Le proteste degli agricoltori a Bruxelles hanno bloccato nuovamente l’accordo Unione Europea-Mercosur e riaprono il dibattito sul suo impatto sociale.
Centinaia di trattori hanno occupato giovedì il centro di Bruxelles e hanno portato a scontri con la polizia durante una protesta di massa degli agricoltori europei contro l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, mentre i leader del blocco dibattevano il futuro del patto ai margini di un vertice chiave del Consiglio Europeo.
Le manifestazioni, guidate da produttori rurali di diversi paesi, hanno visto blocchi stradali, lancio di fuochi d’artificio, patate e uova, e l’intervento delle forze di polizia belga con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.
Le organizzazioni del settore stimano che in piazza sono scese circa 10.000 persone e che più di 150 trattori hanno bloccato il quartiere delle istituzioni europee della capitale belga. L’asse della rivendicazione era il rifiuto dell’accordo commerciale, che accusano di consentire una concorrenza sleale per l’ingresso di alimenti sudamericani prodotti secondo standard ambientali e sanitari meno rigorosi.
L’episodio ha nuovamente messo in luce le forti tensioni politiche che attraversano la fase finale di un accordo negoziato da oltre vent’anni. Mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto di sperare ancora di portare avanti la firma, Francia e Italia hanno raddoppiato le loro obiezioni. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito che il suo paese non avrebbe sostenuto il trattato senza garanzie più forti per gli agricoltori europei, affermando che “l’accordo non può essere firmato così com’è”, promettendo di bloccare qualsiasi tentativo di imporlo senza ulteriori garanzie.
Dal lato sudamericano, Lula da Silva è stato esplicito nel sottolineare che il momento politico è “ora o mai più”. Per il governo brasiliano, l’accordo consoliderebbe l’accesso al mercato europeo in uno scenario globale segnato dall’avanzamento del protezionismo, dalle tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda cinese.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto al presidente brasiliano di avere “pazienza” per posticipare la firma prevista per il 20 dicembre. Lo stesso Lula ha confermato la richiesta dopo una conversazione telefonica e ha sottolineato che la Meloni ha richiesto un’attesa di una settimana, dieci giorni o un mese, mentre l’Italia andrà a definire la sua posizione definitiva. Il presidente brasiliano ha avvertito che porterà la proposta al Mercosur per valutare “cosa fare”, in un contesto in cui il Brasile sta spingendo per concludere un accordo che considera strategico.
Differentemente da Italia e Francia, Germania, Spagna e i paesi nordici sostengono invece il trattato Ue-Mercosur come strumento per sostenere le esportazioni industriali e rafforzare la posizione dell’Europa nel commercio internazionale.
Visto dai paesi del Mercosur, in termini commerciali, l’accordo prevede che l’Unione Europea conceda accesso immediato senza dazi a circa il 74 percento delle esportazioni del Mercosur, una percentuale che salirà al 92 percento entro un massimo di 10 anni. Nel caso dei prodotti agroindustriali, circa l’82 percento avrebbe un alleggerimento fiscale totale, una parte immediata e un’altra sfalsata nel tempo.
Per l’Argentina, ad esempio, ciò apre opportunità in settori in cui c’è già una presenza nel mercato europeo, come farina di soia, arachidi, carne, miele, vini, oli essenziali, limoni e prodotti ittici, così come in beni attualmente esportati verso altre destinazioni che potrebbero entrare nell’Unione Europea se verranno rispettati i rigorosi standard tecnici e sanitari.
Uno dei rischi principali è l’erosione delle preferenze nel commercio intra-blocco all’interno del Mercosur. Si stima che circa il 13 percento delle esportazioni argentine verso il Brasile sarebbe esposto a una maggiore concorrenza europea, con il settore automobilistico come il più colpito. Inoltre, si prevede un aumento delle importazioni dall’Unione Europea, parte della quale sostituirebbe i fornitori regionali.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Agricoltori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Agricoltori. Mostra tutti i post
27/07/2024
India - Prosegue la protesta degli agricoltori del Punjab
Gli agricoltori indiani del Punjab sono in sit-in permanente da oltre 5 mesi, dal 13 febbraio, quando circa 25.000 contadini di dodici sindacati si sono diretti verso Delhi. La loro marcia si è fermata al confine tra Punjab e Haryana, a Shambhu, dove sono stati bloccati dalla polizia dell’Haryana. La manifestazione pacifica si è trasformata in un teatro di guerra in cui, il 21 febbraio, un agricoltore di 22 anni colpito da un candelotto di gas lacrimogeno alla testa ha perso la vita. Lo scorso 10 luglio le Alte Corti del Punjab e dell’Haryana hanno dato 10 giorni di tempo al governo dell’Haryana per rimuovere il blocco, ma il governo dell’Haryana ha fatto ricorso. L’udienza, prevista per il 22 luglio, è stata rinviata, lasciando ancora nel limbo la situazione.
Ashok Balhara, presidente del sindacato Kisan Mazdoor Sanghatan, spiega che le richieste della protesta sono l’applicazione per legge del sistema del Minimo Prezzo Supportato (MSP) a tutti gli agricoltori indiani e su un totale di 23 tipi di raccolto, l’aumento del MSP del 50% e l’annullamento di tutti i debiti degli agricoltori con lo Stato.
Il sistema dell’MSP assicura l’acquisto delle produzioni da parte del Governo, qualora sul mercato vengano proposti prezzi inferiori al prezzo minimo stabilito. Ogni anno il governo pubblica gli MSP per 23 coltivazioni, ma vengono applicati solo a riso e grano e solo negli Stati del Punjab, dell’Haryana e nell’ovest dell’Uttar Pradesh: in tutta l’India solo il 6% degli agricoltori indiani usufruisce dell’MSP.
Il settore agricolo è estremamente fragile: il 50% della popolazione dipende dall’agricoltura, che, però, contribuisce solo al 17,5% del PIL del Paese e l’85% degli agricoltori è marginale e possiede pochi acri di terra (un acro equivale a 0,4 ettari) e un bracciante guadagna dalle 400 alle 700 rupie al giorno (tra i 4,5 € e gli 8 € al giorno). Eppure, l’India è oggi il secondo produttore di grano al mondo dopo la Cina, con almeno 110 milioni di tonnellate, di cui 15% prodotti solo dal Punjab, che copre solo 1,5% della superficie del Paese. L’abbondanza di acqua e la terra particolarmente fertile hanno trasformato questo piccolo Stato, con l’arrivo della Rivoluzione Verde negli anni ’60, nel “Cestino del Pane dell’India”.
Il prezzo pagato in termini ambientali e sanitari è stato, però, estremamente elevato. L’applicazione del MSP ha favorito una coltivazione massiccia quasi esclusivamente di grano e riso, in un regime praticamente monocolturale. La falda è ampiamente sovrasfruttata; l’impoverimento dei suoli e l’aumento della resistenza dei parassiti ai pesticidi hanno spinto gli agricoltori ad incrementare l’uso di fitofarmaci, che, risalendo la catena alimentare, sono diventati una delle cause principali dell’incremento vertiginoso di casi di cancro. Oggi in Punjab l’incidenza è di oltre 101 casi ogni 100.000 abitanti per gli uomini e 127 per le donne, contro una media nazionale di 80.
Non solo: l’effetto combinato di indebitamento delle famiglie per l’acquisto di sementi, fitofarmaci e macchinari, attraverso i prestiti agevolati del Governo, ma anche di usurai locali, e la perdita di raccolti, per le frequenti siccità dovute al Cambiamento Climatico e gli attacchi dei parassiti, ha causato un incremento dei casi di suicidio. Secondo l’ultimo rapporto del National Crime Records Bureau (NCRB, 2022) i suicidi in India sono stati 11.290, più di uno ogni ora. Come nel caso dei fratelli Malkeet e Birbal, che hanno perso il padre nel 2017, sommerso dai debiti, dopo che per 5 anni il suo campo di cotone è stato attaccato dal verme rosa del cotone, distruggendo il raccolto.
Umendra Dutt, fondatore dell’ONG Kheti Virasat Mission (KVM), spiega che dalla Rivoluzione Verde in poi, è andato perduto un intero sistema culturale basato sul concetto di villaggio rurale come organismo vivente autosufficiente e in armonia con la Natura, come teorizzato dallo stesso Mahatma Gandhi. Si sono perdute coltivazioni locali, tra cui il cotone Desi, e insieme ad esse anche diverse competenze e lavori, come la tessitura. KVM dal 2005 diffonde i principi dell’agricoltura biologica e naturale in Punjab attraverso corsi rivolti a migliaia di agricoltori, aiutandoli a convertire le proprie coltivazioni. Tra questi Swarn Singh, agricoltore socio di KVM, che ha convertito tutte le coltivazioni al biologico nel 2003, dopo la morte della moglie per un tumore. Oggi, con l’avanzare dell’età ha smesso di coltivare e ha messo in affitto la terra, che viene coltivata nuovamente con metodi convenzionali. Molti agricoltori intervistati sostengono che, senza un sistema di prezzi garantiti e, soprattutto, basato sulla qualità dei raccolti, una maggiore diffusione del biologico, che ha rese inferiori, fatica ad affermarsi.
Gli agricoltori che oggi protestano, sostengono che l’applicazione del MSP a tutte le 23 coltivazioni sarebbe un modo per avviare quanto meno un processo di diversificazione e, quindi, di riduzione della pressione sulla falda e di uso dei fitofarmaci entro i limiti consigliati; ma secondo un articolo pubblicato da The Indian Express, a firma dell’economista agraria Shweta Saini e del’ex Segretario all’Agricoltura del Governo indiano, Nanda Kumar, senza ulteriori incentivi e sforzi per incrementare le rese delle coltivazioni, questa misura non sarebbe sufficiente.
Alla luce di un quadro così complesso le richieste dei sindacati sembrano essere solo un piccolo passo verso una rigenerazione di questo settore, che, ancora prima che economico, è culturale e ambientale, ma soprattutto la base vitale della società, non solo indiana.
Fonte
Ashok Balhara, presidente del sindacato Kisan Mazdoor Sanghatan, spiega che le richieste della protesta sono l’applicazione per legge del sistema del Minimo Prezzo Supportato (MSP) a tutti gli agricoltori indiani e su un totale di 23 tipi di raccolto, l’aumento del MSP del 50% e l’annullamento di tutti i debiti degli agricoltori con lo Stato.
Il sistema dell’MSP assicura l’acquisto delle produzioni da parte del Governo, qualora sul mercato vengano proposti prezzi inferiori al prezzo minimo stabilito. Ogni anno il governo pubblica gli MSP per 23 coltivazioni, ma vengono applicati solo a riso e grano e solo negli Stati del Punjab, dell’Haryana e nell’ovest dell’Uttar Pradesh: in tutta l’India solo il 6% degli agricoltori indiani usufruisce dell’MSP.
Il settore agricolo è estremamente fragile: il 50% della popolazione dipende dall’agricoltura, che, però, contribuisce solo al 17,5% del PIL del Paese e l’85% degli agricoltori è marginale e possiede pochi acri di terra (un acro equivale a 0,4 ettari) e un bracciante guadagna dalle 400 alle 700 rupie al giorno (tra i 4,5 € e gli 8 € al giorno). Eppure, l’India è oggi il secondo produttore di grano al mondo dopo la Cina, con almeno 110 milioni di tonnellate, di cui 15% prodotti solo dal Punjab, che copre solo 1,5% della superficie del Paese. L’abbondanza di acqua e la terra particolarmente fertile hanno trasformato questo piccolo Stato, con l’arrivo della Rivoluzione Verde negli anni ’60, nel “Cestino del Pane dell’India”.
Il prezzo pagato in termini ambientali e sanitari è stato, però, estremamente elevato. L’applicazione del MSP ha favorito una coltivazione massiccia quasi esclusivamente di grano e riso, in un regime praticamente monocolturale. La falda è ampiamente sovrasfruttata; l’impoverimento dei suoli e l’aumento della resistenza dei parassiti ai pesticidi hanno spinto gli agricoltori ad incrementare l’uso di fitofarmaci, che, risalendo la catena alimentare, sono diventati una delle cause principali dell’incremento vertiginoso di casi di cancro. Oggi in Punjab l’incidenza è di oltre 101 casi ogni 100.000 abitanti per gli uomini e 127 per le donne, contro una media nazionale di 80.
Non solo: l’effetto combinato di indebitamento delle famiglie per l’acquisto di sementi, fitofarmaci e macchinari, attraverso i prestiti agevolati del Governo, ma anche di usurai locali, e la perdita di raccolti, per le frequenti siccità dovute al Cambiamento Climatico e gli attacchi dei parassiti, ha causato un incremento dei casi di suicidio. Secondo l’ultimo rapporto del National Crime Records Bureau (NCRB, 2022) i suicidi in India sono stati 11.290, più di uno ogni ora. Come nel caso dei fratelli Malkeet e Birbal, che hanno perso il padre nel 2017, sommerso dai debiti, dopo che per 5 anni il suo campo di cotone è stato attaccato dal verme rosa del cotone, distruggendo il raccolto.
Umendra Dutt, fondatore dell’ONG Kheti Virasat Mission (KVM), spiega che dalla Rivoluzione Verde in poi, è andato perduto un intero sistema culturale basato sul concetto di villaggio rurale come organismo vivente autosufficiente e in armonia con la Natura, come teorizzato dallo stesso Mahatma Gandhi. Si sono perdute coltivazioni locali, tra cui il cotone Desi, e insieme ad esse anche diverse competenze e lavori, come la tessitura. KVM dal 2005 diffonde i principi dell’agricoltura biologica e naturale in Punjab attraverso corsi rivolti a migliaia di agricoltori, aiutandoli a convertire le proprie coltivazioni. Tra questi Swarn Singh, agricoltore socio di KVM, che ha convertito tutte le coltivazioni al biologico nel 2003, dopo la morte della moglie per un tumore. Oggi, con l’avanzare dell’età ha smesso di coltivare e ha messo in affitto la terra, che viene coltivata nuovamente con metodi convenzionali. Molti agricoltori intervistati sostengono che, senza un sistema di prezzi garantiti e, soprattutto, basato sulla qualità dei raccolti, una maggiore diffusione del biologico, che ha rese inferiori, fatica ad affermarsi.
Gli agricoltori che oggi protestano, sostengono che l’applicazione del MSP a tutte le 23 coltivazioni sarebbe un modo per avviare quanto meno un processo di diversificazione e, quindi, di riduzione della pressione sulla falda e di uso dei fitofarmaci entro i limiti consigliati; ma secondo un articolo pubblicato da The Indian Express, a firma dell’economista agraria Shweta Saini e del’ex Segretario all’Agricoltura del Governo indiano, Nanda Kumar, senza ulteriori incentivi e sforzi per incrementare le rese delle coltivazioni, questa misura non sarebbe sufficiente.
Alla luce di un quadro così complesso le richieste dei sindacati sembrano essere solo un piccolo passo verso una rigenerazione di questo settore, che, ancora prima che economico, è culturale e ambientale, ma soprattutto la base vitale della società, non solo indiana.
Fonte
29/02/2024
Polonia - Gli agricoltori in rivolta si appellano a Putin
Nelle manifestazioni di protesta degli agricoltori polacchi contro le politiche del governo di Varsavia e l’importazione di grano e cereali ucraini a basso prezzo, per favorire la giunta di Kiev, che hanno strangolato i contadini locali, questo cartello/invito rivolto a Putin, con accanto una bandiera dell’URSS è stato definito scandaloso e criminale dal governo, la polizia polacca ha arrestato un contadino che lo aveva appeso sul suo trattore, tra le proteste e atti di solidarietà con esso, degli altri manifestanti.
La procura lo ha denunciato sulla base dell’articolo 256.1 del codice penale, che prevede una multa o una reclusione fino a due anni per incitamento all’odio. Con l’aggravante di “aver promosso un sistema statale totalitario relativo alla falce e martello sulla bandiera dell’URSS...”.
Dopo la seconda settimana di proteste dei contadini polacchi, ora essi hanno deciso un blocco quasi totale degli attraversamenti stradali al confine con l’Ucraina, stabilendo di bloccare anche il più importante passaggio automobilistico al confine polacco-ucraino di “Korchovaya – Krakovets”.
Ma l’aspetto più inaspettato, che dà l’idea delle tensioni in corso è che se prima i polacchi passavano liberamente attraverso tutti i posti di blocco, con autobus, automobili e camion, con carichi militari e umanitari, ora sono sorti problemi anche per questa categoria di veicoli e la circolazione anche di questi è fortemente limitata. Mentre prima i mezzi polacchi attraversavano il confine in numero anche quattro all’ora, ora il movimento dei camion in entrambe le direzioni è completamente bloccato.
La tensione si è innalzata ulteriormente a causa di insulti sui social del radicale ucraino Nazar Smyk, il quale però vive a Londra e che sui social si identifica come Nazikuk. Questo volontario ucraino ha pubblicato sui social network frasi come “...fottuti abitanti dei villaggi polacchi non hanno permesso l’ingresso nel territorio dell’Ucraina a diversi camion con attrezzature militari provenienti dalla Gran Bretagna, registrati e considerati come aiuti umanitari...”. Oppure “...sti c**** di polacchi...”.
In particolare si trattava di camion militari DAF dotati di gru per lo scarico delle casse di proiettili. Nella notte del 20 febbraio il carico, dopo l’intervento dell’esercito polacco, è stato poi fatto passare manu militari al posto di confine di Medyka-Shegini, ma al mattino questa dogana è stato poi nuovamente bloccata.
Allo stesso tempo, i contadini polacchi hanno bloccato anche la ferrovia che corre vicino a Medyka-Shegini, rimuovendo traversine dei binari e rovesciando il grano dai vagoni merci lungo il percorso, con slogan tipo “...Sosteniamo i polacchi, non gli ucraini...”.
Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’Ucraina, O. Nikolenko, ha pubblicamente attaccato le proteste e i manifestanti, denunciandone la natura politica “…Il blocco del confine polacco-ucraino, a prescindere dagli slogan che lo accompagnano, non ha alcuna giustificazione... Le azioni dei manifestanti polacchi e dei politici polacchi che li sostengono, minano l’economia ucraina e la resistenza nel respingere l’aggressione russa. Il confine tra Polonia e Ucraina è anche il confine dell’UE...
Riteniamo inaccettabile l’atteggiamento aggressivo dei manifestanti nei confronti degli ucraini e delle merci ucraine che attraversano il confine polacco-ucraino. Gli slogan antiucraini sentiti al confine confermano la natura politicamente fondata dell’azione. Il suo obiettivo è provocare un ulteriore inasprimento delle relazioni bilaterali...
Chiediamo alle autorità polacche di fornire una risposta giudiziaria alle azioni dei manifestanti, di garantire lo sblocco del confine e di adottare misure per ridurre la retorica antiucraina, che si basa su argomentazioni infondate...”.
Queste ultime proteste con rivendicazioni economiche e sociali, in Polonia sono solo le ultime di una sempre più evidente insofferenza e incompatibilità che ha radici storiche con i nazisti ucraini, e anche di una ostilità diffusa verso l’UE e le sue strategie.
Storiche perché nel paese esiste una vera e propria avversione e intolleranza popolare verso gli autori dei massacri di centinaia di migliaia di polacchi, avvenuti nella Seconda guerra mondiale, dai nonni banderisti dei neonazisti attuali, che padroneggiano le autorità di Kiev.
