Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2025

Italia - Rallenta l’aspettativa di vita, la causa è l’attacco alla sanità pubblica

Se c’è una cosa che ha reso evidente a tutti lo straordinario miglioramento delle condizioni sanitarie avvenuto nell’ultimo secolo è stato il veloce aumento dell’aspettativa di vita nei paesi più sviluppati, che in una certa misura sta interessando sempre più anche altre realtà che un tempo veniva classificate come appartenenti al Terzo Mondo.

Il risultato è quello che, in campo medico, viene chiamata la ‘transizione epidemiologica’, così definita in una pagina della Treccani: “il passaggio da una situazione di prevalenza di malattie infettive a patologie croniche e degenerative, con un conseguente slittamento in avanti dell’età di morte”.

Questa transizione è parte di un più generale ‘circolo virtuoso’ invece che ‘vizioso’, che viene definito come ‘transizione sanitaria’, i cui fattori principali sono il miglioramento del tenore di vita e dell’alimentazione, i progressi della medicina e l’aumento del livello di istruzione, che ha portato con sé una maggiore consapevolezza sulle pratiche igienico-sanitarie individuali.

In sintesi, un generale sviluppo della società ha allungato l’aspettativa di vita, accompagnandosi alla progressiva preminenza di malattie legate più alla vecchiaia che ai pericoli pandemici. Ovviamente, il Covid-19 ha segnato una battuta d’arresto in questo processo, e ci ha ricordato che gli agenti patogeni sono ancora da tenere sott’occhio.

Il 18 febbraio, però, su The Lancet Public Health è stato pubblicato un articolo molto dettagliato e approfondito, che ha detto qualcosa di più. È il risultato dell’analisi dei GBD 2021 Europe Life Expectancy Collaborators, ovvero di esperti dell’ambito della salute che lavorano dentro questo grande programma di studio che ha lo scopo di “migliorare i sistemi sanitari ed eliminare le disparità”.

Nicholas Steel, il primo autore del contributo scientifico, ha così commentato: “dal 1990 al 2011, la riduzione dei decessi per malattie cardiovascolari e tumori ha continuato a portare ad aumenti sostanziali dell’aspettativa di vita, ma decenni di miglioramenti costanti hanno infine rallentato intorno al 2011, con marcate differenze internazionali”.

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13/02/2025

Orizzonte pensione: più tu ti avvicini, più lei si allontana

Nell’articolo precedente abbiamo visto come il Governo è ripartito all’attacco delle pensioni, attraverso la proposta di un semestre di silenzio-assenso per la devoluzione del TFR ai fondi pensioni, collegandolo di fatto alla promessa di una maggiore flessibilità (per pochi) per andare in pensione prima.

E proprio su quest’ultimo aspetto, cioè quando poter accedere alla pensione, è ripartita silente (ma non troppo) la campagna terroristica sull’imminente nuovo aumento dell’età pensionabile reso cogente dall’aumento della speranza di vita attesa certificato recentemente dall’INPS.

Come noto, per via delle leggi Sacconi (2010) e Fornero (2011) le pensioni di vecchiaia e anticipata sono agganciate in automatico all’andamento della speranza di vita. Al crescere di quest’ultima devono crescere le soglie anagrafiche e contributive di accesso alla pensione: basta un decreto ministeriale (un atto a metà fra la sfera politica e quella puramente amministrativa) che prende atto dei dati sull’aspettativa di vita comunicati da ISTAT, mentre serve un vero e proprio intervento legislativo per bloccare tale meccanismo.

La cadenza degli scatti inizialmente triennale, dal 2019 è divenuta biennale. Ad un primo scatto nel 2013 è seguito un ulteriore nel 2016 e ancora nel 2019 per la sola pensione di vecchiaia (la soglia di quella anticipata è stata invece bloccata al 2016 con decreto politico) portando da quell’anno l’età pensionabile di vecchiaia a 67 anni e fermo restando quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi (1 anno in meno per le donne). Dal 2019 gli aumenti si sono interrotti poiché, anche a causa degli effetti della pandemia, la speranza di vita è rimasta stabile o addirittura è diminuita. Si noti il paradosso per cui in caso di diminuzione della speranza di vita attesa non vi è previsione di riduzione della soglia. Il governo ha sempre assicurato che la soglia dei 67 anni sarebbe rimasta inalterata negli anni a venire lasciando intendere che quand’anche vi fosse stato il prevedibile e auspicabile nuovo aumento della speranza di vita, quella soglia sarebbe stata mantenuta comunque.

Il pasticcio comunicativo è iniziato nei primi giorni del nuovo anno.

La CGIL il 9 gennaio con una comunicazione ha espresso profonda preoccupazione per una “recente modifica unilaterale dei requisiti pensionistici operata dall’Inps sui propri applicativi, senza alcuna comunicazione ufficiale da parte dei ministeri competenti e in totale assenza di trasparenza istituzionale”. L’INPS avrebbe aggiornato nei propri documenti contabili interni la soglia della pensione di vecchiaia al 2027 a 67 anni e 3 mesi e quella di anzianità a 43 anni e 1 mese (per le donne un anno in più) ipotizzando quindi uno scatto di aumento di 3 mesi mai annunciato dal governo. L’istituto previdenziale ha risposto con una pronta smentita che non ha però scongiurato l’imbarazzo politico del governo che ha rimarcato il fatto che l’eventuale decisione andrà assunta tramite iniziativa legislativa nei prossimi mesi.

Il 15 gennaio nel frattempo è stato pubblicato un aggiornamento al documento “Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio- sanitario” a cura della Ragioneria Generale dello Stato in cui, stanti gli aumenti calcolati dall’ISTAT sulla speranza di vita attesa, si preannuncia un quadro tendenziale di aumenti costanti delle soglie di età pensionabile con il raggiungimento dei 68 anni nel 2039 e dei 70 anni nel 2067 (e dei 46 anni per la pensione anticipata). Si tratta di una previsione particolarmente importante, se pensiamo che l’ultimo decreto ministeriale che ha fissato l’età per il pensionamento è stato firmato, nel 2023, direttamente dal Ragioniere Generale dello Stato.

Si riattivano, insomma, dopo qualche anno di sospensione della questione dovuta alla stagnazione della speranza di vita, le sirene che annunciano l’ineluttabilità di aumenti inesorabili dell’età pensionabile per vecchiaia e anticipata.

A fronte di queste previsioni il governo non ha assunto alcuna posizione chiara limitandosi a ribadire che la questione andrà demandata all’iniziativa legislativa una volta che verranno aggiornati i dati ISTAT a marzo e tirando le orecchie all’INPS per aver lasciato trapelare ciò che probabilmente è già evidente al governo stesso, ovvero che non esiste una volontà politica chiara e trasparente di sterilizzare gli aumenti automatici previsti dal meccanismo innescato dalle riforme Sacconi e Fornero 13 anni fa. E l’appuntamento è quindi solamente rimandato a questa primavera quando, in assenza di un intervento legislativo specifico per bloccare l’innalzamento dell’età pensionabile, basterà un ennesimo decreto ministeriale (magari spacciato come “atto dovuto”) per portare ancora più in là il miraggio della pensione per i lavoratori italiani a partire dal 2027 (le nuove età per la pensione devono infatti essere definite ufficialmente con almeno 1 anno di anticipo).

Si compie così in modo magistrale la giravolta acrobatica del governo Meloni sul tema pensionistico. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal tempo dei proclami di Lega e Fratelli d’Italia sull’abolizione della Riforma Fornero.

Nel giro di soli due anni e mezzo di legislatura il governo in carica non solo è riuscito ad affossare, eliminandole o depotenziandole fino al ridicolo, tutte le flebili e già penalizzanti forme di flessibilità in uscita esistenti: opzione donna, APE sociale, quota 100-102-103, pensione anticipata contributiva; non soltanto si è attivato per peggiorare in modo notevole i meccanismi di indicizzazione delle pensioni al caro vita; non solo si sta attivando per la difesa orgogliosa della previdenza complementare contro la previdenza pubblica; ma non contento si appresta con ogni probabilità ad assecondare quegli automatismi “tecnocratici” messi in piedi dalle ipocritamente vituperate leggi Sacconi e Fornero che rimettono ad un mero calcolo statistico ciò che dovrebbe invece essere il frutto di una riflessione politica ed economica di ampio respiro.

Insomma, non resta proprio nulla di nulla dei finti malumori di una destra che millantava ridicoli mal di pancia “sociali” e che oggi rivela compiutamente, al pari delle forze di “opposizione”, la sua adesione indiscussa ai diktat del neoliberismo e dell’austerità.

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21/10/2023

Il governo Meloni continua a fare cassa sulle pensioni

Mentre nel mondo si consumano tragicamente nuovi e vecchi scenari di devastazione e guerra e per milioni di persone il problema è svegliarsi al mattino vivi e con un tetto sopra la testa, nel nostro piccolo angolo di pianeta privilegiato la lotta dei forti contro i deboli del capitalismo globale mette sempre più a dura prova le condizioni di vita materiali delle classi subalterne esasperando le disuguaglianze sociali.

La prolungata fase inflattiva iniziata nel 2022 ha provocato un’enorme erosione del potere di acquisto dei lavoratori in moltissimi paesi e la stessa tendenza prosegue quest’anno.

In Italia la crescita dei salari è stata, come noto, molto più modesta di quella dei prezzi comportando così l’ennesima spinta redistributiva del reddito dai salari ai profitti e dal basso verso l’alto amplificando una tendenza che prosegue a ritmi alterni da ormai 40 anni.

L’attacco alle condizioni di vita dei subalterni nel nostro paese, e similmente altrove, si snoda attraverso un ampio spettro di misure adottate da tutti i governi negli ultimi anni e dal governo attuale in piena coerenza con i precedenti: riduzione degli ammortizzatori sociali, precarizzazione dei contratti, tagli allo stato sociale (sanità, pensioni, trasporti, etc.) e una politica macroeconomica restrittiva che comporterà prolungamento della crisi e disoccupazione cronica. Persino in quei ristretti ambiti, come le pensioni, in cui le destre avevano millantato misere promesse elettorali il governo Meloni mostra senza schermi la sua anima.

Sembrano lontanissimi i tempi in cui Fratelli d’Italia e la Lega lanciavano strali contro la riforma Fornero e promettevano riforme pensionistiche migliorative per i pensionati dopo 25 anni di tagli e restrizioni nell’accesso ai diritti pensionistici. La finzione è venuta definitivamente meno con la presentazione del Documento Programmatico di Bilancio, cioè il documento che ogni paese europeo deve inviare alla Commissione Europea a ottobre e in cui sono indicate le misure che saranno poi inserite nella legge di bilancio.

La totale accettazione dello status quo ed anzi l’introduzione di misure persino peggiorative in ambito previdenziale è forse la conferma più lampante del totale grado di asservimento dell’attuale governo a liberismo e austerità, senza alcuna possibile sfumatura. E così addio alle velleità leghiste di quota 41, addio alla promessa di FdI di rafforzare la rivalutazione delle pensioni al caro vita ed abrogare l’indicizzazione automatica dell’aumento dell’età pensionabile alla vita media.

Per il 2024 l’austerità pensionistica già suggellata nel 2023, sarà pienamente confermata ed anzi verrà rafforzata.

