Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2024

I PFAS hanno avvelenato il Veneto e fatto aumentare la mortalità

C’è una correlazione tra l’esposizione ai Pfas e la mortalità per cancro e malattie cardiovascolari nel periodo tra il 1985 e il 2018. Dopo anni di denunce e analisi il risultato è conclamato ed ora il Veneto deve fare i conti con il suo modello di industrializzazione selvaggia prosperato nei decenni scorsi.

C’erano state le inchieste di Report dell’ottobre 2016 e settembre 2017, lo studio dell’Ispra del giugno 2017 sulla concentrazione di inquinanti nella regione del Lago Maggiore e i risultati dell’indagine commissionata dal CNR. Poi, finalmente, nel 2018 il Consiglio dei Ministri aveva infine dichiarato lo stato di emergenza per i PFAS in Veneto e nominato un commissario.

Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), o acidi perfluoroacrilici, sono una famiglia di composti chimici usati prevalentemente dall’industria.

Anni e anni di denunce hanno portato a quanto riscontrato dal gruppo di ricerca dell’Università di Padova coordinato dal professore Annibale Biggeri del dipartimento di Scienze cardio-toraco-vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova, in collaborazione con il Registro tumori dell’Emilia-Romagna, il Servizio statistico dell’Istituto superiore di sanità e con il contributo di citizen science del gruppo Mamme No Pfas.

Lo studio denominato ‘All-cause, cardiovascular disease and cancer mortality in the population of a large Italian area contaminated by perfluoroalkyl and polyfluoroalkyl substances (1980–2018)’ è stato pubblicato su ‘Enviromental Health’.

“Per la prima volta – si legge in una nota – i dati forniti dimostrano formalmente un’associazione tra esposizione a Pfas e mortalità per malattie cardiovascolari, mettendo in evidenza anche la correlazione tra cancro del rene e cancro ai testicoli e Pfas nella popolazione veneta dell’area contaminata”.

“Nei 34 anni compresi tra il 1985, assunto come data di inizio della contaminazione delle acque, e il 2018, ultimo anno di disponibilità dei dati di mortalità causa – ha spiegato il professor Annibale Biggeri – nella popolazione residente dell’area Rossa abbiamo osservato 51.621 decessi contro 47.731 attesi. Si tratta – ha sottolineato – di un eccesso di 3.890 morti rispetto all’atteso, cioè di un morto in più ogni tre giorni. Abbiamo trovato prove di un aumento della mortalità per malattie cardiovascolari, in particolare malattie cardiache e cardiopatia ischemica, e malattie neoplastiche maligne, tra cui il cancro del rene e il cancro ai testicoli. Ed il trend è in crescita soprattutto tra i più giovani, dove abbiamo riscontrato un aumento della mortalità per tumori. Degno di nota anche il fatto che si riscontri un effetto protettivo nelle donne in età fertile, probabilmente dovuto al trasferimento di Pfas alla progenie”.

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21/01/2022

Italia - Aumento della mortalità? Covid o no, sono state pagate meno pensioni

Nel 2021 sono state pagate centomila pensioni in meno del 2020. C’è un certo cinismo nei numeri, forse più esplicito di quello che in questi anni abbiamo sentito da parte di dirigenti del Fmi o dei tagliatori della spesa pubblica in Italia, quelli che in qualche modo indicano come una jattura l’aumento della aspettativa di vita della popolazione.

Sono anni che ci ripetono che quelli previdenziali sono dei costi insostenibili, che il sistema non può reggere un così alto numero di pensionati rispetto ai lavoratori attivi, che l’aumento dell’aspettativa di vita è importante ma produce anche problemi etc etc.

Tecnocrati e padroni, commentatori asserviti e ministri, però si guardano bene dal rilevare che magari una forte riduzione della quota di lavoro povero, lavori precari, disoccupazione aumenterebbe il numero degli occupati veri e quindi dei contributi previdenziali da utilizzare per il welfare e la spesa previdenziali.

Al contrario preferiscono agire sul suo contrario: allungare l’età lavorativa e dunque pensionabile, maneggiare per abbassare la remunerazione sulle pensioni future e – perché no – ridurre anche quelle già in essere, magari usandole come un bancomat fiscale.

Ma a volte le variabili indipendenti ci mettono lo zampino e quelle che sembravano solo manifestazioni di cinismo – stigmatizzate a parole ma praticate nei fatti – diventano realtà.

La variabile è stata la pandemia di Covid che in Italia ha ucciso 140.000 persone – in larga parte anziani – in due anni. I fatti sono il numero inferiore di pensioni che sono state pagate lo scorso anno rispetto a quello precedente.

I dati sulle pensioni Inps di ogni tipo pagate nel 2021 rispetto al 2020, ci dicono che a ottobre 2021 dal Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti sono state liquidate 264.052 pensioni con un importo medio di 1.305 euro, mentre nel 2020 le pensioni liquidate erano state 367.257 con un importo medio di 1.311 euro. Dunque si tratta di più centomila pensioni – e pensionati – in meno ed anche con importo medio leggermente più basso.

I dati si possono disaggregare anche per tipo di pensione – vecchiaia, anticipata, invalidità, superstiti – ma anche su ogni tipologia il risultato è sempre lo stesso: nel 2021 sono state liquidate meno pensioni del 2020, anche su quelle anticipate (quota 100).

La diminuzione più consistente (40.000 pensioni in meno) è avvenuta sulle pensioni per i superstiti (le famose “reversibilità”, in genere per donne vedove), seguita da quelle anticipate con 33.000 pensioni in meno, poi da quelle di vecchiaia con 21.500 pensioni in meno ed infine da quelle di invalidità diminuite di 9.000 liquidazioni.

Questi dati in qualche modo erano prevedibili (non ci azzardiamo a dire auspicati, ma...) con il boom della mortalità di anziani dentro la pandemia di Covid.

Ma questo produce anche cambiamenti sulla curva della aspettativa di vita, quella che tecnocrati e tagliatori vedevano minacciosamente sempre in crescita e che invece si era già fermata prima del Covid. Del resto se aumenti l’età per andare in pensione e riduci pesantemente gli standard sanitari del paese (come la pandemia ha confermato dolorosamente), è inevitabile che si cominci a morire prima delle generazioni precedenti.

