di Glória Paiva
Jair Bolsonaro è tornato in Brasile ieri (30/03) dopo aver trascorso tre mesi negli Stati Uniti. L’ex presidente ha lasciato il suo paese d’origine il 30 dicembre, due giorni prima della fine del suo mandato, rifiutandosi di seguire la tradizione di consegnare la fascia presidenziale al suo successore, Luis Inácio Lula da Silva, la cui vittoria Bolsonaro non ha mai riconosciuto pubblicamente. Ora dovrà affrontare almeno 20 indagini in corso contro di lui ed è già stato citato a testimoniare in uno dei casi. Allo stesso tempo, viene accolto nel suo partito come il principale nome dell’opposizione al governo attuale e un importante sostegno per la destra e l’estrema destra nelle elezioni comunali del 2024.
Bolsonaro ha più volte rimandato il suo ritorno in Brasile, in un soggiorno prolungato che alcuni esponenti dell’opposizione, internauti e giornalisti hanno considerato una sorta di fuga. Come riportato da CNN Brasil, i piani dell’ex presidente, al suo arrivo, prevedevano un corteo per le strade di Brasília e un discorso ai suoi sostenitori già in aeroporto, ma il forte schema di sicurezza messo in atto dalla Polizia Federale non lo hanno permesso. Né sono stati consentiti manifestazioni e accampamenti come quelli visti tra dicembre e gennaio di quest’anno. La piazza Três Poderes – scenario di violente manifestazioni golpiste l’8 gennaio – ha avuto la sicurezza rafforzata.
L’accoglienza dell’esponente dell’estrema destra è stata tutt’altro rispetto a quanto i gruppi bolsonaristi su Telegram e Whatsapp avevano promesso: “la terra avrebbe tremato” al suo ritorno, dicevano. Al contrario, poco più di 100 persone lo stavano aspettando nell’area arrivi dell’aeroporto di Brasilia, dove il suo volo commerciale è arrivato prima delle 7 del mattino. Tuttavia, l’ex presidente ha utilizzato un’altra uscita e si è recato nella sede del Partito Liberale (PL), dove ha incontrato l’ex first lady, Michelle Bolsonaro, il presidente del PL, Valdemar Costa Neto, diversi membri del suo passato governo e sostenitori.
Ora, Costa Neto intenderebbe utilizzare l’immagine dell’ex presidente e di sua moglie Michelle durante le elezioni comunali del 2024, in particolare per aprire spazio nelle grandi città come Rio de Janeiro e São Paulo e nella regione nord-est, dove il forte elettorato di Lula tende ad essere decisivo nelle elezioni presidenziali. Alcuni esperti sottolineano inoltre che la coppia potrebbe sostenere il PL nel diffondere ulteriormente il bolsonarismo tra il pubblico evangelico e le donne. Durante il ricevimento presso la sede del partito, Bolsonaro ha affermato il suo obiettivo di fare sì che il PL e i suoi alleati conquistino, insieme, il 60% delle amministrazioni comunali in tutto il paese nel 2024.
In un video ottenuto dalla CNN Brasil, Costa Neto definisce Bolsonaro il “leader di un movimento che è qui per restare” – non a caso Bolsonaro ha affittato una casa a Brasilia e ha già una squadra di guardie di sicurezza, autisti e auto ufficiali, normalmente destinate per gli ex presidenti. Tra pochi giorni Bolsonaro assumerà anche la carica di presidente onorario del partito, con uno stipendio di 40mila reais (circa 7mila euro).
Nonostante lo abbia negato negli ultimi giorni, il ritorno di Bolsonaro in Brasile rappresenta, per la destra e l’estrema destra, la più grande opera di opposizione nel cammino del governo Lula, che deve affrontare sfide importanti in ambito sociale ed economico. L’attuale presidente, per mettere in opera le sue promesse elettorali, ha bisogno del sostegno di un parlamento che finora si è dimostrato ostile e turbolento, con tendenze conservatrici e sedute segnate da offese, dissapori e fake news. Attualmente, il presidente della Camera dei Deputati Arthur Lira è in contenzioso con il Senato e il governo per approvare misure economiche, fiscali e sociali che interessano il Planalto. Un altro scontro politico difficile per Lula in questo momento è con la Banca Centrale, che il presidente critica costantemente a causa degli alti tassi di interesse, fattore che incide direttamente sulla crescita del paese.
Resa dei conti con la Giustizia
Mentre si trovava a Orlando, Bolsonaro passava il tempo a criticare il governo Lula e a difendersi dalle accuse a lui rivolte, in particolare il suo ruolo nella crisi umanitaria che ha decimato parte della popolazione indigena Yanomami e la crisi dei gioielli ricevuti da Bolsonaro – e non dichiarati – durante la sua visita in Arabia Saudita mentre era il capo dello Stato.
Il 5 aprile Bolsonaro dovrà testimoniare sul caso e spiegare alla polizia federale perché ha cercato di tenere per se armi, collane, orologi e altri oggetti ricoperti di diamanti, per un valore di 17 milioni di reais (3 milioni di euro), ricevuti in dono dal regno dell’Arabia Saudita nel 2021. Secondo una determinazione del 2016, i regali ricevuti dai capi dello Stato brasiliano in viaggio devono essere incorporati nel patrimonio pubblico, a meno che non si tratti di oggetti di carattere personale.
Gli articoli di lusso sono stati sequestrati dal Fisco dopo che un consigliere di Bolsonaro, il colonnello Mauro Cid, ha tentato di entrare in Brasile senza dichiararne l’ingresso. Per mesi il governo Bolsonaro ha cercato di recuperare i gioielli, muovendosi attraverso tre ministeri, militari di alto rango e facendo pressioni anche sul capo dell’agenzia delle entrate, ma senza successo.
Bolsonaro è anche oggetto di sei inchieste presso il Supremo Tribunale Federale in casi come la sua condotta negazionista e la diffusione di notizie false durante la pandemia di Covid-19, l’esistenza di milizie digitali antidemocratiche e il ruolo dell’ex presidente nell’organizzazione degli atti golpisti a Brasilia l’8 gennaio.
Nell’ambito della Giustizia Elettorale, Bolsonaro è oggetto di indagine in 16 procedimenti, il più emblematico e recente dei quali è stato l’incontro tenutosi con gli ambasciatori brasiliani, nel luglio 2022, durante il quale Bolsonaro ha ripetuto disinformazione sul sistema elettorale del paese e ha diffuso dubbi sulla sicurezza del sistema di voto elettronico. Altre richieste di indagine in analisi includono anche l’omissione dello Stato nel caso degli Yanomami e l’uso della struttura presidenziale per articolare campagne di disinformazione. Queste e altre procedure potrebbero, come minimo, rendere Bolsonaro inammissibile alla presidenza nel 2026.
Le indagini devono ancora andare in primo grado e un’eventuale condanna definitiva di Bolsonaro per i suoi crimini richiederebbe anni. Finora, i giuristi stimano che Bolsonaro sia riuscito a proteggersi da accuse formali facendo nominare nel 2019 un suo alleato come procuratore generale della repubblica, Ricardo Aras. L’anno scorso, Aras ha archiviato più di 100 richieste di indagine contro il presidente. Nel 2021, l’ONG Transparência Internacional ha denunciato “l’allineamento sistematico della Procura Generale della Repubblica con il governo Bolsonaro” come uno dei fattori di rischio per la democrazia brasiliana. Il mandato di Aras dura fino a settembre di quest’anno.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/03/2023
10/01/2023
Brasile - Lula visita i palazzi assaltati dai bolsonaristi. Saltano le prime teste
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha visitato ieri sera il Palazzo Planalto nella capitale Brasilia, il Congresso e la Corte Suprema Federale per valutare l’entità dei danni causati dai sostenitori di Jair Bolsonaro.
I media locali hanno riferito che prima dell’arrivo di Lula da Silva nella capitale brasiliana, la sede del governo e il Tribunale suprema sono stati sottoposti a perquisizione da parte di una squadra di artificieri della polizia federale.
Entrambi gli edifici hanno subito danni significativi dopo l’invasione dei sostenitori dell’estrema destra, sconfitti alle elezioni presidenziali di ottobre. Il presidente eletto Lula da Silva ha decretato la massima sicurezza del Distretto Federale di Brasilia fino al 31 gennaio, vista la situazione che la capitale del Paese ha vissuto per quasi quattro ore.
Le forze di sicurezza brasiliane in serata avevano ripreso il controllo del Palazzo del Planalto e del Congresso nazionale dopo aver messo in sicurezza il Tribunale federale. I bolsonaristi arrestati sono circa 300.
Il magistrato della Corte Suprema Federale (STF) del Brasile, Alexandre de Moraes, ha deciso di sospendere il governatore del Distretto Federale di Brasilia, Ibaneis Rocha, per 90 giorni, dopo le violente manifestazioni compiute dai sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo il giudice Moraes, il governatore Ibaneis Rocha era a conoscenza dei preparativi per le azioni violente, poiché eventi di questa natura potevano verificarsi solo con il consenso e l’effettiva partecipazione delle autorità competenti in materia di pubblica sicurezza a Brasilia.
“Assolutamente nulla giustifica l’omissione e la cospirazione del Segretario della Pubblica Sicurezza e del Governatore del Distretto Federale con criminali che in precedenza avevano annunciato che avrebbero commesso atti violenti contro i poteri costituiti”, ha scritto il ministro
Sabato decine di autobus di miliziani bolsonaristi sono arrivati nel Distretto Federale per partecipare al colpo di stato. Il quotidiano Estado de S. Paulo ha stimato il numero di 100 autobus e di circa 3.900 persone.
I sostenitori dell’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, hanno invaso così il Congresso, la Corte Suprema e il Palazzo presidenziale di Brasilia domenica pomeriggio.
Il presidente del Partito dei Lavoratori del Brasile, Gleisi Hoffmann, ha denunciato che quanto accaduto oggi a Brasilia “non è un movimento di massa, né è spontaneo”. Questi atti di violenza sono stati organizzati da “banditi, che hanno interessi molto chiari: estrazione mineraria illegale, accaparramento di terre, rilascio di armi, milizie e altre cose, tutte benedette da Bolsonaro”, ha detto Hoffmann.
Il Ministro della Giustizia Flávio Dino ha rilasciato una dichiarazione sul suo profilo Twitter in merito all’invasione dei golpisti nella Esplanada dos Ministérios e nel Congresso Nazionale. Ha sottolineato che il tentativo di imporre la “volontà con la forza” non prevarrà.
“Questo assurdo tentativo di imporre la volontà con la forza non prevarrà. Il Governo del Distretto Federale dice che ci saranno rinforzi. E le forze che abbiamo agiscono. Sono nella sede del Segretariato di Giustizia”, ha scritto Dino.
In precedenza, il ministro Flávio Dino aveva già autorizzato l’uso della Forza Nazionale per la sicurezza della capitale federale di fronte alla minaccia di azioni violente da parte dei bolsonaristi.
“Oltre a tutte le forze federali disponibili a Brasilia, e al ruolo costituzionale del Governo del Distretto Federale, nei prossimi giorni avremo l’aiuto della Forza Nazionale. Ho firmato un’ordinanza che autorizza l’azione, di fronte alle minacce alla democrazia”, ha scritto il ministro su Twitter.
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I media locali hanno riferito che prima dell’arrivo di Lula da Silva nella capitale brasiliana, la sede del governo e il Tribunale suprema sono stati sottoposti a perquisizione da parte di una squadra di artificieri della polizia federale.
Entrambi gli edifici hanno subito danni significativi dopo l’invasione dei sostenitori dell’estrema destra, sconfitti alle elezioni presidenziali di ottobre. Il presidente eletto Lula da Silva ha decretato la massima sicurezza del Distretto Federale di Brasilia fino al 31 gennaio, vista la situazione che la capitale del Paese ha vissuto per quasi quattro ore.
Le forze di sicurezza brasiliane in serata avevano ripreso il controllo del Palazzo del Planalto e del Congresso nazionale dopo aver messo in sicurezza il Tribunale federale. I bolsonaristi arrestati sono circa 300.
Il magistrato della Corte Suprema Federale (STF) del Brasile, Alexandre de Moraes, ha deciso di sospendere il governatore del Distretto Federale di Brasilia, Ibaneis Rocha, per 90 giorni, dopo le violente manifestazioni compiute dai sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
Secondo il giudice Moraes, il governatore Ibaneis Rocha era a conoscenza dei preparativi per le azioni violente, poiché eventi di questa natura potevano verificarsi solo con il consenso e l’effettiva partecipazione delle autorità competenti in materia di pubblica sicurezza a Brasilia.
“Assolutamente nulla giustifica l’omissione e la cospirazione del Segretario della Pubblica Sicurezza e del Governatore del Distretto Federale con criminali che in precedenza avevano annunciato che avrebbero commesso atti violenti contro i poteri costituiti”, ha scritto il ministro
Sabato decine di autobus di miliziani bolsonaristi sono arrivati nel Distretto Federale per partecipare al colpo di stato. Il quotidiano Estado de S. Paulo ha stimato il numero di 100 autobus e di circa 3.900 persone.
I sostenitori dell’ex presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, hanno invaso così il Congresso, la Corte Suprema e il Palazzo presidenziale di Brasilia domenica pomeriggio.
Il presidente del Partito dei Lavoratori del Brasile, Gleisi Hoffmann, ha denunciato che quanto accaduto oggi a Brasilia “non è un movimento di massa, né è spontaneo”. Questi atti di violenza sono stati organizzati da “banditi, che hanno interessi molto chiari: estrazione mineraria illegale, accaparramento di terre, rilascio di armi, milizie e altre cose, tutte benedette da Bolsonaro”, ha detto Hoffmann.
Il Ministro della Giustizia Flávio Dino ha rilasciato una dichiarazione sul suo profilo Twitter in merito all’invasione dei golpisti nella Esplanada dos Ministérios e nel Congresso Nazionale. Ha sottolineato che il tentativo di imporre la “volontà con la forza” non prevarrà.
“Questo assurdo tentativo di imporre la volontà con la forza non prevarrà. Il Governo del Distretto Federale dice che ci saranno rinforzi. E le forze che abbiamo agiscono. Sono nella sede del Segretariato di Giustizia”, ha scritto Dino.
In precedenza, il ministro Flávio Dino aveva già autorizzato l’uso della Forza Nazionale per la sicurezza della capitale federale di fronte alla minaccia di azioni violente da parte dei bolsonaristi.
“Oltre a tutte le forze federali disponibili a Brasilia, e al ruolo costituzionale del Governo del Distretto Federale, nei prossimi giorni avremo l’aiuto della Forza Nazionale. Ho firmato un’ordinanza che autorizza l’azione, di fronte alle minacce alla democrazia”, ha scritto il ministro su Twitter.
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31/10/2022
Brasile - Lula vince le elezioni in un paese spaccato
Luiz Ignacio Lula da Silva è di nuovo presidente del Brasile, e questo è l’importante. Dodici anni dopo la conclusione del suo secondo mandato, l’ex sindacalista e leader della sinistra ha sconfitto il presidente uscente Jair Bolsonaro.
Secondo la commissione elettorale, Lula ha ottenuto il 50,9% delle preferenze, contro il 49,1 di Bolsonaro. Appena due milioni di voti di differenza.
Non era affatto scontato, perché il fascista che ha perso aveva mobilitato la polizia per impedire, nei limiti del possibile, agli elettori di Lula di andare a votare nelle zone dove il leader del PT era dato in forte vantaggio, in particolare nel Nordest.
Centinaia di blocchi stradali messi in atto dalla polizia autostradale, che hanno ritardato di ore o fisicamente impedito di esprimere il voto. Ma per il presidente della Commissione elettorale, probabilmente anche lui ormai "uscente”, “tutto è stato regolare“.
“Hanno cercato di seppellirmi vivo, ma sono risorto. Sono qui per governare il paese in un momento difficile, ma riusciremo a trovare risposte – ha dichiarato a caldo Lula – il nostro impegno più urgente è porre fine alla fame“.
Poi segna ancora la sua abissale differenza con Bolsonaro. Il Brasile è un paese “pronto a riprendere il suo posto nel combattere la crisi climatica, specie in Amazonia. Il pianeta ha bisogno di una Amazonia viva“.
Ritorneremo su questo risultato, che cambia in modo consistente la geografia politica dell’America Latina, riducendo al minimo il numero e l’importanza dei regimi filo-Usa. Ma per il momento c’è da festeggiare.
Fonte
Secondo la commissione elettorale, Lula ha ottenuto il 50,9% delle preferenze, contro il 49,1 di Bolsonaro. Appena due milioni di voti di differenza.
Non era affatto scontato, perché il fascista che ha perso aveva mobilitato la polizia per impedire, nei limiti del possibile, agli elettori di Lula di andare a votare nelle zone dove il leader del PT era dato in forte vantaggio, in particolare nel Nordest.
Centinaia di blocchi stradali messi in atto dalla polizia autostradale, che hanno ritardato di ore o fisicamente impedito di esprimere il voto. Ma per il presidente della Commissione elettorale, probabilmente anche lui ormai "uscente”, “tutto è stato regolare“.
“Hanno cercato di seppellirmi vivo, ma sono risorto. Sono qui per governare il paese in un momento difficile, ma riusciremo a trovare risposte – ha dichiarato a caldo Lula – il nostro impegno più urgente è porre fine alla fame“.
Poi segna ancora la sua abissale differenza con Bolsonaro. Il Brasile è un paese “pronto a riprendere il suo posto nel combattere la crisi climatica, specie in Amazonia. Il pianeta ha bisogno di una Amazonia viva“.
Ritorneremo su questo risultato, che cambia in modo consistente la geografia politica dell’America Latina, riducendo al minimo il numero e l’importanza dei regimi filo-Usa. Ma per il momento c’è da festeggiare.
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18/03/2021
Brasile - Lula libero e la clorochina elettorale!
Intervista con Achille Lollo.
L’8 febbraio il giudice del Tribunale Superiore Federale (STF), Edson Facchin, ha annullato le condanne che il giudice Sergio Moro aveva appioppato a Lula che, in questo modo, potrà essere il candidato del PT nelle prossime elezioni presidenziali del 2022.
