ha infatti lasciato il palazzo presidenziale appena prima del giuramento di Kavelashvili. Ma ha anche continuato a ribadire che si considera come “l’unica leader legittima” del paese, in riferimento ai contestati risultati delle votazioni appena svolte.
Il 20 dicembre è stato presentato il rapporto finale dell’OCSE sulla situazione osservata nel giorno delle elezioni. E come già fatto presente nelle note preliminari già rilasciate, “dal punto di vista procedurale, il giorno delle elezioni è stato generalmente gestito in maniera ordinata” anche se ci sono state tensioni e anche casi di intimidazione.
Nulla comunque che renda illegittimo il voto, come sostenuto dalle opposizioni, e difatti la missione dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) dell’OCSE si limita a consigliare alcune misure per rientrare in cosiddetti “standard internazionali“. Ma a vedere alcuni temi, è facile vedere l’ipocrisia.
L’offerta politica è stata amplia e inclusiva, e i candidati hanno potuto fare campagna liberamente, ma viene ad esempio sottolineato come l’orizzonte dei media sia altamente polarizzato… come se in Occidente non lo fosse. E ovviamente viene anche attaccata la legge sulle influenze straniere, oggetto di forti proteste pochi mesi fa.
Anche in questo caso è bene ricordare che la norma, più che all’omologa russa, è simile a quella statunitense o a quella introdotta dalla UE, anch’essa oggetto di ampie critiche da parte delle organizzazioni non governative. E ovviamente, in quest’ultimo caso, rimaste inascoltate.
Non bisogna dimenticare che alla missione dell’ODIHR in Georgia si sono aggregati anche rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della NATO e del Parlamento Europeo. Non si può dunque certo dire che fosse una delegazione neutra, se si considera che il nodo centrale delle elezioni è stato proprio il rapporto con Mosca.
Lo stesso giorno della presentazione del rapporto, Zourabishvili ha parlato in audizione davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa e Politiche del Senato italiano, dopo aver parlato al Parlamento Europeo. I partiti sconfitti a ottobre e la presidente uscente hanno più volte chiesto un intervento delle potenze occidentali, ma per ora la questione rimane in sospeso.
Rimangono però due temi sul piatto che lasciano aperte le strade di un’ulteriore destabilizzazione del paese caucasico. Innanzitutto, il fatto che il consesso parlamentare non è stato ancora riconosciuto dalle opposizioni, e poi il fatto che Zourabishvili, postasi alla loro testa, si considera come unico capo di Stato legittimo.
Questa è una situazione che crea le basi per una sorta di governo alternativo e parallelo, magari “in esilio“, che se riconosciuto significherebbe rompere la continuità istituzionale per ora mantenuta. Insomma, ci sono le condizioni per aprire un disconoscimento totale degli attuali rappresentanti georgiani, se venisse considerato utile fare questo passo.
Ciò potrà avvenire – e questo è il secondo tema – solo se gli imperialisti occidentali valuteranno la propria capacità di influenzare la vita politica ed economica del paese sufficientemente solida, proprio attraverso le organizzazione non governative che sono state oggetto del provvedimento contestato mesi fa.
La situazione per ora rimane in stand by, ma nel precipitare degli eventi a livello mondiale le fondamenta di un ennesimo golpe istituzionale sono state poste. Il clima a Tbilisi va tenuto d’occhio.
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02/05/2024
Ocse: crescita dell’economia mondiale al di sotto della media. Incertezze per inflazioni e rischi geopolitici
Secondo l’Ocse l’economia globale “si è dimostrata resiliente”, l’inflazione è diminuita in linea con gli obiettivi delle banche centrali e i rischi per le prospettive stanno diventando più equilibrati.
“Ci aspettiamo una crescita globale costante per il 2024 e il 2025, anche se si prevede che la crescita rimarrà al di sotto della media di lungo periodo”, ha affermato il segretario generale dell’OCSE Mathias Cormann. “L’azione politica deve garantire la stabilità macroeconomica e migliorare le prospettive di crescita a medio termine. La politica monetaria dovrebbe rimanere prudente, con la possibilità di abbassare i tassi di interesse ufficiali man mano che l’inflazione diminuisce, la politica fiscale deve affrontare le crescenti pressioni sulla sostenibilità del debito e le riforme politiche dovrebbero stimolare l’innovazione, gli investimenti e le opportunità nel mercato del lavoro, in particolare per le donne, i giovani e gli anziani lavoratori.”
Ma per l’outlook dell’Ocse permane però una notevole incertezza. L’inflazione potrebbe rimanere elevata più a lungo, determinando riduzioni dei tassi di interesse più lente del previsto e portando a ulteriori vulnerabilità finanziarie. Le elevate tensioni geopolitiche rimangono un rischio significativo a breve termine per l’attività e l’inflazione, in particolare se il conflitto in evoluzione in Medio Oriente e gli attacchi nel Mar Rosso dovessero ampliarsi o intensificarsi.
Sul lato positivo, la crescita della domanda potrebbe rivelarsi più forte del previsto, soprattutto se le famiglie e le imprese dovessero attingere maggiormente ai risparmi accumulati durante la pandemia di Covid. Insomma mettere mano alle riserve e ai portafogli perchè quello di cui dispongono non basta più.
In questo contesto, l’outlook dell’Ocse presenta una serie di raccomandazioni politiche, evidenziando la necessità di garantire una riduzione duratura dell’inflazione, stabilire un percorso di bilancio che affronti le crescenti pressioni fiscali e intraprendere riforme che migliorino le prospettive di crescita a medio termine.
La politica monetaria deve rimanere prudente, per garantire che le pressioni inflazionistiche siano contenute durevolmente. Esiste la possibilità di abbassare i tassi di interesse ufficiali man mano che l’inflazione diminuisce, ma l’orientamento politico dovrebbe rimanere restrittivo nella maggior parte delle principali economie per qualche tempo a venire.
I governi si trovano ad affrontare crescenti sfide fiscali date gli elevati livelli di debito e le considerevoli pressioni di spesa aggiuntive derivanti dall’invecchiamento della popolazione, nonché dall’adattamento e dalla mitigazione del clima. È probabile che i futuri oneri del debito aumentino in modo significativo se non vengono intraprese azioni, evidenziando la necessità di maggiori sforzi a breve termine per contenere la crescita della spesa, migliorare l’efficienza della spesa pubblica, riallocare la spesa in aree che supportano meglio le opportunità e la crescita e ottimizzare le entrate fiscali.
“Le basi per la crescita futura della produzione e della produttività devono essere rafforzate da ambiziose riforme politiche strutturali per migliorare il capitale umano e trarre vantaggio dai progressi tecnologici”, ha affermato Clare Lombardelli, capo economista dell’OCSE.
Per il rapporto completo e ulteriori informazioni, visitare l’Economic Outlook online.