Il Codice penale polacco, sanziona il “Banderismo” in termini molto specifici: la propaganda dell’ideologia dell’OUN, lodandone le sue attività, così come le attività dell’UPA (bandite anche nella Federazione Russa), e le persone coinvolte in queste organizzazioni, devono essere punite con tre anni di carcere.
Una nota esplicativa, aggiornata lo scorso anno, afferma chiaramente che ciò è dovuto all’arrivo di diversi milioni di cittadini ucraini, che provengono da un paese, l’Ucraina neonazista di oggi, dove le formazioni coinvolte nell’assassinio di centinaia di migliaia di polacchi sono onorate a livello statale.
L’ira radicata a livello popolare è molto profonda, e anche la consapevolezza che in questa Ucraina sono stati eretti 44 monumenti al criminale di guerra Stepan Bandera. Lo stesso Bandera è cittadino onorario di 26 città ucraine. Il 7 luglio 2016, il consiglio comunale di Kiev aveva votato (87 voti contro 10) per rinominare Moskovsky Prospekt in Stepan Bandera Prospekt .
Lo stadio cittadino di Ternopil prende il nome dal comandante del criminale esercito insorto ucraino, il nazista e genocida Roman Shukhevych, personalmente responsabile del massacro di Volyn, dove nel solo 1943 furono massacrati oltre 100.000 polacchi in Galizia e Volinia.
Tutti in Polonia sanno che in Ucraina si tengono regolarmente marce in onore di Stepan Bandera e dell’esercito ribelle ucraino UPA, che raccolgono migliaia di partecipanti.
Uno studio che ha analizzato questa questione nella società polacca, in particolare relativamente agli ultimi due anni, ha concluso che l’arrivo di immigrati ucraini da questo ambiente politico e sociale, rende la situazione in Polonia “tossica” e foriera di conflittualità difficili da gestire.
In Polonia si sono registrati nel 2023 anche numerosi casi di esposizione di bandiere rosso-nere e l’esecuzione pubblica dell’inno ufficiale dell’UPA “Chervona Kalina“, lodando la divisione SS “Galizia” e ricordando in modo positivo ogni sorta di “eroi” ucraini occidentali.
Da tempo il malcontento contro tutto ciò, si manifesta regolarmente in una varietà di forme informali, nella società polacca. Ad esempio, a Poznan, i tifosi della squadra di calcio locale il Lech, esasperati per il comportamento banderista di alcuni giovani ucraini, li hanno richiamati a comportamenti consoni al rispetto del paese e della sua storia, poi hanno annunciato pubblicamente l’inizio del pattugliamento delle strade, ammonendoli poi, che in quanto ospiti devono comportarsi in conformità con le leggi polacche, se vogliono continuare una vita sicura nel paese.
Altri gruppi di tifosi usano regolarmente le partite di calcio per ricordare a tutti i massacri della Volinia.
Sono sempre più numerose le manifestazioni, i convegni, le formazioni di movimenti dal basso che contestano le posizioni belligeranti del governo, il ruolo di “cuscinetto americano” nell’area e la prospettiva di diventare una prima linea. Il Polski Ruch Antywojenny ( Movimento Polacco contro la guerra) sta aumentando le sue attività di piazza, con slogan forti come “stop all’americanizzazione”, “stop all’ucrainizzazione”, “la guerra in Ucraina non è nostra”.
A. Lukawski, un noto esponente dei movimenti di piazza ha dichiarato: “...immaginate delegassimo tutte le nostre decisioni ai tedeschi, odiati da tutti i polacchi. Immaginate, che essi si riferissero a Hitler, indicandolo come un buon nonno, gli erigessero monumenti, venissero da noi con bandiere naziste e glorificassero gli eroi del Reich. Pensate che il popolo polacco glielo permetterebbe? E perché permettere tutto ciò, a questi ucraini?”.
Che accadesse o no tutto questo, va rilevato che, nella attuale Polonia, non c’è una classe politica che possa rappresentare in profondità le istanze degli strati popolari e della società polacca, se non con forze nazionaliste, che però, hanno limiti di programmi e strategie futuribili, per cui accade che non c’è ancora nessuno per cui votare, dichiarano nelle piazze gli esponenti di movimenti dal basso.
Il ceto politico predominante è quello rappresentato dal liberalismo paneuropeista di Donald Tusk, appena eletto alle ultime elezioni, che non scenderà mai su un terreno politico anti ucronazista e anti guerra, essendo completamente interno al quadro atlantista. Così come il panorama delle forze di “sinistra” istituzionali, che sono anch’esse interne a letture paneuropeiste e atlantiste.
I movimenti dal basso sono ancora troppo deboli e fragili, ma si stanno piano piano affacciando sulla scena politica e soprattutto nelle piazze, rendendo visibile una piccola alternativa all’attuale sistema.
Fonte
La procura lo ha denunciato sulla base dell’articolo 256.1 del codice penale, che prevede una multa o una reclusione fino a due anni per incitamento all’odio. Con l’aggravante di “aver promosso un sistema statale totalitario relativo alla falce e martello sulla bandiera dell’URSS...”.
Dopo la seconda settimana di proteste dei contadini polacchi, ora essi hanno deciso un blocco quasi totale degli attraversamenti stradali al confine con l’Ucraina, stabilendo di bloccare anche il più importante passaggio automobilistico al confine polacco-ucraino di “Korchovaya – Krakovets”.
Ma l’aspetto più inaspettato, che dà l’idea delle tensioni in corso è che se prima i polacchi passavano liberamente attraverso tutti i posti di blocco, con autobus, automobili e camion, con carichi militari e umanitari, ora sono sorti problemi anche per questa categoria di veicoli e la circolazione anche di questi è fortemente limitata. Mentre prima i mezzi polacchi attraversavano il confine in numero anche quattro all’ora, ora il movimento dei camion in entrambe le direzioni è completamente bloccato.
La tensione si è innalzata ulteriormente a causa di insulti sui social del radicale ucraino Nazar Smyk, il quale però vive a Londra e che sui social si identifica come Nazikuk. Questo volontario ucraino ha pubblicato sui social network frasi come “...fottuti abitanti dei villaggi polacchi non hanno permesso l’ingresso nel territorio dell’Ucraina a diversi camion con attrezzature militari provenienti dalla Gran Bretagna, registrati e considerati come aiuti umanitari...”. Oppure “...sti c**** di polacchi...”.
In particolare si trattava di camion militari DAF dotati di gru per lo scarico delle casse di proiettili. Nella notte del 20 febbraio il carico, dopo l’intervento dell’esercito polacco, è stato poi fatto passare manu militari al posto di confine di Medyka-Shegini, ma al mattino questa dogana è stato poi nuovamente bloccata.
Allo stesso tempo, i contadini polacchi hanno bloccato anche la ferrovia che corre vicino a Medyka-Shegini, rimuovendo traversine dei binari e rovesciando il grano dai vagoni merci lungo il percorso, con slogan tipo “...Sosteniamo i polacchi, non gli ucraini...”.
Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dell’Ucraina, O. Nikolenko, ha pubblicamente attaccato le proteste e i manifestanti, denunciandone la natura politica “…Il blocco del confine polacco-ucraino, a prescindere dagli slogan che lo accompagnano, non ha alcuna giustificazione... Le azioni dei manifestanti polacchi e dei politici polacchi che li sostengono, minano l’economia ucraina e la resistenza nel respingere l’aggressione russa. Il confine tra Polonia e Ucraina è anche il confine dell’UE...
Riteniamo inaccettabile l’atteggiamento aggressivo dei manifestanti nei confronti degli ucraini e delle merci ucraine che attraversano il confine polacco-ucraino. Gli slogan antiucraini sentiti al confine confermano la natura politicamente fondata dell’azione. Il suo obiettivo è provocare un ulteriore inasprimento delle relazioni bilaterali...
Chiediamo alle autorità polacche di fornire una risposta giudiziaria alle azioni dei manifestanti, di garantire lo sblocco del confine e di adottare misure per ridurre la retorica antiucraina, che si basa su argomentazioni infondate...”.
Queste ultime proteste con rivendicazioni economiche e sociali, in Polonia sono solo le ultime di una sempre più evidente insofferenza e incompatibilità che ha radici storiche con i nazisti ucraini, e anche di una ostilità diffusa verso l’UE e le sue strategie.
Storiche perché nel paese esiste una vera e propria avversione e intolleranza popolare verso gli autori dei massacri di centinaia di migliaia di polacchi, avvenuti nella Seconda guerra mondiale, dai nonni banderisti dei neonazisti attuali, che padroneggiano le autorità di Kiev.
Il Codice penale polacco, sanziona il “Banderismo” in termini molto specifici: la propaganda dell’ideologia dell’OUN, lodandone le sue attività, così come le attività dell’UPA (bandite anche nella Federazione Russa), e le persone coinvolte in queste organizzazioni, devono essere punite con tre anni di carcere.
Una nota esplicativa, aggiornata lo scorso anno, afferma chiaramente che ciò è dovuto all’arrivo di diversi milioni di cittadini ucraini, che provengono da un paese, l’Ucraina neonazista di oggi, dove le formazioni coinvolte nell’assassinio di centinaia di migliaia di polacchi sono onorate a livello statale.
L’ira radicata a livello popolare è molto profonda, e anche la consapevolezza che in questa Ucraina sono stati eretti 44 monumenti al criminale di guerra Stepan Bandera. Lo stesso Bandera è cittadino onorario di 26 città ucraine. Il 7 luglio 2016, il consiglio comunale di Kiev aveva votato (87 voti contro 10) per rinominare Moskovsky Prospekt in Stepan Bandera Prospekt .
Lo stadio cittadino di Ternopil prende il nome dal comandante del criminale esercito insorto ucraino, il nazista e genocida Roman Shukhevych, personalmente responsabile del massacro di Volyn, dove nel solo 1943 furono massacrati oltre 100.000 polacchi in Galizia e Volinia.
Tutti in Polonia sanno che in Ucraina si tengono regolarmente marce in onore di Stepan Bandera e dell’esercito ribelle ucraino UPA, che raccolgono migliaia di partecipanti.
Uno studio che ha analizzato questa questione nella società polacca, in particolare relativamente agli ultimi due anni, ha concluso che l’arrivo di immigrati ucraini da questo ambiente politico e sociale, rende la situazione in Polonia “tossica” e foriera di conflittualità difficili da gestire.
In Polonia si sono registrati nel 2023 anche numerosi casi di esposizione di bandiere rosso-nere e l’esecuzione pubblica dell’inno ufficiale dell’UPA “Chervona Kalina“, lodando la divisione SS “Galizia” e ricordando in modo positivo ogni sorta di “eroi” ucraini occidentali.
Da tempo il malcontento contro tutto ciò, si manifesta regolarmente in una varietà di forme informali, nella società polacca. Ad esempio, a Poznan, i tifosi della squadra di calcio locale il Lech, esasperati per il comportamento banderista di alcuni giovani ucraini, li hanno richiamati a comportamenti consoni al rispetto del paese e della sua storia, poi hanno annunciato pubblicamente l’inizio del pattugliamento delle strade, ammonendoli poi, che in quanto ospiti devono comportarsi in conformità con le leggi polacche, se vogliono continuare una vita sicura nel paese.
Altri gruppi di tifosi usano regolarmente le partite di calcio per ricordare a tutti i massacri della Volinia.
Sono sempre più numerose le manifestazioni, i convegni, le formazioni di movimenti dal basso che contestano le posizioni belligeranti del governo, il ruolo di “cuscinetto americano” nell’area e la prospettiva di diventare una prima linea. Il Polski Ruch Antywojenny ( Movimento Polacco contro la guerra) sta aumentando le sue attività di piazza, con slogan forti come “stop all’americanizzazione”, “stop all’ucrainizzazione”, “la guerra in Ucraina non è nostra”.
A. Lukawski, un noto esponente dei movimenti di piazza ha dichiarato: “...immaginate delegassimo tutte le nostre decisioni ai tedeschi, odiati da tutti i polacchi. Immaginate, che essi si riferissero a Hitler, indicandolo come un buon nonno, gli erigessero monumenti, venissero da noi con bandiere naziste e glorificassero gli eroi del Reich. Pensate che il popolo polacco glielo permetterebbe? E perché permettere tutto ciò, a questi ucraini?”.
Che accadesse o no tutto questo, va rilevato che, nella attuale Polonia, non c’è una classe politica che possa rappresentare in profondità le istanze degli strati popolari e della società polacca, se non con forze nazionaliste, che però, hanno limiti di programmi e strategie futuribili, per cui accade che non c’è ancora nessuno per cui votare, dichiarano nelle piazze gli esponenti di movimenti dal basso.
Il ceto politico predominante è quello rappresentato dal liberalismo paneuropeista di Donald Tusk, appena eletto alle ultime elezioni, che non scenderà mai su un terreno politico anti ucronazista e anti guerra, essendo completamente interno al quadro atlantista. Così come il panorama delle forze di “sinistra” istituzionali, che sono anch’esse interne a letture paneuropeiste e atlantiste.
I movimenti dal basso sono ancora troppo deboli e fragili, ma si stanno piano piano affacciando sulla scena politica e soprattutto nelle piazze, rendendo visibile una piccola alternativa all’attuale sistema.
Fonte
27/02/2024
Agricoltori assediano i palazzi della Ue a Bruxelles. In Polonia bloccano il confine con la Germania
Nella protesta in corso a Bruxelles contro le politiche agricole dell’Ue, i manifestanti hanno forzato uno dei blocchi della polizia su rue de Pascal, dapprima con alcuni partecipanti alla protesta entrati a piedi e poi direttamente entrando con i trattori, per riversarsi in una via interdetta alla protesta: Chaussee d’Etterbeek.
Sulla strada a ridosso del Consiglio Ue, rue Froissart, la polizia sta cercando di contenere i manifestanti che lanciano fumogeni e petardi contro le forze dell’ordine. Fermato un tentativo di forzare un blocco in rue de La Loi a pochi metri dai palazzi istituzionali dell’Unione Europea.
Gli agricoltori sono riusciti a forzare un blocco della polizia situato all’incrocio tra Avenue d’Auderghem e Rue Belliard, utilizzando i loro trattori. La polizia sta attualmente inviando rinforzi sul posto. Nel frattempo, gli agenti presenti in loco vengono colpiti con letame, costringendoli a ritirarsi ulteriormente.
La polizia ha utilizzato idranti per spegnere gli incendi in rue de la Loi appiccati da alcuni agricoltori giunti a Bruxelles per manifestare. I dimostranti stanno cercando di mantenere accesi i fuochi appiccati a pneumatici e cumuli di paglia.
Si ampliano le proteste degli agricoltori anche in Polonia con il blocco di un’importante autostrada nell’ovest del Paese. Domenica i lavoratori del settore, che protestano a intermittenza da mesi, hanno occupato in entrambe le direzioni l’autostrada A2 a Slubice, città al confine con la Germania, minacciando di bloccare l’importante arteria fino a metà marzo. I manifestanti hanno programmato una mobilitazione di 25 giorni, ma potrebbe essere ridotta in seguito a colloqui con i rappresentanti locali e le imprese.
Gli agricoltori sono arrabbiati per la concorrenza sleale dell’importazione dei prodotti agricoli ucraini, più economici perché esenti dai dazi. Per questo hanno bloccato a più riprese i valichi di frontiera con l’Ucraina, impedendo il passaggio ai camion in entrata e in uscita.
Assai più a bassa intensità le proteste degli agricoltori in Italia. È in programma per il prossimo sabato in piazza Santi Apostoli una manifestazione indetta dal Cra agricoltori traditi. “Gli agricoltori scenderanno in piazza per chiedere un confronto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i rappresentanti della Commissione Europea in Italia” si legge in una nota.
Fonte
Sulla strada a ridosso del Consiglio Ue, rue Froissart, la polizia sta cercando di contenere i manifestanti che lanciano fumogeni e petardi contro le forze dell’ordine. Fermato un tentativo di forzare un blocco in rue de La Loi a pochi metri dai palazzi istituzionali dell’Unione Europea.
Gli agricoltori sono riusciti a forzare un blocco della polizia situato all’incrocio tra Avenue d’Auderghem e Rue Belliard, utilizzando i loro trattori. La polizia sta attualmente inviando rinforzi sul posto. Nel frattempo, gli agenti presenti in loco vengono colpiti con letame, costringendoli a ritirarsi ulteriormente.
La polizia ha utilizzato idranti per spegnere gli incendi in rue de la Loi appiccati da alcuni agricoltori giunti a Bruxelles per manifestare. I dimostranti stanno cercando di mantenere accesi i fuochi appiccati a pneumatici e cumuli di paglia.
Si ampliano le proteste degli agricoltori anche in Polonia con il blocco di un’importante autostrada nell’ovest del Paese. Domenica i lavoratori del settore, che protestano a intermittenza da mesi, hanno occupato in entrambe le direzioni l’autostrada A2 a Slubice, città al confine con la Germania, minacciando di bloccare l’importante arteria fino a metà marzo. I manifestanti hanno programmato una mobilitazione di 25 giorni, ma potrebbe essere ridotta in seguito a colloqui con i rappresentanti locali e le imprese.
Gli agricoltori sono arrabbiati per la concorrenza sleale dell’importazione dei prodotti agricoli ucraini, più economici perché esenti dai dazi. Per questo hanno bloccato a più riprese i valichi di frontiera con l’Ucraina, impedendo il passaggio ai camion in entrata e in uscita.
Assai più a bassa intensità le proteste degli agricoltori in Italia. È in programma per il prossimo sabato in piazza Santi Apostoli una manifestazione indetta dal Cra agricoltori traditi. “Gli agricoltori scenderanno in piazza per chiedere un confronto con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i rappresentanti della Commissione Europea in Italia” si legge in una nota.
Fonte
09/02/2024
La UE cede su pesticidi e tutela del suolo (ma non sui carburanti)
Le proteste degli agricoltori non si fermano in tutta Europa e anche in Italia cresce la mobilitazione, con i trattori che da San Remo alla capitale minacciano di bloccare il Paese.
Le ragioni di questa protesta sono diverse, in buona parte oggettive e in parte frutto di strumentalizzazioni politiche. Accanto a richieste del tutto legittime e giustificate albergano infatti rivendicazioni prive di senso e contenuto; e sono proprio queste ultime, purtroppo, quelle sostenute dal governo e dalle forze politiche della maggioranza.
Di fatto, quello che sta emergendo sempre più chiaramente è la “calata di pantaloni” da parte della Commissione europea, che dopo anni di proclami su Green New Deal e Europa a zero emissioni, si trova ora nell’impossibilità di sostenere scelte fatte con poca o nessuna cognizione di causa.
E, come spesso accade, la Commissione concede in tutta fretta le deroghe sugli obiettivi ecologici (che costano peraltro poco in termini macroeconomici), ma non molla sui processi di liberalizzazione dei mercati, né sul contrasto all’inflazione o i prezzi del carburante (operazioni decisamente più costose).
Tra le rivendicazioni portate in piazza, la questione dei sussidi troppo bassi concessi a fronte di impegni ambientali troppo onerosi per la maggior parte delle piccole e medie imprese agricole, è una delle battaglie peggio spiegate e meno comprese.
La nuova PAC, entrata in vigore l’anno scorso, ha reso infatti obbligatorie alcune misure ambientali (le cosiddette “buone pratiche agronomiche”, un tempo a carattere volontario).
Il problema è che ciò che viene richiesto è un cambio per certi versi radicale, che non può essere reso obbligatorio su scala così vasta e in tempi così brevi, ma soprattutto senza un adeguato sostegno.