Di conseguenza il presidente Bolsonaro cerca di far dimenticare le sue posizioni negazioniste firmando l’accordo per l’acquisto massiccio del vaccino russo e di quello cinese oltre a presentarsi in pubblico con mascherina.
Un contesto che ha subito riacceso le velleità golpiste di alcuni generali, mentre l’insicurezza per il futuro politico del Brasile divide gli industriali ed i commercianti, sempre più minacciati dalla crisi economica e impauriti da un possibile “risveglio violento delle favelas”. Una situazione diventata sempre più grave con la passività e l’incompetenza del governo, che in questa pandemia ha registrato fin qui (ufficialmente) 11,4 milioni di contagi, 277.345 decessi, raggiungendo in questa ultima settima una media di 2.150 decessi al giorno.
Una situazione drammaticamente sempre più esplosiva che merita risposte approfondite ed obbiettive che abbiamo cercato con il giornalista Achille Lollo, che durante quindici anni è stato prima il direttore delle riviste Nação Brasil e Critica Social e poi fondatore di ADIATV.
Come si spiega l’annullamento da parte del giudice del TSF, Edson Facchin, delle due condanne inferte a Lula dal giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, nominato Ministro della Giustizia da Bolsonaro e poi dimissionario il 24 maggio 2020?
Forse pochi sanno che il giudice Facchin, per tre anni, ha mantenuto insabbiato l’elaborato presentato dalla difesa di Lula ai giudici del TSF, Mendes e Lewendosky, per poi ritirarlo fuori solo quando questi due giudici stavano preparando gli atti per processare l’ex-ministro della giustizia Sergio Moro.
Una decisione coraggiosa che i giudici Mendes e Lewendosky hanno preso quando la sconfitta di Donald Trump ha letteralmente messo in difficoltà Bolsonaro, il suo governo e soprattutto i media che giustificavano tutte le malefatte commesse da questo governo e soprattutto dal giudice federale Sergio Moro.
In pratica l’annullamento delle condanne di Lula dovrebbe essere la moneta di scambio per insabbiare il processo nei confronti del giudice federale Sergio Moro, alias ex-Ministro della Giustizia del governo del presidente Bolsonaro e capo della Polizia Federale.
Perché il ritorno di Lula, in qualità di candidato del PT nelle elezioni presidenziali del 2022, ha immediatamente riacceso la fiamma del golpismo militare?
In Brasile la fiamma del golpismo non si è mai spenta. Infatti, il 31 agosto 2015 ci fu il golpe istituzionale, detto anche Impeachment, contro la presidente del PT Dilma Russeff, grazie alla partecipazione determinante dell’ex-senatore del PT, Helio Bicudo, al velato assenso dello Stato maggiore delle Forze Armate e, soprattutto alla supervisione del Dipartimento di Stato del “Democratico” John Kerry.
Un golpe che permise a Barak Obama di consolidare pacificamente la cosiddetta “riconquista geopolitica del Brasile”, diventato con Lula e Dilma un pericoloso alleato del Venezuela bolivariano.
La seconda fiammata golpista ci fu nell'aprile del 2018, quando il comandante dell’esercito, Eduardo Villas Boas, per evitare l’approvazione della richiesta di Habeas Corpus degli avvocati di Lula da parte dei giudici del TSF, pubblicò nella rete il messaggio che aveva inviato a tutti i comandanti delle regioni militari, con il quale chiedeva di mantenersi preparati ad intervenire nel caso Lula fosse tornato libero.
È inutile ricordare che i giudici del TSF negarono la richiesta degli avvocati di difesa di Lula, che continuò a restare nella prigione federale di Curitiba.
La terza fiammata golpista fu proprio l’elezione di Bolsonaro, ottenuta con la messa in scena di un falso attentato realizzato da un falso attentatore, qualificatosi prima militante del PSOL e poi del PT. In seguito, dopo l’elezione di Bolsonaro, i giudici federali concessero la semi-liberta all’attentatore considerato pazzo!
Recentemente il generale Eduardo Villas Boas ha confermato che il governo Bolsonaro fu un’opzione politica preparata dall’Intelighenzia militare per interrompere l’affermazione governativa e politica del PT. In seguito, il generale Luiz Eduardo Rocha Paiva e il presidente del Club Militar, generale Eduardo José Barbosa hanno criticato pubblicamente la decisione del giudice Facchin, facendo capire che il ritorno di Lula nelle elezioni presidenziali del 2022 potrebbe rimettere in marcia l’intervento delle Forze Armate per difendere la cosiddetta sovranità nazionale”.
Ciò significa che se Lula vincerà le elezioni i carri armati usciranno dalle caserme?
Oggi, nei paesi che hanno sofferto gli effetti della dittatura militare, non è più necessario mettere soldati e carri armati nelle strade e praticare la cosiddetta “caccia ai sovversivi comunisti”, come negli anni '70. Purtroppo il solo ricordo dei desaparecidos, della tortura, della censura e del clima di repressione generalizzata ha prodotto degli effetti “pedagogici” determinanti.
Purtroppo quegli anni fanno ancora paura, soprattutto nel proletariato e nella classe media brasiliana, che oltre alle minacce dei militari, sempre rilanciate dai media, soffrono ogni giorno i ricatti e le angherie delle Milicias. Vale a dire di quei corpi para-militari, molti dei quali associati o al servizio dei narcotrafficanti, che controllano quasi tutti i quartieri popolari delle grandi città.
Per esempio, a Rio de Janeiro le Milicias controllano il 25% dei quartieri popolari, il che significa che 33,1% degli abitanti di Rio, vale a dire 2.300.000 di persone, devono sopportare la presenza e pagare il pizzo ai paramilitari per la cosiddetta “protezione”. Da sottolineare che i membri delle Milicias sono tutti a favore del presidente Jair Bolsonaro!
I militari potrebbero usare Bolsonaro e le Milicias per tentare di offuscare o addirittura di impedire lo svolgimento di una normale campagna elettorale con l’eventuale assalto finale in Brasile in stile Trump?
Mirelle Franco e, recentemente, altri 8 candidati del PSOL e del PT sono stati assassinati nello stato di Rio de Janeiro proprio perché denunciavano la presenza delle Milicias, soprattutto nelle favelas. L’uso elettorale dei Milicias da parte del clan Bolsonaro è una minaccia reale, che può garantire a Jair Bolsonaro circa il 15% del voto dai para-militari; nelle grandi città ricorda molto l’esperienza colombiana.
Comunque, io non mi preoccupo dell’eventuale assalto violento dei bolsonaristi neo-fascisti al Parlamento di Brasilia. Il grande pericolo sta, invece, nella campagna elettorale quando le Milicias, il narcotraffico e una buona parte delle chiese evangeliche cercheranno di comperare e di cooptare il voto popolare, riaprendo nuovamente questa piaga della storia elettorale brasiliana.
D’altra parte con la gravissima crisi economica e l’esplosione della disoccupazione provocata dalla pandemia, il voto è l’unica cosa che il povero può vendere a buon mercato!
Ci sarà un ulteriore aggravamento della crisi economica?
I due governi guidati da Inàcio Lula da Silva, oltre a dare una grande stabilità al settore pubblico avviarono massicci programmi assistenziali che, durante otto anni, hanno rinvigorito e arricchito soprattutto l’industria privata nazionale e non le multinazionali.
Il governo Bolsonaro, invece, in appena due anni ha smontato quasi tutti i programmi assistenziali, promuovendo anche lo smantellamento delle imprese statali per poi privatizzare con più facilità a “prezzi di banana”. Le colonne dell’industria brasiliana, come la Petrobras (gas, petrolio e raffinerie), l’Elettrobras (dighe, centrali e distribuzione elettrica), Banco do Brasil e Caixa Geral (banche e casse di risparmio), oltre al sistema portuale e aereoportuale, sono in via di privatizzazione.
Nello stesso tempo, per accontentare le élites della borghesia industriale e gli oligarchi agrari, il governo ha letteralmente disarticolato il sistema previdenziale, la formazione occupazionale, oltre ad aver permesso la distruzione di una buona parte dell’Amazzonia.
Dopo soli due anni di governo, i risultati sono drammatici, con la crescita record della disoccupazione; circa 13.925.000 lavoratori sono senza occupazione, vale a dire un tasso di disoccupazione del 14,1%, cui si devono aggiungere i 5.800.000 lavoratori che non cercano più lavoro vivendo di espedienti.
Una situazione che, logicamente, favorisce il proliferare del lavoro in nero, che oggi occupa 9.700.000 brasiliani e che non offre nessun spiraglio di ripresa.
In realtà il liberalismo ortodosso di Bolsonaro e del suo ministro dell’Economia, Paulo Guedes, hanno messo in ginocchio l’economia del Brasile. In seguito, con la pandemia il Brasile si è trasformato in un vero girone dell’Inferno.
Nelle ultime settimane il presidente Bolsonaro ha ascoltato le richieste dei governatori cambiando il programma di lotta al COVID-19. Farà lo stesso anche per arginare la drammatica situazione economica e sociale?
Assolutamente no, poiché ci sono grandi interessi in ballo, quelli per cui era stato eletto Bolsonaro. Infatti, se il presidente blocca le misure ultra-liberiste del suo ministro dell’economia, se per esempio mette in discussione il programma di privatizzazioni, o se introduce la tassazione sui profitti delle multinazionali, immediatamente le teste d’uovo del capitale faranno approvare in Parlamento una delle 68 richieste di Impeachment e Bolsonaro sarà dimesso e sostituito dal suo vice, cioè dal generale Hamilton Mourão.
Per questo Bolsonaro continua imperterrito nel suo programma ultra-liberista. Infatti, l’aumento della benzina del 54%, del diesel del 41,6%, associati all’aumento del 103,79% dell’olio di soia, del 76,01% del riso, del 17,97% delle carni bovine e del pollame, e in generale del 14,09% per tutti gli alimenti e le bevande, hanno colpito non solo i ceti popolari delle favelas, ma anche i settori della classe media, della piccola e della media borghesia, in particolare i commercianti delle grandi città brasiliane (São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Belo Horizonte e Recife).
Questi settori, molto numerosi e influenti in termini elettorali, hanno criticato duramente le decisioni del governo Bolsonaro, mettendo in discussione la competenza del ministro Paulo Guedes e l’efficacia del suo programma ultra-liberista. Nonostante ciò Bolsonaro e il suo ministro dell’Economia continuano a fare regali alle istituzioni finanziarie in cambio di un velato silenzio del mercato sullo stato di crisi in cui versa il Brasile.
L’ultimo regalo per i broker del mercato è stata la legge che concede al presidente della Banca Centrale del Brasile la competa autonomia, seguita dalla trasformazione in legge di un altro decreto presidenziale che permette l’apertura di conti correnti direttamente in dollari. In questo modo le banche brasiliane e straniere operanti nel Brasile avranno la libertà di utilizzare questi depositi per operare investimenti in paesi stranieri.
Cioè il governo ha finalmente ufficializzato l’uso del dollaro, come moneta esclusiva delle élite imprenditoriali, degli oligarchi dell’agro-bussines, dei manager delle multinazionali e logicamente dei broker delle istituzioni finanziarie del mercato, sempre a caccia di investimenti speculativi in combutta con le banche dei paradisi fiscali. Una legge che permetterà soprattutto ai narcos di lavare gli ingenti profitti illegali con più facilità.
L’aggravamento della crisi economica e l’arrivo di una terza ondata di COVID-19, potranno destabilizzare la campagna elettorale dei partiti che continuano a sostenere la rielezione di Bolsonaro?
Certamente, visto che il blocco politico che si era formato nel 2018 per eleggere Bolsonaro, attualmente, ha sofferto profonde fratture. I partiti del centro-destra, con l’aiuto dei gruppi mediatici, in particolare la TV Globo ed il giornale Folha de São Paulo, hanno cercato di promuovere nuovi leader politici, capaci di arginare la crisi e far sognare i brasiliani.
Però le promesse del governatore dello stato di São Paulo, João Doria, o quelle del lider del PSDB, Aécio Neves, sono subito svanite, poiché non hanno alcun presupposto programmatico. Nello stesso tempo, sia Doria che Neves non sono leader di spessore nazionale; cioè, sono molto votati negli stati di São Paulo e Minas Gerais, ma risultano degli emeriti sconosciuti negli stati del nordest brasiliano. Inoltre ambedue sono privi di un’esperienza governativa.
Anche nei partiti di destra c’è molta confusione. Gli elementi politici che ancora li mantiene fedeli a Bolsonaro sono due: l’assenza di leader capaci di sostituire Bolsonaro e la crescita del sentimento fascistoide e razzista anti-PT, subito dopo il ritorno politico di Lula nella partita elettorale del 2022.
Altro fattore determinante, che oggi preoccupa molti settori della borghesia brasiliana, è la comprovata incompetenza governativa degli otto ministri militari presenti nel governo di Bolsonaro e dei 2.500 ufficiali superiori che occupano la direzione o incarichi di grande responsabilità, in 21 settori del governo federale.
Comunque, quello che ha ferito maggiormente l’opinione pubblica è stato l’operato irresponsabile del ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, e l’incompetenza del ministro della Salute, il generale Eduardo Pazuello, che i giudici del TSF stanno indagando per aver provocato la morte di migliaia di brasiliani nello stato di Amazonas con la distribuzione della clorochina al posto dei vaccini.
Cosa sta succedendo all’interno delle Forze Armate? Accetteranno la possibile sconfitta di Bolsonaro o, come nel 2018, cercheranno di essere i grandi garanti dell’ordine repubblicano per poi far pesare in termini elettorali la propria autorità?
Anche nelle Forze Armate la situazione è complicata, nel senso che da un lato abbiamo le dichiarazioni pseudo-golpiste del Clube Militar di Rio de Janeiro, che rappresenterebbe l’intelighencia degli ufficiali con cinque stelle. Dall’altro abbiamo le differenti posizioni degli ufficiali delle caserme delle regioni militari brasiliane (maggiori, capitani e tenenti) che, essendo in maggioranza figli di una classe media delusa e impoverita, cominciano ad avere profonde divergenze con l’élite militare. Che poi è quella che ha ricevuto immensi favori finanziari da Bolsonaro.
Questo fatto escluderebbe la certezza e l’efficienza operativa per realizzare un golpe militare subito dopo l’eventuale vittoria elettorale di Lula. Invece è certo che che il peso politico dei militari crescerà se durante la campagna elettorale i gruppi neo-fascisti bolsonaristi, protetti dalle Milicias, cominceranno a far uso della violenza per provocare nelle piazze lo scontro con l’elettorato del PT.
In quel caso i generali a cinque stelle riuscirebbero a riunificare le Forze Armate intervenendo per salvaguardare il cosiddetto “ordine democratico repubblicano”.
In realtà, il Brasile, nel 2022 potrebbe soffrire gli effetti nefasti di una Strategia della Tensione, che permetterebbe ai media di manipolare il regolare andamento delle elezioni presidenziali, invocando l’intervento “pacificatore” delle Forze Armate presentandole, per assurdo, come “salvatorici della patria”!
Un pericolo che Lula ha subito capito, motivo per cui il suo primo discorso politico è stato abbastanza moderato.
È per questo motivo che il Fronte della Sinistra è stato sostituito dal Fronte Ampio?
Certamente! Anche perché, in questi ultimi due anni, il Fronte delle Sinistra è stato un buon esercizio di retorica politica, presentato dai vari dirigenti dei partiti riformisti del centro sinistra, senza produrre aggregazione concrete.
Molti analisti politici, tra cui lo stesso José Luis Fiori, affermano che soltanto la candidatura di Lula potrà evitare la frammentazione dei partiti del centro-sinistra e della cosiddetta sinistra, ammesso che ancora si possa parlare di sinistra.
A questo proposito ricordo che lo storico dirigente comunista del PCdoB, Aldo Rebelo, è passato nel PSB soltanto per avere la certezza di essere rieletto deputato nel 2022! Da ricordare che Rebelo fu il ministro della difesa nel primo governo Lula!
Per questo motivo i leader del centro-destra, che rappresentano una parte della borghesia industriale e di molti settori della classe media urbana, come João Doria, Rodrigo Maia, Bruno Covas e lo stesso Aelcio Neves, appoggiano la creazione di un Fronte Ampio insieme al PT di Lula, al PDT di Ciro Gomes, al PCdB di Luciana Santos, il PSB di Carlos Siqueira ed il PSOL di Luiz Araujo.
Come spieghi il discorso moderato di Lula associato al mantenimento della bandiera rossa con lo stellone giallo da parte del PT?
Il simbolismo politico ha sempre giocato un ruolo importante nel marketing elettorale del PT. Per esempio, nel 2002, la direzione del PT, controllata dal gruppo di Lula chiamato Articulação, per sbiadire l’immagine sinistrorsa del partito, cambiò la storica bandiera rossa con una bianca, utilizzando una stellina rossa, o a volte una viola quando il pubblico era femminile o LGBT.
Comunque bisogna chiarire che Lula, come pure tutta la corrente maggioritaria del PT e della confederazione sindacale CUT, cioè Articulação, non sono mai stati marxisti. Negli anni ottanta erano dei sinceri riformisti socialdemocratici, molto legati alla socialdemocrazia tedesca e olandese e alla CGIL italiana.
Oggi, invece sono dei perfetti social-liberisti che vogliono condividere con la borghesia e il mercato la responsabilità di amministrare il Brasile. Una caratteristica politica che ha motivato e accelerato la trasformazione politica e ideologica di personaggi storici come José Dirceu, José Genoino e la stessa Dilma Rousseff, che furono le colonne del marxismo rivoluzionario negli anni della resistenza alla dittatura militare.
Nel 2002 il discorso di Lula e del PT fu ugualmente moderato, poi espresso con la famosa Carta aos Brasileiros (Lettera ai Brasiliani). Un documento programmatico che si rivolgeva non ai lavoratori, ma ai banchieri e agli industriali preannunciando una pace sociale, in cui il nuovo governo del PT avrebbe fatto di tutto per modernizzare il capitalismo selvaggio brasiliano.