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16/12/2023
I salari in Italia fermi da trent’anni, grazie alla concertazione tra governi e Cgil Cisl Uil
Il Rapporto annuale dell’Inapp è stato presentato ieri alla Camera e, ovviamente, sostiene l’utilità dell’introduzione del salario minimo legale visto che la struttura della contrattazione collettiva non è riuscita a far crescere nel nostro Paese le retribuzioni reali. Nella distribuzione del reddito si vede una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, che si è ormai stabilizzata su valori rispettivamente del 40% per i salari e del 60% per i profitti.
Tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti solo dell’1% a fronte del 32,5% in media registrato nell’area Ocse. “Una prima criticità – ha spiegato il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda – è costituita dalla questione salariale. La distribuzione funzionale del reddito mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti (sono rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led. Nella letteratura economica – si evidenzia – vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta”.
“Non esistono ragioni né sul piano analitico né sul piano dell’evidenza empirica – spiega Fadda a proposito delle difficoltà della contrattazione collettiva nella salvaguardia delle retribuzioni – per escludere strumenti basati sull’imposizione di una soglia minima invalicabile”. In Italia inoltre sta emergendo un altro fenomeno che, secondo l’Inapp, “deve preoccupare i responsabili della politica economica: si tratta del cosiddetto ‘labour shortage‘, ossia della carenza di lavoratori. Si manifesta con la difficoltà dei datori di lavoro a coprire i posti vacanti”. Un dato questo che è legato anche al forte invecchiamento della forza lavoro (e ai salari bassi che non spingono nel mercato del lavoro nuove quote di attuali inattivi) sulla scia dell’andamento demografico.
Ma sono ancora troppo pochi quelli che danno risposta alla domanda: perché è dal 1992 che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani sono rimasti al palo? Gli europeisti hanno la coda di paglia e tendono sempre a svicolare sul fatto che l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht avviò le politiche di austerità e impose il blocco dei salari. E proprio nel biennio 1992/1993 infatti che gli accordi sulla concertazione tra governi (Amato e Ciampi), Confindustria e Cgil Cisl Uil, portarono sia all’eliminazione definitiva della scala mobile che all’aggancio dei salari alla cosiddetta inflazione programmata invece che a quella reale.
Quel meccanismo ha agito sistematicamente sui contratti nazionali dei decenni successivi, con aumenti salariali irrisori nel corso del tempo, fino all’emergenza dei bassi e bassissimi salari esplosa negli ultimi anni, in particolare quando l’inflazione reale – e non quella fittizia “programmata – ha falcidiato il potere d’acquisto.
Fonte
28/11/2023
Non esistono ‘paradisi fiscali’, ma Stati piegati alle multinazionali
Uno studio dell’Ocse rivela che circa il 37,1% (2.411 miliardi di dollari) degli utili netti globali delle multinazionali con un fatturato superiore a 750 milioni di dollari (per un totale di 6.503 miliardi di dollari) è infatti tassato con un’aliquota fiscale effettiva inferiore al 15%. Più della metà di questi si trova in un paese ad alta tassazione, che però vale solo per tutti gli altri contribuenti.
Lo studio Corporate Tax Statistics 2023 dell’Ocse che analizza le aliquote dell’imposta sulle società, le aliquote fiscali effettive, gli incentivi fiscali per ricerca e sviluppo, le aliquote di ritenuta alla fonte, i regimi di proprietà intellettuale e i trattati bilaterali contro la doppia imposizione, ha svelato “il trucco” con cui alcuni Stati, che pure impongono una elevata tassazione, consentono poi forti agevolazioni fiscali ai grandi gruppi multinazionali.
I risultati mettono in luce i nuovi effetti inaspettati dell’aliquota minima al 15% dell’Ocse, dati che lasciano prevedere nuovi margini di spostamento dei profitti sia per i paesi ad alta tassazione, che per quelli a bassa tassazione.
Non solo, i paesi ad alta tassazione rappresentano addirittura più del 20% dei profitti sottoposti a tassazione molto bassa, quelli con un aliquota fiscale effettiva inferiore al 5%, evidenziando il potenziale aumento di entrate dall’aliquota minima, anche in sistemi fiscali in cui la percezione è quella all’esistenza di una forte tassazione.
Il rapporto dell’Ocse mostra il continuo disallineamento tra i profitti delle multinazionali e l’attività economica reale nei mercati di tutto il mondo.
Nel 2020, la quota delle entrate fiscali dalle società multinazionali rispetto alle entrate fiscali totali è stata in media del 15,1% nelle 116 giurisdizioni per le quali le entrate fiscali delle società sono disponibili nel database dell’Ocse. La quota di queste entrate fiscali come percentuale del prodotto interno lordo (Pil) è stata in media del 3,0%.
L’aliquota legale media combinata per tutte le 141 giurisdizioni del Quadro Inclusivo è diminuita drasticamente dal 28,1% nel 2000 al 21,3% nel 2020. Tuttavia, è rimasta al 21,1% nel 2021, 2022 e 2023.
Fonte
07/11/2023
Salari sempre più poveri. E solo in Italia
Il che, in presenza di un’inflazione comunque importante, significa perdita di potere d’acquisto. Impoverimento secco, insomma.
I dati dell’Ocse sono impietosi, anche perché per il quarto trimestre consecutivo (quello tra aprile e giugno di quest’anno) l’aumento di reddito reale – superiore insomma al tasso di inflazione – è stato in media dello 0,5%. In Germania i redditi familiari sono saliti dello 0,5%, in Francia dello 0,1%, in Gran Bretagna dello 0,9% e negli Stati Uniti dello 0,5%.
Non molto, quasi impercettibile, ma pur sempre meglio di quanto avviene da noi, dove l’inflazione si mangia fette sempre maggiori di reddito in presenza di una dinamica salariale immobile.
La rilevazione Ocse fa seguito peraltro ad un’altra assolutamente simile, nel report precedente, pubblicato al termine di un trimestre anche più premiante per i redditi da lavoro (altrove, certo). Già allora “L’Italia è il Paese che ha registrato il calo dei salari reali più forte tra le principali economie Ocse”, visto che “alla fine del 2022 i salari reali erano calati del 7% rispetto al periodo precedente la pandemia” e “la discesa è continuata nel primo trimestre del 2023, con una diminuzione su base annua del 7,5%”.
Persino il Centro Studi di Mediobanca – certo non sospettabile di simpatie per il socialismo… – segnalava già due mesi fa che “la componente maggiormente penalizzata in termini di potere d’acquisto, con una perdita stimata intorno al 22%”.
Al contrario delle società industriali e terziarie italiane che “hanno segnato performance decisamente positive” sul fronte della marginalità e della redditività, con utili cresciuti del 26,2%, un valore aggiunto salito del 7,7%, un margine operativo netto aumentato del 21,9%.
Numeri non equivocabili che certificano come l’inflazione, se non contrastata da una “scala mobile” come quella rivendicata – e ottenuta – dai lavoratori dell’auto negli Stati Uniti sia un vettore di redistribuzione del reddito tutto a vantaggio delle imprese. Perché soltanto loro possono scaricare “liberamente” i maggiori costi sul prezzo finale delle merci.
