Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Proprietà privata. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Proprietà privata. Mostra tutti i post

23/07/2026

“Grazia a Roggero? Sia chiesta anche per Battisti”

Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.

Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con un'operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.

Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?

Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.

Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?

La Corte costituzionale ha stabilito che l’istituto della grazia deve esser considerato estraneo all’indirizzo politico del governo. In questo clima, è evidente che non sarà così. La presidenza della repubblica subirà pressioni. Quale che sia l’esito finale, le destre cavalcheranno la vicenda per sostenere l’urgenza di rendere la protezione dei regimi di proprietà privata una cosa sacra, superiore a ogni altra tutela.

Nella narrazione prevalente, dicono che stanno solo invocando un po’ di umana comprensione per il gioielliere che si è fatto giustizia da solo...

In realtà, stanno puntando a un obiettivo molto più grande, che non ha niente di “umano”: vogliono legittimare la violenza privata in difesa della proprietà per accelerare la tendenza generale, che sta già trasformando lo stato di diritto in una sorta di “stato del diritto padronale”. Dove pur di difendere la proprietà vengono soppressi gli altri diritti. E non parlo solo dei familiari dei rapinatori uccisi da Roggero, o dei malcapitati che per caso si ritrovano in mezzo a simili sparatorie.
Mi riferisco, in generale, a tutti coloro che rivendicano un diritto negato da una controparte proprietaria: dai debitori vessati da interessi insostenibili, agli inquilini che contestano contratti capestro imposti dai locatori, agli utenti travolti da bollette fuori controllo, alle associazioni che si vedono sottrarre uno spazio pubblico da qualche multinazionale dell’immobiliare.
Dobbiamo capire che tutto si tiene. Le destre sfruttano casi come quello di Roggero come testa d’ariete per dichiarare che la proprietà privata domina sul diritto. E per imporre mutamenti legislativi più ampi e ambiziosi, totalmente sbilanciati a favore degli interessi proprietari.

Eppure tanta gente prende le parti del governo e chiede la grazia per Roggero...

Perché credono che l’obiettivo sia semplicemente quello di affrontare una specifica tragedia umana, di un uomo che reagisce impulsivamente a un’aggressione.
Non comprendono che simili episodi vengono manipolati dalle forze politiche per piegare la legislazione agli interessi prevalenti: ossia, dare massima tutela a quel risicato 10 percento di popolazione che oggi detiene oltre il 60 percento della ricchezza, e restringere ancor più i diritti del 50 percento di popolazione priva di patrimonio.
Insomma, bisogna ricominciare a capire che la benevolente narrazione del gioielliere che reagisce ai rapinatori è solo un paravento per nascondere qualcosa di completamente diverso e soverchiante: una spietata lotta di classe in atto, del capitale che agisce contro il diritto.

Il direttore di Contropiano.org, ha lanciato una provocazione: se le destre chiedono la grazia per Roggero, bisognerebbe pure chiedere la grazia per Cesare Battista, attualmente all’ergastolo anche per il coinvolgimento con i “proletari armati per il comunismo” nell’omicidio di Pier Luigi Torregiani, il cosiddetto “gioielliere giustiziere”, che era stato accusato di avere ucciso un rapinatore. Che ne pensa?

Sono vicende molto diverse. Tuttavia, se guardiamo quelle due tragedie dal punto di vista delle strumentalizzazioni politiche che hanno ispirato, allora un nesso tra i due casi lo troviamo.
Sta nel fatto che la legittimazione politica della violenza privata in difesa della proprietà e la violenza politica contro la proprietà rappresentano, in fin dei conti, due espressioni speculari di un medesimo obiettivo: la distruzione dello stato di diritto, per come oggi lo conosciamo.
Chiaramente, l’eversione rossa dei “proletari armati” è un fatto storicamente determinato, un delirio politico figlio della sua epoca. Eppure, possiamo dire che l’uso strumentale che le destre stanno facendo di casi come quello di Roggero può esser considerato, a sua volta, una forma di “eversione”.
Dopotutto, la gara di Meloni, Salvini, Vannacci e Musk a chi la spara più grossa in difesa del gioielliere è anch’essa una forma di delirio politico, che tuttavia ha un obiettivo immediato e tangibile: dare una spinta ulteriore alla valanga in atto, documentata dai dati, che sta già schiacciando gli altri diritti in nome di una tutela sempre più intransigente e feroce della proprietà del capitale.

Cosa potrebbe significare una richiesta di grazia a Battisti, portata avanti parallelamente all’iniziativa delle destre per la grazia a Roggero?