Un’operazione che Lula realizzò con successo insieme al suo vice, rappresentato dall’industriale del settore tessile del Minas Gerais, José Alencar.
Oggi, nel PT è trapelato che nel 2022, quasi certamente, il vice di Lula sarà la leader dei commercianti, Luiza Trajano, proprietaria della rete di negozi Magalu e Magazine Luiza!
Ciò significa che il discorso moderato di Lula preannuncia un governo ugualmente moderato, in cui i partiti del centro sinistra divideranno le poltrone con quelli del centrodestra?
Molti, oggi, si scandalizzano per questo Fronte Ampio comandato da Lula e dal PT. Però c’è da dire che questo Fronte Ampio è il limite massimo per il PT e dello stesso Lula in termini politici e ideologici. Vale a dire: l’intercalassimo classico, la difesa dei principali interessi del capitalismo brasiliano, la dipendenza dagli USA, la presenza soffocante delle multinazionali, il mantenimento dei privilegi finanziari per il mercato... il tutto condito con un rinnovato assistenzialismo, qualche decisione ecologica di effetto per controllare la massa di poveri e illudere gli ambientalisti.
D’altra parte, tutti i partiti riformisti, primo fra tutti il PT e il PCdoB, non vogliono minimamente rinunciare ai benefici offerti dal parlamentarismo, sia a livello federale sia statale e municipale. Cioè nessun dirigente vuole perdere la poltrona e il ricco stipendio per difendere la realizzazione di profonde riforme strutturali che cambierebbero il Brasile.
Motivo per cui la retorica e il simbolismo sinistreggiante continuerà per impedire l’esplosione delle favelas sempre più impoverite, mentre nelle sale del potere si realizzeranno norme e programmi per salvaguardare il profitto dell’agro-bussines e dei differenti settori industriali.
D’altra parte, bisogna ammettere che il PT, senza questo Frente Ampio e senza il discorso moderato di Lula, si fermerebbe al 32%! Per questo motivo, Lula, da buon animale politico, ha aperto il gioco delle alleanze con i partiti del centro-destra, tanto è vero che la Borsa di Valori brasiliana (BOVESPA), subito dopo il discorso moderato di Lula ha reagito positivamente chiudendo le operazioni con un attivo del 1,30%, mentre il valore del dollaro è sceso del 5,6%.
Ma il MST, il MTST e soprattutto il PSOL, che con la scissione del PT avrebbe dovuto mobilizzare l’elettorato di sinistra del PT, che ruolo avranno nelle prossime elezioni?
In realtà giocano un ruolo da leone, anche se però si tratta di un leone fondamentalmente vegetariano e con i denti cariati! Cioè è un leone simbolico che non morde! Basti pensare che la leader storica del PSOL, la ex-senatrice Heloisa Helena, icona troskista della IV Internazionale, per continuare ad essere eletta nella città di Maceiò ha abbandonato il PSOL per unirsi al partito di Marina Silva – altra storica traditrice del PT e degli ideali di Chico Mendes – diventando anche evangelica per captare i voti del bigottismo pentecostale.
Purtroppo nel PT, nel PDT, nel PCdB e nello stesso PSOL la macchina elettorale ha preso il posto della storica e ideologica direzione nazionale.
Tutto è in funzone dei risultati elettorali. Nei partiti si è formata una macchina che è un aggregato dei numerosi apparati creati dalle correnti (soprattutto quelle troskiste nel PSOL) che in questo modo si fanno reciprocamente la guerra nella cosiddetta “lotta interna per il controllo del partito”.
Con gli anni questi apparati elettorali hanno monopolizzato e frammentato la militanza, “professionalizzando” i suddetti apparati, sempre più retribuiti e sperimentati nel trasformare le correnti in autentici partitini all’interno del PSOL.
Purtroppo la voracità della macchina elettorale ha inghiottito anche lo storico dirigente del PSOL di Rio de Janeiro, Marcelo Freixo, che portava avanti un discorso di pura rifondazione socialista del partito. Un contesto che a Rio de Janeiro, la cosiddetta lotta interna delle correnti troskiste, ha determinato l’abbandono politico di Renato Cinco, uno dei più validi giovani leader della sinistra alternativa di Rio de Janeiro. Per cui il Fronte Ampio sarà accettato anche dal PSOL se Lula gli garantirà una partecipazione nel governo federale.
Nel marasma pantanoso del “riformismo progressista”, il MST di João Pedro Stedile cerca di mantenere aperto il discorso sulle storiche riforme formulate dalla sinistra nel 1979, subito dopo il ritorno alla democrazia. Vale dire la riforma dei media, la riforma politica dei partiti, la riforma fiscale e soprattutto la riforma agraria. Riforme che se approvate dal Parlamento cambierebbero la struttura sociale ed economica del Brasile, rivelandosi un autentico colpo rivoluzionario. Per questo restano li, scritte e sognate, nel limbo della sinistra brasiliana.
Fonte
L’8 febbraio il giudice del Tribunale Superiore Federale (STF), Edson Facchin, ha annullato le condanne che il giudice Sergio Moro aveva appioppato a Lula che, in questo modo, potrà essere il candidato del PT nelle prossime elezioni presidenziali del 2022.
Di conseguenza il presidente Bolsonaro cerca di far dimenticare le sue posizioni negazioniste firmando l’accordo per l’acquisto massiccio del vaccino russo e di quello cinese oltre a presentarsi in pubblico con mascherina.
Un contesto che ha subito riacceso le velleità golpiste di alcuni generali, mentre l’insicurezza per il futuro politico del Brasile divide gli industriali ed i commercianti, sempre più minacciati dalla crisi economica e impauriti da un possibile “risveglio violento delle favelas”. Una situazione diventata sempre più grave con la passività e l’incompetenza del governo, che in questa pandemia ha registrato fin qui (ufficialmente) 11,4 milioni di contagi, 277.345 decessi, raggiungendo in questa ultima settima una media di 2.150 decessi al giorno.
Una situazione drammaticamente sempre più esplosiva che merita risposte approfondite ed obbiettive che abbiamo cercato con il giornalista Achille Lollo, che durante quindici anni è stato prima il direttore delle riviste Nação Brasil e Critica Social e poi fondatore di ADIATV.
Come si spiega l’annullamento da parte del giudice del TSF, Edson Facchin, delle due condanne inferte a Lula dal giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, nominato Ministro della Giustizia da Bolsonaro e poi dimissionario il 24 maggio 2020?
Forse pochi sanno che il giudice Facchin, per tre anni, ha mantenuto insabbiato l’elaborato presentato dalla difesa di Lula ai giudici del TSF, Mendes e Lewendosky, per poi ritirarlo fuori solo quando questi due giudici stavano preparando gli atti per processare l’ex-ministro della giustizia Sergio Moro.
Una decisione coraggiosa che i giudici Mendes e Lewendosky hanno preso quando la sconfitta di Donald Trump ha letteralmente messo in difficoltà Bolsonaro, il suo governo e soprattutto i media che giustificavano tutte le malefatte commesse da questo governo e soprattutto dal giudice federale Sergio Moro.
In pratica l’annullamento delle condanne di Lula dovrebbe essere la moneta di scambio per insabbiare il processo nei confronti del giudice federale Sergio Moro, alias ex-Ministro della Giustizia del governo del presidente Bolsonaro e capo della Polizia Federale.
Perché il ritorno di Lula, in qualità di candidato del PT nelle elezioni presidenziali del 2022, ha immediatamente riacceso la fiamma del golpismo militare?
In Brasile la fiamma del golpismo non si è mai spenta. Infatti, il 31 agosto 2015 ci fu il golpe istituzionale, detto anche Impeachment, contro la presidente del PT Dilma Russeff, grazie alla partecipazione determinante dell’ex-senatore del PT, Helio Bicudo, al velato assenso dello Stato maggiore delle Forze Armate e, soprattutto alla supervisione del Dipartimento di Stato del “Democratico” John Kerry.
Un golpe che permise a Barak Obama di consolidare pacificamente la cosiddetta “riconquista geopolitica del Brasile”, diventato con Lula e Dilma un pericoloso alleato del Venezuela bolivariano.
La seconda fiammata golpista ci fu nell'aprile del 2018, quando il comandante dell’esercito, Eduardo Villas Boas, per evitare l’approvazione della richiesta di Habeas Corpus degli avvocati di Lula da parte dei giudici del TSF, pubblicò nella rete il messaggio che aveva inviato a tutti i comandanti delle regioni militari, con il quale chiedeva di mantenersi preparati ad intervenire nel caso Lula fosse tornato libero.
È inutile ricordare che i giudici del TSF negarono la richiesta degli avvocati di difesa di Lula, che continuò a restare nella prigione federale di Curitiba.
La terza fiammata golpista fu proprio l’elezione di Bolsonaro, ottenuta con la messa in scena di un falso attentato realizzato da un falso attentatore, qualificatosi prima militante del PSOL e poi del PT. In seguito, dopo l’elezione di Bolsonaro, i giudici federali concessero la semi-liberta all’attentatore considerato pazzo!
Recentemente il generale Eduardo Villas Boas ha confermato che il governo Bolsonaro fu un’opzione politica preparata dall’Intelighenzia militare per interrompere l’affermazione governativa e politica del PT. In seguito, il generale Luiz Eduardo Rocha Paiva e il presidente del Club Militar, generale Eduardo José Barbosa hanno criticato pubblicamente la decisione del giudice Facchin, facendo capire che il ritorno di Lula nelle elezioni presidenziali del 2022 potrebbe rimettere in marcia l’intervento delle Forze Armate per difendere la cosiddetta sovranità nazionale”.
Ciò significa che se Lula vincerà le elezioni i carri armati usciranno dalle caserme?
Oggi, nei paesi che hanno sofferto gli effetti della dittatura militare, non è più necessario mettere soldati e carri armati nelle strade e praticare la cosiddetta “caccia ai sovversivi comunisti”, come negli anni '70. Purtroppo il solo ricordo dei desaparecidos, della tortura, della censura e del clima di repressione generalizzata ha prodotto degli effetti “pedagogici” determinanti.
Purtroppo quegli anni fanno ancora paura, soprattutto nel proletariato e nella classe media brasiliana, che oltre alle minacce dei militari, sempre rilanciate dai media, soffrono ogni giorno i ricatti e le angherie delle Milicias. Vale a dire di quei corpi para-militari, molti dei quali associati o al servizio dei narcotrafficanti, che controllano quasi tutti i quartieri popolari delle grandi città.
Per esempio, a Rio de Janeiro le Milicias controllano il 25% dei quartieri popolari, il che significa che 33,1% degli abitanti di Rio, vale a dire 2.300.000 di persone, devono sopportare la presenza e pagare il pizzo ai paramilitari per la cosiddetta “protezione”. Da sottolineare che i membri delle Milicias sono tutti a favore del presidente Jair Bolsonaro!
I militari potrebbero usare Bolsonaro e le Milicias per tentare di offuscare o addirittura di impedire lo svolgimento di una normale campagna elettorale con l’eventuale assalto finale in Brasile in stile Trump?
Mirelle Franco e, recentemente, altri 8 candidati del PSOL e del PT sono stati assassinati nello stato di Rio de Janeiro proprio perché denunciavano la presenza delle Milicias, soprattutto nelle favelas. L’uso elettorale dei Milicias da parte del clan Bolsonaro è una minaccia reale, che può garantire a Jair Bolsonaro circa il 15% del voto dai para-militari; nelle grandi città ricorda molto l’esperienza colombiana.
Comunque, io non mi preoccupo dell’eventuale assalto violento dei bolsonaristi neo-fascisti al Parlamento di Brasilia. Il grande pericolo sta, invece, nella campagna elettorale quando le Milicias, il narcotraffico e una buona parte delle chiese evangeliche cercheranno di comperare e di cooptare il voto popolare, riaprendo nuovamente questa piaga della storia elettorale brasiliana.
D’altra parte con la gravissima crisi economica e l’esplosione della disoccupazione provocata dalla pandemia, il voto è l’unica cosa che il povero può vendere a buon mercato!
Ci sarà un ulteriore aggravamento della crisi economica?
I due governi guidati da Inàcio Lula da Silva, oltre a dare una grande stabilità al settore pubblico avviarono massicci programmi assistenziali che, durante otto anni, hanno rinvigorito e arricchito soprattutto l’industria privata nazionale e non le multinazionali.
Il governo Bolsonaro, invece, in appena due anni ha smontato quasi tutti i programmi assistenziali, promuovendo anche lo smantellamento delle imprese statali per poi privatizzare con più facilità a “prezzi di banana”. Le colonne dell’industria brasiliana, come la Petrobras (gas, petrolio e raffinerie), l’Elettrobras (dighe, centrali e distribuzione elettrica), Banco do Brasil e Caixa Geral (banche e casse di risparmio), oltre al sistema portuale e aereoportuale, sono in via di privatizzazione.
Nello stesso tempo, per accontentare le élites della borghesia industriale e gli oligarchi agrari, il governo ha letteralmente disarticolato il sistema previdenziale, la formazione occupazionale, oltre ad aver permesso la distruzione di una buona parte dell’Amazzonia.
Dopo soli due anni di governo, i risultati sono drammatici, con la crescita record della disoccupazione; circa 13.925.000 lavoratori sono senza occupazione, vale a dire un tasso di disoccupazione del 14,1%, cui si devono aggiungere i 5.800.000 lavoratori che non cercano più lavoro vivendo di espedienti.
Una situazione che, logicamente, favorisce il proliferare del lavoro in nero, che oggi occupa 9.700.000 brasiliani e che non offre nessun spiraglio di ripresa.
In realtà il liberalismo ortodosso di Bolsonaro e del suo ministro dell’Economia, Paulo Guedes, hanno messo in ginocchio l’economia del Brasile. In seguito, con la pandemia il Brasile si è trasformato in un vero girone dell’Inferno.
Nelle ultime settimane il presidente Bolsonaro ha ascoltato le richieste dei governatori cambiando il programma di lotta al COVID-19. Farà lo stesso anche per arginare la drammatica situazione economica e sociale?
Assolutamente no, poiché ci sono grandi interessi in ballo, quelli per cui era stato eletto Bolsonaro. Infatti, se il presidente blocca le misure ultra-liberiste del suo ministro dell’economia, se per esempio mette in discussione il programma di privatizzazioni, o se introduce la tassazione sui profitti delle multinazionali, immediatamente le teste d’uovo del capitale faranno approvare in Parlamento una delle 68 richieste di Impeachment e Bolsonaro sarà dimesso e sostituito dal suo vice, cioè dal generale Hamilton Mourão.
Per questo Bolsonaro continua imperterrito nel suo programma ultra-liberista. Infatti, l’aumento della benzina del 54%, del diesel del 41,6%, associati all’aumento del 103,79% dell’olio di soia, del 76,01% del riso, del 17,97% delle carni bovine e del pollame, e in generale del 14,09% per tutti gli alimenti e le bevande, hanno colpito non solo i ceti popolari delle favelas, ma anche i settori della classe media, della piccola e della media borghesia, in particolare i commercianti delle grandi città brasiliane (São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Belo Horizonte e Recife).
Questi settori, molto numerosi e influenti in termini elettorali, hanno criticato duramente le decisioni del governo Bolsonaro, mettendo in discussione la competenza del ministro Paulo Guedes e l’efficacia del suo programma ultra-liberista. Nonostante ciò Bolsonaro e il suo ministro dell’Economia continuano a fare regali alle istituzioni finanziarie in cambio di un velato silenzio del mercato sullo stato di crisi in cui versa il Brasile.
L’ultimo regalo per i broker del mercato è stata la legge che concede al presidente della Banca Centrale del Brasile la competa autonomia, seguita dalla trasformazione in legge di un altro decreto presidenziale che permette l’apertura di conti correnti direttamente in dollari. In questo modo le banche brasiliane e straniere operanti nel Brasile avranno la libertà di utilizzare questi depositi per operare investimenti in paesi stranieri.
Cioè il governo ha finalmente ufficializzato l’uso del dollaro, come moneta esclusiva delle élite imprenditoriali, degli oligarchi dell’agro-bussines, dei manager delle multinazionali e logicamente dei broker delle istituzioni finanziarie del mercato, sempre a caccia di investimenti speculativi in combutta con le banche dei paradisi fiscali. Una legge che permetterà soprattutto ai narcos di lavare gli ingenti profitti illegali con più facilità.
L’aggravamento della crisi economica e l’arrivo di una terza ondata di COVID-19, potranno destabilizzare la campagna elettorale dei partiti che continuano a sostenere la rielezione di Bolsonaro?
Certamente, visto che il blocco politico che si era formato nel 2018 per eleggere Bolsonaro, attualmente, ha sofferto profonde fratture. I partiti del centro-destra, con l’aiuto dei gruppi mediatici, in particolare la TV Globo ed il giornale Folha de São Paulo, hanno cercato di promuovere nuovi leader politici, capaci di arginare la crisi e far sognare i brasiliani.
Però le promesse del governatore dello stato di São Paulo, João Doria, o quelle del lider del PSDB, Aécio Neves, sono subito svanite, poiché non hanno alcun presupposto programmatico. Nello stesso tempo, sia Doria che Neves non sono leader di spessore nazionale; cioè, sono molto votati negli stati di São Paulo e Minas Gerais, ma risultano degli emeriti sconosciuti negli stati del nordest brasiliano. Inoltre ambedue sono privi di un’esperienza governativa.
Anche nei partiti di destra c’è molta confusione. Gli elementi politici che ancora li mantiene fedeli a Bolsonaro sono due: l’assenza di leader capaci di sostituire Bolsonaro e la crescita del sentimento fascistoide e razzista anti-PT, subito dopo il ritorno politico di Lula nella partita elettorale del 2022.
Altro fattore determinante, che oggi preoccupa molti settori della borghesia brasiliana, è la comprovata incompetenza governativa degli otto ministri militari presenti nel governo di Bolsonaro e dei 2.500 ufficiali superiori che occupano la direzione o incarichi di grande responsabilità, in 21 settori del governo federale.