È noto come sia il governo Draghi (con dentro Pd, Lega e M5S) sia quello della Meloni abbiano affrontato il problema dei redditi in calo per i lavoratori: con modesti tagli del “cuneo fiscale”. Ovvero con la monetizzazione immediata di una parte dei contributi previdenziali previsti in busta paga. Ovvero con una volgare “partita di giro” sui soldi che sono già dei lavoratori fatta a costo di scombinare definitivamente i meccanismi che presiedono al sistema pensionistico.
Riducendo infatti il “cuneo fiscale” si riduce l’accantonamento di risorse per pagare sia le pensioni in essere che, soprattutto, quelle future. Insomma: per “non disturbare le imprese” che fanno “liberamente” profitti, il governo accolla alla fiscalità generale dello Stato – che dovrà ripianare il buco creato nei conti Inps, oppure (come stanno già facendo) ridurre gli assegni pensionistici con un minore adeguamento annuale al costo della vita.
In altri termini, non è che il governo non si sia accorto che i lavoratori stiano perdendo reddito mese dopo mese. Lo sa benissimo e gli va bene così.
Oltretutto, sul piano dell’economia generale del paese, agisce in modo completamente ottuso, perché le categorie sociali che intende così favorire – imprese, commercianti, ecc. – si ritrovano con una “clientela” sempre più povera. Che dunque compra meno, anche se a prezzi più alti.
E non basterà certo favorire ancora di più la loro evasione fiscale – i lavoratori, come sappiamo tutti, non hanno neanche questa possibilità da miserabili – per compensare le future minori entrate. La discesa infernale verso il degrado produttivo e sociale è il loro orizzonte, checché dicano...
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08/06/2023
Italia - Pil basso ma meglio del previsto per l'OCSE. Pesa l’ipoteca del PNRR
“Dopo una contrazione nel quarto trimestre del 2022 – afferma l’Ocse – il Pil reale è aumentato dello 0,6% nel primo trimestre del 2023. I recenti indicatori indicano una crescita modesta nel breve termine. Mentre la produzione industriale e le vendite al dettaglio rimangono contenute, la fiducia delle imprese e dei consumatori si è rafforzata rispetto agli ultimi mesi”.
Ma, sempre secondo l’Ocse, su questo aumento del Pil pesa una ipoteca. I ritardi nell’attuazione del Piano Nazionale di Ripristino e Resilienza (PNRR) potrebbero infatti ridurre la crescita del Pil. Per l’organizzazione dei paesi a capitalismo avanzato, la rapida implementazione delle riforme strutturali e dei piani di investimento pubblico nel PNRR sarà fondamentale per sostenere l’attività nel breve termine e per gettare le basi di una crescita sostenibile nel medio termine.
L’Ocse rileva invece diffusi ritardi sulle spese dei piani del PNRR e chiede al governo di sostituire “i progetti irrealizzabili” con altri progetti praticabili, rafforzando al tempo stesso l’efficienza della Pubblica amministrazione e la sua capacità di gestire le spese previste dal piano.
“Le spese sui fondi del Next Generation EU sono ben indietro rispetto al previsto, con la spesa cumulata a fine 2022 circa il 50% al di sotto dei piani iniziali, che prevalentemente riflette ritardi sull’attuazione degli investimenti dei progetti di investimento pubblico“, afferma l’Ocse.
“La priorità dovrebbe essere quella di rimpiazzare rapidamente i progetti irrealizzabili con piani realizzabili – afferma l’organizzazione – e rafforzare la capacità della Pubblica amministrazione di gestire efficientemente e attuare i progetti di spesa pubblica previsti dal PNRR. È cruciale che questi progetti includano spese su infrastrutture per facilitare le transizioni digitali e verde, così come l’espansione degli asili nido per promuovere la partecipazione al mercato del lavoro delle donne in un contesto di rapida riduzione della popolazione in età lavorativa“.
Sul biennio 2023-2024 l’impostazione di politica di bilancio del governo mostra “un equilibrio appropriato tra prudenza e sostegno alla crescita, ma negli anni successivi sarà necessario più risanamento per mettere il rapporto debito-Pil su un percorso sostenibile“.
A detta dell’Ocse “i piani di consolidamento dovrebbero includere misure ambiziose per intervenire sull’evasione fiscale e ampie revisioni della spesa pubblica per migliorarne l’efficienza“.
Mentre iniziano a farsi sentire gli effetti della stretta monetaria e le misure di aiuto a imprese e famiglie contro il caro energia vengono progressivamente rimosse, il quadro della politica economica in Italia “sta diventando restrittivo“. E questa linea “leggermente restrittiva appare ampiamente appropriata – afferma l’Ocse nel suo Economic Outlook – sarà necessario proseguire il consolidamento nei prossimi anni per mettere il debito/Pil su una traiettoria più sostenibile“.
“La rapida attuazione delle riforme strutturali e dei piani di investimento del PNRR sarà di importanza primaria per sostenere l’attività sul breve termine – aggiunge l’ente parigino – e gettare le basi per una crescita sostenibile nel medio termine“.
L’Ocse prevede che il tasso di disoccupazione in Italia resti invariato all’8,1% sia quest’anno che il prossimo. Secondo l’organizzazione parigina è basso guardando ai precedenti storici, “i posti liberi sono elevati e l’occupazione continua a crescere vigorosamente nonostante un calo della popolazione in età lavorativa – si legge nel capitolo sull’Italia contenuto nell’Economic Outlook –. Il dinamismo del mercato del lavoro e i recenti cali dei prezzi dell’energia stanno stabilizzando i redditi reali delle famiglie, supportando una modesta ripresa nei consumi nella prima metà del 2023“.
Quest’anno il rapporto tra deficit di bilancio e Pil dell’Italia risulterà praticamente dimezzato al 4,1%, fronte dell’8% dello scorso anno, mentre nel 2024 l’incidenza del deficit dovrebbe ulteriormente attenuarsi al 3,2%, appena sopra la soglia Maastricht. Il livello del debito pubblico sul Pil è previsto calare quest’anno al 140,7%, a fronte del 144,3% del 2022, e scendere ulteriormente al 139,4% nel 2024.
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11/05/2023
Rapporto OCSE. Crollano i redditi delle famiglie. In Italia siamo a meno 3,5
In Italia, il reddito reale delle famiglie nel quarto trimestre è diminuito del 3,5% “a causa dell’impennata dei prezzi dell’energia, che ha portato a un’inflazione elevata” compromettendolo “in termini reali”. Si conferma così la costante della riduzione dei salari che in Italia colpisce lavoratrici e lavoratori da trenta anni senza mai aver visto una controtendenza.
