Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/03/2023

Se anche l'automobile ci chiude fuori

di Guido Salerno Aletta

Il telecomando fu una grande rivoluzione: all'inizio erano sistemi a raggi infrarossi per pilotare il televisore, con il cambio dei canali o la regolazione del volume senza doversi alzare dalla poltrona.

Poi, sempre più sofisticati, con segnali via radio con tecnologia Bluetooth ci hanno consentito di aprire e chiudere l'automobile senza dover inserire la chiave nella serratura. Anzi, il suo uso più frequente era quello di azionarlo da lontano nei parcheggi dei supermercati, quando non ci si ricordava più dove si era lasciata l'auto: il segnale acustico di risposta e l'occhieggiare delle frecce aiutavano a localizzarla da lontano.

Per farla breve, ora sta accadendo il contrario: la Ford, una delle più antiche e prestigiose marche americane di automobili, ha presentato alle autorità competenti per la sicurezza dei veicoli una richiesta di autorizzazione davvero inconsueta: un sistema automatico, via radio, potrebbe bloccare progressivamente diverse funzionalità dell'automobile, fino al blocco delle serrature, a chi è in ritardo con il pagamento delle rate del leasing o del canone di noleggio.

In pratica, come fanno i vigili urbani quando trovano un'automobile in sosta vietata, mettendo una ganascia che blocca una ruota ed impedisce di andar via se non previo pagamento della multa, ora la ganascia sarebbe elettronica ed applicata via radio.

Le punizioni per chi non paga sono progressive: al primo giorno di ritardo viene disabilitata la radio ed il GPS; dopo una settimana l'aria condizionata ed il riscaldamento; successivamente, se il ritardo permane, le portiere dell'automobile non si apriranno più. Fino al pagamento della rata e della mora.

La questione non è affatto nuova: ormai tutti gli apparecchi collegati ad una rete di telecomunicazioni hanno il software che viene aggiornato con regolarità dal costruttore o dal gestore della applicazione. Si tratta degli antivirus o di miglioramenti delle funzionalità già istallate. In certi casi è necessario scaricare manualmente l'aggiornamento dai vari “store on line”, mentre diminuisce la funzionalità del software già istallato nell'apparecchio in quanto non dialoga più correttamente con la nuova piattaforma. In pratica, o si aggiorna il software o l'applicazione non funziona più.

Tutto questo complesso sistema di aggiornamenti dei software e dei meccanismi che influiscono sulla funzionalità degli apparati lascia quindi spazio ad ogni genere di conseguenze: il "deplatforming", la sanzione che consiste nel non poter più accedere ad un determinato social per aver violato le Regole della Community, con il più variegato complesso di gradualità, è ormai dato come acquisito.

In pratica, una volta nei confronti dell'inadempimento c'erano procedure di sanzione da attivare formalmente e per le vie legali, con diffide scritte: la linea telefonica può essere disattivata, ma solo per le chiamate uscenti; il contatore dell'energia elettrica può essere chiuso, ma un minimo di corrente deve essere lasciata comunque passare, come pure un filo d'acqua deve rimanere disponibile, ora ogni servizio in rete oppure ogni apparato che è connesso alla rete come un'automobile può essere bloccato.

Nelle automobili elettriche, il pacco batterie è già congegnato con una elettronica che ne modula la potenza o la capacità di ricarica a seconda del contratto che è stato stipulato: se si fa un upgrading, pagando una differenza, la batteria incrementa le prestazioni disponibili.

La svolta è netta: stiamo progressivamente abbandonando il sistema della fruizione dei beni basato sulla loro proprietà, per entrare in un altro in cui si ha solo la possibilità di accedere alle funzionalità di un bene in modo condizionato nel tempo.

Una cosa è la proprietà: di un libro, di un disco, di una lavatrice, di un'auto. Un'altra è accedere con un contratto alla biblioteca o alla musica on-line, oppure noleggiare un'auto dotata di questi dispositivi che ne controllano praticamente le funzionalità via rete. Aumentando le prestazioni oppure riducendole fino a bloccarsi completamente.

Sono temi che riguardano la civiltà, i rapporti di produzione: stiamo tornando al Medio Evo, quando la terra non era appropriabile da parte dei contadini ma solo coltivabile, a fronte dell'obbligo di versare una parte del raccolto al feudatario di turno. Chi non la versava non poteva più coltivare.

La fine della proprietà è la fine della libertà.

Fonte

29/01/2022

Culture e pratiche di sorveglianza. In balia dell’Incoscienza Artificiale e dell’algocrazia

di Gioacchino Toni

«Il punto è che non esiste una protesi cerebrale artificiale che sia intelligente; il calcolo senza significato può al massimo esprimere l’ossimoro dell’“intelligenza incosciente” […] La perdita di conoscenza e di autonomia fanno parte di un processo iniziato nel Ventunesimo secolo, nel corso del quale stiamo invertendo il rapporto gerarchico tra noi e le macchine. Oggi siamo sempre più portati a mettere in dubbio la risposta a una nostra domanda dataci da una persona, oppure quella di un assistente virtuale?» Massimo Chiariatti

«gli algoritmi sono pur sempre progettati da esseri umani, sono opachi, ossia poco trasparenti, e perseguono non solo obiettivi di efficienza, ma ancor più di profitto. Quando imparano dall’esperienza, poi, tendono a replicare i pregiudizi umani» Mauro Barberis

Nonostante si tenda a pensare all’Intelligenza Artificiale antropomorfizzandola, come se si trattasse di una macchina in grado di prendere “sue” decisioni ponderate, questa si “limita” a elaborare una mole di dati non governabile dagli esseri umani e a farlo con una velocità altrettanto al di sopra dalle loro possibilità. Per gestire le informazioni disponibili l’essere umano ha sempre teso a esternalizzare alcune funzioni del suo cervello estendendole nello spazio e nel tempo; sin dalla notte dei tempi l’umanità ha fatto ricorso a protesi tecnologiche per superare i suoi limiti fisici e cognitivi ma giunti alla digitalizzazione delle informazioni queste sono talmente aumentate che per la loro gestione si è resa necessaria una tecnologia sempre più sofisticata e performante soprattutto in termini di velocità di elaborazione.

La sempre più frenetica società della prestazione tende a vedere nella lentezza umana un limite a cui necessariamente sopperire attraverso la tecnologia ma occorre chiedersi se davvero questa lentezza debba per forza essere intesa come un limite dell’umano rispetto alla macchina o piuttosto come un valore che lo distingue irriducibilmente da essa. Se la lentezza umana viene vista come il tempo della coscienza, della possibilità di porsi delle domande, allora la velocità di elaborazione della macchina non è per forza di cose un valore sminuente l’umano.

Anziché pensare all’intelligenza artificiale come a macchine “intelligenti” capaci di decidere al posto dell’essere umano, conviene prendere atto di come queste non siano altro che esecutrici di istruzioni e pregiudizi umani sotto forma di numeri e formule che lavorano sui dati loro forniti senza prendere in considerazione facoltà tipicamente umane come le emozioni, la responsabilità o l’immaginazione. Le macchine cosiddette intelligenti, infatti, si limitano ad “apprendere” in maniera decontestualizzata dai dati derivando da questi anche, come detto, i pregiudizi umani, dunque occorrerebbe una certa cautela nel permettere loro di prendere decisioni capaci di influire sulla nostra vita e quella del Pianeta.

Una macchina che sta imparando dai dati, si usa dire che “apprende” ma in realtà sarebbe meglio essere consapevoli che nell’elaborare dati in fin dei conti in maniera statistica questa “prende decisioni” che però non sono affatto “intelligenti”, tanto che è sempre più difficile comprendere i motivi da cui derivano particolari decisioni. Occorre inoltre tenere presente che i dati non vengono lasciati alle macchine in sé ma ai soggetti che le possiedono e che hanno precisi interessi.

È attorno a questioni di tale portata che riflette il volume di Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi (Luiss University Press, 2021), analizzando la natura dell’intelligenza artificiale e le implicazioni della sua interazione con l’essere umano.

Lo studioso ricorda come il concetto stesso di Intelligenza Artificiale – introdotto attorno alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso – sia sempre stato assai dibattuto all’interno della comunità scientifica; se già di per sé è difficile definire in maniera univoca il concetto di “intelligenza”, non di meno anche l’aggettivo “artificiale” crea qualche problema implicando che «a monte rispetto al lavoro delle macchine ci sono sempre operazioni umane, dunque basate sulla biologia», pertanto, suggerisce Chiariatti, sarebbe il caso di «sostituire “intelligenza”, che ha un’accezione positiva, con “incoscienza”, poiché gli algoritmi, eseguendo regole che imparano autonomamente dai dati, producono risultati senza alcuna comprensione e coscienza di ciò che stanno facendo»1.

Le macchine, anche le più sofisticate, possono certamente essere confrontate all’essere umano in termini di abilità, non certo di intelligenza se si ritiene che questa abbia a che fare con la comprensione e la coscienza di quanto si sta facendo. Ma, nota lo studioso, il sogno umano di «poter essere creatori si esplicita nel linguaggio quando si assegnano i nomi agli aggetti, come se, per esempio, il termine “apprendimento” (learning) in machine learning avesse lo stesso significato che ha per noi»2.

Nel relazionarsi con le macchine l’essere umano non ha a disposizione un vocabolario neutrale con cui descrivere i fenomeni artificiali. Se per gli umani apprendere significa «modificare perennemente la mappa neuronale del cervello, e nel caso del linguaggio, aggiungere un significato simbolico»3, per la macchina “apprendere” significa far ricorso all’inferenza statistica, «ossia prendendo dalle coppie di dati per cui la relazione dell’input e dell’output è conosciuta (es. gli animali con le strisce sono zebre). Dando continuamente in pasto alle macchine queste coppie (input e output) possiamo fare in modo che fornendo solo l’input (strisce) sia possibile ottenere dalla macchina l’output probabilmente corretto (zebre)»4. Probabilmente, appunto, in quanto si tratta pur sempre di un risultato di ordine statistico derivato dalla regola appresa dalla macchina “allenandosi” sulle coppie di dati forniti.

Mancando alla macchina la capacità astrattiva necessaria nella realizzazione di un processo analitico e inferenziale diventa difficile parlare davvero di apprendimento. Se il mero apprendimento dai dati si sostituisce a una programmazione esplicita, ossia al fornire all’elaboratore tutte le istruzioni relative al lavoro che deve compire, l’essere umano finisce per perdere il controllo sulle decisioni non essendo nemmeno in grado di comprendere come queste siano state prese dalla macchina: all’aumentare della complessità del mondo e al delegare alle macchine la costruzione di modelli corrisponde l’associare l’intelligenza alla mera ottimizzazione statistica che fa a meno del porsi domande.

Quello che è certo ora è che la nostra cultura ha generato la natura delle macchine, che diventa la loro “conoscenza innata artificiale”. In altre parole, tutto quello che noi abbiamo espresso manualmente, verbalmente e in forma scritta, e che abbiamo trascritto in database, è entrato nella formazione delle macchine. […] Cosa ha ereditato la macchina? I dati, comprensivi dei nostri pregiudizi. E cosa sta imparando? A fare previsioni, al posto nostro5.

Tutto ciò, sottolinea Chiariatti, deve indurre a riflettere circa le conseguenze in una società algoritmica sia delle modalità con cui le macchine, con la loro “Incoscienza Artificiale”, giungono alle loro conclusioni/decisioni sia a come rapportarsi nei loro confronti.