Comunque, quello che ha ferito maggiormente l’opinione pubblica è stato l’operato irresponsabile del ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, e l’incompetenza del ministro della Salute, il generale Eduardo Pazuello, che i giudici del TSF stanno indagando per aver provocato la morte di migliaia di brasiliani nello stato di Amazonas con la distribuzione della clorochina al posto dei vaccini.
Cosa sta succedendo all’interno delle Forze Armate? Accetteranno la possibile sconfitta di Bolsonaro o, come nel 2018, cercheranno di essere i grandi garanti dell’ordine repubblicano per poi far pesare in termini elettorali la propria autorità?
Anche nelle Forze Armate la situazione è complicata, nel senso che da un lato abbiamo le dichiarazioni pseudo-golpiste del Clube Militar di Rio de Janeiro, che rappresenterebbe l’intelighencia degli ufficiali con cinque stelle. Dall’altro abbiamo le differenti posizioni degli ufficiali delle caserme delle regioni militari brasiliane (maggiori, capitani e tenenti) che, essendo in maggioranza figli di una classe media delusa e impoverita, cominciano ad avere profonde divergenze con l’élite militare. Che poi è quella che ha ricevuto immensi favori finanziari da Bolsonaro.
Questo fatto escluderebbe la certezza e l’efficienza operativa per realizzare un golpe militare subito dopo l’eventuale vittoria elettorale di Lula. Invece è certo che che il peso politico dei militari crescerà se durante la campagna elettorale i gruppi neo-fascisti bolsonaristi, protetti dalle Milicias, cominceranno a far uso della violenza per provocare nelle piazze lo scontro con l’elettorato del PT.
In quel caso i generali a cinque stelle riuscirebbero a riunificare le Forze Armate intervenendo per salvaguardare il cosiddetto “ordine democratico repubblicano”.
In realtà, il Brasile, nel 2022 potrebbe soffrire gli effetti nefasti di una Strategia della Tensione, che permetterebbe ai media di manipolare il regolare andamento delle elezioni presidenziali, invocando l’intervento “pacificatore” delle Forze Armate presentandole, per assurdo, come “salvatorici della patria”!
Un pericolo che Lula ha subito capito, motivo per cui il suo primo discorso politico è stato abbastanza moderato.
È per questo motivo che il Fronte della Sinistra è stato sostituito dal Fronte Ampio?
Certamente! Anche perché, in questi ultimi due anni, il Fronte delle Sinistra è stato un buon esercizio di retorica politica, presentato dai vari dirigenti dei partiti riformisti del centro sinistra, senza produrre aggregazione concrete.
Molti analisti politici, tra cui lo stesso José Luis Fiori, affermano che soltanto la candidatura di Lula potrà evitare la frammentazione dei partiti del centro-sinistra e della cosiddetta sinistra, ammesso che ancora si possa parlare di sinistra.
A questo proposito ricordo che lo storico dirigente comunista del PCdoB, Aldo Rebelo, è passato nel PSB soltanto per avere la certezza di essere rieletto deputato nel 2022! Da ricordare che Rebelo fu il ministro della difesa nel primo governo Lula!
Per questo motivo i leader del centro-destra, che rappresentano una parte della borghesia industriale e di molti settori della classe media urbana, come João Doria, Rodrigo Maia, Bruno Covas e lo stesso Aelcio Neves, appoggiano la creazione di un Fronte Ampio insieme al PT di Lula, al PDT di Ciro Gomes, al PCdB di Luciana Santos, il PSB di Carlos Siqueira ed il PSOL di Luiz Araujo.
Come spieghi il discorso moderato di Lula associato al mantenimento della bandiera rossa con lo stellone giallo da parte del PT?
Il simbolismo politico ha sempre giocato un ruolo importante nel marketing elettorale del PT. Per esempio, nel 2002, la direzione del PT, controllata dal gruppo di Lula chiamato Articulação, per sbiadire l’immagine sinistrorsa del partito, cambiò la storica bandiera rossa con una bianca, utilizzando una stellina rossa, o a volte una viola quando il pubblico era femminile o LGBT.
Comunque bisogna chiarire che Lula, come pure tutta la corrente maggioritaria del PT e della confederazione sindacale CUT, cioè Articulação, non sono mai stati marxisti. Negli anni ottanta erano dei sinceri riformisti socialdemocratici, molto legati alla socialdemocrazia tedesca e olandese e alla CGIL italiana.
Oggi, invece sono dei perfetti social-liberisti che vogliono condividere con la borghesia e il mercato la responsabilità di amministrare il Brasile. Una caratteristica politica che ha motivato e accelerato la trasformazione politica e ideologica di personaggi storici come José Dirceu, José Genoino e la stessa Dilma Rousseff, che furono le colonne del marxismo rivoluzionario negli anni della resistenza alla dittatura militare.
Nel 2002 il discorso di Lula e del PT fu ugualmente moderato, poi espresso con la famosa Carta aos Brasileiros (Lettera ai Brasiliani). Un documento programmatico che si rivolgeva non ai lavoratori, ma ai banchieri e agli industriali preannunciando una pace sociale, in cui il nuovo governo del PT avrebbe fatto di tutto per modernizzare il capitalismo selvaggio brasiliano.
Un’operazione che Lula realizzò con successo insieme al suo vice, rappresentato dall’industriale del settore tessile del Minas Gerais, José Alencar.
Oggi, nel PT è trapelato che nel 2022, quasi certamente, il vice di Lula sarà la leader dei commercianti, Luiza Trajano, proprietaria della rete di negozi Magalu e Magazine Luiza!
Ciò significa che il discorso moderato di Lula preannuncia un governo ugualmente moderato, in cui i partiti del centro sinistra divideranno le poltrone con quelli del centrodestra?
Molti, oggi, si scandalizzano per questo Fronte Ampio comandato da Lula e dal PT. Però c’è da dire che questo Fronte Ampio è il limite massimo per il PT e dello stesso Lula in termini politici e ideologici. Vale a dire: l’intercalassimo classico, la difesa dei principali interessi del capitalismo brasiliano, la dipendenza dagli USA, la presenza soffocante delle multinazionali, il mantenimento dei privilegi finanziari per il mercato... il tutto condito con un rinnovato assistenzialismo, qualche decisione ecologica di effetto per controllare la massa di poveri e illudere gli ambientalisti.
D’altra parte, tutti i partiti riformisti, primo fra tutti il PT e il PCdoB, non vogliono minimamente rinunciare ai benefici offerti dal parlamentarismo, sia a livello federale sia statale e municipale. Cioè nessun dirigente vuole perdere la poltrona e il ricco stipendio per difendere la realizzazione di profonde riforme strutturali che cambierebbero il Brasile.
Motivo per cui la retorica e il simbolismo sinistreggiante continuerà per impedire l’esplosione delle favelas sempre più impoverite, mentre nelle sale del potere si realizzeranno norme e programmi per salvaguardare il profitto dell’agro-bussines e dei differenti settori industriali.
D’altra parte, bisogna ammettere che il PT, senza questo Frente Ampio e senza il discorso moderato di Lula, si fermerebbe al 32%! Per questo motivo, Lula, da buon animale politico, ha aperto il gioco delle alleanze con i partiti del centro-destra, tanto è vero che la Borsa di Valori brasiliana (BOVESPA), subito dopo il discorso moderato di Lula ha reagito positivamente chiudendo le operazioni con un attivo del 1,30%, mentre il valore del dollaro è sceso del 5,6%.
Ma il MST, il MTST e soprattutto il PSOL, che con la scissione del PT avrebbe dovuto mobilizzare l’elettorato di sinistra del PT, che ruolo avranno nelle prossime elezioni?
In realtà giocano un ruolo da leone, anche se però si tratta di un leone fondamentalmente vegetariano e con i denti cariati! Cioè è un leone simbolico che non morde! Basti pensare che la leader storica del PSOL, la ex-senatrice Heloisa Helena, icona troskista della IV Internazionale, per continuare ad essere eletta nella città di Maceiò ha abbandonato il PSOL per unirsi al partito di Marina Silva – altra storica traditrice del PT e degli ideali di Chico Mendes – diventando anche evangelica per captare i voti del bigottismo pentecostale.
Purtroppo nel PT, nel PDT, nel PCdB e nello stesso PSOL la macchina elettorale ha preso il posto della storica e ideologica direzione nazionale.
Tutto è in funzone dei risultati elettorali. Nei partiti si è formata una macchina che è un aggregato dei numerosi apparati creati dalle correnti (soprattutto quelle troskiste nel PSOL) che in questo modo si fanno reciprocamente la guerra nella cosiddetta “lotta interna per il controllo del partito”.
Con gli anni questi apparati elettorali hanno monopolizzato e frammentato la militanza, “professionalizzando” i suddetti apparati, sempre più retribuiti e sperimentati nel trasformare le correnti in autentici partitini all’interno del PSOL.
Purtroppo la voracità della macchina elettorale ha inghiottito anche lo storico dirigente del PSOL di Rio de Janeiro, Marcelo Freixo, che portava avanti un discorso di pura rifondazione socialista del partito. Un contesto che a Rio de Janeiro, la cosiddetta lotta interna delle correnti troskiste, ha determinato l’abbandono politico di Renato Cinco, uno dei più validi giovani leader della sinistra alternativa di Rio de Janeiro. Per cui il Fronte Ampio sarà accettato anche dal PSOL se Lula gli garantirà una partecipazione nel governo federale.
Nel marasma pantanoso del “riformismo progressista”, il MST di João Pedro Stedile cerca di mantenere aperto il discorso sulle storiche riforme formulate dalla sinistra nel 1979, subito dopo il ritorno alla democrazia. Vale dire la riforma dei media, la riforma politica dei partiti, la riforma fiscale e soprattutto la riforma agraria. Riforme che se approvate dal Parlamento cambierebbero la struttura sociale ed economica del Brasile, rivelandosi un autentico colpo rivoluzionario. Per questo restano li, scritte e sognate, nel limbo della sinistra brasiliana.
Fonte
15/12/2020
Brasile - L’agguato del giudice Moro contro Lula. Ora le prove
Il documentario “Moro: Mais que Suspeito”, prodotto dalla Campanha Lula Livre, mette in evidenza, sulla base di prove, testimonianze di giuristi, estratti di interviste e gli atti del processo, le azioni che provano la parzialità dell’ex giudice Sergio Moro contro l’ex Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva (due mandati, dal 2003 al 2011).
L’obiettivo di questo breve documentario è quello di collegare tutte le prove in modo che i sospetti del golpe giudiziario condotto dall’ex giudice diventino ancora più evidenti e totalmente privi di dubbi.
Nel 2016 Lula viene coinvolto nella “Operação Lava Jato”, con l’accusa di aver ricevuto denaro dalla Petrobras, oltre a favori da parte di imprese, per un valore complessivo di 3,7 milioni di reais (1,2 milioni di dollari). Il 12 luglio 2017 Lula viene condannato dal giudice Sergio Moro, in primo grado, a nove anni e mezzo di prigione; condanna aumentata a 12 anni al secondo grado di giudizio.
Il 7 aprile 2018, dopo aver tenuto un discorso di fronte al Sindacato dei Lavoratori Metallurgici dell’ABC a São Bernardo do Campo, Lula si consegna spontaneamente alla Polizia Federale per rispettare il suo mandato d’arresto e viene condotto nella prigione di Curitiba.
A causa della condanna, Lula non può candidarsi alle elezioni, vinte poi da Jair Bolsonaro, nonostante molti sondaggi lo dessero come largamente favorito tra la popolazione. I sostenitori del Partido dos Trabalhadores (PT) hanno denunciato un vero e proprio “lawfare”, ovvero una strumentalizzazione della giustizia a fini politici per impedire a Lula di candidarsi e screditare agli occhi dell’opinione pubblica anche l’ex Presidentessa Dilma Rousseff.
Il 7 novembre 2019 il Tribunale Supremo Federale ha deciso che i detenuti condannati in secondo grado devono essere scarcerati in attesa di sentenza definitiva, una decisione applicata anche a Lula, che è potuto così tornare in libertà.
Sia durante la sua detenzione sia dopo la liberazione, Lula ha confermato il suo impegno politico e sociale affinché in Brasile torni la democrazia popolare contro la deriva fascista e reazionaria del governo Bolsonaro.
Il documentario “Moro: Mais que Suspeito” conferma la parzialità di Moro nella conduzione delle cause nel processo “Lava Jato”, che ha assunto contorni sempre più discutibili negli ultimi anni. Come premio per aver condotto materialmente le persecuzioni giudiziarie ai danni di Lula, l’ex giudice Moro è divenuto Ministro della Giustizia nel governo neofascista di Bolsonaro.
Lo scorso 29 novembre, la società di consulenza statunitense Alvarez & Marsal ha nominato Sergio Moro come Amministratore Delegato del gruppo “Controversie e Investigazioni” della società. Alvarez & Marsal è oggi l’amministratore giudiziario di OAS e di Odebretch, due aziende appaltatrici coinvolte ed indagate – guarda caso – proprio nell’operazione “Lava Jato”.
Pertanto, Moro è diventato membro del Consiglio di Amministrazione della società di consulenza che sta cercando di recuperare le perdite di questi costruttori brasiliani.
Il documentario è concepito come una contro-inchiesta volta a comprendere non solo il diritto di Lula a partecipare alla vita politica, ma soprattutto la collusione e l’ingerenza politica di un gruppo di potere formato dalla rete televisiva brasiliana GLOBO, da una parte della magistratura asservita alla destra e dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America per impedire l’elezione di Lula, distruggere le aziende a controllo statale (come la Petrobras) e favorire gli interessi economici predatori delle multinazionali, interrompendo il cammino progressista intrapreso dai governi del PT e azzerando le conquiste sociali delle classi popolari brasiliane.
Fonte
L’obiettivo di questo breve documentario è quello di collegare tutte le prove in modo che i sospetti del golpe giudiziario condotto dall’ex giudice diventino ancora più evidenti e totalmente privi di dubbi.
Nel 2016 Lula viene coinvolto nella “Operação Lava Jato”, con l’accusa di aver ricevuto denaro dalla Petrobras, oltre a favori da parte di imprese, per un valore complessivo di 3,7 milioni di reais (1,2 milioni di dollari). Il 12 luglio 2017 Lula viene condannato dal giudice Sergio Moro, in primo grado, a nove anni e mezzo di prigione; condanna aumentata a 12 anni al secondo grado di giudizio.
Il 7 aprile 2018, dopo aver tenuto un discorso di fronte al Sindacato dei Lavoratori Metallurgici dell’ABC a São Bernardo do Campo, Lula si consegna spontaneamente alla Polizia Federale per rispettare il suo mandato d’arresto e viene condotto nella prigione di Curitiba.
A causa della condanna, Lula non può candidarsi alle elezioni, vinte poi da Jair Bolsonaro, nonostante molti sondaggi lo dessero come largamente favorito tra la popolazione. I sostenitori del Partido dos Trabalhadores (PT) hanno denunciato un vero e proprio “lawfare”, ovvero una strumentalizzazione della giustizia a fini politici per impedire a Lula di candidarsi e screditare agli occhi dell’opinione pubblica anche l’ex Presidentessa Dilma Rousseff.
Il 7 novembre 2019 il Tribunale Supremo Federale ha deciso che i detenuti condannati in secondo grado devono essere scarcerati in attesa di sentenza definitiva, una decisione applicata anche a Lula, che è potuto così tornare in libertà.
Sia durante la sua detenzione sia dopo la liberazione, Lula ha confermato il suo impegno politico e sociale affinché in Brasile torni la democrazia popolare contro la deriva fascista e reazionaria del governo Bolsonaro.
Il documentario “Moro: Mais que Suspeito” conferma la parzialità di Moro nella conduzione delle cause nel processo “Lava Jato”, che ha assunto contorni sempre più discutibili negli ultimi anni. Come premio per aver condotto materialmente le persecuzioni giudiziarie ai danni di Lula, l’ex giudice Moro è divenuto Ministro della Giustizia nel governo neofascista di Bolsonaro.
Lo scorso 29 novembre, la società di consulenza statunitense Alvarez & Marsal ha nominato Sergio Moro come Amministratore Delegato del gruppo “Controversie e Investigazioni” della società. Alvarez & Marsal è oggi l’amministratore giudiziario di OAS e di Odebretch, due aziende appaltatrici coinvolte ed indagate – guarda caso – proprio nell’operazione “Lava Jato”.
Pertanto, Moro è diventato membro del Consiglio di Amministrazione della società di consulenza che sta cercando di recuperare le perdite di questi costruttori brasiliani.
Il documentario è concepito come una contro-inchiesta volta a comprendere non solo il diritto di Lula a partecipare alla vita politica, ma soprattutto la collusione e l’ingerenza politica di un gruppo di potere formato dalla rete televisiva brasiliana GLOBO, da una parte della magistratura asservita alla destra e dal Dipartimento della difesa degli Stati Uniti d’America per impedire l’elezione di Lula, distruggere le aziende a controllo statale (come la Petrobras) e favorire gli interessi economici predatori delle multinazionali, interrompendo il cammino progressista intrapreso dai governi del PT e azzerando le conquiste sociali delle classi popolari brasiliane.
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30/04/2020
Brasile - Nostalgia di regime mentre Manaus agonizza
Manaus, una città allo stremo, chiede aiuto al G20
Hanno fatto scalpore in questi giorni le dichiarazioni del prefetto di Manaus, Arthur Virgílio Neto, che in aperta polemica con il governo centrale, ha detto piangendo che rivolgerà un appello ai leader del G20, dal momento che tutti sono debitori nei confronti dell’Amazzonia che mantiene il calore del pianeta con le sue foreste.
Di sicuro c’è solamente che il 90% dei casi di Covid-19 nella regione sono concentrati qua nella capitale, dove si registrano quasi 3500 contagi su un totale di circa 4000.
Esiste poi un enorme confusione, come sempre, sulle cifre dei decessi effettivi per coronavirus. Le morti ufficiali sono 320 ad ora, ma quelle sospette nelle ultime settimane a Manaus ammontano a 1250. Per mancanza di tamponi, è impossibile appurare se siano effettivamente dovute al nuovo virus o ad altre malattie che causano febbre e, anche se più raramente, complicazioni polmonari; come la dengue per esempio, che in Amazzonia imperversa a causa delle punture da parte della zanzara Aedes Aegypti.