In primo luogo si conferma anche per il prossimo anno, con qualche lieve rimodulazione al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di reddito, il taglio draconiano, già stabilito per il 2023, della percentuale di indicizzazione per le pensioni superiori a 4 volte il minimo INPS. In concreto significa che per le pensioni uguali o superiori a circa 2100 euro lordi al mese (circa 1600 euro netti), non viene riconosciuta una piena indicizzazione alla dinamica dei prezzi, ma percentuali decrescenti al crescere della pensione fino ad un minimo al di sotto del 30% dell’inflazione per le pensioni più alte. Misura fortemente punitiva già stabilita in passato da diversi governi, priva di alcuna giustificazione se non la volontà di far cassa sulla pelle dei pensionati in nome dell’austerità di bilancio. Una scelta che sortisce effetti distributivi dirompenti in tempi di alta inflazione. Il conflitto distributivo innescato dall’ondata inflazionistica si estende così dai lavoratori anche a coloro che hanno già lavorato e dovrebbe godere del meritato riposo e per i quali, come abbiamo già detto in passato, l’indicizzazione piena costituisce l’unico strumento di difesa dall’inflazione, e proprio per questo è da sempre stata presa di mira pur di far cassa.

In confronto all’indicizzazione prevista dal quadro legislativo pre-intervento del governo Meloni nel 2022 la perdita mensile e annuale per le diverse classi di reddito da pensione ammonta a cifre rilevanti sintetizzate nella tabella che segue. Per una pensione lorda di 2600 euro, ad esempio (circa 1900 euro netti al mese) la perdita annuale ammonterebbe a ben 446 euro.

Fonte studio UIL 2022 su effetti inflazione

Oltre alla scure sul potere di acquisto dei pensionati il governo Meloni ha completamente disatteso ogni promessa su una correzione strutturale della legge Fornero. Non solo, anche le soluzioni temporanee già esistenti sono state nettamente ridimensionate e rese sempre più restrittive. Quota 103, stabilita come misura di anticipo pensionistico per il 2023, è decisamente peggiorativa della precedente quota 102 del governo Draghi (a sua volta peggiorativa di quota 100 del governo giallo-verde) non solo per la più alta somma tra anni di contribuzione ed età anagrafica per l’accesso alla pensione anticipata, ma anche per la presenza di un tetto massimo di 2800 euro lordi posto all’ammontare della pensione erogabile, per il rinvio dell’erogazione del Tfr al raggiungimento dei 67 anni di età e per la presenza di un meccanismo incentivante per chi rinuncia ad usufruire della misura. Una possibilità quindi che ha interessato un gruppo davvero molto ristretto di pensionati e con meccanismi punitivi impliciti (legati al contributivo) ed espliciti (il tetto di 2800 euro e il rinvio del Tfr). Non soddisfatto dei risparmi conseguiti il governo ha appena annunciato la soppressione di quota 103 a favore di quota 104, meccanismo analogo al precedente ma con una combinazione di 63 anni (non più 62) di età minima + almeno 41 anni di contributi. Misura ancor più restrittiva che avrà una ristrettissima platea di potenziali aderenti.

Verranno inoltre abolite, con ogni probabilità, APE sociale e opzione donna che consentivano anticipi pensionistici per particolari categorie di lavoratori e per le donne, seppur (per opzione donna) con una forte penalizzazione sull’entità della pensione. Queste misure dovrebbero essere sostituite con un fondo generale per la flessibilità in uscita destinato a disoccupati, lavoratori con occupazioni gravose e donne che abbiano compiuto almeno 63 anni e versato 36 anni di contributi (35 per le donne), parametri pesantemente peggiorativi rispetto a quelli dell’APE sociale che fissava come asticella minima 63 anni di età e 30 di contributi.

Al netto della marginale e mutilata quota 104 e del ridimensionato spettro del fondo per la flessibilità in uscita che cosa resta? Resta la vituperata legge Fornero che stabilisce l’età di 67 anni – destinata peraltro ad aumentare nei prossimi anni in caso di aumento della durata della vita media – come norma generale per l’accesso alla pensione, unica opzione per la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Di fronte a questa evidente involuzione normativa del governo in tema previdenziale arriva la ciliegina sulla torta dell’INPS. L’istituto previdenziale, recentemente, ha pensato bene di elaborare uno studio presentato come possibile risoluzione delle asimmetrie e iniquità del sistema pensionistico italiano. Uno studio che nella sua apparente e spietata logicità mette a nudo in modo plateale le contraddizioni insanabili di un sistema pensionistico pubblico che dal lontano 1995 subisce una trasformazione concreta e concettuale in senso privatistico-assicurativo.

L’idea è quella di poter differenziare i coefficienti di trasformazione sulla base di alcune caratteristiche specifiche di gruppi di popolazione.

I coefficienti di trasformazione sono parametri numerici che permettono di trasformare numericamente il capitale accumulato dal lavoratore tramite il versamento dei contributi, nella rendita pensionistica mensile che riceverà. All’allungarsi della vita media si allunga il periodo su cui viene spalmato il capitale accumulato e dunque diminuisce il coefficiente di trasformazione e con esso la rendita pensionistica mensile.

La proposta consiste nel tenere conto delle diverse aspettative di vita relazionate ad alcuni parametri quali il territorio di residenza, il sesso e il tipo di lavoro svolto (e potenzialmente altri parametri più o meno quantificabili). Un pensionato trentino (speranza di vita media 84 anni) avrebbe un assegno assai più basso rispetto ad un pensionato campano (80,9 anni di vita media). Così come la pensione di una donna (vita media 84,8anni) sarebbe più bassa di quella di un uomo (80,5 anni) e l’assegno di un operaio che svolge un lavoro usurante risulterebbe maggiore di quello di un impiegato o di un dirigente atteso che nel sottogruppo di chi svolge lavori usuranti vi è una vita media inferiore a quella di altri sottogruppi.

Sulla carta il ragionamento potrebbe apparire sensato e persino, in un certo senso, giusto. Chi ha mediamente un’aspettativa di vita maggiore è un soggetto più fortunato vuoi perché vive in un territorio dove vi è maggior benessere economico e migliore qualità della vita, vuoi perché svolge un lavoro meno usurante, vuoi perché ha caratteristiche genetiche che lo favoriscono (l’essere donna ad esempio).

Ad uno sguardo più profondo, però, si tratta di un ragionamento non solo del tutto incongruo, ma anche del tutto inappropriato e soprattutto molto pericoloso. Incongruo perché l’idea di personalizzare profili di speranza di vita sulla base di categorie ampie come un territorio, il sesso o la professione, non tiene conto del fatto, ovvio e banale, che la storia personale data da genetica, abitudini, fortuna, è l’elemento che più influisce sulla speranza di vita personale. Per non parlare dell’impossibilità di andare a definire profili intermedi per ciò che concerne parametri come il territorio (le persone possono trasferirsi più volte nella vita) e il lavoro (che può cambiare in diversi momenti dell’esistenza).

Ma al di là di questo, il criterio risulta del tutto sbagliato e gravido di conseguenze nella misura in cui cerca di emulare una logica assicurativa sovrapponendola alla finalità previdenziale. Le compagnie assicurative private cercano di tarare i premi sulla base di una personalizzazione dei rischi tramite la raccolta più ampia possibile di informazioni sui clienti. Un sistema pensionistico pubblico non può funzionare sulla base della stima dei rischi individuali o di piccoli gruppi al pari di un’assicurazione privata, perché la sua finalità non è quella di garantire la persona da un rischio puramente individuale, ma di fornire una protezione dell’intera società dalle conseguenze della cessazione dell’attività lavorativa. Una garanzia che funziona tramite la raccolta di risorse dalla generazione corrente lavoratrice che vengono versate in modo solidale alla generazione in pensione perpetuando di generazione in generazione questo meccanismo. La proposta dietro un apparente aura di giustizia (chi rischia di vivere meno avrebbe un assegno più elevato) andrebbe in realtà a minare quel meccanismo di redistribuzione delle risorse che non è solo intergenerazionale, ma è anche intragenerazionale e implica che chi ha la sfortuna di vivere meno contribuisce in un certo senso alla sussistenza di chi vivrà una vecchiaia più lunga. Tale meccanismo, va detto, non oscura la considerazione dei superstiti familiari che riceveranno una pensione di reversibilità tesa a garantire una certa stabilità del tenore di vita del nucleo familiare. Tuttavia, essendo la reversibilità una quota parte della pensione del deceduto e non avendo tutti i deceduti familiari del proprio nucleo superstiti al momento della propria scomparsa, il meccanismo suddetto pratica comunque un rilevante trasferimento di risorse solidale che rappresenta il fondamento stesso di un sistema di sicurezza sociale collettivo.

Posto questo, resta allora da chiedersi un’ultima cosa: è giusto che la rendita pensionistica sia commisurata alla speranza di vita media di una popolazione (sia che ciò avvenga in forma omogenea com’è oggi sia con differenziazioni in base alle condizioni di sottogruppi demografici, come proposto dall’INPS)? La logica del sistema contributivo oggi vigente è quella di dover far uso del montante contributivo del pensionato in un lasso temporale limitato stimato in media.

Ciò implica quel meccanismo automatico per cui al crescere della speranza di vita si innesca un vero e proprio aut aut ineludibile: o viene elevata l’età pensionabile oppure si modifica il coefficiente di trasformazione e diminuisce la rendita pensionistica mensile.

È un meccanismo rigido e punitivo che chiude a priori il dibattito sul giusto equilibrio tra tempi di lavoro e tempi di riposo senza dare spazio all’opzione di allungare gli anni di vita a riposo a fronte dell’allungamento della speranza di vita. Ma non è affatto detto che le cose debbano funzionare così.

Assai più equo e compatibile con valutazioni flessibili sarebbe invece un sistema in cui la pensione venga calcolata in modo indipendente dalla speranza di vita media attesa al momento del raggiungimento dell’età pensionabile. Sistema che potrebbe assumere o la forma del retributivo puro (pensione calcolata come percentuale del salario indipendentemente dai contributi versati) oppure di un calcolo che tenga in parte conto dei contributi versati, ma senza un legame dei coefficienti di trasformazioni con la vita attesa residua.

Oggi il dramma delle pensioni italiane è il loro livello molto basso che non garantisce una vita dignitosa.

Il problema non può certo esser risolto creando una spaccatura tra categorie di individui che causerebbe una rottura dei meccanismi solidaristici ed un ulteriore abbassamento dell’assegno pensionistico per alcuni gruppi considerati “privilegiati”. Ciò che invece è necessario è un sensibile aumento di tutte le pensioni a partire dalla loro piena indicizzazione all’inflazione e poi tramite la rimessa in discussione dei meccanismi di calcolo contributivo legati a coefficienti di trasformazione vincolati alla speranza di vita.

Qualcuno potrebbe restare perplesso di fronte ad una simile proposta. Ci raccontano infatti che le pensioni sono già oggi insostenibili per via dell’invecchiamento inesorabile della popolazione. Si tratta però di una bugia visto che il bilancio previdenziale dell’INPS da 30 anni è costantemente in avanzo. D’altra parte una spesa pensionistica aggiuntiva si finanzierebbe agevolmente in primo luogo garantendo la piena e buona occupazione di tutti i lavoratori ed una lotta seria al lavoro nero, con un conseguente sensibile aumento dei contributi; in secondo luogo, laddove necessario, tramite una parziale fiscalizzazione della spesa da attuarsi tramite un fisco che sia davvero progressivo e ricada quindi maggiormente sui ricchi rispetto ai poveri.