Ma non è razionalità economica, è la regressione sociale e civile oggi fin troppo evidente nel sistema capitalista dominante.

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10/11/2021

Diminuisce ancora l’aspettativa di vita. Ci vogliono morti prima possibile

In Italia cala ancora l’aspettativa di vita. Si tratta di 1,2 anni in meno durante la pandemia, da 83,6 anni nel 2019 a 82,4 anni nel 2020. Ad affermarlo è il rapporto sulla salute dell’Ocse, ‘Health at a Glance 2021‘, pubblicato ieri dedicato in larga parte alla tenuta dei sistemi sanitari.

Nella media dei paesi aderenti all’Ocse va un po’ meglio, con una aspettativa di vita calata mediamente di 6 mesi. In Italia invece, come abbiamo visto, è scesa il doppio della media.

Nel 2020 e nel primo semestre 2021 il Covid-19 – precisa l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha contribuito ad innalzare del 16% il numero atteso di decessi nei trenta Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Al stesso tempo, l’aspettativa di vita è scesa in 24 Paesi su 30, Italia inclusa.

Ma è stata tutta o solo colpa della pandemia – o meglio sindemia – di Covid? Niente affatto.

Sempre un rapporto dell’Ocse, ma del 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se, fino al 2008-2009, per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione: dagli 83,3 anni del 2016 agli 83 negli anni successivi (ora diminuita ulteriormente a 82,4, ndr).

Nella classifica primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, l’aspettativa di vita è tornata a calare nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza è stata certificata dai dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di pochissimo (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

Come abbiamo visto, in Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all’alta percentuale di anziani del paese. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità.

In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia, ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Lo stop e poi la discesa della curva dell’aspettativa di vita in Italia è dovuta principalmente all’aumento dell’età pensionabile e alla diminuzione degli standard sanitari. Si lavora più a lungo e ci si cura di meno, ovvio che la salute e la longevità ne risentano.

Ma in Italia anche la diminuzione dell’aspettativa di vita non è affatto omogenea. Lo aveva già rilevato l’Istat nel 2020 attraverso il rapporto Bes, riportando a sorpresa che nel Meridione le cose vanno meglio che nel “produttivo e competitivo” Nord, perché l’età quasi si stabilizza mentre nel Nord diminuisce.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita, tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata infatti duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato – completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese – i guadagni in anni di vita “maturati” nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ci sono ripensamenti in vista, di conseguenza, sulla legge pensionistica concepita nei decenni precedenti, sulla base di una aspettativa di vita più alta e dunque sballata?

Per ora non ne vediamo né sentiamo nessuno. Anzi, il governo, i suoi lacchè e la Confindustria ripropongono la Legge Fornero.

In questi anni più volte abbiamo lanciato l’allarme sul fatto che le classi dominanti vorrebbero che morissimo prima possibile perché il “sistema previdenziale diventi sostenibile“.

Ma qualcuno, noi per primi, dovremo invece sottolinearlo e respingerlo con forza e non ci stancheremo certo di farlo, insieme ai giovani ed almeno fino agli 82,4 anni di età.

“Pantere grigie” in lotta senza se e senza ma.

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06/03/2021

Il boom della mortalità in Italia. È pandemia ma non solo

Con il Quinto Report pubblicato da ISTAT e ISS viene certificato il dato incontrovertibile e più indicativo della pandemia, troppo spesso trascurato nel dibattito pubblico, nei media e nei luoghi della politica: il totale dei decessi del 2020 è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra.

746.146 decessi totali, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019, numeri che ovviamente intaccheranno la posizione dell’Italia che fino ad oggi veniva considerata fra i paesi con più alta speranza di vita al mondo.

Centomila morti. Questa la cifra che paghiamo dopo un anno di epidemia.

Ma i dati non dicono solo questo. Il Nord del Paese, colpito pesantemente all’inizio dell’epidemia, non ha imparato la lezione e ha subito una ininterrotta epidemia di vasta scala in cui le cosiddette “ondate”, tanto care ai telegiornali, sono solamente i picchi dell’infezione che è sempre stata circolante, sempre presente, sempre mortale.

È ormai evidente a tutti che i numeri riportati dalla Sorveglianza sono affetti da tutta una serie di distorsioni, in particolare il fatto che dipendono dalle regioni e in un sistema sanitario così parcellizzato chi è in grado di controllarle? Invece, il dato della mortalità, essendo regolato da un rigido obbligo di legge, impone di certificare i decessi allo stesso modo in tutto il Paese ed è da quella conta che derivano certezze.

Per tutto l’anno la Lombardia mantiene il primato del maggior numero di decessi registrati nel 2020 (il 18% dei decessi totali) e complessivamente il Nord registra un numero di decessi altissimi. E questo è solo in parte spiegabile con la popolosità della Lombardia e delle altre regioni interessate, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, che hanno registrato eccessi spaventosi rispetto agli anni precedenti.

Il report sfata anche un altro mito mediatico. Se la fascia di età più colpita resta quella degli ultra 80enni (con un eccesso di mortalità del 29% rispetto agli anni precedenti), il report mostra con chiarezza come vi sia eccesso di mortalità anche nella fascia di età 50-64 (14%) e 65-79 (19%), coinvolgendo più gli uomini che le donne.

E allora da questi dati viene spontanea la domanda: non sarà che il motore produttivo del Paese non si è voluto fermare di fronte allo scenario pandemico mondiale e ha sacrificato i lavoratori e le loro famiglie in nome della continuazione del profitto? Scelta che, peraltro, non ha funzionato granché visto che il dato riguardante il PIL per il 2020 ci dice che l’Italia ha registrato un calo dell’8,8% rispetto al 2019.

La realtà che si è resa drammaticamente evidente è l’impossibilità di conciliare la difesa del profitto con la riduzione delle vittime. A nulla è servito l’articolato sistema dei colori messo in atto col DPCM del 3 novembre: anche nella seconda ondata più della metà dei casi si è concentrata al Nord, con Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte a pagare il costo più alto in vite umane.

Particolarmente interessante il confronto con l’Europa che ci vede nettamente in perdita nella strategia di contenimento della pandemia e di tutti i suoi correlati. I dati ci collocano tra i paesi che hanno gestito peggio la situazione dal punto di vista economico e avuto più morti.