Questa bastarda con i puntini bianchi sulla livrea (in Italia è conosciuta come zanzara-tigre) è portatrice anche del virus Zika e della febre amarela, la febbre gialla, che ogni tanto si affaccia in Sudamerica.
Ad ora, la capienza totale dei posti letto è pressoché esaurita, siamo al 98%, così come quella dei cimiteri, che allo stato attuale sono sostituiti dalle trincheiras, le fosse comuni che assomigliano a trincee di guerra dove vengono seppelliti i corpi che non trovano posto nel camposanto.
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In realtà Neto, invece di piagnucolare davanti agli schermi, avrebbe parecchie cose da spiegare sulla sua passata amministrazione: ha sostituito il 1 gennaio 2013 Amazonino Mendes, l’ex prefetto PT (Partido Trabalhadores) che aveva subìto un infarto l’anno precedente.
Mendes lasciava in eredità una città che funzionava, nonostante la storica povertà che l’ha sempre contraddistinta da quando il commercio del caucciù era decaduto nel dopoguerra, sostituito però dalla zona franca industriale decretata alla fine degli anni '60, e dallo snodo del traffico fluviale nel punto di confluenza tra Rio Negro e Rio delle Amazzoni, che favorisce anche il turismo d’élite dei brasiliani ricchi di Rio e São Paulo, i quali erano soliti partire da Manaus per inoltrarsi con dispendiose escursioni nella foresta amazzonica.
Senza dimenticare la piattaforma petrolifera della Petrobras, la compagnia parastatale, poi travolta dagli scandali di corruzione sotto lente nell’inchiesta Lava Jato.
Con Neto, la città ha subito un lento ma costante deterioramento da cui non si è più ripresa. L’inquinamento dovuto agli scarti industriali e al petrolio è aumentato, diventando un brodo di coltura ideale prima per le larve di zanzara e poi per il virus Sars-CoV-2.
Con il crollo dei prezzi delle commodities legate al greggio, anche quel poco di welfare che rimaneva è crollato, e a livello sanitario il prefetto non si è mai curato di sollecitare interventi che potessero ampliare l’obsoleto ospedale pubblico 28 de Agosto, il quale oltre alla carenza di posti letto, e alla necessità di apparecchiature tipo respiratori e quant’altro, lamenta anche frequenti black-out elettrici.
Nel 2018, si dovette muovere di sua iniziativa la SUSAM (Secretaria de Estado de Saúde) per portare da 32 a 40 i posti letto nella Unità di Terapia Intensiva, vitale per assistere i casi più gravi della pandemia. 40 posti a fronte di una popolazione di 2,1 milioni!
Se Sparta piange, Atene non ride: 50 milioni di R$, il budget federale a disposizione della sanità per produrre dispositivi di protezione, gel alcolico, ventilatori polmonari e respiratori: con il cambio 1 € = 5,7 R$ fanno 8,77 milioni di euro; un’inezia per una nazione di 210 milioni di abitanti.
Una boccata d’ossigeno potrebbe però venire da STF (Supremo Tribunale Federale) il quale ha disposto che una parte dei fondi di risarcimento alla Petrobras ricavati dai beni sequestrati ai condannati nell’inchiesta Lava Jato, siano dirottati sulla lotta contro il Covid-19. Si tratta di 1,6 miliardi di reais, circa 280 milioni di euro.
Manovre di regime
Durante una manifestazione pro governo, violando lui stesso l’isolamento nazionale, un Bolsonaro in T-shirt a bordo di una camionetta scoperta – stile ducetto sudamericano classico – ha arringato i sostenitori più estremisti davanti alla sede dell’esercito a Brasilia, interrompendosi poi per un attacco di tosse.
Avallando gli striscioni che ricordavano l’intervento militare del 1968 – quando con l’atto Al-5 l’esercito chiuse di forza il Congresso, ufficializzando la dittatura – ha anticipato in pratica la campagna elettorale del 2022, visto che la sua pessima gestione della pandemia in corso lo vede in netto calo nei sondaggi.
Nonostante il coro di condanna dei suoi nemici – dal presidente della Camera Rodrigo Maia, ai governatori di São Paulo e Rio João Doria e Wilson Witzel fino al ministro Barroso della Corte Suprema – egli conta sul fatto che la richiesta di impeachment già depositata, per via dei passaggi necessari per l’approvazione definitiva (prima votazione alla Camera, passaggio al Senato in caso di esito favorevole, e votazione finale sempre al Senato sotto la supervisione del presidente del Supremo Tribunale Federale) gli consenta comunque di andare avanti nel frattempo, poiché l’eventuale sospensione avverrebbe solo dopo la 2° votazione al Senato.
E se invece la richiesta fosse bocciata già alla Camera, Bolsonaro potrebbe presentarsi alla nuova candidatura, in veste di eroe agli occhi dell’opinione pubblica.
Intanto, dopo che anche il ministro di Giustizia Sérgio Moro ha dato le dimissioni non sopportando più le sue interferenze, Bozo ha già contattato i partiti di centro allettandoli con cariche e favori, ai fini di evitare tale procedimento.
Proprio lui, il paladino dell’anti-corruzione.
Lunedì 27 aprile, O Movimento Brasil Livre ha intanto protocollato alla Camera la richiesta di impeachment nei confronti di Bolsonaro, per crimini contro i diritti sociali e individuali.
Sostentamento in tempi di quarantena
Ma aldilà di queste manovre di regime, il paese reale è un altro.
La chiusura delle attività commerciali e delle fabbriche è stata prorogata fino al 4 maggio.
Il pagamento degli aiuti d’emergenza per i lavoratori fermi, R$ 600 mensili a testa per tre mesi, che possono arrivare a 1200 in caso di nucleo familiare – due coniugi o madre single con figli a carico – è iniziato in ritardo, il 17 aprile, con l’accredito della 1° tranche su un conto speciale.
Le altre due tranches saranno versate il 30 aprile e il 30 maggio. Ne hanno fatto richiesta 50 milioni di cittadini, anche a fronte dei numerosi licenziamenti già in atto.
A Bahia il governatore Rui Costa ha annunciato che lo stato concederà tre mesi di energia elettrica gratuiti, fino a un totale di 100 KW per famiglia.
Eppure in Brasile molti resteranno fuori da questi benefici, basti pensare ai venditori ambulanti o alla comida de rua, attività commerciali basilari per il sostentamento delle classi minori, sovente escluse dal welfare. La forzata inattività le impoverisce giorno dopo giorno, e molti infrangono i divieti per necessità.
Il lavoro più ingrato – sia sotto il punto di vista del compenso che del rischio contagio – ma in tempi di coronavirus pressoché indispensabile, è il rider che porta da mangiare a casa della gente, ora che ristoranti e bar sono chiusi.
Giorno e notte, sfrecciano ragazzi con il borsone termico di Uber Eat sulla schiena, quelli che possono permettersi una moto o almeno una bicicletta. Sono in genere più scuri di carnagione dei loro clienti bianchi del ceto medio-alto: questi brasiliani di serie B fanno il lavoro che da noi era svolto dei migranti neri, la cui presenza è stata ridotta dagli editti salviniani.
La questione razziale è sempre determinante nel posizionare il popolo sui gradini della piramide sociale brasiliana, secondo il censo e le tonalità di colore della pelle. Meno soldi si ha, e più sotto si sta, specie se si è pretos e pardos, neri discendenti da africani, o meticci nati da unioni tra neri e bianchi, o tra neri e indios.
E Salvador da Bahia ne è la prova del nove: proprio nella capitale dello stato di Bahia, dove la maggioranza preta negra e preta parda è schiacciante nei numeri – su 2.900.000 abitanti, 2.400.000 sono neri e meticci con una minoranza amerinda, che ha sangue europeo e indio. Solo poco più di mezzo milione è branco (bianco).
Ma come avviene in Sudafrica, che è il parametro più indicato per capire Salvador, sono i bianchi che possiedono praticamente tutto, e gli altri si adattano al loro servizio.
La città è divisa in due, il centro balneare nei quartieri di Ondina, Barra e Rio Vermelho, è tirato a lucido, con centri commerciali multipiano e una vita notturna spumeggiante tra bar, ristoranti e locali notturni, almeno prima del coronavirus, ma frequentata solo dal ceto medio-alto dai lineamenti europei.
Mentre sia nello storico Pelorinho, patrimonio UNESCO e cuore dell’arte baiana, così come nelle periferie vicine all’areoporto di Mar Brasil e Stella Mária, il degrado, la sporcizia e la criminalità sono esponenziali, poiché questi quartieri sono abitati dai neri e nessuno del municipio se ne cura, tantomeno gli stessi residenti, ormai abituati a vivere così da sempre, in mezzo a monnezza e latrine a cielo aperto, con l’olezzo delle urine che ammorba chi ci capita per caso.
Da anni il Pelorinho di notte è chiuso per motivi di sicurezza, togliendo così ai Baiani poveri pure quel cash-flow e quel poco di svago che restava loro. Per cui a costoro “o fechamento” delle attività sociali causa virus, ha cambiato ben poco.
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Bolsonaro ha stravinto le scorse elezioni non solo per l’appoggio della lobby evangelista radicale da sempre punto di riferimento della borghesia bianca brasiliana, e neppure per la corruzione dilagante all’interno dei partiti storici istituzionali, di sinistra come il PT (Partido Trabalhadores) e di centro con inclinazioni destrorse, quali PMDB e PSDB, socialdemocratici solo di nome.
Ce l’ha fatta innanzi tutto per la mancanza di visione dei cosiddetti progressisti: Lula aveva risollevato (dopo aver vinto le elezioni nel 2003) le sorti economiche del Brasile, sfiancato dalla cura da cavallo a base di austerity e privatizzazioni a manetta imposta da FMI, che aveva prestato al governo di FHC (Fernando Henrique Cardoso) 42 miliardi di dollari.
Era riuscito anche a diminuire il tasso di povertà che aveva raggiunto picchi di miseria insopportabile, imbastendo sui presupposti abbozzati da FHC un welfare solido, basato su una serie di programmi sociali, Bolsa Familia e Fome Zero, che avevano consentito la sopravvivenza e un tetto sulla testa a centinaia di migliaia di excluídos nelle favelas.
Non è stato certo un percorso facile, e sicuramente il ceto medio a livello imprenditoriale è quello che ha saputo approfittare meglio della ripresa economica brasiliana, grazie anche alle risorse energetiche e al costo alto allora delle commodities sul mercato internazionale.
I successori di Lula, abbagliati dal nuovo Eldorado e dalle bustarelle delle multinazionali locali e non, sono gradualmente ricaduti nell’inganno del liberismo economico che aveva già portato la nazione al collasso sotto FHC, e dal punto di vista sociale hanno tralasciato – a mio parere volutamente, facendo parte anch’essi della borghesia – la cosa più importante: adeguare i salari della classe lavoratrice all’indice in continuo crescendo del costo della vita.
Specie se si pensa che ancora oggi il salario minimo è meno di 200 €, a fronte di un costo della vita che, dopo il Cile, è uno dei più alti in Sudamerica a livello di istruzione e sanità private.
Il servizio sanitario pubblico era già ridotto ai minimi termini allora, per cui è inevitabile che adesso COVID-19 lo stia martellando, infierendo in particolare sui dipartimenti regionali più arretrati come quelli dell’Amazzonia e Mato Grosso.
Anche l’alimentazione brasiliana è stata sempre oggetto del “razzismo nutrizionale”, come potremmo definirlo, fin dai tempi delle colonie portoghesi.
La carne bovina per i suoi costi, nonostante i capi di bestiame sterminati, è accessibile solo al ceto medio-alto, e ai poveri cristi non rimane che carne di porco e zampe di gallina per fare il brodo.
La sinistra istituzionale in BR, oltre a prostituirsi al liberismo economico delle multinazionali che hanno devastato l’ecosistema amazzonico – vedi gli orrori tuttora impuniti in Minas Gerais dopo il crollo delle dighe di Mariana e Brumadinho proprietà del colosso Vale, 2°produttore mondiale di ferro, che ha causato pure 300 vittime – è venuta meno al suo primo dovere: CREARE UNA COSCIENZA DI CLASSE NEL PROLETARIATO BRASILIANO.
Il quale, essendo in maggioranza meticcio e nero, avrebbe dovuto essere accompagnato dalla consapevolezza dell’orgoglio razziale che ad esempio gli indios non hanno mai perso, pur essendo stati trucidati in massa nel corso della storia del Brasile.
La vita agreste: Tibullo docet
In questi giorni di esilio volontario nell’entroterra del Paraiba, dove i numeri del contagio sono minori rispetto alle metropoli, l’unico svago che mi concedo sono le fughe nei centri rurali, a una cinquantina di km dalla città di Campina Grande.
I più conoscono la capitale João Pessoa, meta ambita dai brasileiros benestanti del Sud per via delle spiagge di Tambaú, Jacumá, Coquerinho, e Tambaba, ma il Paraiba autentico è qui in campagna.
Il termine “paraiba” in Brasile è perlopiù usato in senso dispregiativo.
Nel celebre film Cidade de Deus, che tratta delle guerre tra gang per il controllo della droga nell’omonima favela, viene citato dai “soldati” dei boss per deridere i campagnoli che emigrano dal Nord Est per andare a lavorare a Rio.
In realtà, a Lagoa Seca, Alagoa Nova, Areia, ect. si viaggia nella macchina del tempo, come se tornassimo indietro nel nostro dopoguerra degli anni '50.
Tranne Areia, che in tempi normali accoglie anche turisti che vanno a fotografare le capanne dipinte nella Comunidade De Quilombolas – i discendenti degli schiavi afro – gli altri paeselli vivono esclusivamente di quello che producono.
Le cooperative agricole e di allevamento, tutte familiari, provvedono al 50% del fabbisogno di carni, pollame, fagioli, manioca, riso, frumento, frutta e formaggio per l’intero stato. Il governo concede sovvenzioni minime, che coprono appena il 16% dei produttori. Eppure in Brasile, queste famiglie forniscono ai mercati l’80% della produzione nazionale di fagioli e manioca, 34% di riso, 21% di frumento, 55% di carne suina e frango (pollo).
Qua il virus non ha vita facile, per via dell’isolamento naturale, il clima caldo e secco, e l’assenza di inquinamento.
Mantenendo l’allevamento tradizionale, si è potuto evitare il rischio di trasmissione di malattie provenienti da animali selvatici quando i loro habitat sono invasi, come successe con la peste suina e l’influenza aviaria degli anni passati in Cina.
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La gente continua la propria vita come se niente fosse, ci sono tre negozi in paese: una cartoleria che vende quaderni e libri di scuola, una farmacia e un fornaio.
Giornali e TV accese non ne vedo, per cui panico zero.
Tibullo nei suoi tre libri di Elegie, loda la vita di campagna, maledicendo la guerra e gli amanti infedeli (ne ha tre: due donne, Delia e Nemesi, e un ragazzo, Marato, che lo cornificano alla grande, ma anche lui non scherza.) “Un altro accumuli pure oro luccicante, e possieda ettari sconfinati di terra, e Marte faccia squillare pure le sue trombe. A me è cara la povertà, che però attraverso una vita frugale, illumina il mio cuore di una luce instancabile“.
La vita nei campi è dura, ma dignitosa.
Meglio qui che lavorare sotto padrone a meno di 200 € al mese, vivendo dentro una lurida favela, per finire magari ammazzato dalla dengue o da un proiettile vagante.
Meglio la vita agreste, di una vita agra.
Fonte
29/04/2020
Brasile - Cosa sta succedendo?
Il Coronavirus sta falcidiando il Brasile, soprattutto le favelas di São Paulo e di Rio de Janeiro, dove il dramma della morte si sta generalizzando, insieme a un’economia in collasso avanzato, con i suoi 14 milioni di disoccupati e altri 12 messi in aspettativa.
Una situazione sempre più esplosiva che il governo di Jair Bolsonaro cerca di minimizzare, aumentando la confusione e l’incertezza politica. Infatti, il 4 aprile, “La Repubblica”, annunciava un colpo di stato dei militari, che si rivelava una “bufala”.
In seguito il presidente Bolsonaro, ispirato da Trump, provocava la Cina che sospendeva l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di soia.
Il caos è anche politico, soprattutto nel governo, tanto che il ministro della salute, Henrique Mandetta, ha annunciato sulla TV Globo che sarebbe stato licenziato dal presidente, che avrebbe liceniato anche il segretario giuridico della presidenza. Per questo Contropiano ha intervistato il giornalista Achille Lollo, che conosce a fondo la situazione politica ed economica del Brasile.
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Cominciamo con la storia del colpo di stato, si tratta di una bufala o realmente i militari vorrebbero liberarsi di Bolsonaro?
“Come ex-direttore di due riviste brasiliane vorrei dire che questa storia del colpo di stato contro Bolsonaro è una vera e propria bufala, creata dal corrispondente di “La Repubblica”, perché non ha saputo interpretare il contesto politico brasiliano e tantomeno tradurre in italiano alcune parti di un articolo pubblicato nel sito DEFESA.NET.
Nello stesso tempo c’è stata un’estrema leggerezza da parte dell’editore internazionale che ha pubblicato quello scoop senza averne la conferma. Infatti, bastava telefonare alla redazione di un qualsiasi giornale brasiliano, visto che ci sono 5 ore di differenza!
Come analista politico, posso dire che escludo perentoriamente l’ipotesi di un colpo di stato ideato dal Ministro della Difesa, generale dell’Esercito, Fernando Azevedo e Silva, e implementato dal nuovo capo dello Stato Maggiore Unificato delle Forze Armate, (EMCFA), il generale di Aviazione, Raul Botelho.
Infatti, il 18 febbraio, il presidente Bolsonaro dovette licenziare per assoluta incapacità Onix Lorenzoni, che per essere stato uno dei suoi fedelissimi era stato premiato con la nomina a Ministro della Casa Civil, che è una specie di primo Ministro.
