Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2026

Gaza - The Lancet: bilancio vittime sottostimato, in soli 15 mesi erano già oltre 75.000

Un nuovo studio, pubblicato su The Lancet Global Health e condotto da un team internazionale di esperti (economisti, demografi ed epidemiologi), getta una luce ancora più cruda e dettagliata sull’impatto umano della guerra a Gaza. La ricerca, basata su un sondaggio rappresentativo condotto su 2.000 famiglie della Striscia, stima che tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025, più di 75.000 palestinesi siano stati uccisi. Questa cifra è nettamente superiore ai circa 50.000 dichiarati dal Ministero della Salute di Gaza nello stesso periodo, suggerendo una sottostima significativa da parte dei conteggi ufficiali dell’epoca.

Israele ha sempre messo in dubbio l’attendibilità dei dati forniti dalle autorità sanitarie di Gaza. Tuttavia, il mese scorso, un alto funzionario della sicurezza israeliana ha ammesso che le statistiche raccolte a Gaza sono “in gran parte accurate”, confermando che circa 70.000 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani dall’ottobre 2023.

Uno degli aspetti più rilevanti della nuova ricerca è la distinzione tra morti violente e decessi indiretti. I ricercatori stimano che almeno 8.200 decessi siano attribuibili a conseguenze indirette della guerra, come la malnutrizione, la mancanza di accesso alle cure mediche e la diffusione di malattie. Questa analisi si discosta da altre stime precedenti, sempre pubblicate su The Lancet, che ipotizzavano un rapporto di quattro morti indirette per ogni vittima diretta. Michael Spagat, professore di economia alla Royal Holloway University di Londra e co-autore dello studio, ha spiegato che l’impatto indiretto varia enormemente a seconda del contesto: “A Gaza, inizialmente, c’erano risorse in termini di medici ben formati e un sistema sanitario consolidato... Inoltre, il territorio è molto piccolo, quindi quando arrivano gli aiuti, le persone possono essere raggiunte”. Spagat ha però messo in guardia dal considerare questi numeri “esigui”, denunciando una “desensibilizzazione” collettiva di fronte a tali tragedie.

Lo studio conferma inoltre l’accuratezza dei rapporti del Ministero della Salute di Gaza riguardo alla tipologia delle vittime. La ricerca ha rilevato che 42.200 donne, minori e anziani sono stati uccisi, costituendo il 56% del totale dei decessi nel periodo considerato. Questo dato smentisce le frequenti accuse di Israele secondo cui i palestinesi avrebbero esagerato la percentuale di donne e minori tra le vittime.

Infine, gli autori dello studio sottolineano come il loro lavoro indichi che, al 5 gennaio 2025, tra il 3% e il 4% dell’intera popolazione della Striscia di Gaza era stata uccisa violentemente. Tuttavia, avvertono che arrivare a un bilancio definitivo e completo richiederà tempo e risorse considerevoli. Michael Spagat ha concluso: “Non è scontato che un progetto di ricerca multimilionario sarà dedicato a ricostruire cosa sia realmente accaduto. Ci vorrà molto tempo prima di arrivare a un conteggio completo di tutte le persone uccise a Gaza, se mai ci arriveremo”

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27/07/2025

Uno studio su The Lancet mostra che le sanzioni occidentali ammazzano come una guerra

Il 25 luglio è stato pubblicato su The Lancet Global un articolo sugli effetti delle sanzioni che ha attirato molta attenzione. Lo studio, apparso su uno dei tanti rami della grande famiglia di The Lancet, una delle più rinomate riviste mediche a livello internazionale, ha calcolato che le sanzioni occidentali uccidono quasi 565 mila persone ogni anno.

I tre autori hanno analizzato un ampio insieme di dati sulla mortalità divisi per fasce di età, e si sono prefissati di cercare una chiara relazione causale tra sanzioni e peggioramento delle condizioni sanitarie. In totale, hanno preso in considerazione 152 paesi per un arco di tempo che va dal 1971 al 2021. Si tratta, insomma, di un lavoro molto articolato e accurato.

Il risultato non sorprende, ma certamente i numeri che presenta sono un pugno nello stomaco. Gli studiosi hanno usato il Global Sanctions Database (GSDB) per calcolare che, tra il 2010 e il 2022, il 25% dei paesi del Mondo erano soggetti a un qualche tipo di sanzione, fosse degli USA, dell’UE o dell’ONU. Negli anni Sessanta la media viaggiava intorno all’8%.

Questo enorme balzo in avanti si è avuto soprattutto a partire dalla Prima Guerra del Golfo, con le sanzioni imposte all’Iraq di Saddam Hussein. La differenza che hanno ovviamente indagato gli autori riguarda anche la divisione di queste misure in unilaterali, ovvero quelle decise in autonomia da USA e UE, e quelle multilaterali, introdotte dentro il regime regolato dell’ONU.

Nell’ultimo decennio, sono state proprio le prime – al Venezuela, alla Siria, alla Russia, alla Cina – a segnare il panorama di un dibattito politico che, da parte occidentale, ha rivendicato questo tipo di misure come un’alternativa valida ad azioni più ‘muscolari’, per scoraggiare iniziative militari, a difesa dei diritti umani o della democrazia.

Questa è la propaganda, ovviamente, secondo la quale, tramite sanzioni che colpiscono le attività di determinati attori e l’accesso a determinati beni, si possa esercitare una pressione significativa su governi ritenuti pericolosi e autocratici, senza raggiungere una vera e propria escalation militare.

Bisogna però ricordare che le sanzioni economiche unilaterali possono essere considerate come una punizione collettiva, e dunque essere una violazione dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, secondo la quale nessuna persona può essere punita per trasgressioni non commesse personalmente.

Le sanzioni unilaterali, però, non sono solo in contrasto col diritto umanitario internazionale. Grazie allo studio in questione sappiamo ora che il costo in vite umane di queste misure, che prendono di mira settori chiave e impediscono l’accesso a medicinali, cibo e componenti per sistemi idrici ed elettrici, è tale e quale a quello di una guerra vera e propria.