In un certo senso, potrebbe rivelarsi un modo per sottrarre l’istituto della grazia presidenziale dalle pressioni politiche del governo. Consentirebbe di chiarire che l’eventuale grazia dei condannati non ha nulla a che fare con la legittimazione né di chi spara compiendo una violenza privata in difesa della proprietà né di chi spara in nome di una violenza politica che vorrebbe vendicare quella violenza privata.
Salverebbe l’istituto della grazia dal rischio che venga interpretato come un “liberi tutti”, un incitamento ad armarsi e a farsi giustizia da soli. E aiuterebbe a disinnescare le provocazioni delle destre, che ogni giorno che passa ci fanno compiere un piccolo passo avanti verso una nuova, nera notte della repubblica.

Fonte

21/12/2025

Sugli affitti la proprietà privata non è predominante. Lo afferma la Cassazione

Nella giornata di sabato abbiamo pubblicato un focus sulla questione abitativa del Cnel, oggi pubblichiamo una interessante segnalazione di Asia-Usb su una sentenza della Corte di Cassazione sul fatto che in materia abitativa – e in particolare sugli affitti brevi – gli interessi privati non sempre devono essere quelli predominanti. La sentenza smonta la tesi del governo secondo cui la regolamentazione degli affitti è una violazione della proprietà privata.

Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.

*****

La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale

La sentenza di Cassazione numero 186 del 2025 cassa l’idea del Governo Italiano: la proprietà privata può essere limitata per legge al fine di assicurarne la funzione sociale, così come chiaramente scritto nell’articolo 42 della Costituzione

Regolamentare sugli affitti brevi si può. Ma non è solo questo il punto. Difatti, quanto stabilisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 186 del 2025 ci racconta anche altro. Intanto la notizia: nello scontro Governo- Regione Toscana la Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultima. Il Testo Unico Regionale infatti dava, tra le altre cose, disposizioni su limiti e regole da adottare in sede territoriale per i comuni ad alta densità turistica in materia di locazioni brevi. Un tentativo, seppur debole a nostro avviso, di contrastare i fenomeni di turistificazione e la loro incidenza sul diritto all’abitare e alla città degli abitanti.

Una sconfitta dunque per il Presidente del Consiglio dei Ministri, firmatario del ricorso, che contro i limiti alle locazioni turistiche in civili abitazione senza il cambio di destinazione di uso in struttura ricettiva extra-alberghiera (così dice il Testo Toscano), aveva investito parte del ricorso. Secondo il ricorrente infatti questa sarebbe una ingiusta limitazione alla proprietà privata. Beh la Cassazione ha stabilito che non è così, ed ha ribadito quanto scritto in Costituzione, cioè che la proprietà privata ha dei limiti eccome, e sono riscontrabili nella sua funzione sociale. Il passaggio avviene nel sesto paragrafo ed è importante, per cui lo riportiamo quasi integralmente:
6.2.– La questione promossa in riferimento all’art. 42 Cost. non è fondata.

Secondo il ricorrente, la scelta di non consentire la gestione non imprenditoriale delle strutture ricettive extra-alberghiere priverebbe i proprietari, «in modo del tutto sproporzionato e irragionevole», della possibilità di ricavare un reddito dal loro bene. In realtà, il ricorrente non tiene conto del fatto che l’obbligo posto dagli articoli da 42 a 45 non priva in assoluto i proprietari (che non vogliano assoggettarsi ad esso) della possibilità di locare l’immobile a fini turistici, (…). Dunque, le norme impugnate determinano un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari, seppur minore di quella paventata nel ricorso. Occorre dunque verificare la possibilità di giustificare le norme in esame ai sensi dell’art. 42, secondo comma, Cost., che consente di limitare la proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Ed ecco che anni di propaganda dei Patrioti crollano miseramente. La proprietà privata non è sacra, è prevista e tutelata dalla legge nelle sue forme, e può essere soggetta a regole e limiti ai fini di assicurarne (il verbo è importante) la funzione sociale. Non vi è dunque alcuna legittimità nel consentire a pochi soggetti privilegiati (grandi proprietari, fondi di speculazione etc) di condizionare negativamente la vita di milioni di famiglie in affitto o costrette a pagare un mutuo. Altro che decreti sicurezza, altro che ladri di case: affitti insostenibili, umiliazione dell’Edilizia Pubblica e uso del bene Casa come mero strumento finanziario sono i veri nemici di milioni di Italiani, i quali non si sentono assolutamente rappresentati dalla narrazione condotta sulla questione abitativa fin qui da questo Governo.

