Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Jair Messias Bolsonaro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jair Messias Bolsonaro. Mostra tutti i post

13/09/2025

Brasile - Condannato l’ex presidente Bolsonaro, gli USA minacciano ritorsioni

L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro è stato condannato ieri per il tentato colpo di Stato dell’8 gennaio 2023, quando migliaia di bolsonaristi – una settimana dopo l’insediamento di Lula – presero d’assalto le sedi dei tre rami del governo.

Con 4 voti contro 1, cinque giudici hanno deciso di condannare il leader dell’estrema destra brasiliana, accusato di aver guidato un’organizzazione criminale armata per rimanere al potere dopo aver perso le elezioni del 2022 contro l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

Il voto finale è stato letto dal presidente della Prima Camera del tribunale, Cristiano Zanin, ex avvocato di Lula, contro il quale Bolsonaro ha cospirato dopo essere stato sconfitto alle elezioni, secondo le conclusioni della corte.

“Le prove ci permettono di concludere che gli imputati intendevano infrangere lo stato di diritto democratico”, ha detto Zanin nella sua valutazione, che ha lasciato una maggioranza di quattro a uno sulla condanna di Bolsonaro e di altri sette prigionieri, tra cui ex ministri ed ex capi delle forze armate.

“La Procura è riuscita a descrivere in modo soddisfacente un’organizzazione criminale armata, gerarchicamente strutturata e orientata a perseguire un progetto” incentrato sulla “permanenza al potere del presidente Bolsonaro, qualunque sia il metodo criminale da utilizzare”, ha detto Zanin.

Dopo la dichiarazione di colpevolezza, i cinque giudici discuteranno, in linea di massima nella giornata di oggi, le condanne che verranno comminate e che possono arrivare fino a 43 anni di carcere.

Mercoledì uno dei giudici, Luiz Fux, si è pronunciato a favore dell’assoluzione di Bolsonaro da tutte le accuse di colpo di Stato e ha anche chiesto “l’annullamento dell’intero processo”.

In un pronunciamento durato più di 10 ore, Fux ha sostenuto che la Procura non ha dimostrato pienamente tutto ciò per cui ha accusato Bolsonaro e ha assicurato che in un processo penale “la responsabilità penale deve essere provata oltre ogni ragionevole dubbio”, cosa che a suo avviso non è avvenuta.

Fux ha esonerato Bolsonaro dall’accusa di aver cospirato contro la democrazia con la sua aggressiva campagna per screditare il sistema elettorale prima delle elezioni del 2022, in cui è stato sconfitto da Lula, e ha affermato che “discorsi o interviste” non possono essere trattati dal sistema giudiziario come se fossero “narrazioni sovversive”. Ma al di là dell’assoluzione di Bolsonaro e delle sue considerazioni sull’accusa, il giudice è stato incisivo nelle sue critiche al processo stesso aperto nella Prima Camera della Corte Suprema Federale.

L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di bolsonaristi, (a imitazione di quanto accaduto al Congresso di Washington nel gennaio 2021, ndr), presero d’assalto la sede delle tre principali istituzioni brasiliane.

Durante la requisitoria di oltre cinque ore, il giudice Moraes ha presentato un resoconto dettagliato del complotto golpista che, secondo lui, ha iniziato a prendere forma nel 2021 e ha raggiunto il suo culmine negli attacchi dell’8 gennaio 2023 alle sedi delle tre istituzioni a Brasilia, una settimana dopo l’insediamento di Lula. “Il Brasile è quasi tornato a una dittatura”, ha avvertito il magistrato, affermando che c’era un piano coordinato per abolire violentemente lo stato di diritto.

Oltre a Bolsonaro, il giudice si è pronunciato a favore della condanna di altri sette coimputati, tra cui ex ministri e alti comandanti militari.

Nei giorni scorso il Brasile aveva respinto la minaccia degli Stati Uniti di attuare sanzioni economiche e di ricorrere all’uso della sua forza militare contro il paese latinoamericano.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt martedì aveva annunciato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “non ha paura di usare il potere economico e militare degli Stati Uniti per proteggere la libertà di espressione in tutto il mondo”, in riferimento al processo contro l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro (2019-2023), sotto processo per tentato colpo di Stato dopo la vittoria elettorale dell’attuale leader Luiz Inácio Lula da Silva, alla fine del 2022.

Di fronte a questa situazione, il Ministero degli Affari Esteri brasiliano, in una breve dichiarazione rilasciata martedì, ha condannato “l’uso di sanzioni economiche o minacce di forza contro” la democrazia del suo paese.

La nota respingeva “il tentativo delle forze antidemocratiche di utilizzare governi stranieri per costringere le istituzioni nazionali”, riferendosi agli sforzi dell’ex presidente brasiliano e di suo figlio, il deputato Eduardo Bolsonaro, per ostacolare il processo del caso del colpo di stato da Washington.

Dopo aver sottolineato che i tre rami del governo non si lasceranno intimidire da alcun attacco alla loro sovranità, Brasilia ha sostenuto “la democrazia e il rispetto della volontà popolare espressa alle urne” come “il primo passo per proteggere la libertà di espressione”.

Fonte

16/07/2025

Brasile - La Procura chiede la condanna di Bolsonaro per tentato golpe

La Procuradoria-Geral da República (PGR) ha chiesto, nella notte tra lunedì e martedì, la condanna dell’ex presidente Jair Bolsonaro e di altri sette membri del presunto “nucleo centrale” di una trama golpista che il Supremo Tribunal Federal sta indagando da mesi. La richiesta, contenuta in un documento di 517 pagine, è stata inviata al ministro Alexandre de Moraes come parte delle argomentazioni finali dell’accusa, ultimo passaggio prima del processo, che dovrebbe tenersi a settembre.

Secondo il procuratore generale Paulo Gonet, Bolsonaro è il “leader della organizzazione criminale” e “principale ideatore e beneficiario” di un piano per sovvertire l’ordine democratico dopo la sconfitta alle elezioni del 2022. Le accuse sono gravi: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello Stato democratico di diritto, tentato golpe, danneggiamento aggravato e attacco a patrimonio pubblico protetto. Le pene previste superano i 30 anni di reclusione.

Oltre a Bolsonaro, compaiono nella lista degli imputati anche ex generali e ministri del suo governo: Walter Braga Netto, Augusto Heleno, Alexandre Ramagem, Anderson Torres, Almir Garnier, Paulo Sérgio Nogueira e Mauro Cid. Quest’ultimo, ex aiutante di campo del presidente, ha firmato un accordo di collaborazione con la giustizia e potrebbe ottenere la sospensione della pena.

Nella ricostruzione della Procura, Bolsonaro avrebbe utilizzato strutture statali e il sostegno di settori delle forze armate per diffondere disinformazione, alimentare tensioni istituzionali e promuovere misure autoritarie. L’iniziativa rientrava, secondo Gonet, in un disegno più ampio per impedire l’insediamento del presidente eletto Luiz Inácio Lula da Silva.

Dopo la presentazione dell’atto d’accusa, si apre ora il termine per le memorie difensive. Una volta chiuso anche questo passaggio, il Supremo Tribunal Federal fisserà la data del giudizio.

Fonte

29/03/2025

Brasile - Bolsonaro a processo per “tentato golpe”

La Corte Suprema del Brasile ha deciso all’unanimità di rinviare a giudizio l’ex presidente Jair Bolsonaro con l’accusa di aver organizzato un colpo di Stato per rimanere al potere dopo la sconfitta elettorale del 2022 a vantaggio del candidato di centrosinistra Lula da Silva.

L’ex presidente, di estrema destra e nostalgico della dittatura militare durata dal 1964 al 1985, è accusato di essere a capo di una cospirazione diretta a sovvertire il risultato elettorale.

Le indagini della polizia federale hanno rivelato che il gruppo aveva elaborato un decreto per invalidare le elezioni e indire un nuovo scrutinio condizionato.

Inoltre, secondo gli investigatori, i cospiratori avrebbero progettato l’assassinio dell’attuale presidente Luiz Inacio Lula da Silva, del vicepresidente Geraldo Alckmin e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes.

Bolsonaro deve rispondere di capi d’accusa gravissimi: “tentativo di colpo di Stato”, “tentativo di abolizione violenta dello Stato di diritto democratico” e “organizzazione criminale armata”. Se condannato, potrebbe scontare una pena superiore ai 40 anni di carcere. Probabilmente, però, l’ex presidente rimarrà in libertà in attesa del processo, che potrebbe iniziare entro la fine dell’anno per evitare di sovrapporsi alle elezioni presidenziali del 2026.

L’ex presidente è già stato dichiarato ineleggibile fino al 2030 per altri reati. Bolsonaro spera di ribaltare questa decisione per poter competere nuovamente nel 2026, ma una condanna per cospirazione metterebbe fine alle sue ambizioni politiche, costringendo la sua area politica a trovare un nuovo leader.

Bolsonaro ha reagito con durezza alla decisione della Corte Suprema, definendola il risultato di un “processo politico” e accusando i giudici di volerlo eliminare dalla competizione elettorale.

La difesa aveva tentato di far ricusare Alexandre de Moraes, uno dei giudici del processo e presunta vittima del piano di assassinio, ma la richiesta è stata respinta. Oltre a Bolsonaro, saranno processati altri sette presunti cospiratori, tra cui alcuni ex ministri e alti ufficiali delle forze armate: Walter Braga Netto (Difesa), Anderson Torres (Giustizia), Paulo Sergio Nogueira (Difesa) e Augusto Heleno (Gabinetto sicurezza istituzionale), l’ex comandante della Marina militare Almir Garnier Santos e l’ex direttore generale dell’intelligence, Alexandre Ramagem.

Nel gruppo rientra anche il tenente colonnello Mauro Cid, l’ex aiutante di campo le cui rivelazioni alla polizia federale, rese in cambio di condizioni processuali agevolate, sono servite da spina dorsale alle indagini.

L’assalto ai palazzi del potere a Brasilia, l’8 gennaio del 2023, di alcune migliaia di estremisti di destra sostenitori di Bolsonaro, che tentavano di ribaltare il risultato delle elezioni rimane una ferita aperta nel paese.

Fonte

06/03/2025

Brasile - Il processo a Bolsonaro può cambia le carte intavola

La procura della repubblica del Brasile ha accusato l’ex presidente Jair Bolsonaro, assieme ad altre 33 persone, di aver ordito un colpo di stato per impedire l’insediamento del presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva dopo le elezioni del 2022, così come di aver cercato di avvelenare Lula e altri rappresentanti del PT. Secondo l’accusa, l’organizzazione criminale era guidata da Bolsonaro e dal suo candidato alla vicepresidenza, il generale Walter Braga Neto. Il processo a Bolsonaro arriva in una fase storica in cui le destre post fasciste in America Latina e nel mondo occidentale guadagnano sempre più spazio. Per parlare del Brasile, delle destre e della situazione a livello globale anche dopo l’inizio del secondo governo Trump, abbiamo intervistato il sociologo Carlos Eduardo Martins, Dottore in Sociologia e Professore presso l’Università di San Paolo, Brasile, Professore Aggiunto e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso l’Università Federale di Rio de Janeiro.