Si è soliti tipizzare diversi livelli di IA. Nella IA Debole, che è il livello attuale dell’evoluzione informatica, in cui l’elaboratore è dotato di competenze specifiche ma non comprende le operazioni che compie: si tratta di una IA orientata agli obiettivi, progettata per apprendere o imparare a completare compiti specifici come il riconoscimento facciale o vocale, guidare un veicolo o svolgere una ricerca in Internet. Si tratta di un sistema che può operare in maniera reattiva, senza avvalersi di un’esperienza precedente, o sfruttando una memoria di archiviazione dati, per quanto limitata, in modo da poter ricorrere a dati storici per prendere decisioni. Occorre fornirgli regole e dati in quantità per simulare processi ma non vi è alcuna riproduzione del pensiero umano. Nella IA Forte si sfruttano invece strumenti come l’apprendimento profondo (deep learning) al fine di affrontare i compiti del cosiddetto Sistema 2 (ragionamento, pianificazione, comprensione della causalità). L’obiettivo in questo caso è avvicinarsi all’intelligenza umana simulando il ragionamento causa-effetto anche se resta l’incapacità della macchina di porsi dubbi e domande circa il suo operare. L’IA Generale, invece, resta la visione per così dire fantascientifica che pretende di trasferire il contenuto del cervello umano nella macchina così che questa possa comportarsi al pari dell’umano.

Sempre più industrie manifatturiere dipendono dalle piattaforme digitali affiancando all’inevitabile uso di Internet il ricorso all’intelligenza artificiale, tanto che colossi come Predix (General Electric) e MindSphere (Siemens) si contendono il monopolio delle piattaforme industriali indispensabili anche per lo sviluppo dell’IA.

A tal proposito, nel volume di Mauro Barberis, Ecologia della rete. Come usare internet e vivere felici (Mimesis, 2021), viene evidenziato come la pandemia abbia accelerato tali processi soprattutto nell’ambito della logistica e nella diffusione dello smart working che ha assunto sempre più le sembianze del lavoro a cottimo deregolamentato a vantaggio di “padroni impersonali”.

Secondo lo studioso il punto di passaggio fra Internet e IA potrebbe essere indicato nell’Internet delle cose (Internet of things, IoT) [su Carmilla 1 e 2], cioè nel momento in cui a comunicare fra loro in wireless sono oggetti identificati da protocolli Internet. Scrive a tal proposito Barberis:

Dagli oggetti che funzionano in assenza dei padroni di casa o che si accendono da soli al loro arrivo (domotica), agli edifici e alle città intelligenti (smart), dai robot, dispositivi non necessariamente somiglianti agli umani, che svolgono gran parte delle operazioni di montaggio e assemblaggio nell’industria manifatturiera, sino alle auto senza guidatore sperimentate dalle industrie californiane, le applicazioni dell’internet delle cose sono ormai tante e così invasive da aver prodotto anche reazioni di rifiuto. In effetti, tutte queste applicazioni dell’IA presentano due somiglianze importanti e anche inquietanti. La prima è essere collegate tramite internet a un server centrale, al quale cedono dati da analizzare e poi da usare su utenti e consumatori. […] La seconda somiglianza è che il funzionamento dell’internet delle cose, e più in generale dell’IA ristretta, limitata ad applicazioni come domotica e robotica, è regolato da algoritmi: modelli matematici tramite i quali i progettisti possono non solo regolare il funzionamento di elettrodomestici o macchine industriali, ma permettere loro di imparare dell’esperienza, autonomizzandosi. Dall’internet delle cose, d’altra parte, l’uso degli algoritmi si è presto esteso ad altri settori dell’IA che coprono ormai interi settori della vita umana6.

Se da un lato il ricorso ad algoritmi permette di potenziare la razionalità umana a livello decisionale grazie a modelli matematici apparentemente imparziali che dispongono di una maggiore conoscenza dei dati, dall’altro resta il fatto che gli algoritmi sono pur sempre progettati dagli esseri umani, sono poco trasparenti, e perseguono, replicando i pregiudizi umani, esclusivamente obiettivi di efficienza e, soprattutto, di profitto. Ragionare sull’IA, sostiene Barberis, porta a domandarsi

dove stia il criterio distintivo fra l’uomo e la macchina, e se per caso questo non consista – invece che nella razionalità strumentale, replicabile da computer o algoritmi – nella sensibilità, prima animale e poi umana. Questa sensibilità non s’esaurisce negli organi di senso, riproducibili anch’essi da sensori artificiali. […] Semmai, consiste nell’empatia: la capacità di provare compassione. Oppure, sta nel dubbio che a volte ci sfiora già oggi, e che ingegneri robotici chiamano uncanny valley: quelli che ci circondano sono ancora umani, oppure loro repliche imperfette?7.

Sempre a proposito di algoritmi, Chiariatti puntualizza come questi si limitino ad analizzare

le relazioni nei dati – non i valori o il significato che rappresentano. Perciò l’algoritmo non “predice” e non “pensa”, ma si limita a costruire modelli seguendo le nostre orme. In altri termini, l’algoritmo è un meccanismo produttivo che usa i nostri dati come materia prima: scova le correlazioni ed estrae le regole. L’IA è quindi una creatrice di regole, seguendo le quali costruisce una sua rappresentazione del mondo. Ma lo fa in modo irresponsabile. Tutto il lavoro di apprendimento culmina in un risultato che ha del misterioso8.

Se di per sé nell’atto di automatizzare non si può che vedere una forma di delega, nel contesto tecnologico contemporaneo ciò comporta problematiche quanto mai inquietanti alla luce del fatto che

in rete si diffondono fatti non spiegabili scientificamente, rilanciati da macchine autonome (bot) basate su algoritmi che prevedono il comportamento umano. Definiamo fake news queste notizie prive di alcuna valenza scientifica, come facilmente possiamo verificare provando a risalire alle loro fonti. Ma come faremmo a riconoscere le fonti, se a generarle fossero macchine autonome? Questa è un’altra ragione per cui non ci possiamo fidare della conoscenza empirica su quello che accade alla macchina, non è corretto parlare di Intelligenza Artificiale, perché si tratta solo di un poderoso calcolo numerico9.

A questo si aggiunga la faciloneria che domina su social e blog, da cui non di rado si alimenta la stessa “informazione orientata” ufficiale che, più che pianificata a tavolino da qualche diabolico stratega, pare frequentemente generarsi dalla superficialità imposta dai tempi ristretti dettati dalla società della prestazione in cui i momenti di necessaria riflessione risultano nella pratica banditi [su Carmilla].

Mentre diviene impossibile comprendere come la macchina sia giunta a prendere decisioni, il business delle piattaforme online derivato proprio dal ricorso all’IA e da chi ha saputo utilizzarla in maniera profittevole, sembra avanzare in maniera inarrestabile. Sappiamo però, a volte anche per esperienza diretta, quanto le correlazioni ottenute dalle macchine possano essere del tutto casuali. Le macchine possono infatti individuare correlazioni tra fatti del tutto privi di cause comuni. La correlazione non implica causalità: una correlazione statistica, da sola, non dimostra un rapporto di causa-effetto; spiegare correlazioni richiede teorie e conoscenze approfondite del contesto sociale e culturale.

Grazie alle deleghe sempre maggiori che vi si accordano, i sistemi di IA stanno assumendo, una loro autonomia. «Quando un oggetto fa esperienza del mondo in autonomia e interagisce tramite il linguaggio, il divario che lo separa da un soggetto sta per colmarsi. La soggettivazione algoritmica non prevede più la dicotomia “noi o loro”»10. Mentre l’essere umano ricorre a un oggetto per potenziare la creatività, ora sembra proprio che l’oggetto utilizzi la creatività umana espressa nei dati in forma scritta, orale e visiva per potenziare le sue previsioni. Ed è proprio grazie alla capacità predittivia che prosperano e dominano le grandi piattaforme della Rete analizzate da Luca Balestrieri [su Carmilla].

Le piattaforme online si sono trasformate in soggetti che operano nella politica, dotati di micidiali armi economiche. Sono quasi diventati “Stati privati”, tanto grande è il loro potere. Ma come si sostentano? Con i dati, anzi, con i loro produttori. Cioè noi. Vediamo Stati che cooptano aziende per colpire altri Stati e aziende che si alleano tra loro controllando Stati interi. […] Sono entità che ricordano fortificazioni medievali e che definiamo più prosaicamente walled garden (“giardini recintati”), ossia piattaforme chiuse, ma la cui chiusura non ha lo scopo di ostacolare tanto l’accesso, quanto l’uscita […] All’interno di questi giardini non ci sono più cittadini eguali di fronte alla legge, ma sudditi che temono di essere esclusi dall’accesso alle informazioni, cosa che oggi equivale alla morte sociale. Questi muri non servono per difendersi, ma per evitare che i sudditi, i produttori di dati fuggano. I proprietari hanno già dalla loro parte milioni di persiane in giro per il mondo, evangelizzatori a titolo gratuito che professano la fede nei servizi free. Gli agognati virtual badge (come il badge blu per gli account di interesse pubblico su Twitter) sono i corrispettivi dei titoli nobiliari, perché danno sostanza a una gerarchizzazione in cui la posizione si basa sulla vittoria al gioco dei follower e sul rispetto delle regole del sistema11.

Questi “nuovi Stati”, sottolinea Chiariatti, pur essendo spersonalizzati e smaterializzati non sono affatto depoliticizzati, in quanto dotati di un potere che esercitano in tutto il mondo: «il loro non è un business model, ma uno State model, di successo e, al momento, a prova di futuro»12. Tali piattaforme potrebbero presto tentare di farsi anche banche centrali emettendo le loro forme di denaro e nel caso le loro valute globali e scalabili si sganciassero dai sistemi monetari classici, le piattaforme potrebbero davvero dirsi Stati a tutti gli effetti. Non si tratta più di cogliere la minaccia esercitata dal potere economico nei confronti della democrazia: «ora il rischio maggiore è un regime di omologazione algoritmica globale in cui i cittadini, non potendo più prendere decisioni, avranno perso il controllo sui loro dati, la loro attenzione e il loro denaro»13. Si potrà parlare in tale caso di “algocrazia”; ossia di un sistema in cui a decidere saranno gli algoritmi.

I sistemi di AI derivano buona parte dei dati di cui necessitano dagli smartphone e chi tra le grandi aziende saprà raccogliere più dati setacciando quelli di miglior qualità o produrre algoritmi più efficienti ed efficaci dominerà sulle altre e sugli individui. Si tratta di una guerra tra grandi corporation che coinvolge con le sue conseguenze gli esseri umani sin da prima di nascere, come ha spiegato fornendo esempi in quantità Veronica Barassi [su Carmilla 1 e 2].

Invocare libertà impugnando un cellulare con la preoccupazione di postare al più presto sulle piattaforme social tutta la sete di libertà posseduta tradisce l’impossibilità di liberarsi da quei graziosi walled garden di cui si continua, nei fatti, ad essere prigionieri nel timore non solo di essere altrimenti esclusi dall’accesso alle informazioni, cosa che, come detto, equivale di questi tempi alla morte sociale, ma anche dall’occasione di trasmetterne a propria volta in un contesto però, come visto, profondamente viziato. Un cortocircuito da cui è indubbiamente difficile difendersi.

Note

1) Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi, Luiss University Press, Roma, 2021, p. 19.

2) Ivi, p. 21.

3) Ivi, p. 21.

4) Ivi, p. 22.

5) Ivi, p. 24-25.

6) Mauro Barberis, Ecologia della rete. Come usare internet e vivere felici, Mimesis, Milano-Udine, 2021, pp. 41.

7) Ivi, pp. 51-52.

8) Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale, op. cit, p. 57.

9) Ivi, p. 62.

10) Ivi, p. 81.

11) Ivi, pp. 84-85.

12) Ivi, p. 86.

13) Ivi, p. 87.

Fonte

31/12/2021

Culture e pratiche di sorveglianza. L’era degli oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

di Gioacchino Toni

Telefoni e orologi smart, abiti e accessori smart, elettrodomestici e abitazioni smart, mezzi di locomozione e persino intere città smart; la realtà contemporanea pare attraversata da una generale promessa "smart" ma, viene da domandarsi, tale contesto di oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

Le innovazioni digitali permettono di rendere gli oggetti interattivi in ogni loro aspetto, capaci di inviare e ricevere informazioni, di monitorare, di decidere e dare istruzioni. Di “Internet of things” (IoT) ha parlato per la prima volta Kevin Ashton attorno al cambio di millennio riferendosi all’idea di connettere macchine al web in modo tale da permettere scambi di informazioni tra macchine ed esseri umani. IoT sta indubbiamente trasformando le vite degli esseri umani, modificandone le abitudini e il modo di relazionarsi al mondo.