Se non fosse che la coperta è improvvisamente diventata molto corta per le migliori piccole e medie imprese agricole, il tutto potrebbe essere forse sostenibile. Ma con i “se” non si fa la storia, né si porta in tavola il pane.
Altra questione è legata al costo del carburante, risorsa essenziale in un sistema di agricoltura meccanizzata. A fronte dell’inflazione galoppante – soprattutto dopo un anno in cui grazie alla guerra in Ucraina e all’embargo sulle esportazioni russe, i prezzi dei fertilizzanti sono lievitati in maniera esponenziale – e della diminuzione dei sussidi per il carburante, il gioco ancora una volta non vale la candela.
Ulteriore questione, di cui poco si parla, è l’accordo che l’EU sta per firmare con i Paesi del Mercosur, che aprirebbe le porte a una ‘concorrenza sleale’ che vedrebbe gli agricoltori e allevatori europei in netto svantaggio rispetto a prodotti quasi totalmente deregolamentati, dal punto di vista degli standard ambientali e di qualità a cui i prodotti europei sono invece costretti, senza neanche parlare della “questione OGM”.
Alla luce di tutto ciò, le proteste di questi giorni giungono fin troppo in ritardo da un punto di vista sostanziale, ma al momento giusto per far muovere le varie forze politiche europee alle prese con le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento UE.
Risulta così quasi comprensibile perché la Commissione stia facendo marcia indietro su molti capisaldi, prima sulla questione dei ‘terreni a riposo’, e ora anche sulla questione dei pesticidi.
Oggi tutti plaudono alla retromarcia della Commissione sul 4% di superficie che doveva rimanere a riposo, non coltivata per consentire al suolo di rigenerarsi. Ma sarà una scelta lungimirante, tenendo conto che i suoli (soprattutto quelli del sud Europa) stanno diventando velocemente terra strappata al cemento?
Il ritiro della proposta di regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci (SUR) “salva” il 30% delle produzioni più redditizie, come il vino o i frutteti, messe a rischio dall’obiettivo di dimezzare l’uso di agrofarmaci, che avrebbe comportato necessariamente maggiori investimenti in ricerca per trovare varietà e pratiche agronomiche più resistenti, e prodotti meno tossici per l’aria che tutti respiriamo (andate a chiedere agli abitanti della Val di Non come si vive vicino ai frutteti industriali...).
Perché di questo stiamo parlando: piccoli agricoltori preoccupati di poter restare a galla con i prezzi del carburante in aumento e quelli in costante diminuzione offerti dalla grande industria dell’agrobusiness, preoccupati di dover inoltre diminuire la produzione per favorire l’ambiente.
In tutto ciò, l’operazione di governi come quello che ci ritroviamo, con il megafono strumentale della Lega “a sostegno delle lotte degli agricoltori” risulta qualcosa di peggio di uno uno schiaffo in faccia.
A pochi mesi dal rinnovo del parlamento europeo emerge chiaramente come tutte le chiacchiere che abbiamo sentito in questi anni su un’ipotetica “Unione Europea green” e a “emissioni zero” stia lentamente andando in fumo, a prescindere dal colore e dalla direzione politica che il prossimo Parlamento prenderà.
Fonte
Le ragioni di questa protesta sono diverse, in buona parte oggettive e in parte frutto di strumentalizzazioni politiche. Accanto a richieste del tutto legittime e giustificate albergano infatti rivendicazioni prive di senso e contenuto; e sono proprio queste ultime, purtroppo, quelle sostenute dal governo e dalle forze politiche della maggioranza.
Di fatto, quello che sta emergendo sempre più chiaramente è la “calata di pantaloni” da parte della Commissione europea, che dopo anni di proclami su Green New Deal e Europa a zero emissioni, si trova ora nell’impossibilità di sostenere scelte fatte con poca o nessuna cognizione di causa.
E, come spesso accade, la Commissione concede in tutta fretta le deroghe sugli obiettivi ecologici (che costano peraltro poco in termini macroeconomici), ma non molla sui processi di liberalizzazione dei mercati, né sul contrasto all’inflazione o i prezzi del carburante (operazioni decisamente più costose).
Tra le rivendicazioni portate in piazza, la questione dei sussidi troppo bassi concessi a fronte di impegni ambientali troppo onerosi per la maggior parte delle piccole e medie imprese agricole, è una delle battaglie peggio spiegate e meno comprese.
La nuova PAC, entrata in vigore l’anno scorso, ha reso infatti obbligatorie alcune misure ambientali (le cosiddette “buone pratiche agronomiche”, un tempo a carattere volontario).
Il problema è che ciò che viene richiesto è un cambio per certi versi radicale, che non può essere reso obbligatorio su scala così vasta e in tempi così brevi, ma soprattutto senza un adeguato sostegno.
Se non fosse che la coperta è improvvisamente diventata molto corta per le migliori piccole e medie imprese agricole, il tutto potrebbe essere forse sostenibile. Ma con i “se” non si fa la storia, né si porta in tavola il pane.
Altra questione è legata al costo del carburante, risorsa essenziale in un sistema di agricoltura meccanizzata. A fronte dell’inflazione galoppante – soprattutto dopo un anno in cui grazie alla guerra in Ucraina e all’embargo sulle esportazioni russe, i prezzi dei fertilizzanti sono lievitati in maniera esponenziale – e della diminuzione dei sussidi per il carburante, il gioco ancora una volta non vale la candela.
Ulteriore questione, di cui poco si parla, è l’accordo che l’EU sta per firmare con i Paesi del Mercosur, che aprirebbe le porte a una ‘concorrenza sleale’ che vedrebbe gli agricoltori e allevatori europei in netto svantaggio rispetto a prodotti quasi totalmente deregolamentati, dal punto di vista degli standard ambientali e di qualità a cui i prodotti europei sono invece costretti, senza neanche parlare della “questione OGM”.
Alla luce di tutto ciò, le proteste di questi giorni giungono fin troppo in ritardo da un punto di vista sostanziale, ma al momento giusto per far muovere le varie forze politiche europee alle prese con le prossime elezioni per il rinnovo del parlamento UE.
Risulta così quasi comprensibile perché la Commissione stia facendo marcia indietro su molti capisaldi, prima sulla questione dei ‘terreni a riposo’, e ora anche sulla questione dei pesticidi.
Oggi tutti plaudono alla retromarcia della Commissione sul 4% di superficie che doveva rimanere a riposo, non coltivata per consentire al suolo di rigenerarsi. Ma sarà una scelta lungimirante, tenendo conto che i suoli (soprattutto quelli del sud Europa) stanno diventando velocemente terra strappata al cemento?
Il ritiro della proposta di regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci (SUR) “salva” il 30% delle produzioni più redditizie, come il vino o i frutteti, messe a rischio dall’obiettivo di dimezzare l’uso di agrofarmaci, che avrebbe comportato necessariamente maggiori investimenti in ricerca per trovare varietà e pratiche agronomiche più resistenti, e prodotti meno tossici per l’aria che tutti respiriamo (andate a chiedere agli abitanti della Val di Non come si vive vicino ai frutteti industriali...).
Perché di questo stiamo parlando: piccoli agricoltori preoccupati di poter restare a galla con i prezzi del carburante in aumento e quelli in costante diminuzione offerti dalla grande industria dell’agrobusiness, preoccupati di dover inoltre diminuire la produzione per favorire l’ambiente.
In tutto ciò, l’operazione di governi come quello che ci ritroviamo, con il megafono strumentale della Lega “a sostegno delle lotte degli agricoltori” risulta qualcosa di peggio di uno uno schiaffo in faccia.
A pochi mesi dal rinnovo del parlamento europeo emerge chiaramente come tutte le chiacchiere che abbiamo sentito in questi anni su un’ipotetica “Unione Europea green” e a “emissioni zero” stia lentamente andando in fumo, a prescindere dal colore e dalla direzione politica che il prossimo Parlamento prenderà.
Fonte
31/01/2024
La grande crisi della piccola impresa agricola
Se gli agricoltori di tutta l’Europa occidentale scendono in strada con i loro trattori, o addirittura con le greggi, significa che c’è un problema comune, anche se le normative nazionali – e i rapporti di forza storici tra i vari paesi – sono spesso molto differenti.
Con uno sguardo superficiale è facile prendere lucciole per lanterne. Chi privilegia le “forme di lotta” sarà attirato dai blocchi stradali, condotti in modo molto determinato, ma scoprirebbe ben presto che – stavolta sì, al contrario delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes o contro la riforma delle pensioni – la destra radicale, non solo in Francia e Germania, ci mette il suo zampino.
Basterebbe vedere il diverso atteggiamento del ministro dell’interno francese, Darmanin, che stavolta ordina alla polizia di “controllare da lontano” e non intervenire, mentre negli altri casi comandava cariche durissime e largo uso di proiettili di gomma o flashball. Si vede, insomma, che questi sono o erano “i loro”...
Chi privilegia l’ecologia, al contrario, non può che disprezzare una protesta che tra i vari punti (un altro tratto comune ai diversi paesi) ha la libertà di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, nonché il mantenimento di forti sconti sul prezzo del “gasolio agricolo” (lo stesso usato per l’autotrazione, ma con accise e Iva molto ridotti).
Evidente, insomma, che questi approcci ideologici non aiutano a capire. E, come sempre, è meglio “follow the money” per districare nodi apparentemente inamovibili.
Di certo c’è che l’agricoltura europea è stata drogata per anni dalla “Pac” (politica agricola comunitaria), che ha distribuito risorse pubbliche per compensare le differenze di rendimento tra produzioni nazionali diverse o anche tra vari comparti della produzione nazionale.
Il passaggio alla nuova fase, però, sembra il brancolare di un cieco un po’ storpio che non sa dove andare né come farlo.
Le “direttive” provenienti da Bruxelles, in effetti, sono tra loro profondamente incoerenti, anche se ognuna viene scritta seguendo silenziosamente la regola annunciata da Giorgia Meloni fin dal suo esordio come “premier”: non disturbare le aziende.
Il problema è che “le aziende” sono diverse tra loro per dimensione, posizione di mercato, interessi immediati e di lungo periodo, specializzazione produttiva. E ciò che va bene ad un certo tipo di imprese è la morte per altre.
Gironzolando tra i trattori fermi a un casello stradale è piuttosto semplice sentirsi consegnare il cahier de doleance degli agricoltori di medio livello, titolari di aziende con pochi addetti (spesso familiari):
a) il prezzo dei prodotti agricoli viene fatto e imposto dalle industrie di trasformazione o dalla grande distribuzione;
b) il costo della lavorazione del terreno (aratura, semina, trebbiatura, eliminazione dei parassiti, ecc.) segue le dinamiche dei prezzi energetici;
c) il cambiamento climatico sta rendendo difficile proseguire con le colture storiche dei territori (l’anno scorso è stato durissimo per gli ulivi, l’uva, gli alberi da frutto, con raccolti limitati o nulli);
d) alla fine, tra uscite ed entrate, “non ci si sta dentro”.
Si possono considerare ovviamente un po’ esagerate le dimensioni dei danni calcolate dai diretti protagonisti, ma c’è molto di vero.
L’Unione Europea, come detto, fa cadere su questo mondo (il settore primario dell’economia) una pioggia di regole contraddittorie. Le analizzava qualche giorno fa su Teleborsa, con il consueto acume, Guido Salerno Aletta, economista ed ex vicedirettore di Palazzo Chigi, tra l’altro ora anche produttore di vino e dunque conoscitore “da dentro” della materia.
“La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all’avanguardia”.
Ma, appunto, le regole ecologicamente più sensate (“combattere l’abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall’altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell’allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l’abbattimento dei capi”) in questo sistema di produzione si traducono in un aumento dei costi di produzione in capo agli agricoltori e allevatori. E dei consumatori, ovvio...
Sull’altro lato, la libertà d’azione concessa alle multinazionali – sia delle filiere agroalimentari che delle biotecnologie e della grande distribuzione – spinge per una riduzione continua dei prezzi della “materia prima” (i prodotti agricoli). Persino il Corriere è costretto ad ammettere che quanto preteso dalla multinazionale francese Lactalis – un litro di latte viene pagato solo 42 centesimi – riduce alla fame i fornitori.
In più, approvando programmi di “rinaturalizzazione” di alcune aree territoriali, in modo da ricostruire una biodiversità senza interventi biotecnologici, ma senza prevedere una politica complessiva che renda ordinariamente redditizia l’attività agricola, la stessa UE di fatto restringe le aree coltivabili per la produzione.
“La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all’agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all’agricoltura sostenibile e all’allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate”.
Che va di pari passo con l’impostazione neoliberista per cui, in assenza di interventi “dirigistici” degli Stati, i prodotti biologici costano inevitabilmente di più di quelli “normali”, tirati fuori usando pesticidi, ecc.
Ovvero quei prodotti che altre multinazionali (sia dell’agroalimentare che della distribuzione) cercano di ottenere a prezzi sempre più bassi, in modo da massimizzare i propri profitti a scapito di altre imprese (e ovviamente del consumatore finale, impossibilitato a risalire le filiere per sapere cosa mangia).
E già si intravede un ulteriore salto di qualità, naturalmente peggiorativo: “Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l’allevamento tradizionale con la carne sintetica”.
È la descrizione di un processo di violenta concentrazione dei capitali. Con quelli più grandi che come sempre cannibalizzano quelli più piccoli e impossibilitati a “differenziare gli investimenti” (i terreni non si spostano, al massimo puoi cambiare cambiare prodotto finale, ma cambia poco).
Ricostruita così la mobilitazione degli agricoltori risulta a tutti gli effetti una “lotta di classe”... all’interno della borghesia. E i governi europei si trovano a dover gestire la crisi del consenso piccolo-borghese – da cui traggono sia il grosso dei voti che la “narrazione” con cui orientare il grosso della società – senza mai scontentare “i mercati” (definizione “immateriale” dietro cui si nascondono i gruppi multinazionali, sia industriali che finanziari).
Un rebus che la UE, come si è visto, ha deciso di non sfiorare nemmeno (“dando ragione a tutti”). Coltivando così – è il caso di dire – le condizione per uno scontro sociale interno sempre più complicato e duro. Con molte guerre alle porte...
Fonte
Con uno sguardo superficiale è facile prendere lucciole per lanterne. Chi privilegia le “forme di lotta” sarà attirato dai blocchi stradali, condotti in modo molto determinato, ma scoprirebbe ben presto che – stavolta sì, al contrario delle mobilitazioni dei Gilets Jaunes o contro la riforma delle pensioni – la destra radicale, non solo in Francia e Germania, ci mette il suo zampino.
Basterebbe vedere il diverso atteggiamento del ministro dell’interno francese, Darmanin, che stavolta ordina alla polizia di “controllare da lontano” e non intervenire, mentre negli altri casi comandava cariche durissime e largo uso di proiettili di gomma o flashball. Si vede, insomma, che questi sono o erano “i loro”...
Chi privilegia l’ecologia, al contrario, non può che disprezzare una protesta che tra i vari punti (un altro tratto comune ai diversi paesi) ha la libertà di utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, nonché il mantenimento di forti sconti sul prezzo del “gasolio agricolo” (lo stesso usato per l’autotrazione, ma con accise e Iva molto ridotti).
Evidente, insomma, che questi approcci ideologici non aiutano a capire. E, come sempre, è meglio “follow the money” per districare nodi apparentemente inamovibili.
Di certo c’è che l’agricoltura europea è stata drogata per anni dalla “Pac” (politica agricola comunitaria), che ha distribuito risorse pubbliche per compensare le differenze di rendimento tra produzioni nazionali diverse o anche tra vari comparti della produzione nazionale.
Il passaggio alla nuova fase, però, sembra il brancolare di un cieco un po’ storpio che non sa dove andare né come farlo.
Le “direttive” provenienti da Bruxelles, in effetti, sono tra loro profondamente incoerenti, anche se ognuna viene scritta seguendo silenziosamente la regola annunciata da Giorgia Meloni fin dal suo esordio come “premier”: non disturbare le aziende.
Il problema è che “le aziende” sono diverse tra loro per dimensione, posizione di mercato, interessi immediati e di lungo periodo, specializzazione produttiva. E ciò che va bene ad un certo tipo di imprese è la morte per altre.
Gironzolando tra i trattori fermi a un casello stradale è piuttosto semplice sentirsi consegnare il cahier de doleance degli agricoltori di medio livello, titolari di aziende con pochi addetti (spesso familiari):
a) il prezzo dei prodotti agricoli viene fatto e imposto dalle industrie di trasformazione o dalla grande distribuzione;
b) il costo della lavorazione del terreno (aratura, semina, trebbiatura, eliminazione dei parassiti, ecc.) segue le dinamiche dei prezzi energetici;
c) il cambiamento climatico sta rendendo difficile proseguire con le colture storiche dei territori (l’anno scorso è stato durissimo per gli ulivi, l’uva, gli alberi da frutto, con raccolti limitati o nulli);
d) alla fine, tra uscite ed entrate, “non ci si sta dentro”.
Si possono considerare ovviamente un po’ esagerate le dimensioni dei danni calcolate dai diretti protagonisti, ma c’è molto di vero.
L’Unione Europea, come detto, fa cadere su questo mondo (il settore primario dell’economia) una pioggia di regole contraddittorie. Le analizzava qualche giorno fa su Teleborsa, con il consueto acume, Guido Salerno Aletta, economista ed ex vicedirettore di Palazzo Chigi, tra l’altro ora anche produttore di vino e dunque conoscitore “da dentro” della materia.
“La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all’avanguardia”.
Ma, appunto, le regole ecologicamente più sensate (“combattere l’abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall’altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell’allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l’abbattimento dei capi”) in questo sistema di produzione si traducono in un aumento dei costi di produzione in capo agli agricoltori e allevatori. E dei consumatori, ovvio...
Sull’altro lato, la libertà d’azione concessa alle multinazionali – sia delle filiere agroalimentari che delle biotecnologie e della grande distribuzione – spinge per una riduzione continua dei prezzi della “materia prima” (i prodotti agricoli). Persino il Corriere è costretto ad ammettere che quanto preteso dalla multinazionale francese Lactalis – un litro di latte viene pagato solo 42 centesimi – riduce alla fame i fornitori.
In più, approvando programmi di “rinaturalizzazione” di alcune aree territoriali, in modo da ricostruire una biodiversità senza interventi biotecnologici, ma senza prevedere una politica complessiva che renda ordinariamente redditizia l’attività agricola, la stessa UE di fatto restringe le aree coltivabili per la produzione.
“La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all’agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all’agricoltura sostenibile e all’allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate”.
Che va di pari passo con l’impostazione neoliberista per cui, in assenza di interventi “dirigistici” degli Stati, i prodotti biologici costano inevitabilmente di più di quelli “normali”, tirati fuori usando pesticidi, ecc.
Ovvero quei prodotti che altre multinazionali (sia dell’agroalimentare che della distribuzione) cercano di ottenere a prezzi sempre più bassi, in modo da massimizzare i propri profitti a scapito di altre imprese (e ovviamente del consumatore finale, impossibilitato a risalire le filiere per sapere cosa mangia).
E già si intravede un ulteriore salto di qualità, naturalmente peggiorativo: “Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l’allevamento tradizionale con la carne sintetica”.
È la descrizione di un processo di violenta concentrazione dei capitali. Con quelli più grandi che come sempre cannibalizzano quelli più piccoli e impossibilitati a “differenziare gli investimenti” (i terreni non si spostano, al massimo puoi cambiare cambiare prodotto finale, ma cambia poco).