Non si tratta di un’utopia astratta, ma di una prospettiva necessaria e del tutto complementare alla lotta per la difesa dei salari e delle condizioni di vita dei lavoratori. L’alternativa è il continuo impoverimento dei pensionati come riflesso inevitabile dell’impoverimento dei lavoratori.

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27/09/2023

Gran Bretagna - Diminuisce l’aspettativa di vita a causa dell’aumento della povertà

In Gran Bretagna la percentuale di persone che muoiono sotto i 75 anni rischia di aumentare del 6,5% e le famiglie più povere saranno quattro volte più colpite. A rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista British Medical Journal incentrato sulle conseguenze del carovita sull’aspettativa di vita della popolazione.

“La nostra analisi aiuta a dimostrare che l’economia ha un impatto sulla salute della popolazione”, affermano i ricercatori che hanno curato lo studio. A partire dal 2012, le peggiorate condizioni economiche della popolazione nel Regno Unito hanno portato a un calo dell’aspettativa di vita e a un aumento delle disuguaglianze sanitarie.

Secondo le proiezioni della ricerca, la crisi in atto “rischia di accorciare la vita e di ampliare significativamente il divario in termini di ricchezza e salute” tra ricchi e poveri nel Regno Unito. Gli studiosi sottolineano che l’inflazione tocca “livelli mai visti dagli anni ’70”.

“Le famiglie più povere hanno sopportato il peso maggiore, poiché spendono una quota maggiore del loro reddito in energia, il cui costo è salito alle stelle”, ha evidenziato il documento. Nello specifico i ricercatori hanno valutato l’impatto dell’inflazione sui tassi di mortalità in Scozia nel 2022-2023 in base a diversi scenari, ovvero con e senza misure governative per alleviare la crisi del costo della vita, compreso l’aiuto alle famiglie per far fronte ai costi energetici.

I ricercatori hanno condotto il loro studio sulla situazione in Scozia, ma sostengono che “effetti simili sono probabili” in tutto il Regno Unito, perché hanno “modellato l’impatto delle misure adottate” dal governo britannico.

Anche secondo una ricerca condotta dal think tank Risoluzione Foundation pubblicata all’inizio del mese, i britannici rischiano di sperimentare in pochi anni il peggiore calo del tenore di vita “almeno dagli anni ’50”. A giugno, era stato un rapporto dell’Università del Sussex a denunciare che la fame è diventata “la nuova normalità” per milioni di britannici.

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15/09/2023

Se sei un lavoratore vivi 4 anni in meno di un dirigente

La speranza di vita a 67 anni di un ex lavoratore dipendente nel primo quinto della distribuzione del reddito, quindi più povero, è di quasi 5 anni inferiore a quella di un ex dirigente di impresa nel quinto più alto. “Per le donne le differenze sono minori, ma comunque importanti”.

Questo è quanto sottolinea il rapporto annuale dell’INPS, secondo il quale una residente in Campania nel primo quinto della distribuzione del reddito ha una speranza di vita di quasi 4 anni inferiore ad una residente in Trentino-Alto Adige con reddito nel quinto più alto.

Il rapporto ricorda che il lavoro dipendente rappresenta il 78% dell’occupazione totale, con un aumento nei contratti a tempo indeterminato. Tuttavia – avvisa la commissaria dell’Inps, Gelera – “il mercato del lavoro italiano rimane complesso, con un declino persistente nell’occupazione autonoma e forti differenze tra il Nord e il Sud del Paese”.

Il numero di lavoratori poveri “certificati”, ossia i dipendenti privati con retribuzione inferiore al 60% della mediana, a ottobre 2022 erano 871.800, pari al 6,3% della platea di riferimento.

Alla fine del 2022, ha sottolineato nella sua relazione il commissario straordinario dell’Inps, i pensionati in Italia erano 16,1 milioni. Un numero di poco superiore a quello del 2021, di cui 7,8 milioni uomini e 8,3 milioni donne.

L’età media al pensionamento è cresciuta negli ultimi dieci anni. Quella degli uomini è passata da 62 del 2012 a 64,2 nel 2022, mentre quella delle donne da 61,3 a 64,7. Il superamento di quella degli uomini da parte di quella delle donne è legato alla diffusa discontinuità delle loro carriere che comporta ritardi nel raggiungimento dei requisiti contributivi per la pensione anticipata.

L’importo complessivamente erogato è stato pari a 322 miliardi di euro. Le donne, nonostante rappresentino il 52% dei pensionati, sono titolari di solo il 44% dell’importo totale.

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25/10/2022

USA - L’aspettativa di vita si riduce a un ritmo “spaventoso”

Un modo di produzione che non genera più la crescita prodigiosa delle merci, contribuendo così anche – indirettamente – al “progresso” in tutta una serie di campi, ma che ormai sta divorando la propria stessa costruzione sociale, a partire come sempre dai più deboli.

Questo articolo di Le Monde, giornale francese liberale, quindi non sospettabile di pregiudizi “ideologici” nei confronti del neoliberismo, sintetizza così un rapporto che descrive quantitativamente la caduta verticale della salute tra i cittadini degli Stati Uniti.

Dove la pandemia da Covid ha messo a nudo il carattere antisociale e stragista della privatizzazione della sanità, oltre che dei guasti di lungo periodo provocati dal junk food, quasi sempre l’unico cibo a disposizione dei ceti popolari.

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“Storico”, “orribile”, “spaventoso”... I demografi stanno lottando per trovare il modo migliore per descrivere il calo dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti, che si è aggravato negli ultimi due anni sotto l’effetto combinato di Covid-19 e di fattori che strutturano la società americana.

L’annuncio di fine agosto, da parte dei Centri statunitensi per il controllo delle malattie (CDC), di una perdita di aspettativa di vita di quasi un anno tra il 2020 e il 2021 non è certo una sorpresa, dato che dal 2014 la popolazione statunitense perde costantemente qualche mese di aspettativa di vita ogni anno. Ma i demografi sono comunque sorpresi dall’entità del fenomeno.

“Questo calo da 77 a 76,1 anni ha portato l’aspettativa di vita alla nascita negli Stati Uniti al livello più basso dal 1996“, scrive il CDC. Più allarmante è il fatto che si tratta del secondo calo in due anni, dato che il 2020 aveva già registrato un calo di 1,8 anni. Un declino di 2,7 anni in due anni, quindi, che rappresenta il più grande calo di questo indicatore dagli anni ’20.

L’aspettativa di vita alla nascita è un calcolo statistico che stabilisce la durata media della vita di una generazione fittizia soggetta alle condizioni di mortalità del momento. In termini pratici, ciò significa che le donne e gli uomini che avrebbero avuto per tutta la vita i tassi di mortalità specifici per sesso ed età osservati nel 2021 negli Stati Uniti, sarebbero morti in media a 76,1 anni.

Più precisamente, a 79,1 anni per le donne e a 73,2 anni per gli uomini. Naturalmente, questo calcolo è fittizio ed è probabile che le condizioni di vita cambino di anno in anno, in meglio o in peggio.

Ma questo indicatore ha il vantaggio di riassumere in una sola cifra lo stato di salute di una popolazione in un determinato momento. Per gli Stati Uniti, questa sintesi è allarmante.

Comorbilità ed diffidenza sul vaccino

Tra le nazioni più sviluppate, gli Stati Uniti sono l’unico Paese ad avere una situazione del genere. “Alcuni Paesi ad alto reddito non hanno subito alcuna perdita di aspettativa di vita durante la pandemia, mentre altri che hanno subito una perdita nel 2020 hanno ampiamente recuperato il terreno perso nel 2021“, osserva Noreen Goldman, docente di demografia e affari pubblici presso la Princeton School of Public and International Affairs.

In Francia, ad esempio, l’aspettativa di vita è diminuita drasticamente nel 2020, prima di aumentare nel 2021, fino a 82,5 anni, tornando quasi al livello pre-pandemia (82,9 anni). È di 79,3 anni per gli uomini e di 85,4 anni per le donne.

Secondo il CDC, metà di questo declino americano può essere spiegato dalla mortalità legata al Covid-19. Il Paese ha pagato a caro prezzo l’epidemia, con un eccesso stimato di oltre un milione di morti in due anni.

“Gli americani non solo muoiono di Covid-19 a un ritmo più veloce rispetto agli altri Paesi comparabili, ma muoiono anche a un’età più giovane“, afferma Magali Barbieri, demografa dell’Istituto nazionale di studi demografici, in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal.

Come si spiega questo eccesso di mortalità? In primo luogo, lo stato di salute generale della popolazione, un terzo della quale soffre di obesità e il 10% di diabete – co-morbilità che li rendono particolarmente vulnerabili al Covid-19.

In secondo luogo, la mancanza di un sistema di protezione sociale, che comporta ritardi nelle cure primarie e la difficoltà di negoziare le condizioni di lavoro (come il telelavoro durante la pandemia).

Infine, l’elevata diffidenza rispetto al vaccino: solo il 30% della popolazione ha ricevuto una dose di richiamo contro il Covid-19, rispetto al 60% in Francia.

“La maggior parte di questi decessi poteva essere evitata e riflette la cattiva gestione della risposta alla pandemia negli Stati Uniti, sia da parte dei decisori che del pubblico“, afferma Steven Woolf, direttore emerito del Center on Society and Health della Virginia Commonwealth University.

Ma la tendenza esisteva già prima della pandemia. I decessi legati a droghe e alcol, i suicidi e le malattie cardiometaboliche (diabete, obesità, cardiopatia ipertensiva, ad esempio) contribuiscono da anni all’aumento della mortalità tra gli adulti in età lavorativa (25-64 anni).

Dal 2010, il Paese ha dovuto affrontare un’esplosione di morti per overdose. Milioni di americani sono diventati dipendenti dagli antidolorifici a base di oppioidi negli anni Novanta e Duemila, grazie alle aggressive campagne di marketing dell’industria farmaceutica.

Quando nel 2010 il governo ha limitato l’accesso a questi prodotti, molti consumatori si sono rivolti al mercato illegale, dove è emersa una nuova droga, il fentanil, più potente e pericolosa di altri oppioidi. Negli ultimi due anni, queste overdose hanno causato la morte di quasi 200.000 persone nel Paese.

Inoltre, “l’aumento della mortalità è legato al rallentamento dei progressi nella lotta alle malattie cardiovascolari, la principale causa di morte negli Stati Uniti“, spiega Magali Barbieri.

“Questa tendenza può essere osservata in altri Paesi, ma è molto marcata negli Stati Uniti, anche tra i giovani, in relazione all’obesità, ma anche al Covid-19“, aggiunge il demografo, che dirige un database internazionale sulla mortalità presso l’Università della California, lo Human Mortality Database.

Le disuguaglianze sono aumentate tra le minoranze

La situazione è ancora più sconvolgente se si considera che gli Stati Uniti finanziano il settore sanitario più di tutti i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con il 16,8% del prodotto interno lordo destinato alla spesa sanitaria nel 2019.