Per il periodo 2010-2021 gli studiosi hanno calcolato che le sanzioni sono state la causa di 564.258 decessi annuali. “Questa stima – scrivono – è superiore al numero medio annuo di vittime di guerra durante questo periodo (106.000 decessi all’anno) e simile ad alcune stime del bilancio totale delle vittime di guerra, comprese le vittime civili (circa mezzo milione di decessi all’anno)”.

Oltre al fatto che più durature sono, più alto è il numero di morti che provocano, gli autori hanno anche evidenziato che le sanzioni hanno un impatto significativo sui bambini sotto i 5 anni, al punto che “i decessi di bambini di età inferiore a 5 anni hanno rappresentato il 51% dei decessi totali causati da sanzioni nel periodo 1970-2021”.

L’altro elemento importante evidenziato nell’articolo è che, mentre effetti significativi sono riscontrati per le misure prese unilateralmente dall’Occidente, non ci sono evidenze statistiche di effetti simili per le sanzioni ONU. Gli autori stessi sottolineano che, anche se non ci sono dati che colleghino tale tipo di provvedimenti alla mortalità, non significa che essi non abbiano effetti negativi.

Inoltre, è anche possibile che tali effetti siano più difficili da identificare. È allo stesso tempo vero che le sanzioni delle Nazioni Unite sono state costruite nel tempo per limitare al massimo l’impatto sui civili. Per quanto si possa discutere la legittimità tout court di queste misure, la differenza con cui sono disegnate rispetto a quelle unilaterali di USA e UE emerge nei numeri dei morti provocati.

Il perché ci sia stata quest’esplosione nell’utilizzo delle sanzioni lo spiega bene Mark Weisbrot, uno degli autori dell’articolo: “le sanzioni stanno diventando l’arma preferita degli Stati Uniti e di alcuni alleati, non perché siano meno distruttive, ma perché il prezzo da pagare è meno visibile. Uccidono silenziosamente, senza il costo politico della guerra”.

Weisbrot ha aggiunto: “l’invisibilità delle sanzioni è la loro più grande risorsa politica. Ma una volta scoperte, diventano indifendibili”. Si tratta di una sentenza senza appello per le cancellerie occidentali che, dunque, negli ultimi anni, hanno scatenato una guerra mondiale a bassa intensità, e a cui ora deve essere imposto di assumersene la responsabilità. Tanto più ora che continuano a sostenere politicamente e materialmente un genocidio.

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21/02/2025

Italia - Rallenta l’aspettativa di vita, la causa è l’attacco alla sanità pubblica

Se c’è una cosa che ha reso evidente a tutti lo straordinario miglioramento delle condizioni sanitarie avvenuto nell’ultimo secolo è stato il veloce aumento dell’aspettativa di vita nei paesi più sviluppati, che in una certa misura sta interessando sempre più anche altre realtà che un tempo veniva classificate come appartenenti al Terzo Mondo.

Il risultato è quello che, in campo medico, viene chiamata la ‘transizione epidemiologica’, così definita in una pagina della Treccani: “il passaggio da una situazione di prevalenza di malattie infettive a patologie croniche e degenerative, con un conseguente slittamento in avanti dell’età di morte”.

Questa transizione è parte di un più generale ‘circolo virtuoso’ invece che ‘vizioso’, che viene definito come ‘transizione sanitaria’, i cui fattori principali sono il miglioramento del tenore di vita e dell’alimentazione, i progressi della medicina e l’aumento del livello di istruzione, che ha portato con sé una maggiore consapevolezza sulle pratiche igienico-sanitarie individuali.

In sintesi, un generale sviluppo della società ha allungato l’aspettativa di vita, accompagnandosi alla progressiva preminenza di malattie legate più alla vecchiaia che ai pericoli pandemici. Ovviamente, il Covid-19 ha segnato una battuta d’arresto in questo processo, e ci ha ricordato che gli agenti patogeni sono ancora da tenere sott’occhio.

Il 18 febbraio, però, su The Lancet Public Health è stato pubblicato un articolo molto dettagliato e approfondito, che ha detto qualcosa di più. È il risultato dell’analisi dei GBD 2021 Europe Life Expectancy Collaborators, ovvero di esperti dell’ambito della salute che lavorano dentro questo grande programma di studio che ha lo scopo di “migliorare i sistemi sanitari ed eliminare le disparità”.

Nicholas Steel, il primo autore del contributo scientifico, ha così commentato: “dal 1990 al 2011, la riduzione dei decessi per malattie cardiovascolari e tumori ha continuato a portare ad aumenti sostanziali dell’aspettativa di vita, ma decenni di miglioramenti costanti hanno infine rallentato intorno al 2011, con marcate differenze internazionali”.

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11/01/2025

Le vittime palestinesi a Gaza sono molte di più di quante ne conosciamo

Questa volta il conteggio non viene dal ministero della Sanità di Gaza (quello che con disprezzo e razzismo viene sempre ricordato dai media italiani e israeliani che è “controllato da Hamas”) ma da una prestigiosa pubblicazione britannica e che indica numeri più alti.

Il numero delle vittime nella Striscia di Gaza riferito dal Ministero della Salute palestinese potrebbe dunque risultare sottostimato di almeno il 40%: il bilancio reale potrebbe aver già superato quota 70.000 morti (per il 59% donne, bambini e anziani).

A indicarlo è un’analisi statistica indipendente pubblicata sulla rivista The Lancet dai ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, guidati dall’epidemiologa Zeina Jamaluddine.

Gli studiosi stimano che dal 7 ottobre 2023 fino al 30 giugno 2024 le vittime della guerra a Gaza sarebbero state 64.260, un numero nettamente superiore ai 37.877 morti riportati per lo stesso periodo dal ministero della Salute palestinese (che nel suo ultimo bilancio aggiornato al 9 gennaio 2025 ha riferito un totale di 46.006 morti in 15 mesi di guerra).