I diversi approcci adottati dai Paesi OCSE per indicizzare i sistemi fiscali e previdenziali all’inflazione rivelano che 17 Paesi dell'organizzazione adeguano automaticamente i sistemi fiscali sul reddito delle persone fisiche in linea con l’inflazione, mentre gli altri 21 lo fanno su base discrezionale. I contributi previdenziali e le prestazioni in denaro vengono adeguati automaticamente rispettivamente in 21 e 19 Paesi.
Il rapporto evidenzia che le famiglie a basso reddito con figli sono più vulnerabili agli aumenti delle aliquote fiscali effettive quando i sistemi fiscali e previdenziali non sono completamente adeguati all’inflazione.
Il rapporto si concentra poi sul confronto tra Paesi relativamente al cuneo fiscale sul lavoro – definito come il totale delle imposte sul lavoro pagate da dipendenti e datori di lavoro, meno gli assegni familiari, come percentuale del costo del lavoro. L’OCSE prende in esame otto diverse tipologie di famiglie, che variano per livello di reddito e composizione del nucleo familiare. Per un lavoratore single che percepisce un salario medio, il cuneo fiscale varia dal 53% in Belgio allo 0% in Colombia nel 2022, con una media del 34,6% nell’intera OCSE.
In media nell’area OCSE, il cuneo fiscale per un genitore single che guadagna il 67% del salario medio è aumentato di 1,6 punti percentuali tra il 2021 e il 2022, raggiungendo il 16,6%, l’aumento annuale più consistente del cuneo fiscale medio dal 2000 per una qualsiasi delle otto tipologie di famiglia considerate nel rapporto. Per una coppia con un solo lavoratore che percepisce un salario medio e due figli, il cuneo fiscale medio del 25,6% nel 2022 riflette un aumento di 1,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente – l’incremento maggiore per questa tipologia di famiglia dal 2000.
Il rapporto Taxing Wages 2023 dell’OCSE consente di confrontare i costi del lavoro e la posizione fiscale e previdenziale complessiva dei Paesi capitalisti più avanzati. Analizza le imposte sul reddito pagate dai dipendenti, le prestazioni in denaro ricevute dalle famiglie dei lavoratori e i relativi contributi previdenziali e le imposte sui salari versati dai dipendenti e dai datori di lavoro.
L’emergenza bassi salari in Italia, già obiettivo delle mobilitazioni sindacali in corso in tutta Europa, è al centro dello sciopero generale convocato dalla Usb per il prossimo 26 maggio.
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22/03/2023
L’OCSE ci è arrivata, Meloni no: l’austerità uccide la sanità pubblica
Sono serviti quasi sette milioni di morti globali dovuti al Covid affinché l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) riconoscesse che i sistemi sanitari di tutti i Paesi membri – che sono sostanzialmente tutte le economie avanzate capitaliste del pianeta – si sono fatti trovare drammaticamente impreparati e sottofinanziati all’appuntamento con la pandemia. Dopo decenni passati a predicare l’austerità e la riduzione del ruolo dello Stato nell’amministrazione della cosa pubblica, l’OCSE è così costretta a mettere nero su bianco che lo Stato deve mettere soldi, tanti soldi, per evitare che la salute della popolazione si deteriori in maniera inesorabile nei prossimi anni. È quello che si può leggere in un recente rapporto, intitolato Ready for the Next Crisis? Investing in Health System Resilience. Le criticità individuate sono note a chiunque abbia avuto la sfortuna di avere bisogno di assistenza medica negli ultimi anni: personale gravemente sottodimensionato, investimenti in strutture e macchinari sempre più carenti, spese in prevenzione totalmente insufficienti e tutto il campionario degli orrori con cui si confronta chi entra oggi in un ospedale pubblico.
In uno scenario che, se si guarda alla situazione media di tutti i paesi OCSE (i paesi più ‘avanzati’ del mondo), è sconfortante, l’Italia spicca e lo fa per le ragioni sbagliate. Non può essere una novità, d’altronde. Nei primissimi giorni della pandemia provammo a tracciare un bilancio degli effetti dell’austerità sulla sanità italiana: spesa pubblica corrente nella sanità (che include gli stipendi dei lavoratori del settore) diminuita in termini reali del 12% tra il 2009 e il 2018; investimenti pubblici in sanità, quali ad esempio l’acquisto di strutture e macchinari, che nello stesso periodo soffrono un taglio del 44%; carenze d’organico ad ogni livello, dai medici fino agli infermieri. Una serie di numeri che possono apparire astratti, ma che hanno un riflesso drammaticamente tangibile nella nostra vita quotidiana e che mostrano tutta la loro violenza quando andiamo a vedere come il numero di posti letto ospedalieri ogni mille abitanti fosse, nel 2020, un terzo di quello che avevamo nel 1980 (3,19 posti letto ogni 1000 abitanti nel 2020, 9,61 nel 1980, secondo dati OCSE).
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| Posti letto ospedalieri ogni 1000 abitanti, Italia (1980-2020). Fonte: OCSE |
Che fare per arrestare questo sfacelo? Una risposta sicuramente prudenziale la fornisce lo stesso Rapporto dell’OCSE di cui parlavamo all’inizio di questo articolo: aumentare sostanzialmente la spesa in sanità fino a portarla al 10,1% del PIL di ciascun Paese membro. Arrivati a questo punto, può essere utile confrontare queste prescrizioni con quanto sta concretamente facendo in merito il Governo Meloni. Anche qui, purtroppo, siamo costretti a tornare su quanto già detto e ridetto: nell’ultima Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, licenziata a novembre 2022, si può notare come la spesa sanitaria in rapporto al PIL sia prevista al ribasso per gli anni a venire, partendo dal 7,2% del 2021 per poi scendere al 7%, 6.6%, 6.2% e 6% negli anni fino al 2025 (come si può leggere nel documento approvato dal Governo qui, Tavola I.3B). Un provvedimento rivendicato con orgoglio e senza alcuna vergogna dal Presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno: leggere l’ultima domanda nella trascrizione dell’intervista per credere.
Detto in parole povere, il Governo Meloni, in totale e perfetta continuità con gli esecutivi che l’hanno preceduto, persevera senza esitazione nel progetto pluriennale di distruzione del sistema sanitario nazionale, un progetto che è un attentato diretto alla salute delle milioni di persone che non hanno i soldi per curarsi nella sanità privata e che possono solo sperare di non ammalarsi per evitare di dover iniziare un percorso che unisce alla disgrazia della malattia anche la beffa di liste d’attesa chilometriche, strutture fatiscenti e personale sanitario sfinito da turni massacranti. Non è retorica, purtroppo, ma ciò che ci dice l’OCSE e che ci dicono i dati sugli oltre 4 milioni di italiani che hanno rifiutato le cure per via delle liste d’attesa troppo lunghe. È inoltre ciò che, in spregio del ridicolo, ci dicono le Regioni, governate dalle stesse forze politiche che a livello di Governo centrale devastano la sanità pubblica: “Se davvero il livello di finanziamento del SSN per i prossimi anni dovrà assestarsi al 6% del PIL, prospettiva che le regioni chiedono che venga assolutamente scongiurata, occorrerà allora adoperare un linguaggio di verità con i cittadini, affinché vengano ricalibrate al ribasso le loro aspettative nei confronti del SSN. Saranno necessarie scelte dolorose, ma non più procrastinabili, al fine di evitare che le mancate scelte producano nel sistema iniquità ancora più gravi di quelle già presenti”.