Ricostruita così la mobilitazione degli agricoltori risulta a tutti gli effetti una “lotta di classe”... all’interno della borghesia. E i governi europei si trovano a dover gestire la crisi del consenso piccolo-borghese – da cui traggono sia il grosso dei voti che la “narrazione” con cui orientare il grosso della società – senza mai scontentare “i mercati” (definizione “immateriale” dietro cui si nascondono i gruppi multinazionali, sia industriali che finanziari).
Un rebus che la UE, come si è visto, ha deciso di non sfiorare nemmeno (“dando ragione a tutti”). Coltivando così – è il caso di dire – le condizione per uno scontro sociale interno sempre più complicato e duro. Con molte guerre alle porte...
Fonte
30/01/2024
Francia - La rabbia degli agricoltori “assedia” la capitale
A partire dalle ore 14 di lunedì pomeriggio, la FNSEA – la maggiore organizzazione degli agricoltori francesi e i Giovani Agricoltori del Grand Bassin parigino – ha previsto otto “punti di blocco” sulle autostrade a qualche chilometro, o ad alcune decine, dalla périfephérique, il principale raccordo esterno che circonda la capitale.
La loro parola d’ordine è l’“assedio” della capitale, senza aver posto limiti temporali alla propria azione.
Si tratta di un “salto di qualità” di questo movimento di agricoltori, il cui malessere – a livello europeo – si è espresso in precedenza in tutto il Nord ed Est Europa (Polonia e Romania), in ultimo in Germania, e che sta in parte cambiando la geografia politica in alcuni paesi come è avvenuto in Olanda.
Anche in Italia, negli ultimi giorni, abbiamo visto il blocco del casello di Orte, punto di collegamento tra l’A1 e la superstrada per Ravenna; nonché alcuni blocchi stradali in Calabria.
Domenica sera il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha annunciato il dispiegamento di 15mila uomini delle forze dell’ordine per impedire che i trattori entrino nella capitale e nelle grandi città della Francia, arrivando a bloccare il nevralgico centro della logistica alimentare sito a Rungis, nella periferia sud di Parigi – come una parte degli agricoltori aveva annunciato – così come degli aeroporti della zona attorno alla capitale.
Finora il nuovo governo del Primo Ministro Gabriel Attal ha scelto una linea piuttosto interlocutoria con il variegato mondo degli agricoltori francesi – che va dal vero e proprio agro-business ai piccoli coltivatori diretti – e delle assai differenti sigle che lo rappresentano.
Lo stesso Darmanin, caratterizzatosi per il “pugno duro” nei confronti delle proteste contro la riforma pensionistica ed ancora di più di quelle successive all’uccisione del giovane Nahel a Nanterre, ha invitato le forze dell’ordine alla moderazione, affermando che “non dovranno intervenire nei blocchi”, ma solamente “metterli in sicurezza”.
L’“assedio” a Parigi non è l’unica azione che la categoria sta mettendo a segno, dopo aver scelto il blocco degli accessi autostradali come forma di protesta.
Proprio il capo dell’esecutivo si è recato questa domenica mattina in visita ad una exploitation maraichère nella Indre-et-Loire prendendosela con le “ingiunzioni contraddittorie” che sono a suo parere imposte al mondo agricolo.
«Si lascia ancora troppo spazio ai discorsi che non considerano gli agricoltori, che li fanno passare per dei banditi, per coloro che inquinano», ha affermato Attal, aggiungendo che «la loro considerazione è assolutamente necessaria».
Il capo dell’esecutivo ha rivendicato con fierezza il settore agricolo come parte dell’identità francese, rimarcando il fatto che ciò che è in gioco «è anche l’indipendenza e la sovranità. Vogliamo dipendere di meno dagli altri e più da noi stessi».
Il governo intende quindi incanalare le proteste all’interno di questo binario, scegliendo la via del dialogo con la maggiore coalizione di forze del settore per limitare il più possibile l’impatto dell’azione degli agricoltori; anche per togliere spazio al possibile sfruttamento della protesta, in chiave elettorale, da parte dell’estrema-destra.
Anche la Presidente del gruppo parlamentare del RN (ex-FN) e tre volte candidata alla presidenza Marine Le Pen si è recata in un’azienda agricola nel Nord (Radinghem-en-Wappes) ed ha esortato il governo a «mettere in piedi un grande piano di salvataggio dell’agricoltura» e a far «uscire l’agricoltura dagli accordi di libero scambio»
Domenica, sul canale televisivo BFM-TV, il ministro dell’agricoltura, Marc Fesneau ha annunciato delle “misure complementari” a quelle per ora annunciate da Gabriel Attal ma che saranno rivelate dall’esecutivo “da martedì”.
Lunedì mattina, poi, su France 2, Fesneau ha di fatto affermato che l’annuncio delle misure sarà anticipato per «dare prova della volontà del governo di uscire dalla crisi, ma soprattutto di portare delle risposte concrete».
Il governo aveva annunciato alcune misure “tampone” come quella di soprassedere all’innalzamento della tassa sul gasolio agricolo (GNR), di disporre gli aiuti d’emergenza agli allevatori di bovini toccati per una malattia emorragica (MHE) – il cosiddetto “Covid delle vacche” – semplificare le procedure burocratiche e fare applicare la legge EGalim, destinata ad assicurare degli introiti decente agli agricoltori.
La FNSEA, che è la principale associazione di categoria degli agricoltori, chiede tra l’altro, la soppressione delle zone di divieto di trattamento ai prodotti fitosanitari (le ZNT), che fissa delle distanze di sicurezza in prossimità delle abitazioni per l’impiego di certi pesticidi.
Allo stesso tempo si oppone alla restrizione dell’uso di alcuni pesticidi e alcuni divieti di impiego di prodotti fitosanitari che sono in corso di discussione nel quadro del rinnovamento del piano Ecophyto.
Chiedono che la Francia porti a Bruxelles l’opposizione alla misura prevista dalla nuova politica agricola comune del mettere a riposo il 4% delle terre coltivabili. Una misura che riguarda soprattutto le aziende delle grandi culture cerealicole e non solo.
La FNSEA, fondata nel 1946 e comprendente la Federazione di allevatori dei bovini (FNB), punta il dito particolarmente contro gli accordi di libero-scambio e rappresenta quella parte del mondo agricolo più afferente all’agro-business ed ad un’agricoltura ad alto impatto ambientale e dei “grandi allevatori”.
È la prima organizzazione ad avere incontrato il nuovo capo dell’esecutivo, inviando lo scorso martedì un centinaio di richieste al governo, insieme ai Jeunes Agriculteurs, giovani sotto i 35 anni che hanno una azienda agricola che si dicono “apolitici ed indipendenti”, con cui costituisce la coalizione più forte.
Il loro principale rivale è la Coordination Rurale, fondata nel 1992 da agricoltori che si opponevano alla politica agricola comune in sede UE, e si collocano per così dire più “a destra” della FNSEA. Sono molto presenti ai blocchi, sono principalmente sostenuti dall’estrema destra.
La Confédération paysanne, fondata nel 1987, ha un orientamento decisamente più progressista ed è attenta ai temi ambientali, anche se condivide una parte delle richieste della FNSEA.
Integra la protesta e fa della giusta remunerazione uno degli assi centrali delle proprie rivendicazioni, in attesa di misure strutturali «con dei prezzi minimi garantiti, la regolazione dei mercati (compreso in Europa) e della gestione dei volumi».
Si lamenta dell’ascolto da parte del governo delle istanze “produttiviste” della FNSEA che «vanno a indebolire le norme e accelerare la concorrenza tra agricoltori», favorendo di fatto l’agro-business a discapito dei più piccoli coltivatori diretti.
Certamente è favorevole ad un alleggerimento dei carichi amministrativi, ma «senza che questo metta in discussione le norme che proteggono la nostra salute, i nostri diritti sociali ed il nostro pianeta».
Il movimento, partito di fatto il 18 gennaio sulla base del malessere a lungo inascoltata dello stratificato mondo rurale, è un “campo di battaglia” per le stesse associazioni di categoria che rappresentano porzioni e spaccati diversi dell’universo agricolo francese, già in parte emerso durante il movimento dei giletes jaunes.
Il tasso di povertà tra i contadini/allevatori è del 17%, più elevato che quello tra impiegati ed operai e comunque “il doppio” di quello della popolazione generale.
Una situazione aggravata recentemente dall’inflazione che ha aumentato il costo dell’energia, in particolare per ciò che concerne il “gasolio agricolo”.
Secondo uno studio, ogni giorno due agricoltori in Francia si toglierebbero la vita.
La concorrenza è sempre più pesante, aggravata dalle politiche decise dalla UE nel giugno 2022 di sostegno ai prodotti alimentari ucraini a cui sono stati temporaneamente sospese le tasse doganali nonostante non faccia parte dell’Unione e non è sottoposta alle normative vigenti per i produttori agricoli degli stati membri.
Questo combinato disposto ha prodotto una frustrazione crescente che si esprime in questo variegato movimento, la prima crisi politica del nuovo governo del Presidente Macron a qualche mese dalle elezioni europee.
Fonte
La loro parola d’ordine è l’“assedio” della capitale, senza aver posto limiti temporali alla propria azione.
Si tratta di un “salto di qualità” di questo movimento di agricoltori, il cui malessere – a livello europeo – si è espresso in precedenza in tutto il Nord ed Est Europa (Polonia e Romania), in ultimo in Germania, e che sta in parte cambiando la geografia politica in alcuni paesi come è avvenuto in Olanda.
Anche in Italia, negli ultimi giorni, abbiamo visto il blocco del casello di Orte, punto di collegamento tra l’A1 e la superstrada per Ravenna; nonché alcuni blocchi stradali in Calabria.
Domenica sera il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha annunciato il dispiegamento di 15mila uomini delle forze dell’ordine per impedire che i trattori entrino nella capitale e nelle grandi città della Francia, arrivando a bloccare il nevralgico centro della logistica alimentare sito a Rungis, nella periferia sud di Parigi – come una parte degli agricoltori aveva annunciato – così come degli aeroporti della zona attorno alla capitale.
Finora il nuovo governo del Primo Ministro Gabriel Attal ha scelto una linea piuttosto interlocutoria con il variegato mondo degli agricoltori francesi – che va dal vero e proprio agro-business ai piccoli coltivatori diretti – e delle assai differenti sigle che lo rappresentano.
Lo stesso Darmanin, caratterizzatosi per il “pugno duro” nei confronti delle proteste contro la riforma pensionistica ed ancora di più di quelle successive all’uccisione del giovane Nahel a Nanterre, ha invitato le forze dell’ordine alla moderazione, affermando che “non dovranno intervenire nei blocchi”, ma solamente “metterli in sicurezza”.
L’“assedio” a Parigi non è l’unica azione che la categoria sta mettendo a segno, dopo aver scelto il blocco degli accessi autostradali come forma di protesta.
Proprio il capo dell’esecutivo si è recato questa domenica mattina in visita ad una exploitation maraichère nella Indre-et-Loire prendendosela con le “ingiunzioni contraddittorie” che sono a suo parere imposte al mondo agricolo.
«Si lascia ancora troppo spazio ai discorsi che non considerano gli agricoltori, che li fanno passare per dei banditi, per coloro che inquinano», ha affermato Attal, aggiungendo che «la loro considerazione è assolutamente necessaria».
Il capo dell’esecutivo ha rivendicato con fierezza il settore agricolo come parte dell’identità francese, rimarcando il fatto che ciò che è in gioco «è anche l’indipendenza e la sovranità. Vogliamo dipendere di meno dagli altri e più da noi stessi».
Il governo intende quindi incanalare le proteste all’interno di questo binario, scegliendo la via del dialogo con la maggiore coalizione di forze del settore per limitare il più possibile l’impatto dell’azione degli agricoltori; anche per togliere spazio al possibile sfruttamento della protesta, in chiave elettorale, da parte dell’estrema-destra.
Anche la Presidente del gruppo parlamentare del RN (ex-FN) e tre volte candidata alla presidenza Marine Le Pen si è recata in un’azienda agricola nel Nord (Radinghem-en-Wappes) ed ha esortato il governo a «mettere in piedi un grande piano di salvataggio dell’agricoltura» e a far «uscire l’agricoltura dagli accordi di libero scambio»
Domenica, sul canale televisivo BFM-TV, il ministro dell’agricoltura, Marc Fesneau ha annunciato delle “misure complementari” a quelle per ora annunciate da Gabriel Attal ma che saranno rivelate dall’esecutivo “da martedì”.
Lunedì mattina, poi, su France 2, Fesneau ha di fatto affermato che l’annuncio delle misure sarà anticipato per «dare prova della volontà del governo di uscire dalla crisi, ma soprattutto di portare delle risposte concrete».
Il governo aveva annunciato alcune misure “tampone” come quella di soprassedere all’innalzamento della tassa sul gasolio agricolo (GNR), di disporre gli aiuti d’emergenza agli allevatori di bovini toccati per una malattia emorragica (MHE) – il cosiddetto “Covid delle vacche” – semplificare le procedure burocratiche e fare applicare la legge EGalim, destinata ad assicurare degli introiti decente agli agricoltori.
La FNSEA, che è la principale associazione di categoria degli agricoltori, chiede tra l’altro, la soppressione delle zone di divieto di trattamento ai prodotti fitosanitari (le ZNT), che fissa delle distanze di sicurezza in prossimità delle abitazioni per l’impiego di certi pesticidi.
Allo stesso tempo si oppone alla restrizione dell’uso di alcuni pesticidi e alcuni divieti di impiego di prodotti fitosanitari che sono in corso di discussione nel quadro del rinnovamento del piano Ecophyto.
Chiedono che la Francia porti a Bruxelles l’opposizione alla misura prevista dalla nuova politica agricola comune del mettere a riposo il 4% delle terre coltivabili. Una misura che riguarda soprattutto le aziende delle grandi culture cerealicole e non solo.
La FNSEA, fondata nel 1946 e comprendente la Federazione di allevatori dei bovini (FNB), punta il dito particolarmente contro gli accordi di libero-scambio e rappresenta quella parte del mondo agricolo più afferente all’agro-business ed ad un’agricoltura ad alto impatto ambientale e dei “grandi allevatori”.
È la prima organizzazione ad avere incontrato il nuovo capo dell’esecutivo, inviando lo scorso martedì un centinaio di richieste al governo, insieme ai Jeunes Agriculteurs, giovani sotto i 35 anni che hanno una azienda agricola che si dicono “apolitici ed indipendenti”, con cui costituisce la coalizione più forte.
Il loro principale rivale è la Coordination Rurale, fondata nel 1992 da agricoltori che si opponevano alla politica agricola comune in sede UE, e si collocano per così dire più “a destra” della FNSEA. Sono molto presenti ai blocchi, sono principalmente sostenuti dall’estrema destra.
La Confédération paysanne, fondata nel 1987, ha un orientamento decisamente più progressista ed è attenta ai temi ambientali, anche se condivide una parte delle richieste della FNSEA.
Integra la protesta e fa della giusta remunerazione uno degli assi centrali delle proprie rivendicazioni, in attesa di misure strutturali «con dei prezzi minimi garantiti, la regolazione dei mercati (compreso in Europa) e della gestione dei volumi».
Si lamenta dell’ascolto da parte del governo delle istanze “produttiviste” della FNSEA che «vanno a indebolire le norme e accelerare la concorrenza tra agricoltori», favorendo di fatto l’agro-business a discapito dei più piccoli coltivatori diretti.
Certamente è favorevole ad un alleggerimento dei carichi amministrativi, ma «senza che questo metta in discussione le norme che proteggono la nostra salute, i nostri diritti sociali ed il nostro pianeta».
Il movimento, partito di fatto il 18 gennaio sulla base del malessere a lungo inascoltata dello stratificato mondo rurale, è un “campo di battaglia” per le stesse associazioni di categoria che rappresentano porzioni e spaccati diversi dell’universo agricolo francese, già in parte emerso durante il movimento dei giletes jaunes.
Il tasso di povertà tra i contadini/allevatori è del 17%, più elevato che quello tra impiegati ed operai e comunque “il doppio” di quello della popolazione generale.
Una situazione aggravata recentemente dall’inflazione che ha aumentato il costo dell’energia, in particolare per ciò che concerne il “gasolio agricolo”.
Secondo uno studio, ogni giorno due agricoltori in Francia si toglierebbero la vita.
La concorrenza è sempre più pesante, aggravata dalle politiche decise dalla UE nel giugno 2022 di sostegno ai prodotti alimentari ucraini a cui sono stati temporaneamente sospese le tasse doganali nonostante non faccia parte dell’Unione e non è sottoposta alle normative vigenti per i produttori agricoli degli stati membri.
Questo combinato disposto ha prodotto una frustrazione crescente che si esprime in questo variegato movimento, la prima crisi politica del nuovo governo del Presidente Macron a qualche mese dalle elezioni europee.
Fonte
19/12/2023
Polonia. Sull’”europeista” Tusk incombe il blocco ai confini con l’Ucraina
Il primo ministro polacco Donald Tusk, recentemente eletto, si è impegnato a porre fine al blocco di camionisti e agricoltori polacchi ai confini con l’Ucraina, ma i membri della sua stessa coalizione di governo hanno indicato che intendono mantenere il divieto di importazione di grano ucraino a prezzi ribassati che ha mandato in crisi gli agricoltori polacchi.
L’associazione degli agricoltori polacchi United Village ha dichiarato infatti di essersi unita al blocco del confine polacco-ucraino al valico Yahodyn-Dorohusk iniziato ieri.
I camionisti polacchi hanno bloccato quattro valichi con l’Ucraina, tra cui Yahodyn-Dorohusk, da novembre per protestare contro la liberalizzazione delle regole di transito dell’UE per i camionisti ucraini.
Un sindaco locale aveva revocato il permesso per le proteste a Dorohusk l’11 dicembre, citando potenziali perdite materiali e un rischio per i posti di lavoro, ma un tribunale della città di Lublino ha annullato il divieto il 15 dicembre, aprendo la strada a una ripresa del blocco.
Uno dei leader degli agricoltori polacchi, Radalf Mekler ha annunciato una serie di richieste che includevano il divieto di importazione di zucchero dall’Ucraina, compensazioni per la produzione polacca di mais e pagamenti di sussidi per gli agricoltori.
Gli agricoltori si sono uniti ai camionisti polacchi alla protesta al confine, sostenendo che, nonostante il divieto di transito del grano ucraino attraverso il paese, il mercato interno è stato ancora colpito e le autorità non hanno adottato misure sufficienti per proteggere gli agricoltori polacchi.
Le controversie sul divieto di importazione di grano ucraino hanno visto anche tensioni diplomatiche a settembre.
Fonte
L’associazione degli agricoltori polacchi United Village ha dichiarato infatti di essersi unita al blocco del confine polacco-ucraino al valico Yahodyn-Dorohusk iniziato ieri.
I camionisti polacchi hanno bloccato quattro valichi con l’Ucraina, tra cui Yahodyn-Dorohusk, da novembre per protestare contro la liberalizzazione delle regole di transito dell’UE per i camionisti ucraini.
Un sindaco locale aveva revocato il permesso per le proteste a Dorohusk l’11 dicembre, citando potenziali perdite materiali e un rischio per i posti di lavoro, ma un tribunale della città di Lublino ha annullato il divieto il 15 dicembre, aprendo la strada a una ripresa del blocco.