L’Italia secondo i dati pubblicati da Eurostat e aggiornati da Istat è tra i Paesi col maggior eccesso di mortalità, peggio di noi la Spagna, il Belgio, la Polonia e La Slovenia, ma il Report ci dice di più. Infatti risulta chiaro che non è esaustiva la motivazione che la nostra popolazione è più “anziana”.

La Germania ha una percentuale di anziani abbastanza simile a noi, ma ha un terzo dell’eccesso di mortalità italiano! Cosa ci ha diversificato dalla grande Germania? Il sistema sanitario fatto a pezzi dal susseguirsi dei piani di rientro e dei tagli draconiani che ci ha imposto l’UE, l’incapacità della politica di dare risposte chiare, centralizzate e di imporre una politica unica in tutte le regioni, ma anche l’ostinazione di mantenere aperte le attività produttive in una situazione di inadeguatezza delle norme di sicurezza presenti nei nostri posti di lavoro e nelle nostre fabbriche.

Insomma, c’è materia per esser molto preoccupati anche perché nulla è stato fatto per invertire questa tendenza e nulla farà il Super-Mario nazionale, il cui compito non è davvero salvaguardare la salute della popolazione, ma tutelare il profitto, oltre che preparare il Paese alla gestione dei fondi del Recovery Fund, indispensabili per Confindustria, e organizzare il piano di rientro attraverso le “Grandi Riforme” che ci chiedeva già nella famosa lettera Trichet-Draghi del 5 agosto 2011.

Siamo sempre di più dentro la più grande crisi di sostenibilità del sistema capitalista, che sta provocando un numero di vittime senza eguali nel dopoguerra. In quest’ottica la battaglia sulla nazionalizzazione dei brevetti e della produzione vaccinale diventa centrale così come l’utilizzo di strumenti epidemiologici consolidati, lockdown reale e immediato, per contrastare la diffusione del Sars-Cov-2.

Altrimenti c’è il rischio estremamente concreto che tra un anno, o forse anche meno, saremo di nuovo qui a contare 200 mila e più morti.

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09/07/2020

Il macabro sogno del Fmi si è realizzato a Bergamo. Diminuita l’aspettativa di vita

Mentre oggi in tanti festeggiano e sottolineano che la terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, uno dei più colpiti dal coronavirus, è libera da Covid-19 e che non c’è più nessun paziente ricoverato dopo 137 giorni, su Bergamo e il suo territorio viene resa nota una informazione che merita riflessione. “Secondo stime molto ragionevoli, l’ipotetica tavola di mortalità del 2020 segnerebbe in provincia di Bergamo, un ritorno alla speranza di vita della tavola all’anno 2000, cioè torniamo indietro di 20 anni. In molte altre province torniamo indietro di 10/15 anni“.

A certificare quello che da anni è il sogno macabro del Fmi sulla riduzione delle spese previdenziali, è stato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus al margine del Forum della Pubblica Amministrazione 2020.

“È stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante“, ha aggiunto Blangiardo. Secondo il presidente dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”.

A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.

Insomma la contabilità del presidente dell’Istat sembra cogliere solo l’aspetto particolare mentre su quello generale sembra quasi sconfinare sul terreno dei riduzionisti dell’impatto dell’emergenza pandemica Covid-19 in quanto tale.

Sono passati alcuni anni da quando, sulle pagine di questo giornale, lanciammo un avvertimento diventato poi una sorta di tormentone: “dovete morire prima”.

Quella che sembrava una battuta era in realtà una chiave di lettura dei ripetuti rapporti del Fmi sulla insostenibilità dei costi previdenziali dovuti proprio all’aumento dell’aspettativa di vita in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Una sorta di macabro avvertimento sul fatto che la crescita della speranza di vita aveva creato una sorta di “quarta età” che scombinava i conti e andava ricondotta a “compatibilità”.

La pandemia di Covid-19 sembra abbia accelerato questo processo. Ma prima di essa è doveroso ricordare che l’aspettativa di vita aveva già cominciato a diminuire nei paesi più falcidiati dalle misure di austerity (Grecia, ma anche in Italia). Del resto se si aumenta l’età lavorativa e vengono ridotti gli standard sanitari (come è avvenuto concretamente) è evidente che l’aspettativa di vita diminuisca, per la gioia dei macabri tecnocrati del Fmi e delle istituzioni europee. E poi, ma solo poi, è arrivata anche la pandemia di coronavirus a seminare morte prima del tempo.

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13/04/2019

Russia - Le 10 ragioni del PCFR per non rispettare il governo

“Chi oggi si definisce di sinistra, non può essere contro Putin”
(Da una conversazione udita in strada)

La situazione interna della Russia contrasta abbastanza distintamente con l’immagine che scaturisce dalle sue mosse esterne. La valutazione dei due fronti presentata solitamente dal Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) é uno specchio abbastanza fedele di tale antinomia, quantomeno apparente.

A fine marzo sono entrate in vigore in Russia due leggi, presentate dal partito governativo “Russia unita”, contro la diffusione di notizie “inattendibili” via internet. La prima riguarda la pubblicazione di “notizie in evidente dispregio dei simboli di stato”; la Duma l’ha adottata con il voto favorevole di 327 deputati, 40 contrari – il PCFR ha 42 seggi – e 1 astenuto. La legge prevede che se il proprietario del sito non adempierà la richiesta del Komrosnadzor (Servizio federale per il controllo nella sfera di comunicazioni e tecnologie informatiche) di eliminare tali notizie e fornire la ip dell’utente, il sito verrà bloccato.

Secondo il Centro Levada, il 53% dei russi si dice contrario alla legge; il 64% ritiene che sia stata adottata per evitare critiche al governo sullo sfondo delle notizie relative ai redditi di alti funzionari e politici, patrimoni di dubbia origine, casi di abuso di potere, corruzione, possedimenti esteri: l’americano CSIS (Center for Strategic and International Studies) stima in 1 trilione di dollari i beni privati esteri di società russe controllate dal Cremlino, mentre il PCFR calcola una fuga di capitali di 25 miliardi dollari nel primo trimestre del 2019, per una somma che supera i 750 mld dollari negli ultimi 25 anni.