Il processo contro Bolsonaro per il tentato golpe del 2023 e il possibile avvelenamento di Lula cosa cambia in Brasile?

La possibile condanna di Bolsonaro per la denuncia da parte della Procura Generale è un fatto nuovo in Brasile, perché il Brasile è l’unico paese del continente delle dittature degli anni ’60, ’70 e ’80 a non aver stabilito una giustizia di transizione tanto che si è fatta una legge di amnistia che ha reso impuniti i crimini del terrorismo di Stato. I militari sono rimasti come una sorta di quarto potere, ponendo dei limiti allo sviluppo della democrazia brasiliana.

Questa concezione della legittimazione del colpo di Stato del 1964 in Brasile è sempre stata dominante nelle forze armate.

Si sa che il colpo di Stato del 1964 viene chiamato dittatura militare, ma è un termine impreciso, il termine migliore sarebbe dittatura militare del grande capitale, perché circa 6.000 soldati furono espulsi dalle forze armate: i militari nazionalisti e legalisti sono stati espulsi, di fatto sono stati colpiti dalla dittatura funzionari pubblici militari sei volte di più che i funzionari pubblici civili.

Quindi, questo è un fatto nuovo, anche perché il Brasile ha firmato il Trattato interamericano sui diritti umani e in base a tal trattato i crimini continuativi sono crimini che devono subire sanzioni penali e la legge di amnistia, quindi, non coprirebbe i crimini di sparizione forzata. Però la Corte Suprema Federale del Brasile, nel 2010, si è pronunciata a favore della legge di amnistia ignorando le conseguenze del Trattato interamericano sui diritti umani.

Quindi questa denuncia contro Bolsonaro e i militari che hanno tentato il colpo di Stato l’8 gennaio 2023 è un punto di svolta. Una svolta che si articola anche con una nuova offensiva contro la legge di amnistia così la Corte Suprema Federale sta cercando di far rispettare le norme del Trattato interamericano sui diritti umani.

Verrà creato un meccanismo giuridico per affrontare l’ala fascista delle forze armate brasiliane. Questo è di per sé uno sviluppo molto importante. Dobbiamo tenere d’occhio come andranno le cose.

Penso che ci siano buone possibilità che Bolsonaro sia condannato così come il gruppo che ha lavorato con lui, perché oggi dentro al Supremo Tribunale Federale del Brasile c’è una maggioranza legalista.

È molto difficile per Bolsonaro sfuggire a una condanna a 40 anni di carcere; per le leggi brasiliane potrebbe uscire con un sesto della pena, ma è una situazione molto difficile per lui.

Per di più Bolsonaro non potrebbe accedere all’amnistia, nemmeno se il prossimo presidente lo volesse a meno che non sia supportato da una maggioranza in parlamento dei 2/3 e così cambiare la costituzione.

Credo sia una situazione importante.

Affrontare così le forze armate fasciste è l’espressione di un’alleanza tra il centrosinistra con settori della borghesia brasiliana più tradizionale e più internazionalizzata, settori che si sentivano minacciati dal progetto politico dittatoriale di Bolsonaro. Era chiaro che Bolsonaro voleva promuovere quella borghesia che si sarebbe detta a lui fedele.

Bolsonaro si è scontrato, negli anni, con settori molto tradizionali della borghesia brasiliana cercando di cambiare le gerarchie.

La vicenda Bolsonaro è solo brasiliana o ha dei riverberi internazionali?

Sembra che il Grande Capitale stia fraternizzando a livello internazionale. Ci sono però delle fratture al suo interno. C’è un’ala liberale che vuole uno Stato democratico con un basso livello di impegno sociale e dove la borghesia possa esprimere direttamente i suoi rappresentanti politici.

La visione liberale dello Stato, del Grande Capitale, è una visione in cui lo Stato non genera un monopolio politico in grado di rivaleggiare con i monopoli imprenditoriali.

Questa è la visione liberale, ma ciò che accade è che siamo in un momento di crisi organica del dominio borghese e con ciò il fascismo inizia a guadagnare consenso di massa, soprattutto quando le sinistre si alleano con i settori borghesi e neoliberisti cercando di rianimare una fetta di economia in decadenza.

Questo è quello che si vede spesso in Occidente dove il caso più eclatante è quello della socialdemocrazia dove vediamo un costante declino del consenso verso i partiti socialisti ma è anche il caso degli Stati Uniti e della sinistra legata al Partito Democratico. In Brasile, ad esempio, è il caso del Partito dei Lavoratori che è un partito che ha stabilito un’alleanza con il capitale finanziario così come un’alleanza con i settori tradizionali della borghesia cercando di apportare alcuni cambiamenti molto specifici in questo tipo di dominio.

La crisi del dominio borghese tradizionale colpisce, così, anche il centro-sinistra che ad esso si è legato e apre lo spazio per l’ascesa del fascismo e dei suoi alleati. Il fascismo trascina con sé una borghesia che non faceva parte dei “ranghi alti” e subiva gli effetti della decadenza delle economie tradizionali. I neo-fascisti creano così un’alleanza con questi settori una volta minoritari dentro al mondo imprenditoriale e allo stesso tempo costruisce un discorso, come fatto da Milei, che lega la decadenza dell’economia alla casta politica. Lo stesso fatto da Bolsonaro quando attaccava l’elitarismo del centrosinistra sottolineando che i simpatizzanti del centrosinistra hanno una vita con alto livello di consumo. Milei e Bolsonaro si pongono come uomini popolare.

Mi sembra esistere una divisione tra le forze del grande capitale, una parte di queste forze che si legano al neofascismo soprattutto per convenienza, un’altra parte del grande capitale invece si appoggia e appoggia i partiti tradizionali per conservare la sua posizione di vantaggio e di controllo degli apparati statali.

Tutto questo varia tra le diverse regioni e situazioni, certo è che il grande capitale tradizionale ha due paure: la prima è che le sinistre sviluppino un progetto sociale che vada contro gli interessi capitalistici, ed è questo il motivo per cui in Brasile nel 2017 c’è stata l’unione condivisa del capitale contro il PT. Ma c’è da dire che una parte del capitalismo brasiliano sperava che i liberali del Psdb potessero diventare la prima forza del paese e superare il PT. Quella parte del capitalismo brasiliano ha sofferto quindi quando è emersa la figura di Bolsonaro e dell’estrema destra, mentre la parte meno vincolata alla politica tradizionale ha cavalcato le sue proposte. Lula per tornare al governo ha dovuto garantire più cose di quanto avesse mai fatto come presidente ai gruppi imprenditoriali del Brasile.

Possiamo dire che le democrazie liberali sono morte o fallite?

Sono in una crisi molto profonda perché la globalizzazione neo liberale ha accresciuto la disuguaglianza e ha dimostrato che la democrazia era in realtà una plutocrazia e che serviva molto poco alle grandi masse. Anche questa è una realtà delle democrazie occidentali e questo dà forza al fascismo, soprattutto in uno scenario in cui la sinistra è schiava del patto con i settori della borghesia tradizionale ed è parte della contesa per la gestione del neoliberismo con altre forze, quindi in questo scenario la democrazia è in forte crisi in Occidente, soprattutto questo formato liberale della democrazia.

Quello che Trump ed il neofascismo aziendale sta portando avanti è una forma di neocolonialismo?

Penso che Trump stia sviluppando una sorta di imperialismo informale, un “imperialismo territorialista” tanto che parla apertamente di impadronirsi del Canale di Panama, della Striscia di Gaza, della Groenlandia. Penso che Trump stia tornando a forme tradizionali di imperialismo che erano state scartate come forme dominanti a causa del loro alto livello di violenza.

Fonte

22/11/2024

Brasile - Bolsonaro incriminato per tentato colpo di Stato

Bolsonaro aveva “piena conoscenza” di un piano per impedire a Lula e al suo governo di assumere l’incarico dopo la sua vittoria elettorale.

La polizia brasiliana ha terminato il suo rapporto investigativo che comprende diverse centinaia di pagine nelle quali si riportano prove a sostegno delle conclusioni: l’ex presidente Jair Bolsonaro era a conoscenza di un piano per mantenere il potere dopo l’elezione del suo rivale e successore Luiz Inácio Lula da Silva, nel 2022. Secondo le indagini il complotto prevedeva l’assassinio del vicepresidente di Lula, Geraldo Alckmin, e del giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes. Per eliminare gli oppositori il piano indicava l’utilizzo di esplosivi e anche di veleno.

Le autorità brasiliane hanno incriminato Bolsonaro insieme ad altre 36 persone. Ora sarà la Corte Suprema di Brasilia a dover decidere se confermare le accuse o chiudere l’indagine.

Fonte

31/03/2023

Brasile - Bolsonaro ritorna nel Paese

di Glória Paiva

Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.

Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.

L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.

Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.

In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).

Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.

Resa dei conti con la Giustizia

Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.

Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.

Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.

Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.

Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.

Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.

Fonte

16/01/2023

Brasile - Perché i bolsonaristi non dovrebbero ottenere l’amnistia

Tra tutte le grida eccitate che sono riecheggiate nella marea rossa che ha invaso Brasília durante l’insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva come presidente brasiliano il 1° gennaio 2023, la più significativa – e impegnativa, soprattutto dal punto di vista istituzionale del nuovo governo – è stata la richiesta di “nessuna amnistia!“.

La folla che scandiva queste parole si riferiva ai crimini perpetrati dalla dittatura militare in Brasile dal 1964 al 1985 e ancora impuniti. Lula ha fatto una pausa nel suo discorso, per far sentire le voci, e ha proseguito con un messaggio forte ma moderato sulla responsabilità.

La moderazione di Lula dimostra il suo rispetto per i limiti civici dell’esecutivo, in netto contrasto con la nozione di statalismo dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Dopotutto, una delle caratteristiche che ci permettono di qualificare correttamente il “bolsonarismo” come fascismo è la deliberata fusione tra l’esercizio istituzionale del potere e la militanza contro-istituzionale.

Come presidente, Bolsonaro è andato oltre la commistione di questi ruoli; ha occupato lo Stato in costante opposizione allo Stato stesso. Ha costantemente attribuito la sua inettitudine come leader alle restrizioni imposte dalle istituzioni democratiche della Repubblica.