Asia-Usb si batte da decenni per la difesa e la promozione del Diritto alla Casa, richiamando allo stesso tempo questi principi in modo netto, in forte contrasto con quanto affermato negli anni dai vari Governi che si sono succeduti e soprattutto con l’idea di società proposta dalla Destra che governa il paese e che, finalmente, su questo tema è stata “cassata”.

A nostro avviso gioverebbe agli esponenti del Governo, in particolare il Presidente del Consiglio ed il Ministro delle Infrastrutture, la lettura integrale di questa Sentenza.

Fonte

04/03/2023

Se anche l'automobile ci chiude fuori

di Guido Salerno Aletta

Il telecomando fu una grande rivoluzione: all'inizio erano sistemi a raggi infrarossi per pilotare il televisore, con il cambio dei canali o la regolazione del volume senza doversi alzare dalla poltrona.

Poi, sempre più sofisticati, con segnali via radio con tecnologia Bluetooth ci hanno consentito di aprire e chiudere l'automobile senza dover inserire la chiave nella serratura. Anzi, il suo uso più frequente era quello di azionarlo da lontano nei parcheggi dei supermercati, quando non ci si ricordava più dove si era lasciata l'auto: il segnale acustico di risposta e l'occhieggiare delle frecce aiutavano a localizzarla da lontano.

Per farla breve, ora sta accadendo il contrario: la Ford, una delle più antiche e prestigiose marche americane di automobili, ha presentato alle autorità competenti per la sicurezza dei veicoli una richiesta di autorizzazione davvero inconsueta: un sistema automatico, via radio, potrebbe bloccare progressivamente diverse funzionalità dell'automobile, fino al blocco delle serrature, a chi è in ritardo con il pagamento delle rate del leasing o del canone di noleggio.

In pratica, come fanno i vigili urbani quando trovano un'automobile in sosta vietata, mettendo una ganascia che blocca una ruota ed impedisce di andar via se non previo pagamento della multa, ora la ganascia sarebbe elettronica ed applicata via radio.

Le punizioni per chi non paga sono progressive: al primo giorno di ritardo viene disabilitata la radio ed il GPS; dopo una settimana l'aria condizionata ed il riscaldamento; successivamente, se il ritardo permane, le portiere dell'automobile non si apriranno più. Fino al pagamento della rata e della mora.

La questione non è affatto nuova: ormai tutti gli apparecchi collegati ad una rete di telecomunicazioni hanno il software che viene aggiornato con regolarità dal costruttore o dal gestore della applicazione. Si tratta degli antivirus o di miglioramenti delle funzionalità già istallate. In certi casi è necessario scaricare manualmente l'aggiornamento dai vari “store on line”, mentre diminuisce la funzionalità del software già istallato nell'apparecchio in quanto non dialoga più correttamente con la nuova piattaforma. In pratica, o si aggiorna il software o l'applicazione non funziona più.

Tutto questo complesso sistema di aggiornamenti dei software e dei meccanismi che influiscono sulla funzionalità degli apparati lascia quindi spazio ad ogni genere di conseguenze: il "deplatforming", la sanzione che consiste nel non poter più accedere ad un determinato social per aver violato le Regole della Community, con il più variegato complesso di gradualità, è ormai dato come acquisito.

In pratica, una volta nei confronti dell'inadempimento c'erano procedure di sanzione da attivare formalmente e per le vie legali, con diffide scritte: la linea telefonica può essere disattivata, ma solo per le chiamate uscenti; il contatore dell'energia elettrica può essere chiuso, ma un minimo di corrente deve essere lasciata comunque passare, come pure un filo d'acqua deve rimanere disponibile, ora ogni servizio in rete oppure ogni apparato che è connesso alla rete come un'automobile può essere bloccato.

Nelle automobili elettriche, il pacco batterie è già congegnato con una elettronica che ne modula la potenza o la capacità di ricarica a seconda del contratto che è stato stipulato: se si fa un upgrading, pagando una differenza, la batteria incrementa le prestazioni disponibili.

La svolta è netta: stiamo progressivamente abbandonando il sistema della fruizione dei beni basato sulla loro proprietà, per entrare in un altro in cui si ha solo la possibilità di accedere alle funzionalità di un bene in modo condizionato nel tempo.