Il Governo Meloni ha il pregio indiscutibile di essere totalmente trasparente e privo di qualsiasi pudore riguardo alle sue priorità: la salute e il benessere della popolazione sono un orpello da sacrificare sull’altare della fedeltà al dogma dell’austerità fiscale e un boccone da offrire in pasto a chi macina milioni su milioni di profitti con la sanità privata. Forte e spietato con i deboli, che siano i pazienti in attesa di essere curati o i migranti lasciati morire in mare senza batter ciglio, debolissimo e servile contro i forti, che siano i guardiani europei della disciplina di bilancio o il padronato nostrano che richiede manodopera da sfruttare.
26/09/2022
L’Ocse vede nero per l’economia italiana e per “il mondo a parte”
Non consola, ma la previsione al ribasso riguarda la crescita in tutta l’eurozona dove l’Ocse stima che sarà solamente dello 0,3 per cento, contro l’1,6 per cento stimato in precedenza.
Infine l’Ocse ha abbassato le previsioni di crescita mondiale per il 2023: il Pil globale dovrebbe crescere del 2,2 per cento, una revisione al ribasso rispetto al 2,8 per cento annunciato a giugno. Ma è bene ricordare che l’Ocse ragiona come se il mondo fosse solo quello rappresentato nella propria organizzazione cioè i paesi capitalisti occidentali o legati all’occidente.
Oggi l’OCSE è costituita da 37 Paesi membri: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Colombia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica di Corea, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria.
Dalle analisi e dalle previsioni dell’Ocse mancano dunque economie come Russia, Cina, India, Iran, Brasile, Sudafrica, in pratica i BRICS.
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10/11/2021
Diminuisce ancora l’aspettativa di vita. Ci vogliono morti prima possibile
Nella media dei paesi aderenti all’Ocse va un po’ meglio, con una aspettativa di vita calata mediamente di 6 mesi. In Italia invece, come abbiamo visto, è scesa il doppio della media.
Nel 2020 e nel primo semestre 2021 il Covid-19 – precisa l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha contribuito ad innalzare del 16% il numero atteso di decessi nei trenta Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Al stesso tempo, l’aspettativa di vita è scesa in 24 Paesi su 30, Italia inclusa.
Ma è stata tutta o solo colpa della pandemia – o meglio sindemia – di Covid? Niente affatto.
Sempre un rapporto dell’Ocse, ma del 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se, fino al 2008-2009, per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione: dagli 83,3 anni del 2016 agli 83 negli anni successivi (ora diminuita ulteriormente a 82,4, ndr).
Nella classifica primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4).
Nel 2020, l’anno del Covid-19, l’aspettativa di vita è tornata a calare nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza è stata certificata dai dati pubblicati dall’Eurostat.
La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di pochissimo (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.
Come abbiamo visto, in Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all’alta percentuale di anziani del paese. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità.
In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia, ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.
Lo stop e poi la discesa della curva dell’aspettativa di vita in Italia è dovuta principalmente all’aumento dell’età pensionabile e alla diminuzione degli standard sanitari. Si lavora più a lungo e ci si cura di meno, ovvio che la salute e la longevità ne risentano.
Ma in Italia anche la diminuzione dell’aspettativa di vita non è affatto omogenea. Lo aveva già rilevato l’Istat nel 2020 attraverso il rapporto Bes, riportando a sorpresa che nel Meridione le cose vanno meglio che nel “produttivo e competitivo” Nord, perché l’età quasi si stabilizza mentre nel Nord diminuisce.
Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita, tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata infatti duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato – completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese – i guadagni in anni di vita “maturati” nel decennio.
A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).
Ci sono ripensamenti in vista, di conseguenza, sulla legge pensionistica concepita nei decenni precedenti, sulla base di una aspettativa di vita più alta e dunque sballata?
Per ora non ne vediamo né sentiamo nessuno. Anzi, il governo, i suoi lacchè e la Confindustria ripropongono la Legge Fornero.
In questi anni più volte abbiamo lanciato l’allarme sul fatto che le classi dominanti vorrebbero che morissimo prima possibile perché il “sistema previdenziale diventi sostenibile“.
Ma qualcuno, noi per primi, dovremo invece sottolinearlo e respingerlo con forza e non ci stancheremo certo di farlo, insieme ai giovani ed almeno fino agli 82,4 anni di età.
“Pantere grigie” in lotta senza se e senza ma.
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14/10/2021
In Italia salari bassi, bassissimi. Da decenni
Il grafico dell’Ocse che ha ricostruito in una serie storica i salari medi dal 1990 al 2020 nell’Unione Europea, confermano come in Italia lavoratrici e lavoratori da trenta anni percepiscono le retribuzioni più basse. In questi anni – e proprio dalla politica dei redditi e della concertazione dal 1993 in poi – abbiamo assistito ad aumenti salariali ridicoli e indecenti che in nome della “lotta contro l’inflazione” hanno visto crollare il potere d’acquisto dei salari.
Oggi, a fronte di una stangata sulle tariffe di luce, gas, carburanti ed anche generi alimentari (con un aumento dell’inflazione voluto e conclamato,ndr) i salari restano al palo e appena si accenna al salario minimo insorge la Confindustria e la politica.
Una vergogna e una contraddizione insopportabili. Le intimidazioni fasciste contro la Cgil e l’allisciamento di pelo di Draghi a Landini in nome del Patto sociale, servono esattamente a lasciare le cose come stanno.
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07/09/2021
Continua il “cannoneggiamento” contro il Reddito di Cittadinanza. Adesso ci si mette l’Ocse
Quindi, secondo l’Ocse, il RdC dovrebbe servire solo a “integrare” le basse e bassissime retribuzioni che da anni dilagano in Italia ed hanno fatto esplodere il numero di working poors, cioè persone che lavorano ma con un salario talmente basso da ritrovarsi ben dentro la soglia della povertà relativa.
In realtà l’Ocse, come la pletora di serial killer politici che da tempo tuonano contro il Reddito di Cittadinanza, fingono di ignorare il dato strutturale ammesso anche dall’Istat e di cui abbiamo dato conto qualche settimana fa sul nostro giornale: il problema in Italia è la scarsissima offerta di lavoro da parte delle imprese private e dell’amministrazione pubblica (anche se l’economia politica, che vede sempre il mondo dal lato delle imprese chiama questa domanda e non offerta).