Un’utile e sintetica mappatura del fenomeno IoT in lingua italiana è offerta dal volume di Stefano Za, Internet of Things. Gli ecosistemi digitali nell’era degli oggetti interconnessi (Luiss University Press, 2021) uscito nel 2018 e giunto oggi a una seconda edizione aggiornata all’avvento del 5G, in cui l’autore traccia l’impatto degli “oggetti digitali” sulla vita degli esseri umani.

Visto che sin dal titolo viene fatto riferimento agli ecosistemi digitali, in apertura di volume l’autore tratteggia una definizione di essi. In generale con ecosistema si intende un insieme di componenti, viventi e non, in grado di influenzarsi vicendevolmente modificando l’ambiente in cui si trovano a operare formando così un unico sistema delineato. Nello specifico, un ecosistema digitale è costituito soprattutto, ma non solo, da “artefatti digitali”. Tale tipo di ecosistema «con le sue componenti e le loro interazioni, ha sia un’entità fisica (tradizionale/materiale) sia un’entità digitale (virtuale), racchiudendo le peculiarità di ciò che viene definito sistema cyber-fisico» (p. 11). Gli elementi smart costituiscono una componente importante di tali ecosistemi digitali e rientrano in quell’ambito di IoT in cui gli oggetti sono in grado di interagire tanto con altri oggetti o macchine quanto con esseri umani attraverso Internet.

Dopo aver ricostruito i passaggi storici dello sviluppo di Internet, Za si sofferma sulla nascita del fenomeno IoT: «una rete di oggetti interconnessi tra loro capaci di raccogliere e scambiare informazioni attraverso l’uso della rete, di Internet» (p. 33). IoT, sostiene lo studioso, assume un ruolo rilevante soprattutto grazie al suo intrecciarsi con il cloud computing, i big data e il machine learning.

Nel primo caso si ha a che fare con tecnologie che consentono di elaborare, archiviare e memorizzare dati attraverso risorse hardware e software distribuite in rete. Possono essere software utilizzati dall’utente finale (Software as a Service – SaaS), o che consentono di amministrare la configurazione e le funzionalità di una piattaforma (Platform as a Service – PaaS), oppure server virtuali ove è possibile installare software di sistema e applicativi (Infrasrtucture as a Service – IaaS). In tutti i casi il cloud computing consente di avere in dotazione risorse a capacità computazionale in maniera flessibile senza essere in possesso di particolari hardware potendovi ricorrere ovunque sia presente una connessione Internet.

Il machine learning ha invece a che fare con l’ambito dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi «dettano le regole su come leggere e interpretare i dati al fine di individuare la migliore soluzione a determinati problemi legati ai dati analizzati» (p. 44). Le applicazioni di machine learning strutturano modelli sulla base dello storico, dunque sono strettamente connesse ai big data e al cloud computing.

IoT rappresenta pertanto una rete di oggetti connessi a Internet capace di raccogliere e scambiare dati ricorrendo a tecnologie in cui è presente un circuito elettronico: dagli smartphone agli elettrodomestici, dai macchinari industriali agli impianti per la gestione automatizzata dei magazzini sino ai mezzi di trasporto.

Tutti questi oggetti […] raccolgono informazioni in maniera strutturata, le trasmettono in rete affinché siano memorizzate spesso in soluzioni cloud. Questi dati alimentano la crescita dei big data i quali vengono utilizzati da algoritmi sofisticati come quelli di machine learning per elaborare soluzioni via via sempre migliori e più specifiche (p. 45).

Venendo al 5G, lo studioso indica tra gli elementi che lo caratterizzano rispetto alle precedenti generazioni: un’inedita capacità di trasmissione; una netta diminuzione dei tempi di latenza; la possibilità di collegare contemporaneamente un elevato numero di dispositivi IoT.

Circa i principali settori di impiego IoT si possono distinguere due marco-aree: una attinente le persone (consumer segment) e una alle imprese (business segment). Nella prima rientra, ad esempio, l’ambito della domotica (dagli elettrodomestici smart agli smart home assistent), quello dei “dispositivi indossabili” (wearable devices, come gli smatwatch e gli smartglass), compresi i dispositivi sanitari indossabili e il settore della guida autonoma o assistita. All’area attinente le imprese appartengono, ad esempio, il monitoraggio del comportamento nell’acquisto in negozio e i sistemi di pagamento smart, le Smart Utilities & Energy, i sistemi di predizione dei guasti integrati nei macchinari industriali e nei mezzi di trasporto e la gestione della logistica. Altri settori che ricorrono a IoT sono quello delle smart cities e quello sanitario ospedaliero.

A partire dal 2011 si inizia a parlare di “Industria 4.0” – espressione introdotta dall’azienda tedesca Bosch – indicando una nuova modalità organizzativa della produzione contraddistinta dall’interconnessione di IoT, cloud computing, cognitive computing e big data. Dalla fusione tra il mondo reale/fisico degli impianti e quello virtuale/digitale dell’informazione scaturisce un sistema misto cyber-fisico finalizzato, ad esempio, a ridurre gli sprechi, a raccogliere informazioni dal processo lavorativo rielaborandole in tempo reale, anticipare errori e malfunzionamenti attraverso la virtualizzazione dell’azienda, sfruttare al massimo la creatività del lavoratore e incorporare le richieste del cliente nel corso del processo produttivo.

Nella parte conclusiva del volume vengono tratteggiati quelli che l’autore individua come i principali benefici e rischi introdotti da IoT. Gli smart device consentono inedite potenzialità di monitoraggio tanto del funzionamento del dispositivo quanto dell’ambiente esterno. I dispositivi IoT possono essere controllati da remoto dall’utente o da algoritmi incorporati o presenti su piattaforme. Implementate le fasi di monitoraggio e controllo, le aziende possono efficacemente ottimizzare le prestazioni del prodotto/dispositivo ricorrendo a dispositivi intelligenti che applicano algoritmi basati su analisi dei dati storici e attuali. «La capacità di monitoraggio, controllo e ottimizzazione, se combinate opportunamente, possono permettere di fare acquisire al dispositivo un certo livello di autonomia » (p. 81).

Tutti questi dispositivi sono però decisamente vulnerabili; nell’ambito della smart home basti pensare al celebre attacco dell’ottobre 2016 che ha utilizzato migliaia di smart object per mandare in tilt il sistema, oppure al caso tedesco che ha visto l’utilizzo di una bambola per carpire conversazioni private e dati sensibili all’interno della sfera domestica. Altri celebri casi di hackeraggio riguardano il blocco nel 2016 del riscaldamento di alcuni edifici di Lappeenranra in Finlandia e quello portato nel gennaio 2017 a un hotel austriaco che si è visto bloccare il sistema di controllo smart di porte e finestre.

Relativamente ai wearable device, come smartwatch e braccialetti per il fitness, occorre sottolineare come tali dispositivi siano progettati esplicitamente per rilevare informazioni sullo stato di salute, di forma fisica e di localizzazione dell’utente che li indossa. Si tratta evidentemente di dati sensibili che gli individui forniscono perdendone il controllo. Non manca la possibilità che vengano portati attacchi anche ai dispositivi IoT utilizzati in ambito ospedaliero: si pensi alla possibilità di indurre a malfunzionamenti le apparecchiature mediche.

Le stesse smart-tv si rivelano strumenti utili per accumulare informazioni circa le abitudini e le preferenze degli utenti che poi possono essere vendute ad agenzie pubblicitarie. Dalle informazioni diffuse da WikiLeaks, secondo The Guardian, la CIA sembrerebbe essere in grado di «prendere il controllo dei televisori connessi a Internet e ascoltare segretamente conversazioni in casa delle persone anche quando i dispositivi sembrano essere spenti» (p. 86). In realtà, ancora una volta, sono le grandi corporation a essere un passo avanti rispetto alle agenzie statali:

il recente utilizzo degli smart assistant (es. Alexa di Amazon), rende tutto molto più semplice. Questi dispositivi intelligenti sono collegati non solo con gli smart object presenti in casa ma anche con altre piattaforme su cui abbiamo un account e quindi informazioni personali, come ad esempio il calendario e le email. Questi assistenti intelligenti una volta attivati sono perennemente in ascolto e più ascoltano più imparano su di noi, sul nostro modo di parlare e sulle nostre abitudini, fornendoci di conseguenza soluzioni sempre più appropriate e corrette, supportandoci nella vita di tutti i giorni. In questo senso siamo noi ad autorizzare il tracciamento delle nostre attività, essendo un prerequisito per il corretto funzionamento dello smart assistant (p. 87).

Il livello di dipendenza dall’ecosistema digitale degli esseri umani sta indubbiamente aumentando sempre più. Se improvvisamente Internet, l’infrastruttura alla base dell’ecosistema digitale, smettesse di funzionare si avrebbe una disconnessione su vasta scala che negherebbe agli individui l’accesso a una miriade di informazioni su cui si basano le loro previsioni, decisioni e azioni. Un’ipotesi del genere è stata ovviamente contemplata dalla fiction distopica; lo stesso romanzo The Silence (2020) di Don De Lillo prospetta uno scenario in cui improvvisamente tutta la tecnologia digitale ammutolisce e tutti gli schermi diventano neri generando il panico tra la popolazione. Di certo un’improvvisa e duratura disconnessione digitale nell’era degli oggetti, delle merci intelligenti lascerebbe forse l’umanità a fare i conti con l’inettitudine accumulata un poco alla volta delegando acriticamente una fetta di intelligenza agli oggetti/merci.

Fonte

06/11/2021

Culture e pratiche di sorveglianza digitale

Intervista a Gioacchino Toni, saggista e redattore della rivista “Carmilla online”, a proposito delle pratiche di sorveglianza digitale di cui si è recentemente occupato in alcuni scritti (GVS)

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In una serie di tuoi scritti relativi alle pratiche di sorveglianza digitale usciti su “Carmilla on line”, hai insistito su come gli agenti principali di tali pratiche appartengano più all’ambito economico che politico.

Se ultimamente sull’onda delle misure restrittive relative alla pandemia si è guardato all’incremento del livello di controllo sugli individui e sulla collettività dispiegato dagli apparati statali, mi sembra che scarsa attenzione continui a essere riservata al ruolo svolto direttamente dell’ambito economico in termini di sorveglianza e indirizzo individuale e sociale. Colpisce che qualche ministro nostrano abbia parlato del Green Pass come della “più grande opera di digitalizzazione mai fatta” e colpisce ancor di più che tale affermazione sia stata presa per veritiera anche da ambiti conflittuali. Basterebbe leggersi il volume Il capitalismo della sorveglianza (Luiss, 2019) di Shoshana Zuboff, che di certo non è un’estremista, riguardante l’universo “dentro gli schermi” ma anche il cosiddetto “Internet delle cose”, per rendersi conto che viviamo, già da qualche tempo, immersi in un sistema di sorveglianza digitale che ricorrendo a un immaginario orientato al conformismo ha saputo sfruttare al meglio la frenesia imposta dalla società della prestazione e della parcellizzazione dell’apprendimento. Stiamo parlando del più sofisticato strumento di monitoraggio e di predizione comportamentale mai visto all’opera nella storia e buona parte di tali pratiche di controllo e manipolazione sociale sono in possesso di aziende private che hanno ormai assunto il ruolo di vere e proprie nuove superpotenze. Altro che Green Pass di Stato come “più grande opera di digitalizzazione mai fatta”. In un quadro di tal genere diviene persino paradossale inveire sui blog o sui social contro le pratiche di sorveglianza, così come farlo in una piazza con uno smartphone in tasca o utilizzato direttamente per fare riprese da diffondere su quegli stessi social che sono parte integrante della macchina del controllo. Il paradosso è che così non solo non ci si sottrae ma si partecipa attivamente alla produzione di dati utili alla propria e altrui sorveglianza e mercificazione.