Uno dei leader degli agricoltori polacchi, Radalf Mekler ha annunciato una serie di richieste che includevano il divieto di importazione di zucchero dall’Ucraina, compensazioni per la produzione polacca di mais e pagamenti di sussidi per gli agricoltori.
Gli agricoltori si sono uniti ai camionisti polacchi alla protesta al confine, sostenendo che, nonostante il divieto di transito del grano ucraino attraverso il paese, il mercato interno è stato ancora colpito e le autorità non hanno adottato misure sufficienti per proteggere gli agricoltori polacchi.
Le controversie sul divieto di importazione di grano ucraino hanno visto anche tensioni diplomatiche a settembre.
Fonte
10/03/2021
La digitalizzazione dell’agricoltura
Siamo al secondo giorno di un po’ di freddo, poco sotto lo zero qui nella campagna romana, in questo febbraio a cui si aggiungono un altro paio di giorni nel mese di gennaio. Pochissimi giorni al momento estremamente insufficienti per quello che necessità al riposo ed al risveglio della terra, fondamentale per la produzione agricola.
Lavorando con la natura e non contro di essa, l’adattamento dei processi produttivi agricoli alle mutazioni è fondamentale. Le mutazioni sono sistemiche e complesse. Questo richiede conoscenze, capacità, tempo, diversificazione e gestione dinamica dei fatti aziendali. Evidentemente richiede anche una condizione economica degna di una vita civile per chi vive del lavoro dei campi.
“L’Agricoltura 4.0, che mutua le logiche dell’Industria 4.0, è oggi un paradigma che prevede l’utilizzo armonico di diverse tecnologie finalizzate a migliorare la resa e la sostenibilità dell’attività agricola, la qualità produttiva e di trasformazione, le condizioni sociali e l’impatto ambientale dell’intera filiera” (Fonte).
Un’agricoltura che mutua le logiche dell’industria. Produrre radicchio è come produrre bulloni. Dalla rivoluzione verde in poi viene ripetuto questo atto di fede, smentito poi sistematicamente dalla realtà. La migliore riprova è la necessità di sostenere con un costante flusso di ingenti risorse economiche il modello agricolo industriale a forte capitalizzazione. Infatti il 20% delle imprese agricole italiane che ricevono soldi comunitari cattura oltre l’87% di quei soldi.
Migliorare la resa e la sostenibilità, così come le condizioni sociali – immagino, di chi ci vive e lavora – attraverso tecnologie basate sulla digitalizzazione e la connettività, è la modernizzazione della vecchia visione industrialista. Con il corollario abituale di “resistenza, ritardi, arretratezza degli operatori”, cioè donne e uomini che ogni giorno ci permettono di avere qualcosa nel piatto, più o meno di qualità secondo il reddito di cui disponiamo.
“Ma un ostacolo alla digitalizzazione e modernizzazione dell’agricoltura è rappresentato dalla mancanza di connettività in campagna. Spesso basta spostarsi dai centri abitati per perdere il segnale del 4G e la connessione internet assicurata dal doppino di rame ha una velocità estenuante, certo non sufficiente a sostenere il traffico dati di una azienda moderna”, dice la Commissione europea nel suo rapporto del 2020.
Allora, ammesso che i miracoli promessi si avverino e che ogni trattore sia connesso ad una superba rete di satelliti, che ogni contadino/a possa starsene seduto in casa e guidare il suo trattore-robot che ara il campo, come funzionerà se il campo misura solo due ettari e tutta l’azienda ha una dimensione inferiore a 5 ettari, come il 71% delle aziende agricole italiane.
Quel trattore, magari senza sbagliare una solco, produrrà una massa di dati, un flusso costante di informazioni. E questo è il vero affare, l’internet delle cose è una miniera da sfruttare economicamente senza grandi costi, il “minerale” non è sepolto ma è gratuitamente a disposizione di chi ha mezzi per sfruttarlo perché sensori sparsi nei campi, robot nelle sale di mungitura, connessioni satellitari dei trattori, sistemi irrigui robotizzati, macchine per raccogliere gli ortaggi in serra, sono stati acquistati da agricoltori, ma i dati che producono non gli appartengono perché non ha la capacità di immagazzinarli, gestirli, trasformarli in informazioni e venderli. Niente di diverso di quello che succede con FB ad esempio.
Lo sviluppo della connettività degli strumenti agricoli produrrà, secondo quanto sostenuto da “OnFarm” (un provider di sistemi di connessione per l’agricoltura) una media di 4,1 milioni di dati per azienda agricola prima del 2050. (Digital Transformation Monitor Industry 4.0 in agriculture: Focus on IoT aspects - EC)
Il trattore e gli attrezzi che vi sono collegati sono strumenti abituali dell’agricoltura e aiutano chi lavora nei campi a faticare di meno. La connettività e le tecnologie di geolocalizzazione (GPS) possono ottimizzare l’uso di questi strumenti agricoli ma il pacchetto, obbligatorio per certe case costruttrici, lo paghi a parte e costa intorno agli 8.000€.
Considerando che i calcoli universitari ci dicono che si possono risparmiare una decina di euro ad ettaro di carburante con l’ottimizzazione dei percorsi di lavorazione, ci vogliono 8 anni di lavoro in un’azienda che fa lavorazioni per 100 ettari. In Italia le aziende che hanno oltre 100 ettari di superficie agricola sono poco più di 17.000 su 1,5 milioni di aziende (ISTAT)!
L’industria europea delle macchine agricole occupa circa 135.000 persone, produce un volume di circa 26 miliardi di euro ma i trattori sono difficili da cambiare, costano cari. In Germania l’età media dei trattori è (2020) 27,5 anni. Allora l’agricoltura 4.0 a quali aziende agricole si rivolge?
C’è altro. La dematerializzazione di attività e oggetti o forme di vita, crea valore alle informazioni tratte dai dati digitalizzati. Questa è una risorsa nuova per produrre profitto dalle attività agricole, meglio che piantare patate. E non casualmente, nella descrizione dell’agricoltura di precisione che fa Monsanto/Bayer si insiste sulla necessità della costruzione della base dei dati aziendali sui miglioramenti ottenuti con le sementi utilizzate.
“Digital Sequence Information” – DSI, principalmente si riferisce alle informazioni sul DNA che vengono digitalizzate ed ha un valore fondamentale quando si tratta di informazioni sulla genetica di sementi o animali allevati. In particolare per le sementi consente attività che non richiedono più il controllo o la detenzione del materiale biologico. Il termine “DSI” attualmente non ha una definizione concordata tra i Governi.
Le differenze terminologiche nascondono un conflitto d’interesse difficilmente risolvibile: alcuni paesi e le industrie ritengono che DSI siano solo “dati” quindi come tali appartengono a chi li colleziona che ha diritto di farne l’uso che vuole, altri paesi ed i movimenti sociali ritengono, al contrario, che DSI siano la risorsa vivente da cui sono tratte le informazioni e che quindi il loro accesso ed uso siano strettamente regolamentatati, così come è regolamentato l’accesso alle sementi come base per la produzione di nuove varietà di sementi stesse.
Controllare le informazioni genetiche permette di controllare, attraverso l’edizione del genoma, la “creazione” di nuove varietà di sementi con l’uso di potenti motori di ricerca capaci di scovare caratteri utili per immettere sul mercato una novità, di imporre un diritto di proprietà industriale sul carattere contenuto nella nuova semente. Rafforzando così la concentrazione del potere di mercato nelle mani di poche gigantesche imprese a carattere transazionale (tra le 6 imprese sementiere più importanti del pianeta, quattro sono europee).
Inoltre, l’attuale dematerializzazione delle sementi genera una perdita inestimabile di tutte le informazioni genetiche non digitalizzabili. La FAO ritiene che il 75% della perdita di biodiversità coltivata sia dovuta alla diffusione di varietà commercialmente uniformi e stabili. Le centinaia di milioni di agricoltori che riproducono le loro sementi ogni anno creano molta più nuova diversità di qualche migliaio di ricercatori nei laboratori con attrezzature sofisticate.
Digitalizzare i trattori, digitalizzare le sementi, digitalizzare i processi produttivi, visioni vendute come la soluzione miracolosa per “modernizzare” l’agricoltura, un’agricoltura con sempre meno persone nei campi, artificializzata, standardizzata e sempre più simile ad un’industria metalmeccanica. Che cibo sarà capace di mettere nei nostri piatti?
Fonte
Lavorando con la natura e non contro di essa, l’adattamento dei processi produttivi agricoli alle mutazioni è fondamentale. Le mutazioni sono sistemiche e complesse. Questo richiede conoscenze, capacità, tempo, diversificazione e gestione dinamica dei fatti aziendali. Evidentemente richiede anche una condizione economica degna di una vita civile per chi vive del lavoro dei campi.
“L’Agricoltura 4.0, che mutua le logiche dell’Industria 4.0, è oggi un paradigma che prevede l’utilizzo armonico di diverse tecnologie finalizzate a migliorare la resa e la sostenibilità dell’attività agricola, la qualità produttiva e di trasformazione, le condizioni sociali e l’impatto ambientale dell’intera filiera” (Fonte).
Un’agricoltura che mutua le logiche dell’industria. Produrre radicchio è come produrre bulloni. Dalla rivoluzione verde in poi viene ripetuto questo atto di fede, smentito poi sistematicamente dalla realtà. La migliore riprova è la necessità di sostenere con un costante flusso di ingenti risorse economiche il modello agricolo industriale a forte capitalizzazione. Infatti il 20% delle imprese agricole italiane che ricevono soldi comunitari cattura oltre l’87% di quei soldi.
Migliorare la resa e la sostenibilità, così come le condizioni sociali – immagino, di chi ci vive e lavora – attraverso tecnologie basate sulla digitalizzazione e la connettività, è la modernizzazione della vecchia visione industrialista. Con il corollario abituale di “resistenza, ritardi, arretratezza degli operatori”, cioè donne e uomini che ogni giorno ci permettono di avere qualcosa nel piatto, più o meno di qualità secondo il reddito di cui disponiamo.
“Ma un ostacolo alla digitalizzazione e modernizzazione dell’agricoltura è rappresentato dalla mancanza di connettività in campagna. Spesso basta spostarsi dai centri abitati per perdere il segnale del 4G e la connessione internet assicurata dal doppino di rame ha una velocità estenuante, certo non sufficiente a sostenere il traffico dati di una azienda moderna”, dice la Commissione europea nel suo rapporto del 2020.
Allora, ammesso che i miracoli promessi si avverino e che ogni trattore sia connesso ad una superba rete di satelliti, che ogni contadino/a possa starsene seduto in casa e guidare il suo trattore-robot che ara il campo, come funzionerà se il campo misura solo due ettari e tutta l’azienda ha una dimensione inferiore a 5 ettari, come il 71% delle aziende agricole italiane.
Quel trattore, magari senza sbagliare una solco, produrrà una massa di dati, un flusso costante di informazioni. E questo è il vero affare, l’internet delle cose è una miniera da sfruttare economicamente senza grandi costi, il “minerale” non è sepolto ma è gratuitamente a disposizione di chi ha mezzi per sfruttarlo perché sensori sparsi nei campi, robot nelle sale di mungitura, connessioni satellitari dei trattori, sistemi irrigui robotizzati, macchine per raccogliere gli ortaggi in serra, sono stati acquistati da agricoltori, ma i dati che producono non gli appartengono perché non ha la capacità di immagazzinarli, gestirli, trasformarli in informazioni e venderli. Niente di diverso di quello che succede con FB ad esempio.
Lo sviluppo della connettività degli strumenti agricoli produrrà, secondo quanto sostenuto da “OnFarm” (un provider di sistemi di connessione per l’agricoltura) una media di 4,1 milioni di dati per azienda agricola prima del 2050. (Digital Transformation Monitor Industry 4.0 in agriculture: Focus on IoT aspects - EC)
Il trattore e gli attrezzi che vi sono collegati sono strumenti abituali dell’agricoltura e aiutano chi lavora nei campi a faticare di meno. La connettività e le tecnologie di geolocalizzazione (GPS) possono ottimizzare l’uso di questi strumenti agricoli ma il pacchetto, obbligatorio per certe case costruttrici, lo paghi a parte e costa intorno agli 8.000€.
Considerando che i calcoli universitari ci dicono che si possono risparmiare una decina di euro ad ettaro di carburante con l’ottimizzazione dei percorsi di lavorazione, ci vogliono 8 anni di lavoro in un’azienda che fa lavorazioni per 100 ettari. In Italia le aziende che hanno oltre 100 ettari di superficie agricola sono poco più di 17.000 su 1,5 milioni di aziende (ISTAT)!
L’industria europea delle macchine agricole occupa circa 135.000 persone, produce un volume di circa 26 miliardi di euro ma i trattori sono difficili da cambiare, costano cari. In Germania l’età media dei trattori è (2020) 27,5 anni. Allora l’agricoltura 4.0 a quali aziende agricole si rivolge?
C’è altro. La dematerializzazione di attività e oggetti o forme di vita, crea valore alle informazioni tratte dai dati digitalizzati. Questa è una risorsa nuova per produrre profitto dalle attività agricole, meglio che piantare patate. E non casualmente, nella descrizione dell’agricoltura di precisione che fa Monsanto/Bayer si insiste sulla necessità della costruzione della base dei dati aziendali sui miglioramenti ottenuti con le sementi utilizzate.
“Digital Sequence Information” – DSI, principalmente si riferisce alle informazioni sul DNA che vengono digitalizzate ed ha un valore fondamentale quando si tratta di informazioni sulla genetica di sementi o animali allevati. In particolare per le sementi consente attività che non richiedono più il controllo o la detenzione del materiale biologico. Il termine “DSI” attualmente non ha una definizione concordata tra i Governi.
Le differenze terminologiche nascondono un conflitto d’interesse difficilmente risolvibile: alcuni paesi e le industrie ritengono che DSI siano solo “dati” quindi come tali appartengono a chi li colleziona che ha diritto di farne l’uso che vuole, altri paesi ed i movimenti sociali ritengono, al contrario, che DSI siano la risorsa vivente da cui sono tratte le informazioni e che quindi il loro accesso ed uso siano strettamente regolamentatati, così come è regolamentato l’accesso alle sementi come base per la produzione di nuove varietà di sementi stesse.
Controllare le informazioni genetiche permette di controllare, attraverso l’edizione del genoma, la “creazione” di nuove varietà di sementi con l’uso di potenti motori di ricerca capaci di scovare caratteri utili per immettere sul mercato una novità, di imporre un diritto di proprietà industriale sul carattere contenuto nella nuova semente. Rafforzando così la concentrazione del potere di mercato nelle mani di poche gigantesche imprese a carattere transazionale (tra le 6 imprese sementiere più importanti del pianeta, quattro sono europee).
Inoltre, l’attuale dematerializzazione delle sementi genera una perdita inestimabile di tutte le informazioni genetiche non digitalizzabili. La FAO ritiene che il 75% della perdita di biodiversità coltivata sia dovuta alla diffusione di varietà commercialmente uniformi e stabili. Le centinaia di milioni di agricoltori che riproducono le loro sementi ogni anno creano molta più nuova diversità di qualche migliaio di ricercatori nei laboratori con attrezzature sofisticate.
Digitalizzare i trattori, digitalizzare le sementi, digitalizzare i processi produttivi, visioni vendute come la soluzione miracolosa per “modernizzare” l’agricoltura, un’agricoltura con sempre meno persone nei campi, artificializzata, standardizzata e sempre più simile ad un’industria metalmeccanica. Che cibo sarà capace di mettere nei nostri piatti?
Fonte
08/03/2021
I giganti della rete dietro la repressione in India; e poi nel mondo
Rispetto a ciò che sta accadendo in India, ciò che colpisce è il miope eurocentrismo di un gran parte del movimento ecologista – e non solo – occidentale, nonostante la repressione contro il vasto movimento che sostiene la lotta dei contadini indiani abbia coinvolto anche Disha Ravi – una ventenne fondatrice di Friday For Future – e la condivisione di massa di un “toolkit” (versione digitale di un manuale di base per l’attivismo politico) elaborato da Greta Thumberg.
Eppure il caso giudiziario della ventenne ecologista e dell’altra giovane sindacalista Nodeep Kaur sono solo la punta dell’iceberg della profonda torsione autoritaria in corso in India, nel tentativo di stroncare il più grande movimento sociale mondiale del XXI secolo.
Forniamo qualche cifra sulle due più recenti iniziative nazionali basandoci su ciò che riporta Monthly Review Online. Nella giornata di blocco stradale del 6 febbraio (chakka jaam) sono stati mobilitati milioni di contadini in più di 3.000 centri, di 600 distretti dell’Unione. Mentre alla giornata di blocco delle ferrovie (rail roko) del 18 febbraio sono stati interessati 600 centri, nella maggior parte degli Stati indiani. Come riporta la storica rivista statunitense: “è stato per l’India il blocco ferroviario più esteso della storia recente”.
Le questioni che vengono poste ci riguardano da vicino visto che, tra l’altro, l’India è un laboratorio per ciò che saranno le reti sociali statunitensi nel futuro e di come l’informazione sia diventata uno dei principali campi di battaglia nella guerra asimmetrica che contrappone le élite mondiali ed il resto del pianeta.
Mentre le élite europee dettano lo sviluppo economico dell’intera UE con gli investimenti green, in un impossibile tentativo di uscire dalla contraddizione ecologica per via capitalista, parte dell’ambientalismo continentale sembra tranquillamente cooptato dentro questa logica e chiamato in parte a co-gestire la futura governance dell’Unione.
L’ordine sembra perciò non disturbare il manovratore con la scocciatura di movimenti epocali – come quello indiano – che mettono radicalmente in discussione i pilastri della dittatura del capitale monopolistico, nonché i suoi assi di sviluppo post-pandemici in settori chiave, e non solo in agricoltura.
Con questa “rimozione” complice risulta molto più facile far passare il binomio “digitalizzazione più transizione ecologica”, guidata dalle stesse multinazionali, come il migliore dei mondi possibili per le umane sorti e progressive, e non la distopia concreta del Capitale.
Un caso paradigmatico, nel nostro ridotto nazionale, è il fulmineo innamoramento dei “pentastellati” per Mario Draghi, ora tesi ad occupare uno spazio politico ecologista ma “compatibilista”, e non più di rottura, che stava già espandendosi nell’Europa pre-pandemica.
Peccato che proprio l’Unione Europea abbia scelto come consulenti per impostare le proprie politiche di investimento sostenibile niente meno che il più grande gestore di fondi di investimento del mondo: BlackRock.
Torniamo però all’India, anche perché parlare del Paese asiatico ci permette di comprendere cosa ci aspetta qui.
Quello a cui stiamo assistendo è un movimento che mette in evidenza le connessioni profonde tra il regime di proprietà della terra e la questione dell’emergenza climatica, nonché la questione di genere.
Le contadine e le attiviste, infatti, con il loro protagonismo, stanno mutando profondamente la cultura patriarcale indiana specie in quegli stati che sono il bastione dell’attuale movimento contadino: Punjab, Haryana e Uttar Pradesh. Un dato fornito da Oxfam India fotografa l’attuale situazione: le donne lavorano prevalentemente in agricoltura, fianco a fianco agli uomini (oltre a sobbarcarsi il lavoro domestici e di riproduzione sociale). Per la precisione sono l’85% della popolazione femminile totale, ma solo il 13% possiede la terra che coltiva.
Come ha dichiarato Jasbir Kaur Nat, del Punjab Kisan Union, in una intervista al Time: “le donne stanno cambiando le donne qui”, riferendosi ai vari presidi alle porte di Nuova Delhi che contadini e contadine hanno stabilito dal 26 novembre scorso.