Una cosa è la proprietà: di un libro, di un disco, di una lavatrice, di un'auto. Un'altra è accedere con un contratto alla biblioteca o alla musica on-line, oppure noleggiare un'auto dotata di questi dispositivi che ne controllano praticamente le funzionalità via rete. Aumentando le prestazioni oppure riducendole fino a bloccarsi completamente.

Sono temi che riguardano la civiltà, i rapporti di produzione: stiamo tornando al Medio Evo, quando la terra non era appropriabile da parte dei contadini ma solo coltivabile, a fronte dell'obbligo di versare una parte del raccolto al feudatario di turno. Chi non la versava non poteva più coltivare.

La fine della proprietà è la fine della libertà.

Fonte

13/06/2019

Piazza Navona, i tre scalini e il bar dell’assassino

In tempi di giustizieri fai-da-te e ministri inutili che li benedicono; in tempi di lento scivolamento verso la pigrizia mentale dunque verso la barbarie; in tempi in cui pensare non va più di moda perché costa più del lavoro fisico, qualche volta; in tempi in cui il dubbio va evitato come la peste e quindi sei preda di ogni truffatore ti sappia vendere qualcosa; in tempi di moralisti senza morale...

Quello di seguito è un lampo di saggezza e intelligenza che non vi potete perdere.

*****

Sono passati proprio tanti anni da quando si cantava “Imagine” e il nuovo avanzava al ritmo di “mettete dei fiori nei vostri cannoni“.

Succedeva tanti anni fa, nella bellissima piazza Navona, a pochi metri dalla fontana del Bernini voluta dalla terribile donna Olimpia.

Succedeva che nell’allora famosissimo bar “Ai tre scalini” dove si faceva un gelato particolare, il tartufo nero, forse allora il più famoso d’Italia, e dove turisti e intellettuali erano di casa, succedeva che un ladruncolo rubasse una radiolina a un avventore seduto a gustarsi il suo tartufo nero, in un’atmosfera che vive ormai solo in qualche vecchio film e in antichi ricordi.

Succedeva che l’aitante figlio del proprietario, armato di pistola e di spirito guerriero, rincorresse il ragazzetto. Un italiano doc, sebbene di borgata, perché erano ancora abbastanza vicini i tempi in cui “gli albanesi eravamo noi” come dice un bellissimo libro di Gian Antonio Stella che, ovviamente, ha avuto meno successo de “La casta”.

Succedeva che quando il ragazzetto, credo un diciassettenne, si accorse di essere inseguito da un giovane armato, gridò “tiè te la lascio” e lasciò a terra la radiolina scappando via.

Ma si sa, quando si entra nel ruolo del giustiziere e si ha una pistola in mano, ci si aspetta il trionfo con corona d’alloro solo se si compie l’opera già iniziata e così il giovane aitante sparò ad un altro giovane, più giovane e più sfortunato di lui, e lo uccise.

Credo fosse la fine degli anni '60 o al massimo l’inizio degli anni '70, appunto quelli in cui si cantava Imagine e mettete dei fiori nei vostri cannoni.

Forse una ricerca negli archivi mi confermerebbe la data esatta ma non è troppo importante. Quel che mi sembra importante è il resto.

So che qualcuno avrà voglia di leggermi, pochi pochi ma non importa. In fondo anche Manzoni pensava ai suoi 16 lettori e io non sono Manzoni, quindi me ne bastano dieci.

Allora vado avanti.

Mia madre amava tanto il tartufo nero di piazza Navona e ogni tanto mio padre, la domenica, quando noi eravamo ancora piccoli e stavamo all’oratorio o in casa dei nostri amici, la portava a godere due ore di felice libertà concedendosi il lusso di sedere ai tre scalini.

Poi il tempo passò e il tartufo rimase un ricordo. Il bar cambiò nome. Non nella sua denominazione ufficiale, quella ce l’ha ancora, ma nell’appellativo che gli diedero i romani.

Chi non è di Roma deve sapere che i romani avevano, e in parte ancora hanno, una particolare arguzia nel dare nomi e soprannomi a cose e persone a seconda delle situazioni. Quello diventò “il bar dell’assassino”.

Al bar dell’assassino non si va.

Forse neanche per fame si sarebbe andati, a maggior ragione non si poteva andare per puro piacere. Basta tartufo nero.

Noi intanto eravamo cresciuti ed erano anni in cui i ragazzi discutevano di tutto. Ed erano anni in cui “addirittura” quanto si apprendeva a scuola (addirittura è amara ironia pensando ad oggi) diventava alimento per le nostre discussioni. Così, quel po’ che si conosceva di Cesare Beccaria ci aiutava a capire la differenza tra vendetta e giustizia e quel po’ che si conosceva di Marx ci aiutava a capire quanto fosse necessario porre delle priorità tra la vita e il patrimonio.