Visto che vi hai fatto riferimento, converrebbe soffermatasi su ciò che viene definito “Internet delle cose”.

Di “Internet of things” (IoT) ha parlato per la prima volta Kevin Ashton a cavallo del cambio di millennio riferendosi all’idea di connettere macchine al web in modo tale da permettere scambi di informazioni tra macchine ed esseri umani. Laura DeNardis ha recentemente dedicato un libro, intitolato proprio Internet nelle cose (Luiss, 2021), allo stato di diffusione di quello che soltanto un paio di decenni fa sembrava un progetto un po’ fantascientifico. Ebbene, oggi, a distanza di un paio di decenni, vi sono più oggetti connessi digitalmente che persone e si tratta di un fenomeno in ulteriore e rapida espansione che non manca di comportare importanti ricadute non soltanto economiche ma anche a proposito dei diritti dell’individuo. Tornando alle riflessioni sulla sorveglianza di cui stiamo parlando, a insinuarsi nell’intimità degli individui non sono soltanto le sofisticate forme di controllo esercitate dalle piattaforme digitali di condivisione, ma anche i tanti oggetti di uso quotidiano progettati per poter raccogliere e condividere dati. Si pensi alla domotica, alle smart-city o alle automobili senza conducente, tanto per fare qualche esempio. In un tale contesto risulta sempre più difficile individuare un confine tra fisico e non fisico, tra online e offline: Internet sta diventando lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità circoscritta all’uso degli schermi a una modalità diffusa nel quotidiano. Si è spesso online anche senza volerlo o saperlo. Viene da domandarsi se nel prossimo futuro esisterà ancora qualche aspetto privato della vita umana. E se tanti acritici tecno-entusiasti non mancano di rimarcare come la manipolazione diretta e connettiva del mondo fisico attuata attraverso Internet permetta un miglioramento della vita umana, conviene constatare come molti dei miglioramenti di cui parlano abbiano a che fare con i tempi e i fini imposti dalla società della prestazione, della mercificazione e del controllo. È per forza a queste triade che si deve far riferimento quando si parla di “qualità della vita”?

Con riferimento a Internet, si parla spesso di “servitù volontaria”, quasi a voler colpevolizzare gli individui.

In effetti si fa presto a dire che la forma assunta dai processi di digitalizzazione dell’esperienza umana abbia potuto prosperare grazie a una certa propensione alla “servitù volontaria” scambiata volentieri dagli individui con qualche “servizio” offerto dal web e dai social... ma la carenza di rapporti sociali fuori dagli schermi e la dipendenza dalla rete non possono che essere rapportate a trasformazioni di cui non si possono colpevolizzare gli individui. Molte relazioni sociali e civiche si sono dematerializzate anche perché le comunità e i rapporti sociali tradizionali sono stati scientemente fatti brillare da quel neoliberismo che ha fatto dell’individualismo più cinico e spietato il suo cavallo di battaglia e l’asservimento digitale non è che la logica conseguenza di quella ricerca spasmodica di nuovi ambiti di sfruttamento che coinvolgono anche gli aspetti più privati dell’individuo. Gli utenti delle tecnologie digitali sono diventati merci e macchine produttive, incessantemente al lavoro per produrre dati.

Tutto questo deve essere tenuto presente anche quando si afferma, giustamente, che la cultura della sorveglianza contemporanea si caratterizza, rispetto al passato, per una maggiore partecipazione attiva dell’individuo alla propria e all’altrui sorveglianza (si pensi all’esibizionismo/voyeurismo dei social) in cui si è tutti controllati e controllori allo stesso tempo. Dal tracciamento tramite GPS di smartphone di familiari al controllo tramite software della navigazione in internet dei figli o del partner, dal ricorso sempre più diffuso a telecamere di sorveglianza fino alla miriade di oggetti connessi a Internet, tutto contribuisce a rafforzare la convinzione che la sorveglianza sia parte integrante di uno stile di vita, un modo “naturale” con cui rapportarsi al mondo e agli altri. A differenza delle ansiogene forme di sorveglianza tradizionali, deputate alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, le nuove forme di sorveglianza hanno saputo rendersi desiderabili e farsi percepire come pratiche poco invasive, comportando così una maggior propensione alla complicità, inducendo ad accettare con estrema disinvoltura di farsi sorvegliati e sorveglianti.

In che termini l’ossessione per la trasparenza e la propensione all’esibizionismo sono riconducibili alla cultura della sorveglianza contemporanea?

Si tratta di questioni contraddittorie. Se la smania per la visibilità e l’ossessione per la trasparenza possono derivare da finalità nobili, come ad esempio rivendicare pubblicamente e con orgoglio condotte, culture e appartenenze indigeste al pensiero dominante, non di meno rispondono anche a un’urgenza dettata da un sistema che richiede pressantemente all’individuo di fornire e gestire un’immagine personale adeguata alle richieste sociali prestazionali e mercificate. In cambio di un rassicurante riconoscimento pubblico, sancito magari dall’ottenimento di tanti like, si è facilmente indotti a mostrarsi e condividersi in maniera omologata in modo da risultare graditi ai più. La cultura della sorveglianza contemporanea esige che organizzazioni e governi siano trasparenti, anche alla luce dell’attività di sorveglianza che questi svolgono nei confronti della popolazione, ma tende anche a concedere volontariamente maggiore trasparenza giudicando ciò inevitabile in un’epoca caratterizzata da un coinvolgimento mediatico collettivo. Se, in generale, la sorveglianza agisce per gestire, controllare e indirizzare la popolazione, il tipo di sorveglianza reciproca e orizzontale che si sta dispiegando – la cosiddetta “sorveglianza sociale” – produce autodisciplina: lo sguardo della sorveglianza tende dunque a essere interiorizzato agendo sulle pratiche degli appartenenti alla comunità coinvolta.

Sebbene gli esseri umani abbiano sempre tentato di valorizzare la propria immagine nei confronti degli altri, nell’era digitale tale esigenza sembrerebbe essersi resa sempre più impellente all’interno delle competitive società massificate e urbanizzate. Dagli individui viene avvertita l’urgenza di costruirsi identità valorizzanti; la tendenza all’esibizionismo sulla rete deriverebbe dunque dalla necessità dell’individuo contemporaneo di creare e gestire la propria identità tentando di catturare l’attenzione attraverso un adeguamento agli standard di rappresentazione sociale prevalenti nella società al fine di allestire il proprio sé, la propria soggettività in una realtà d’interesse pubblico. Non è dunque azzardato, a mio avviso, vedere in tale pratica di esposizione (anche) una pratica di auto/etero sorveglianza.

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A questo link la serie completa Culture e pratiche della sorveglianza di Gioacchino Toni su “Carmilla on line”.

Fonte

10/04/2021

Economia Circolare: utopia o distopia?

In Europa tutti ormai sono d’accordo: perché l’Economia Circolare prenda piede e salvi il mondo occorre governare filiere, settori produttivi e mercati, e non più solo creando vincoli normativi, incentivi o accordi di programma tra pubblico e privato.

La sfida infatti è epocale e gli obiettivi ambientali sono ambiziosissimi: c’è bisogno di provvedimenti più pesanti. Ad essere istituite saranno quindi vere e proprie cabine di regia private che godranno di poteri e leve di influenza economica che nella storia dei regimi liberali sono del tutto anomali.

La formula magica, perlopiù sconosciuta tra i non addetti, è racchiusa in quattro parole. Due sostantivi, un aggettivo e una preposizione articolata: “Responsabilità Estesa del Produttore”. Ossia: chi produce o anche solo distribuisce un bene, di qualsiasi tipo, è responsabile del suo impatto sull’ambiente.

Non è un concetto nuovo ma viene rafforzato notevolmente in seguito al Pacchetto dell’Economia Circolare entrato in vigore in Europa nel 2018 e ratificato dall’Italia lo scorso settembre.

Le industrie dovranno costruire sistemi collettivi, ovvero cordate industriali, che si dedicheranno non solo a finanziare ma anche a organizzare le filiere del recupero dei prodotti a fine vita.

Bisogna riciclare e bisogna riutilizzare, per la normativa ambientale questo è il punto chiave. Ma i prezzi internazionali delle materie prime-seconde e dei beni usati fluttuano e il mercato è preda della geopolitica. Insomma, i “poveri imprenditori” europei e nostrani che recuperano rifiuti ed esportano materie prime-seconde o beni usati, oggi come ieri, non possono prendersi carico da soli dell’Economia Circolare.

È per questo che hanno bisogno dell’aiuto dei produttori e delle loro cabine di regia. I finanziamenti dei produttori garantiranno che riutilizzo e riciclo avvengano sempre e comunque coprendo le perdite di mercato con sostanziosi quid economici.

E se i produttori debbono finanziare, ossia coprire le perdite, è ovvio che poi la norma conceda loro anche di organizzare.

Nei tavoli ministeriali degli ultimi anni il mantra di Confindustria era proprio questo: se mettiamo i soldi dobbiamo avere il controllo, altrimenti rischiamo che chi recupera i rifiuti ci inganni con il fine di succhiar denaro. E che controllo sia, hanno detto istituzioni e legislatori. Ma controllo fino a che punto?

Se inseriamo nel computo anche gli impatti indiretti è molto difficile capirlo. Il Pacchetto sull’Economia Circolare e ancor di più il Piano d’Azione Europeo sull’Economia Circolare approvato lo scorso febbraio non si limitano a parlare di recupero, dato che (impossibile essere in disaccordo!) non è possibile recuperare alcunché quando le industrie usano materiali che non sono durevoli né riciclabili.

Il Piano d’Azione lo dice chiaramente: niente più obsolescenza programmata e prodotti scadenti che rasentano l’usa e getta. Al contrario, promuove il diritto alla riparazione, il diritto all’aggiornamento, e una riforma generale dei processi produttivi in un’ottica di circolarità.

L’istituzione delle cabine di regia quindi servirà anche a questo: a creare nuovi equilibri di convenienza che, mettendo i produttori e i distributori di fronte al costo del rifiuto, li induca anche a riorganizzare la produzione e il mercato. Le cabine di regia, de facto, non si occuperanno solo di recupero ma anche di produzione.

Ebbene sì: la necessità d’intervento nata dall’ultimo anello della catena, che è anche il più puzzolente e problematico, ossia il rifiuto, è andata a ritroso fino ad abbracciare l’intero processo produttivo. In prospettiva la Responsabilità ambientale e le sue cabine di regia influenzeranno l’intero sistema e non solo il mero rifiuto.

A livello istituzionale il salto ideologico è già compiuto: se per risolvere il problema ambientale c’è bisogno di pianificazione... allora pianificazione sia! Se però ampliamo il nostro sguardo oltre la visuale strettamente ecologista, noteremo subito che tale prospettiva modifica significativamente i rapporti di forza economici e sociali (anche se non è ancora dato sapere in quale proporzione).

Innanzitutto dato che l’Europa non è socialista ma è liberale, questa conclamata necessità di pianificazione NON si sta traducendo in maggiori poteri dello Stato sulla sfera economica. “Non sia mai! Sarebbe una dittatura!”.

Come abbiamo già detto i poteri vanno direttamente ai produttori, o meglio ai produttori sufficientemente grandi e importanti da poter governare il meccanismo in una sorta di “pianificazione autogestita”. In Italia il Ministero oggi chiamato della “Transizione Ecologica” si limiterà a “vigilare”.

Una mente non viziata da pregiudizi, ma neanche troppo condiscendente, dovrebbe quindi domandarsi se tali cabine di regie non rappresentino in realtà, allo stesso tempo, un’estremizzazione e una legalizzazione delle logiche di cartello che da sempre vanificano le premesse teoriche sulle quali dovrebbe fondarsi l’economia di mercato. Altro che mano invisibile!! L’argomento ecologico, genuino o pretestuoso che sia, apre la porta a governance di mercato non pubbliche ma private la cui legittimità è tutta da inventare. Ma ora, almeno per un istante, mettiamo da parte in un cassetto la questione della Responsabilità Estesa del Produttore per focalizzarci su altre implicazioni dell’Economia Circolare.