Secondo i calcoli dei ricercatori, lo scorso ottobre il numero totale di decessi per lesioni traumatiche avrebbe già superato quota 70.000. A questi si devono poi aggiungere i decessi non correlati a traumi, ma causati dall’interruzione dell’assistenza sanitaria, dall’insicurezza alimentare, dalla carenza di acqua e servizi igienici e dalle malattie.

Complessivamente, i bombardamenti a Gaza avrebbero causato la morte di circa il 3% della popolazione: il 59% delle vittime erano donne, bambini e anziani. I ricercatori sono giunti a queste conclusioni utilizzando il metodo statistico di cattura-ricattura, che sovrappone i dati provenienti da più fonti per arrivare a stime dei decessi quando non tutti i dati vengono registrati. Le fonti usate per lo studio includevano i registri dell’obitorio dell’ospedale del Ministero della Salute palestinese, un sondaggio online e i necrologi sui social media.

La significativa sottostima dei decessi emersa sarebbe riconducibile al deterioramento dell’infrastruttura sanitaria di Gaza e alla conseguente incapacità di contare i morti nel mezzo delle violenze in corso.

“L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha già condannato l’elevato numero di civili uccisi nella guerra a Gaza – afferma Jamaluddine – e le nostre scoperte suggeriscono che il numero di decessi per lesioni traumatiche è sottostima di circa il 41%. Questi risultati sottolineano l’urgente necessità di interventi per salvaguardare i civili e prevenire ulteriori perdite di vite umane”.

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07/01/2025

Il sistema sanitario italiano è frantumato

Se questo gennaio ad alcuni dei nostri lettori capiterà di aprire The Lancet Regional Health – Europe (una delle tante riviste della grande famiglia di The Lancet), vi troverà una bandiera italiana sventolante. Ma non è purtroppo un buon segnale, perché all’origine non c’è alcuna intenzione di elogio, ma di dura critica.

Se il periodico dedicato all’Europa di una delle quattro o cinque riviste scientifiche mediche più importanti del mondo, con una storia bicentenaria alle spalle, dedica il primo editoriale del nuovo anno per dare l’allarme sullo stato della sanità del nostro paese, qualunque rappresentante politico dovrebbe per lo meno farsi un esame di coscienza.

Ma questo non avverrà, perché le condizioni descritte nell’articolo del mensile medico sono precisamente quelle che la classe dirigente ha perseguito coscientemente. E, difatti, il contributo apparso su The Lancet mette in guardia dagli effetti deleteri che produrrà l’Autonomia Differenziata, fortemente voluta in maniera bipartisan da centrodestra e centrosinistra.

Lasciamo subito alla lettura della traduzione da noi effettuata, ma alcune considerazioni sono necessarie. Partiamo dall’inizio: il titolo.

Nell’originale il termine usato è broken, che può avere varie traduzioni: rotto, guasto, spezzato, fratturato, in frantumi. Abbiamo scelto “frantumato” perché tiene insieme sia il carattere frammentario della sanità nazionale, sia il fatto che ciò sia il risultato di un’azione che ha portato alla frammentazione di un modello unitario e centralizzato.

Al di là di questa nota diciamo linguistica – non di poco conto quando si traducono testi scientifici –, va sottolineato come lo studio discute di un settore che viene sempre indicato come fondamentale per il futuro, ovvero quello della digitalizzazione e dell’elaborazione dati, qui osservato dal lato sanitario.

Appare immediatamente la contraddizione per cui la “strategicità” – nelle scelte dei vai governi italiani –viene subito dimenticata se essa comporta una spesa utile solo a migliorare la vita della maggioranza della popolazione e non ad aiutare il complesso militare-industriale, o la sorveglianza delle espressioni di conflittualità sociale, per fare alcuni esempi.

Raffinare la raccolta e l’accesso ai dati sanitari assicurerebbe maggiori garanzie nella tutela della salute (e meno sprechi, anche questi sempre citati dai fautori dell'“austerità” di bilancio), ma necessiterebbe al contempo di fare un passo indietro sull’Autonomia Differenziata. E dunque su una riforma iscritta nella riorganizzazione imperialistica delle filiere e dei centri decisionali continentali.

Diventa dunque ancora più interessante che l’articolo ricordi come decine di migliaia di persone si oppongono alla condivisione dei propri dati sanitari, ma che lo faccia iscrivendo il fenomeno in un contesto politico, sociale e anche culturale determinato dalla sfiducia nei confronti della classe politica.

Mentre la narrazione fatta propria dai media nostrani è semplicemente quella di uno scontro tra chi si “fida della scienza” e i “complottisti” – prima No Vax e ora No Fascicolo sanitario –, su The Lancet appare una sfumatura di complessità che rimanda alla politica il dovere di ricucire uno strappo da cui origina un problema per l’intera collettività.

“Bilanciare i diritti alla privacy con l’interesse pubblico” è il dovere affidato al governo, nazionale o locale che sia. Quello che viene invece fatto è creare un ‘nemico’ che, per quanto la sua opinione possa essere priva di fondamento, diventa il bersaglio contro cui convogliare le critiche che altrimenti potrebbero dirigersi sul governo o sul sistema.

Le mancanze strutturali, il pericolo e anche i costi che implicano determinati comportamenti vengono nascosti dietro un capro espiatorio accusato di non voler ascoltare ascoltare. E questo ‘nemico’, come potrebbe fidarsi della scienza di chi lo addita come tale?

Come se poi la scienza fosse qualcosa di cui “fidarsi”, quasi una fede indimostrabile razionalmente e non, invece, un processo di costruzione di un patrimonio collettivo fondato sulla ricerca e la verifica sperimentale.

Discorsi già fatti e sentiti, ma è bene ripeterli, in concomitanza con la condanna senza appello dell’Autonomia Differenziata, che – come ormai è difficile negare – non farà che peggiorare la nostra vita, e che va fermata in ogni sua forma.