“Ma un terzo di questo denaro va all’amministrazione“, osserva Magali Barbieri. Senza un sistema di protezione sociale generalizzato, ogni compagnia assicurativa ha le sue regole e gli ospedali sono costretti a dedicare molto lavoro a questa gestione; le compagnie assicurative incoraggiano le cure non necessarie e non rimborsate; gli studi dei medici sono molto costosi e quindi il costo delle loro consulenze rimane elevato.

“In generale, i ricchi hanno troppe cure e i poveri non ne hanno abbastanza“, afferma Barbieri.

In particolare, le disuguaglianze sono aumentate tra le minoranze. “I tassi di mortalità sono aumentati in modo sproporzionato per gli ispanici e i neri americani, ma il rapporto del CDC evidenzia l’impatto terribile sulla popolazione degli Indiani d’America, che ha visto un calo di 6,6 anni nell’aspettativa di vita tra il 2019 e il 2021“, afferma Woolf.

I nativi americani nati nel 2021 possono aspettarsi di vivere fino a 65,2 anni, un’età inferiore a quella di tutti i Paesi delle Americhe tranne Haiti.

Si tratta ora di capire se sarà possibile recuperare nel breve termine o se la tendenza al ribasso continuerà. I demografi non sono affatto ottimisti.

“Non torneremo presto al livello di aspettativa di vita del 2019“, afferma Noreen Goldman. Le cause dell’aumento della mortalità sono talmente strutturali che le soluzioni sono a lungo termine.

Per Magali Barbieri, c’è il rischio che il possibile “effetto rimbalzo” spesso osservato dopo un improvviso eccesso di mortalità vada a beneficio soprattutto delle popolazioni più ricche, rafforzando ulteriormente le disuguaglianze.

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09/05/2022

La speranza di vita nel 2022

Alcuni mesi fa Stefano Porcari scriveva su Contropiano a proposito della speranza di vita in Italia argomentando essere in discesa già prima del 2020 in base ai dati OCSE e di un altro studio della Università Cà Foscari, cosa che io affermo sia falsa.

Sicuramente le politiche liberiste avevano destrutturato il sistema sanitario pubblico italiana, ma dal 2016 al 2019, anche se in maniera minima e oscillante, la speranza di vita (SdV) alla nascita era aumentata in Italia.

Nel 2016 la speranza di vita (SdV) in Italia per uomini e Donne era 80,6/85,1.

Nel 2017 era 80,6/84,9.

Nel 2018 era 80,9/85,2.

Nel 2019 era 80,8/85,2.

Prima della pandemia, pertanto, in Italia continuava, anche se in maniera moderata, la crescita della SdV.

La svolta, come ho già motivato in un articolo pubblicato da Contropiano (“Quello che non è stato detto sulla speranza di vita”, 27 ottobre 2021) è stata data dalla politica fallimentare dei governi Conte/Draghi, che hanno voluto convivere con la diffusione del virus per favorire la ripresa economica, cosa detta da Draghi esplicitamente.

Nel marzo 2021 le statistiche ISTAT certificarono un gap di morti in più, circa 100mila, rispetto ai quattro anni precedenti (746 mila rispetto i 647 mila del 2019, questo ultimo dato in linea con la media dei cinque anni precedenti).

Di questi morti, però, solo 74 mila erano stati sicuramente provocati dalla pandemia di covid.

Quindi circa 25 mila erano da attribuire alla mancanza di cure mediche dovute ai tagli draconiani alla sanità voluti da Monti e Renzi, basta ricordare – per il Lazio – la chiusura ad opera di Zingaretti degli ospedali Forlanini e San Giacomo e di tanti altri nelle altre provincie.

Cosa è allora accaduto in Italia con la pandemia nel 2021?

Con lo scoppio delle ostilità tra Russia e Ucraina e con l’informazione tutta orientata a una asfissiante propaganda di guerra pro-NATO, le informazioni sull’andamento dell’epidemia è quasi scomparsa dai media.

Nell’intanto l’epidemia di Covid-19 prosegue, attualmente al ritmo di 50 mila infettati e 150 morti giornalieri, ma il governo ha allentato ancora di più le restrizioni, nonostante dall’inizio del 2022 ad oggi (5 maggio) ci siano stati in quattro mesi 27 mila morti.

Quello che non si capisce, mancando studi mirati, è come si sia modificata la speranza di vita in Italia.

Un dato certo è che vi sono stati nel 2021 altri 63 mila morti per covid (137 mila in totale al 31 dicembre 2021, contro i circa 74 mila al dicembre precedente), mentre i morti totali in Italia, sempre nello stesso anno, sono stati 709 mila.

Accettando il dato del 2019 come media degli anni precedenti (647 mila morti), allora nel 2021 vi sono stati 62 mila morti in più (746 mila meno 709 mila), dato che coincide con i morti accertati per covid, quindi le morti extra del 2022 dovute alla mancanza di assistenza sanitaria per i tagli draconiani alla sanità pubblica non hanno influito.

Una notizia, quest’ultima che appare positiva, ma solo perché non ha influito sulle extra morti per covid, mentre perdura la situazione precaria della sanità pubblica.

Nel Lazio in particolare per la mancanza di medici di base e di aumento dei tempi di attesa nei pronto soccorso per mancanza di posti letto a causa degli ospedali chiusi negli anni precedenti, senza dimenticare il blocco al numero di iscritti alle facoltà di medicina e chirurgia.

Stante questi numeri, e in attesa dei dati ufficiali di governo, ministero della sanità e ISTAT, allora è possibile avanzare una stima su come sia l’attuale SdV in Italia.

La SdV nel 2021 (ovvero nel 2020) è stata di 79,7 anni per gli uomini e 84,4 per le donne, con una media di 82 anni ovvero un calo di 1,2 anni medi di SdV rispetto all’anno precedente (dati ISTAT).

Operando un rapporto matematico tra gli extra morti in Italia, tra 2021 e 2020, essi sono stati il 64% in meno; quindi operando una relativa proporzione sul calo di SdV nel 2021 (che ricordo è stato di 1,2 anni medi in meno) quest’anno dovremmo registrare un ulteriore calo di 0,7 anni, ovvero quasi due anni di perdita di SdV nell’arco di due anni nella popolazione italiana.

In attesa quindi dei dati ufficiali che confermino o smentiscano (sperando che non peggiorino) tali calcoli, la considerazione vera è che la politica di sanità pubblica in Italia non è soltanto disastrosa, ma – visti i tagli strutturali – criminale.

Tanto più che il governo Draghi sta operando per spostare enormi risorse pubbliche dallo stato sociale alle spese militari.

A queste politiche e a questi governi va costruita una opposizione organizzata.

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17/02/2022

Aspettativa di vita. Curva verso il basso, ancora prima del Covid

La conferma di quanto era già emerso a novembre dello scorso anno, e di cui avevamo fornito resoconto, questa volta viene da uno studio delle università Ca’ Foscari di Venezia e di Padova: l’aspettativa di vita in Italia è diminuita e continuerà a diminuire. Lo studio è stato realizzato e coordinato da due docenti: Stefano Campostrini e Stefano Mazzucco e pubblicato sulla rivista internazionale Plos-One.

I ricercatori delle due università stanno ora analizzando i dati del 2021 che presto saranno pubblicati in un successivo lavoro. Dalle prime analisi sembra che alcuni Paesi, tra cui l’Italia, abbiano recuperato in parte quanto perso nel 2020, altri paesi invece sembrano aver marcatamente peggiorato la situazione (tra questi i paesi dell’est Europa), altri confermano invece di non aver subito cambiamenti significativi (tra questi diversi paesi del Nord Europa, asiatici e dell’Oceania).

Ma il dato più rilevante è che questa inversione di tendenza sull’aumento della aspettativa di vita, non è dipesa dalla pandemia di Covid, ma era già visibile dall’anno precedente. A rilevarlo era stato anche uno studio sulla salute dell’Ocse, il quale certificava che in Italia l’aspettativa di vita era diminuita da 83,6 anni nel 2019 a 82,4 anni nel 2020, cioè 1,2 anni in meno. Non solo. Questa tendenza alla diminuzione si è era manifestata già a partire dal 2016.

Nel 2012, con la riforma Fornero, i tagli alla sanità dal governo Monti e i diktat della Commissione europea, le misure di austerity sono entrate nella carne viva della struttura sociale del nostro paese. Inevitabile che negli anni successivi si arrivasse allo stop e poi alla discesa della curva dell’aspettativa di vita in Italia. Se, come abbiamo visto e come è stato documentato, non è dipeso dalla pandemia di Covid, va da se che questo è dovuto principalmente all’aumento dell’età pensionabile e alla diminuzione degli standard sanitari. Se si lavora più a lungo e ci si cura di meno, è ovvio che la salute e la longevità ne risentano.

L’orrore, più che l’errore, in tutto questo è che sulla base di previsioni sulla crescita esponenziale dell’aspettativa di vita sono state fatte le peggiori controriforme pensionistiche: da Dini a Fornero. Per anni hanno terrorizzato il paese e manipolato la discussione pubblica evocando lo spettro della “gobba pensionistica” che avrebbe mandato a scatafascio la spesa pubblica.

L’aspettativa di vita è un particolare indice che prevede, in maniera automatica, l’aggiornamento continuo dei requisiti per il pensionamento.

Sulla base di tale indice, viene istituito un legame tra l’accesso ai trattamenti pensionistici e la probabilità di vita e di morte (questa probabilità è appunto la “speranza di vita”) misurando, statisticamente, la probabilità che un uomo e una donna di 65 anni hanno di vivere ancora (e quanto a lungo). In caso di crescita della probabilità (se cioè aumentano gli anni ancora attesi di vita), parallelamente anche l’età di pensionamento si sposta in avanti nel tempo della stessa misura. Diversamente, in caso di abbassamento dell'aspettativa di vita, l’età di pensionamento resta “allungata” e stabile e non c’è analoga diminuzione.

Come vediamo questo indice viene utilizzato piuttosto strumentalmente. Quindi anche se l’aspettativa di vita si va riducendo, i governi, i padroni e i tecnocrati non intendono affatto riabbassare l’età pensionabile, anche se questo appare l’esito più giusto e conseguente.

Su questa tendenza alla regressione dell’aspettativa di vita nel nostro paese si andranno ad aggiungere, aggravandola, le conseguenze della alta mortalità dovuta alla pandemia di Covid. Si tratta ormai di ben 150.000 morti in soli due anni, i cui effetti sono già visibili sul calo delle prestazioni pensionistiche nel 2021 rispetto al 2020.

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21/01/2022

Italia - Aumento della mortalità? Covid o no, sono state pagate meno pensioni

Nel 2021 sono state pagate centomila pensioni in meno del 2020. C’è un certo cinismo nei numeri, forse più esplicito di quello che in questi anni abbiamo sentito da parte di dirigenti del Fmi o dei tagliatori della spesa pubblica in Italia, quelli che in qualche modo indicano come una jattura l’aumento della aspettativa di vita della popolazione.

Sono anni che ci ripetono che quelli previdenziali sono dei costi insostenibili, che il sistema non può reggere un così alto numero di pensionati rispetto ai lavoratori attivi, che l’aumento dell’aspettativa di vita è importante ma produce anche problemi etc etc.

Tecnocrati e padroni, commentatori asserviti e ministri, però si guardano bene dal rilevare che magari una forte riduzione della quota di lavoro povero, lavori precari, disoccupazione aumenterebbe il numero degli occupati veri e quindi dei contributi previdenziali da utilizzare per il welfare e la spesa previdenziali.