Una vera e propria rivoluzione culturale, quindi, ma che non sembra interessare molto il femminismo mainstream.
L’articolo che abbiamo qui tradotto mette in evidenza le connessioni tra l’attuale governo indiano in mano ai nazionalisti indù – filiazione politica di un movimento che affonda le sue radici storiche direttamente nelle formazioni affini al nazi-fascismo tra le due Guerre Mondiali – con gli apparati polizieschi che si comportano come “braccio armato” dell’esecutivo ed i giganti statunitensi della rete informatica.
Questi ultimi hanno costruito negli anni un evidente “falso ideologico” sulla libertà d’informazione digitale, funzionale però all’uso impulsivo-compulsivo dei servizi di loro proprietà che hanno antropologicamente cambiato il nostro modo di comunicare.
O, per dirla con le parole di Naomi Klein:
“Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, questa tra il governo nazionalista indù – sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi – e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale delle forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia".
Una campagna d’odio con precise ricadute pratiche, che fa sembrare le vicende comunicative della bestia salviniana una smargiassata con mezzi artigianali.
La digitalizziazione, insieme alla riforma agraria (ovviamente pubblicizzata in versione green) contro cui stanno lottando gli agricoltori, e lo stravolgimento della legislazione sul lavoro – oltre alla privatizzazione di settori storicamente in mano statale (come quello bancario) – fanno parte dei progetti di “riforma” che il governo del BJP di Modi vuole portare avanti per consentire un “salto di qualità” al suo paese nella competizione internazionale.
Tutto questo favorendo ulteriormente le poco più di 100 famiglie di multimiliardari locali, che controllano l’economia indiana ed il capitale multinazionale, in particolare quello anglo-americano, e allo stesso tempo sbarrando la strada ai cinesi.
Gli ambiziosi progetti di digitalizzazione ed i fortissimi interessi delle multinazionali informatiche, in un mercato in cui altri attori (cinesi ed europei) rischiano in prospettiva di soppiantare l’egemonia statunitense – mentre sta partendo una riconfigurazione complessiva della rete e delle tecnologie hardware (G5 e cavi sottomarini, tra gli altri), l’“Internet delle cose”, dall’intelligenza artificiale alla robotica – si saldano nel legittimare la più gigantesca campagna di odio promossa dall’esecutivo indiano. E allo stesso tempo, non solo la negazione della “libera espressione” digitale, ma la caccia alle streghe poliziesca grazie alle reti informatiche.
Come spiega sempre Klein: “La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina”.
È per questo che le campagne d’odio promosse dal governo indiano e le sue teorie cospirazioniste, elette a paradigmi di interpretazione dominante – in un paese di quasi un miliardo e quattrocento milioni di persone – sono promosse e non combattute dai giganti della Silicon Valley.
Questi piani economici si intrecciano con le aspirazioni geopolitiche indiane, tese a contrastare innanzitutto la Cina, in una sempre maggiore convergenza con i piani neo-egemonici di Washington, che mirano a fare di Nuova Delhi il perno del rinnovamento della politica obamiana del “Pivot to Asia” e del sempre più marcato contrasto alla Repubblica Popolare nel quadrante Indo-Pacifico.
Un paradigma, quello dell’Indo-Pacifico che gli strateghi di Washingon hanno mutuato tra l’altro – allargandone il perimetro – dalla geopolitica indiana.
La dinamica di “deconnessione” indiana dal vicino cinese, per quanto riguarda alcuni settori strategici, è apparsa una necessità da quando il lockdown imposto a Wuhan all’inizio del 2000, e la quasi paralisi dell’economia della Repubblica Popolare, hanno mostrato con evidenza empirica la sostanziale dipendenza dell’India da Pechino.
Questi sono gli elementi di un quadro complesso, ma chiarissimo, che ci spingono ad interrogarci anche sul ruolo ruolo strategico dell’informazione e dei mezzi che dobbiamo forgiare per affrontare la sfida. Quella che, nonostante tutte le difficoltà, i contadini e gli attivisti indiani stanno vincendo con l’impatto che il movimento di massa sta avendo su tutta la società indiana e le le sue dinamiche politiche più complessive.
Buona lettura.
Eppure il caso giudiziario della ventenne ecologista e dell’altra giovane sindacalista Nodeep Kaur sono solo la punta dell’iceberg della profonda torsione autoritaria in corso in India, nel tentativo di stroncare il più grande movimento sociale mondiale del XXI secolo.
Forniamo qualche cifra sulle due più recenti iniziative nazionali basandoci su ciò che riporta Monthly Review Online. Nella giornata di blocco stradale del 6 febbraio (chakka jaam) sono stati mobilitati milioni di contadini in più di 3.000 centri, di 600 distretti dell’Unione. Mentre alla giornata di blocco delle ferrovie (rail roko) del 18 febbraio sono stati interessati 600 centri, nella maggior parte degli Stati indiani. Come riporta la storica rivista statunitense: “è stato per l’India il blocco ferroviario più esteso della storia recente”.
Le questioni che vengono poste ci riguardano da vicino visto che, tra l’altro, l’India è un laboratorio per ciò che saranno le reti sociali statunitensi nel futuro e di come l’informazione sia diventata uno dei principali campi di battaglia nella guerra asimmetrica che contrappone le élite mondiali ed il resto del pianeta.
Mentre le élite europee dettano lo sviluppo economico dell’intera UE con gli investimenti green, in un impossibile tentativo di uscire dalla contraddizione ecologica per via capitalista, parte dell’ambientalismo continentale sembra tranquillamente cooptato dentro questa logica e chiamato in parte a co-gestire la futura governance dell’Unione.
L’ordine sembra perciò non disturbare il manovratore con la scocciatura di movimenti epocali – come quello indiano – che mettono radicalmente in discussione i pilastri della dittatura del capitale monopolistico, nonché i suoi assi di sviluppo post-pandemici in settori chiave, e non solo in agricoltura.
Con questa “rimozione” complice risulta molto più facile far passare il binomio “digitalizzazione più transizione ecologica”, guidata dalle stesse multinazionali, come il migliore dei mondi possibili per le umane sorti e progressive, e non la distopia concreta del Capitale.
Un caso paradigmatico, nel nostro ridotto nazionale, è il fulmineo innamoramento dei “pentastellati” per Mario Draghi, ora tesi ad occupare uno spazio politico ecologista ma “compatibilista”, e non più di rottura, che stava già espandendosi nell’Europa pre-pandemica.
Peccato che proprio l’Unione Europea abbia scelto come consulenti per impostare le proprie politiche di investimento sostenibile niente meno che il più grande gestore di fondi di investimento del mondo: BlackRock.
Torniamo però all’India, anche perché parlare del Paese asiatico ci permette di comprendere cosa ci aspetta qui.
Quello a cui stiamo assistendo è un movimento che mette in evidenza le connessioni profonde tra il regime di proprietà della terra e la questione dell’emergenza climatica, nonché la questione di genere.
Le contadine e le attiviste, infatti, con il loro protagonismo, stanno mutando profondamente la cultura patriarcale indiana specie in quegli stati che sono il bastione dell’attuale movimento contadino: Punjab, Haryana e Uttar Pradesh. Un dato fornito da Oxfam India fotografa l’attuale situazione: le donne lavorano prevalentemente in agricoltura, fianco a fianco agli uomini (oltre a sobbarcarsi il lavoro domestici e di riproduzione sociale). Per la precisione sono l’85% della popolazione femminile totale, ma solo il 13% possiede la terra che coltiva.
Come ha dichiarato Jasbir Kaur Nat, del Punjab Kisan Union, in una intervista al Time: “le donne stanno cambiando le donne qui”, riferendosi ai vari presidi alle porte di Nuova Delhi che contadini e contadine hanno stabilito dal 26 novembre scorso.
Una vera e propria rivoluzione culturale, quindi, ma che non sembra interessare molto il femminismo mainstream.
L’articolo che abbiamo qui tradotto mette in evidenza le connessioni tra l’attuale governo indiano in mano ai nazionalisti indù – filiazione politica di un movimento che affonda le sue radici storiche direttamente nelle formazioni affini al nazi-fascismo tra le due Guerre Mondiali – con gli apparati polizieschi che si comportano come “braccio armato” dell’esecutivo ed i giganti statunitensi della rete informatica.
Questi ultimi hanno costruito negli anni un evidente “falso ideologico” sulla libertà d’informazione digitale, funzionale però all’uso impulsivo-compulsivo dei servizi di loro proprietà che hanno antropologicamente cambiato il nostro modo di comunicare.
O, per dirla con le parole di Naomi Klein:
“Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, questa tra il governo nazionalista indù – sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi – e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale delle forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia".
Una campagna d’odio con precise ricadute pratiche, che fa sembrare le vicende comunicative della bestia salviniana una smargiassata con mezzi artigianali.
La digitalizziazione, insieme alla riforma agraria (ovviamente pubblicizzata in versione green) contro cui stanno lottando gli agricoltori, e lo stravolgimento della legislazione sul lavoro – oltre alla privatizzazione di settori storicamente in mano statale (come quello bancario) – fanno parte dei progetti di “riforma” che il governo del BJP di Modi vuole portare avanti per consentire un “salto di qualità” al suo paese nella competizione internazionale.
Tutto questo favorendo ulteriormente le poco più di 100 famiglie di multimiliardari locali, che controllano l’economia indiana ed il capitale multinazionale, in particolare quello anglo-americano, e allo stesso tempo sbarrando la strada ai cinesi.
Gli ambiziosi progetti di digitalizzazione ed i fortissimi interessi delle multinazionali informatiche, in un mercato in cui altri attori (cinesi ed europei) rischiano in prospettiva di soppiantare l’egemonia statunitense – mentre sta partendo una riconfigurazione complessiva della rete e delle tecnologie hardware (G5 e cavi sottomarini, tra gli altri), l’“Internet delle cose”, dall’intelligenza artificiale alla robotica – si saldano nel legittimare la più gigantesca campagna di odio promossa dall’esecutivo indiano. E allo stesso tempo, non solo la negazione della “libera espressione” digitale, ma la caccia alle streghe poliziesca grazie alle reti informatiche.
Come spiega sempre Klein: “La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina”.
È per questo che le campagne d’odio promosse dal governo indiano e le sue teorie cospirazioniste, elette a paradigmi di interpretazione dominante – in un paese di quasi un miliardo e quattrocento milioni di persone – sono promosse e non combattute dai giganti della Silicon Valley.
Questi piani economici si intrecciano con le aspirazioni geopolitiche indiane, tese a contrastare innanzitutto la Cina, in una sempre maggiore convergenza con i piani neo-egemonici di Washington, che mirano a fare di Nuova Delhi il perno del rinnovamento della politica obamiana del “Pivot to Asia” e del sempre più marcato contrasto alla Repubblica Popolare nel quadrante Indo-Pacifico.
Un paradigma, quello dell’Indo-Pacifico che gli strateghi di Washingon hanno mutuato tra l’altro – allargandone il perimetro – dalla geopolitica indiana.
La dinamica di “deconnessione” indiana dal vicino cinese, per quanto riguarda alcuni settori strategici, è apparsa una necessità da quando il lockdown imposto a Wuhan all’inizio del 2000, e la quasi paralisi dell’economia della Repubblica Popolare, hanno mostrato con evidenza empirica la sostanziale dipendenza dell’India da Pechino.
Questi sono gli elementi di un quadro complesso, ma chiarissimo, che ci spingono ad interrogarci anche sul ruolo ruolo strategico dell’informazione e dei mezzi che dobbiamo forgiare per affrontare la sfida. Quella che, nonostante tutte le difficoltà, i contadini e gli attivisti indiani stanno vincendo con l’impatto che il movimento di massa sta avendo su tutta la società indiana e le le sue dinamiche politiche più complessive.
Buona lettura.
*****
L’India prende di mira gli attivisti per il clima con l’aiuto dei colossi del Big Tech
L’India prende di mira gli attivisti per il clima con l’aiuto dei colossi del Big Tech
Giganti tecnologici come Google e Facebook sembrano aiutare e favorire una feroce campagna governativa contro gli attivisti indiani per il clima.
27 febbraio 2021
La confusione di telecamere che si sono accampate fuori dalla tentacolare prigione di Tihar di Delhi era il tipo di frenesia mediatica che ci si sarebbe aspettati da un primo ministro coinvolto in uno scandalo di appropriazione indebita, o forse una star di Bollywood intrappolata nel letto sbagliato.
Le telecamere stavano invece aspettando Disha Ravi, un’attivista vegana del clima di 22 anni amante della natura che contro ogni previsione si è trovata intrappolata in una saga legale orwelliana che include accuse di sedizione, istigazione e coinvolgimento in una cospirazione internazionale i cui elementi includono (ma non si limitano a): agricoltori indiani in rivolta, la popstar globale Rihanna, presunte trame contro lo yoga e la chai, separatismo Sikh, e Greta Thunberg.
Se si pensa che sembri inverosimile, beh, la pensava così anche il giudice che ha rilasciato Ravi dopo nove giorni di carcere sotto interrogatorio della polizia. Il giudice Dharmender Rana avrebbe dovuto decidere se a Ravi, una delle fondatrici del capitolo indiano di Fridays For Future – il gruppo giovanile per il clima fondato da Thunberg – dovesse continuare a essere negata la cauzione. Stabilì che non c’era motivo di negare la cauzione, il che sgombrò la strada al ritorno di Ravi nella sua casa di Bengaluru (nota anche come Bangalore) quella stessa notte.
Ma il giudice ha anche sentito la necessità di andare molto oltre, di emettere una sentenza di 18 pagine impietose su questo caso, che ha attanagliato i media indiani per settimane, emettendo il suo verdetto personale sulle varie spiegazioni fornite dalla polizia di Delhi per il motivo per cui Ravi era stata arrestata in primo luogo.
Le prove della polizia contro la giovane attivista per il clima sarebbero, testuali parole, “imprecise“, e non c’è “nemmeno uno straccio” di prova a sostegno delle affermazioni di sedizione, istigazione o cospirazione che sono state usate contro di lei e almeno altri due giovani attivisti.
Benché l’accusa del complotto internazionale sembri cadere a pezzi, l’arresto di Ravi ha messo in luce un diverso tipo di collusione, quella tra il governo nazionalista indù sempre più oppressivo e antidemocratico del primo ministro Narendra Modi e le aziende della Silicon Valley, i cui strumenti e piattaforme sono diventati il mezzo principale per le forze governative per incitare all’odio contro minoranze e critici vulnerabili – e per la polizia di intrappolare attivisti pacifici come Ravi in una rete digitale ad alta tecnologia.
Il caso contro Ravi e i suoi “seguaci” si basa interamente sugli usi di routine di noti strumenti digitali: gruppi WhatsApp, un Google Doc modificato collettivamente, un incontro privato Zoom e diversi tweet di alto profilo, presunte prove in una caccia all’attivista sponsorizzata dallo stato e amplificata dai media.
Allo stesso tempo, proprio questi strumenti sono stati utilizzati in una campagna di messaggistica coordinata pro-governativa per indirizzare l’opinione pubblica contro i giovani attivisti e il movimento degli agricoltori da loro sostenuto, tutto questo spesso in palese violazione dei limiti che le società di social media affermano di aver eretto per prevenire violenti incitamenti sulle loro piattaforme.
In una nazione in cui l’odio virtuale si è ribaltato con frequenza agghiacciante nei pogrom reali che prendono di mira donne e minoranze, i sostenitori dei diritti umani avvertano che l’India è sull'orlo di una terribile violenza, forse anche il tipo di spargimento di sangue genocida che i social media hanno aiutato e favorito contro i Rohingya in Myanmar.
Attraverso tutto questo, i giganti della Silicon Valley sono rimasti eloquentemente silenziosi, la loro famosa devozione alla libertà di espressione, così come il loro ritrovato impegno nella lotta contro l’incitamento all’odio e le teorie cospirative, non si trova, in India, da nessuna parte.
Al suo posto c’è una crescente e agghiacciante complicità con la guerra dell’informazione di Modi, una collaborazione che è pronta a essere fissata in base a una nuova legge draconiana sui media digitali che renderà illegale per le aziende tecnologiche rifiutarsi di cooperare con le richieste del governo di eliminare il materiale incriminato o di violare la privacy degli utenti della rete.
La complicità nelle violazioni dei diritti umani, a quanto pare, è il prezzo per mantenere l’accesso al più grande mercato di utenti di media digitali al di fuori della Cina.
Dopo alcune prime resistenze da parte dell’azienda, gli account Twitter critici nei confronti del governo Modi sono scomparsi a centinaia senza spiegazioni; i funzionari governativi impegnati nell’esplicito incitamento all’odio su Twitter e Facebook sono stati autorizzati a continuare a violare chiaramente le politiche delle aziende; e la polizia di Delhi si vanta di ottenere una collaborazione proficua da Google mentre sorvegliano le comunicazioni private di attivisti pacifici per il clima come Ravi.
“Il silenzio di queste aziende è eloquente”, mi ha detto un attivista per i diritti digitali, chiedendo l’anonimato per paura di essere punito “Devono prendere posizione, e devono farlo ora”.
Il primo ministro Modi prevede di collegare 600.000 villaggi attraverso l’India usando il cavo in fibra ottica come parte del suo “sogno” di espandere l’economia della più grande democrazia del mondo per 20 trilioni di dollari.
Indicato dalla stampa indiana in vari modi, come il “caso toolkit”, il “toolkit Greta” e la “cospirazione del toolkit”, l’indagine della polizia in corso su Ravi, insieme ai colleghi attivisti Nikita Jacob e Shantanu Muluk, si concentra sul contenuto di una guida sui social media che Thunberg ha twittato ai suoi quasi 5 milioni di follower all’inizio di febbraio.
Quando Ravi è stata arrestata, la polizia di Delhi ha dichiarato che “è un’editor del Toolkit Google Doc e cospiratrice chiave nella formulazione e diffusione del documento. Ha iniziato sui gruppi WhatsApp e ha collaborato per creare il documento Toolkit. Ha lavorato a stretto contatto con loro per redigere il Doc“.
Il kit non era altro che un Google Doc messo insieme da una collezione ad hoc di attivisti in India e pensato per generare sostegno al movimento degli agricoltori che da mesi sta organizzando proteste enormi e implacabili.
Gli agricoltori si oppongono a una serie di nuove leggi agricole che il governo di Modi ha promosso sotto la copertura della pandemia di coronavirus. Al centro delle proteste c’è la convinzione che, eliminando le protezioni dei prezzi di lunga data per le colture e aprendo il settore agricolo a maggiori investimenti privati, i piccoli agricoltori dovranno affrontare una “condanna a morte”, e le terre fertili dell’India cadranno nelle mani di alcuni grandi attori aziendali.
Molti non agricoltori hanno cercato svariati modi per aiutare il movimento, sia in India che nella diaspora globale dell’Asia meridionale. Il movimento per il clima guidato dai giovani ha sentito una particolare responsabilità nel farsi avanti. Come ha detto Ravi in tribunale, sostiene gli agricoltori “perché sono il nostro futuro, e tutti abbiamo bisogno di mangiare“.
E ha anche indicato una connessione con la questione climatica. Siccità, ondate di calore e inondazioni sono diventate tutte più intense negli ultimi anni, e gli agricoltori indiani sono in prima linea e spesso perdono le loro colture e mezzi di sostentamento, esperienze che Ravi conosce in prima persona, come testimonia la lotta dei suoi nonni contro le calamità climatiche.