Nel 2014 la Fondazione McArthur, finanziata da colossi multinazionali come Renault, Philips e H&M, nel rapporto “Towards the Circular Economy” lanciava un’idea rivoluzionaria.

Secondo la Fondazione, una maniera per incentivare le industrie a creare prodotti caratterizzati da massima durevolezza abbandonando ogni tentazione di obsolescenza programmata è smettere di vendere e cominciare a fare leasing su tutto.

In quest’ottica un consumatore invece di essere proprietario della sua camicia o del suo frigorifero diventa un semplice affittuario che, a fronte di un canone periodico, ha il diritto di rimpiazzarli ogni volta che si deteriorano.

Uno schema che logisticamente si adatta bene a un’altra delle proposte chiave della Fondazione: il take back, ovvero la rottamazione dei beni consumati mediante la loro restituzione nei punti vendita al dettaglio. Tutto, ma proprio tutto, perfettamente in linea con le politiche europee sull’Economia Circolare.

Nel mondo industriale queste idee non sono marginali, al contrario sono in molti gli entusiasti che fondano su di esse la propria visione del futuro. In poche parole... niente più proprietari di oggetti! Solo utenti.

Il dilemma storico sulla proprietà dei mezzi di produzione e degli immobili, rischia quindi di estendersi anche alla proprietà dei beni di consumo. Mica male come innovazione, non credete?

Ma ora mettiamo da parte un attimo, nello stesso cassetto dove abbiamo messo la Responsabilità Estesa del Produttore, anche l’intero argomento dell’Economia Circolare. Distogliamo la nostra attenzione dall’ecologia, dagli ambientalismi e da tutte le loro implicazioni e concentriamoci per un momento su Internet.

Non mi riferisco al web al quale ci siamo tutti abituati negli ultimi vent’anni, ma all’Internet delle Cose, ossia a un’altra tendenza che nel mondo industriale è unanimemente considerata embrione del futuro. Il futuro, abbastanza vicino, della cosiddetta Industria 4.0.

Un futuro dove Siri e OK Google registrano le tue telefonate ed interrompono le tue conversazioni chiedendo di ripetere perché non hanno capito bene, e dove il frigorifero e la camicia di cui parlavamo prima sono dotati di chip o software che ne garantiscono tracciabilità e logistica e, possibilmente, inviano feedback alla casa madre in un’ottica di ciclo di qualità.

Un futuro che si intravede chiaramente analizzando il caso giudiziario dell’aspirapolvere Roomba, descritto dal New York Times nel 2017, sorto dalle lamentele di un acquirente che si è accorto che il piccolo elettrodomestico, mentre girava per casa facendo le pulizie, scattava foto per segnalare alla casa produttrice la composizione della sua famiglia e mille altre informazioni che poi venivano utilizzare per creare profilazioni pubblicitarie. “L’acquirente è proprietario dell’aspirapolvere ma non del software che la fa funzionare” affermava la casa produttrice per difendersi dalle accuse di violazione della privacy.

Un futuro dal sapore cyberpunk dove un esaltato Elon Musk, mentre la moglie Grimes canta “ci piace il potere, prima o poi capitolerete”, commercializza Neuralink esponendo al web i cervelli delle persone direttamente e senza filtri.

Adesso tiriamo nuovamente fuori dal cassetto Responsabilità Estesa del Produttore ed Economia Circolare, mettiamole a fianco di Internet delle Cose e Neuralink e poi facciamo un bel mescolone così come deve essere, dato che alla fin fine stiamo parlando delle stesse corporation e degli stessi consumatori... ossia il branco di pirla che prima o poi non potrà rivendicare un titolo di proprietà neanche per le proprie mutande (le quali, magari, misureranno la frequenza delle erezioni per capire a chi va venduto il viagra).

Fatto il dovuto mescolone, non è difficile far correre la mente a scenari distopici di ogni genere. A me, personalmente, pensando al futuro viene in mente questa definizione di sintesi: Concentrazione Illegittima di Potere. Ma a prescindere dall’immaginazione di ciascuno, forse l’unica cosa davvero importante è prendere atto che certi segnali sono sufficientemente inquietanti da iniziare a chiedersi, ancora una volta e più seriamente che mai: che fare?

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10/03/2021

La digitalizzazione dell’agricoltura

Siamo al secondo giorno di un po’ di freddo, poco sotto lo zero qui nella campagna romana, in questo febbraio a cui si aggiungono un altro paio di giorni nel mese di gennaio. Pochissimi giorni al momento estremamente insufficienti per quello che necessità al riposo ed al risveglio della terra, fondamentale per la produzione agricola.

Lavorando con la natura e non contro di essa, l’adattamento dei processi produttivi agricoli alle mutazioni è fondamentale. Le mutazioni sono sistemiche e complesse. Questo richiede conoscenze, capacità, tempo, diversificazione e gestione dinamica dei fatti aziendali. Evidentemente richiede anche una condizione economica degna di una vita civile per chi vive del lavoro dei campi.

“L’Agricoltura 4.0, che mutua le logiche dell’Industria 4.0, è oggi un paradigma che prevede l’utilizzo armonico di diverse tecnologie finalizzate a migliorare la resa e la sostenibilità dell’attività agricola, la qualità produttiva e di trasformazione, le condizioni sociali e l’impatto ambientale dell’intera filiera” (Fonte).

Un’agricoltura che mutua le logiche dell’industria. Produrre radicchio è come produrre bulloni. Dalla rivoluzione verde in poi viene ripetuto questo atto di fede, smentito poi sistematicamente dalla realtà. La migliore riprova è la necessità di sostenere con un costante flusso di ingenti risorse economiche il modello agricolo industriale a forte capitalizzazione. Infatti il 20% delle imprese agricole italiane che ricevono soldi comunitari cattura oltre l’87% di quei soldi.

Migliorare la resa e la sostenibilità, così come le condizioni sociali – immagino, di chi ci vive e lavora – attraverso tecnologie basate sulla digitalizzazione e la connettività, è la modernizzazione della vecchia visione industrialista. Con il corollario abituale di “resistenza, ritardi, arretratezza degli operatori”, cioè donne e uomini che ogni giorno ci permettono di avere qualcosa nel piatto, più o meno di qualità secondo il reddito di cui disponiamo.

“Ma un ostacolo alla digitalizzazione e modernizzazione dell’agricoltura è rappresentato dalla mancanza di connettività in campagna. Spesso basta spostarsi dai centri abitati per perdere il segnale del 4G e la connessione internet assicurata dal doppino di rame ha una velocità estenuante, certo non sufficiente a sostenere il traffico dati di una azienda moderna”, dice la Commissione europea nel suo rapporto del 2020.

Allora, ammesso che i miracoli promessi si avverino e che ogni trattore sia connesso ad una superba rete di satelliti, che ogni contadino/a possa starsene seduto in casa e guidare il suo trattore-robot che ara il campo, come funzionerà se il campo misura solo due ettari e tutta l’azienda ha una dimensione inferiore a 5 ettari, come il 71% delle aziende agricole italiane.

Quel trattore, magari senza sbagliare una solco, produrrà una massa di dati, un flusso costante di informazioni. E questo è il vero affare, l’internet delle cose è una miniera da sfruttare economicamente senza grandi costi, il “minerale” non è sepolto ma è gratuitamente a disposizione di chi ha mezzi per sfruttarlo perché sensori sparsi nei campi, robot nelle sale di mungitura, connessioni satellitari dei trattori, sistemi irrigui robotizzati, macchine per raccogliere gli ortaggi in serra, sono stati acquistati da agricoltori, ma i dati che producono non gli appartengono perché non ha la capacità di immagazzinarli, gestirli, trasformarli in informazioni e venderli. Niente di diverso di quello che succede con FB ad esempio.

Lo sviluppo della connettività degli strumenti agricoli produrrà, secondo quanto sostenuto da “OnFarm” (un provider di sistemi di connessione per l’agricoltura) una media di 4,1 milioni di dati per azienda agricola prima del 2050. (Digital Transformation Monitor Industry 4.0 in agriculture: Focus on IoT aspects - EC)

Il trattore e gli attrezzi che vi sono collegati sono strumenti abituali dell’agricoltura e aiutano chi lavora nei campi a faticare di meno. La connettività e le tecnologie di geolocalizzazione (GPS) possono ottimizzare l’uso di questi strumenti agricoli ma il pacchetto, obbligatorio per certe case costruttrici, lo paghi a parte e costa intorno agli 8.000€.

Considerando che i calcoli universitari ci dicono che si possono risparmiare una decina di euro ad ettaro di carburante con l’ottimizzazione dei percorsi di lavorazione, ci vogliono 8 anni di lavoro in un’azienda che fa lavorazioni per 100 ettari. In Italia le aziende che hanno oltre 100 ettari di superficie agricola sono poco più di 17.000 su 1,5 milioni di aziende (ISTAT)!

L’industria europea delle macchine agricole occupa circa 135.000 persone, produce un volume di circa 26 miliardi di euro ma i trattori sono difficili da cambiare, costano cari. In Germania l’età media dei trattori è (2020) 27,5 anni. Allora l’agricoltura 4.0 a quali aziende agricole si rivolge?

C’è altro. La dematerializzazione di attività e oggetti o forme di vita, crea valore alle informazioni tratte dai dati digitalizzati. Questa è una risorsa nuova per produrre profitto dalle attività agricole, meglio che piantare patate. E non casualmente, nella descrizione dell’agricoltura di precisione che fa Monsanto/Bayer si insiste sulla necessità della costruzione della base dei dati aziendali sui miglioramenti ottenuti con le sementi utilizzate.

“Digital Sequence Information” – DSI, principalmente si riferisce alle informazioni sul DNA che vengono digitalizzate ed ha un valore fondamentale quando si tratta di informazioni sulla genetica di sementi o animali allevati. In particolare per le sementi consente attività che non richiedono più il controllo o la detenzione del materiale biologico. Il termine “DSI” attualmente non ha una definizione concordata tra i Governi.

Le differenze terminologiche nascondono un conflitto d’interesse difficilmente risolvibile: alcuni paesi e le industrie ritengono che DSI siano solo “dati” quindi come tali appartengono a chi li colleziona che ha diritto di farne l’uso che vuole, altri paesi ed i movimenti sociali ritengono, al contrario, che DSI siano la risorsa vivente da cui sono tratte le informazioni e che quindi il loro accesso ed uso siano strettamente regolamentatati, così come è regolamentato l’accesso alle sementi come base per la produzione di nuove varietà di sementi stesse.

Controllare le informazioni genetiche permette di controllare, attraverso l’edizione del genoma, la “creazione” di nuove varietà di sementi con l’uso di potenti motori di ricerca capaci di scovare caratteri utili per immettere sul mercato una novità, di imporre un diritto di proprietà industriale sul carattere contenuto nella nuova semente. Rafforzando così la concentrazione del potere di mercato nelle mani di poche gigantesche imprese a carattere transazionale (tra le 6 imprese sementiere più importanti del pianeta, quattro sono europee).

Inoltre, l’attuale dematerializzazione delle sementi genera una perdita inestimabile di tutte le informazioni genetiche non digitalizzabili. La FAO ritiene che il 75% della perdita di biodiversità coltivata sia dovuta alla diffusione di varietà commercialmente uniformi e stabili. Le centinaia di milioni di agricoltori che riproducono le loro sementi ogni anno creano molta più nuova diversità di qualche migliaio di ricercatori nei laboratori con attrezzature sofisticate.

Digitalizzare i trattori, digitalizzare le sementi, digitalizzare i processi produttivi, visioni vendute come la soluzione miracolosa per “modernizzare” l’agricoltura, un’agricoltura con sempre meno persone nei campi, artificializzata, standardizzata e sempre più simile ad un’industria metalmeccanica. Che cibo sarà capace di mettere nei nostri piatti?