Mentre Bolsonaro proiettava un’immagine di uomo forte davanti alle telecamere, che alla fine lo ha aiutato a scalare il potere, ha mantenuto un basso profilo nel Congresso e il suo mandato congressuale lungo tre decenni è una testimonianza della sua irrilevanza politica e amministrativa.

Il suo debole esercizio del potere ha rivelato la sua inadeguatezza come leader quando ha finalmente assunto la carica di presidente. Bolsonaro ha raggiunto la notorietà quando ha votato per l’impeachment dell’ex presidente Dilma Rousseff nel 2016.

Prima di votare, Bolsonaro ha colto l’occasione per rendere omaggio al colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, “condannato per tortura” durante la dittatura militare, che ha scherzosamente definito “il terrore di Dilma Rousseff!“.

Ustra era stato responsabile della tortura sistematica dell’ex capo di Stato quando lei, allora giovane guerrigliera marxista, era imprigionata dalla dittatura.

Da quel giorno fino all’ultima apparizione pubblica di Bolsonaro – dopo la quale è fuggito dal Paese per dirigersi a Orlando, in Florida, prima dell’insediamento di Lula – l’unica opportunità che ha avuto di mettere in scena il suo personaggio elettorale è stata quella di istigare i suoi sostenitori con discorsi incendiari.

Questa combinazione ha portato a un governo impotente, gestito da qualcuno che ha incoraggiato i suoi sostenitori a fare il tifo per lui usando il ridicolo soprannome macho “Imbrochável“, che si traduce in “imperturbabile“.

Appoggiando la necessità di responsabilità, rispettando la solennità della presidenza e consentendo ai cittadini di chiedere “nessuna amnistia“, Lula ripristina una certa normalità nella dicotomia esistente tra rappresentante e rappresentato nel quadro di una democrazia liberale borghese.

Un piccolo gesto, ma che contribuirà a stabilire la fiducia istituzionale necessaria affinché il fascismo possa essere esaminato. Ora la palla è nel campo della sinistra organizzata; l’urgenza e la radicalità della responsabilità dipendono dalla sua capacità di consustanziare teoricamente e politicamente lo slogan “nessuna amnistia“.

Nessuna amnistia per chi? E per cosa? Che tipo di giustizia dovrebbe essere servita ai nemici della classe operaia?

All’ex ministro della Sanità che, dichiarandosi esperto di logistica, ha trasformato Manaus, la capitale di Amazonas, in un “laboratorio di test sull’immunità di gregge” per far fronte al collasso del sistema sanitario durante il picco dell’epidemia di COVID in Brasile.

All’ex ministro dell’Ambiente che ha sancito la brutale colonizzazione delle terre indigene modificando la legislazione ambientale.

A un governo che ha sostenuto l’espansione dell’accesso dei civili ad armi di livello militare; al produttore nazionale di armi che ha avallato tale aberrazione politica e promosso la vendita di armi; alla compagnia di assicurazione sanitaria che ha condotto test antidroga non autorizzati su cittadini anziani, sposando il motto “la morte è una forma di scarico“.

Allo stesso Bolsonaro che, tra i tanti crimini, ha deciso di negare ripetutamente la scienza e di pubblicizzare l’idrossiclorochina e l’azitromicina come cure per il COVID-19.

Al cancelliere che ha usato l’Itamaraty (l’equivalente brasiliano del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti) per marginalizzareare intenzionalmente il Brasile nella comunità internazionale.

Ai proprietari dei media che hanno avallato o tollerato tutta quella misantropia, sbiancando la retorica fascista e offrendo un megafono per amplificare il razzismo, il sessismo, la fobia per gli LGBT e, alla base di tutto, il brutale classismo.

L’elenco potrebbe continuare. Ci sono così tanti crimini, così tanti individui e società delinquenti e così tante vittime – a partire dalla morte di persone innocenti a causa del COVID e dal trauma subito dalle loro famiglie, per poi estendersi a tutte le popolazioni vulnerabili: indigeni, popolazione nera, maroons e LGBTQIA+ – che è necessaria un’agenzia dedicata che indaghi e persegua tutti.

Forse la sostanza che dobbiamo iniettare nel grido “niente amnistia” è l’istituzione di un tribunale speciale. Come suggerito dal professor Lincoln Secco, dovrebbe essere il Tribunale di Manaus, dal nome della città che è stata usata come terreno di prova per la propaganda no-vax di Bolsonaro, dove i pazienti sono stati lasciati morire al culmine della pandemia COVID.

E si spera che il Tribunale di Manaus, osservando tutti i riti, tutta la civiltà e tutti i requisiti legali, sia in grado di portare al risultato storico che l’Assemblea costituzionale del 1988 non è riuscita a raggiungere: chiudere le porte delle istituzioni brasiliane al fascismo, per sempre.

di Gabriel Rocha Gaspar, attivista e giornalista marxista brasiliano, con un master in letteratura conseguito presso l’Università Sorbonne Nouvelle Paris 3. Per cinque anni è stato reporter e ha lavorato in Brasile. Per cinque anni è stato reporter della radio pubblica francese RFI e ha lavorato come corrispondente per gli affari esteri per diversi media brasiliani. Attualmente è editorialista di Mídia Ninja.

Fonte

14/01/2023

Limes inciampa su Bolsonaro

C’era una volta Limes, autorevole rivista di geopolitica. Il servizio realizzato dalla stessa a proposito dell’assalto bolsonarista alle istituzioni brasiliane costituisce infatti quanto di peggio ci si potrebbe aspettare in termini di analisi obiettiva della situazione e di contributo scientifico a chiarire cause e prospettive di quanto sta avvenendo in Brasile, confermando il pregiudizio, vivo nei più, che la scienza politica in realtà ha ben poco di scienza e molto di politica, e spesso di politica di bassa lega. Colpevole ne è in prima istanza tale, Carlo Cauti, docente di geopolitica all'Ibmec (Instituto Brasileiro de Mercado de Capitais (IBMEC), l’Università gestita, a detta dell’intervistatore, dalla Confindustria brasiliana o “qualcosa del genere”. Ma colpevole pure, se non altro per piatta accondiscendenza nei confronti delle castronerie snocciolate a ripetizione dal suddetto professore confindustriale, la stessa Limes. Il che indubbiamente dispiace, data la meritata reputazione di serietà scientifica del suo direttore Lucio Caracciolo.

Fra tali castronerie c’è addirittura una sorta di riesumazione postuma del complotto del giudice Moro, il quale secondo l’esperto di faccende brasiliane interpellato da Limes avrebbe avuto sostanzialmente ragione, tanto è vero che le condanne contro Lula sarebbero state a suo dire arbitrariamente annullate da un giudice della Corte suprema che avrebbe agito a titolo individuale su diretta ispirazione del P.T. Non ci resta che consigliare a Cauti qualche salutare e formativa lettura in materia, tra le quali il libro Fare la guerra con il diritto. Introduzione al Lawfare - Versione Brossura (librerie.coop), scritto da Cristiano Zanin Martins, Waleska Teixeira Zanin Martins e dall’accademico Rafael Valim (recentemente tradotto in italiano dal Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia /Gruppo d’intervento giuridico internazionale) che fra le altre cose contiene un resoconto dettagliato e preciso della persecuzione giudiziaria contro Lula.

L’altro inaccettabile sfondone, visibile fin dal titolo dato al “servizio” consiste nel prefigurare una guerra civile imminente che sprofonderebbe nell’abisso il grande Paese latinoamericano, che l’esperto parrebbe vaticinare come possibile o addirittura probabile dato l’esiguo scarto tra i votanti che si è registrato in occasione delle ultime presidenziali. Democrazia e sue regole non pervenute, considerando che si tratterebbe di democrazia ancora “giovane” e in sostanza primitiva e selvatica. Fra le righe si intravvede una, neanche tanto dissimulata, simpatia e comprensione profonda per Bolsonaro e i suoi boys, con tanto di lamentele in classico stile fascioleghista sul “parassitismo” dei poveri.

Tutto il mondo è Paese, pare di dover concludere, e quindi non sarebbe certo casuale se, per sottrarsi ai giusti e inevitabili rigori della legge brasiliana, a norma della quale dovrà essere presto giudicato per innumerevoli misfatti, da ultimo quelli associati a questo assalto a metà strada tra il tentato golpe e la pantomima pagliaccesca di quanto avvenuto negli Stati Uniti nel gennaio 2021, Bolsonaro e famiglia chiedessero asilo politico in Italia, dove si affidano alla comprensione di Meloni, Salvini & C..

Ma guai a relegare le fanfaluche del professore tra mere dimostrazioni di inadeguatezza scientifica e accademica. Appare velenosa, tra una balla e l’altra, l’evocazione del colpo di Stato vero, ad esempio laddove ci informa, probabilmente sulla scorta di sue esperienze e frequentazioni personali, che l’avversione nei confronti di Lula è alle stelle non solo fra gli altri gradi militari, alcuni dei quali si sarebbero dimessi pur di non dovergli giurare obbedienza, ma in seno alla truppa non solo delle Forze armate ma della Polizia, compresa la potentissima Polizia militare.

Tutto diventa più chiaro, del resto, alla luce di un sia pure sommario esame del curriculum vitae di Cauti, il quale risulta essersi candidato, senza venir eletto, con il Partido Novo, il partito più spietatamente neoliberista del Brasile, al punto di considerare Bolsonaro un traditore dei "valori di mercato". Un’ennesima conferma dell’elementare verità che neoliberismo e golpismo, sulla scorta del luminoso e storico esempio offerto da Pinochet quasi cinquant’anni fa, vanno d’amore e d’accordo. E del resto, se la maggioranza degli elettori non vuole convincersi della necessità di accordare supremazia incontrastata al “mercato”, sarà pure lecito farli rinsavire a suon di bastonate e colpi d’arma da fuoco.

Non è del resto la prima volta che improbabili analisti politici e strategici si lanciano in spericolate previsioni sulla prossima catastrofe di questo o quel Paese latinoamericano. Ricordiamo qualche anno fa un ricercatore, che scriveva per l’Istituto affari internazionali, profetizzare l’imminente “sirianizzazione” del Venezuela. Oggi tocca al Brasile e l’intollerabile sciatteria di un ricercatore coi suoi forti pregiudizi politici, precipita oniricamente anche il grande Brasile nella disgrazia e nella guerra civile. Ma ad affondare davvero, dopo lo IAI, è oggi anche Limes. Peccato davvero.

Fonte

13/01/2023

La nuova Vandea controdemocratica

Qualcuno ha fatto giustamente notare che esistono similitudini inquietanti tra quanto accadde a Capitol Hill, quanto è successo a Brasilia e quanto sta accadendo in Italia.