L’altra legge adottata proibisce la diffusione di fake news via internet e, sempre secondo il Centro Levada, troverebbe il consenso del 55% dei russi.

“Queste leggi hanno lo scopo di proteggere l’immagine del potere”, commentano i comunisti di ROT Front; “notizie su un funzionario corrotto alle più alte sfere del potere? Inattendibile, falso! Un cattivo articolo sul mancato pagamento dei salari ai lavoratori di un’impresa statale? 15 giorni di arresti!”.

Per tutta risposta a tali leggi, il deputato Valerij Raškin, del Presidium del CC del PCFR, dunque dirigente di un partito che difficilmente può definirsi “rivoluzionario”, ha di recente pubblicato un breve video in cui elenca dieci ragioni per cui i russi, invece, non dovrebbero proprio portare rispetto all’attuale governo.

Raškin comincia con la “riforma” che da tempo agita le piazze russe e cioè l’innalzamento dell’età pensionabile, che viene portata da 55 a 62 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, senza tener conto che oggi oltre la metà degli uomini russi muore prima dei 65 anni. E ciò anche a causa della devastazione del sistema sanitario pubblico: a partire dal 2012, sono stati chiusi oltre mille ospedali, eliminando almeno 160.000 posti letto, con il corrispondente aumento della mortalità per mancanza di cure; e non lo dice solo Raškin: secondo il governo, la mortalità è cresciuta in 32 regioni della Russia, niente affatto periferiche, e si attesta su una media complessiva del 12,4 per mille.

Terza ragione: la corruzione a ogni livello, con un danno per le casse dello Stato che, secondo la Corte dei conti, nel 2017 si è aggirato su 1,5 trilioni di rubli.

Quarta: la mostruosa differenziazione sociale, con 20 milioni di persone che, secondo i dati ufficiali, sono sotto la soglia di povertà (il minimo di sussistenza è di poco superiore ai 10.000 rubli) e quasi metà della popolazione che tira avanti in condizioni critiche, con salari di 20-25mila rubli, contro redditi ai vertici governativi (fonte Tass) che vanno dai 6 milioni di rubli del Ministro per le questioni del Caucaso settentrionale, Sergey Čebotarev, ai 9 milioni del premier Dmitrij Medvedev, ai 22 milioni di uno dei vice-speaker della Duma, fino ai 538 milioni del vice premier Jurij Trutnev e, tra i funzionari presidenziali, i 657 milioni dell’incaricato per il Distretto federale del Volga, Igor Komarov; per arrivare ai premi miliardari elargiti ai top manager delle maggiori compagnie energetiche, private e semi-pubbliche.

La quinta ragione è il costante aumento di tasse e prelievi: dall’Iva alle imposte sulle materie più disparate, di contro al rifiuto di introdurre una tassazione progressiva sui redditi delle persone fisiche. E poi, il costante e incontrollato aumento di prezzi e tariffe: dai servizi condominiali e municipali, ai prodotti alimentari; insieme a questo, l’indebitamento di un numero crescente di persone, a causa dei salari miseri: pare che i prestiti cui sono aggiogati i russi abbiano raggiunto i 15 trilioni di rubli.

L’ottavo motivo è dato dall’erosione dei principali istituti democratici, a partire da elezioni e referendum; l’ultimo e più lampante esempio è il tentativo di negare la vittoria dei comunisti nelle regioni di Khakasia e Primore; ma si verificano anche casi per cui semplicemente non si ammettono candidati comunisti, oppure non si rispettano le regole di scrutinio, ecc.

Ci sono poi sempre più numerosi arresti per motivazioni non criminali, mentre rimangono in libertà responsabili di omicidi su commissione o macchinazioni elettorali. Questa, ha detto Raškin, è la fine dello stato di diritto, allorché i criminali possono rimanere in circolazione, mentre si può tranquillamente condannare un deputato di opposizione, come è successo per il compagno Vladimir Bessonov, cui la Duma nel 2012 tolse l’immunità parlamentare e che fu condannato per un presunto meeting non autorizzato.

E si arriva infine alla aperta liquidazione della libertà di parola e di informazione: in base alla legge approvata a marzo, conclude Raškin, quei media che diffonderanno le 10 ragioni che ho appena enunciato, rischiano la condanna per diffusione di “notizie indubbiamente false e mancanza di rispetto verso il potere”.

Che i casi rammentati da Raškin non siano poi così inusuali, lo testimonia l’ultimo appello rivolto dal leader del PCFR, Gennadij Zjuganov, al Procuratore generale russo e al Procuratore di Piter, “affinché intervengano” nella questione del fermo, lo scorso 8 aprile, di quattro membri della Gioventù comunista, che stavano manifestando contro l’ennesima contestatissima “riforma”, quella sulla nettezza urbana (una nutrita manifestazione si è svolta il 7 aprile ad Arkhangelsk e in numerose città della Russia; mentre è prevista per oggi a Mosca una grossa manifestazione contro mafia e arbitrio dei costruttori, e le violazioni nella sfera dell’edilizia abitativa e dei servizi comunali) e denunciavano le responsabilità di “Russia unita” per altre riforme antisociali, quali l’aumento dell’iva e dell’età pensionabile.

Il CC del LKSM (Unione della gioventù comunista leninista) ha dichiarato che il fermo non è che la “continuazione della catena incessante di vessazioni e pressioni contro i nostri compagni”. In un’altra occasione, membri del LKSM del territorio di Altaj erano stati “arrestati illegalmente e condannati a multe salate”, per una serie di picchetti in violazione delle norme per le manifestazioni pubbliche.

“Russia unita”, ha dichiarato il deputato del PCFR Aleksej Kurinnyj, ha di recente adottato alcuni emendamenti alla legge sugli eventi pubblici, che limitano le possibilità di tenere riunioni pubbliche con gli elettori e sono di fatto diretti esclusivamente contro i deputati dell’opposizione. A Uljanovsk, due Consiglieri del PCFR all’Assemblea regionale sono stati condannati a 15 giorni di arresti, per aver cercato di presentare una denuncia al Procuratore regionale sulle violazioni della legge da parte dell’amministrazione di Dimitrovgrad.