Al posto di Lorenzoni, il presidente avrebbe voluto promuovere il giovane figlio Eduardo, però i militari consigliarono a Bolsonaro di nominare un uomo di esperienza, come il generale dell’Esercito Walter Souza Braga Netto, all’epoca capo dello Stato Maggiore Unificato (EMCFA).
Di conseguenza, il generale Braga Netto, a causa della disastrosa gestione di Onix Lorenzoni e nel tentativo di arginare la crisi economica, rafforzò subito le sue funzioni nel governo, dando priorità alle relazioni con il potere legislativo, per evitare che le proposte di legge presentate dal governo continuassero a essere bocciate.
È importante sottolineare che nel governo di Bolsonaro i militari sono già più che rappresentati, avendo cinque ufficiali superiori come ministri (Difesa, Energia, Miniere, Amministrazione Pubblica e Infrastrutture) e altri 130 nei ruoli di vice-ministro, segretario nazionale, direttore federale, amministratore delegato, coordinatore nazionale ecc.
Quindi è fuori luogo pensare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate (EMCFA) possa aver ordinato ai 5 comandi regionali di mobilizzare 80.000 soldati per andare a destituire un presidente che è un ex-militare fascistoide e far cadere un governo che è controllato dall’intelighenzia delle Forze Armate. Soprattutto adesso, con la nomina del generale Walter Souza Braga Netto!
Vorrei precisare che in America Latina tutti i colpi di stato, ad esclusione di quello promosso dal generale Juan Velasco Alvarado, nel Peru, nel 1968, (1), furono sempre effettuati contro i governi democratici e progressisti. E Bolsonaro, certamente, non è ne democratico e tanto meno progressista!”
Comunque, alcuni giornali hanno fatto capire che le dimissioni del ministro della Salute, Henrique Mandetta, e la tragica evoluzione del Covid-19 in gran parte degli stati del Brasile avrebbero riacceso lo scontro tra il presidente Jair Bolsonaro e i militari, rappresentati dal vicepresidente, generale Hamilton Mourão. In pratica, la relazione politica tra il presidente Bolsonaro e i militari è la stessa del 2018 o è cambiato qualcosa?
Lasciando da parte gli scoop e le fake news, bisogna riconoscere che tra i militari e quello che in Brasilia definiscono “il gabinetto dell’odio, diretto da 01, 02 e 03” – vale a dire l’istanza direttiva occupata dai tre figli di Bolsonaro nel Palacio do Planalto (2) – non corre buon sangue. Infatti, il clima conflittuale che cominciò a delinearsi negli ultimi mesi del 2019, non dipende soltanto dalle assurde posizioni politiche dei tre rampolli o dalle gaffe diplomatiche del presidente Bolsonaro.
Lo scontro in atto riguarda il futuro istituzionale del Brasile, vale dire chi potrà vincere le elezioni presidenziali nel 2022.
Su questo tema le posizioni sono sempre più divergenti, poiché per l’intelighenzia militare – vale a dire gli ufficiali di grado superiore – è di fondamentale importanza mantenere inalterato lo schema di alleanze politiche che nel 2018 riuscì a rompere l’egemonia politica del PT sconfiggendo il suo candidato, Fernando Haddad.
Da parte sua Bolsonaro, per continuare alla guida di questa alleanza – che va dall’estrema destra ai moderati della classe media – rivendica la sua immagine storica di leader anti-PT, anti-gay, idolo delle chiese evangeliche e dei militari di basso rango.
Un’etichetta che i militari e soprattutto la poderosa TV Globo, adesso, considerano scaduta, visto che l’indice di accettazione popolare di Bolsonaro è sceso fino al 6%.
Però è il giornale Folha de São Paulo ad essere il più critico, ricordando che l’elezione di Bolsonaro fu la risultante emozionale di uno pseudo-attentato realizzato da Adélio Bispo de Oliveira, in seguito fatto passare per pazzo dalla Polizia Federale e dai giudici (3).
Infatti, anche il “Jornal do Brasil”, e soprattutto la “TV Bandeirantes”, ricordano che subito dopo l’attentato i tre rampolli fecero partire sui social una milionaria campagna elettorale, immediatamente messa in piedi con l’aiuto di Steve Bannon.
Per questi motivi, e anche per il basso livello politico e culturale dimostrato da Bolsonaro, i militari stanno disegnando un altro scenario politico, in cui non è prevista la rielezione di Bolsonaro, ma quella di un candidato capace di dare una nuova legittimità politica ai partiti della borghesia e della classe media, in particolare il PSDB e i DEM.
Un candidato preparato per rilanciare l’economia evitando, però, lo scontro di classe. Vale a dire un populista capace di formulare promesse elettorali credibili, con cui dividere il proletariato e la classe media brasiliana, guadagnandone la simpatia ed i voti dei settori popolari che storicamente votano per il PT o gli altri partiti del centro-sinistra”.
Recentemente il figlio del presidente, Carlos, ha criticato duramente il vice presidente, generale Hamilton Mourão, perché aveva scambiato dei Twitter con il governatore dello stato di Maranhão, il comunista del PCdoB Flavio Dino. Poi dichiarava che era più facile dialogare con i soldati e gli ufficiali di bassa patente che con i colonnelli e i generali. Nello stesso tempo Bolsonaro tornava a elogiare la dittatura del 1964 come soluzione politica. Perché il clan Bolsonaro, padre e figli, oggi, usano sempre più questi toni minacciosi?
Nel 2008 ho intervistato Jair Bolsonaro, quando era deputato federale in Brasilia, e lui, credendo che fossi il corrispondente del Corriere della Sera, sparò tante di quelle cazzate che mi sono sempre chiesto come è stato possibile che un individuo così rozzo e politicamente impreparato sia stato eletto più volte deputato e poi addirittura presidente.
Infatti, quando nell’Assemblea delle Nazioni Unite e poi nella riunione di Davos, Bolsonaro volle improvvisare, scartando il discorso preparato dal suo Ministro degli Esteri, Ernesto Henrique Fraga Araújo, fu un vero disastro o come dissero al Senato “um autentico vexame!” (un vero tormento).
La realtà è che Bolsonaro è sempre stato un deputato, rozzo, privo di cultura e politicamente insignificante, che nei suoi 27 anni di attività parlamentare si è sempre mosso nel cosiddetto “basso clero” della Camera dei Deputati, cambiando ben nove partiti e facendo approvare appena due progetti di legge e un emendamento costituzionale! Attualmente ha rotto anche con il piccolo PSL (Partito Sociale Liberale) dove era stato eletto presidente!
Oggi, il 90% della sua attività di presidente e quella del “Gabinetto dell’Odio” dei suoi figli, gira intorno al progetto del nuovo partito bolsonarista, denominato “Aliança para o Brasil” (Alleanza per il Brasile).
Un partito di destra, populista e fascistizzante, che in teoria dovrebbe rappresentare il 25% dell’elettorato, eleggendo un centinaio di deputati e altrettanti senatori, con cui obbligare le eccellenze della borghesia e del mercato ad appoggiare la rielezione di Jair Bolsonaro nel 2022.
Vale a dire un partito che riunisce tutte le componenti anti-PT, anti-gay, i movimenti razzisti, i settori urbani timorosi della rivolta sociale, in particolare i commercianti, a cui si unirebbe il voto del sottoproletariato delle favelas controllate dai gruppi paramilitari “Milicias” e quello dei credenti fondamentalisti, manipolati dai pastori delle poderose chiese evangeliche “Assembleia de Deus” e “Igreja Universal de Deus”.
Quest’ultima è anche proprietaria della “TV Record” (4) e di otto radio FM/AM. Un partito con una base elettorale del genere può ambire a essere adeguatamente finanziato dagli industriali legati all’import-export, dalle multinazionali e logicamente dai latifondisti del Nordest e degli stati amazzonici produttori della soia e dei bovini.
Questo progetto era ben visto anche dal segretario di Stato USA Mike Pompeo che, insieme a Donald Trump, ha appoggiato l’elezione di Bolsonaro nel 2018.
Però, a partire da febbraio la simpatia politica di Mike Pompeo per Bolsonaro è svanita, a causa delle valutazioni formulate dagli analisti del Dipartimento di Stato, come per le informazioni inviate dall’ambasciatore statunitense nel Brasile, Todd Chapman.
Infatti, gli ambienti parlamentari vicini ai militari sostengono che la rielezione di Bolsonaro comporta il serio rischio della radicalizzazione del processo elettorale, in un momento di grave crisi economica. Una situazione che permetterebbe al PT e ai partiti del centro-sinistra di creare un ampio fronte popolare anti-crisi, e soprattutto anti-Bolsonaro, con cui vincere le elezioni nel 2022.
Una vittoria che è l’ultima cosa che gli USA vogliono, perché permetterebbe al PT di ritornare a imporre la sua egemonia politica. Un fronte popolare, più volte invocato dal lider del movimento MST, João Pedro Stedile e anche dal vice-presidente del Partido Democratico Laburista, Ciro Gomes.
Se, come molti dicono, Bolsonaro fu un ufficiale brillante e un teorico politico dei militari, perché non è diventato generale?
Recentemente Luis Makluf, del giornale “Estadão” di São Paulo, ha pubblicato il libro “O cadete e o capitão” (il cadetto e il capitano), in cui è documentata tutta la carriera militare di Jair Bolsionaro, dall’inizio, nel 1973, come cadetto dell’Accademia Militare “Agulhas Negras” (Aquile Nere) in Rezende, fino al 1988, quando passò alla riserva con il grado di capitano.
In realtà Bolsonaro non ha mai ricevuto un’onorificenza militare, visto che in dieci anni di attività come ufficiale, fu incaricato di comandare solo 3 gruppi di artiglieria campale.
Le sue specializzazioni riguardavano i corsi di attività fisiche dell’Accademia Militare: montagnismo, corsa campestre, immersione, paracadutismo, tiro. Per questo il suo soprannome era “Cavalão” (Cavallone) perché nelle attività fisiche era veramente eccezionale. Non ha mai insegnato teoria militare, tecniche di preparazione al combattimento e soprattutto non ha mai frequentato i corsi superiori di tattica e di strategia.
Tanto è vero che l’intellighencia militare non ha mai invitato Bolsonaro nei suoi dibattiti realizzati nel “Club Militar” di Rio de Janeiro. Nemmeno quando Bolsonaro fu eletto deputato federale!
In realtà Bolsonaro raggiunse una certa notorietà nel 1987, quando la rivista “Veja” publicò una sua intervista in cui annunciava che con altri ufficiali avrebbero fatto esplodere nei bagni dell’Accademia Militare alcune bombe, per protestare contro il mancato aumento degli stipendi da parte del nuovo governo democratico di José Sarney.
Subito dopo, nel 1988, si dimise dall’Esercito per essere eletto – con il sostegno dei paramilitari “Milicias” (5), dei pastori evangelici e dei gruppi neofascisti della “Baixada Fluminense” (6) – prima deputato municipale e poi deputato federale nel 1990.
Una relazione politica oscura, visto che Bolsonaro ha sempre giustificato l’esistenza delle “Milicias”, che in teoria dicevano di voler liberare le favelas dai narcotrafficanti, vista l’incapacità della polizia.
Le “Milicias” sono sorte nel 1986 come “gruppo di sicurezza” di alcune favelas, per poi passare a disputarsi con i “Narcos” il controllo dei punti di vendita della cocaina e della marijuana nelle grandi favelas di Rio de Janeiro e delle città-dormitorio dell’omonimo stato.
Non bisogna dimenticare che l’80% degli uomini delle “Milicias” sono agenti della Polizia Civile e della Polizia Militare, che hanno sempre ricevuto una velata accondiscendenza da parte della Polizia Federale e una grande compiacenza nei comandi della Polizia Civile, della Polizia Militare e dello stesso governo regionale, a cui si aggiungeva la copertura di numerosi politici regionali, tra cui quella del clan dei Bolsonaro.
Una situazione che era continuamente denunciata dal deputato federale Marcelo Freixo e dalla deputata municipale del PSOL di Rio de Janeiro, Marielle Franco, che, purtroppo il 17 marzo 2018, fu mitragliata all’entrata della favela Maré proprio da un commando delle “Milicias”.
Prima di entrare nelle cronache drammatiche della pandemia brasiliana potresti spiegare perché Bolsonaro, nel 2018, in meno di due mesi passò dalla nullità politica del PSL ad astro nascente della destra e quindi a candidato unico dell’oligarchia latifondista e della borghesia brasiliana?
Per capire questa improvvisata trasformazione camaleontica, bisogna fare un piccolo passo indietro, quando gli strateghi della borghesia erano convinti che il golpe bianco contra Dilma Roussef con l’impeachment del Parlamento e l’arresto, nel 2015, di quadri storici del PT da parte del giudice di Curitiba, Sergio Moro, con l’accusa di corruzione, avrebbe disarticolato il PT e azzerato la candidatura di Lula.
Una previsione che poi fu smentita nel 2017, quando gli specialisti del marketing elettorale garantivano la vittoria di Lula nel primo turno con il 72%. Quindi, per facilitare l’elezione di Geraldo Alkimin, il candidato della coalizione formata dal PSDB e, quindi, evitare il ritorno di Lula nel “Palacio do Planalto” a Brasilia, nel 2017 ci fu il secondo golpe bianco. Vale a dire l’arresto e la condanna di Lula.
Nonostante ciò, gli analisti del marketing elettorale non escludevano la possibile vittoria del candidato del PT, Fernando Haddad nel secondo turno, a causa dell’assenteismo elettorale da parte della classe media ed anche per l’assoluto rigetto dei settori popolari nei confronti di Geraldo Alkimin, che nel 2009 era stato Segretario allo Sviluppo dello Stato di SãoPaulo e poi 35° governatore dello stato paulista nel 2011.
Fu in questo scenario di grande incertezza politica che, il 28 febbraio 2018, ci fu l’attentato contro Jair Bolsonaro, il quale, a partire da quel momento, diventò l’argomento centrale dei media. Infatti le due coltellate (evidentemente non gravi) inflitte da Adélio Bispo de Oliveira, alla fine di un comizio nella cittadina di Juiz de Fora, furono subito etichettate dalla Polizia Federale come “un’azione motivata dall’odio comunista del PT e del PSOL...” (6)!
Subito dopo l’attentato i social brasiliani furono invasi da un nuovo sistema di robot che gestiva e alimentava tutte le reti con continue fake news che ricordano la metodologia usata da Steve Bannon nella campagna elettorale di Donald Trump.
Bolsonaro fece solo qualche dichiarazione dall’ospedale, rifiutandosi poi, nel secondo turno, di partecipare a tutti i dibattiti elettorali organizzati dalle televisioni. In questo modo, i social riuscirono a creare l’immagine della vittima del comunismo e del combattente indomito del PT e della corruzione.
Nello stesso tempo, tutte le televisioni, ed in particolare la “TV Record “ di Edir Macedo, l’auto-proclamato vescovo evangelico di “Igreja Universal do Reino de Deus” si associarono alla campagna elettorale del partito di Bolsonaro, il PSL (7), pubblicando tutte le “fake news” che correvano sui social, etichettando Lula e il PT come una banda di volgari truffatori comunisti, mafiosi e accaparratori dei fondi pubblici,
Invece Jair Bolsonaro era presentato come l’unico deputato onesto del Brasile, capace di sradicare la corruzione creata dal PT, l’unico in grado di promuovere un salto qualitativo all’economia, l’unico candidato preparato per rivitalizzare lo stato brasiliano e soprattutto l’unico deciso a porre fine alla delinquenza, al narcotraffico e ai gay.
Un bla-bla-bla che incantò la maggior parte dei brasiliani, ormai stanchi delle promesse dei partiti politici tradizionali e soprattutto delusi dai troppi errori commessi dalla direzione del PT, in particolare, da Dilma Roussef con l’opzione social-liberista nel secondo governo del 2013.
Chi è che oggi detta la linea ideologica nel nuovo partito bolsnarista “Aliança para o Brasil” e che tipo di relazione esiste tra quello che tu definisci un partito fascistizzante, la chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” e le eccellenze del mercato finanziario?
Il guru politico di Bolsonaro è Olavo de Carvalho (9), il sostenitore di un fascismo tropicale che mischia il negazionismo per l’Olocausto con la teoria dell’eliocentrismo. Nega l’efficienza dei vaccini e del riscaldamento climatico globale, accusando la Cina di aver provocato il Coronavirus per attaccare l’Occidente.
Si definisce un “filosofo”, senza aver frequentano nessuna università e per questo afferma che i lavoratori, in particolare quelli di origine africana, avrebbero seri limiti cerebrali, motivo per cui sarebbero facilmente manipolati dagli “agenti del marxismo”.
È un aperto sostenitore del pinochettismo, cioè della repressione dura e cruda dei lavoratori, non avendo però un’idea molto definita sulla relazione Stato-Mercato. Infatti, se l'avesse, perderebbe il sostegno finanziario che riceve dalle fondazioni finanziate da banche e industrie degli Stati Uniti.
Dal 2005 vive a Richmond, in Virginia, a pochi chilometri di distanza dalla centrale della CIA, di cui, secondo alcuni, sarebbe un “Senior Consultor” messo a contratto dopo la vittoria elettorale di Lula.
Questa relazione permette a Bolsonaro di appropriarsi del voto dei gruppetti neofascisti brasiliani che all’incirca ammontano a 300.000 individui. Infatti, due ministri del governo Bolsonaro sono stati “allievi” di Olavo de Carvalho, rispettivamente il ministro degli esteri, Ernesto Araújo e quello dell’istruzione, Ricardo Vélez Rodriguez, sostituito recentemente da Abraham Weintraub, anche lui “alunno” di Olavo.
Però c’è da dire che l’“Aliança para o Brasil” non sarà il nuovo partito fascista brasiliano, come molti affermano. Forse questa era l’idea iniziale del figlio Eduardo. In realtà Bolsonaro sa benissimo che se vuole essere considerato “l’indomito salvatore della patria brasiliana”, riconosciuto come tale dalle eccellenze del mercato, dell’industria e dall’oligarchia latifondista, tutti profondamente liberisti, non può assolutamente evocare Peron, e tanto meno proclamarsi in favore del centralismo statale.