Allo stesso modo di innumerevoli documenti di questo tipo dell’era dell’organizzazione digitale, il toolkit al centro di questa controversia contiene un insieme di suggerimenti familiari su come le persone possono esprimere la loro solidarietà agli agricoltori indiani, principalmente sui social media.
“Twitta il tuo sostegno agli agricoltori indiani. Usa hashtag #FarmersProtest #StandWithFarmers”; scattare una foto o un video di te stesso dicendo che sostieni gli agricoltori; firmare una petizione; scrivere al vostro rappresentante; partecipare a un “tweetstorm” o “digital strike”; partecipare a una delle proteste di persona, sia all’interno dell’India che presso un’ambasciata indiana nel vostro paese; per saperne di più partecipando a una sessione di informazioni Zoom. Una prima versione del documento (presto cancellata) parlava di sfidare la pace e l’amore dell’India, l’immagine pubblica dello “yoga & chai“.
Praticamente ogni grande campagna attivista genera guide pratiche esattamente come questa. La maggior parte delle organizzazioni non governative di medie dimensioni ha qualcuno il cui compito è redigere tali documenti e inviarli a potenziali sostenitori e “influencer”. Se sono illegali, allora l’attivismo contemporaneo stesso è illegale.
Se Ravi è stata arrestata e imprigionata per un presunto ruolo di editor del toolkit, è perché la si vuole criminalizzare per aver fatto sembrare l’India cattiva di fronte al mondo. In base a tale definizione, tutte le attività internazionali in materia di diritti umani dovrebbero essere chiuse, poiché tale lavoro raramente pone i governi sotto una luce lusinghiera.
Su questa contraddizione ha insistito il giudice che si è pronunciato sulla cauzione di Ravi: “I cittadini sono portatori di una coscienza propria in qualsiasi Nazione democratica. Non possono essere messi dietro le sbarre semplicemente perché scelgono di non essere d’accordo con le politiche statali”, ha scritto. Per quanto riguarda la condivisione del toolkit con Thunberg, “la libertà di parola e di espressione include il diritto di cercare un pubblico globale”.
Sembra ovvio. Eppure in qualche modo questo documento relativamente innocuo è stato collegato da più funzionari governativi come qualcosa di molto più nefasto. Il generale VK Singh, ministro di Stato di Modi per il trasporto su strada e le autostrade, ha scritto in un post su Facebook che il toolkit “ha rivelato i veri progetti di una cospirazione a livello internazionale contro l’India. Necessità di indagare sulle parti che tirano le fila di questo apparato malvagio. Sono state fornite istruzioni chiare sul “come”, “quando” e “cosa”. Cospirazioni di queste dimensioni vengono scoperte sempre più spesso”.
La polizia di Delhi prese rapidamente spunto e si premurò di trovare prove di questa cospirazione internazionale per “diffamare il paese” e minare il governo, usando una legge draconiana di sedizione dell’era coloniale. Ma non si è fermato qui.
Il toolkit è anche accusato di far parte di un complotto segreto per rompere l’India e formare uno stato sikh chiamato Khalistan, perché un indo-canadese con sede a Vancouver, che ha contribuito a metterlo insieme ha espresso una certa simpatia per l’idea di una patria sikh indipendente (non un crimine e non menzionato da nessuna parte nel toolkit). E, sorprendentemente, per un Google Doc che la polizia sostiene sia stato scritto principalmente in Canada, questo stesso toolkit è accusato di istigazione e possibilmente complotto violento durante un “raduno dei trattori” dei grandi agricoltori a Delhi il 26 gennaio.
Per settimane, queste affermazioni sono diventate virali online, in gran parte nell’ambito di campagne di hashtag coordinate e guidate dal Ministero degli Affari Esteri indiano e riportate fedelmente dalle più importanti star di Bollywood e del cricket. Anil Vij, un ministro del governo nello stato di Haryana, ha twittato in hindi che “chiunque abbia nella testa semi di antinazionalismo deve essere distrutto fin dalle radici, sia essa #Disha_Ravi o chiunque altro“.
Quando è stato messo all’indice come un ovvio esempio di incitamento all’odio da parte di una figura potente, Twitter ha affermato che il post non violava le sue politiche e lo ha lasciato sulla piattaforma.
La stampa e la radio indiane hanno ripetuto inesorabilmente le assurde accuse di sedizione, con oltre 100 stories su Ravi e il toolkit che è apparso sul Times of India. I notiziari televisivi hanno pubblicato delle rivelazioni in stile cronaca nera sulla “cospirazione” del toolkit internazionale. Non sorprende che la rabbia si sia riversata nelle strade, con le foto di Thunberg e Rihanna (che hanno anche twittato a sostegno dei contadini) bruciate durante le manifestazioni nazionaliste.
Lo stesso Modi si è pronunciato, parlando di nemici che si sono “abbassati così in basso da non risparmiare nemmeno il tè indiano” – prendendo come riferimento la linea “tea & yoga” che è stata cancellata.
Poi, all’inizio di questa settimana, il caos inizia a placarsi. Rana, nell’ordine di rilascio di Ravi, ha scritto che “l’esame del suddetto ‘Toolkit’ rivela che qualsiasi incitamento a qualsiasi tipo di violenza è vistosamente assente“. Anche l’affermazione che il kit fosse un complotto secessionista era del tutto infondata, ha scritto, si è trattato di un’elaborata supposizione di colpa per associazione.
Per quanto riguarda l’accusa, secondo cui la diffusione di informazioni critiche sul trattamento riservato dall’India agli agricoltori e ai difensori dei diritti umani ed attivisti di spicco come Thunberg costituisce “sedizione”, il giudice è stato particolarmente duro. “Il reato di sedizione non può essere invocato per guarire la vanità ferita dei governi“.
Il caso è in corso, ma la sentenza rappresenta un duro colpo per il governo e una rivendicazione per il movimento contadino e le campagne di solidarietà che lo sostengono. Tuttavia, non è certo una vittoria. Anche se il caso del toolkit perde forza a causa dello schiaffo del giudice, è solo una delle centinaia di campagne che il governo indiano sta conducendo per dare la caccia ad attivisti, organizzatori e giornalisti.
Anche la sindacalista Nodeep Kaur, un anno più grande di Ravi, è stata incarcerata per il suo sostegno agli agricoltori. Appena rilasciata su cauzione, Kaur ha affermato in tribunale di essere stata duramente picchiata mentre era in custodia di polizia. Nel frattempo, centinaia di contadini rimangono dietro le sbarre e alcuni degli arrestati sono scomparsi.
Il progetto politico di Modi rappresenta una potente fusione dello sciovinismo indù scatenato con il potere aziendale altamente concentrato. Gli agricoltori sfidano questo duplice progetto, sia nella loro insistenza sul fatto che il cibo dovrebbe rimanere al di fuori delle logiche di mercato, sia nella comprovata capacità del movimento di costruire potere attraverso le divisioni religiose, etniche e geografiche che sono la linfa vitale dell’ascesa al potere di Modi.
Ravinder Kaur, professore all’Università di Copenaghen e autore di “Brand New Nation: Capitalist Dreams and Nationalist Designs in Twenty-First-Century India“, scrive che quella degli agricoltori è “forse la più grande mobilitazione di massa nella storia dell’India postcoloniale, che abbraccia le popolazioni rurali e urbane e unisce la rivolta contro il capitalismo deregolamentato alla lotta per le libertà civili“.
Per la potente fusione di Modi tra il capitale transnazionale e uno stato ipernazionalista, “la mobilitazione contro la legge agricola rappresenta la sfida più sostenuta e diretta contro questa alleanza fino ad ora“.
Le proteste degli agricoltori a Delhi e dintorni sono state accolte con cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e arresti di massa. Ma gli agricoltori continuano ad accorere, in troppi per essere sconfitti solo con la forza. Questo è il motivo per cui il governo di Modi è stato così determinato a trovare stratagemmi per minare il movimento e sopprimere il suo messaggio, bloccando ripetutamente Internet prima delle proteste e facendo pressioni con successo su Twitter per cancellare oltre un migliaio di account a favore degli agricoltori. È anche il motivo per cui Modi ha cercato di infangare le acque con racconti di strumenti subdoli e cospirazioni internazionali.
Una lettera aperta firmata da dozzine di attivisti ecologisti indiani dopo l’arresto di Ravi ha sottolineato questo punto: “Le attuali azioni del governo centrale sono tattiche diversive per distrarre le persone da questioni reali come il costo sempre crescente del carburante e dei prodotti essenziali, la disoccupazione diffusa e l’angoscia causate dal lockdown senza un piano e dalla situazione allarmante dell’ambiente”.
Questa è una ricerca di un diversivo politico, in altre parole, che aiuta a spiegare come una semplice campagna di solidarietà sia stata mistificata in un complotto segreto per distruggere l’India e incitare alla violenza dall’estero.
Il governo di Modi sta tentando di trascinare il dibattito pubblico lontano dal terreno in cui è palesemente debole – soddisfare i bisogni fondamentali delle persone durante una crisi economica e una pandemia – e spostarlo sul terreno su cui prospera ogni progetto etno-nazionalista: noi contro loro, addetti ai lavori contro estranei, patrioti contro traditori sediziosi.
In questa manovra, Ravi e il più ampio movimento giovanile per il clima erano semplicemente danni collaterali.
Eppure, il danno fatto è considerevole, non solo perché gli interrogatori sono in corso e il ritorno in prigione di Ravi rimane decisamente probabile. Come afferma la lettera congiunta degli attivisti ambientali indiani, il suo arresto e la detenzione hanno già raggiunto uno scopo: “L’azione del governo è chiaramente focalizzata nel terrorizzare e traumatizzare questi giovani coraggiosi per aver detto la verità al potere, equivale a impartire loro una lezione”.
Il danno ancora più ampio è il raffreddamento che l’intera controversia sui toolkit ha posto al dissenso politico in India – con la silenziosa complicità delle società tecnologiche che una volta pubblicizzavano i loro poteri per aprire società chiuse su se stesse e diffondere la democrazia in tutto il mondo. Come dice un titolo, “L’arresto di Disha Ravi mette in dubbio la privacy di tutti gli utenti di Google India”.
In effetti, il dibattito pubblico è stato così profondamente compromesso che molti attivisti in India stanno entrando in clandestinità, cancellando i propri account sui social media per proteggersi. Persino i difensori dei diritti digitali diffidano dall’essere citati.
Chiedendo di non essere nominato, un ricercatore in ambito legale ha descritto una pericolosa convergenza tra un governo esperto nella guerra dell’informazione e le società di social media basate sulla massimizzazione dell’impegno per estrarre i dati dei propri utenti: “Tutto questo deriva da un più forte uso delle piattaforme di social media da parte del status quo, qualcosa che non era presente prima. Ciò è ulteriormente aggravato dalla tendenza di queste aziende a dare la priorità a contenuti più virali ed estremisti, che consente loro di monetizzare l’attenzione degli utenti, a vantaggio dei loro profitti“.
Dal suo arresto, le viscere della vita digitale privata di Ravi sono state messe a disposizione di tutti, raccolte da voraci media nazionali. Programmi televisivi e giornali ossessionati dai suoi messaggi di testo privati a Thunberg e da altre comunicazioni tra attivisti che non facevano altro che modificare un opuscolo online.
La polizia, nel frattempo, ha ripetutamente insistito sul fatto che la decisione di Ravi di eliminare un gruppo WhatsApp era la prova che aveva commesso un crimine, piuttosto che una risposta razionale ai tentativi del governo di trasformare la pacifica organizzazione digitale in un’arma diretta contro i giovani attivisti.
Gli avvocati di Ravi hanno chiesto al tribunale di ordinare alla polizia di smettere di far trapelare le sue comunicazioni private alla stampa – informazioni che apparentemente provengono dal sequestro di telefoni e computer. Volendo ancora più informazioni private per le loro indagini, la polizia di Delhi ha anche presentato richieste a diverse importanti società tecnologiche.
Hanno chiesto a Zoom di rivelare l’elenco dei partecipanti a una riunione di attivisti privati che dicono si riferisca al toolkit; la polizia ha fatto diverse richieste a Google per informazioni su come il toolkit è stato pubblicato e condiviso. E secondo le notizie, la polizia ha chiesto anche a Instagram (di proprietà di Facebook) e Twitter informazioni relative al toolkit.
Non è chiaro quali società abbiano risposto e in quale misura. La polizia ha pubblicamente propagandato la collaborazione di Google, ma Google e Facebook non hanno risposto alla richiesta di commento di The Intercept. Zoom e Twitter hanno fatto riferimento alle loro politiche aziendali, in cui si afferma che rispetteranno le leggi nazionali.
Il che potrebbe essere il motivo per cui il governo Modi ha scelto questo momento per introdurre una nuova serie di regolamenti che gli conferirebbero livelli di controllo sui media digitali così draconiani da avvicinarsi al grande firewall cinese. Il 24 febbraio, il giorno dopo il rilascio di Ravi dal carcere, Reuters ha riferito delle “Linee guida per gli intermediari e codice etico per i media digitali” pianificate dal governo Modi.
Le nuove regole richiederanno alle società di media di rimuovere i contenuti che mettono a repentaglio “la sovranità e l’integrità dell’India” entro 36 ore dal relativo ordine del governo – una definizione così ampia che potrebbe facilmente includere offese contro lo yoga e il chai.
Il nuovo codice afferma inoltre che le società di media digitali devono collaborare con le richieste di informazioni sui propri utenti da parte del governo e della polizia entro 72 ore. Ciò include le richieste di rintracciare la fonte originaria di “informazioni pericolose” su piattaforme e forse anche app di messaggistica crittografate.
Il nuovo codice viene introdotto nel nome della protezione della società eterogenea dell’India e del blocco dei contenuti volgari. “Un editore deve tenere in considerazione il contesto multirazziale e multireligioso dell’India ed esercitare la dovuta cautela e discrezione quando presenta le attività, le credenze, le pratiche o le opinioni di qualsiasi gruppo razziale o religioso”, afferma la bozza delle regole.
In pratica, tuttavia, il BJP ha uno degli eserciti di troll più sofisticati del pianeta, i suoi stessi politici sono stati i promotori più rumorosi e aggressivi di discorsi d’odio diretti a minoranze vulnerabili e critici di ogni tipo. Per citare solo uno dei tanti esempi, diversi politici del BJP hanno partecipato attivamente a una campagna di disinformazione sostenendo che i musulmani stavano deliberatamente diffondendo il Covid-19 come parte di una ”Jihad del covid”.
Ciò che un codice come questo farebbe è sancire per legge la doppia vulnerabilità digitale sperimentata da Ravi e altri attivisti: non sarebbero protetti dalle folle online sollevate da uno stato nazionalista indù, e non sarebbero protetti dalle ricerche di quello stesso stato pronto a violare la loro privacy digitale con qualsiasi pretesto.
Apar Gupta, direttore esecutivo del gruppo per i diritti digitali Internet Freedom Foundation, ha espresso particolare preoccupazione per parti del nuovo codice che potrebbero consentire ai funzionari governativi di rintracciare gli autori dei messaggi su piattaforme come WhatsApp. Questo, ha detto all’Associated Press, “mina i diritti degli utenti e può portare all’autocensura se gli utenti temono che le loro conversazioni non siano più private”.
Harsha Walia, direttrice esecutiva della British Columbia Civil Liberties Association e autrice di “Border and Rule: Global Migration, Capitalism, and the Rise of Racist Nationalism“, pone la terribile situazione in India in questo modo: “Le ultime normative proposte che richiedono alle compagnie di social media di collaborare con le forze dell’ordine indiane è un altro tentativo oltraggioso e antidemocratico da parte del governo fascista Hindu di Modi di sopprimere il dissenso, consolidare lo stato di sorveglianza e intensificare la violenza di Stato“.
Lei sostiene che questa ultima mossa del governo Modi deve essere intesa come parte di un modello molto più ampio di sofisticata guerra dell’informazione condotta dallo Stato indiano. “Tre settimane fa, il governo indiano ha chiuso Internet in alcune parti di Delhi per sopprimere le informazioni sulla protesta dei contadini; gli account sui social media di giornalisti e attivisti durante la protesta degli agricoltori e nella diaspora sikh sono stati sospesi; e le compagnie di Big Tech hanno collaborato con la polizia indiana in una serie di casi infondati ma agghiaccianti di sedizione. Negli ultimi quattro anni, il governo indiano ha ordinato oltre 400 chiusure di Internet e l’occupazione indiana del Kashmir è segnata da un prolungato assedio alle comunicazioni“.
Il nuovo codice, che avrà un impatto su tutti i media digitali, inclusi i siti di streaming e di notizie, entrerà in vigore entro i prossimi tre mesi. Alcuni produttori di media digitali in India sono contrariati. Siddharth Varadarajan, editor e fondatore di The Wire, giovedì scorso ha twittato che il nuovo codice “letale” è “volto a uccidere l’indipendenza dei media digitali dell’India. Questo tentativo di armare i burocrati con il potere di dire ai media cosa può e non può essere pubblicato non ha alcun fondamento giuridico“.
Non aspettatevi però ritratti di coraggio dalla Silicon Valley. Molti dirigenti tecnologici statunitensi si rammaricano delle prime decisioni, prese sotto la pressione dell’opinione pubblica e dei lavoratori, di rifiutarsi di cooperare con l’apparato cinese di sorveglianza di massa e censura: una scelta etica, ma che costa alle aziende come Google l’accesso a un mercato incredibilmente ampio e redditizio.
Queste aziende non sembrano disposte a fare di nuovo lo stesso tipo di calcolo. Come riportato dal Wall Street Journal lo scorso agosto, “l’India ha più utenti Facebook e WhatsApp di qualsiasi altro paese e Facebook l’ha scelta come mercato in cui introdurre pagamenti, crittografia e iniziative per tessere insieme i suoi prodotti in nuovi modi che l’AD Mark Zuckerberg ha detto che saranno alla base di Facebook per il prossimo decennio“.
Per le aziende tecnologiche come Facebook, Google, Twitter e Zoom, l’India di Modi si è trasformata in un duro momento di verità. In Nord America e in Europa, queste aziende stanno facendo di tutto per dimostrare che ci si può fidare di loro, regolando l’incitamento all’odio e le cospirazioni dannose sulle loro piattaforme, proteggendo al contempo la libertà di parola, dibattito e disaccordo che è parte integrante di qualsiasi società sana.
Ma in India, dove aiutare i governi a cacciare e imprigionare attivisti pacifici e ad amplificare l’odio sembra essere il prezzo per l’accesso a un mercato enorme e in crescita, “tutti questi argomenti sono usciti dalla discussione“, mi ha detto un attivista. E per una semplice ragione: “Stanno approfittando di questo danno collaterale“.
Fonte
Etichette:
Agricoltori,
BJP,
Censura,
Crisi sistemica,
Facebook,
Google,
India,
Internazionale,
Media,
Militanti,
Mistificazione,
Naomi Klein,
Narendra Modi,
Repressione,
Social media,
Twitter
13/02/2021
India - La lotta contadina smaschera il neo-liberismo
Dopo il blocco delle maggiori arterie stradali nazionali e statali nella giornata di sabato 6 febbraio in tutti gli Stati Indiani, la lotta degli agricoltori continua. Allo stesso tempo si intensifica la cappa repressiva con cui si sta caratterizzando l’azione dell’esecutivo.
Questo mercoledì Twitter ha ceduto alle minacce del governo indiano bloccando almeno cinquecento account legati alla lotta dei contadini.