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Si prevede che la popolazione italiana diminuirà di circa l’8% entro il 2050, passando da 59 milioni nel 2022 a 54,4 milioni, a causa dell’invecchiamento crescente e del calo del tasso di natalità. Entro il 2050, oltre il 35% degli italiani avrà più di 65 anni, mentre i bambini di età inferiore ai 14 anni rappresenteranno solo l’11,7% della popolazione. Senza riforme, questo cambiamento demografico metterà a dura prova i sistemi sanitari e sociali [oltre che l’intero sistema-paese, economia compresa, ndr].

Una delle principali debolezze del sistema sanitario italiano è la frammentazione dell’infrastruttura dei dati sanitari: non esiste un sistema unificato e centralizzato per la documentazione e la condivisione delle cartelle cliniche elettroniche (EHR), dei dati ospedalieri e delle cartelle dei medici di base.

La causa principale è l’ampia autonomia regionale, con 20 regioni che operano in modo indipendente e implementano politiche e tecnologie diverse, creando frammentazione normativa e inefficienze.

La scarsa interoperabilità tra regioni e ospedali, oltre alla mancanza di sistemi di caricamento automatico dei dati nelle cliniche private, mina l’efficacia del Fascicolo Sanitario Elettronico, il sistema EHR nazionale italiano progettato per tracciare le storie cliniche dei pazienti, rendendolo ampiamente inefficace a causa di questi difetti strutturali.

A complicare ulteriormente la situazione c’è l’assenza di una politica nazionale per allocare equamente le risorse a tutte le regioni o stabilire protocolli standardizzati per la raccolta e il trasferimento dei dati.

Molti ospedali e strutture continuano a fare affidamento su sistemi obsoleti e incompatibili, rendendo il trasferimento delle cartelle cliniche e delle immagini diagnostiche manuale e laborioso, anche all’interno della stessa regione o città. L’assenza di standardizzazione impedisce la creazione di registri nazionali, ostacolando l’assistenza efficace e la gestione delle crisi.

Le conseguenze di questo sistema frammentato sono profonde. Durante la pandemia di COVID-19, ha ritardato l’identificazione dei collegamenti tra comorbilità e gravità dell’infezione, esacerbando le disparità regionali nella capacità e nei risultati dell’assistenza sanitaria. Un sistema meglio integrato avrebbe potuto consentire analisi più ampie, approfondimenti generalizzabili e supportare una risposta nazionale più efficace e coordinata.

Un sistema così frammentato non solo delude la popolazione italiana, ma impone anche un notevole onere economico al Paese. I pazienti delle regioni meridionali, che in genere hanno risorse più limitate, si recano negli ospedali del nord, meglio attrezzati, per le cure.

Tuttavia, a causa della mancanza di sistemi interoperabili, gli ospedali del nord spesso non riescono ad accedere alle cartelle cliniche dei pazienti, con conseguenti test diagnostici ripetuti e ritardi nelle cure. Questa duplicazione aumenta i costi (la sola mobilità sanitaria interregionale ammonta a circa 3,3 miliardi di euro all’anno) e compromette i risultati per i pazienti.

Il sistema di dati sanitari frammentato in Italia presenta anche sfide considerevoli per la ricerca. Senza una piattaforma centrale, i ricercatori devono fare domanda ai comitati etici e per la privacy delle singole istituzioni, che possono respingere le richieste senza una giustificazione scientifica sostanziale.

Dal 2009, la percentuale di studi autorizzati sul totale è scesa al 15%, segnando un calo significativo. Inoltre, la raccolta dei dati è spesso manuale e di scarsa qualità, rendendo quasi impossibile condurre studi multicentrici di alta qualità, ostacolando gravemente la generazione di risultati di impatto e generalizzabili.

Nel 2022, l’Italia ha speso 1,8 miliardi di euro per l’assistenza sanitaria digitale, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, non è ancora chiaro se questi fondi siano stati pienamente utilizzati e come siano stati spesi, in particolare in relazione alle cartelle cliniche elettroniche e all’integrazione dei sistemi sanitari regionali e nazionali, poiché solo il 42% delle cliniche ha dichiarato di avere un sistema di acquisizione dati elettronico attivo in tutti i reparti.

La sfiducia pubblica nel governo aggrava il problema, con oltre 90.000 italiani che si rifiutano di condividere i propri dati sanitari a causa di preoccupazioni sulla privacy, un sentimento amplificato durante la pandemia di COVID-19.

Mentre l’Europa ha abbracciato la cosiddetta base giuridica dell'“interesse legittimo”, consentendo l’uso dei dati sanitari per la ricerca e l’innovazione senza basarsi esclusivamente sul consenso individuale, la legislazione restrittiva e la frammentazione regionale dell’Italia ostacolano questi sforzi, non riuscendo a bilanciare i diritti alla privacy con l’interesse pubblico a migliorare l’assistenza sanitaria.

Una riforma appena proposta minaccia di peggiorare ulteriormente la situazione. La legge sull’autonomia differenziata, se approvata, decentralizzerà ulteriormente la governance sanitaria, approfondendo la frammentazione e le disparità tra regioni invece di promuovere una raccolta e una condivisione armonizzate dei dati.

L’armonizzazione legislativa a livello nazionale è essenziale per stabilire una rete di dati sanitari unificata in Italia. Questo approccio supporterà l’interoperabilità dei dati, la telemedicina e la digitalizzazione del Servizio Sanitario Nazionale, sfruttando al contempo iniziative europee come il Data Governance Act, che promuove la condivisione sicura ed etica dei dati, l’European Health Data Space, che mira a consentire l’assistenza sanitaria transfrontaliera e a promuovere la ricerca, e l’AI Act, che cerca di regolamentare l’intelligenza artificiale affidabile e trasparente nell’assistenza sanitaria.

La mancata adozione di misure aggraverà le disuguaglianze, ritarderà i trattamenti e ostacolerà i progressi, mentre dare priorità alla riforma sistemica offre all’Italia l’opportunità di soddisfare la domanda di assistenza sanitaria e di fornire un’assistenza equa ed efficiente.