Oggi, il mercato e soprattutto le banche private costituiscono la “love story” del governo Bolsonaro, che tramite il ministro dell’Economia, Paulo Guedes – un super liberista discepolo dei Chicago Boys – nei primi 12 mesi di governo ha elargito alle banche 1,216 trilioni di Real (vale a dire il 16,7% del PNB), mentre per combattere la pandemia ha destinato solo 88,2 miliardi di Reali, vale a dire 7,5% dei fondi destinati alle banche!
Il nazionalismo esasperato dei Tweet di Bolsonaro è pura retorica, che diventa un falso ideologico, se consideriamo i regali fatti al governo degli Stati Uniti e alle multinazionali dello Zio Sam.
Primi fra tutti la cessione “territoriale e infrastrutturale” della base di lancio di satelliti e di missili di Alcantara, seguita, nel marzo del 2019, dalla vendita alla Boeing – a un prezzo da banane – della divisione militare della prestigiosa industria statale EMBRAER!
Inoltre, il razzismo bolsonarista presenta una duplice lettura in cui gli elementi dominanti sono la manipolazione e la propaganda politica. Infatti, se la questione razziale fosse estremizzata da Bolsonaro secondo le teorie del moderno nazifascismo europeo, scoppierebbe una crisi profonda con le chiese evangeliche.
Questo perché l’80% dei credenti e la maggior parte dei loro pastori sono di colore, cioè: neri, mulatti o pardi di origine afro-brasiliana. Nello stesso tempo, se Bolsonaro sceglie di percorrere il terreno della discriminazione razziale, come fa il nostro Matteo Salvini o l’ungherese Viktor Orbán, corre seri rischi politici, poiché 63% degli elettori sono discendenti diretti degli afro-brasiliani e solo un 30% sono nipoti di emigranti europei, asiatici o latinoamericani.
Un contesto sociale e storico che impone una certa prudenza verbale, perché la cosiddetta “razza brasiliana”, in realtà è un mix di razze. Motivo per cui Bolsonaro, si limita a cavalcare il razzismo omofobico contro i gay, contro le femministe abortiste di colore, per poi scatenarsi contro gli afro-brasiliani delle favelas quando si tratta di giovani legati ai “Narcos”.
Sono in pochi a credere nei dati divulgati dal governo brasiliano sull’andamento drammatico del Covid-19. I morti sarebbero migliaia. Il sistema di salute pubblico è in pieno collasso, mentre quello privato, destinato a ricchi e benestanti, riceve finanziamenti federali e pubblici. Il totale dei disoccupati arriverebbe a circa 26 milioni. Perché il Brasile che votò Lula e il PT per quattro volte, adesso accetta in silenzio questa situazione?
In realtà, quei 52.793.364 milioni che nel 2002 votarono per Lula, (61,27% degli elettori), nel 2018 si erano ridotti a 47.040.906, (44,87%). In sedici anni il PT ha perso 5.752.358 milioni di voti, pari al 16,40% degli elettori.
Questa discesa si spiega con l’abbandono, da parte della vecchia e della nuova direzione del PT e della confederazione sindacale CUT, della sua matrice storica ideologica. Vale a dire una linea politica socialdemocratica di sinistra, alla Willy Brant, che gradualmente è stata sostituita con un social-liberismo tropicale, che fa ricordare la disastrata “Terza Via” dell’inglese Tony Blair e quella di Massimo D’Alema.
Oggi le favelas di São Paulo, di Rio de Janeiro, di Recife, di Salvador, come pure molte regioni amazzoniche popolate da indios, sono i centri della pandemia, perché i governi del PT non hanno fatto la riforma del sistema sanitario pubblico come avevano promesso.
In realtà i grandi investimenti fatti dai governi del PT nell’assistenzialismo sono serviti ad evitare lo scontro di classe e a garantire al capitale una effettiva e lucrativa pace sociale. Purtroppo non sono state fatte le riforme strutturali che tutti aspettavano e che, certamente avrebbero modificato l’evoluzione socioeconomica del Brasile.
Mi riferisco, soprattutto, alla riforma del sistema sanitario pubblico, alla riforma urbanistica, alla riforma politica (Nuova Costituente), alla riforma dell’informazione e soprattutto alla riforma agraria. Lo stesso Lula quando venne qui a Roma per ricevere il premio della FAO mi disse in un’intervista “Lo sai che le banche e le industrie brasiliane non hanno mai guadagnato come durante i miei due governi ed adesso si lamentano dicendo che la colpa della crisi è del PT?”
Purtroppo la direzione del PT e lo stesso Lula erano convinti di essere la classe governante accettata dal mercato e dalle oligarchie brasiliane. Per questo non hanno creduto nel tradimento di Michel Temer (il vice presidente di Dilma Roussef) e nel ruolo cospirativo degli USA, pensando, poi, di poter poter circoscrivere l’Impeachment nel Parlamento.
Lula era convinto che nel secondo processo di appello sarebbe stato assolto. Invece gli hanno anche aumentato la pena bruciando definitivamente la sua candidatura!
Il PT non ha mai voluto mobilizzare le masse e i sindacati e realizzare uno sciopero generale contro gli abusi giudiziari del Tribunale di Curitiba. Tantomeno si sono mossi quando il governo Bolsonaro ha introdotto un programma di riforme liberiste per modificare le norme sul lavoro e le pensioni.
Lula ha sempre detto che Bolsonaro era stato eletto costituzionalmente e quindi bisognava attendere le elezioni del 2022!
È chiaro che nella base popolare del partito e dei lavoratori in generale, queste posizioni sono state criticate e considerate rinunciatarie. Soprattutto adesso, con l’estensione del Covid-19, la borghesia e i ceti medi stanno nelle loro villette di campagna o si curano nelle cliniche del settore privato, mentre gli abitanti delle favelas, delle cinture suburbane e delle città dormitorio muoiono in numero sempre più elevato.
Perché il presidente Bolsonaro, come il suo guru Olavo de Carvalho, insiste nel dire che il Covid-19 si deve combattere con l’isolamento dei soli vecchi e che l’economia deve ripartire a tutto vapore?
Bolsonaro, come pure Olavo de Carvalho, è convinto che la voce del Dio Mercato è la più importante. Per cui, poco importa se nel Brasile moriranno 200.000 o 300.000 persone, di cui il 95% composto da abitanti poveri delle favelas o delle insalubri periferie. Purtroppo, quello che più conta è la voce del mercato, vale a dire far ripartire a tutti i costi un’economia che è già in crisi da due anni.
Ufficialmente Bolsonaro addossa la responsabilità della crisi alla breve paralisi economica provocata dal Covid-19. In realtà la crisi dell’economia brasiliana si deve ai ritardi strutturali e al modello di “economy commodity” che le banche e la borghesia imperialista hanno imposto al paese con la complicità dei governi del PT.
Per esempio, nel mese di marzo, i tecnici del Ministero dell’Agricoltura e gli stessi latifondisti produttori di soia sono stati incapaci di prevedere il formidabile aumento nella produzione di soia, così che, oggi, il porto di Santos (10) è praticamente ingolfato di navi, mentre la fila dei camion carichi di soia si estende per quasi 30 chilometri!
Nonostante questa situazione il governo Bolsonaro pretende di lasciare il porto di Santos nel quasi abbandono per poi, poco prima delle elezioni, presentarsi come “il divino salvatore” con una seconda privatizzazione. Le compagnie cinesi hanno già sospeso l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di soia perché nessuno sa quando il porto di Santos tornerà a funzionare regolarmente.
Inoltre i grandi investimenti promessi dal vice-presidente degli USA, Mike Pence, sono diventati l’argomento di tutti gli umoristi che sbeffeggiano il governo, poiché sono arrivate solo briciole, mentre sono aumentate le esportazioni dei guadagni delle filiali delle multinazionali verso le matrici statunitensi o i paradisi fiscali caraibici.
La compagnia petrolifera statale Petrobras è stata obbligata dal ministro dell’Economia, Paulo Guedes, e dallo stesso presidente a ricomprare i suoi blocchi petroliferi Off-Shore del “Pre-Sal”, poiché nessuna grande impresa statunitense si è presentata nelle aste organizzate dal governo.
Senza dimenticare che durante i governi del PT il Venezulea di Chavez era, per importanza, il decimo paese importatore, con un volume di affari di 5,13 miliardi di dollari (2008).
Oggi, dopo i “favori diplomatici” che i governi di Michel Temer e di Jair Bolsonaro hanno fatto prima ad Obama e poi a Trump, i rapporti economici con il Venezuela sono scesi a soli 210 milioni di dollari!
La verità è che crisi economica è cominciata nel 2016, ampliandosi nel 2018 con la prospettiva di spingere il Brasile nel baratro del default. L’arrivo del Covid-19 ha permesso al governo e agli impresari dell’industria di mascherare questa crisi addossandone la responsabilità al virus, visto che nel primo trimestre del 2020, secondo l’IBGE, la disoccupazione dei lavoratori con contratto regolare passava dall’11,3% al 14,2%; mentre il licenziamento dei lavoratori informali (lavoro nero) esplodeva in tutti i settori con più di dieci milioni di lavoratori licenziati, altri 4 temporaneamente sospesi e 3 milioni mandati a casa in ferie anticipate.
Prima della pandemia il governo ha accontentato gli industriali con la riduzione degli stipendi. Adesso, per evitare gli scioperi e la mobilitazione dei movimenti popolari davanti alle fabbriche, ha imposto la totale riapertura sognando di far ripartire l’economia. Una decisione che sarà un suicidio per milioni di lavoratori, che però peserà enormemente sul futuro del governo di Jair Bolsonaro!
di Achille Lollo, direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil” e poi delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Critica Social”. Commentatore poliitco e corrispondente del giornale “Brasil De fato”. Attualmente è analista di politica internazionale dei programmi “Pela Manhã” e “Zoom”.
Note:
1 – il 3 ottobre 1968, il generale Juan Velasco Alvarado, a causa dello scandalo dell’Acta de Tayara organizzò un colpo di stato contro il governo conservatore di Fernando Belaunde Terry, formando un governo che voleva promuovere “la autogestión socialista” e di conseguenza ridurre il potere dei latifondisti e delle multinazionali statunitensi.
2 – Il Palacio do Planalto si trova nella capitale Brasilia ed ospita gli uffici della Presidenza e del Ministro della Casa Civile, che è una specie di primo ministro.
3 –Il giudice federale Dalton Igor Conrado, há recentemente autorizzato la transferenza dal carcere di Adélio Bispo de Oliveira per essere sottoposto ad un trattamento psichiatrico.
4 – Nel 1989, Emir Macedo, auto-proclamatsi vescovo della chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” si appropriò del Tesoretto della chiesa per comperare la fallimentare “TV Record” di cui lui e la moglie ne diventarono gli unici proprietari.
5 – Nel 1970, nella favela Rio das Pedras nacque il primo “Grupo de Seguança” (Gruppo di Sicurezza) organizzato dai commercianti per difendersi daí narcotrafficanti. In breve questi gruppi furono infiltrati dagli agenti della Policia Civil (polizia in borghese), della Policia Militar (polizia militarizzata, tipo Celere) insieme a molti pompieri che cominciarono a “vendere” nelle favelle la “protezione”. In pocco tempo l’organizzazione delle “Milicias” diventò un’autentica cosca mafiosa che esige il pizzo su qualsiasi attività legale e illegale, in particolare la prostituzione, la vendita di armi e la ricettazione. Dopo aver raggiunto una certa consistenza numerica e molte complicità politiche le “Milicias” scatenarono la guerra contro i Narcos per avere prima il controllo dei principali punti vendita della cocaina e della maruyana e poi per sostituirsi a loro nell’importazione della droga negoziando direttamente con i cartelli colombiani e quelli del Paraguay.
6 – La Baixada Fluminense è la grande regione dello stato di Rio de Janeiro in cui si addensano de città dormitorio (Nilopolis, Niteroi, Caxias, Bangù, ecc) con circaa 18,6 milioni di abitanti.
7 – Inizialmente la Polizia Federale disse che Adélio Bispo de Oliveira era un militante del PT. Poi ci fu la prima smentita e dissero che era un attivista del PSOL (Partito del Socialismo e Libertà), staccatosi dal PT nel 2003. In seguito lo stesso attentatore disse che non aveva rappoprti con il PSOL. Alla fine i giudici e la Polizia Federale ritennere l’attentatore un pazzo che aveva organizzato da solo l’attentato e quindi considerato ”ingiudicabile”!
8 – PSL, Partito del Social Liberismo
9 – Olavo de Carvalho, scrittore conservatore, feroce anticomunista. Diffonde le sue tesi via Internet a partire dagli Stati Uniti, dove ormai vive dal 2005. Tra le tante assurdità sostiene che la Pepsi è addolcita da cellule di feti abortiti, che la legalizzazione del matrimonio tra gay porta alla legalizzazione della pedofilia, che i disastri naturali come l’uragano Katrina e il terremoto di Haiti sono punizioni divine per le pratiche religiose degli africani discendenti dagli schiavi.
10 – Il porto di Santos, nel litorale dello stato di Sã Paulo è il principale porto brasiliano specializzato nell’esportazione dei grani e dello zucchero.
Fonte
16/03/2020
Recife – Il mio rientro in Brasile, dopo 6 anni di assenza, coincide con l’evento che cattura l’attenzione mediatica: la chiusura dell’accordo militare firmato da Donald Trump e Jair Bolsonaro a Palm Beach in Florida, che rinforza oltremodo l’amministrazione attuale, poiché il governo conta di entrare nel mercato nord americano delle forniture militari, e facilitare così l’export di prodotti brasiliani all’interno dei 28 paesi della NATO.
Sull’altra sponda, gli excluídos brasileiros vedono le loro condizioni peggiorare notevolmente, ora che gli effetti del taglio di 1.111.043 famiglie dal programma di assistenza sociale Bolsa Familia – deciso dal governo e ultimato a dicembre 2019 – colpiscono in particolare il Nord Est, che ne ha subíto il 50%.
https://www.diariodepernambuco.com.br/noticia/opiniao/2020/03/a-fragmentacao-da-politica-social-no-brasil.html
In Pernambuco, lo stato che ha come capitale Recife, a fine 2019 ben 164.000 famiglie che erano state abilitate al programma, non hanno avuto accesso ai benefici. Il tutto nel quadro di un salario minimo mensile fissato in febbraio a R$ 1.045, equivalenti a € 205, con un cambio decollato a 5,10 R$ per €.
Un aumento ridicolo in due anni di 91 real, neanche 18 euro, a fronte del costo della vita lievitato tra il 20 e il 30% dal 2018, quando il cambio stava a 4,4 R$.
Traditori di tutti
Bolsonaro ha calcato la mano, ma da lui non ci si può certo aspettare che aiuti il Nord Est, bacino elettorale per eccellenza della cosiddetta esquerda istituzionale, rappresentata da PT (Partido Dos Trabalhadores), MDB (Movimento Democratico Brasileiro) e PSB (Partido Socialista), allegramente a braccetto per lunghi anni sia nell’amministrazione regionale che nazionale.
Partiti oggi decimati dai processi per corruzione attiva e passiva, con nomi prestigiosi al gabbio, dove dovranno scontare lunghe pene detentive.
L’icona politica più rappresentativa a livello internazionale, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, è stato scarcerato solo a novembre 2019 (dopo ben 580 giorni nella cella di Curitiba) in libertà provvisoria fino al compimento di tutti gli appelli consentiti; sul suo capo pendono già due sentenze di condanna, di 2° e 3° grado.
Lula è stato comunque assolto dall’accusa di associazione a delinquere.
È tragicomico constatare come PMDB, sia dovuto tornare al nome originario MDB – quando era l’unico partito di opposizione alla dittatura militare – rifacendosi il trucco, con un maquillage rosso acceso, che però non inganna più nessuno, dopo che i suoi uomini-chiave, Michel Temer – ex presidente pro tempore – Romero Jucá e Sérgio Machado sono stati riconosciuti colpevoli per aver intascato mazzette milionarie durante il corso della maxi inchiesta Lava Jato, che ha fruttato al Grande Inquisitore Sérgio Moro la poltrona di Ministro di Giustizia sotto Bolsonaro.
https://brasil.elpais.com/brasil/2017/12/19/politica/1513695154_142381.html
Temer è anche colui che ha dato fuoco alle polveri con Eduardo Cunha (suo compagno di partito, condannato a 24 anni per aver occultato 40 milioni di USD di bustarelle Petrobras, recordman nella specialità) per l’impeachment di Dilma Rousseff, quando erano alleati del PT.
Non solo: è stato proprio il “democratico” Temer, a dare inizio ai tagli sui programmi sociali, dopo aver fatto approvare una vergognosa riforma del lavoro che penalizza oltremodo i più poveri. Traditori di tutti.
https://ilmanifesto.it/jobs-act-brasileiro-modello-marchionne/
La riforma in questione, verte su cinque punti-chiave:
– Fine della contribuzione obbligatoria dei lavoratori ai sindacati. Ora prevale il principio di negoziazione diretta tra dipendente e datore di lavoro, senza mediazione sindacale. Una deduzione logica: il potere contrattuale di una persona che necessita lavoro, a fronte di un eccesso di domanda, è pressoché zero.
– Il limite della giornata lavorativa è esteso da 8 a 12 ore, non oltre 48 ore settimanali, con possibilità di 36 ore consecutive.
Ma l’ingiustizia più palese è di non considerare più il percorso da casa al posto di lavoro nel computo dell’orario operativo.
Prima il dipendente aveva diritto a calcolare le ore trascorse per raggiungere il posto, parte della giornata lavorativa, riguardo al segmento di percorso ove i mezzi pubblici fossero deficitari o inesistenti. Ciò valeva in assenza di trasporto aziendale.
Ora si deve arrangiare comunque.