Al contrario preferiscono agire sul suo contrario: allungare l’età lavorativa e dunque pensionabile, maneggiare per abbassare la remunerazione sulle pensioni future e – perché no – ridurre anche quelle già in essere, magari usandole come un bancomat fiscale.

Ma a volte le variabili indipendenti ci mettono lo zampino e quelle che sembravano solo manifestazioni di cinismo – stigmatizzate a parole ma praticate nei fatti – diventano realtà.

La variabile è stata la pandemia di Covid che in Italia ha ucciso 140.000 persone – in larga parte anziani – in due anni. I fatti sono il numero inferiore di pensioni che sono state pagate lo scorso anno rispetto a quello precedente.

I dati sulle pensioni Inps di ogni tipo pagate nel 2021 rispetto al 2020, ci dicono che a ottobre 2021 dal Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti sono state liquidate 264.052 pensioni con un importo medio di 1.305 euro, mentre nel 2020 le pensioni liquidate erano state 367.257 con un importo medio di 1.311 euro. Dunque si tratta di più centomila pensioni – e pensionati – in meno ed anche con importo medio leggermente più basso.

I dati si possono disaggregare anche per tipo di pensione – vecchiaia, anticipata, invalidità, superstiti – ma anche su ogni tipologia il risultato è sempre lo stesso: nel 2021 sono state liquidate meno pensioni del 2020, anche su quelle anticipate (quota 100).

La diminuzione più consistente (40.000 pensioni in meno) è avvenuta sulle pensioni per i superstiti (le famose “reversibilità”, in genere per donne vedove), seguita da quelle anticipate con 33.000 pensioni in meno, poi da quelle di vecchiaia con 21.500 pensioni in meno ed infine da quelle di invalidità diminuite di 9.000 liquidazioni.

Questi dati in qualche modo erano prevedibili (non ci azzardiamo a dire auspicati, ma...) con il boom della mortalità di anziani dentro la pandemia di Covid.

Ma questo produce anche cambiamenti sulla curva della aspettativa di vita, quella che tecnocrati e tagliatori vedevano minacciosamente sempre in crescita e che invece si era già fermata prima del Covid. Del resto se aumenti l’età per andare in pensione e riduci pesantemente gli standard sanitari del paese (come la pandemia ha confermato dolorosamente), è inevitabile che si cominci a morire prima delle generazioni precedenti.

Ma non è razionalità economica, è la regressione sociale e civile oggi fin troppo evidente nel sistema capitalista dominante.

Fonte

10/11/2021

Diminuisce ancora l’aspettativa di vita. Ci vogliono morti prima possibile

In Italia cala ancora l’aspettativa di vita. Si tratta di 1,2 anni in meno durante la pandemia, da 83,6 anni nel 2019 a 82,4 anni nel 2020. Ad affermarlo è il rapporto sulla salute dell’Ocse, ‘Health at a Glance 2021‘, pubblicato ieri dedicato in larga parte alla tenuta dei sistemi sanitari.

Nella media dei paesi aderenti all’Ocse va un po’ meglio, con una aspettativa di vita calata mediamente di 6 mesi. In Italia invece, come abbiamo visto, è scesa il doppio della media.

Nel 2020 e nel primo semestre 2021 il Covid-19 – precisa l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – ha contribuito ad innalzare del 16% il numero atteso di decessi nei trenta Paesi che fanno parte dell’organizzazione. Al stesso tempo, l’aspettativa di vita è scesa in 24 Paesi su 30, Italia inclusa.

Ma è stata tutta o solo colpa della pandemia – o meglio sindemia – di Covid? Niente affatto.

Sempre un rapporto dell’Ocse, ma del 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se, fino al 2008-2009, per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione: dagli 83,3 anni del 2016 agli 83 negli anni successivi (ora diminuita ulteriormente a 82,4, ndr).

Nella classifica primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, l’aspettativa di vita è tornata a calare nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza è stata certificata dai dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di pochissimo (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

Come abbiamo visto, in Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all’alta percentuale di anziani del paese. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità.

In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia, ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Lo stop e poi la discesa della curva dell’aspettativa di vita in Italia è dovuta principalmente all’aumento dell’età pensionabile e alla diminuzione degli standard sanitari. Si lavora più a lungo e ci si cura di meno, ovvio che la salute e la longevità ne risentano.

Ma in Italia anche la diminuzione dell’aspettativa di vita non è affatto omogenea. Lo aveva già rilevato l’Istat nel 2020 attraverso il rapporto Bes, riportando a sorpresa che nel Meridione le cose vanno meglio che nel “produttivo e competitivo” Nord, perché l’età quasi si stabilizza mentre nel Nord diminuisce.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita, tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata infatti duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato – completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese – i guadagni in anni di vita “maturati” nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ci sono ripensamenti in vista, di conseguenza, sulla legge pensionistica concepita nei decenni precedenti, sulla base di una aspettativa di vita più alta e dunque sballata?

Per ora non ne vediamo né sentiamo nessuno. Anzi, il governo, i suoi lacchè e la Confindustria ripropongono la Legge Fornero.

In questi anni più volte abbiamo lanciato l’allarme sul fatto che le classi dominanti vorrebbero che morissimo prima possibile perché il “sistema previdenziale diventi sostenibile“.

Ma qualcuno, noi per primi, dovremo invece sottolinearlo e respingerlo con forza e non ci stancheremo certo di farlo, insieme ai giovani ed almeno fino agli 82,4 anni di età.

“Pantere grigie” in lotta senza se e senza ma.

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27/10/2021

Quello che non è stato detto sulla speranza di vita

A marzo 2021 l’Istat rese noto che l’anno prima c’era stato il più alto numero di morti in Italia dal dopoguerra ad oggi, 746 mila morti, circa 100mila morti netti in più del 2019 (647mila), che poi per il 2019 era simile alla media degli ultimi anni precedenti.

Insomma, l’epidemia di Covid 19 nell’anno appena passato aveva colpito duramente, facendo sicuramente 75mila morti accertati, che che ne dicano i negazionisti della mortalità dell’epidemia anche nella sinistra comunista, a cui aggiungere altri 25 mila morti per mancanza di cure, dato che con gli ospedali, già falcidiati da 10 miliardi di tagli alla sanità pubblica nei precedenti otto anni, erano pieni e le cure ordinarie erano state di fatto sospese per almeno quattro mesi.

Che effettivamente ci sia stata una ecatombe di morti per l’epidemia e la mala politica sanitaria, sempre per chi continua a blaterare che ci siano stati pochi morti, lo conferma un’altra statistica resa nota molto discretamente e pochissimo pubblicizzata dall’Istat: in Lombardia, ringraziando l’ottimo lavoro di Fontana e del centro destra ma anche del governo dei migliori “tutti insieme”, la “speranza di vita” in questa regione è crollata di circa quatto (dico, 4) anni, mentre a livello nazionale essa era scesa di 1,2 anni.

La “speranza di vita” è la media degli anni che può vivere la popolazione oltre i 60 anni, più alta tra le donne e più bassa tra gli uomini di alcuni anni.

Era dal dopoguerra che la “speranza di vita” era annualmente in costante e lenta crescita di alcuni giorni e settimane all’anno grazie a un miglioramento delle condizioni di vita e della sanità pubblica, ora essa è drasticamente crollata, probabilmente anche per il 2021 di un altro mezzo anno, quindi a primavera 2022 la “speranza di vita” dovrebbe attestarsi a circa meno 2 anni rispetto al 2019.

Se nel governo e in Confindustria questa notizia avrà sicuramente fatto brindare a barbera per il risparmio di soldi sulle pensioni, anche perché sono morti in Lombardia quella quota di anziani non solo più numerosa ma che avevano pensioni più alte avendo lavorato nell’industria, subito dopo si sono sicuramente resi conto che sorgeva un problema spinoso e per loro indesiderato, che perdurerà anche nel 2022.

Con il governo UE-Monti le manovre per “salvare l’Italia” dai conti disastrati si concentrarono sui tagli alla sanità pubblica, che perdurò con solerzia in tutti i governi che seguirono, specialmente della “sinistra inutile” (perché tutto fa meno gli interessi di chi pretende di rappresentare) e nel ridurre la spesa per le pensioni, introducendo la legge pensionistica “Fornero”.

Il vero scopo di tutti questi tagli, mai detto e sempre mascherato con affermazioni moralistiche, era ed è tagliare le tasse ai ricchi, tutta al più spostando l’onere sui lavoratori con le tasse indirette (l’IVA, vedere lo scontrino della spesa alimentare quotidiana).

La legge Fornero utilizzò un meccanismo che all’epoca era incontestabile, la popolazione italiana stava invecchiando e quindi l’aumento dell’età pensionabile fu legato alla “speranza di vita” e alla sua costante e lenta crescita, sia per le pensioni di vecchiaia, precedentemente fissato a 65 anni di età con un minimo di 20 anni di contributi, sia di anzianità (ora detta impropriamente “anticipata”), ovvero precedentemente all’epoca fissata in 41 anni di contributi.

Negli oltre otto anni questi limiti sono saliti e dovevano arrivare verso i 70 anni di età, per cui nel 2023 la pensione di vecchiaia è fissata a 67 anni e 3 mesi e quella “anticipata” (di anzianità) a 43 anni di contributi per gli uomini e 42 per le donne ma con almeno 62 anni di età.

Tornare semplicemente alla contro-riforma Fornero non è perciò possibile ed è la stessa Fornero che dice, assunta da UE-Draghi a esperta nella commissione di revisione della legge, che l’obiettivo è di portare “sic et sempliciter” l’età della pensione a 70 anni, nonostante si viva di meno e la spesa pensionistica sia scesa.

L’obiettivo di UE-Draghi è chiaro: ridurre la spesa sociale per abbassare le tasse ai ricchi, ora con le pensioni e passata l’epidemia ricominciare i tagli alla sanità pubblica (ci pensa Zingaretti-Fontana & co. a finanziare con soldi pubblici quella privata), che nell’intanto non ha ricevuto alcuna significativa riqualificazione.

Ovviamente i soldi per le grandi speculazioni inutili (TAV, MOSE, ecc.) come per le spese militari non solo non avranno tagli ma al contrario aumenteranno (Gualtieri, ex ministro delle Finanze è stato posto a sindaco di Roma in prospettiva del Giubileo 2025 e di Expò 2030).

UE-Draghi è sostenuto in questa azione di demolizione dello stato sociale dai mass-media, che blaterano costantemente sul green pass, dai partiti “resposabili” in parlamento di centro sinistra, PD per primo ma anche dall’inutile Sinistra Italiana, nonché dalla CGIL (Cisl e UIL sono ectoplasmi evocati), tutti affaccendati nel dichiararsi disponibili a trovare soluzioni che non mettano in discussione la scelta dei padroni.

Quello che manca è la direzione politica contro le politiche neo-liberiste, con le varie organizzazioni comuniste preoccupate più a proporsi come “vera” alternativa invece che organizzare una comune piattaforma di opposizione e lotta.

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08/04/2021

Diminuita l’aspettativa di vita in Europa. È “sindemia”

La pandemia di Covid e le migliaia di morti che sta provocando hanno determinato la riduzione dell’aspettativa di vita nei paesi dell’Unione Europea. Sul piano della civiltà è una drammatica inversione di tendenza, sul piano del cinismo contabile degli istituti finanziari un desiderio mai espresso pubblicamente ma segretamente perseguito “con altri mezzi” (innalzamento dell’età pensionabile e riduzione degli standard sanitari).