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10/07/2024

I morti in Palestina potrebbero essere oltre 180 mila

The Lancet è una delle più autorevoli riviste mediche al mondo. Chi scrive e commenta su di essa, come ad esempio nella sezione della “Corrispondenza”, sono ricercatori che sanno bene come si faccia il proprio mestiere.

Il 5 luglio, proprio all’interno di questa rubrica, è stato pubblicato un breve brano di tre autori, di cui il profilo è ricostruito in fondo all’articolo qui tradotto e ripubblicato. Essi non hanno difficoltà a mettere in fila pochi, ma significativa dati, che palesano come il conto delle vittime nel genocidio perpetrato da Israele sia sicuramente sottostimato.

La loro riflessione prende in considerazione la difficoltà di identificare e contare i reali decessi, ragiona su quanti sono probabilmente ancora sotto le macerie che ricoprono buona parte della Striscia di Gaza. E inoltre, i tre autori fanno un calcolo, al ribasso per giunta, su quello che abbiamo visto essere (nelle varie operazioni euroatlantiche) il corollario delle guerre contemporanee: le morti indirette.

Insomma, la valutazione è veloce. Il 7,9% dell’intera popolazione della Striscia potrebbe essere vittima del genocidio. Una notizia che non poteva essere fatta passare in sordina, come invece hanno fatto molti media nostrani.

Qui un commento video di Giorgio Cremaschi, su Facebook e Instagram.

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Secondo il Ministero della Salute di Gaza, come riportato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, al 19 giugno 2024 37.396 persone erano state uccise nella Striscia di Gaza dopo l’attacco di Hamas e l’invasione israeliana dell’ottobre 2023 (1). Le cifre del Ministero sono state contestate dalle autorità israeliane, sebbene siano state accettate come accurate dai servizi segreti israeliani (2) l’ONU e l’OMS. Questi dati sono supportati da analisi indipendenti, che confrontano i cambiamenti nel numero di decessi dell’UN Relief and Works Agency (UNRWA) con quelli segnalati dal Ministero (3), e che che hanno ritenuto poco plausibili le affermazioni di falsificazione dei dati (4).

La raccolta di dati sta diventando sempre più difficile per il Ministero della Salute di Gaza a causa della distruzione di gran parte delle infrastrutture (5). Il Ministero ha dovuto integrare la sua consueta rendicontazione, basata sulle persone morte nei suoi ospedali o portatevi già morte, con informazioni provenienti da fonti mediatiche affidabili e dai primi soccorritori. Questo cambiamento ha inevitabilmente degradato i dati dettagliati registrati in precedenza. Di conseguenza, il Ministero della Salute di Gaza ora riporta separatamente il numero di corpi non identificati tra il bilancio totale delle vittime. Al 10 maggio 2024, il 30% dei 35.091 decessi non era stato identificato (1).

Alcuni funzionari e agenzie di stampa hanno utilizzato questo sviluppo, progettato per migliorare la qualità dei dati, per minarne la veridicità. Tuttavia, il numero di decessi segnalati è probabilmente una sottostima. L’organizzazione non governativa Airwars intraprende valutazioni dettagliate degli incidenti nella Striscia di Gaza e spesso scopre che non tutti i nomi delle vittime identificabili sono inclusi nell’elenco del Ministero (6). Inoltre, l’ONU stima che, al 29 febbraio 2024, il 35% degli edifici nella Striscia di Gaza era stato distrutto (5), quindi il numero dei corpi ancora sepolti tra le macerie è probabilmente considerevole: si stima che siano più di 10.000 (7).

I conflitti armati hanno implicazioni indirette sulla salute, oltre al danno diretto causato dalla violenza. Anche se il conflitto terminasse immediatamente, nei prossimi mesi e anni continuerebbero a verificarsi molte morti indirette per cause quali malattie riproduttive, trasmissibili e non trasmissibili. Si prevede che il numero totale di morti sarà elevato, data l’intensità di questo conflitto; la distruzione delle infrastrutture sanitarie; la grave carenza di cibo, acqua e riparo; l’incapacità della popolazione di fuggire in luoghi sicuri; e la perdita di finanziamenti per l’UNRWA, una delle pochissime organizzazioni umanitarie ancora attive nella Striscia di Gaza (8).

Nei conflitti recenti, tali morti indirette vanno da tre a 15 volte il numero di morti dirette. Applicando una stima prudente di quattro morti indirette per ogni morte diretta (9) ai 37.396 decessi segnalati, non è improbabile stimare che fino a 186.000 o anche più decessi potrebbero essere attribuibili all’attuale conflitto a Gaza. Utilizzando la stima della popolazione della Striscia di Gaza del 2022 di 2.375.259, ciò si tradurrebbe nel 7,9% della popolazione totale della Striscia di Gaza. Un rapporto del 7 febbraio 2024, quando il bilancio delle vittime dirette era di 28.000, stimava che senza un cessate il fuoco ci sarebbero stati tra 58.260 decessi (senza epidemie o ulteriori escalation) e 85.750 decessi (se si verificassero entrambe) entro il 6 agosto 2024 (10).

Un cessate il fuoco immediato e urgente nella Striscia di Gaza è essenziale, accompagnato da misure per consentire la distribuzione di forniture mediche, cibo, acqua pulita e altre risorse per i bisogni umani di base. Allo stesso tempo, c’è bisogno di registrare la portata e la natura della sofferenza in questo conflitto. Documentare la vera portata è fondamentale per garantire la responsabilità storica e riconoscere il costo totale della guerra. È anche un requisito legale. Le misure provvisorie stabilite dalla Corte internazionale di giustizia nel gennaio 2024, richiedono a Israele di “adottare misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative alle accuse di atti che rientrano nell’ambito della … Convenzione sul genocidio” (11). Il Ministero della Salute di Gaza è l’unica organizzazione che conta i morti. Inoltre, questi dati saranno cruciali per la ripresa post-bellica, il ripristino delle infrastrutture e la pianificazione degli aiuti umanitari.