Il problema dell’analisi politica è, però, liberarsi dalla sociologia da divulgazione. Non perché non si espongano anche così analisi convincenti, ma proprio perché un conto è la contemplazione del sociologo, altro è l’iniziativa politica in grado di fermare, far arretrare e poi sconfiggere la demagogia reazionaria

Quando, ad esempio, Giuseppe De Rita dice: “Questa Destra è impreparata a governare. E i suoi elettori, la piccola borghesia, le periferie, le corporazioni che non hanno votato sui programmi ma soltanto come onda di opinione, hanno scoperto di essere impreparati alle delusioni della Politica.” (intervista di Maria Novella De Luca per Repubblica del 11/01/23).

Dice una cosa vera, ma è semplicemente un selfie. Siamo sicuri che si tratti d’impreparazione o è invece una linea di condotta?

Sul punto è più precisa Donatella De Cesare: “Questi nuovi perdenti chiedono risposte semplici a questione complesse e sono attraversati dall’esigenza inconscia di negare i problemi che inquietano il mondo.
La destra nazional-sovranista (che non può essere ricondotta a quella novecentesca) fa proprio al caso loro. Li rassicura, li conforta, soprattutto li difende – contro quelli che ricevono aiuti indebiti (vedi da noi il reddito di cittadinanza), contro i neri e i migranti, gli indigeni e i musulmani, le femministe e i transgender, ma anche contro l’establishment.
Vale la pena sottolineare – e forse può essere di riflessione per noi – che questa difesa ha funzionato anche quando i bolsonaristi erano al potere, quando cioè, nel corso di quattro disastrosi anni, anziché governare, hanno agito nel segno del voto identitario mantenendo mobilitata la loro base sociale”
. (Il Fatto Quotidiano, 11.01.2023).

In effetti, se guardiamo anche alle cose italiane, vedremo una destra che ha un preciso e specifico linguaggio dedicato alla sua base elettorale, proprio come Trump o Bolsonaro. In questo senso, la destra italiana parla e agisce solo per i suoi elettori, cioè, come dice De Rita, “la piccola borghesia, le periferie, le corporazioni”.

Non si tratta, dunque, di semplice consenso elettorale, ma della ricerca di un forte legame con determinati strati sociali per spingerli a essere protagonisti dei loro stessi interessi di classe.

La destra di governo o di opposizione, lavora alla presenza politica organizzata di questi ceti sociali, con i quali entrare in conflitto con la democrazia liberale, metterla in crisi, costringerla a mediazioni impensabili fino a non molto tempo fa.

Lo stravolgimento dei rapporti di forza tra l’establishment – che rappresenta gli interessi delle oligarchie del capitalismo finanziario – e i partiti espressione di una democrazia capace di redistribuire la ricchezza (grosso modo la “socialdemocrazia storica”, anche cristiana) sta producendo un nuovo scenario della lotta tra le classi.

La dialettica tra conservatori e progressisti nei governi occidentali si è bloccata, ogni mediazione sembra essere saltata. Un nuovo paradigma si è affacciato sulla scena politica.

Dopo Capitol Hill, i democratici repubblicani americani hanno dovuto fare i conti col trumpismo del dopo Trump, fino a far vacillare l’Amministrazione Biden nelle elezioni di medio termine e rendere quasi farsesca l’elezione dello speaker, ancorché repubblicano, del Congresso.

In Brasile, Lula ha vinto le elezioni, ma non ha la forza numerica necessaria per smantellare il bolsonarismo. L’assalto alle sedi istituzionali è stato un avvertimento inequivocabile: hai sconfitto un Bolsonaro, non quelli né quello che rappresenta.

Secondo Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento Europeo (movimentoeuropeo.it) in Europa, si profilerebbe un accordo elettorale per le elezioni del Parlamento nel 2024 tra il centrodestra, guidato da Manfred Weber e i conservatori di Meloni, così che la “coalizione Ursula”, che unificava cristiano-sociali, liberali e socialdemocratici, insieme opposti ai “sovranisti”, verrà smantellata e vedremo i socialisti europei finire all’opposizione, in netta minoranza.

C’è da aspettarsi lo sdoganamento dei paesi di Visegrád. Un nuovo paradigma, appunto.

La cosa è esattamente quello che è successo in Italia, dove il governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi – una “coalizione Ursula” de noantri – ha lasciato poi il campo alla destra, col risultato di scaraventare nell’irrilevanza politica il Partito democratico.

Dunque, lo scenario che si delinea è un’alleanza storica tra oligarchie e corporazioni, capace di mettere all’angolo la classe lavoratrice, le masse popolari, che non trovano più rappresentanza né voce in capitolo, in affanno e in grande difficoltà a far valere i propri diritti e la forza dei loro bisogni.

È una nuova Vandea, tradizionalista e reazionaria, una novella “Pro Aris e Focis”, (letteralmente “per i nostri altari e focolari”, slogan rivisitato due secoli dopo dal fascismo in “Dio, patria e famiglia”) che ha forte l’intenzione di restaurare il comando per darlo in mano al ceto medio incattivito, piccolo borghese e corporativo, per ridefinire il perimetro democratico, deprimere i diritti sociali e sindacali, politici e civili.

La Vandea nella Francia del 1793 era controrivoluzionaria, quella del 1922 in Italia era contro lo stato liberale; quella attuale, più che “illiberale”, è letteralmente “controdemocratica”. È la plastica rappresentazione della crisi delle democrazie occidentali così come si ricomposero dopo la Seconda guerra mondiale prima e la Guerra Fredda poi.

L’Italia si appresta a non essere più, neanche solo sulla carta, una repubblica fondata sul lavoro, inteso come mondo vitale di valori sociali dei lavoratori; la repubblica non avrà più il compito di rimuove gli ostacoli alla redistribuzione della ricchezza; il parlamento non sarà più la caratteristica precipua della democrazia italiana.

A questo mirano le “riforme costituzionali” che aprono la strada al cosiddetto “presidenzialismo”. A questo tenderà tutto lo sforzo politico del governo di destra-centro: nuova alleanza tra conservatori dell’ordine economico e i reazionari controdemocratici.

Fonte

08/01/2023

Bolsonaro vuole venire in Italia per evitare un possibile arresto in Brasile

Jair Bolsonaro (PL) non vuole tornare in Brasile. Il viaggio nella città nordamericana di Orlando, in Florida (USA), alla fine di dicembre, fa parte di un piano di protezione contro un possibile arresto. La famiglia intende ottenere al più presto il rilascio della cittadinanza italiana presso l’Ambasciata d’Italia a Brasilia (DF).

Secondo le informazioni pubblicate giovedì 5 gennaio dalla rivista IstoÉ, Bolsonaro sa che in breve tempo il ministro della Corte Suprema (STF) Alexandre de Moraes o un altro giudice ordinerà il suo arresto. L’ex occupante del Planalto è indagato per il coinvolgimento in uno serie di fake news che avrebbero dovuto garantirgli maggiore consenso elettorale.

La Polizia Federale ha dichiarato che Bolsonaro ha commesso un reato associando l’AIDS a un vaccino contro il Covid-19.

Anche i figli di Bolsonaro in possesso di un mandato elettivo – Flávio (senatore PL-RJ), Eduardo (deputato federale PL-SP) e Carlos (consigliere PL nel comune di Rio de Janeiro) – hanno richieste di cittadinanza aperte, ma sembra non vogliano lasciare il Brasile.

Ufficialmente, l’Ambasciata italiana non ha confermato il protocollo delle richieste e ha risposto alla rivista di non poter fornire informazioni su questo tipo di richieste per motivi di segretezza.

Durante il suo governo, Bolsonaro è stato oggetto di oltre 140 richieste di impeachment. È stato accusato di reati legati alla pandemia e ci sono richieste alle autorità giudiziarie di rinvio a giudizio suggerite dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid.

L’ex capo dell’esecutivo federale è accusato di apologia della tortura e di partecipazione a uno serie di notizie false. È stato anche accusato di aver stimolato le proteste a favore di un colpo di Stato, con la chiusura del Congresso nazionale e della Corte suprema.

Negli ultimi anni, Bolsonaro ha cercato di trasmettere alla popolazione il messaggio che la magistratura ostacola il governo. Ha inoltre difeso la partecipazione delle Forze armate al conteggio dei risultati elettorali. 

Lo scorso novembre, il Tribunale elettorale superiore (TSE) ha inflitto al PL una multa di 22,9 milioni di reais dopo che il partito aveva messo in dubbio l’affidabilità delle urne elettroniche.

Fonte

09/11/2022

Brasile - Aumentano le violenze dei sostenitori di Bolsonaro

È ancora tesissima la situazione politica e sociale in Brasile dopo le elezioni che hanno visto la vittoria di Lula. I miliziani della destra e i sostenitori dello sconfitto Bolsonaro, hanno avviato nuovi blocchi della circolazione su alcune autostrade del Paese per contestare l’elezione di Luiz Ignacio Lula da Silva alla presidenza e quindi chiedere l’intervento delle forze armate per poter sovvertire l’esito delle urne. Quattro autostrade risultano chiuse e nove registrano rallentamenti. Le quattro autostrade bloccate si trovano negli stati di Mato Grosso e Paranà, mentre le interdizioni parziali sono nello stato di Rondonia.

Alcuni agenti della polizia stradale sono stati aggrediti nel corso di due manifestazioni organizzate da sostenitori di Bolsonaro. Il primo episodio si è registrato a Rio do Sul, nello stato di Santa Catarina, dove i manifestanti si sono spostati sulla carreggiata cercando di bloccare il transito degli automezzi. Quando un’auto della polizia è arrivata sul posto, gli agenti sono stati accolti con lanci di pietre e oggetti vari. Un poliziotto è stato quindi aggredito da un manifestante che lo ha colpito con una spranga. Due agenti sono stati soccorsi per le ferite riportate.

Un secondo episodio ha visto un attacco alla polizia a Novo Progresso, nello stato di Parà, la cittadina dove Bolsonaro ha raccolto oltre l’83 per cento delle preferenze al secondo turno di voto. Anche qui un gruppo di persone ha prima organizzato un sit-in e poi ha provato a bloccare l’autostrada Br-163. Quando gli agenti della Prf sono arrivati sul posto, sono stati oggetto di una intensa sassaiola da parte dei manifestanti. Un agente è rimasto ferito e nel corso dei tafferugli è stato esploso anche un colpo d’arma da fuoco. Almeno quattro auto della polizia sono state pesantemente danneggiate.

Di fronte ai nuovi blocchi stradali il ministero della Giustizia ha autorizzato il dispiegamento delle truppe della Forza nazionale di sicurezza (Fns) per affiancare il personale delle forze dell’ordine nelle attività di ripristino della circolazione. Lo scorso 31 ottobre la Corte suprema aveva concesso alle polizie militari degli stati la possibilità di intervenire sulle autostrade al fine di impedire i blocchi.