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16/02/2020

Algoritmo ed Intelligenza Artificiale: il carattere “di classe” della tecnologia

Il Novecento è stato il secolo della tecnologia per eccellenza e ci ha trasportato nell’era virtuale della prima rivoluzione digitale.

Negli anni 2000 il mondo virtuale si è così sviluppato mettendosi in relazione con quello reale al punto da confondersi nell’altro.

Il mondo della realtà virtuale è pieno di sorprese, di incognite ancora sconosciute ai più; alcune di queste nascondono però delle verità molto inquietanti che non sempre ci si attendeva.

Immaginiamo un mondo determinato oramai da qualcosa creato dalla Scienza ma che, come un ologramma, un oggetto riflesso da uno specchio, può mostrare anche un “lato oscuro” che se sfuggisse al controllo potrebbe diventare, in senso lato, minaccioso, pericoloso.

Quale il rapporto che si creerebbe fra la società in cui viviamo e la Scienza stessa? Dietro le riflessioni su questo rapporto si nasconde l’aspetto che più ci interessa: una prospettiva di classe celata dietro la presunta modernità di una serie di concetti legati ai cosiddetti dispositivi digitali od oggetti legati al mondo virtuale che ormai ci circondano e usiamo per buona parte della nostra giornata, ludica o lavorativa; a questo punto una domanda sorge spontanea e indispensabile: a quale platea vengono indirizzati i dati, i risultati delle operazioni, di qualsiasi tipo esse siano, meramente meccaniche o finanziarie, effettuate da tali strumenti? E a quale utilizzo sono destinati?

Questo è il punto: la tecnologia, che negli anni '70 la nostra generazione considerava rivoluzionaria, nel XXI secolo non è un campo neutro bensì è diventata organica al capitale, traendo profitto dal commercio di dati inconsapevolmente espropriati ai consumatori, ed in alcuni casi si è subordinata addirittura all’industria della guerra, non solo cibernetica ma anche economica.

Nel mondo virtuale tutto può essere finto.

(Dal documentario Lo and behold. Internet il futuro è oggi, prodotto e diretto da Werner Herzog, 2016)
La storia dell’uomo è frutto di un processo evolutivo, legato alle rivoluzioni industriali che ne hanno segnato i diversi stadi e caratterizzato i cambiamenti nella società.

Nel 1784, con il vapore e l’automazione (Industry 1.0), abbiamo cominciato ad abbandonare la vita contadina e i campi popolando le città.

Nel 1870, con l’avvento dell’elettricità, che portò alla produzione di massa e alla prima catena di montaggio (Industry 2.0), abbiamo iniziato a modificare il rapporto tra giorno e notte e delegato alle macchine (soprattutto gli elettrodomestici) molti compiti che prima gravavano sulle nostre spalle.

Poi nel 1970, con la nascita dell’informatica, è partita la prima digitalizzazione (Industry 3.0) e abbiamo messo in discussione i concetti stessi di informazione, editoria, leadership, geografia e molto altro ancora.

Più recentemente, ma non esiste ancora una data di riferimento univoca, con l’avvento e l’espansione dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo della robotica ci siamo ritrovati, nostro malgrado nella seconda rivoluzione digitale: l’Industry 4.0, processo che porterà alla produzione industriale del tutto automatizzata e interconnessa.

Per essere chiari, stiamo parlando dell’utilizzo, integrazione ed interazione totale di tecnologie digitali nei processi di fabbricazione dei beni fisici, in primo luogo nel settore della produzione: stampanti 3D, IoT (“Internet delle cose”), utilizzo di robot et similia (pur essendo inglese, il termine “Industry”, sul quale per brevità abbiamo uniformato anche i precedenti, in realtà è stato coniato dal governo tedesco nel decennio scorso, per indicare la digitalizzazione dei processi produttivi N.d.r.)

Ognuna di queste fasi storiche è stata dunque caratterizzata da un salto qualitativo nel processo e nello sviluppo tecnologici.

Il piccolo ma doveroso preambolo “storico” serve a introdurre gli argomenti sui quali volevamo porre attenzione: l’algoritmo, il “prodotto” di cui forse si è parlato di più in questi ultimi tempi, e la cui applicazione è al momento egemone, sia nel mondo del lavoro che nella nostra vita quotidiana, e l’Intelligenza Artificiale (di seguito per brevità A.I. N.d.r.), di cui l’algoritmo è il principale “strumento”, per usare un termine un po’ improprio, ma che rende l’idea.

Due obiettivi ci interessano: capire se e come la tecnologia sia divenuta strumento di sfruttamento ed accumulazione capitalistico e come si inserisce in un contesto di “guerra non guerreggiata”; che status le sia stato conferito, fra le pieghe dei nuovi scenari di guerra alcuni dei quali – come la cyber war – abbiamo già illustrato in precedenza; e come possa dunque riuscire ad influenzare i destini del pianeta.

Nel contesto attuale, capitalistico e neoliberale, è davvero molto difficile credere che le tecnologie digitali vengano costruite per il “bene comune”.

Stante che la tecnologia ormai è subordinata al capitale, iniziamo quindi il nostro viaggio definendo prima, ed in breve, il concetto di Intelligenza Artificiale.

Possiamo riferirci all’A.I. come la disciplina che studia se e in che modo si possano riprodurre i processi mentali più complessi mediante l’uso di un computer. Un sistema di software potenzialmente in grado di sostituirsi in tutto e per tutto all’uomo nell’analisi di dati di qualsiasi tipo. Lo strumento o meglio il procedimento che il software utilizza per compiere quest’ultima operazione è l’algoritmo, sul quale poggia maggiormente la funzionalità della A.I. stessa.

Ma come si costruisce un algoritmo?

La definizione generale è chiara, ma come ogni concetto può essere empiricamente declinato in infiniti modi: un algoritmo è un procedimento che risolve un determinato problema attraverso un numero finito di passi elementari, chiari e non ambigui.

In termini semplici, si forma incrociando migliaia di dati, e tracce informatiche che ognuno di noi rilascia ogni volta che utilizza un motore di ricerca per trovare notizie su di un argomento, (Google ad esempio); oppure quando, molto più frequentemente soprattutto fra le giovani generazioni ma non solo, utilizzando un social network (Facebook, Instagram e così via) digitiamo un “like”, lasciando, in questo caso, chiari segni delle nostre preferenze. L’elaborazione di questi dati, in base ad un determinato numero di modelli matematici, facilita la previsione di un risultato richiesto all’inizio del processo.

Questo risultato, definito appunto dall’algoritmo, viene poi utilizzato da chi lo ha richiesto (singola persona, gruppo multinazionale, pmi) magari per la creazione di un prodotto anziché un altro, oppure per definire i ritmi di lavoro di una produzione, o ancora per inviare pubblicità e promozioni di oggetti od eventi rispondenti alle preferenze del soggetto. Questi prodotti vengono poi offerti e venduti in base alle profilazioni effettuate, facendo guadagnare le stesse grandi multinazionali della tecnologia che ci hanno espropriato più o meno consapevolmente i dati. È una classica “partita di giro”.

Aggiungiamo che lo sviluppo tecnologico, asservito al capitale per il tramite delle multinazionali della tecnologia, compie il passaggio di cui sopra utilizzando il miraggio della gratuità di una serie di servizi entrando così nel processo di produzione, “a gamba tesa”, o per dirla in termini più formali, in modo poco ortodosso.

Ogni piattaforma web più o meno social, non acquisisce solo i nostri gusti attraverso i nostri “like” ma anche i nostri dati, in barba alla vecchia e cara legge sulla privacy. Il commercio dei dati (Big data in gergo) è al momento quello più redditizio dopo quello della droga e quello delle armi... tanto per dire.

Ciascuno di noi inoltre, da utilizzatore delle piattaforme od altro, diventa più o meno consapevolmente, un “lavoratore” non salariato delle multinazionali della tecnologia. I nostri dati, le nostre tracce espropriati con l’inganno del “tuttoaggratis” diventano fonte di profitto.

Passiamo al secondo punto: l’utilizzo del risultato, molto frequentemente duale così come tutta la tecnologia: IoT, 5G, comunicazione ed informazione, A.I., robotica.

Banalmente anche una qualsiasi arma da fuoco può essere utilizzata a scopo sportivo in una gara di tiro (uso civile) o per massacrare civili inermi (uso militare). Da questa dualità, simile a quella fra pubblico e privato, ne discende giocoforza un’altra, che non attiene solo al campo del reale ma alle categorie in genere, forse addirittura a quelle che si riferiscono alla filosofia: la dualità civile/militare (o pubblico/privato) si porta dietro necessariamente il concetto, filosofico appunto, di morale ed immorale. (Per un approfondimento sull’argomento richiamiamo gli atti del Convegno “Il complesso militare industriale europeo” organizzato da Eurostop a Napoli il 25 gennaio scorso, ed in particolare la relazione di Mauro Luongo)

Al momento vorremmo soffermarci ad un ambito che richiama immagini, diciamo così soltanto “positive”, ma poi, riflettendo sull’argomento, un dubbio è pacifico che venga e mi pongo una domanda: applicando il processo atto a creare un algoritmo di una qualsiasi A.I., alla finanza, si potrebbero prevedere le performance di un titolo in borsa? Oppure, e questo è sicuramente più inquietante, potrebbe un algoritmo essere deliberatamente “alterato” ed influenzare di conseguenza l’andamento di un titolo o di un mercato ad altrui vantaggio?

Se la risposta fosse positiva, metteremmo in mano ad un “sistema”, basato su di un algoritmo, il futuro della nostra economia, familiare o nazionale che sia.

Ribadiamo che al momento, la tecnologia non è un campo neutro bensì organica al modello di accumulazione capitalistico e, assodato che si è in grado di sviluppare un algoritmo che “preveda” la tendenza di un mercato o di un titolo attraverso l’analisi di grandi volumi di informazioni, potremmo anche immaginare di creare un A.I. capace di imparare dai propri errori, così da migliorarsi autonomamente, e poter addirittura sviluppare modelli di trading indipendenti. Questo è piuttosto affascinante ma altrettanto inquietante, se ci siamo appena posti il quesito di cui sopra.

Qualcuno, comunque l’ha già realizzata e facciamo un minimo di storia: esistono software che costruiscono, per così dire, sistemi predittivi anche su variabili “imprevedibili”; non analizzando solo dati che riguardano i mercati finanziari o i titoli, ma anche le normali conversazioni che si svolgono sui social, così da poter intuire le preferenze della popolazione, per fasce di età o per estrazione sociale; ma per farlo, il programma deve comprendere il senso delle frasi: nessun tipo di A.I. o di software può ancora generare sentimenti, impulsi, ma è capace della cosiddetta “comprensione profonda”. Per meglio dire, l’algoritmo realizzerà dapprima l’analisi grammaticale del testo, poi quella logica, per giungere infine al “riconoscimento semantico” del termine. Secondo gli studi della Expert System S.p.A., una software house italiana fondata a Modena nel 1989 specializzata nell’analisi e nella gestione delle informazioni non strutturate tramite un approccio semantico, la A.I. “riconosce” il significato della parola.

Prendiamo ad esempio il lemma “tavolo”, che può essere riferito sia all’oggetto di arredamento che al momento di un negoziato. Se insieme a quel termine, l’A.I. trova anche il vocabolo “bicchiere” o “sedia”, allora comprende, desume dal contesto, che si tratta dell’oggetto di arredamento, altrimenti, pensa di trovarsi davanti ad un contesto differente, ad esempio un tavolo negoziale di qualunque tipo (sindacale, politico ecc.).