Per far capire la realtà di questo emendamento, un esempio eloquente: a Recife, ci vogliono una o due ore, dalla favela di Macaxeira alla Cais de Santa Rita, e altre 3 circa da qui al porto di Suape, nel municipio Cabo de Santo Agostinho, dove si concentrano le industrie, durante il traffico di punta. Più altre 12 di lavoro effettivo, in caso di giornata piena. Ritorno a parte. Motivo per cui, la forza lavoro non ha molta scelta, se non quella di trovare un alloggio nei pressi della fabbrica; costo a proprio carico ovviamente.
Con il nuovo testo, l’azienda non è più obbligata a pagare il tempo d’attesa del dipendente per il mezzo messo a disposizione, né a cambiare l’orario di entrata/uscita di costui ai fini di azzerare i tempi morti.
Torniamo a bomba: lo schema di corruzione che ruotava intorno al colosso petrolifero Petrobras arricchendo lorsignori, è costato all’economia brasiliana tra denaro riciclato e richieste di risarcimento circa 50 miliardi in real. Oltre a condurre il Paese verso la recessione e la disoccupazione per il conseguente crollo degli investimenti.
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Operation_Car_Wash
Era quindi prevedibile che Bolsonaro, già promotore di una riforma che aumenta l’età pensionabile e mira a ridurre vitalizi e privilegi, continuasse a tagliare i programmi sociali, usati tra l’altro come serbatoio di voti dai suoi nemici.
E proprio il Nord Est amministrato da costoro per un decennio, paga lo scotto più salato di una politica basata su speculazioni e devastazioni ambientali. Il Ceara, in mano al petista Camilo Santana, ha tuttora uno dei livelli salariali più bassi, mentre la Mecca di Fortaleza basa il suo cash-flow essenzialmente sul sesso facile, intorno al quale ruota la giostra del turismo.
Ma è Recife, amministrata dal socialista Júlio de Mello Filho, città ricca di tradizioni e di capitali insieme all’antico borgo coloniale di Olinda, ad aver subito un degrado costante nel tempo: nessun piano urbanistico degno di nota, a regolare un traffico che dopo São Paulo, è forse il più congestionato del Brasile.
Il quadro urbano nel centro storico, tra il piazzale di Cais Santa Rita alle cui spalle ci sono i mercati generali, e la bomboniera turistica di Marco Zero in Recife Antigo, è disastroso: proprio dove il traffico pedonale è maggiore, marciapiedi e fondo stradale non esistono praticamente più, tra squarci enormi alternati a cordoli di detriti e cubetti di porfido che ostacolano il passaggio di anziani e donne giovani le quali, stringendosi al collo i propri bambini, tentano di districarsi tra le macerie con le buste della spesa. Gli eterni lavori in corso completano il quadro.
Vedo solo tre operai del municipio “armati” di pala e piccone, che devono manutenzionare da soli oltre un chilometro quadrato di selciato, e poi c’è il resto del centro e la zona del lungomare, una ventina di chilometri circa. Ci vorranno mesi, se non anni.
Ovviamente la lista nera non è finita: la bella spiaggia di Boa Viágem, è funestata dagli attacchi degli squali.
I lavori senza controllo per allargare il Porto di Suape, hanno distrutto gli estuari dei fiumi, che costituivano l’habitat dello squalo Toro, la cui specie si adatta alle acque dolci.
Questi hanno sconfinato tra la gente, insieme al Tigre, abituato a seguire le navi che riversano i rifiuti in mare.
Un connubio letale: oltre 60 attacchi ai bagnanti in vent’anni, che han causato una trentina di decessi e diversi mutilati.
https://www.bbc.com/news/world-radio-and-tv-19720455
Con la sanità pubblica ridotta ai minimi termini, farmaci a caro prezzo e norme igieniche ignorate – oltre alle maglie larghe dell’aeroporto – qui il coronavirus troverebbe la strada spianata.
E a tal riguardo, dopo la notizia del primo caso sospetto di COVID-19 isolato proprio all’aeroporto di Recife – risultato negativo dopo gli accertamenti – a oggi si registrano circa 150 casi accertati nel paese, di cui un centinaio a São Paulo, e oltre una ventina in Rio de Janeiro.
La metropoli paulista, dopo i primi contagi da parte di viaggiatori provenienti da Milano, ha sviluppato purtroppo una variante locale del flagello, soprannominato quaggiù Novo Coronavirus.
Al porto di Recife è stato impedito l’accesso a una nave-crociera con migliaia di turisti, tra i quali sono stati isolati a bordo 610 casi sospetti. Tuttavia non è il nuovo virus che monopolizza il panico: i vecchi tengono ancora banco, tra i quali spicca la sempiterna Dengue Fever, un’infezione portata dalla zanzara Aedes Aegypti che provoca febbri, dolori articolari e sovente emorragie polmonari.
Lo scorso anno la Dengue in Brasile ha raggiunto il picco di 1.439.471 casi con 591 decessi. Acque stagnanti, fognature inesistenti per circa il 50% dei brasiliani, e condizioni igieniche precarie, oltre alla cronica scarsità di acqua corrente nelle favelas e negli agglomerati popolari, costituiscono l’habitat ideale per le zanzare.
E ovviamente gli stati del Nord Est – Maranhao, Piauí, Ceara, Pernambuco, Paraiba, Alagoas e Salvador da Bahia – primeggiano in questa poco invidiabile classifica.
https://www1.folha.uol.com.br/internacional/en/scienceandhealth/2019/09/brazils-dengue-cases-increased-599-in-8-months.shtml
Il giallo Bolsonaro
L’accordo tra Bolsonaro e Trump firmato il 9 marzo, lunedì, sta avendo uno strascico clamoroso: il segretario del presidente brasiliano che era rimasto per almeno un’ora a stretto contatto con Trump e Bolsonaro, è successivamente risultato positivo al test sul Coronavirus.
Venerdì 13, i notiziari brasiliani della sera annunciarono in diretta che Eduardo, il figlio minore del presidente, avrebbe rilasciato un intervista a Fox News dicendo che il padre era risultato positivo al test sul virus.
Subito dopo, gli stessi notiziari fecero scorrere sugli schermi una seconda velina: sempre Eduardo avrebbe affermato che il padre era stato sottoposto a un secondo test, risultato invece negativo.
Il giorno dopo il portavoce governativo, dal Palácio do Planalto a Brasilia, annunciava che il primo test era risultato negativo, ma comunque il presidente si sarebbe sottoposto a un secondo test.
Prima domanda: se Bolsonaro era già risultato negativo, perché fare un 2° test?
Da prassi consolidata, ciò viene richiesto solo nel caso contrario.
Seconda domanda: dal momento che Eduardo non ha smentito l’intervista a Fox News, perché avrebbe parlato di due test, a stretta distanza l’uno dall’altro?
Se fosse vero ciò che è stato riportato, quello che aspetta il presidente sarebbe il terzo. Il mistero si infittisce.
Nel frattempo Trump si è già sottoposto al suo, che sarebbe risultato negativo.
https://www.foxnews.com/world/brazil-bolsonaro-coronavirus-test-negative-eduardo
Fonte
Sull’altra sponda, gli excluídos brasileiros vedono le loro condizioni peggiorare notevolmente, ora che gli effetti del taglio di 1.111.043 famiglie dal programma di assistenza sociale Bolsa Familia – deciso dal governo e ultimato a dicembre 2019 – colpiscono in particolare il Nord Est, che ne ha subíto il 50%.
https://www.diariodepernambuco.com.br/noticia/opiniao/2020/03/a-fragmentacao-da-politica-social-no-brasil.html
In Pernambuco, lo stato che ha come capitale Recife, a fine 2019 ben 164.000 famiglie che erano state abilitate al programma, non hanno avuto accesso ai benefici. Il tutto nel quadro di un salario minimo mensile fissato in febbraio a R$ 1.045, equivalenti a € 205, con un cambio decollato a 5,10 R$ per €.
Un aumento ridicolo in due anni di 91 real, neanche 18 euro, a fronte del costo della vita lievitato tra il 20 e il 30% dal 2018, quando il cambio stava a 4,4 R$.
Traditori di tutti
Bolsonaro ha calcato la mano, ma da lui non ci si può certo aspettare che aiuti il Nord Est, bacino elettorale per eccellenza della cosiddetta esquerda istituzionale, rappresentata da PT (Partido Dos Trabalhadores), MDB (Movimento Democratico Brasileiro) e PSB (Partido Socialista), allegramente a braccetto per lunghi anni sia nell’amministrazione regionale che nazionale.
Partiti oggi decimati dai processi per corruzione attiva e passiva, con nomi prestigiosi al gabbio, dove dovranno scontare lunghe pene detentive.
L’icona politica più rappresentativa a livello internazionale, l’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, è stato scarcerato solo a novembre 2019 (dopo ben 580 giorni nella cella di Curitiba) in libertà provvisoria fino al compimento di tutti gli appelli consentiti; sul suo capo pendono già due sentenze di condanna, di 2° e 3° grado.
Lula è stato comunque assolto dall’accusa di associazione a delinquere.
È tragicomico constatare come PMDB, sia dovuto tornare al nome originario MDB – quando era l’unico partito di opposizione alla dittatura militare – rifacendosi il trucco, con un maquillage rosso acceso, che però non inganna più nessuno, dopo che i suoi uomini-chiave, Michel Temer – ex presidente pro tempore – Romero Jucá e Sérgio Machado sono stati riconosciuti colpevoli per aver intascato mazzette milionarie durante il corso della maxi inchiesta Lava Jato, che ha fruttato al Grande Inquisitore Sérgio Moro la poltrona di Ministro di Giustizia sotto Bolsonaro.
https://brasil.elpais.com/brasil/2017/12/19/politica/1513695154_142381.html
Temer è anche colui che ha dato fuoco alle polveri con Eduardo Cunha (suo compagno di partito, condannato a 24 anni per aver occultato 40 milioni di USD di bustarelle Petrobras, recordman nella specialità) per l’impeachment di Dilma Rousseff, quando erano alleati del PT.
Non solo: è stato proprio il “democratico” Temer, a dare inizio ai tagli sui programmi sociali, dopo aver fatto approvare una vergognosa riforma del lavoro che penalizza oltremodo i più poveri. Traditori di tutti.
https://ilmanifesto.it/jobs-act-brasileiro-modello-marchionne/
La riforma in questione, verte su cinque punti-chiave:
– Fine della contribuzione obbligatoria dei lavoratori ai sindacati. Ora prevale il principio di negoziazione diretta tra dipendente e datore di lavoro, senza mediazione sindacale. Una deduzione logica: il potere contrattuale di una persona che necessita lavoro, a fronte di un eccesso di domanda, è pressoché zero.
– Il limite della giornata lavorativa è esteso da 8 a 12 ore, non oltre 48 ore settimanali, con possibilità di 36 ore consecutive.
Ma l’ingiustizia più palese è di non considerare più il percorso da casa al posto di lavoro nel computo dell’orario operativo.
Prima il dipendente aveva diritto a calcolare le ore trascorse per raggiungere il posto, parte della giornata lavorativa, riguardo al segmento di percorso ove i mezzi pubblici fossero deficitari o inesistenti. Ciò valeva in assenza di trasporto aziendale.
Ora si deve arrangiare comunque.
Per far capire la realtà di questo emendamento, un esempio eloquente: a Recife, ci vogliono una o due ore, dalla favela di Macaxeira alla Cais de Santa Rita, e altre 3 circa da qui al porto di Suape, nel municipio Cabo de Santo Agostinho, dove si concentrano le industrie, durante il traffico di punta. Più altre 12 di lavoro effettivo, in caso di giornata piena. Ritorno a parte. Motivo per cui, la forza lavoro non ha molta scelta, se non quella di trovare un alloggio nei pressi della fabbrica; costo a proprio carico ovviamente.
Con il nuovo testo, l’azienda non è più obbligata a pagare il tempo d’attesa del dipendente per il mezzo messo a disposizione, né a cambiare l’orario di entrata/uscita di costui ai fini di azzerare i tempi morti.
Torniamo a bomba: lo schema di corruzione che ruotava intorno al colosso petrolifero Petrobras arricchendo lorsignori, è costato all’economia brasiliana tra denaro riciclato e richieste di risarcimento circa 50 miliardi in real. Oltre a condurre il Paese verso la recessione e la disoccupazione per il conseguente crollo degli investimenti.
https://en.m.wikipedia.org/wiki/Operation_Car_Wash
Era quindi prevedibile che Bolsonaro, già promotore di una riforma che aumenta l’età pensionabile e mira a ridurre vitalizi e privilegi, continuasse a tagliare i programmi sociali, usati tra l’altro come serbatoio di voti dai suoi nemici.
E proprio il Nord Est amministrato da costoro per un decennio, paga lo scotto più salato di una politica basata su speculazioni e devastazioni ambientali. Il Ceara, in mano al petista Camilo Santana, ha tuttora uno dei livelli salariali più bassi, mentre la Mecca di Fortaleza basa il suo cash-flow essenzialmente sul sesso facile, intorno al quale ruota la giostra del turismo.
Ma è Recife, amministrata dal socialista Júlio de Mello Filho, città ricca di tradizioni e di capitali insieme all’antico borgo coloniale di Olinda, ad aver subito un degrado costante nel tempo: nessun piano urbanistico degno di nota, a regolare un traffico che dopo São Paulo, è forse il più congestionato del Brasile.
Il quadro urbano nel centro storico, tra il piazzale di Cais Santa Rita alle cui spalle ci sono i mercati generali, e la bomboniera turistica di Marco Zero in Recife Antigo, è disastroso: proprio dove il traffico pedonale è maggiore, marciapiedi e fondo stradale non esistono praticamente più, tra squarci enormi alternati a cordoli di detriti e cubetti di porfido che ostacolano il passaggio di anziani e donne giovani le quali, stringendosi al collo i propri bambini, tentano di districarsi tra le macerie con le buste della spesa. Gli eterni lavori in corso completano il quadro.
Vedo solo tre operai del municipio “armati” di pala e piccone, che devono manutenzionare da soli oltre un chilometro quadrato di selciato, e poi c’è il resto del centro e la zona del lungomare, una ventina di chilometri circa. Ci vorranno mesi, se non anni.
Ovviamente la lista nera non è finita: la bella spiaggia di Boa Viágem, è funestata dagli attacchi degli squali.
I lavori senza controllo per allargare il Porto di Suape, hanno distrutto gli estuari dei fiumi, che costituivano l’habitat dello squalo Toro, la cui specie si adatta alle acque dolci.
Questi hanno sconfinato tra la gente, insieme al Tigre, abituato a seguire le navi che riversano i rifiuti in mare.
Un connubio letale: oltre 60 attacchi ai bagnanti in vent’anni, che han causato una trentina di decessi e diversi mutilati.
https://www.bbc.com/news/world-radio-and-tv-19720455
Con la sanità pubblica ridotta ai minimi termini, farmaci a caro prezzo e norme igieniche ignorate – oltre alle maglie larghe dell’aeroporto – qui il coronavirus troverebbe la strada spianata.
E a tal riguardo, dopo la notizia del primo caso sospetto di COVID-19 isolato proprio all’aeroporto di Recife – risultato negativo dopo gli accertamenti – a oggi si registrano circa 150 casi accertati nel paese, di cui un centinaio a São Paulo, e oltre una ventina in Rio de Janeiro.
La metropoli paulista, dopo i primi contagi da parte di viaggiatori provenienti da Milano, ha sviluppato purtroppo una variante locale del flagello, soprannominato quaggiù Novo Coronavirus.
Al porto di Recife è stato impedito l’accesso a una nave-crociera con migliaia di turisti, tra i quali sono stati isolati a bordo 610 casi sospetti. Tuttavia non è il nuovo virus che monopolizza il panico: i vecchi tengono ancora banco, tra i quali spicca la sempiterna Dengue Fever, un’infezione portata dalla zanzara Aedes Aegypti che provoca febbri, dolori articolari e sovente emorragie polmonari.
Lo scorso anno la Dengue in Brasile ha raggiunto il picco di 1.439.471 casi con 591 decessi. Acque stagnanti, fognature inesistenti per circa il 50% dei brasiliani, e condizioni igieniche precarie, oltre alla cronica scarsità di acqua corrente nelle favelas e negli agglomerati popolari, costituiscono l’habitat ideale per le zanzare.
E ovviamente gli stati del Nord Est – Maranhao, Piauí, Ceara, Pernambuco, Paraiba, Alagoas e Salvador da Bahia – primeggiano in questa poco invidiabile classifica.
https://www1.folha.uol.com.br/internacional/en/scienceandhealth/2019/09/brazils-dengue-cases-increased-599-in-8-months.shtml
Il giallo Bolsonaro
L’accordo tra Bolsonaro e Trump firmato il 9 marzo, lunedì, sta avendo uno strascico clamoroso: il segretario del presidente brasiliano che era rimasto per almeno un’ora a stretto contatto con Trump e Bolsonaro, è successivamente risultato positivo al test sul Coronavirus.
Venerdì 13, i notiziari brasiliani della sera annunciarono in diretta che Eduardo, il figlio minore del presidente, avrebbe rilasciato un intervista a Fox News dicendo che il padre era risultato positivo al test sul virus.
Subito dopo, gli stessi notiziari fecero scorrere sugli schermi una seconda velina: sempre Eduardo avrebbe affermato che il padre era stato sottoposto a un secondo test, risultato invece negativo.
Il giorno dopo il portavoce governativo, dal Palácio do Planalto a Brasilia, annunciava che il primo test era risultato negativo, ma comunque il presidente si sarebbe sottoposto a un secondo test.
Prima domanda: se Bolsonaro era già risultato negativo, perché fare un 2° test?
Da prassi consolidata, ciò viene richiesto solo nel caso contrario.
Seconda domanda: dal momento che Eduardo non ha smentito l’intervista a Fox News, perché avrebbe parlato di due test, a stretta distanza l’uno dall’altro?
Se fosse vero ciò che è stato riportato, quello che aspetta il presidente sarebbe il terzo. Il mistero si infittisce.
Nel frattempo Trump si è già sottoposto al suo, che sarebbe risultato negativo.
https://www.foxnews.com/world/brazil-bolsonaro-coronavirus-test-negative-eduardo
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