Il lavoro non c’è e non viene richiesto sul “mercato”, mentre quello che c’è non transita tramite i centri per l’impiego e vede proposte retributive indecenti. Nato come provvedimento contro la povertà, malgrado i suoi ispiratori, il RdC è diventato un meccanismo che ha fatto saltare, li dove ha un ruolo socialmente rilevante, il ricatto delle basse e bassissime retribuzioni da parte dei “prenditori”.
È questo il vero motivo del cannoneggiamento contro una misura relativamente poco costosa, che riguarda un numero di nuclei familiari inferiore a quelli precipitati nella povertà relativa (assai più ampia e significativa della povertà assoluta) e sul quale il numero di frodi e furbetti è immensamente inferiore a quello di imprenditori e bottegai.
Come si dice: “un bel tacer non fu mai scritto”.
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08/07/2021
La minimum tax sulle multinazionali come elemento della lotta tra stati
La proposta di riforma del sistema fiscale internazionale, basato sull’introduzione di una tassa minima globale (minimum tax), dopo essere stata approvata dal G7, è stata votata a grande maggioranza anche dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), con 130 Paesi favorevoli sui 139 che la compongono. La proposta di riforma fiscale consiste nell’introduzione a livello internazionale di una imposta minima del 15% sui profitti delle multinazionali e nell’obbligo a pagare le tasse lì dove la multinazionale realizza i propri guadagni. Le reazioni da parte dell’establishment internazionale sono state entusiastiche. Janet Yellen, segretaria al Tesoro statunitense, definisce quella della votazione dell’Ocse “una giornata storica per la diplomazia economica”, lo stesso presidente Joe Biden ha parlato di “un importante passo in avanti verso una economia più giusta”. In Europa il ministro delle finanze tedesco Scholz ha definito l’accordo un “colossale progresso” mentre il suo omologo francese, Le Maire, ha detto che “è il più importante accordo dell’ultimo secolo”. Infine, il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni ha affermato che è “un passo storico verso una tassazione più equa delle multinazionali”.
La proposta di introdurre un limite minimo del 15% nasce dal fatto che le multinazionali negli ultimi anni hanno spostato la loro sede fiscale in Paesi con imposizioni fiscali più basse, eludendo il fisco dei Paesi dove realizzano i loro profitti. Lo spostamento dei profitti è una delle conseguenze della globalizzazione. A livello mondiale esiste un ampio divario sulla tassazione dei redditi d’impresa. Si va da una imposizione fiscale del 55% negli Emirati Arabi al 5,5% delle Barbados, ma ci sono Paesi dove non esiste alcuna tassazione dei redditi d’impresa, come le Bahamas e il Bahrein, i cosiddetti paradisi fiscali. Sì è così determinata una corsa dei vari Stati ad accaparrarsi gli investimenti delle multinazionali attraverso il ribasso dell’aliquota fiscale. Questo si è verificato anche in Europa, che secondo Tax Foundation, un ente di ricerca statunitense, ha una imposizione media del 20,27%, che, come valore medio regionale, è il più basso a livello mondiale. Ma anche all’interno dell’Europa ci sono molte differenze. In particolare, mentre, da una parte, abbiamo Paesi come l’Italia (aliquota del 27,8%), la Francia (32%) e la Germania (29,9%), dall’altra parte, ci sono Paesi che hanno aliquote molto basse e che sarebbero più danneggiati dalla tassa minima globale. L’Irlanda ha una imposta sui redditi d’impresa del 12,5% e presenta agevolazioni che hanno favorito l’elusione fiscale o consentito di pagare imposte irrisorie alle multinazionali. In questo modo, l’Irlanda è riuscita a portare a Dublino il quartier generale di Google, Apple e Facebook, determinando un aumento artificioso del Pil che ha fatto mettere in dubbio, tra gli istituti nazionali di statistica, la validità dello stesso concetto di Pil per definire la ricchezza reale di un Paese. Con l’introduzione della tassa minima globale si calcola che l’Irlanda perderebbe due miliardi di euro di entrate all’anno. L’Ungheria ha l’aliquota più bassa dell’Ue (9%), che ha sfruttato per attrarre massicci investimenti stranieri nel settore automobilistico e manifatturiero. Infine, l’Estonia ha una imposta sugli utili che oscilla tra il 14% e il 20%, che si applica solo in caso di dividendi, cioè non si applica in caso di utili reinvestiti. Va notato che tutti e tre questi Paesi hanno votato contro la tassa minima globale all’ultimo incontro dell’Ocse.
In realtà, non pare che la riforma fiscale globale soddisfi le aspettative che ha generato, giustificando le dichiarazioni entusiastiche che abbiamo riportato sopra. Il perimetro delle imprese multinazionali che rientrano nei criteri per imporre la tassa è stato ridotto rispetto al progetto iniziale. Il primo pilastro della riforma, quello che impone di redistribuire l’imposizione fiscale nei paesi dove si realizza l’attività produttiva o si fattura, esclude le banche e le società di estrazione di materie prime e riguarderà solo le corporation con oltre 20 miliardi di fatturato, cioè una ottantina di società di cui sono solo 8 le big-tech su cui si era concentrata la Ue. Inoltre, il 10% dei profitti resterà fuori della base imponibile, mentre l’eccedenza sarà tassabile solo in una percentuale tra il 20% e il 30% dell’ammontare. Dopo avere calcolato l’imponibile, questo verrà assegnato ai vari Paesi aventi diritto che non saranno però tutti quelli in cui la multinazionale è presente ma solo quelli dove il fatturato raggiunge il milione di euro. In buona sostanza, il beneficio di cassa di cui beneficeranno gli Stati oggi vittime delle pratiche elusive delle multinazionali non sarebbe tale da poter finanziare le spese cresciute per la crisi del Covid-19. Un esempio di come la realtà tributaria sia diversa dalla teoria fiscale è il risultato della web tax italiana, che del resto è destinata ad essere riassorbita dalla minimum tax. A fronte di 780 milioni attesi si sono registrati solo 250 milioni di incassi. Lo stesso gap tra aspettative e realtà riguarda anche il secondo pilastro della riforma fiscale internazionale, il limite minimo di imposizione fiscale del 15%, che prevede l’esenzione per alcune tipologie di imprese, fra le quali le società di trasporto internazionale aereo e via mare. Inoltre, visto che l’imposta verrà applicata sul bilancio consolidato, cioè il bilancio comprensivo di tutte le attività internazionali della multinazionale, bisogna tenere conto del fatto che a livello mondiale ci sono criteri diversi per la sua redazione, così come ci sono criteri diversi per calcolare l’imponibile. Questo richiederà un lavoro molto complesso e lungo di individuazione di punti di convergenza significativi da concretizzare in accordi multilaterali. Infine, l’elemento più importante è rappresentato dall’aliquota stessa del 15% che è molto bassa, appena 2,5 punti in più di quella in vigore nella tanto vituperata Irlanda. Nulla vieta agli Stati che hanno un’aliquota superiore di abbassarla fino al 15%. Del resto, il presidente dell’Ocse, Matthias Corman, ha tenuto a precisare che la proposta della sua organizzazione non è tesa a eliminare del tutto la competizione fiscale e a imporre un regime identico ovunque, ma a definire delle limitazioni concordate in modo multilaterale. La concorrenza fiscale rimane, solo con un limite inferiore. Rispetto alle aspettative generate dalle dichiarazioni dell’establishment politico internazionale, è un po’ come la storia della montagna che ha partorito il topolino.