Applicando questo ragionamento al mondo finanziario, per rimanere nel campo delle ipotesi, ne potrebbe discendere la seguente deduzione: appurato che l’algoritmo studia le performance di un titolo anche in un arco di dieci anni, e che arriva a prevedere addirittura la volatilità o le anomalie stesse nel flusso degli ordini, se a questo processo aggiungessimo anche le caratteristiche legate alla suddetta comprensione semantica (dal momento che l’A.I. abbiamo detto memorizza e studia anche tutte le conversazioni in rete e/o nei social) si potrebbe giungere ad affermare che un algoritmo riuscirebbe, con uno scarto d’errore veramente limitato, a “consigliare” all’investitore (sia egli un broker, o un singolo azionista) se vendere o acquistare un determinato titolo.

Al settore della ricerca ora il passo successivo: rendere gli algoritmi sempre più sofisticati in modo da far progredire la specie trasformandola, via via, in una sorta di intelligenza autonoma, concetto che già avevamo introdotto poco sopra.

È il processo che in gergo informatico si chiama “machine learning”, l’apprendimento automatico; ed è proprio l’algoritmo il motore che lo alimenta. Questo fa sì che un A.I., giusto per terminare la nostra riflessione, può “costruirsi” sistemi predittivi praticamente su tutto, dai volumi, alla volatilità, fino alle anomalie. In questo senso si può affermare che sarebbe capace anche di falsare la realtà dei dati e quindi pilotare, ovviamente in senso biunivoco, e qui torna il concetto di dualità, scelte di ogni tipo. Questo, stante la finanziarizzazione dell’economia reale, rimanendo nel campo della finanza e degli investimenti il quadro; a voi l’esito che ne potete dedurre

Da qui alla produzione deliberata, dolosa di crack economici il passo potrebbe essere breve: un altro tassello della guerra non guerreggiata, che subiamo da diversi lustri oramai. È la guerra economica in questo caso, che si svolge ogni giorno sotto gli occhi inconsapevoli di noi tutti, guerra fra potenze a scapito delle classi subalterne a cui vengono chiesti sempre più numerosi ed enormi sacrifici per “salvare” le proprie nazioni dal tracollo economico e dai vari deficit pubblici. Ma questa non è quella “pura” dei vari dazi, né quella “indotta” dalla manipolazione mediatica del “Coronavirus” ma è pur sempre guerra economica bellezza!

Alcuni decenni fa, scrittori più lungimiranti di altri lo avevano evocato, e sono stati “ghettizzati”, relegati nel genere della “sci fi” (la nostrana fantascienza) ai tempi considerata inattendibile, solo per sognatori ma si sa nemo propheta in patria. Un nome per tutti: lo scrittore e biochimico russo Isaac Asimov che il 2 gennaio scorso avrebbe compiuto cento anni ma che ci ha lasciati troppo presto, nel 1992, trasmettendoci comunque una formidabile eredità: il “ciclo della Fondazione” ed il romanzo “Io robot” fra gli altri.

Un’ultima riflessione che potrebbe salvarci da quella che è una colonizzazione virtuale a tutti gli effetti e a cui è nostro dovere ribellarci: un algoritmo, non potrà mai prevedere, o per meglio dire, suscitare passioni; ancora più difficile sarebbe stabilire una relazione prossemica fra una macchina, che produce un algoritmo attraverso una lettura di dati raccolti anche attraverso un social, ed una persona fisica; cosa ancora possibile solo fra due esseri umani.

Su questo argomento ci sono scuole di pensiero diverse: c’è chi afferma che sfruttando gli algoritmi che riguardano il sentiment (tradotto dall’inglese significa “sentimento” ma anche “opinione” N.d.r.) il sistema possa funzionare, mentre altri sono più cauti.

Noi ci schieriamo dalla parte della seconda scuola: un robot (che pensa utilizzando un A.I.) può dare informazioni (sul passaggio di un ordine, sulla correttezza del prezzo di un titolo addirittura), ma non crediamo sia possibile che la sua predittività raggiunga un livello tale da poter sostituire un qualsiasi investitore. Troppi fattori e variabili “imprevedibili”, che fanno capo a qualcosa che l’uomo moderno ha imparato a chiamare “coscienza”, e che una macchina NON può trattare. Un robot avrà incarichi da front office, niente di più, potrà far risparmiare tempo ad un broker, che lo dedicherà al cliente, ma qui si ferma.

Ed è già molto.

Erogazioni, mutui e prestiti, settore sicurezza e compliance: questi i campi dove un A.I. può essere utilizzata al meglio e può snellire una situazione.

Non altri dove ad intervenire dovrebbe essere la “coscienza”.

Fonte

14/01/2020

Il business 5G, problema ancora troppo sottovalutato. Aspetti normativi e pericoli per la salute

di Rosanna Suozzi e Arturo Raffaele Covella

Lo scrittore statunitense Jonathan Franzen, nella sua recente raccolta di saggi, asserisce che “La tecnologia digitale è un capitalismo in iperguida, che inietta la sua logica del consumo e della promozione, della monetizzazione e dell’efficienza in ogni minuto della nostra vita” ... “Forse l’erosione dei valori umani è un prezzo che la maggioranza delle persone è disposta a pagare per la comodità gratuita di Google, il conforto di Facebook e la fidata compagnia di un iPhone” (pagina 72) La fine della fine della terra, di Jonathan Franzen, Einaudi, 2019.

Che sia un precipuo interesse, puramente economico, è evidente anche da quanto emerso nel corso della prima riunione del Consiglio dei ministri del governo Conte bis. In quella occasione, infatti, il nuovo esecutivo ha attribuito, ipso facto, piena facoltà, sulle operazioni di ben quattro società, relativamente agli accordi con Huawei e altri operatori extra-Ue, con l’obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale.

In pratica, siamo di fronte all’attivazione del cosiddetto “golden power” (letteralmente potere d’oro, in realtà particolari poteri, fruibili dal governo italiano, per rafforzare e proteggere una società che ha rilevanza strategica nazionale) che configura “l’esercizio dei poteri speciali esteso ai settori cosiddetti ad alta intensità tecnologica” (DL16 ottobre 2017, n.148 (convertito con modificazioni dalla legge 4 dicembre 2017, n.172). Si delineano, pertanto, precisi intrecci tra presunta sicurezza nazionale e business allo stato puro, allettando così operatori e partner extra-europei ad entrare nella rete 5g italiana.

Che sia un grande affare e susciti golosi appetiti, lo dicono le cifre perché il 5G non è, come erroneamente si pensa, il modo per connessioni più veloci dei telefonini, ma l’internet delle cose (internet of things), cioè quel mondo iperfuturista e tecnologico caratterizzato da droni, automobili, abitazioni, fabbriche e oggetti sempre più connessi e interdipendenti che dovrebbe dare origine, globalmente, a tante “smart city” (città intelligente).

Per applicazioni integrate, come robotica, auto a guida autonoma e dispositivi medici, questi cambiamenti avranno, volenti o nolenti, un impatto e un ruolo importante per la rapidità con cui saremo costretti ad adottare la tecnologia nella nostra vita quotidiana.

Sarà una rivoluzione sia per il nostro modo di vivere che per il lavoro, così come è stato concepito finora. Si stima, invero, che Internet delle cose e robotica spazzeranno via almeno la metà di lavoratori occupati, in tutto il mondo, con la conseguenza di milioni di persone disoccupate e senza reddito.

Recenti studi, inoltre, valutano in ventidue miliardi i nuovi oggetti collegabili al web, da oggi e sino al 2022, seicentoventuno milioni i nuovi utenti Internet e seicentocinque milioni le nuove sottoscrizioni nel mobile. Si calcola che le aziende interessate potranno incrementare i profitti del 12-36%, con cifre da capogiro, quantificabili tra i 204 e i 619 miliardi di dollari, a cui vanno addizionati 1,7 trilioni di dollari già stimati tra i ricavi dai servizi nello stesso periodo (Guida per cogliere il potenziale economico della digitalizzazione industriale grazie al 5G, Ericsson).

Secondo lo studio Ovum “How 5g will transform the business of media & entertainment”, invece, si parla di ricavi, nel settore, valutabili in 765 miliardi di dollari tra il 2018 e il 2028. Somme astronomiche, dunque, con un mercato talmente ampio da suscitare legittime preoccupazioni.

A chi gioverà e quali saranno le implicazioni per l’ambiente e la salute?

Nonostante ci siano molte rassicurazioni, non possiamo dormire sonni tranquilli. Già ora, in Italia, ci sono circa settantaquattromila antenne che utilizzano, per lo più, tecnologia “beamforming”, ossia un tipo di segnale direzionale, inviato direttamente al dispositivo (device) da coprire. Il campo elettromagnetico, così creato, si aggiunge a quelli già esistenti.

Con il 5G, però, che possiede minore capacità di propagazione, in quanto utilizza frequenze più elevate, le antenne raggiungeranno la considerevole cifra di un milione. Ma che cosa succederà con la rete 5G? Anzitutto, è prevista una copertura dell’intero territorio nazionale nel 98% del suolo pubblico: quindi, non solo smart city, ma anche aree rurali, parchi, aree protette e centri scarsamente abitati.

Oltre agli attuali ventiquattromila hot spot wi-fi pubblici e le sessantamila stazioni radio base, cioè quelle antenne di telefonia mobile site sui tetti dei palazzi, col 5G verrà installato un numero imprecisato di mini-antenne, a microonde millimetriche, quantificabile addirittura in svariati milioni, se diffuso dai lampioni della luce LED, utilizzati anche come ripetitori wireless. Bisogna aggiungere, poi, che vi potrebbe essere un abbattimento sistematico degli alberi, superiori ai 5 metri di altezza, che intralciano la irradiazione e propagazione delle onde del segnale 5G.

Avremo, inoltre, un wi-fi satellitare, lo smart pavement sull’asfalto, per auto che si guidano da sole. Ipotesi lontane? Non proprio. A Reggio Calabria, città notoriamente a elevato rischio sismico, invece di mettere in sicurezza gli edifici, si stanno testando wi-fi dai tombini dei marciapiedi così come a Torino, la sperimentazione riguarda la messa in orbita di droni satellitari. In altri termini, saremo sottoposti, incessantemente, ventiquattro ore su 24, tutti i giorni, a campi elettromagnetici di una intensità e densità espositiva mai sperimentata prima.

Saremo, di fatto, delle cavie con inevitabili rischi per la salute pubblica. Secondo lo scrittore e giornalista Maurizio Martucci, autore del libro “Manuale di autodifesa per elettrosensibili” siamo di fronte a un vero e proprio “crimine contro l’umanità, in violazione del Codice di Norimberga”, ossia l’insieme dei principi normativi, enunciati nella sentenza che il tribunale militare americano emise il 19 agosto 1947, in cui furono condannati 23 medici nazisti per gli esperimenti condotti nei campi di concentramento.

Tale codice vieta la sperimentazione sugli esseri umani e secondo i giudici, in particolare, implica che, nel caso di esperimenti medici ammissibili, “la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia”.

L’importanza del Codice risiede nel fatto che fu il primo documento riconosciuto a dare un limite alle sperimentazioni umane, recepito e ampliato nella dichiarazione di Helsinki del giugno 1964 sviluppato dall’Associazione Medica Mondiale WMA (World Medical Association).

È talmente “grande la confusione sotto il cielo” che non possiamo dire che la situazione sia “eccellente” al punto che a nulla sono valsi, sinora, i numerosi appelli della comunità scientifica internazionale, tra cui quello di Friburgo, sottoscritto da tremila medici, né l’allarme, consegnato all’ONU nel 2015, di quarantuno scienziati, di svariati paesi, fondato sulla revisione scientifica di oltre diecimila studi che hanno dimostrato, inequivocabilmente, danni alla salute umana, da parte delle radiazioni di radiofrequenza (RF). Un ulteriore appello, firmato, a livello mondiale, da 170 tra scienziati, medici e organizzazioni ambientaliste, invita l’ONU, l’OMS, le istituzioni dell’Unione Europea a fermare l’espansione della tecnologia 5G, anche nello spazio, per i rischi per la salute dei cittadini.