Martin McKee è membro del comitato editoriale dell’Israel Journal of Health Policy Research e dell’International Advisory Committee dell’Israel National Institute for Health Policy Research. Martin McKee, nel 2016, è stato co-presidente della 6th International Jerusalem Conference on Health Policy dell’ultimo istituto citato, ma scrive a titolo personale. Collabora inoltre con ricercatori in Israele, Palestina e Libano. Rasha Khatib e Salim Yusuf dichiarano di non avere conflitti di interesse. Gli autori desiderano ringraziare i membri del team di studio Shofiqul Islam e Safa Noreen per il loro contributo alla raccolta e alla gestione dei dati per questa corrispondenza.

Nota editoriale: The Lancet Group assume una posizione neutrale rispetto alle rivendicazioni territoriali nei testi pubblicati e alle affiliazioni istituzionali.

Riferimenti

1. UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs
Reported impact snapshot. Gaza Strip.
https://www.ochaopt.org/content/reported-impact-snapshot-gaza-strip-19-june-2024
Date: June 19, 2024
Date accessed: June 21, 2024

2. Prothero M

Israeli Intelligence has deemed Hamas-run health ministry’s death toll figures generally accurate.
https://www.vice.com/en/article/y3w4w7/israeli-intelligence-health-ministry-death-toll
Date: 2024
Date accessed: May 2, 2024

3. Huynh BQ, Chin ET, Spiegel PB
No evidence of inflated mortality reporting from the Gaza Ministry of Health.
Lancet. 2024; 403: 23-24

4. Jamaluddine Z, Checchi F, Campbell OMR
Excess mortality in Gaza: Oct 7–26, 2023.
Lancet. 2023; 402: 2189-2190

5. UNOSAT
UNOSAT Gaza Strip comprehensive building & housing unit damage assessment, March 2024.
https://unosat.org/products/3804
Date: 2024
Date accessed: May 2, 2024

6. Airwars
Israel and Gaza.
https://airwars.org/conflict/israel-and-gaza-2023/
Date: 2024
Date accessed: May 3, 2024

7. UN Office Geneva
10 000 people feared buried under the rubble in Gaza.
https://www.ungeneva.org/en/news-media/news/2024/05/93055/10000-people-feared-buried-under-rubble-gaza
Date: 2024
Date accessed: May 3, 2024

8. Reuters
More countries pause funds for UN Palestinian agency.
https://www.reuters.com/world/britain-italy-finland-pause-funding-un-refugee-agency-gaza-2024-01-27/
Date: 2024
Date accessed: May 2, 2024

9. UN Office on Drugs and Crime
Global burden of armed conflict.
https://www.unodc.org/documents/wdr/WDR_2008/WDR_2008_eng_web.pdf
Date: 2008
Date accessed: April 10, 2024

10. Jamaluddine Z, Chen Z, Abukmail H, et al.
Crisis in Gaza: scenario-based health impact projections.
https://aoav.org.uk/wp-content/uploads/2024/02/gaza_projections_report.pdf
Date: 2024
Date accessed: May 1, 2024

11. International Court of Justice
Application of the Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide in the Gaza Strip.
https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20240126-ord-01-00-en.pdf
Date: 2024
Date accessed: May 3, 2024

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21/01/2022

Lancet: Lombardia sconvolta dal Covid per “l’inconsistenza della Regione e del Governo”

Questa volta l’atto di accusa non viene dai familiari delle vittime di Covid o dai magistrati che stanno conducendo l’inchiesta sulla mancata zona rossa nella bergamasca. "Riconoscere gli errori del governo nella gestione della sanità pubblica” è infatti il titolo di un articolo pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet.

Secondo l’articolo la popolazione della Lombardia fu sconvolta dagli eventi e dall’inconsistenza della risposta da parte della sanità pubblica e delle autorità di governo, oltre che da un piano pandemico obsoleto e non attuato. “I cittadini lombardi vennero messi di fronte all’orrore: ai propri affetti morti in casa senza cure e soli in ospedale alla scarsità di ossigeno e bombole e alla confusione nell’identificare i corpi cremati” scrivono i quattro autori dell’articolo Chiara Alfieri, Marc Rgrot, Alice Desclaux e Kelley Sams.

Anche The Lancet legge in chiave politica la decisione di non dichiarare subito la zona rossa a febbraio 2020 nel focolaio di Alzano: “La decisione di non creare la zona rossa ad Alzano e Nembro da parte del Governo e della Regione Lombardia quando il Covid-19 fu diagnosticato ad alcune persone alla fine del febbraio 2020 viene vista come direttamente responsabile della diffusione dell’infezione in altre città attraverso la provincia di Bergamo (in modo particolare la Val Seriana) e poi in tutta Europa”.

Di fronte a quella che l’Istituto Nazionale di Statistica definì una “terza guerra mondiale”, scrive la rivista, “la società civile di Bergamo si organizzò in un movimento per avere giustizia, verità, risarcimento, dignità e per offrire un supporto emotivo in risposta al dolore, alla confusione e alla rabbia delle famiglie”.

The Lancet mostra di apprezzare il lavoro di ricostruzione dei fatti realizzato dell’associazione ‘Sereni e sempre Uniti’ che raccoglie i familiari delle vittime del Covid, soprattutto quelle della prima ondata: “L’evidenza antropologica dimostra che il ruolo di associazioni come quella dei familiari italiani delle vittime del covid è cruciale per le istituzioni al fine di identificare e correggere gli errori nella risposta di sanità pubblica, cosa necessaria per supportare le comunità a prepararsi per future minacce infettive, come raccomandato dalla Community Preparedness Unit dell’OMS”.

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21/11/2021

COVID-19: stigmatizzare i non vaccinati non è giustificato

Negli Stati Uniti e in Germania, funzionari di alto livello hanno usato il termine pandemia dei non vaccinati, suggerendo che le persone che sono state vaccinate non sono rilevanti nell'epidemiologia di COVID-19. L'uso di questa frase da parte dei funzionari potrebbe aver incoraggiato uno scienziato a sostenere che "i non vaccinati minacciano i vaccinati per il COVID-19". Ma questa visione è troppo semplice.