Poi cominciava ad arrivare la psicologia, ne parlavano perfino i preti! e in pochissimi anni l’Italia fece un salto socio-culturale così intenso che non sarebbero bastati due secoli normali per far cambiare tutto quello che cambiò tra l’inizio degli anni '60 e la fine degli anni '70.

Erano anni sconvolgenti, anni in cui davvero si stava provando la sfida tra civiltà e barbarie. Né la violenza della polizia, né il terrorismo di Stato riuscivano a fermare quella marea montante di giovani che dai 14 anni in su volevano cambiare il mondo.

Sarebbero arrivate altre strategie, a volte veicolate su gambe inconsapevoli, a far rifluire quella marea. E i risultati sarebbero andati avanti nel lungo periodo e li stiamo vedendo.

Tornando ai tre scalini, le notti estive della seconda metà degli anni '70, mi videro spesso a piazza Navona. Allora avevo un magnifico pastore tedesco a pelo lungo che era la mia guardia del corpo e che tornava con me, noi due soli, a casa all’alba, visto che in nome del femminismo non volevo essere accompagnata dai miei amici.

Erano passati anni dal giorno in cui il ladruncolo era stato ucciso per una radiolina, tra l’altro restituita, ma era ancora vietato dalla nostra coscienza sederci al bar dell’assassino.

Le nostre serate tiravano avanti con amici che si aggiungevano quando finivano il turno al giornale per cui lavoravano e si riprendeva il discorso su tutto. Allora io ero tra i più giovani e crescevo anche sulle storie di chi aveva venti anni più di me e aveva fatto esperienze a me impossibili per motivi anagrafici. Ora sarebbe il contrario. Ma solo se ancora ci fosse quell’atmosfera e quella voglia infinita di cambiare il mondo.

Certo, anche allora c’era chi, tra la vita e la proprietà, metteva al primo posto la seconda, ma non faceva parte del nostro giro e a noi sembrava naturale cercare di convincerlo del suo errore tirando fuori di tutto, compresi pure Cristo e don Milani.

Oggi, con infinita amarezza, devo dire che quella battaglia l’hanno vinta loro.

Leggo che il tabaccaio di Navone Canavese che ha ucciso un ladro, non in una colluttazione, ma sparandogli dal balcone e centrandolo mentre scappava, ha avuto l’onore addirittura di una fiaccolata in suo sostegno. La proprietà ha vinto sulla vita, la barbarie sulla civiltà.

Il bar dell’assassino oggi è un bellissimo bar ristorante molto frequentato.I giovani a piazza Navona non passano la notte parlando di tutto. Una legge orripilante, basandosi sul legittimo diritto alla difesa e distorcendolo fino a diventare licenza di uccidere è stata appena emanata da questa Repubblica Italiana che, morso a morso, sta divorando lo spirito della Costituzione che avrebbe dovuto rappresentarla.

Che fare? Spiegare ai giovani che qualcuno li sta manovrando per renderli acefali nemici della conquiste umane costate oceani di sangue? No, non potrebbero ascoltare, e non per colpa loro. Una corrente sotterranea dice che noi, quelli della mia generazione e dintorni, abbiamo commesso molti errori, il che è anche vero, ma questo, invece che spingere alla correzione di quegli errori, li tuffa nel baratro della barbarie. Quella scintillante, quella che tra musica assordante che impedisce la parola e ipnosi consumistiche diversamente presentate, la nasconde, la barbarie, mentre ce li tuffa dentro. E con loro anche gli adulti che non hanno mai fatto parte di quella grande minoranza che illusoriamente credevamo fosse maggioranza e che voleva cambiare il mondo.

Volevamo mettere l’uomo al primo posto e non il capitale.

Non è andata così.

Anche questa battaglia l’abbiamo persa.

Ma siamo ancora in tanti e i nostri ideali sono duri a morire. Siamo pronti a passare il testimone e siamo certi che c’è chi è pronto a prenderlo, correggere gli errori e iniziare nuove battaglie.

Fiaccolate contro la licenza di uccidere forse riusciranno a prendere il posto delle fiaccolate in onore degli assassini alle quali, con indubbia coerenza, partecipano Lega e CasaPound, ma alle quali partecipano anche cittadini che con qualche confusione si ritengono di sinistra o altri che recitano il pater nostro senza capirne la contraddizione con la loro fiaccolata.