Nel 2020, l’anno del Covid-19, infatti è tornata a calare l’aspettativa di vita nella stragrande maggioranza degli Stati della Ue dopo anni di aumenti costanti. L’inversione di tendenza viene certificata dagli ultimi dati pubblicati dall’Eurostat.

La diminuzione maggiore è stata registrata in Spagna con un calo di 1,6 anni rispetto al 2019, seguita dalla Bulgaria (-1,5), da Lituania, Polonia e Romania (-1,4). Invariati i dati di Cipro e della Lettonia mentre aumenta, anche se di poco (+0,1), l’aspettativa di vita in Danimarca e Finlandia.

In Italia il calo è stato di 1,2 anni con l’aspettativa di vita passata da 83,6 a 82,4 anni. Il problema non sembra legato all’età media e all'alta percentuale di anziani dell’Italia. La struttura per età può spiegare solo parzialmente le differenze di mortalità. In effetti, se si va a vedere la percentuale della popolazione oltre i 65 anni si rileva che tra le popolazioni più “anziane”, oltre all’Italia ci sono paesi come Giappone, Portogallo e Finlandia, per i quali registriamo una mortalità da Covid-19 molto più bassa.

Ma i dati dell’Eurostat non fanno che confermare quanto a marzo 2020 aveva già rilevato l’Istat attraverso il rapporto Bes.

Il rapporto rilevava come l’evoluzione positiva della speranza di vita alla nascita tra il 2010 e il 2019, pur con evidenti disuguaglianze geografiche e di genere, è stata duramente frenata dal Covid-19 che ha annullato, completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese, i guadagni in anni di vita attesi maturati nel decennio.

A fronte di una stima di circa 0,9 anni perduti complessivamente a livello nazionale (da 83,2 a 82,3 anni), emerge una forte eterogeneità tra i diversi territori, con uno svuotamento, in termini di anni vissuti, più marcato nelle regioni settentrionali (da 83,6 a 82,1 anni attesi), rispetto al Centro (da 83,6 a 83,1) e al Mezzogiorno (da 82,5 a 82,2).

Ma sarebbe errato addebitare questo processo alla sola pandemia di Covid. Tutti i fattori economico/sociali/sanitari concorrono infatti nell’inquadrare quella in corso più come una sindemia che come una classica pandemia.

Infatti anche nel 2020, un cittadino su 10 ha dichiarato di aver rinunciato, negli ultimi 12 mesi, a prestazioni sanitarie per difficoltà di accesso, pur avendone bisogno. Il forte aumento (6,3% nel 2019) è certamente legato a preoccupazioni sul rischio contagio; oltre il 50% di chi ha rinunciato a cure e visite mediche riferisce infatti motivazioni legate alla pandemia da Covid-19.

Il dato che si registra nel 2020 è certamente straordinario, in aumento rispetto all’ultimo anno di oltre il 40%, per la particolare situazione legata alla pandemia. Ma la tendenza si era già intravista prima della emergenza pandemica.

Un rapporto dell’Ocse nel 2019 – quindi prima della pandemia – riportava che se fino al 2008-2009 per aspettativa di vita l’Italia era terza dopo Giappone e Svizzera, negli ultimi anni era scesa al quarto posto, con una leggera diminuzione del risultato che passa, mediamente, dagli 83,3 anni alla nascita del 2016 agli 83 negli anni successivi. Nella classifica per primo rimaneva il Giappone con 84,2 anni, seguito dalla Svizzera (83,6) e dalla Spagna (83,4). Quest’ultima – un paese collocato nei Pigs come l’Italia – come abbiamo visto, sta subendo più pesantemente di altri le conseguenze della pandemia di Covid.

E in Italia, con la sanità pubblica portata al collasso da anni di tagli e dalle privatizzazioni delle prestazioni sanitarie, da tempo molte famiglie avevano già rinunciato o ridotto le spese per la salute. Il 7° Rapporto sulla povertà sanitaria, presentato nel 2019 dalla Fondazione Banco Farmaceutico e BFResearch, segnalava che le difficoltà non riguardano solo le persone indigenti: complessivamente 12,6 milioni di persone in Italia – prima del Covid – hanno dovuto limitare almeno una volta durante l’anno la spesa per visite mediche e controlli periodici di prevenzione (dentista, mammografia, pap-test) per ragioni economiche. In media ogni persona spende 816 euro l’anno per curarsi, contro i 128 di chi è povero.

Alla luce di questi dati si conferma come l’obiettivo della riduzione dell’aspettativa di vita nelle società a regime capitalista, sia in realtà un obiettivo perseguito da anni con cinismo e spregiudicatezza. Da questo punto di vista la pandemia di Covid 19 sta facendo felici non pochi profittatori ma sta anche acutizzando le disuguaglianze sociali anche sul terreno della salute e, appunto, della aspettativa di vita. In tal senso quella che stiamo vivendo somiglia sempre di più ad una sindemia che ad una pandemia.

Fonte

06/03/2021

Il boom della mortalità in Italia. È pandemia ma non solo

Con il Quinto Report pubblicato da ISTAT e ISS viene certificato il dato incontrovertibile e più indicativo della pandemia, troppo spesso trascurato nel dibattito pubblico, nei media e nei luoghi della politica: il totale dei decessi del 2020 è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra.

746.146 decessi totali, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019, numeri che ovviamente intaccheranno la posizione dell’Italia che fino ad oggi veniva considerata fra i paesi con più alta speranza di vita al mondo.

Centomila morti. Questa la cifra che paghiamo dopo un anno di epidemia.

Ma i dati non dicono solo questo. Il Nord del Paese, colpito pesantemente all’inizio dell’epidemia, non ha imparato la lezione e ha subito una ininterrotta epidemia di vasta scala in cui le cosiddette “ondate”, tanto care ai telegiornali, sono solamente i picchi dell’infezione che è sempre stata circolante, sempre presente, sempre mortale.

È ormai evidente a tutti che i numeri riportati dalla Sorveglianza sono affetti da tutta una serie di distorsioni, in particolare il fatto che dipendono dalle regioni e in un sistema sanitario così parcellizzato chi è in grado di controllarle? Invece, il dato della mortalità, essendo regolato da un rigido obbligo di legge, impone di certificare i decessi allo stesso modo in tutto il Paese ed è da quella conta che derivano certezze.

Per tutto l’anno la Lombardia mantiene il primato del maggior numero di decessi registrati nel 2020 (il 18% dei decessi totali) e complessivamente il Nord registra un numero di decessi altissimi. E questo è solo in parte spiegabile con la popolosità della Lombardia e delle altre regioni interessate, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, che hanno registrato eccessi spaventosi rispetto agli anni precedenti.

Il report sfata anche un altro mito mediatico. Se la fascia di età più colpita resta quella degli ultra 80enni (con un eccesso di mortalità del 29% rispetto agli anni precedenti), il report mostra con chiarezza come vi sia eccesso di mortalità anche nella fascia di età 50-64 (14%) e 65-79 (19%), coinvolgendo più gli uomini che le donne.

E allora da questi dati viene spontanea la domanda: non sarà che il motore produttivo del Paese non si è voluto fermare di fronte allo scenario pandemico mondiale e ha sacrificato i lavoratori e le loro famiglie in nome della continuazione del profitto? Scelta che, peraltro, non ha funzionato granché visto che il dato riguardante il PIL per il 2020 ci dice che l’Italia ha registrato un calo dell’8,8% rispetto al 2019.

La realtà che si è resa drammaticamente evidente è l’impossibilità di conciliare la difesa del profitto con la riduzione delle vittime. A nulla è servito l’articolato sistema dei colori messo in atto col DPCM del 3 novembre: anche nella seconda ondata più della metà dei casi si è concentrata al Nord, con Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte a pagare il costo più alto in vite umane.

Particolarmente interessante il confronto con l’Europa che ci vede nettamente in perdita nella strategia di contenimento della pandemia e di tutti i suoi correlati. I dati ci collocano tra i paesi che hanno gestito peggio la situazione dal punto di vista economico e avuto più morti.

L’Italia secondo i dati pubblicati da Eurostat e aggiornati da Istat è tra i Paesi col maggior eccesso di mortalità, peggio di noi la Spagna, il Belgio, la Polonia e La Slovenia, ma il Report ci dice di più. Infatti risulta chiaro che non è esaustiva la motivazione che la nostra popolazione è più “anziana”.

La Germania ha una percentuale di anziani abbastanza simile a noi, ma ha un terzo dell’eccesso di mortalità italiano! Cosa ci ha diversificato dalla grande Germania? Il sistema sanitario fatto a pezzi dal susseguirsi dei piani di rientro e dei tagli draconiani che ci ha imposto l’UE, l’incapacità della politica di dare risposte chiare, centralizzate e di imporre una politica unica in tutte le regioni, ma anche l’ostinazione di mantenere aperte le attività produttive in una situazione di inadeguatezza delle norme di sicurezza presenti nei nostri posti di lavoro e nelle nostre fabbriche.

Insomma, c’è materia per esser molto preoccupati anche perché nulla è stato fatto per invertire questa tendenza e nulla farà il Super-Mario nazionale, il cui compito non è davvero salvaguardare la salute della popolazione, ma tutelare il profitto, oltre che preparare il Paese alla gestione dei fondi del Recovery Fund, indispensabili per Confindustria, e organizzare il piano di rientro attraverso le “Grandi Riforme” che ci chiedeva già nella famosa lettera Trichet-Draghi del 5 agosto 2011.

Siamo sempre di più dentro la più grande crisi di sostenibilità del sistema capitalista, che sta provocando un numero di vittime senza eguali nel dopoguerra. In quest’ottica la battaglia sulla nazionalizzazione dei brevetti e della produzione vaccinale diventa centrale così come l’utilizzo di strumenti epidemiologici consolidati, lockdown reale e immediato, per contrastare la diffusione del Sars-Cov-2.

Altrimenti c’è il rischio estremamente concreto che tra un anno, o forse anche meno, saremo di nuovo qui a contare 200 mila e più morti.

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09/07/2020

Il macabro sogno del Fmi si è realizzato a Bergamo. Diminuita l’aspettativa di vita

Mentre oggi in tanti festeggiano e sottolineano che la terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, uno dei più colpiti dal coronavirus, è libera da Covid-19 e che non c’è più nessun paziente ricoverato dopo 137 giorni, su Bergamo e il suo territorio viene resa nota una informazione che merita riflessione. “Secondo stime molto ragionevoli, l’ipotetica tavola di mortalità del 2020 segnerebbe in provincia di Bergamo, un ritorno alla speranza di vita della tavola all’anno 2000, cioè torniamo indietro di 20 anni. In molte altre province torniamo indietro di 10/15 anni“.

A certificare quello che da anni è il sogno macabro del Fmi sulla riduzione delle spese previdenziali, è stato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo parlando degli effetti della pandemia di Coronavirus al margine del Forum della Pubblica Amministrazione 2020.

“È stato veramente qualcosa di drammatico ma localizzato. E questo credo sia un elemento importante“, ha aggiunto Blangiardo. Secondo il presidente dell’Istituto di statistica, “non è il numero dei morti nazionali il dato macroscopico drammatico. Ma il vero problema è il dato locale”.