I blocchi si affiancano a numerosi raduni organizzati dai bolsonaristi in diversi punti del Paese per contestare il risultato delle urne, sollecitando la delegittimazione dei risultati e chiedendo l’intervento dei militari in base alla legge sull’ordine pubblico e quindi creare l’occasione per rovesciare l’esito delle elezioni. Manifestazioni, con i partecipanti in maggioranza vestiti con i colori e il disegno della bandiera del Brasile, sono ancora in corso nei pressi di presidi militari in numerosi stati della Federazione.

Il presidente del Supremo tribunale elettorale del Brasile (Ste), Alexandre de Moraes, ha affermato che i cittadini che continuano a portare avanti proteste anti-democratiche contro i risultati delle elezioni presidenziali in Brasile saranno indagati e giudicati per le loro azioni.

È probabile che Jair Bolsonaro andrà all’estero per la fine dell’anno per evitare di consegnare la fascia presidenziale a Lula durante la cerimonia che si terrà il 1° gennaio 2023, missione che sarà svolta dal vicepresidente Hamilton Mourão. Per la politologa Rosemary Segurado, è possibile che l’attuale presidente non torni in Brasile. “Bolsonaro ha già detto che lascerebbe la presidenza solo se venisse ucciso. È ancora vivo, ma è stato sconfitto alle urne”.

Fonte

06/11/2022

Il Brasile degli sport e Bolsonaro

Domenica 30 ottobre si è votato in Brasile per il secondo turno delle presidenziali. Un secondo turno che ha sancito la vittoria di Lula da Silva, e la sconfitta del candidato dell’estrema destra Bolsonaro.

Al di là delle analisi politiche – delle simpatie o delle ostilità compagne alle nostre latitudini verso il Partido dos Trabalhadores – un punto di vista interessante sulla questione è sicuramente quello offerto dagli endorsement ricevuti in campagna elettorale dall’ex presidente Bolsonaro da parte di atleti di diverse discipline, in un paese in cui gli sportivi sono idoli di massa ed esiste un settore economico molto fiorente legato all’attività sportiva.

Questo aiuta a ragionare sulle dinamiche della propaganda, sulla costruzione del consenso e sul cosiddetto sport washing. Dinamiche molto presenti nell’attuale contingenza politico-sociale e che nelle elezioni brasiliane hanno avuto un ruolo rilevante.

In molti si sono domandati, per esempio, come mai calciatori come Neymar, Kaka, Cafù, Ronaldinho, Felipe Melo abbiano espresso senza inibizioni il proprio sostegno a un candidato come Bolsonaro – ritenuto da molti impresentabile per le sue posizioni politiche – al punto da alienarsi la simpatia di parecchi tifosi.

In particolare forti polemiche ha scatenato il video su TikTok di Neymar, proprio alla vigila della prima tornata elettorale a inizio ottobre, soprattutto perché il giocatore del PSG proviene da un background fatto di povertà estrema e privazioni, e il presidente uscente non sembra proprio un paladino delle classi popolari. Anche Romario, storico campione del mondo del 1994, è un bolsonarista della prima ora ed è stato rieletto al primo turno, di nuovo senatore.

Al di là delle scelte personali, insomma, sembra esserci qualcosa di più complesso: qualcosa che ha a che fare con il ruolo sociale degli sportivi e con il loro peso all’interno del paese. Spostano molti voti e sono quindi prede ambite da esporre. Questo Bolsonaro lo ha capito molto bene – già dalla sua prima candidatura – e continua a riprodurre il meccanismo di ricerca del consenso attraverso l’utilizzo del profilo pubblico di sportivi di successo.

Ma il calcio, di sicuro lo sport più popolare, non è stata l’unica disciplina a spendersi la rielezione del presidente uscente. Particolarmente interessante è quanto accaduto intorno al mondo degli sport da combattimento.

Già nel 2018, anno dell’elezione di Bolsonaro, importanti atleti di Mixed Martial Arts (MMA) e Brazilian Jiu-Jitsu (BJJ) avevano fatto registrare un appoggio massiccio al candidato dell’estrema destra.

Anche questa volta è stato lo stesso e alcuni atleti hanno addirittura partecipato direttamente alla competizione elettorale in liste collegate o espressione diretta dell’ex presidente.

Su tutti Wanderlei Silva, ex campione del Pride e mostro sacro delle MMA, candidato nello stato del Paraná, che più volte è sceso in prima persona a sostenere la causa della rielezione di Bolsonaro, sia con un lavoro martellante sui social sia con diverse iniziative in piazza. Wanderlei Silva non è un semplice atleta ma uno dei pionieri di questo sport, con un seguito enorme conquistato grazie al suo stile aggressivo e spettacolare.

Centrale per Bolsonaro è stato anche l’appoggio di importanti membri della famiglia Gracie, i fondatori del BJJ, che hanno intessuto con il presidente uscente rapporti molti stretti, anche grazie a una serie di fondazioni che sono divenute partner di iniziative pubbliche nel campo dello sport e del volontariato. Sia Renzo, sia Royca, sia Royler, sia Reyson Gracie non hanno lesinato apprezzamenti al lavoro dell’ex capitano dell’esercito divenuto presidente e più volte hanno sottolineato che il Brasile senza Bolsonaro “è perso”.

Sui social, di recente, è diventata virale una foto scattata fra settembre e ottobre in cui nomi vecchi e nuovi delle MMA si sono fatti ritrarre insieme a Bolsonaro in quella che sembra un’investitura: c’erano Jose Aldo, Fabricio Werdum, Maurizio Shogun Rua, Antônio Rodrigo Nogueira, Cyborg Abreu e Buchecha. Molti ex campioni del mondo UFC, ma soprattutto personaggi che hanno un seguito enorme e che sono molto influenti all’interno della comunità marzialista brasiliana.

Oltre loro non hanno mai nascosto la loro fede bolsonarista Marcello Brigadero, Anderson Silva, Paulo Costa, Rafael dos Anjos, Bigfoot Silva, Thiago Tavares, Andre Galvao, Fabio Maldonado, Jacare Souza, il campione dei mosca UFC Deiveson Figueiredo e Patrício Pitbull Freire che ha portato la sua cintura di campione Bellator in omaggio a Bolsonaro.

Quello che colpisce non è tanto il massiccio sostegno da parte di una comunità, quanto l’assenza, almeno nei suoi vertici apicali, di voci contrastanti. Qualche silenzio c’è stato, ma nessuno – e questo è indicativo – degli atleti più in vista si è espresso a sostegno di Lula.

Una possibile spiegazione di questo schiacciamento sul bolsonarismo potrebbe essere di tipo «culturalista»: il mondo marziale brasiliano è fortemente intriso di un sentimento classista ed elitista ereditato dalla cultura giapponese che flirta con l’apparato militare, che non vanta proprio una tradizione «liberale», e che con il mondo degli sport da combattimento ha un legame viscerale.

Di sicuro un ruolo centrale è giocato anche dalle chiese evangeliche cui molti degli atleti citati aderiscono. Infatti la galassia evangelico-pentecostale è stata una delle fondamenta del potere di Bolsonaro.

Ma in realtà, molto più brutalmente, i combattenti di MMA e BJJ in Brasile sono oggi persone molto ricche e privilegiate che difendono i lori averi e che sono pronte a sostenere la parte politica che più tutela e cura i propri interessi. Alla fine, insomma, sembra più una questione di struttura che di sovrastruttura. 

Fonte

02/11/2022

Brasile - Bolsonaro ha riconosciuto la sconfitta elettorale

Bolsonaro ha parlato ieri sera per la prima volta dopo le elezioni in cui ha perso contro Lula Da Silva, il leader del Partito dei Lavoratori, e lo ha fatto con un discorso di appena due minuti. La giornata è stata segnata da blocchi stradali da parte dei bolsonaristi e incidenti con la polizia.

Dopo oltre 44 ore di silenzio, che hanno fatto precipitare il Brasile in uno scenario di tensione sociale con centinaia di blocchi stradali e incidenti con la polizia nel sud del Paese, il presidente Jair Bolsonaro ha finalmente parlato dopo aver perso le elezioni presidenziali di domenica per uno stretto 1,8% contro Luiz Inacio Lula da Silva. Senza menzionare il suo rivale o la sua sconfitta di domenica, Bolsonaro ha iniziato il breve discorso di meno di tre minuti ringraziando i suoi “58 milioni” di elettori e, pur non ammettendo espressamente di aver perso la rielezione, ha detto: “Come presidente e cittadino continuerò a rispettare tutti i comandamenti della Costituzione”.

“Sono sempre stato etichettato come antidemocratico, ma ho sempre giocato all’interno delle quattro righe della Costituzione. Non ho mai parlato di controllare i media e le reti sociali”, ha dichiarato in un messaggio letto alla stampa presso il Palazzo Alvorada di Brasilia. In seguito, il suo ministro della Casa Civile, Ciro Nogueira, ha dichiarato che l’ex presidente Bolsonaro lo ha autorizzato ad avviare il processo di transizione con la squadra di Lula.

Per quanto riguarda i blocchi stradali, Bolsonaro ha detto che sono “il frutto dell’indignazione e del sentimento di ingiustizia per il modo in cui sono state condotte le ultime elezioni”, ma ha invitato alla moderazione nelle proteste. “Le manifestazioni pacifiche saranno benvenute, ma i nostri metodi non possono essere quelli della sinistra, che hanno sempre danneggiato la popolazione”, ha detto Bolsonaro.

Il discorso presidenziale avrebbe dovuto calmare le proteste dei sostenitori di Bolsonaro che hanno bloccato più di 400 autostrade in molti Stati brasiliani, insieme ai camionisti che chiedevano che il leader di estrema destra contestasse la vittoria di Lula (50,9%-48,1%).

Un gruppo di sostenitori di Jair Bolsonaro ha bloccato l’autostrada Castelo Branco, alle porte di San Paolo. La Polizia autostradale federale (PRF) ha segnalato più di 250 blocchi stradali totali o parziali in almeno 23 stati da parte dei sostenitori di Jair Bolsonaro.

Nelle ultime ore, Bolsonaro aveva ascoltato le raccomandazioni della sua cerchia ristretta di fare una dichiarazione il prima possibile e riconoscere il risultato elettorale.