Tutto ciò, afferma il PCFR, avviene sullo sfondo di “incessanti tentativi di fare pressione su altri nostri compagni”, quali Nikolaj Bondarenko (lo scorso ottobre, dopo che alla Duma regionale di Saratov si era espresso contro l’innalzamento dell’età pensionabile, ebbe l’appartamento perquisito in cerca di “prove di estremismo”, in base alla legge del 2002 e relativi adeguamenti, su “elaborazione, custodia o diffusione di materiali estremisti”), Vladimir Bessonov, il governatore di Irkutsk Sergey Levčenko, e Pavel Grudinin, il quale ultimo, ex candidato per il PCFR alle presidenziali del 2018, è stato “sollevato dalla carica di Presidente del Consiglio comunale di Vidnoe, nella Regione di Mosca, e poi privato del mandato di consigliere.

Nonostante tutto, nelle file stesse del PCFR non mancano critiche di “acquiescenza” verso il potere e di “smanie legalitarie”, per il continuo affidarsi all’intervento dei giudici e la “fiducia in Putin”. Al recente Plenum del CC, l’accademico Boris Kašin ha criticato la direzione del partito e il leader Zjuganov, per il vagheggiamento di una presunta differenziazione tra Putin e governo degli oligarchi; “difendere i diritti del popolo” ha detto Kašin, “è possibile solo pressando il potere e non certo tentando di persuadere il presidente; in questo modo, c’è il rischio di trasformare il PCFR in “Russia giusta”, un partito socialdemocratico di “opposizione” sotto controllo del potere”.

All’esterno dei partiti della sinistra, Vjačeslav Tetekin su Svobodnaja Pressa contesta le affermazioni secondo cui Washington avrebbe sviluppato una strategia da “cavallo di Troia”, utilizzando una quinta colonna per destabilizzare la Russia. Gli USA, dice Tetekin, non hanno bisogno di alcuna quinta colonna, dato che gli “amici dell’Occidente” sono già al potere: la destabilizzazione del paese viene dal governo stesso. “Le proteste vengono forse dagli appelli di Navalnyj?” chiede Tetekin; “niente affatto! Sono generate dalla politica del governo, che fa sprofondare nell’assoluta povertà una grandissima parte della popolazione”.

Due giorni fa, ancora Aleksej Kurinnyj, intervenendo alla Duma sulla legge “Informazioni, tecnologie informatiche e protezione delle informazioni”, soprannominata “Legge su Internet sovrano”, ha dichiarato che obiettivo principale della legge non è la proclamata sicurezza della rete russa contro gli attacchi esterni, ma è quello di “limitare l’accesso alle informazioni sul territorio russo. Una serie di leggi protettive sono già state adottate a questo riguardo. Questo è il terzo chiodo sulla bara della libertà di parola. La frazione del PCFR non sosterrà questo disegno di legge, finalizzato alla formazione del “Ministero della Verità”, ha concluso.

A proposito delle due ultime leggi, il deputato del nazionalista LDPR, Sergej Ivanov, ha detto: “il rispetto lo si deve meritare. Se smettiamo di chiamare stupido uno stupido, non per questo egli cessa di esserlo”. Rivolto al governo: “Non fornite pretesti perché non vi si porti rispetto. Davvero si può portare rispetto a uno stato che ufficialmente ammette che 20 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà?”.

Fonte

25/02/2016

Perché c’è un nesso tra i tagli alla sanità e l’aumento della mortalità

Non arriverò a sostenere che esiste una relazione lineare tra quello che dice la Corte dei Conti («la spending review sta mettendo a rischio l’accesso dei cittadini ai servizi sanitari») e quello che dice l’Istat («aumento mortalità nel 2015, 54mila decessi in più rispetto al 2014»), ma neanche posso accettare che il governo dica a noi tutti che Cristo è morto di freddo, cioè ci racconti che tutto si spiega con un «rimbalzo demografico».

Che tra le politiche di definanziamento della sanità programmate per ridurre l’incidenza della spesa sanitaria in rapporto al Pil e la crescita della morbilità nel paese esista una correlazione è fuori di dubbio.

Che non sia l’unica correlazione è altrettanto vero ma non c’è discussione sul fatto che se la gente è curata male, non è curata, è in lista di attesa per mesi, è tassata con i ticket, con meno servizi, o come sta avvenendo in tutte le regioni, si accresce la distanza di prossimità tra il bisogno e i servizi accorpando e centralizzando tutto, la gente paga pegno.

Muore di più non di meno.

Sono anni che è dimostrata la correlazione tra il sovraccarico dei servizi dovuto a restrizioni pesanti del lavoro e la crescita della mortalità in ospedale. E negli ultimi anni è cresciuta, per esempio negli ospedali romani, la mortalità in maniera abnorme nei pronti soccorsi dove la gente aspetta sulle barelle di essere ricoverata. Il pronto soccorso per definizione è un luogo di passaggio e per questo dovrebbe avere una mortalità bassa, come mai oggi ha una mortalità il doppio della media?

La spending review quindi sicuramente per quota parte ha rapporti tanto con la morbilità che con la mortalità perché da idea di razionalizzazione ragionata essa è stata usata come un sistema diffuso di tagli lineari. Siccome tagliano solo l’offerta di tutele, non c’è dubbio sul fatto che fanno crepare la gente.

Quindi si pone un problema politico grande come una casa: a condizioni non impedite rispetto alle politiche sanitarie in atto ci si ammala di più e quindi si muore di più. Foucault diceva che non si muore perché ci si ammala ma ci si ammala perché si deve morire. Mi permetto di aggiungere che senz’altro esiste una ontologia della finitudine ma mi chiedo perché peggiorarla?

La spending review non è un discorso facile. Per intervenire sulle diseconomie ha bisogno di riformare ciò che le determina e ciò che le determina sono le incapacità, le ruberie, gli sprechi, i comportamenti opportunisti, i modelli regressivi dei servizi, le speculazioni, le prassi che non cambiano mai sia in ospedale, negli ambulatori pubblici, o negli studi dei medici di base. Cambiare la spesa significa riformare il sistema che la determina.