A tutt’oggi, ha spiegato, “abbiamo constatato un aumento di mortalità nazionale nell’ordine delle 40 mila unità circa. Ricordo che nel 2015, rispetto all’anno prima, l’aumento è stato di 50 mila unità delle morti e nel 1956, ai tempi dell’asiatica, ci sono stati 50 mila morti in più”.

Insomma la contabilità del presidente dell’Istat sembra cogliere solo l’aspetto particolare mentre su quello generale sembra quasi sconfinare sul terreno dei riduzionisti dell’impatto dell’emergenza pandemica Covid-19 in quanto tale.

Sono passati alcuni anni da quando, sulle pagine di questo giornale, lanciammo un avvertimento diventato poi una sorta di tormentone: “dovete morire prima”.

Quella che sembrava una battuta era in realtà una chiave di lettura dei ripetuti rapporti del Fmi sulla insostenibilità dei costi previdenziali dovuti proprio all’aumento dell’aspettativa di vita in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Una sorta di macabro avvertimento sul fatto che la crescita della speranza di vita aveva creato una sorta di “quarta età” che scombinava i conti e andava ricondotta a “compatibilità”.

La pandemia di Covid-19 sembra abbia accelerato questo processo. Ma prima di essa è doveroso ricordare che l’aspettativa di vita aveva già cominciato a diminuire nei paesi più falcidiati dalle misure di austerity (Grecia, ma anche in Italia). Del resto se si aumenta l’età lavorativa e vengono ridotti gli standard sanitari (come è avvenuto concretamente) è evidente che l’aspettativa di vita diminuisca, per la gioia dei macabri tecnocrati del Fmi e delle istituzioni europee. E poi, ma solo poi, è arrivata anche la pandemia di coronavirus a seminare morte prima del tempo.

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27/02/2020

Abbassiamo l’aspettativa di vita, ce lo chiede l’Europa

“Se si va in pensione prima, quando si è ancora in buona salute, è un costo, perché qualcuno te la deve pagare“.

E giù la solita giaculatoria contro quota 100 ed in favore del famigerato sistema contributivo assoluto. Elsa Fornero, martedì sera, a La7, nel corso della trasmissione #DiMartedì, ha ripreso pari pari un leitmotiv tirato fuori per la prima volta, nel 2012, dall’attuale presidente della BCE Christine Lagarde: “La longevità è diventata un nemico, se non da combattere, almeno da rendere inoffensivo: troppe spese per lo stato in pensioni e assistenza sanitaria.”

E l’allora ultraliberista direttrice dell’FMI indicò la soluzione (finale) nello smantellamento del sistema previdenziale ed in una drastica riduzione della spesa pubblica dedicata agli altri istituti del welfare (sanità, assistenza, istruzione).

Nessun accenno, ovviamente, alla spesa militare.

Dunque, la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati. In altre parole, per i pasdaran del neoliberismo, la longevità va ridotta perché “desiderabile, ma costosa” e per aiutare gli “investitori professionali” (fondi speculativi, fondi pensione, risparmio gestito, hedge fund, ecc.), a “trovare degli asset più affidabili”.

Insomma, dobbiamo morire prima e direi che in Italia ci siamo adeguati subito al monito della Lagarde facendo a pezzi il nostro Servizio Sanitario Nazionale al quale abbiamo tagliato 28 miliardi in 10 anni mentre assistiamo alla progressiva crescita di fondi integrativi sanitari privati (dati 4° Rapporto della Fondazione Gimbe) grazie anche all’aiutone dei sindacati complici (ed interessati, tramite la gestione dei fondi pensione).

Tempi troppo lunghi di attesa per accedere alle prestazioni, visite specialistiche e ticket sanitari costosi, mancanza di strutture ambulatoriali e carenza di medici sul territorio hanno fatto aumentare esponenzialmente, in Italia, gli ultrasessantacinquenni che, scoraggiati dalle difficoltà, rinunciano a curarsi o a sottoporsi ad accertamenti clinici: sono 3 milioni e 200mila (su 4 milioni di malati cronici) secondo il Rapporto OsservaSalute 2018. Tutti pensionati “costosi”.

E nel 2017 erano già più di 12 milioni gli italiani che avevano rinunciato o rinviato almeno una prestazione sanitaria per motivi economici.

Insomma, siamo sulla buona strada: Fornero, Lagarde e gli “investitori professionali” possono stare tranquilli. Noi meno.

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21/11/2019

La speranza di vita non cresce più: sorridete, lavoratori!

Alla fine della scorsa settimana i Ministeri dell’Economia e del Lavoro hanno emanato il decreto che aggiorna ogni due anni, sulla base dell’andamento dell’indice della speranza di vita, la soglia dell’età pensionabile. Quest’ultimo parametro è particolarmente rilevante perché stabilisce a quale età scatta la pensione di vecchiaia (cioè l’età anagrafica che permette al lavoratore di andare in pensione, indipendentemente dagli anni lavorati). Il verdetto è che per il periodo 2021-2022 non vi sarà alcun aumento dell’età pensionabile, dal momento che nel biennio 2017-18 non si è registrata alcuna crescita della vita media attesa nella popolazione italiana. I lavoratori prossimi alla pensione di vecchiaia, ad oggi fissata a 67 anni, non dovranno attendere oltre quella soglia, almeno fino al 2022. La maniera in cui la notizia è stata annunciata dai media, una buona e rassicurante novella, riflette rigorosamente quel perverso meccanismo automatico sancito dalla Legge Tremonti-Sacconi del 2010, per cui una maggiore speranza di vita deve necessariamente tradursi in un aumento dell’età pensionabile, pena la presunta insostenibilità finanziaria (sempre dimostrata con numeri truffaldini e punti di vista parziali) del sistema previdenziale italiano. Un vicolo cieco da cui non si scappa, al punto da far sembrare augurabile la non certo positiva notizia del mancato aumento della speranza di vita. Per non andare in pensione sempre più tardi possiamo solo sperare che non si allunghi la vita media: una vera aberrazione concettuale!

Vediamo di andare al fondo di questo perverso meccanismo, reso automatico a partire dal 2010. Per farlo, entriamo meglio nel merito del funzionamento di un sistema pensionistico di tipo contributivo, quello ad oggi vigente in Italia.

Il sistema pensionistico contributivo determina la pensione sulla base dell’entità dei contributi versati (il cosiddetto ‘montante contributivo’), e poi rivalutati in base al migliore o peggiore andamento dell’economia nel corso degli anni, che poi vengono trasformati, al momento del pensionamento, in rendita pensionistica mensile sulla base del numero di anni di vita mediamente attesi a partire da quel momento. Specifici coefficienti detti “di trasformazione”, puntualmente rivisti sulla base della variabile ‘speranza di vita’, vengono usati per spalmare il montante contributivo accumulato sugli anni che teoricamente resterebbero, in media, da vivere. In questo modo, più l’età di pensionamento è anticipata più si riduce la pensione attesa, poiché aumenta il numero di anni su cui distribuire il montante contributivo. In un simile sistema pertanto vige un meccanismo per cui un eventuale anticipo di pensionamento è automaticamente penalizzato da una pensione più bassa, mentre un accesso più tardivo è compensato da una pensione più alta. Ciò avviene sostanzialmente per due ragioni: un anno in più di lavoro fa aumentare il coefficiente di trasformazione perché, come spiegato, il montante rivalutato va distribuito su meno anni; inoltre, più banalmente, fa aumentare i contributi e, quindi, il montante stesso.

In linea teorica, in un simile sistema non vi sarebbe alcun motivo per immaginare limiti minimi di età di accesso alla pensione. Per assurdo, potrebbe essere concesso un accesso alla pensione anche a 50 anni (o meno) visto e considerato che la quantità di risorse da versare sarebbe esigua e commisurata agli anni di lavoro e contributi versati, tra l’altro, principalmente dagli stessi lavoratori. Ammesso e non concesso che possa essere considerato ragionevole avere dei parametri minimi di accesso di tipo anagrafico (raggiungimento di una soglia di età) o di anni di contribuzione (accumulazione di anni di lavoro), quello che appare del tutto ingiustificato e paradossale – puro frutto di una logica di austerità finanziaria orientata ad abbattere la spesa pubblica corrente e futura – è l’idea di un costante inevitabile innalzamento dell’età pensionabile in base alla crescita della vita media attesa.

Fino al 2010, il continuo aumento dell’età pensionabile era stabilito discrezionalmente dalle numerose riforme pensionistiche succedutesi sino a quel momento, dalla Riforma Amato (1992) fino alla Riforma Maroni (2004), con tutto il conseguente dibattito politico e la discussione pubblica che ne derivava. Dal 2010, come conseguenza della Legge Tremonti-Sacconi, la crescita dell’età pensionabile diventa invece un automatismo che il Parlamento si limita a ratificare. Un provvedimento condito dal paradosso per cui eventuali diminuzioni della vita media attesa (del tutto plausibili in un’epoca di crisi economica così profonda) non avrebbero invece alcun effetto sull’età pensionabile.

Il meccanismo punitivo verrà poi anticipato dalla Riforma Fornero del 2011-2012, che prevede che l’adeguamento avvenga tramite decreto direttoriale, senza neanche bisogno di una ratifica parlamentare, diventando così un mero artificio contabile. Non si pone così, neanche astrattamente, la possibilità che un anno in più di vita media conquistato possa trasformarsi in un anno (o anche solo sei mesi) in più di riposo. Si dà per scontato che la quota percentuale della vita lavorativa sugli anni vissuti non debba mai cambiare e che ogni progresso materiale debba tradursi in un aumento del tempo assoluto di lavoro svolto. Se ciò è già di per sé del tutto discutibile a parità di condizioni tecniche di produzione e produttività del lavoro, diventa un assioma perverso in condizioni di più o meno intenso progresso tecnico. La straordinaria crescita della produttività del lavoro che ha accompagnato lo sviluppo economico degli ultimi 60-70 anni – che permette di produrre nello stesso lasso di tempo una quantità infinitamente maggiore di beni e servizi – non ha coinciso, se non marginalmente, con una diminuzione del tempo dedicato al lavoro, sia come orario lavorativo medio nel corso della vita attiva, sia come percentuale di vita dedicata al lavoro a fronte di un allungamento della durata della vita.

La persistenza di orari di lavoro defatiganti – che in molti settori coprono di fatto intere giornate, superando le 10-12 ore con l’uso disinvolto di straordinari spesso nemmeno economicamente riconosciuti – e le riforme pensionistiche restrittive, che hanno portato sempre più in là l’età pensionabile di vecchiaia e di anzianità contributiva, hanno finito per svuotare il progresso tecnico degli ultimi decenni di ogni risvolto sociale effettivo sui tempi liberi dell’esistenza: su quella parte cruciale della vita di una persona da dedicare alla sfera affettiva, sociale, culturale, artistica, spirituale, ovvero quella parte di esistenza sottratta ai ritmi frenetici di un lavoro che spesso non rispetta nemmeno quella promessa di realizzazione professionale cui dovrebbe astrattamente ambire.