Il capo del Tribunale Supremo Federale Gilmar Mendes e Bruno Dantas della Corte dei Conti dell’Unione hanno cercato di coinvolgere altri ministri, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira, ministri del governo e presidenti di partiti politici centristi per cercare di convincere il presidente a pronunciarsi sull’esito del ballottaggio. La partecipazione di De Freitas è stata fondamentale nel convincere Bolsonaro a fare un discorso pacificatore, in quanto l’ex ministro è stato incaricato di negoziare con i camionisti durante il governo di Bolsonaro in vari momenti in cui c’era la possibilità di scioperi nel settore.

I camionisti autonomi sono una delle categorie più vicine al presidente. De Freitas ha ammesso, nel corso di conversazioni con autorità interne ed esterne al governo, che i manifestanti avrebbero lasciato le strade solo in seguito a un pronunciamento di Bolsonaro.

Il Supremo Tribunale Federale del Brasile ha dichiarato riconosciuti da Bolsonaro i risultati elettorali. Il tribunale “sottolinea l’importanza del pronunciamento del presidente nel garantire il diritto di andare e venire di fronte ai blocchi e, determinando l’inizio della transizione, riconosce il risultato finale delle elezioni”.

Fonte

01/11/2022

Lula, il Brasile ricomincia

Ignacio Lula Da Silva ha vinto il ballottaggio elettorale contro il presidente uscente, Jair Bolsonaro. Lula è stato votato da 80 milioni di brasiliani e la comunità internazionale ha immediatamente espresso le sue felicitazioni, oltre che aver tirato un sospiro di sollievo per l’uscita dal Planalto di un pazzo fascista e negazionista. Bolsonaro, peraltro, non sembra ancora deciso a riconoscere l’esito del voto, ufficialmente per verificare il conteggio, ma in realtà discute con i militari se vi siano o no opzioni golpiste possibili. Difficile che la cupola castrense acceda ad un intervento che costerebbe caro sotto tutti i punti di vista, anche perché la sua ipoteca sul Paese può essere messa in discussione fino a un certo punto da Lula, i cui margini di manovra restano limitati anche nei confronti dello schieramento parlamentare dove Bolsonaro dispone di 99 seggi contro i 79 di Lula.

Quella di Lula è stata una campagna elettorale difficile, caratterizzata da numerose aggressioni sistematiche della destra nei confronti degli elettori del PT, al punto dall’aver reso complicata l’iniziativa elettorale nelle diverse province. Anche sotto il profilo delle risorse la sfida era disperata: sotto la guida di Steve Bannon, il guru fascista di Trump, che ha riempito di fake news la propaganda elettorale, cosciente che non era possibile rivendicare le porcherie di Bolsonaro, che ha fermato la crescita economica del Brasile dal 2014 ed ha inondato il mercato degli ultimi con altri 70 milioni di disoccupati, per non parlare del triste record di paese primo al mondo per morti di Covid causati dalla politica ignorante e negazionista del suo presidente. Per la vittoria di Bolsonaro sono stati ben investiti dieci miliardi di dollari, ma non sono stati sufficienti a produrre altro se non una sconfitta di misura per l’ormai ex-presidente. Anche per questa evidente sproporzione di mezzi e questi due modi opposti di intendere il confronto politico, quella di Lula è una vittoria storica sotto tutti i punti di vista.

I riflessi della vittoria

La sua elezione è un fatto di straordinaria importanza per il Brasile, per l’intera America Latina e persino per gli equilibri internazionali. Per il Brasile perché restituisce la speranza ad un paese flagellato da anni di bolsonarismo che hanno comportato una autentica tragedia economica e sociale. Dal 2014 l’economia brasiliana, una delle più importanti del mondo, non cresceva. Oltre 70 milioni di brasiliani sono stati licenziati, espulsi dal circuito lavorativo ed hanno finito per aumentare poderosamente il numero dei brasiliani al di sotto della soglia di povertà. Tutto questo in un paese che, insieme al Sudafrica, presenta la più grande distanza tra chi possiede tutto e chi non ha nulla, dove nell’indifferenza generale vivono e prosperano 200 miliardari brasiliani che cumulano un reddito pari a quello di 210 milioni di loro compatrioti.

Per la rinascita del paese Lula ripropone le assi che risultarono strategiche per il successo dei primi suoi due mandati presidenziali, nei quali ridusse di 8 milioni il numero delle persone senza cibo e senza casa. Lo farà assegnando un ruolo primario alle politiche pubbliche, alla guerra alla povertà che vedrà a tal fine anche la concertazione con le forze economiche, le organizzazioni sociali e i partiti, ma senza che questo possa impedire l’attivazione del nuovo contratto sociale che Lula propone, ovvero tetto, cibo, salari, uguaglianza di genere, cultura e fine della violenza. Una crescita economica condivisa tra tutta la popolazione, perché è così che dovrebbe funzionare l'economia, come strumento per migliorare la vita di tutti, non per perpetuare le disuguaglianze.

Nette e senza possibilità di errori d’interpretazione le sue parole al riguardo appena proclamato vincitore: “La ruota dell'economia tornerà a girare, con la creazione di posti di lavoro, la rivalutazione dei salari e la rinegoziazione del debito delle famiglie che hanno perso il loro potere d'acquisto. La ruota dell'economia girerà di nuovo con i poveri come parte del bilancio. Con il sostegno ai piccoli e medi produttori rurali, responsabili del 70% del cibo che arriva sulle nostre tavole. Con tutti gli incentivi possibili per i micro e piccoli imprenditori affinché mettano il loro straordinario potenziale creativo al servizio dello sviluppo del Paese”.

È una notizia importantissima anche per il continente latinoamericano. Perché un Brasile in mano a Lula può assumere un ruolo di motore politico per una nuova stagione dell’integrazione latinoamericana. Il Brasile è in grado – per peso politico, economico e militare, per importanza geostrategica e per rilievo internazionale – di rappresentare un forte elemento di coesione per i governi socialisti e progressisti latinoamericani e, in contemporanea, uno stop al golpismo strisciante che sembra animare senza sosta le politiche statunitensi verso il continente.

Lula può infondere nella cosiddetta sinistra light di Arce, Fernandez, Petro, Castillo coraggio politico e visione d’insieme, offrendogli l’opportunità di trattare congiuntamente e non da soli la relazione possibile con le pretese imperiali che gli consenta di concentrare le loro attenzioni sull’agenda dei loro rispettivi paesi e su quella continentale e non sulle richieste di posizionamento politico contro i governi socialisti che vengono da Washington. Intanto, come primo effetto, la sua elezione celebra il definitivo funerale del Gruppo di Lima mentre rappresenta un segnale importante per il rafforzamento della CELAC e dell’UNASUR.

L’elezione di Lula è una notizia importante anche per gli assetti internazionali. Il peso specifico politico ed economico del Brasile sarà esercitato con maggior vigore per potenziare il processo di unità dei BRICS, il che comporta un maggiore peso dei paesi emergenti sullo scacchiere globale e, di converso, una ulteriore riduzione per le politiche occidentali che, con sanzioni e mercati alterati da decisioni politiche a tutto vantaggio di USA ed Europa, tentano di impedire il necessario passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo. Allo stesso tempo un ruolo propositivo del gigante carioca favorirà nuove adesioni alle alleanze regionali, soprattutto in America Latina ma anche in Africa, dove Brasilia fino all’arrivo del vergognoso Bolsonaro aveva sostenuto un ruolo importante.

Per dirla con le parole del neopresidente brasiliano, “abbiamo nostalgia di quel Brasile sovrano, che parlava alla pari con i Paesi più ricchi e potenti. E che allo stesso tempo ha contribuito allo sviluppo dei Paesi più poveri. Il Brasile che ha sostenuto lo sviluppo dei Paesi africani attraverso la cooperazione, gli investimenti e il trasferimento di tecnologia. Questo ha funzionato per l'integrazione del Sud America, dell'America Latina e dei Caraibi, ha rafforzato il Mercosur e ha contribuito a creare il G-20, l'Unasur, la CELAC e i BRICS. Oggi diciamo al mondo che il Brasile è tornato. Che il Brasile è troppo grande per essere relegato in questo triste ruolo di paria mondiale”.

La nuova rotta

Un forte cambio di rotta, dunque, che annuncia un nuovo protagonismo di Brasilia, come sottolineato nel suo primo discorso da Presidente: “Ci batteremo ancora una volta per una nuova governance globale, con l'inclusione di un maggior numero di Paesi nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la fine del diritto di veto, che mina l'equilibrio tra le nazioni”.

Infine, ultimo ma non da ultimo, il voto di ieri è, seppure in un quadro di Paese diviso, il trionfo della giustizia popolare sulla persecuzione politico-giudiziaria che gli toccò subire con oltre 500 giorni di carcere. Venne attuata dal giudice Moro, ma costruita su input della Casa Bianca e dei fazenderos brasiliani, ansiosi di mettere le mani sull’Amazzonia, di liberarsi del leader più amato a livello popolare e delle politiche egualitarie e perequatrici del suo governo che sottrassero 8 milioni di brasiliani alla fame. L’ex giudice Moro è ora riparato al Senato, eletto dalla destra bolsonarista come risarcimento per lo sporco lavoro fatto.

Da ieri il Brasile ha voltato pagina. La democrazia espelle il virus del bolsonarismo e si ricolloca in forma armonica tra il Planalto e il Cristo del Corcovado. Per un paese grande come un continente comincia un’altra storia per un'altra fase, con altri protagonisti e altri sogni. L’indecenza, da ieri, indossa l’abito dell’ex.

Fonte

07/10/2022

Brasile - Lula, a un passo dalla vittoria, a un passo dal baratro

Le elezioni presidenziali in Brasile si sono concluse con il candidato del Partito dei Lavoratori (PT), Ignacio Lula da Silva, in vantaggio di circa 4 punti percentuali sul candidato ultra reazionario del Partito Liberale, Jair Bolsonaro. Quest’ultimo è il presidente uscente, tutti i sondaggi lo davano in enorme difficoltà (indicando la distanza tra i due candidati intorno al 10, 15% dell’elettorato)(1). La disfatta dei sondaggisti è stata quindi evidente, lasciando l’amaro in bocca alla sinistra brasiliana e mondiale, dove ci si attendeva un plebiscito su Lula che non si è verificato.

Non solo Bolsonaro è a un passo da Lula e potrebbe ribaltare il risultato nel ballottaggio del 30 ottobre (tra i due ci sono circa 6 milioni di voti di differenza, in uno stato che conta 150 milioni di potenziali elettori)(2), ma nelle elezioni della Camera e del Senato appare piuttosto netta la prevalenza di candidati vicini alla destra(3). Una eventuale, auspicabile, vittoria di Lula potrebbe quindi essere monca e bloccata da un parlamento ostile.