Vi sono prove crescenti che gli individui vaccinati continuano ad avere un ruolo rilevante nella trasmissione. In Massachusetts, USA, sono stati rilevati un totale di 469 nuovi casi di COVID-19 durante vari eventi nel luglio 2021 e 346 (74%) di questi casi riguardavano persone completamente o parzialmente vaccinate, di cui 274 (79%) erano sintomatici. I valori di soglia del ciclo erano similmente bassi tra le persone che erano state completamente vaccinate (mediana 22,8) e le persone che non erano vaccinate, non completamente vaccinate o il cui stato vaccinale era sconosciuto (mediana 21,5), indicando un'elevata carica virale anche tra le persone che erano completamente vaccinati.

Negli Stati Uniti, entro il 30 aprile 2021 sono stati segnalati un totale di 10/262 casi di COVID-19 in persone vaccinate, di cui 2725 (26,6%) erano asintomatici, 995 (9,7%) sono stati ricoverati e 160 (1,6%) è morto.

In Germania, il 55,4% dei casi sintomatici di COVID-19 in pazienti di età pari o superiore a 60 anni riguardava individui completamente vaccinati,e questa proporzione aumenta ogni settimana. A Münster, in Germania, si sono verificati nuovi casi di COVID-19 in almeno 85 (22%) delle 380 persone completamente vaccinate o che si erano riprese dal COVID-19 e che frequentavano una discoteca.

Le persone vaccinate hanno un rischio inferiore di contrarre malattie gravi, ma sono ancora una parte rilevante della pandemia. È quindi sbagliato e pericoloso parlare di pandemia dei non vaccinati. Storicamente, sia gli Stati Uniti che la Germania hanno generato esperienze negative stigmatizzando parti della popolazione per il colore della pelle o la religione. Invito i funzionari di alto livello e gli scienziati a fermare la stigmatizzazione inappropriata delle persone non vaccinate, che includono i nostri pazienti, colleghi e altri concittadini, e a fare uno sforzo maggiore per riunire la società.

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03/05/2021

Quelli che “prima il Pil” hanno fatto strage e moltiplicato la crisi

Non siamo virologi o epidemiologi, diciamo spesso. Ma alcune cose si potevano capire fin dal primo momento, ascoltando gli scienziati più seri e ragionando su parametri logico-scientifici abbastanza semplici. E infatti fin da subito abbiamo detto e scritto che chi voleva difendere a tutti i costi il Pil, anche a prezzo di fare una strage nella popolazione, non sarebbe riuscito nel suo intento. Accumulando così due disastri in uno: oltre 120.000 morti (finora, ma andando avanti così si potrà certamente “far di meglio”...) e una caduta della ricchezza prodotta che ha sfiorato il 9%. Con la “ripresa” che tarda anche perché, ogni volta che la saturazione degli ospedali si avvicina al punto limite, i nuovi confinamenti parziali esercitano il loro peso.

Ora arriva anche uno studio scientifico vero e proprio che dimostra le differenze abissali tra i paesi che hanno scelto di “mitigare” gli effetti della pandemia (quella strategia qui nota come “convivere con il virus e lasciare aperti i luoghi di lavoro”) e quelli che invece hanno perseguito l’obbiettivo “zero covid”.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Lancet. Prende in considerazione soltanto i paesi Ocse “occidentali” in senso lato (quelli “normalmente capitalistici”) e non include Cina, Vietnam, Cuba, ecc, che avrebbero inevitabilmente mostrato una differenza ancora più abissale.

La presentazione che ne fa Alessandro Ferretti è comunque illuminante e dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo governati (in Italia, Unione Europea, Usa, Gran Bretagna, ecc.) da un branco di criminali decisamente idioti e autolesionisti.

Questa “strategia” ora è implementata, da veri criminali, con le riaperture semitotali anche in presenza di numeri (per contagiati, ricoverati, morti) tutt’altro che “sotto controllo”. Draghi ha parlato di “rischio calcolato”. Vorremmo sapere quanti morti sono previsti, nei suoi calcoli...

È un problema di “sistema”, come direbbero ai vertici della Rai, non di persone. E un “sistema” criminogeno va rovesciato il prima possibile. Ne va della vita di tutti e della vivibilità del pianeta (perché quello che hanno fatto sulla pandemia lo fanno ogni giorno anche e soprattutto sul piano ambientale).

Buona lettura.

*****

L’altro ieri su Lancet è apparso un confronto tra i risultati della strategia di mitigazione (interventi graduali di contenimento mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eliminazione radicale del contagio.

Dal confronto emergono tre dati:

– per quanto riguarda la salute pubblica, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per l’eliminazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione, tra cui l’Italia (prima immagine)


– per quanto riguarda l’economia, nei cinque paesi che hanno optato per l’eliminazione, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia all’inizio del 2021 mentre la crescita è ancora negativa per gli altri 32 paesi OCSE (seconda immagine)


– sorpresa sorpresa: per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione. Infatti le misure di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano all’eliminazione, sono state meno rigide e più brevi (terza immagine)


Alcuni credono che il dibattito tra mitigazione ed eliminazione sia ormai accademico, perchè presto il vaccino risolverà ogni problema. In realtà, la storia ci insegna che i vaccini da soli non sono risolutivi e richiedono comunque tempi lunghi. L’eradicazione del vaiolo ha richiesto sforzi concertati e decennali in cui la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, oltre a testare, tracciare e isolare.

Le conclusioni del commento sono tanto cristalline quanto lapidarie: agire solo a livello nazionale è insufficiente ed è necessario un chiaro piano globale per uscire dalla pandemia. I paesi che scelgono di convivere con il virus rappresenteranno probabilmente una minaccia per altri paesi, in particolare quelli che hanno meno accesso ai vaccini COVID-19. L’incertezza dei tempi, della durata e della gravità del blocco soffocherà la crescita economica poiché le aziende sospenderanno gli investimenti e la fiducia dei consumatori si deteriorerà. Il commercio globale e i viaggi continueranno a risentire della situazione.