Be’, per quelli come me la lotta continua e, se possibile, con intelligenza e ancora, come diceva il Che, senza perdere la tenerezza.

Fonte

10/05/2017

I “crimini dell’economia”. Una lettura criminogena del capitalismo

Intervista a Vincenzo Ruggiero.
Docente da molti anni alla Middlesex University di Londra, Vincenzo Ruggiero è autore di numerosi libri sui risvolti sociali dei fenomeni criminali. Il suo recente libro su “I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico” offre una chiave di lettura di straordinario interesse.

Professor Ruggiero, Lei è autore del libro I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico pubblicato per i tipi di Feltrinelli: in che modo la prospettiva criminologica può esser utile nell’analisi del pensiero economico?

L’idea di scrivere ‘I crimini dell’economia’ mi è venuta dopo aver letto molte analisi economiche della criminalità. Gli economisti, infatti, hanno visitato spesso il terreno della criminologia, esaminando la logica razionale dei reati. In difesa del suo lavoro sul crimine come scelta, il Premio Nobel per l’economia Gary Becker ha fatto notare che anche chi commette reati può essere trattato da homo oeconomicus, e ha ricordato ai lettori che due grandi fondatori della disciplina criminologica, Beccaria e Bentham, applicavano esplicitamente un approccio economico nella loro analisi dei delitti e delle pene. Il mio libro intende restituire la visita, proponendo una lettura criminologica del pensiero economico. Del resto, il sapere economico si occupa di creazione e acquisizione di ricchezza, di mercati, di legittimità e devianza dalle regole che guidano l’arricchimento. È questo un campo che appartiene anche all’indagine criminologica.

L’iniziativa economica è intrinsecamente dannosa?

L’iniziativa economica in sé può essere benefica come dannosa. Benefica quando risolve almeno parzialmente i problemi relativi all’ineguaglianza e all’ingiustizia sociale, dannosa quando li esaspera. Idealmente, l’iniziativa economica dovrebbe produrre ricchezza ai fini di soddisfare i bisogni umani. Nella formulazione di Adam Smith, dovrebbe garantire il benessere collettivo e, simultaneamente, fornire le risorse necessarie all’allestimento dei servizi pubblici: in breve, arricchire ‘sia il popolo che il sovrano’. In realtà, molte iniziative economiche creano ricchezza per alcuni e scarsità per altri. Quanto ai ‘bisogni’, questi non sempre vengono ‘soddisfatti’ ma piuttosto generati in virtù della logica comunemente condivisa dello sviluppo. Quello che va sottolineato, comunque, è che la storia dell’economia è anche la storia dei suoi tentativi di risultare accettabile alla sensibilità di tutti, inclusi coloro che traggono scarsi benefici dalle sue avventurose attività. Ecco perché parlo di vittime dell’economia, vale a dire coloro ai quali viene detto che la loro povertà è transitoria e che non esistono altre modalità per sollevarli dalla loro condizione. Il pensiero economico, insomma, offre spesso delle giustificazioni per comportamenti che, in altri contesti, verrebbero ritenuti poco ortodossi, dannosi o criminali; offre razionalizzazioni per le calamità che produce.

Nel Suo testo, Lei analizza il pensiero di John Locke e la sua nozione di proprietà privata: di quali ‘crimini’ lo accusa?
A John Locke imputo un ruolo di avanguardia nel descrivere le popolazioni da colonizzare come subumane o barbare e, quindi, da soggiogare o distruggere. Il pensiero occidentale, che pure ne è stato e ne è ancora influenzato, ha tuttavia espresso anche altro al proposito. Voltaire addebita le responsabilità per guerre e invasioni a quei ‘barbari sedentari’ che, nascosti nella loro prosperità, ordinano il massacro di milioni di persone mentre digeriscono un buon pasto. Montaigne avverte che, prima di giudicare i popoli lontani, faremmo bene a renderci conto della nostra stessa barbarie. Se alcune tribù ‘arrostiscono’ i nemici, noi torturiamo i corpi vivi e arrostiamo lentamente i vicini e connazionali. Ebbene, Locke è estraneo a questo tipo di pensiero umanista che avrebbe potuto impedire l’intero progetto di colonizzazione. Stabilito che la proprietà privata è un dono divino, e constatato che i popoli lontani non apprezzano la natura divina di un simile dono, non rimane altro che trattare questi popoli alla stregua di selvaggina. Solo un nuovo campo del sapere poteva stabilire una distanza tra moralità universale e condotta privata, una nuova disciplina chiusa nel suo stesso pensiero, autoreferenziale, lontana da ansie divine o etiche. Gli abitanti dei ‘nuovi’ territori dovevano essere trasformati in criminali o nemici in una guerra che non avevano mai dichiarato. La ‘scienza’ economica non aveva ancora preso forma, ma il concetto chiave di proprietà era già stato formulato, con John Locke nel ruolo di precursore nell’assimilare le regole del comportamento economico alle leggi naturali e divine.