Oggi la super giustificazione è la sostenibilità. Quel po’ di morti in più si potrebbero definire vittime della sostenibilità. Ma quale altra idea di sostenibilità per combattere le politiche del governo quindi per togliere le diseconomie e, con buona pace di Foucault, far campare la gente il più possibile?

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20/02/2016

La notizia censurata: compromessa la salute degli italiani

Come al solito le veline liberiste che guidano il sistema dell'informazione (?) in Italia hanno censurato il dato più importante dell'annuale relazione della Corte dei Conti. Tutti i mass media hanno presentato la relazione come moderatamente critica verso l'ottimismo renziano. Così in fondo non si è dato fastidio a nessuno, neanche al presidente del consiglio. Luci e ombre è la formulazione che si usa nel linguaggio sindacale per convincere i lavoratori ad accettare un accordo che fa schifo. Soprattutto all'informazione di regime è piaciuto enfatizzare le critiche della Corte alla gestione governativa della spending review. In questo modo si è potuto accreditare l'idea che il governo in fondo sia uno spendaccione e che ci sarebbero ancora un bel po' di tagli da operare, nella spesa pubblica e nello stato sociale. Così si è lavorato a due obiettivi: non approfondire troppo la critica a Renzi che vive un chiaro momento di difficoltà, e indicargli la via di uscita. Cioè quella di proseguire sulla strada indicata da Draghi, da Monti, dalla Troika, quella delle controriforme liberiste che hanno distrutto la Grecia.

Non sappiamo se i giudici della Corte dei Conti abbiano anch'essi accettato questa interpretazione della loro relazione per amore di quieto vivere. Ma sta il fatto che quella relazione non dice le banalità dei titoli dei giornali, ma in realtà presenta un dato terribile. I tagli lineari fatti alla spesa pubblica da questo governo, che si sommano a quelli precedenti, hanno compromesso, la Corte usa proprio questa parola, la funzionalità e la stessa fruizione di prestazioni e servizi fondamentali. In particolare la Corte sottolinea che questa compromissione è avvenuta nella sanità, con un danno irreversibile, aggiungiamo noi, alla salute e alle aspettative di vita della parte più povera e più debole della popolazione.

Anni fa il PD criticava ferocemente la politica dei tagli lineari del ministro del tesoro Tremonti perché non si poteva tagliare allo stesso modo le spese militari e quella per la sanità e la scuola. Ora il PD al governo pratica assiduamente quella scelta che criticava, anzi fa peggio perché mentre taglia la sanità aumenta le spese militari. Così la salute viene compromessa per chi non può permettersi di ricorrere alla sanità privata e a pagamento. Che ovviamente prospera e distribuisce regali ai politici compiacenti, come Lombardia insegna.

Intanto le statistiche ci segnalano un inspiegabile (?) improvviso aumento della mortalità, da 50 a 60.000 persone all'anno a seconda di come si leggono i dati. E anche l'allungamento dell'aspettativa di vita, usato per giustificare tutti i tagli alle pensioni, pare essersi fermato. Certo in questo modo, con l'aumento della mortalità tra gli anziani, il sistema pensionistico pubblico potrà godere di bilanci migliori. Ma non mi sembra un bel risultato.

Se il sistema informativo non fosse in mano a banchieri e industriali, forse la notizia che i tagli di bilancio hanno compromesso la salute degli italiani sarebbe nei titoli di testa. Siccome così non è, lo affermiamo noi nel nostro piccolo e con il nostro linguaggio:

I TAGLI ALLA SANITÀ SONO ATTI CRIMINALI IMPUNITI CHE FANNO DECINE DI MIGLIAIA DI VITTIME!

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Istat: "diminuisce l'aspettativa di vita"



Abbiamo passato il punto di non ritorno? Vogliamo dire: il declino del “sistema paese” è già arrivato a sorpassare quel livello oltre cui non è più possibile riprendere in mano il proprio destino?

Noi speriamo di no, naturalmente. Ma non c'è un solo dato statistico che ci supporti minimamente in questo senso.

Prendiamo i dati Istat, pubblicati oggi, sulla popolazione alla fine del 2015. “Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila unità). Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l'8,3% della popolazione totale (+39 mila unità). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, conseguendo una perdita di 179 mila residenti”. L'”invasione” dei migranti non esiste e non riesce neanche a compensare la diminuzione netta di popolazione autoctona. Significa che l'Italia non è un traguardo attraente neanche per chi viene dalla guerra o dalla fame. Con buona pace di Salvini e di tutti gli idioti che si nutrono a quella fonte di cazzate.

Buonismo sinistrese? Non è quello che ci anima. Il secondo dato conferma – con numeri appena un po' inferiori a quelli stimati tre mesi fa – una tendenza drammatica:
“I morti sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi. L'aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza”.
All'Istat devono usare, obbligatoriamente, un profilo scientifico e un linguaggio asettico. Ne va della credibilità dell'istituto. Ma questo aumento della mortalità tra gli anziani – già monitorato attentamente qualche mese fa – “è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi”. La traduzione è semplice: è dal 1943, mentre la guerra infuriava su questo territorio, i soldati spediti su fronti lontani morivano come mosche e la popolazione rimasta sopravviveva tra resistenza, bombardamenti e rappresaglie, che non si vedeva una moria simile. Effettivamente, i due anni precedenti erano stati “più favorevoli per la sopravvivenza”.

Da cosa dipenda questa mortalità esplosiva non è dato sapere, in attesa di dati disaggregati. Ma è inevitabile pensare ai tagli alla sanità pubblica, che hanno “persuaso” molti anziani a curarsi di meno, saltare alcuni cicli di cure, evitare una serie di analisi (dal ticket costoso)... col risultato di trovarsi un “clima meno favorevole alla sopravvivenza”.

Bene, si potrebbe pensare con un pelo di cinismo orripilante. Qualche vecchio in meno significa più spazio per i giovani, afflitti da una disoccupazione al 40% e bloccati in attesa di entrare stabilmente nel novero delle “forze di lavoro”.

Purtroppo non è che i giovani ci guadagnino alcunché, da una situazione del genere. Dice infatti l'Istat: “Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d'Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L'età media delle madri al parto sale a 31,6 anni”.