Quindi, la tassa minima globale non è un fattore di aumento del gettito fiscale né una misura perequativa a livello sociale, bensì un fattore di redistribuzione del gettito fiscale globale a favore degli Stati più grandi e più forti e a sfavore di quelli più piccoli e deboli. Non è un caso che la proposta di minimum tax al 15% venga dagli Usa, lo Stato imperialista più importante. In pratica, si assiste a una accelerazione della competizione tra Stati per la spartizione del gettito fiscale del capitale internazionale, dovuta alla necessità di finanziare le accresciute spese per far fronte alla crisi generale del sistema capitalistico, acuita dalla pandemia.
La tassa minima globale rientra nel nuovo ruolo, maggiormente interventista, che lo Stato sta assumendo in quella che sembra essere una nuova fase storica, che la pandemia non ha certo causato ma di cui sicuramente ha accelerato e accentuato lo sviluppo. Una fase storica che vede la fine della prima fase della globalizzazione, e la ridefinizione di una nuova fase caratterizzata – come ho evidenziato in altri articoli precedenti – oltre che dalla partecipazione statale al capitale delle imprese, anche da un maggiore impulso verso il protezionismo, dall’accorciamento delle catene produttive internazionali (le global value chain), e dalla relativa internalizzazione delle produzioni di importanza strategica.
Questo, però, non significa che gli Stati sviluppino politiche antimonopolistiche e contro le multinazionali, che, invece, continueranno a beneficiare di forti sconti nel pagamento delle imposte. In generale, i sistemi fiscali nazionali tendono a ridurre la pressione fiscale sulle imprese, come dimostra anche la recente proposta delle commissioni Finanze del Parlamento italiano di eliminare l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive, che, varata nel 1997, tra le altre imposte precedenti, inglobò anche il contributo per il sistema sanitario nazionale. La sua eliminazione, quindi, metterà in difficoltà il reperimento delle risorse per la sanità pubblica. Insomma, per attuare una vera redistribuzione del reddito attraverso le imposte ci vuole ben altro che la tassa minima globale. La congiuntura politica odierna non è certo favorevole a che si prenda una tale direzione. Per farlo ci vorrebbero tutt’altri rapporti di forza tra capitale e lavoro salariato rispetto a quelli che ci sono oggi. L’unica soluzione alla piaga dei paradisi fiscali e alla corsa al ribasso delle imposte sul capitale sarebbe una legislazione che imponga il controllo statale sui flussi dei capitali, ma questo è praticamente impossibile da attuarsi nel contesto capitalistico attuale e con degli Stati che sono espressione organica degli interessi del grande capitale multinazionale. Ciò non toglie che la proposta politica generale dei comunisti debba riguardare, tra i vari aspetti, anche la questione dell’imposizione fiscale, che, dato quanto abbiamo scritto, non può che essere inquadrata nel contesto internazionale.
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01/05/2021
I salari dei lavoratori italiani sono più tassati della media Ocse
Dal rapporto emerge che in Italia il salario medio lordo è di poco più di 37 mila euro (37.178 euro), al di sotto di quello medio Ocse pari a 39.188 euro. Ma i salari lordi dei lavoratori italiani sono tassati del 29% contro il 24,9% della media Ocse (29.430 “puliti”). Il netto medio – quello che effettivamente si riceve a fine mese e che si può spendere – è dunque ancora più basso (26.396,38)...
Nel 2020, il costo del lavoro in Italia si è attestato a 48.919 euro l’anno nel caso di un lavoratore single senza figli, considerando le tasse sul reddito e i contributi delle imprese e dei lavoratori. Si tratta del diciannovesimo costo del lavoro più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse.
La tassazione sul lavoro ha visto diminuire il cosiddetto cuneo fiscale. Tra il 2019 e il 2020, il cuneo fiscale è diminuito dal 47,9% al 46%, che è di 11,4 punti sopra la media Ocse, fissata al 34,6% (dal 35% del 2019). Si tratta del quarto cuneo fiscale più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse, ma è anche vero che viene dopo Belgio (51,5%), Germania (49%) Austria (47,3%), ed è pari a quello della Francia, anch’esso al 46%.
Secondo l’Ocse, nel 2020 il cuneo fiscale sul salario medio di un lavoratore o lavoratrici single, si è attestato al 34,6%, in calo di 0,39 punti rispetto all’anno precedente. Questa diminuzione, sebbene significativa, è però inferiore a quella osservata durante la crisi finanziaria globale del 2007-2009, vale a dire 0,48 punti nel 2008 e 0,52 punti nel 2009. Il cuneo fiscale è aumentato in sette dei 37 paesi OCSE durante il periodo del 2019/20, mentre è diminuito negli altri 29 paesi, principalmente a causa delle minori imposte sul reddito.
Il calo del cuneo fiscale è stato ancora più pronunciato per le famiglie con bambini, poiché le aliquote fiscali su questa categoria di famiglie hanno raggiunto nuovi minimi. Nel 2020 il cuneo fiscale medio per le coppie con figli e un lavoratore single retribuiti con salario medio si è attestato al 24,4%, in calo di 1,1 punti rispetto al 2019.
In Italia la ripartizione delle quote di contributi fiscali che determinano il costo del lavoro vede ancora i contributi versati dalle imprese che rappresentano il 24% del totale, mentre i contributi dei lavoratori pesano per il 7,2% e la tassazione sul reddito per il 14,8%.
Resta come un macigno il problema che i salari dei lavoratori italiani sono sostanzialmente fermi da anni. Per i lavoratori italiani il salario lordo medio si colloca a livelli ben inferiori rispetto alla media degli altri Paesi dell’Eurozona e risulta di poco superiore solo a quello spagnolo.
Non solo. L’Italia ha un alto numero medio di ore lavorate all’anno per dipendente e allo stesso tempo la minor quota salari in percentuale del Pil. Insomma, in Italia si lavora di più – a causa della scarsa capacità tecnologica e ai bassi investimenti in innovazione del nostro sistema economico – ma si viene retribuiti molto meno.
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13/11/2020
Dall’Ocse e Bce “bollettini di guerra”, ed anche un po’ a casaccio
Per il reddito delle famiglie, nello stesso periodo, è andata meglio in Germania (-1,2%), Francia (-2,3%) e Gran Bretagna (-3,4%). Si tratta comunque di un calo consistente dopo quelli più moderati (all’incirca dell’-1%) registrati nel trimestre precedente cioè i primi tre mesi dell’anno. Per l’Ocse, le misure di sostegno governative a livello internazionale hanno “continuato a proteggere i redditi delle famiglie dall’impatto economico del Covid-19”.