Di quali danni è responsabile il mercantilismo?

Le vittime, in questo caso, erano tutte quelle popolazioni che vivevano di piccolo commercio, schiacciate dal monopolio di compagnie che trasformavano la libertà di scambio (o meglio la loro libertà) nella schiavitù degli altri. Va notato che, nel reclamare il diritto inalienabile al commercio, le grandi compagnie mercantiliste domandavano contemporaneamente agli stati di non interferire con politiche regolative o restrittive. In realtà, la loro era una semplice domanda di esercitare quel potere politico che non intendevano lasciare tra le prerogative dell’autorità. Le compagnie, infatti, disponevano di eserciti e rappresentanti politici che governavano con le leggi e la violenza necessari allo svolgimento regolare dei commerci e delle rapine. I mercantilisti, insomma, non volevano uno stato che promuovesse il laissez-faire, ma solo un’autorità che garantisse la loro libertà, il loro laissez-faire. La principale vittima del mercantilismo è l’assetto sociale tradizionale che viene dissolto grazie alla forza militare e all’iniziativa commerciale. Marx descrive questo assetto come costituito dagli elementi principali che governano un’economia di sussistenza, grazie alla quale le piccole comunità ‘semibarbare e semicivili’ hanno sopravvissuto per secoli, concludendo che l’invasione inglese causa la più gigantesca, e sicuramente, la sola rivoluzione sociale che l’Asia abbia mai conosciuto. Ci viene ricordato che il tipo tradizionale di vita, privo di dignità, stagnante e vegetativo, e la maniera passiva di esistere, erano mescolati con la forza cieca che faceva dell’omicidio un rito religioso. E’ vero, Marx continua, che nel promuovere la rivoluzione sociale in India gli inglesi seguono i propri interessi più angusti, e la maniera nella quale li perseguono non potrebbe essere più stolta. Ma questo non è il punto. Il punto è: può l’umanità realizzare il proprio destino senza un profondo mutamento delle relazioni sociali in Asia? ‘Se la risposta è no, allora di qualsiasi natura siano i crimini commessi dagli inglesi, quei crimini, provocando una simile rivoluzione, sono uno strumento inconscio della storia’. Secondo Marx, insomma, lo sviluppo fornirà la base per l’evoluzione successiva, segnatamente la sconfitta delle classi dominanti inglesi da parte del loro proletariato e quella del dominio coloniale da parte del proletariato indiano. L’industria e il commercio, conclude Marx, hanno creato le condizioni materiali per la nascita di un nuovo mondo, così come le rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra. In conclusione, le vittime dell’economia mercantilista sono i martiri inconsapevoli della futura rivoluzione sociale, il prezzo umano da pagare affinché il progresso ci consegni un mondo nuovo.

La mano invisibile è macchiata di sangue?

Adam Smith e la sua mano invisibile sono responsabili di una gamma molto ampia di reati dei colletti bianchi. Se è vero che l’interesse individuale produce bene pubblico, vale a dire che i vizi privati si trasformano in virtù collettive, è anche vero che persino l’arricchimento illegittimo può promuovere la circolazione di benessere, incoraggiare lo sviluppo e creare posti di lavoro. Adam Smith si è occupato in maniera diretta di trasgressione, devianza, criminalità convenzionale e illegalità delle élite. E non è facile, a mio avviso, tracciare un confine tra le pratiche economiche da lui designate come ortodosse da quelle da lui ritenute disfunzionali o illecite. Il suo lavoro teorico è focalizzato sulla libertà di commercio, i diritti perfetti e imperfetti, l’impresa e l’intervento statale. Tra i diritti imperfetti vi sono quelli che garantiscono sopravvivenza e dignità, di cui non siamo titolari, ma che solo le forze dell’iniziativa economica possono riconoscere. Nemico della libera impresa, l’intervento statale è tuttavia necessario per le industrie nascenti, che vanno sostenute. In questa maniera Smith contraddice se stesso, in quanto simultaneamente predica la filosofia della libertà di impresa, una filosofia simile a una fede che molto spesso viene tradita persino, o forse soprattutto, da chi ufficialmente la professa. La ‘libertà d’impresa’, in breve, diventa libertà di usare lo stato e le sue risorse a proprio vantaggio. Infine, la sua argomentazione secondo cui i disoccupati prodotti dallo stesso sviluppo economico verranno in seguito assorbiti in settori produttivi in ascesa tralascia il malessere e le ferite personali e sociali generate dall’inattività. Smith argomenta che i disoccupati, nel lungo periodo, verranno in qualche maniera rioccupati. Keynes, un paio di secoli dopo, gli risponderà che nel lungo periodo saremo tutti morti.