A ciò va poi aggiunto che un allungamento della vita media attesa non coincide necessariamente con più anni di vita in salute. Spesso infatti, anche grazie ai progressi nella cura e nella cronicizzazione di molte malattie, sono gli anni di vita in malattia o in condizioni di debolezza e scarsa efficienza fisica o psichica a prolungarsi. Insomma, l’aspettativa di vita potrebbe anche allungarsi, grazie al progresso tecnico, ma ciò non significa che sia sempre un riflesso di una buona salute: una grave malattia, che oggi determina la morte di un individuo in breve tempo, un domani potrebbe rappresentare semplicemente un allungamento della condizione terminale. O, più banalmente, superata una certa età non si è più in grado di godere appieno della vita rimasta, soprattutto se aumentano gli anni in cui dobbiamo lavorare! Un elemento in più che dovrebbe mostrare le gravi conseguenze di un’impostazione scellerata che vorrebbe che nei prossimi decenni lavorassimo tutti fino a 70 o, chissà, 75 o 80 anni.

Del resto, al di là delle convinzioni ideologiche e dei falsi spauracchi sui conti in rosso dell’istituto previdenziale, il vero spirito che ha animato la graduale destrutturazione del sistema previdenziale pubblico e le sue riforme iper-restrittive è da molti anni sempre lo stesso: il risparmio di risorse. Nell’ottica dell’austerità, resa cogente dai trattati europei, occorre saccheggiare qua e là le risorse che andrebbero destinate a finalità sociali. Il risparmio pensionistico è diventato una vera e propria ossessione, trattandosi di un monte di risorse a cui attingere (alla faccia di pensionati e pensionandi) di enorme entità. Risorse che invece di essere dedicate al benessere di chi ha lavorato per una vita intera sono invece offerte come contributo alla famelica macchina dell’austerità, che ogni anno divora diritti sociali e tempi di vita con il solo ed unico fine di proseguire sulla strada della mastodontica redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto.

In una prospettiva e in un’ottica redistributiva opposte, il ripensamento radicale del rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro, assieme ad un ripensamento della qualità, del senso e del riconoscimento economico e sociale del lavoro stesso, non possono che essere i fondamenti di una società più solidale, più giusta e più umana. Una società in cui un aumento della speranza di vita non debba essere accolto con un brivido dai lavoratori alle soglie della pensione, ma soltanto come un’ottima notizia per tutti.

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02/03/2019

Le accresciute disuguaglianze smentiscono i dati sull’aspettativa di vita. Per questo la Fornero è un inganno

L’ Istat in collaborazione con l’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) ha pubblicato il primo “Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione”.

Le diseguaglianze socioeconomiche nella salute sono state osservate in tutti i paesi dell’Unione Europea sulla base dell’analisi di indicatori oggettivi quali la mortalità e la morbidità (frequenza di una malattia nella collettività) dei singoli paesi. Molti studi sulle disuguaglianze di salute utilizzano come proxy dello stato socioeconomico individuale il titolo di studio, in quanto è una variabile disponibile in tutti i sistemi informativi, rilevata in maniera accurata e fortemente correlata ad altre misure di posizione sociale quali: la condizione occupazionale, il reddito, ma anche la classe sociale di origine in paesi in cui la mobilità sociale non è molto garantita.

I risultati prodotti in questo Atlante sono molto interessanti e portano necessariamente a valutazioni sulle future politiche di welfare del nostro paese; l’importanza di questo studio è dovuta al fatto che per la prima volta fenomeni da decenni noti vengono misurati.

La prima cosa che emerge è l'esistenza di una relazione a gradini tra livello di istruzione e mortalità: più basso è il livello di istruzione, maggiore è il rischio. Inoltre in Italia la mortalità è differenziale non solo per livello d’istruzione ma a parità di esso anche per luogo di residenza.

Le persone meno istruite di sesso maschile rispetto alle più istruite mostrano in tutte le regioni una speranza di vita inferiore di tre anni (82,3 versus 79,2) mentre tra le donne è di un anno e mezzo (86 versus 84,5). A questo gap va inoltre lo svantaggio delle regioni del Mezzogiorno dove i residenti perdono un ulteriore anno di speranza di vita, indipendentemente dal livello di istruzione. Prendendo come esempio due situazioni estreme: un uomo residente nella Provincia Autonoma di Bolzano con un livello di istruzione alto può sperare di vivere ben 6,1 anni in più di un uomo residente nella regione Campania con un titolo di istruzione basso (83,6 versus 77,5); mentre una donna residente nella Provincia Autonoma di Bolzano con un livello di istruzione alto può sperare di vivere ben 4 anni in più di una donna residente nella regione Campania con un titolo di istruzione basso (86,9 versus 82,9).

Il dato pone immediatamente l’attenzione rispetto alle politiche di welfare, in particolare per quanto riguarda l’accesso alle cure, ma se questo esercizio numerico viene riportato al nostro sistema pensionistico, si paleserà immediatamente l’ennesimo elemento d’ingiustizia sociale: infatti un dirigente o professore universitario o medico del Nord, in termini medi usufruirà per circa 6/4 anni, a seconda del genere, di fondi pensionistici in più rispetto ad un lavoratore con una bassa mansione residente al Sud, tutto questo a parità di anni di contributi versati.

Il dato e le considerazioni che da esso scaturiscono smontano l’assunto che la legge Fornero sia basata su evidenze scientifiche, in quanto utilizza la speranza di vita come parametro da tener presente nel calcolo per l’accesso all’assegno previdenziale. O meglio, fa un utilizzo “criminale” delle evidenze scientifiche in quanto scientificamente sancisce la sostenibilità del sistema pensionistico a carico delle classi sociali meno abbienti, i cui contributi serviranno in buona parte a pagare la pensione dell’alta borghesia lungo tutto il corso della loro lunga e a volte lunghissima vita.

Link all’Atlante

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17/01/2019

Morire prima o lavorare più a lungo. Ce lo chiede il “Sistema”

C’è della perversione travestita da oggettività nella campagna che il quotidiano della Confindustria, il Sole 24 Ore, sta conducendo per allungare l’età pensionabile e, di fatto, ridurre soprattutto “l’età retribuibile” tramite le pensioni.

Il problema infatti sembra proprio questo, cioè ridurre al minimo il periodo nel quale lavoratrici e lavoratori possono vivere e recuperare quanto hanno versato in contributi durante la loro vita lavorativa. Ne abbiamo parlato spesso sul nostro giornale sintetizzandolo in quel “dovete morire prima” che, purtroppo, somiglia sempre meno ad una battuta.

Ne avevamo avuto la chiara percezione sbirciando un rapporto del Fmi alcuni anni fa (quel Fmi che Junker ha definito come il “kattivone”) e vedendo, materialmente, come si stava procedendo sul piano delle controriforme dei sistemi previdenziali imposte dalle misure di austerity all’Italia e ad altri paesi europei della “cintura debole”, i Pigs. In Grecia sta già accadendo, nella Russia post sovietica degli anni Novanta è accaduto.

In occasione della discussione su “quota 100” (per pochi e per poco come abbiamo scritto nei giorni scorsi), il Sole 24 Ore e i suoi mandanti hanno avviato una campagna di articoli tutti tesi a modificare il sistema pensionistico allungando l’età pensionabile. Hanno addirittura rispolverato Luigi Einaudi che già negli anni ‘50 (con una aspettativa di vita decisamente più bassa di oggi) riteneva che di dovesse lavorare fino a settanta anni. C’era tutta la perversione del liberista in quella tesi, e avrebbe prevalso se non ci fosse stata l’opposizione del Pci e del movimento operaio e forse, o anche soprattutto, la “minaccia sovietica” che costringeva anche i liberisti più disinibiti a più miti consigli per mantenere la coesione sociale e non offrire argomenti all’avversario strategico.

Ma dagli anni Novanta in poi questi freni inibitori sono saltati tutti. Lo stesso processo di edificazione dell’Unione Europea basata sul Trattato di Maastricht, poi su quello di Lisbona ed infine sulla raffica di trattati imposti dal 2010 approfittando della crisi (Two Pack, Six Pack, Fiscal Compact, Mse etc.), ha creato una gabbia di vincoli e di automatismi che utilizza come una clava l’oggettività dei numeri per trarne conseguenze che tutto hanno come obiettivo tranne il benessere della popolazione o la riduzione delle disuguaglianze sociali tornate a livelli ottocenteschi.

Se si continua a rimanere dentro la gabbia e i suoi automatismi, appare sempre più evidente che il destino che attende milioni di persone, quelle che vivono del proprio lavoro o peggio ancora di precarietà e disoccupazione, è una vita più breve e una vecchiaia più misera.

Il Sole 24 Ore scrive che secondo le previsioni governative, con “Quota 100”! andranno in pensione circa 300mila italiani con 62 anni, “forse vale la pena tornare a guardare qualche indicatore demografico... Ebbene solo negli ultimi 15 anni la speranza di vita a 65 anni è aumentata di due, da 18 anni e 7 mesi a 20 e 6 mesi. L’età media della popolazione, sempre tra il 2003 e il 2018, è aumentata di oltre tre anni, da 41 e nove mesi a 45 e due mesi”. Ovvio quindi che se si sposta l’età pensionabile a 70 anni, dal sistema si risparmiano quelle risorse che poi possono essere destinate alle banche, alle imprese e alle spese militari.

Di fronte a questi dati che indicano un miglioramento delle aspettative di vita della popolazione (ma che i dati più recenti proprio sulla mortalità crescente si stanno incaricando di smentire), attraverso l’elaborazione dei numeri di Infodata, a quale sintesi di cinismo arriva il Sole 24 Ore? Eccola qua: “Il rosario potrebbe continuare ed è tutto positivo, se lo si legge guardando alla vita che si allunga. Oppure negativo, se lo si legge dal punto di vista di chi paga. Ecco, chi paga? Lo Stato ci mette molto, naturalmente, il che significa prenotare un maggior carico fiscale in futuro (già oggi il disavanzo previdenziale pro capite è di 1.300 euro). Ma consideriamo i “produttori” cioè i residenti in età lavorativa che (sempre ammesso che lavorino tutti) pagano con i loro contributi le pensioni dei loro predecessori. Ebbene: nel 2003 i 15-64enni erano il 67% della popolazione, oggi sono il 64%, ogni 100 persone nel 2002 si contavano 27,9 anziani contro i 35,2 di oggi. Bello vero? Siamo uno dei paesi più vecchi e longevi del mondo, si sa. La mini-bussola interpretativa per valutare quanto sia equa e sostenibile, dal punto di vista intergenerazionale, “quota 100”, si ferma qui. Correndo con il cursore sulle grafiche potete completare la ricognizione logica anche da soli. Buon viaggio”.

Inutile dire che i grafici de Il Sole 24 Ore portano tutti nella stessa direzione e alla stessa conclusione: la retribuzione delle lavoratrici e dei lavoratori che vanno in pensione dura troppo a lungo, dunque la salute e la longevità delle persone sono un costo non sostenibile.

Non hanno ancora il coraggio di dire: dovete morire prima perdio!! Ma vorrebbero arrivarci, come in romanzo distopico. Quello in cui i ricchi si possono rigenerare sul pianeta-satellite Elisium e gli anziani poveri devono recarsi nella stanza dedicata per togliersi di torno quando lo decide il sistema.

Capite perché si deve combattere e vincere per la nostra classe? Sta diventando una questione di sopravvivenza o di “morte tra tutte le classi in lotta”, proprio come anticipava Marx tanti, tanti anni fa.

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