Vi serve ancora una traduzione? Eccola: Dal 1860 (anno di partenza dell'Italia unitaria) non ci sono mai stati così pochi neonati. Da allora ad oggi, però, la popolazione è addirittura raddoppiata, se non qualcosa di più. In teoria, la natalità – anche considerando il drastico cambiamento nelle abitudini sociali – dovrebbe essere ben oltre quei livelli. Peccato che i giovani in età giusta per fare figli (tra i 20 e i 45 anni, diciamo) sono un tantinello penalizzati sul piano reddituale. Sono precari, quando va bene, o addirittura disoccupati. Con salari reali oscillanti, quando va bene, tra i 400 e i 1.000 euro al mese. Anche volendo farlo, un figlio, non se lo possono permettere. Al contrario di 150 anni fa, infatti, oggi farne crescere uno è quasi un lusso.

Dunque, come sottolineerebbe subito il contestatissimo presidente dell'Inps, Tito Boeri, c'è un “grande problema demografico”, perché gli over 65 “sono 13,4 milioni, il 22% del totale”. Il che porta la platea delle “forze in età da lavoro”, tra i 15 ai 64 anni, a un altro minimo storico, sia in totale (39 milioni, il 64,3% del totale), sia nella parte che ancora non può essere considerata tale (fino a 14 anni di età: 8,3 milioni, il 13,7%).

Questo è insomma un paese dove si muore molto di più e si nasce sempre di meno. Vi serve un pallottoliere per vedere dove andrà a finire?

Ma come sempre la notizia vera, il veleno statistico, sta nella coda: “Diminuisce la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85)”. L'avevamo scritto poco tempo fa (vedi il link precedente): le politiche di austerità hanno un codice genocida. L'ordine che spira dalla Troika, realizzato con convinzione da tutti i governi degli ultimi 25 anni, è sempre stato “dovete morire prima”. Il che distrugge anche, di conseguenza, l'argomento principale con cui si sostiene ancora la necessità di alzare l'età pensionabile per raccordarla alle "aspettative di vita". Problemi seri, quando bisognerà procedere al ricalcolo periodico...

Ora l'Istat registra che l'ordine è stato eseguito. Scende la speranza di vita, diminuisce la popolazione, fuggono i giovani. Se non ci sbrighiamo a rovesciare il tavolo e “licenziare” integralmente l'attuale classe dirigente (non solo “i politici”, ma soprattutto il funzionariato “europeista”, l'imprenditoria nazionale, il personale lecchinesco che popola i media di regime) rischiamo seriamente di trovarci al di là di ogni possibile tentativo di “resurrezione”.

Il rapporto completo sugli indicatori demografici.

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28/12/2015

Il Programma "Dovete morire" anche negli Usa inizia a dare i propri frutti

Il tasso di mortalità dei paesi occidentali è diminuito molto durante il XX secolo. All’inizio del 1900 negli USA ed in Europa difficilmente si superavano i 50 anni. Oggi papà e mamma hanno la ragionevole speranza che la loro figlioletta supererà gli 80 anni. Pensare però che vite più lunghe e migliori siano un destino segnato e come tale irreversibile sarebbe un grosso errore. La salute, e quindi la quantità e qualità di vita, sono il prodotto di una combinazione di molteplici fattori, tra i quali spiccano i “determinanti sociali”. Che società più eguali e più coese siano anche più sane, e quindi migliori, è una tesi sostenuta da molti studiosi e dimostrata in molti lavori (“The Health Gap”, “La misura dell’anima”, “Social Epidemiology” etc.).

Questo implica che l’aumento delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle tensioni sociali si traduce in un peggioramento della salute.

Bene, negli USA il tasso di mortalità tra i bianchi non-ispanici di età compresa tra i 45 ed i 54 anni ha smesso di diminuire a fine anni ’90, e da allora è costantemente cresciuto. Oggi infatti la probabilità che un bianco di mezza età muoia è più alta che 20 anni fa. Se il trend verso un più basso tasso di mortalità non si fosse invertito, negli USA sarebbero morte mezzo milione di persone in meno negli ultimi 14 anni. Questo è quanto riportato da due ricercatori di Princeton sulla prestigiosa rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences”, e ripreso da un articolo di J. Stiglitz dal titolo “Come l’austerità uccide”.

In questo segmento di popolazione, l’aumento di mortalità va di pari passo con la diminuzione delle condizioni di salute (più dolori, più difficoltà a camminare, muoversi, socializzare e più problemi legati alla salute mentale). L’aumento di mortalità è trainato dall’aumento di suicidi, di problemi legati ad alcool e droga, e nonostante sia presente in tutte le classi, è tra quelle più deboli dove incide di più.

A questo punto ci sarà sicuramente qualcuno tentato di sfoggiare un arsenale di cinismo a difesa della propria ottusità: “Questa è gente che muore per uno stile di vita scientemente sbagliato e per scelta propria, non c’entra niente con la società”. Ed invece è proprio l’ideologia che sta dietro a questo tipo di ragionamenti a dovere essere messa alla sbarra, da imputata. La causa immediata può anche essere la bottiglia, la droga, la debolezza umana, la depressione, ma la causa delle cause va cercata altrove. Nel tutti contro tutti della giungla economica moderna, nell’impero dell’ego e dell’apologia dell’interesse personale, nel trionfo del farsi i cazzi suoi, nell’isolamento sociale, nell’invasione dell’ottica vincitori-vinti in tutti i campi del pensiero, nell’idolatria del vincitore e nell’odio del perdente, nella rivendicazione orgogliosa dell’ignoranza.

Nonostante alcuni piccoli sbandamenti gli USA rimangono per le classi dominanti di mezzo mondo il modello da seguire. E noi tutti seguiamo a traino, mentre le classi dominanti si fanno sempre più dominanti. La forza d’attrazione ed il potere degli USA si devono fondamentalmente al fatto che ce l’hanno molto grosso, il PIL. Però a ben vedere (ma solo volendo ben vedere) con questo grosso arnese non è che ci sappiano molto fare (mi scuso per il linguaggio, ma il neoliberismo ed i suoi apostoli sono arroganti, prepotenti e maschilisti, e vanno ogni tanto canzonati sul loro stesso piano): gli USA spendono più di qualsiasi altro paese al mondo in sanità, ma la speranza di vita di un ragazzino di 15 anni nato negli USA è praticamente la stessa di un suo coetaneo nato in Turchia, Tunisia, Giordania o in Repubblica Domenicana, e peggiore di una lunga lista di paesi tra cui Cuba, Costa Rica, Cile, Perù e Slovenia (prendo i dati da “The Health Gap”). Rispetto ad altri paesi ricchi, gli USA hanno pessimi livelli di mortalità infantile, omicidi, malattie sessualmente trasmissibili, obesità, diabete, malattie cardiovascolari e polmonari, e disabilità. La salute media di un cittadino è fortemente influenzata dallo stato di salute della società in cui vive. E quella Nord Americana è una società malata.