Nel frattempo, è probabile che i paesi che optano per l’eliminazione tornino quasi alla normalità.

In definitiva: oggi come ieri, accontentarsi di stabilizzare i contagi sugli elevati livelli attuali ci condanna a subire restrizioni in modo permanente con gravi conseguenze sul piano economico, sanitario e della libertà di movimento. Chi ancora oggi sostiene il contrario dimostra solo crassa incompetenza e/o poderosa malafede.

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09/05/2020

Brasile - "Sulla pandemia, Bolsonaro è una minaccia"

La rivista scientifica britannica The Lancet ha descritto il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, come una “minaccia” alla lotta contro il coronavirus, che ha già causato oltre 9 mila vittime e contaminato 135 mila persone nel più grande paese latinoamericano.

“Forse la più grande minaccia per combattere il Covid-19 in Brasile è il suo presidente Jair Bolsonaro”, afferma l’editoriale della autorevole rivista specializzata in articoli in ambito medico e scientifico.

Piuttosto che impegnarsi ad avvisare la popolazione sulla gravità della pandemia, Bolsonaro passa il tempo “diffondendo confusione, scoraggiando le sensate misure di distanziamento sociale e confinamento decretate da governatori e sindaci”, scrive la pubblicazione, per la quale il Brasile è il Paese con il più alto tasso di trasmissione della malattia al mondo.

Per Lancet, Bolsonaro “continua a seminare confusione, disprezzando apertamente e scoraggiando le misure di distacco e confinamento fisico tra le persone introdotte dai governatori statali e dai sindaci delle città”.

Il presidente, sottolinea la rivista, ha definito Covid-19 poco più che una “piccola influenza” e ha criticato governatori e sindaci che hanno adottato misure di isolamento sociale, uno strumento raccomandato dalla maggioranza della comunità scientifica e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per fermare la diffusione del virus. Inoltre, sottolinea Lancet, Bolsonaro incoraggia spesso assembramenti, visitando locali pubblici a Brasilia e nelle aree circostanti nei fine settimana e partecipando a manifestazioni.

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25/05/2015

Apparati israeliani scatenati contro la rivista scientifica "The Lancet"

Gli apparati ideologici dello stato israeliano hanno un nuovo obiettivo nel loro mirino e stavolta il boccone e grosso e la posta in gioco è alta. A incorrere nelle ire degli israeliani è la prestigiosa rivista scientifica "The Lancet". Il motivo? Durante l'operazione "Margine Protettivo", nel luglio scorso, la rivista medica The Lancet pubblicò la "Lettera aperta al popolo di Gaza" in cui medici italiani, britannici e norvegesi denunciavano Israele per i "crimini di guerra" commessi e i devastanti effetti sulla popolazione civile di cui alcuni dei firmatari erano stati testimoni diretti, raccogliendo oltre 20mila adesioni in breve tempo. Da parte israeliana la reazione fu di chiedere "immediata ritrattazione e pubbliche scuse". E' cominciata così una escalation di accuse (e di dovute repliche) che ha subito un crescendo. Ultima in ordine di tempo è la  richiesta di rimozione di Richard Horton dalla posizione di direttore della rivista britannica e la minaccia di boicottare tutte le pubblicazioni di Reed Elsevier, editore e proprietario di Lancet ma anche di altre pubblicazioni mediche a livello internazionale.

"Non citate The Lancet nelle vostre pubblicazioni. Contiene dati fraudolenti" Con questo titolo, dal 24 febbraio, è iniziato una bombardamento di mail a firma del prof. Mark Pepys prima a 58 colleghi israeliani e poi con un target più ampio, che ha raccolto circa 400 firme di accademici, tra cui 5 Premi Nobel. Gli articoli pubblicati da The Lancet su Israele sotto la guida di Richard Horton per gli accademici firmatari sono "vergognosamente disonesti e inaccettabili" e l'accusa, per il direttore, è , ovviamente, di antisemitismo. La pubblicazione della lettera sui crimini di guerra israeliana a Gaza, "Avrebbe reso orgoglioso Goebbels". Di qui l'invito al boicottaggio della prestigiosa rivista scientifica e il prezzo di sangue cioè la rimozione del direttore reo di averla pubblicata.

L'attacco israeliano a Lancet ha innescato però reazioni immediate. Il Lancet Palestianian Health Alliance, fondato da Horton 5 anni fa e composto in larga maggioranza da medici palestinesi, ha ribadito sul sito HandsOffTheLancet il proprio sostegno al direttore di Lancet, in cui vedono un riferimento mondiale per la salute pubblica, sottolineando il suo "straordinario coraggio nel riconoscere i determinanti sociali e politici della salute, tra cui il conflitto".

Non solo. La richiesta degli israeliani di ritrattazione della lettera, ha avuto un risposta educata ma precisa da parte dell'Autorità garante di Lancet. L'Ombusman di Lancet sollecitato dallo scatentato prof. Pepys e da un suo collega, ha risposto che "è del tutto corretto che riviste mediche e altri media promuovano un dibattito su questioni rilevanti per la salute, compresi i conflitti" e che "non esistono motivi sufficienti per il ritiro della lettera". Ma non è questo il punto. Scrivono in chiusura i medici che la questione chiave da stabilire "riguardo all'aggressione di Gaza (...) non è se la "Lettera aperta al popolo di Gaza" debba essere ritirata", ma (...) se e da chi siano state commesse violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, da entrambe le parti del conflitto".

Nell'estate del 2014 - quando Gaza fu sottoposta a bombardamenti più sanguinosi di quelli dell'operazione Piombo Fuso del 2008/2009, Lancet ospitò 20 lettere con pareri contrapposti tra loro in risposta alla "Lettera aperta al popolo di Gaza". Ma l'equa distribuzione tra lettere a sostegno di Israele e lettere a sostegno delle denunce dei crimini di guerra israeliani non è bastata agli apparati ideologici di Stato israeliani, secondo i quali non è accettabile neanche l'equidistanza, è accettabile solo la complicità.

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