Con tale scelta l’azienda con sede a San Francisco ha deciso di privilegiare i suoi possibili guadagni in un mercato di più di un miliardo e trecento milioni di persone rispetto alla “libertà di espressione”. Poco importa se nella vulgata liberal-democratica la libertà di esprimersi andrebbe a braccetto con tecnologie digitali occidentali.
Come riporta un articolo Karan Deep Singh sul New York Times: il Paese ha spedito 5.500 richieste legali, compresi ordini giudiziari, per bloccare i contenuti. Ha anche spedito 5.900 richieste per l’accesso alle informazioni personali degli utilizzatori dal gennaio 2012 al giugno 2020.
Praticamente un tracciamento di otto anni di quasi 6 mila attivisti!
Certamente nelle scelte dell’azienda oltre alle ragioni commerciali hanno influito anche ragioni geo-politiche, tenendo contro che il governo Modi sarà uno dei pilastri della strategia di contenimento della Cina in Asia della nuova amministrazione nord-americana.
È il secondo giro di vite imposto dal governo indiano, ben disposto ad usare due pesi e due misure: da un lato non fa nulla per fermare le campagne d’odio della destra indù che hanno ripetutamente portato a dei veri e propri massacri contro le “minoranze”, dall’altra mette in campo un ingombrante arsenale comunicativo contro gli agricoltori in lotta e chi li appoggia, tra cui tutte le formazioni del variegato ed influente panorama comunista indiano.
Modi ha messo in campo una pletora di strumenti fatti di censura vera e propria come nel caso di Twitter, o il taglio della connessione internet ai contadini accampati ai bordi di Nuova Delhi e di repressione delle esperienze giornalistiche che seguono da vicino la lotta dei contadini (The Wire, The Carnival e non ultimo Newsclick) spesso accusati di “sedizione”. L’esecutivo ha soprattutto articolato una campagna sistematica di disinformazione strategica nei confronti degli agricoltori attraverso i corporate media, la cui proprietà è saldamente in mano ad una manciata di miliardari indiani, gli stessi – guarda caso – che si avvantaggerebbero delle riforme legislative riguardanti l’agricoltura messe in discussione dalla lotta contadina.
L’ultimo caso di assalto all’informazione libera è stato il 9 febbraio contro Newsclick, importante punto di riferimento del giornalismo investigativo. Come ha dichiarato in un comunicato il sindacato dei giornalisti di Nuova Delhi (DUJ) : “Newsclick sta fornendo una piattaforma per dare spazio a giornalisti d’inchiesta come Paranjoy Guha Thakurta e trasmettere giornalisti come Abhisar Sharma e P.Sainath, tra gli altri. Ha anche seguito in maniera estensiva la lotta dei lavoratori agricoli negli ultimi due mesi. È divenuta una voce differente con notizie e analisi nazionali ed internazionali”.
L’8 febbraio Modi ha rincarato la dose d’odio in un intervento in parlamento in cui ha definito chi sta protestando né più né meno che un parassita (Andolan Jeevi in Indù), etichettando il variegato mondo degli militanti che sostengono i movimenti sociali come “cospiratori”, e stigmatizzando negativamente gli attivisti internazionali e le figure con un profilo pubblico che sostengono il movimento dei contadini, vettori di “una ideologia straniera distruttiva”.
È un linguaggio che precede il genocidio ha giustamente commentato il partito comunista indiano d’ispirazione maoista, CPIML.
Questo linguaggio bellico dà la cifra di come i due partiti che sostengono l’esecutivo di Modi (BJP e RSS), stiano facendo letteralmente la guerra ai contadini – cioè a più della metà della popolazione dell’Unione – senza che nessuna anima democratica alle nostre latitudini si stia strappando le vesti di fronte alle numerosi violazioni dei più elementari diritti umani.
È dire che le parole della scrittrice ed attivista Arundhati Roy, universalmente conosciuta anche in Italia, sono state come sempre chiarissime a riguardo e che anche l’attivista Greta Thunberg ha apertamente preso posizione a favore degli agricoltori. Un silenzio assordante, quello dei nostri media, di cui cerchiamo di non essere complici.
Abbiamo tradotto questo contributo, scritto da uno dei maestri del giornalismo d’inchiesta indiano, nonché uno dei più profondi conoscitori del mondo agricolo del Paese, pubblicato proprio su uno dei giornali presi di mira da Modi. Quella “distruttiva ideologia straniera” di cui cerchiamo di essere vettori si chiama internazionalismo, specie contro quella mostruosa configurazione dell’establishment indiano che coniuga neo-liberalismo, nazionalismo hindu e torsione autoritaria dello Stato.
Buona Lettura.
Questo mercoledì Twitter ha ceduto alle minacce del governo indiano bloccando almeno cinquecento account legati alla lotta dei contadini.
Con tale scelta l’azienda con sede a San Francisco ha deciso di privilegiare i suoi possibili guadagni in un mercato di più di un miliardo e trecento milioni di persone rispetto alla “libertà di espressione”. Poco importa se nella vulgata liberal-democratica la libertà di esprimersi andrebbe a braccetto con tecnologie digitali occidentali.
Come riporta un articolo Karan Deep Singh sul New York Times: il Paese ha spedito 5.500 richieste legali, compresi ordini giudiziari, per bloccare i contenuti. Ha anche spedito 5.900 richieste per l’accesso alle informazioni personali degli utilizzatori dal gennaio 2012 al giugno 2020.
Praticamente un tracciamento di otto anni di quasi 6 mila attivisti!
Certamente nelle scelte dell’azienda oltre alle ragioni commerciali hanno influito anche ragioni geo-politiche, tenendo contro che il governo Modi sarà uno dei pilastri della strategia di contenimento della Cina in Asia della nuova amministrazione nord-americana.
È il secondo giro di vite imposto dal governo indiano, ben disposto ad usare due pesi e due misure: da un lato non fa nulla per fermare le campagne d’odio della destra indù che hanno ripetutamente portato a dei veri e propri massacri contro le “minoranze”, dall’altra mette in campo un ingombrante arsenale comunicativo contro gli agricoltori in lotta e chi li appoggia, tra cui tutte le formazioni del variegato ed influente panorama comunista indiano.
Modi ha messo in campo una pletora di strumenti fatti di censura vera e propria come nel caso di Twitter, o il taglio della connessione internet ai contadini accampati ai bordi di Nuova Delhi e di repressione delle esperienze giornalistiche che seguono da vicino la lotta dei contadini (The Wire, The Carnival e non ultimo Newsclick) spesso accusati di “sedizione”. L’esecutivo ha soprattutto articolato una campagna sistematica di disinformazione strategica nei confronti degli agricoltori attraverso i corporate media, la cui proprietà è saldamente in mano ad una manciata di miliardari indiani, gli stessi – guarda caso – che si avvantaggerebbero delle riforme legislative riguardanti l’agricoltura messe in discussione dalla lotta contadina.
L’ultimo caso di assalto all’informazione libera è stato il 9 febbraio contro Newsclick, importante punto di riferimento del giornalismo investigativo. Come ha dichiarato in un comunicato il sindacato dei giornalisti di Nuova Delhi (DUJ) : “Newsclick sta fornendo una piattaforma per dare spazio a giornalisti d’inchiesta come Paranjoy Guha Thakurta e trasmettere giornalisti come Abhisar Sharma e P.Sainath, tra gli altri. Ha anche seguito in maniera estensiva la lotta dei lavoratori agricoli negli ultimi due mesi. È divenuta una voce differente con notizie e analisi nazionali ed internazionali”.
L’8 febbraio Modi ha rincarato la dose d’odio in un intervento in parlamento in cui ha definito chi sta protestando né più né meno che un parassita (Andolan Jeevi in Indù), etichettando il variegato mondo degli militanti che sostengono i movimenti sociali come “cospiratori”, e stigmatizzando negativamente gli attivisti internazionali e le figure con un profilo pubblico che sostengono il movimento dei contadini, vettori di “una ideologia straniera distruttiva”.
È un linguaggio che precede il genocidio ha giustamente commentato il partito comunista indiano d’ispirazione maoista, CPIML.
Questo linguaggio bellico dà la cifra di come i due partiti che sostengono l’esecutivo di Modi (BJP e RSS), stiano facendo letteralmente la guerra ai contadini – cioè a più della metà della popolazione dell’Unione – senza che nessuna anima democratica alle nostre latitudini si stia strappando le vesti di fronte alle numerosi violazioni dei più elementari diritti umani.
È dire che le parole della scrittrice ed attivista Arundhati Roy, universalmente conosciuta anche in Italia, sono state come sempre chiarissime a riguardo e che anche l’attivista Greta Thunberg ha apertamente preso posizione a favore degli agricoltori. Un silenzio assordante, quello dei nostri media, di cui cerchiamo di non essere complici.
Abbiamo tradotto questo contributo, scritto da uno dei maestri del giornalismo d’inchiesta indiano, nonché uno dei più profondi conoscitori del mondo agricolo del Paese, pubblicato proprio su uno dei giornali presi di mira da Modi. Quella “distruttiva ideologia straniera” di cui cerchiamo di essere vettori si chiama internazionalismo, specie contro quella mostruosa configurazione dell’establishment indiano che coniuga neo-liberalismo, nazionalismo hindu e torsione autoritaria dello Stato.
Buona Lettura.
*****
Contadini ricchi, trame locali, stupidità locale
Contadini ricchi, trame locali, stupidità locale
È uno risultato stupefacente di questo governo, quello di aver unito un così ampio e variegato spettro di fasce sociali, anche quelle tradizionalmente antagoniste.
Tagliare l’acqua e l’elettricità a migliaia di esseri umani, esponendoli a seri pericoli per la salute, facendoli barricare all’interno di zone circoscritte dalla polizia e dai paramilitari, imponendo condizioni sanitarie inaccettabili, e rendendo impossibile ai giornalisti raggiungere i contadini in lotta, punendo un gruppo che ha già visto 200 dei suoi morire, molti per ipotermia, negli ultimi due mesi. In qualunque altra parte del mondo questa situazione sarebbe vista come un barbarico assalto ai diritti ed alla dignità umana.
Ma noi, il nostro governo e la classe dirigente, sono preoccupati da questioni ben più importanti. Ad esempio, come smontare la cospirazione delle temute terroriste globali, Rihanna e Greta Thunberg, mirata a diffamare ed umiliare la più grande nazione della terra.
Se fosse una fiction, sarebbe estremamente divertente. Come realtà, è semplicemente folle.
Sebbene tutto ciò sia scioccante, non dovrebbe comunque sorprendere. Anche quelli che hanno portato avanti lo slogan del “governo al minimo, massima governance” dovrebbero averlo capito ormai. Il vero patto prevedeva un governo al massimo della forza ed una governance al massimo della violenza. La cosa preoccupante è lo studiato silenzio di voci altrimenti articolate, alcune delle quali non si sono mai tirate indietro dalla difesa del potere e dal sostegno a certe leggi. Qualcuno potrebbe pensare che persino loro disapproverebbero questo quotidiano smantellamento della democrazia.
Ogni singolo membro del governo sa perfettamente qual è il vero ostacolo per la risoluzione della protesta dei contadini.
Sanno che non c’è mai stato alcun confronto con i contadini riguardo a queste tre leggi – nonostante i contadini lo stessero chiedendo dal giorno in cui hanno saputo che sarebbe state diffuse come ordinanze.
Non c’è stato alcun confronto con i contadini riguardo le tre leggi – nonostante l’agricoltura sia una questione di cui si deve occupare lo Stato in base alla costituzione. Non ce n’è stato alcun confronto neanche con i partiti di opposizione, o tra i parlamentari stessi.
I leader del Bharatiya Janata Party e i membri del governo sanno che non è avvenuto un confronto – perché non sono stati consultati neanche loro, né su questo né su altre importanti questioni. Il loro compito è quello di rimandare indietro le onde dell’oceano quando il leader lo ordina.
A questo punto, le onde sembrano cavarsela meglio del paese. Rakesh Tikait è una figura molto più influente oggi di quanto non lo fosse prima che il governo provasse a demolirlo. Il 25 gennaio si è svolta un’imponente protesta dei contadini nel Maharashtra. Ce ne sono state di grandi anche nel Rajasthan e nel Karnataka – dove è stato impedito l’ingresso ai trattori a Bengaluru – come anche nell’Andhra Pradesh ed altri stati. Nel Haryana, il governo si sta sforzando di restare attivo, trovandosi nella situazione in cui il primo ministro non è disposto a partecipare a incontri pubblici.
Nel Punjab, quasi ogni proprietario è solidale con i protestanti – molti sono tentati di affiancarsi a loro, alcuni lo stanno già facendo. Il BJP ha faticato a trovare candidati per le prossime elezioni locali fissate al 14 febbraio. Quelli che ha trovato – vecchi alleati – sono cauti nell’usare il simbolo del proprio partito. Nel frattempo, un’intera generazione di giovani è stata alienata, con serie conseguenze per il futuro.
È uno risultato stupefacente di questo governo, quello di aver unito un così ampio e variegato spettro di fasce sociali, anche quelle tradizionalmente antagoniste, come contadini e arthiyas (agenti di commissione).
Ha anche unito i Sikhs, Induisti, Musulmani, Jat e non-Jat, perfino i khaps e anche la moltitudine del Khan Market. Impressionante.
Ma delle voci, ormai assopite, hanno passato due mesi ad assicurarci che tutto questo “riguardava solamente il Punjab e Haryana”. Nessun altro era coinvolto. Non era veramente importante.
Divertente. L’ultima volta che una commissione, non nominata dalla Corte Suprema, ha verificato, sia il Punjab che l’Haryana erano parte dell’Unione Indiana. Si potrebbe quindi pensare che quello che accade in quei paesi riguardi noi tutti.
Quelle stesse voci ci hanno anche detto – e continuano, con toni più sommessi – che sarebbero “ricchi agricoltori” quelli che si oppongono alle riforme.
Affascinante. Il profitto medio di un’azienda agricola nel Punjab secondo l’ultima ricerca di NSS è di 18.059 rupie [poco più di 200 Euro, una rupia equivale a circa 0,011 euro, NdC]. Il numero medio di dipendenti per azienda agraria era di 5,24. Quindi, mensilmente, ciascuno riceve circa 3.450 rupie. Molto meno del più sottopagato impiegato del settore delle organizzazioni.
Accidenti! Che benessere. Gli stessi dati corrispondenti all’Haryana (con una media di impiegati pari a 5,9 persone per azienda) riportano un guadagno medio di 14.434 rupie [poco più di 160 Euro, NdC], e quindi un ammontare di 2.450 rupie ciascuno. Certamente, questi terribili numeri li pongono comunque davanti ad altri agricoltori indiani. Ad esempio, nel Gujarat il guadagno medio di un’azienda agricola è di 7.966 rupie [circa 90 Euro, NdC]. Con una media di 5,2 impiegati, ognuno di questi riceve 1.524 rupie.
Il guadagno medio in tutta l’India di un’azienda agricola era di 6.426 rupie, (circa 1.300 rupie pro capite). In ogni caso – tutte questi dati medi includono i guadagni da tutte le fonti. Non soltanto quelli derivati dalla coltivazione, ma anche dal bestiame, dal commercio non agricolo, e dai salari.
Questa è la situazione dell’India fotografata dalla ricerca del National Sample Survey, “Key Indicators of Situation of Agricultural Households in India” del 2013. Ricordiamoci che il governo ha promesso di raddoppiare i guadagni dei contadini entro il 2022, quindi entro i prossimi 12 mesi. Un’impresa difficile, che rende la dirompente interferenza di Rihanna e Greta Thunberg ancora più fastidiosa.
Oh, questi ricchi contadini ai margini di Delhi, che dormono in scatole di metallo con 2° celsius o meno, che si lavano all’aperto a temperature bassissime – hanno certamente cambiato la mia idea di ricchezza in India. Sono un gruppo molto più resistente di quello che pensavamo.
Nel frattempo, la commissione nominata dalla Corte Suprema per parlare con i contadini sembra incapace di essere coerente con sé stessa – quattro dei suoi membri hanno dato le dimissioni poco prima del primo incontro. Rispetto al parlare effettivamente con i manifestanti, questo non è ancora avvenuto.
Il giorno 12 marzo la commissione nominata dalla Corte Suprema avrebbe esaurito il suo mandato di due mesi (riguardo la durata della vita degli insetti impollinatori, fondamentali per l’agricoltura). Entro quella data, la commissione avrebbe avuto una lunga lista di persone con cui non avevano parlato, ed una ancora più lunga di persone che non avrebbero parlato con loro. Probabilmente anche una lista di quelli che non avrebbero proprio dovuto parlare con loro.
Ogni tentativo di intimidazione verso la protesta ha avuto come effetto l’accrescimento del numero di manifestanti. Ogni azione mirata a screditare la protesta ha guadagnato l’attenzione dei media asserviti – ottenendo però l’effetto opposto. La cosa più spaventosa è che tutto questo non impedirà al governo di intensificare gli sforzi, che diventeranno più autoritari, fisici e brutali.
Molti dei media, ancor di più molti all’interno del BJP, sanno che forse l’ostacolo più insormontabile in questa faida è l’ego personale. Non la politica, non le promesse fatte alle ricche aziende che devono essere mantenute (lo saranno sicuramente, un giorno). Non la sacralità delle leggi (che, per stessa ammissione del governo, possono esse modificate tramite emendamenti). In questo modo il re non può commettere errori. Ammettere un errore e ancor peggio, ritrattare, è impensabile. Dunque, nonostante ogni singolo contadino del paese sia stato estraniato – il leader non può sbagliare, non può perdere la faccia. Non ho trovato neanche un articolo tra tutti i giornali che sfiori almeno l’idea di dire una cosa del genere, nonostante tutti ne siano a conoscenza.
Quanto è importante l’ego in questa faccenda? Consideriamo la risposta a un semplice tweet di una star del rhythm and blues sulla chiusura di Internet: “Perché non ne parliamo?” Ma il dibattito al riguardo passa al Ministero degli Affari Esteri che guida gli eroici kamikaze dell’antiterrorismo sulla questione, ispirando una patriottica Luminosa Brigata delle Celebrità a creare la propria accusa informatica. (Nella Digital Valley of Doom, dove i tweet risuonavano e tuonavano, indisturbati dalla crescente oscurità, cavalcavano il nobile Seicento.)
L’originale tweet offensivo, che chiedeva semplicemente perché non ne parliamo, non ha preso alcuna parte o posizione esplicita – a differenza delle dichiarazioni del capo economista e del direttore delle comunicazioni dell’FMI, che hanno entrambi elogiato pubblicamente le leggi agricole (aggiungendo “cautele” sulle “reti di sicurezza” – con tutta la sincerità che mettono i venditori ambulanti di nicotina negli avvertimenti legali che stampano sui loro pacchetti di sigarette).
No, un artista R&B e una studentessa attivista per il clima di 18 anni sono ovviamente quelli pericolosi qui, da trattare con fermezza e senza compromessi. È rassicurante sapere che la polizia di Delhi è al lavoro. E se si muovono oltre la cospirazione globale per scoprire una dimensione extraterrestre nella trama – oggi il globo, domani la galassia – non sarò tra coloro che li deridono. Come recita uno dei miei detti preferiti che girano in rete: “La prova più sicura dell’esistenza dell’intelligenza extraterrestre è che ci hanno lasciati soli”.
Note:
1) Sainath, fondatore ed editore di People’s Archive of Rural India.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