Per altro, la vittoria di Lula al primo turno è stata, addirittura, in bilico fino al 70 percento dello spoglio delle schede. Il sorpasso del candidato del PT si è manifestato con gli ultimi dati ricevuti quando i voti del Nord del Brasile hanno garantito il distacco a favore del candidato del PT. In generale la suddivisione geografica del voto appare piuttosto netta. Il nord dove sono concentrate le industrie vota Lula, mentre nel sud, dove le favelas circondano i quartieri benestanti, il voto va, in gran parte, a Bolsonaro.

Distribuzione geografica del voto. In rosso i voti per Lula, in blu per Bolsonaro

La generalizzata attesa della sconfitta di Bolsonaro era giustificata da quello che è stato, quasi unanimemente, riconosciuta come una presidenza totalmente fallimentare. Il cui dato principale riguarda la non gestione della pandemia che ha prodotto poco meno di 687 mila morti.

Fallimento anche economico: inizialmente Bolsonaro ha eliminato tutti i sussidi pubblici (alimentari, sanitari, abitativi, educativi) che avevano caratterizzato i governi del PT (prima con Lula, poi con la delfina Djilma Rousseff), salvo reintrodurli in parte e con nuove denominazioni nell’ultima parte della sua amministrazione sia per contenere il rovinoso impatto economico della pandemia, sia probabilmente al fine di recuperare consensi tra le fasce di popolazione più indigenti.

La candidatura di Lula in questa tornata elettorale si è sviluppata dopo un periodo di grosse difficoltà personali e politiche. L’ex sindacalista dei metalmeccanici di San Paolo, dopo aver inanellato una serie di sconfitte nelle elezioni presidenziali, è stato per due volte Presidente(4) con il nuovo millennio. Nei suoi mandati ha sempre mantenuto un’impronta redistributiva sul reddito e di sostegno ai soggetti subordinati. Al contempo, l’azione economica della sua presidenza non ha mai intaccato la struttura produttiva dell’immenso paese brasiliano. Le condizioni economiche generali sono rimaste quelle di un paese solo in parte sviluppato e con grosse quote di sottosviluppo rurale e all’interno delle metropoli.

La grande massa di poveri e indigenti pur calmierata dai sussidi pubblici nella propria condizione materiale, è rimasta alla mercé della propaganda dei grandi media informativi quasi completamente egemonizzati dalla destra, dalla retorica reazionaria delle sette evangeliche, del ricatto spesso attuato dalle gang criminali armate – spesso operanti in connivenza con esercito e polizia – che controllano interi quartieri, dove i diritti divengono merce di scambio con soggetti criminali e la politica che li protegge.

No va dimenticato che Lula ha passato molti anni in carcere: implicato in una indagine sulla corruzione da un giudice molto noto in Brasile(5), è stato scarcerato in quanto i suoi legali hanno fatto emergere che il procedimento penale era stato costruito ad arte al fine di estrometterlo dalla precedente tornata presidenziale. L’evidente montatura delle accuse contro Lula non può comunque far dimenticare come l’elemento della corruzione a tutti i livelli sia una caratteristica del Brasile (e in generale dei paesi in via di sviluppo in cui sopravvivono elementi economici strutturali non pienamente capitalisti e in cui il settore pubblico, laddove esiste, non garantisce diritti a sufficienza ed è fonte di corruzione nell’intreccio tra funzione pubblica e interesse privato).

La scoperta di numerosi casi corruttivi nelle coalizioni parlamentari capeggiate dal PT ha quindi creato le condizioni per un colpo di stato giudiziario organizzato dalla destra nei confronti della presidente Rousseff. Le successive inchieste giudiziarie, pur scagionando Lula da responsabilità penali, hanno sicuramente influito negativamente sul risultato.

Il 30 ottobre sapremo chi sarà il prossimo Presidente del Brasile. Molto dipenderà dai voti finiti ai candidati minori (che in maggior parte sono finiti a una candidata di centro destra e, tendenzialmente, potrebbero riversarsi su Bolsonaro(6)).

La vittoria di Lula, tuttavia, è ancora possibile. È quanto si augurano tutti coloro che in America Latina e nel mondo ritengono necessario sostenere un fronte progressista che, nonostante alcune cocenti sconfitte(7), ha conquistato una vittoria storica in Colombia con Gustavo Petro, è tornato al Governo in Bolivia, dopo un colpo di Stato, con Luis Arce, lotta per il potere in Paraguay con Lugo, prova a spostare il governo a sinistra con Boric in Cile e cerca di mantenere il punto nella contraddittoria esperienza argentina di Luis Fernandez(8).

Redazione City Strike

Note

1) Con il 99,9 % delle schede scrutinate Lula è in testa con il 48,36 %, mentre Bolsonaro è accreditato del 43,26%. Rispettivamente Lula ha ottenuto circa 57 milioni di voti contro i circa 51 milioni di Bolsonaro. I candidati minori hanno ottenuto percentuali del 4,2 % (Simone Tebet, centrodestra) e del 3,1% Ciro Gomez (centro sinistra).

2) Su più di 150 milioni di aventi diritto, l’affluenza è stata del 79%.

3) Lo scrutinio non è ancora terminato. Si votava per il rinnovo di una intera Camera e per alcuni seggi al Senato. Il risultato non è chiaro in quanto molti candidati non sono di partito ma si riferiscono a diverse aree politiche. Piuttosto netta comunque la vittoria dei candidati di destra soprattutto nei centri urbani più grandi.

4) Sconfitto in tre elezioni presidenziali (1989, 1994, 1998) fu eletto presidente nel 2002 al ballottaggio contando su 52,4 milioni di voti. Viene rieletto nel 2006, sempre al ballottaggio ottenendo 47 milioni di voti al primo turno e circa 60 milioni al secondo turno. La sua esperienza di presidente termina nel 2010 in cui sostiene Dilma Rousseff che diventerà Presidente.

5) Si tratta dell’operazione Lava Jato, istituita nel 2016 dal giudice Sergio Moro, molto noto in Brasile. Il procedimento culmina con la condanna di Lula a 12 anni di reclusione, cui fa seguito la detenzione nel carcere di Curitiba che inizia il 7 aprile 2018. Lula viene scarcerato dopo 580 giorni di reclusione nel novembre del 2019 e prosciolto da ogni accusa il 7 marzo 2021.

Nel corso del procedimento a suo carico emerse che l’azione inquirente era viziata da un conflitto di interesse in quanto il giudice Sergio Moro perseguiva un progetto politico a favore del contendente di Lula. Sarebbe, infatti, diventato successivamente ministro della giustizia nell’amministrazione Bolsonaro.

6) Tendenzialmente i voti che sono andati a Tebet dovrebbero finire a Bolsonaro, mentre i voti di Gomez dovrebbero finire a Lula. Rimane l’incognita rappresentata dal 20 % di astensione al primo turno 7) L’ultima in ordine di tempo è lo stop al processo della nuova Costituzione in Cile, bocciata da un referendum popolare in modo molto netto.

8) Luis Fernandez è il Presidente argentino, eletto nelle file del movimento peronista e, inizialmente, sostenuto dalla sinistra argentina. La sua azione di governo ha creato però numerose critiche da sinistra. L’ex presidente Caterina Kirchner è una delle voci critiche dell’operato di Fernandez. Recentemente, la Kirchner ha subito un tentativo di aggressione armata e subisce attacchi di ordine giudiziario, contestati dalla sinistra come un complotto verso il movimento progressista.

Fonte

05/10/2022

Brasile - Senza mobilitare le masse e abbandonare il culto del passato sarà difficile la vittoria di Lula

In questo articolo l’autrice sostiene che in questo mese che ancora manca al secondo turno la candidatura di Lula deve cambiare la strategia seguita finora: mobilitare le masse e abbandonare il culto del passato, che si riassume nel tormentone di Lula "durante il mio governo..."

*****

Juraima Almeida 04/10/2022

Nelle elezioni brasiliane di domenica scorsa l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva è stato il candidato più votato per la presidenza, ma gli è mancato l’1,7% dei suffragi per imporsi al primo turno sull’attuale presidente dell’ultradestra Jair Bolsonaro: l’epico duello tra i due si risolverà nel ballottaggio del 30 ottobre.

Il vantaggio di Lula su Bolsonaro è stato di quattro scarsi punti percentuali, nonostante tutti i sondaggi e le indagini prevedessero un vantaggio tra sette e dieci punti: questa è stata la prima vittoria dell’attuale mandatario. Ma la vittoria più pesante è stata riportata sia nella formazione di quello che sarà a partire dal 2023 il Congresso che nei governi provinciali.

Bolsonaro è riuscito a mantenersi in partita e continuare nella competizione per almeno altre quattro settimane: c’è stata la crescita di una base ampia e apparentemente solida che oscilla tra la destra e l’ultradestra.

Per qualsiasi analisi sul futuro bisogna partire dalla realtà, perché come segnala il direttore del Centro Latinoamericano de Análisis Estratégico, Aram Aharonian, la società brasiliana non è la stessa di 19 anni fa, quando quell’ex operaio metallurgico di Sao Bernardo do Campo e dirigente della Central Única de Trabajadores (CUT), cavalcando un’ondata di speranza, arrivò al governo (e al potere?). Il tempo passa...

Ed è assolutamente vero: molto è successo in questi ultimi due decenni e domenica le urne hanno dimostrato che i più poveri dei poveri delle periferie urbane non hanno votato – come si credeva – massicciamente per il PT e il suo candidato. Ora, anche vincendo, sarà difficile governare essendo in minoranza in Parlamento.

Per poter vincere nel ballottaggio del 30 ottobre la campagna di Lula dovrà cambiare i toni, dovrà abolire il culto del passato e della personalità, e dovrà definire quello che verrà fatto su temi chiave come alimenti, salario, debiti. Il secondo turno è una nuova elezione. La finestra aperta da Lula lo mette in condizioni di vantaggio fin dall’inizio e ancor più se ottiene l’appoggio dei “centristi” Ciro Gómes e Simone Tebet, che insieme hanno totalizzato quasi 7,6 milioni di votanti, decisivi per il risultato finale.

I risultati delle elezioni del 2 di ottobre hanno messo a nudo gli errori evidenti delle ricerche: non hanno colto la forza del bolsonarismo e le sue aggregazioni nella società brasiliana. Quel che è certo è che il Brasile è molto più conservatore di quanto si pensi e senza dubbio colpisce veder consacrati dal voto popolare personaggi nefasti come Hamilton Mourão, Sérgio Moro, Deltan Dallagnol, Ricardo Salles, Mario Frias, Damares Alves, Magno Malta e simili.

Il giornalista e professore universitario Gilberto Maringoni mette in evidenza il radicamento sociale dell’estrema destra dopo quasi 700.000 morti per la pandemia, i 33 milioni di affamati, l’apologia delle armi e tutta la corruzione: “Il fascismo ormai non è più un corpo estraneo; si è naturalizzato. Capire come e perché succede è un compito arduo e lungo. È interessante sapere come questa brutalizzazione della vita sociale diventa attrattiva per milioni di persone”, aggiunge.