Facciamo quindi attenzione a dove l’idolatria dei soldi e la dittatura del PIL ci stanno portando. Andiamo verso un sistema che ci sfrutta, ci stressa e poi ci stronca, giovani. È già molto chiaro a tutti che l’idea che i figli possano beneficiare di condizioni di vita migliori dei padri è finita nel ripostiglio delle battute vecchie. O ci adoperiamo per creare società più eguali e giuste, o l’idea che i figli avranno vite più lunghe e più sane dei padri finirà nel cassetto dei rimpianti.

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24/12/2015

Il programma "dovete morire prima" sta avendo successo!

La guerra in casa, contro la propria popolazione. Il programma “dovete morire” messo in campo dall'Unione Europea (e non solo) va avanti alla grande. I nostri lettori ricorderanno come più volte abbiamo sintetizzato con questo slogan – “dovete morire prima” – diversi provvedimenti del governo che tagliavano bilanci della sanità prestazioni mediche e sociali (ultimo esempio le 208 prestazioni diagnostiche dichiarate “inappropriate” dalla scienziata senza laurea che dirige il relativo ministero), pensioni, allungamento dell'età lavorativa, ecc.

Il ragionamento che proponevamo era semplice, quantitativo, ma inoppugnabile: se si va ad intaccare i livelli di welfare e i diritti del lavoratore conquistati nel dopoguerra si diminuisce immediatamente, e ancor più nel corso degli anni, l'aspettativa di vita della popolazione.

Ed ecco che le statistiche ufficiali arrivano a confermare la facile previsione. Diciamo che siamo rimasti colpiti anche noi dalla rapidità con cui quello che era solo un ragionamento si è andato trasformando in realtà. Macabra.

L'Istat, pochi giorni fa, ha reso noti i dati sul bilancio demografico relativo ai primi otto mesi del 2015. E il primo numero che balza letteralmente alla gola è quello dei morti, in drastico aumento: +45.000 rispetto allo stesso periodo del 2014, con un tendenziale annuale che arriva a +68.000; 666mila morti nel 2015 contro i 598mila dello scorso anno. Un aumento dell'11,3% che trova analogie solo con gli anni della guerra. Della guerra sul nostro territorio, per esser chiari.

I dati non sono ancora disaggregati (per età, posizione sociale, cause, ecc), ma si sa già che l'aumento riguarda soprattutto la componente femminile (+41.000), presumibilmente nella fasce più anziane. Le altre cause di morte di cui si hanno le statistiche (incidenti stradali o sul lavoro) presentano variazioni minime, ben lontane da quelle riguardanti l'intera popolazione.

Sulle cause, in attesa di dati più articolati, ci si può sbizzarrire. È colpa della diminuita protezione del sistema sanitario pubblico (quindi dei tagli alla spesa in questo settore) oppure della diminuzione generale di reddito e in specifico del blocco delle pensioni? Detto altrimenti: si muore di più perché non vengono più garantite una serie di prestazioni o perché non ce la fai a pagare il ticket (aumentato) sui medicinali che dovresti assumere? Una domanda quasi superflua. In entrambi i casi si torna infatti alle politiche di austerità volute, nell'ordine, dalla Troika (Ue, Bce, Fmi) e dai governi nazionali.

Il dato fondamentale da tener presente è infatti l'improvviso aumento della mortalità. Come spiega il prof. Gian Carlo Blanciardo, demografo di Neodemos, questo aumento non può essere attribuito all'invecchiamento della popolazione:
Osservando come è cambiata la composizione per età dei residenti tra il 1° gennaio del 2014 e alla stessa data del 2015 scopriamo subito che, a fronte di 159mila unità in meno nella fascia d’età fino a 60anni, se ne contano in più 70mila in età tra 61 e 70 anni, 40mila tra 71 e 85 anni e 62 mila con oltre 85 anni. Lo spostamento verso le età più “mature” è ben evidente, ma è sufficiente a spiegare un aumento della mortalità nell’ordine dei 68mila casi annui di cui si è detto? La risposta è no. Le modifiche nella struttura della popolazione spiegano solo in minima parte la maggior frequenza di decessi. Infatti, se i rischi di morte fossero restati invariati rispetto a quelli osservati di recente (Istat 2014), l’aumento del numero di persone anziane avrebbe dato luogo solo a 16mila decessi in più rispetto al 2014. E le altre 52mila unità aggiuntive a cosa sono dovute?
Inevitabilmente – in assenza di pandemie e altre catastrofi del genere – bisogna pensare ai cambiamenti nella struttura dei redditi, nella loro distribuzione, nella riduzione delle prestazioni del welfare. Come conclude lo stesso Bianciardo, una variazione così forte
E’ un evento “straordinario” che richiama alla memoria l’aumento della mortalità nei Paesi dell’Est Europa nel passaggio dal comunismo all’economia di mercato (Fig. 2): un “déjà vu” che non vorremmo certo rivivere. Il controllo della spesa sanitaria sempre e a qualunque costo – in un momento di recessione economica – può avere effetti molto pesanti sul già fragile sistema demografico. Dobbiamo esserne consapevoli.
Il problema è che “la politica” – Troika e governo – ne è perfettamente consapevole. Questo è proprio quello che vanno cercando per ridurre drasticamente la spesa pubblica, le cui due voci di spesa più consistenti sono per l'appunto sanità e pensioni (la terza è la scuola, e anche lì la “mortalità” educativa va crescendo a passo di carica). Quale taglio può essere più efficace dell'annientamento di una quota rilevante dell'utenza sociale?

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