Secondo il documento il Canada e gli Stati Uniti hanno addirittura registrato una crescita significativa del reddito familiare pro capite rispettivamente dell’11% e del 10,1% grazie alla misure eccezionali messe in campo.
Aumenti minori del reddito familiare reale pro capite sono stati osservati anche in Irlanda (3,6%), Australia (2,7%) e Finlandia (1,1%).
Ma il dato più pesante, come abbiamo visto, è quello dell’Italia dove l’andamento del reddito delle famiglie, secondo l’organismo internazionale con sede a Parigi, ha comunque tenuto meglio rispetto a quello del Pil, che nelle sette grandi economie della zona Ocse è nettamente calato nei tre mesi di aprile-maggio-giugno. Si registra infatti un -19,9 % in Gran Bretagna, -13,8 % in Francia, -12,8% in Italia, -11,7 % in Canada, -9,8 % in Germania, -9,1 % negli Usa e -7,9 % in Giappone.
Ma non è tutto, perché dalla Bce è arrivato un nuovo allarme sulla tenuta delle imprese italiane, delle quali circa il 20% potrebbe essere a rischio fallimento per via della carenza di liquidità, causata dalle misure di chiusura, e in presenza di politiche di sostegno non adeguate.
Il dato emerge da uno studio, pubblicato nel bollettino della Banca Centrale Europea, che simula la dinamica della liquidità delle imprese nel tempo. L’analisi, realizzata su imprese operanti nel settore privato di quattro paesi dell’area dell’euro: Germania, Spagna, Francia e Italia, mostra che la Spagna è il paese maggiormente colpito, con circa il 25% delle imprese a rischio.
Ovviamente la Bce sorvola sul fatto che la gestione della liquidità – e quindi dei prestiti e dei crediti alle imprese in difficoltà – è stato ancora una volta affidata alle banche private che l’hanno “socializzata” pochissimo ed hanno trattenuto gran parte dei finanziamenti pervenuti a tassi bassissimi dalla Bce piuttosto che utilizzarli per sostenere il credito alle imprese.
La Bce annuncia di essere pronta già a dicembre a “ricalibrare i suoi strumenti per rispondere all’evolvere della situazione e per assicurare che le condizioni di finanziamento restino favorevoli per sostenere la ripresa economica e contrastare l’impatto negativo della pandemia sul profilo previsto per l’inflazione”.
La Bce sta pensando ad una ricalibratura complessiva delle operazioni mirate di rifinanziamento a lungo termine delle banche europee e in particolare del Pepp, il Qe pandemico e dei Tltro. Ma se non si affrontano a brutto muso le banche private, anche questo auspicio rischia di rimanere lettera morta.
Inutile sottolineare che l’analisi previsionale della Bce appare quasi schizofrenica. È stato verificato che l’economia dell’Eurozona in questi mesi ha perso qualsiasi slancio e nel quarto trimestre si assisterà ad un nuovo forte ridimensionamento del Pil legato alle nuove restrizioni anti-Covid e all’indebolimento della domanda interna dei paesi dell’Eurozona.
Ma in contrasto con questa lettura, iIl bollettino della Bce evidenzia che “I dati più recenti segnalano una forte ripresa del prodotto dell’area dell’euro nel terzo trimestre del 2020, dopo la brusca contrazione dell’11,8 per cento sul periodo precedente registrata nel secondo trimestre. Tuttavia, il perdurante aumento dei tassi di contagio da coronavirus rappresenta un fattore avverso per le prospettive a breve termine e condurrà, con ogni probabilità, a un significativo ridimensionamento della crescita del prodotto nell’ultimo trimestre dell’anno, come anticipato da indagini recenti”.
Anche nell’analisi dell’economia a livello internazionale, la Bce sembra voler diffondere una visione più ottimistica anche se non può omettere la variabile e l’ipoteca rappresentata dall’andamento della pandemia di Covid 19. Secondo il bollettino “I dati più recenti sull’economia internazionale segnalano una rapida ripresa dell’attività mondiale nel terzo trimestre, pur registrando un rallentamento di tale dinamica positiva. Anche il commercio mondiale ha segnato una forte ripresa nel terzo trimestre, dopo una brusca e profonda contrazione nel secondo trimestre. L’inflazione a livello mondiale si è mantenuta bassa”. Ma “in una prospettiva di più lungo periodo la possibilità di una ripresa sostenuta continua a dipendere, in larga misura, dall’evoluzione della pandemia e dal buon esito delle politiche di contenimento”.
"La maggiore incertezza riguardo all’evoluzione della pandemia attenuerà verosimilmente il vigore della ripresa del mercato del lavoro nonché dei consumi e degli investimenti, tuttavia l’economia dell’area dell’euro dovrebbe continuare a essere sorretta dalle condizioni di finanziamento favorevoli, dall’orientamento espansivo delle politiche di bilancio e dal graduale rafforzamento dell’attività e della domanda a livello mondiale", continua il bollettino della Bce.
Inoltre nella prima metà dell’anno la pandemia e l’emergenza sanitaria hanno determinato “la più marcata contrazione mai registrata dell’occupazione e del numero totale di ore lavorate”. L’inflazione è prevista in calo sino all’inizio del 2021 e poi sostanzialmente stabile.
Il settore più colpito appare quello legato ai servizi dove, secondo il bollettino della Bce, “Nella prima metà del 2020 la pandemia di Covid-19 ha determinato la più marcata contrazione mai registrata dell’occupazione e del numero totale di ore lavorate, mentre gli effetti sul tasso di disoccupazione sono stati più limitati per effetto dei regimi di sostegno all’occupazione” si legge nel documento. “Rispetto alla contrazione del Pil in termini reali nella prima metà del 2020, l’aumento del tasso di disoccupazione ufficiale è stato relativamente limitato: dal minimo storico del 7,2 per cento toccato a marzo 2020 ha raggiunto l’8,1 per cento ad agosto, nonostante sia ancora lontano dal picco del 12,7 per cento registrato a febbraio 2013. Le misure di sostegno all’occupazione, quali i regimi di riduzione dell’orario di lavoro e i licenziamenti temporanei, nonché una diminuzione dei tassi di partecipazione, concorrono a spiegare l’impatto limitato sul tasso di disoccupazione”, aggiunge la Bce.
Insomma da Francoforte ci mandano a dire un po’ tutto e il contrario di tutto. È vero che mantenere la bussola in questa crisi è difficile per tutti, ma che i maggiori organismi del capitalismo europeo annaspino così vistosamente, è un indicatore di come i parametri di questo sistema dominante non sanno più dove e come mettere le mani, se non con una maggiore competitività e coercizione che prevede costi sociali e umani altissimi.
Praticamente ci stanno proponendo una economia di guerra
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