Per il quotidiano francese Libération, l’estrema destra ha fagocitato la destra tradizionale (e molto altro). Lula ha totalizzato 25,6 milioni di voti più del PT nelle elezioni del 2018 (nelle quali Lula, detenuto, fu sostituito da Fernando Haddad), mentre Bolsonaro ha aggiunto 1,7 milioni di suffragi a quelli di quattro anni prima.

Il frazionamento comunitario, potenziato dallo smantellamento del mondo del lavoro nel corso di quattro decenni di neoliberismo, rende sensibile la società a un tipo di leadership salvazionista e inorganica – una specie di neopopulismo – capace di dirigere le volontà e trasformare la rabbia sociale in forza politica. Questo è uno dei temi che gli intellettuali del lulismo si sono dimenticati di prendere in considerazione.

A partire dal 2003, il modello lulista è stato un modello di conciliazione di interessi, di patto con il capitale (che non figurava negli statuti del PT) che si è imposto dopo la progressiva moderazione del discorso dopo le sconfitte contro Fernando Collor de Mello e due volte contro Fernando Henrique Cardoso.

Un sistema complesso che nel corso dei suoi dodici anni al potere, più che risolvere le contraddizioni ha cercato di moderarle, per arrivare a stento ad un equilibrio instabile.

Bolsonaro fu eletto presidente nel 2018, battendo al secondo turno (55% a 45% dei voti) Fernando Haddad, candidato del Partido de los Trabajadores, che aveva sostituito come candidato Lula, arrestato a seguito della condanna imposta dal giudice venale e manipolatore Sergio Moro. Si vanta di essere un militare in pensione (ha servito undici anni ed è arrivato al grado di capitano), ma da 27 anni è un politico di professione, caratterizzato dalla sua aggressività, misoginia e volgarità.

La vittoria bolsonarista di allora fu anche la conseguenza dell’intenso processo di demonizzazione della politica tradizionale, iniziata dallo stesso giudice Moro che sarebbe diventato ministro della Giustizia di Bolsonaro, con il pieno supporto dei mezzi di comunicazione e dell’imprenditoria, e l'omissione complice del Supremo Tribunale Federale. E anche delle bande di miliziani, come si chiamano i sicari in Brasile.

Hanno sbagliato tutti i sondaggi o hanno dimostrato che il bolsonarismo occulto o di cui socialmente ci si vergogna è un fenomeno che sfida le statistiche?

“Andiamo a vincere... questo è solo un ritardo”, ha detto Lula dopo aver vinto le elezioni presidenziali, ma non con i voti sufficienti per evitare un secondo turno contro Bolsonaro, il primo presidente del Brasile a passare al secondo turno con meno voti del suo avversario.

Maggioranza parlamentare bolsonarista

Bolsonaro è uscito rafforzato al Congresso e al Senato. Per non citare il fatto che ha allargato la sua base nei governi degli Stati della federazione. Al Senato, i candidati associati al presidente uscente hanno ottenuto 15 dei 27 seggi in ballo. A San Paolo l’ex ministro delle Miniere e dell’Energia di Bolsonaro Tarcisio de Freitas è stata una sorpresa ed ha ottenuto il 42% dei voti, contro il 35,6% del candidato del PT, Fernando Haddad; i due si misureranno nel secondo turno del 30 ottobre.

Negli altri due stati più importanti, la destra ha vinto al primo turno: a Río de Janeiro il bolsonarista Cláudio Castro si è imposto al candidato di sinistra Marcelo Freixo con il 58,2% contro il 27,6% dei suffragi. A Minas Gerais, il conservatore Romeu Zema si è imposto al lulista Alexandre Kalil con il 56,7% contro il 34,5%.

Vari ex ministri del mandatario dell’ultradestra hanno conquistato i loro seggi al Parlamento. «Sono casi emblematici, simbolici, che mostrano come il bolsonarismo si sia consolidato più di quello che prevedevano gli istituti di ricerca», rileva Sonia Fleury, del Centro de Estudios Estratégicos della Fondazione Osvaldo Cruz. E, di fronte al ballottaggio, aggiunge: «Aumenterà il clima di violenza».

Per alcuni analisti, ha avuto un ruolo chiave il controllo del territorio da parte delle milizie nelle periferie e l’influenza delle chiese evangeliche. Negli ultimi anni – secondo l’Università Federale Fluminense – c’è stata una crescita molto forte del loro dominio sul territorio e sulla popolazione, maggiore di quello dei narcotrafficanti, al punto che oggi hanno potere su una parte significativa del territorio a Río de Janeiro. Le milizie cercano di controllare il voto, così come i leader delle chiese evangeliche, a favore di Bolsonaro.

Fantasmi in uniforme

Il Brasile è un Paese tremendamente disuguale, con la maggioranza dei lavoratori fuori dal mercato formale, senza diritti lavorativi (né civili), mal formati (a causa dell’esclusione educativa che comporta la precarietà delle scuole pubbliche), male informati (tramite i social network e alcuni media che non sono adatti per questo), senza tempo per l’ozio, abbrutiti dalla dura battaglia quotidiana e senza prospettive di futuro.

Ha inoltre una collettività frammentata, caratterizzata da un individualismo esasperato, nella quale si trovano scarsi incentivi per creare legami di solidarietà.

Negli ultimi mesi ha circolato per tutto il Brasile il fantasma di un golpe militare. Questo potere che oggi hanno i militari, rafforzato da Bolsonaro alla presidenza, non è caduto dal cielo. Chi ha memoria si ricorda che i militari hanno ottenuto potere dalla mano di Lula, quando li ha inviati nel 2004 nella Missione ONU per la Stabilizzazione di Haití (Minustah), come forza di occupazione su richiesta degli Stati Uniti.

Questa forza è stata denunciata per abusi, violenze e assassini. Quando è tornata in Brasile ha usato le conoscenze acquisite ah Haiti per la repressione interna e i generali che la comandavano hanno fatto parte dello schema di potere di Bolsonaro.

In quegli anni di governo lulista è stato molto difficile ridurre la povertà senza scontrarsi con il capitale, conservare il sostegno del Movimiento sin Tierra promuovendo l’agrobusiness, mantenere il voto dei settori conservatori del Nord-est avanzando con le riforme progressiste. L’idea del patto con il capitale non faceva parte del programma originale del PT e ancor meno della CUT, nati negli anni ‘80 come parte del movimento di resistenza alla dittatura, con proposte molto più radicali.

Il lulismo è il risultato della progressiva moderazione ideologica attuata durante gli anni ‘90, quando le successive sconfitte contro Fernando Collor de Mello e Fernando Henrique Cardoso (in due occasioni), lo convinsero che l’ortodossia economica non era incompatibile con la popolarità elettorale. Quasi due decenni fa, Lula riuscì a far sì che i più poveri del Paese votassero per un candidato che innalzava la bandiera della sinistra.

Come fa notare Aram Aharonian, oggi possiamo parlare del ciclo lulista, contando i due governi successivi di Lula tra il 2003 e il 2010 e il primo di Dilma Roussef, quando il Brasile godette di stabilità politica, crescita economica, notevoli progressi nell’inclusione sociale, sia materiale che simbolica: 35 milioni di persone superarono la povetà per entrare a far parte della nuova classe media durante questi governi.

Ogni medaglia ha il suo rovescio. L’alleanza con le grandi imprese gli ha impedito di avviare una riforma fiscale progressiva che cambiasse la distribuzione del potere; la legislazione del lavoro, salvo il caso del lavoro domestico, è rimasta inalterata, e i profitti del settore finanziario batterono tutti i record. Ma da parte del potere si incoraggiò anche una smobilitazione della militanza.

Durante i governi lulisti non si avviò una riforma politica (ci ha provato Dilma Rousseff, e in pratica fu uno dei motivi della sua caduta). Dilma, che si presentò come erede di Lula, portò Michel Temer come vicepresidente. Quando arrivò il momento, Dilma fu tolta dal potere mediante un processo politico parlamentare truccato, caratterizzato da irregolarità. Come reazione solo alcune manifestazioni pubbliche.

Bisogna inoltre ricordare che nel 2002, dopo aver vinto le elezioni per la prima volta, Lula scelse come presidente della Banca Centrale il deputato del PSDB (stesso partito di Alckmin) Henrique Meireles, per “evitare una fuga di capitali”. Meireles, quello scelto da Lula per dare il messaggio ai mercati che avrebbe rispettato un’agenda di austerità, finì per diventare il ministro dell’Economia del golpista Michel Temer.

Il vice

Non è la prima volta che il PT si allea con la destra per combattere la destra. Noioso e senza carisma, come molti lo descrivono, Alckmin, il candidato a vicepresidente che ha accompagnato Lula in queste elezioni, è un fervente cattolico conservatore, neoliberista a oltranza, sostenitore del pugno di ferro e golpista, che ora si atteggia a difensore dei lavoratori brasiliani.

Il politologo André Barbieri rileva che la candidatura di Lula-Alckmin cerca di evitare che il malcontento contro Bolsonaro si manifesti in modo indipendente e si rivolga contro le riforme ultraliberiste, il patto del regime con il PT, che comprende il grande capitale che nel 2018 si schierò politicamente con Bolsonaro, intende preservare gli approcci economici dell’attuale governo.

Alckmin è stato scelto come portavoce del PT di fronte al padronato per assicurare che un nuovo governo di Lula manterrà le riforme del lavoro del golpista Michel Temer, aggiunge. In Brasile lo definiscono il “Macri brasiliano”, in riferimento all’ex presidente neoliberista argentino. La politica di sicurezza pubblica è sempre stata una delle sue bandiere a San Paolo, registrando dati catastrofici di violenza verso la popolazione nera dello stato.

Tra il 2006 e il 2014 il lulismo è riuscito a neutralizzare la crescita della destra, a prezzo della smobilitazione delle sue basi sociali. C’è stata una sorta di addormentamento deliberato del conservatorismo provocato dalla politica omeopatica del lulismo, che ha cercato di evitare lo scontro, fa notare André Singer, giornalista e professore di scienze politiche all’Università di San Paolo e portavoce del primo governo di Lula.

Oggi dalla base si fa notare che, al fine di non ripetere la storia, c’è bisogno di maggior audacia, non di minor scontro. Per vincere, forse Lula dovrà mobilitare le sue basi sociali nelle principali città, per far sparire il fantasma di un golpe, di altri quattro anni di fascistizzazione, per difendere (quel che ancora ne rimane) la democrazia.

Fonte