Analoga richiesta è stata inoltrata, in Italia dall’ISDE (International Society of Doctors for the Environment), in ottemperanza al rispetto del Principio di Precauzione e del Principio OMS “Health in All Policies”. L’appello chiede una moratoria, sulla sperimentazione del 5G, fino a quando non saranno eseguite opportune valutazioni, sia dei rischi ambientali che di quelli sanitari, con adeguati piani di monitoraggio e obbligo di informazione ai cittadini esposti a potenziali rischi di cui non sono ancora ben noti gli effetti.

Nel nostro paese, la tecnologia 5G è stata lanciata con una sperimentazione, gestita esclusivamente dal Mise, senza il coinvolgimento di enti istituzionalmente preposti quali il Ministero della Salute, Ambiente, ISPRA e senza alcuna valutazione preventiva sui possibili rischi per la salute e l’ambiente. Eppure, già nel 2011, la IARC (International Agency for Research on Cancer agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), effettuò una valutazione di numerosi studi che supportavano un’associazione causale tra radiazione a radiofrequenza e tumori cerebrali e craniofacciali.

Secondo un recentissimo studio, realizzato da Alasdair Philips e collaboratori, pubblicato online nel 2018, dalla rivista peer-reviewed (letteralmente revisione paritaria, in pratica la procedura di selezione e verifica di lavori scientifici, da parte di specialisti del settore, che determinano la pubblicazione su riviste scientifiche) Journal of Environmental and Public Health, nel corso del periodo 1995-2015, in Inghilterra, è stato accertato un significativo aumento nell’incidenza del Glioblastoma Multiforme – il tumore cerebrale più aggressivo e rapidamente fatale – in tutte le fasce d’età.

Un’altra analisi, pubblicata nel 2015 (Gittleman et al.), invece, ha esaminato i dati 2000-2010 della United States Cancer Statistics publication e del Central Brain Tumor Registry degli Stati Uniti, rilevando un incremento significativo delle neoplasie, maligne e non maligne, del sistema nervoso centrale negli adolescenti, nonché un considerevole incremento della leucemia linfatica acuta, linfoma non Hodgkin e tumori maligni del sistema nervoso centrale nei bambini.

I CDC statunitensi (Centers for disease control and Prevention paragonabili, a grandi linee ai nostri servizi di igiene e prevenzione), inoltre, hanno riscontrato anche l’aumento di tumori cerebrali, renali, epatici e tiroidei tra gli individui sotto i 20 anni.

In una recente intervista, il professor Leif G. Salford, neuroncologo svedese, che ha diretto la ricerca sugli effetti delle emissioni elettromagnetiche dei cellulari, presso l’Università di Lund, afferma, a chiare lettere, che “i giganti delle telecomunicazioni che fabbricano e commercializzano telefoni cellulari, costruiscono le torri con le antenne per la telefonia cellulare e spendono milioni di dollari in pubblicità, pubblicano dichiarazioni e manipolano i media ripetendo all’infinito che i telefoni cellulari sono sicuri e non causano danni alla salute” ... “Ma la maggior parte degli studi, da essi finanziati o in qualche modo controllati”, spiega Salford, “non hanno esaminato le vere domande: qual è l’effetto a lungo termine, sul corpo umano, dalle radiazioni dei telefoni cellulari? Quale interferenza biologica si verifica dall’esposizione alla radiazione a microonde pulsata, a bassa intensità non termica, emessa dai telefoni cellulari?” E ancora “i produttori di telefoni cellulari sono riusciti a influenzare le agenzie nazionali e internazionali affinché ignorassero i pericoli”.

Solo di recente, nel 2018, sono stati pubblicati due importanti studi sperimentali, durati dieci anni: nel primo, finanziato dal Dipartimento per la Sanità americano, con 25 milioni di dollari, effettuato dal National toxological program (Ntp), settemila topi da laboratorio sono stati sottoposti, per tutta la vita, a radiazioni corrispondenti all’intensità solo del 2G e 3G, nel secondo, realizzato dall’Istituto Ramazzini di Bologna, che ha portato avanti la stessa ricerca, finanziato con contributi di privati cittadini, soci dell’Istituto, ARPA, Regione Emilia Romagna, Inail, Fondazione Carisbo, P.E.I., Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children with cancer (UK), Environmental Health Trust (USA), sono stati utilizzati 2448 ratti Sprague-Dawley usando frequenze più basse, corrispondenti a 50 Volt/metro (il picco a cui si può arrivare in Italia per rispettare la media giornaliera di 6volt/metro).

Entrambi gli studi sono arrivati alle stesse conclusioni, ovvero, alla dimostrazione di un aumento “statisticamente rilevante” del numero dei tumori, rarissimi schwannomi, al cervello e al cuore, correlati a queste frequenze. Stiamo parlando, tuttavia, di effetti dell’irraggiamento delle antenne, per le radiofrequenze della telefonia mobile, usate sinora.

Il 5G utilizzerà, infatti, frequenze elevate, i cui effetti sono del tutto sconosciuti. Il 4G, in realtà, raggiunge, al massimo, frequenze intorno ai 2,6 GHz mentre, con il 5G, si arriverà ai 27,5 GHz. Secondo il Dr. Agostino di Ciaula, Presidente del comitato scientifico di Isde, il 5G “opera su frequenze superiori ai 20 GHz, ben più elevate di quelle sinora impiegate dai sistemi di radiotelefonia.

Già oggi esistono specifiche evidenze scientifiche preliminari, cioè studi di base effettuati su cellule in vitro e cavie animali, che dimostrano come l’esposizione a frequenze superiori ai 20 GHz possa, fra l’altro, alterare l’espressione genica. Stimolare la proliferazione delle cellule. Modificare le proprietà delle membrane citoplasmatiche e la funzionalità dei sistemi neuromuscolari. Determinare stress ossidativo. Provocare mutazioni cromosomiche. E poiché per la trasmissione dati il 5G utilizza onde millimetriche, a bassa penetrazione ambientale, richiederà l’installazione di numerosissimi microripetitori. Li vedremo spuntare ovunque, dai caseggiati ai pali della luce. E la densità espositiva subirà un forte incremento”.

Come se non bastasse, nelle audizioni, preliminari alla stesura della delibera AGCOM n. 231/18/CONS, alcuni operatori hanno “richiamato l’attenzione del regolatore sugli stringenti limiti alle emissioni elettromagnetiche presenti in Italia, che potrebbero porre un freno allo sviluppo degli impianti radio”, augurandosi “una revisione dell’attuale normativa”.

Eppure, sulla base delle evidenze scientifiche, tali norme non tutelerebbero affatto la salute umana, motivo per cui andrebbero revisionate, con criteri molto più restrittivi, sulla base del principio di precauzione e del nuovo Codice dell’Ambiente. Quest’ultimo, infatti, dispone, inequivocabilmente, il concetto di precauzione quale elemento basilare del diritto ambientale.

In particolare, nell’articolo 301, si stabilisce che “In applicazione del principio di precauzione di cui all’articolo 174, paragrafo 2, del Trattato CE, in caso di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per l’ambiente, deve essere assicurato un alto livello di protezione”.

Dobbiamo ricordare, inoltre, che con la Risoluzione 1815, del 27 maggio 2011, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, sancisce che, sulla base del principio di precauzione ALARA (tanto basso quanto ragionevolmente possibile), è raccomandato, agli stati membri, di voler fissare soglie preventive, di campi elettromagnetici, non superiori agli 0,6 Volt/metro. Si consiglia, inoltre, di ridurre tale valore a 0,2 V/m, ben sotto la soglia sancita, in Italia, dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, dell’8 luglio 2003, che pone, come limite massimo di esposizione ai campi elettromagnetici, quello di 6 Volt/metro, ben superiore, dunque, di 30 volte quello auspicato dall’Europa.

Dobbiamo considerare ancora un ulteriore aspetto sulla salute, da parte delle radiofrequenze, perché le conseguenze non riguardano solo l’insorgenza di possibili tumori, ma anche degli effetti acuti e cronici. In particolare, vanno valutate le alterazioni cardiache, consistenti in aritmie, e i cambiamenti nella funzione cerebrale, rilevabile con gli studi elettroencefalografici.

È stata ben definita, infatti, una peculiare sindrome, inizialmente denominata “malattia da onde radio”, nota come “ipersensibilità elettromagnetica” (EHS), in forma sia acuta che cronica. Tale sindrome è caratterizzata da disturbi obiettivi del sonno, ipertensione arteriosa, tachicardia, disturbi digestivi, caduta dei capelli, acufeni, eruzioni cutanee e sintomi soggettivi come vertigini, nausea, cefalea, perdita di memoria, incapacità di concentrazione, affaticamento, disturbi simil-influenzali nonché dolore cardiaco.

Secondo le linee guida, stilate da EUROPAEM EMF, l’ipersensibilità elettromagnetica (EHS) EHS insorge con l’esposizione quotidiana a “livelli crescenti di campi elettromagnetici” e solo con “la riduzione e la prevenzione dell’esposizione a campi elettromagnetici” è possibile ristabilire lo stato di salute dei pazienti.

In realtà, l’EHS è molto più che una sindrome perché configura un preciso danno, derivante da un inquinamento ambientale globale, talmente esteso che interessa già almeno 100 milioni di persone. Non osiamo immaginare quali saranno le conseguenze del 5g, introdotto a livello mondiale. Tra le ipotesi più catastrofiche, quelle ipotizzate in un’intervista a Martin Pall, Professore emerito di biochimica al Washinghon State University di Portland, considerato uno dei maggiori esperti, al mondo, sull’elettrosensibilità e le interazioni dei campi elettromagnetici sull’uomo: “Se il 5G sarà realizzato, secondo i piani stabiliti, tra 5 o 7 anni l’umanità sarà estinta”.

Ci sono, inoltre, delle considerazioni e implicazioni di carattere etico-ambientale perché la rete, non viaggia solo via etere, e, per realizzarla, sono necessari sofisticati hardware che utilizzano plastiche e metalli sempre più rari sul nostro pianeta. Non esistono sufficienti garanzie che l’estrazione dei minerali, essenziali a questa tecnologia, non determinino inquinamento ambientale e/o sfruttamento del lavoro anche e soprattutto minorile.

Emblematico è il caso della columbite-tantalite, meglio nota con la contrazione linguistica congolese coltan, che serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica, nei chip di nuovissima generazione, e ad allungare la durata delle batterie nei telefoni cellulari. Viene impiegato, comunque, anche nell’industria aerospaziale per fabbricare i motori dei jet, nei visori notturni, air bag, nelle fibre ottiche, tv al plasma, console per videogiochi, computer, etc.

Il coltan è radioattivo e contiene anche una certa quantità di uranio. Questo minerale, estremamente raro, indispensabile per i nostri smartphone, viene estratto nelle miniere del Congo che possiede l’80% delle riserve mondiali e di pochi altri paesi. Il controllo delle miniere è sotto il controllo diretto dei signori della guerra locali che prima distruggono, uccidono, violentano nei villaggi delle provincie congolesi e, quindi, costringono a lavorare, in condizione di schiavitù, i superstiti con paghe di 3-4 dollari al giorno, per gli adulti, e 2 dollari per i bambini.

In particolare, si stima che ogni chilo di coltan estratto costi la vita a due bambini, preferiti perché più agili nelle precarie gallerie scavate senza protezione. La giornata lavorativa inizia all’alba e termina al tramonto, senza sosta. Con i proventi, si finanzierà l’acquisto di altre armi e la paga dei soldati per dare vita a una spirale di violenza e morte. Si stima che il coltan sia costato già la vita a cinque milioni di persone ma di questo non si parla.

Qualche maligno, inoltre, pensa che dietro la recente destabilizzazione del governo Maduro, in Venezuela, non ci sia solo il petrolio ma il coltan di cui il paese sarebbe particolarmente ricco.

Ci troviamo di fronte ad un quadro apocalittico che, in virtù del profitto, calpesta non solo la salute e l’ambiente, ma mette a repentaglio la vita stessa delle generazioni future. Nicolas Tesla affermava che “La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità.” Qui, invece, stiamo parlando di distruzione.

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