In che modo la teoria dell’utilità marginale genera sfruttamento?

La teoria dell’utilità ‘marginale’ in Marshall si presta a interessanti interpretazioni per via del tipo di illegalità che promuove o razionalizza. L’idea di rareté, a questo proposito, è cruciale. Un bene, ci viene detto, deve essere non solo utile, ma anche poco reperibile. E’ questa, secondo Marshall, la nozione di utilità marginale, non generale. Non è la soddisfazione totale che scaturisce dal possesso di un bene a conferire valore a quest’ultimo; il valore deriva dalla soddisfazione prodotta dall’ultimo e meno desiderato oggetto di consumo. L’ultima riserva alimentare disponibile in una situazione di carestia possiede un valore immenso e merita un prezzo adeguato alla sua scarsità. Analogamente, l’utilità di un bene o di un servizio diminuisce, se tutte le altre variabili rimangono costanti, con la sua crescente reperibilità. Applicando questo principio ai salari, Marshall suggerisce che il loro livello corrisponde alla ricompensa monetaria che accetterebbe l’ultimo lavoratore marginale disposto a occuparsi. Marshall, in poche parole, conferisce dignità alle economie sommerse, a quelle enclave di lavoro dove molti sono disposti a occuparsi per disperazione. Seguendo la sua logica, la massima efficienza del lavoro si riscontra nei settori nascosti dell’economia, dove le retribuzioni, le condizioni e la sicurezza sono nettamente al di sotto degli standard stabiliti per legge. La massima ‘impiegabilità’, in termini di contributo offerto alla produzione e ai profitti, è allora quella che caratterizza gli immigrati irregolari, quelli ‘trasferiti’ illegalmente e quelli ‘trafficati’, in quanto le loro aspettative influenzano il livello dei salari ritenuto appropriato. I trafficanti di esseri umani sono avvertiti: in termini economici, hanno un ruolo importante da ricoprire.

Sempre nel Suo testo, anche la teoria keynesiana viene fatta oggetto di una critica molto netta

Il Keynes che meglio conosciamo è quello che propugna uno spostamento relativo di ricchezza a favore di lavori pubblici che creano occupazione e, perciò, salari, domanda di beni e servizi. Molti governi implorano i cittadini ad uscire, fare compere, consumare, in maniera da incoraggiare l’economia, anche se l’implorazione non può avere successo quando non viene accompagnata da un’offerta di salari adeguati. Il Keynes meno noto è quello che considera i cittadini meno abituati a consumare, in quanto dotati di scarse risorse, poco adatti a spendere quello che viene loro improvvisamente concesso in termini di aumento salariale. In altre parole, chi è disabituato all’aumento del proprio reddito è un consumatore inaffidabile, in quanto la maggiore disponibilità di danaro non si traduce automaticamente in maggiore propensione a spendere, ma in disponibilità a risparmiare. Le classi benestanti, al contrario, sono consumatori ideali. Consegnare danaro pubblico a queste classi, secondo un modello di socialismo per i ricchi, trova giustificazione in un supplemento di analisi offerto da Keynes. A volte, suggerisce, un declino del tasso di occupazione può persino incoraggiare il consumo, in quanto alcuni individui possono decidere di spendere i risparmi messi da parte in tempi migliori. ‘Perciò, quando l’occupazione scende a bassi livelli, il consumo aggregato scende in misura minore rispetto all’abbassamento del reddito reale’. A questo punto, è legittimo chiedersi perché mai si dovrebbe puntare all’incremento dell’occupazione e dei salari, e se la strada più rapida che conduce alla ripresa non sia quella di finanziare gli operatori chiave dell’economia, lasciando poi, appunto, ‘le cose al governo della natura’. Insomma, socialismo per i ricchi e neoliberismo per i poveri.

Quale economista è, a Suo avviso, maggiormente responsabile di crimini in economia?

Quasi tutti.

L’economia può dirsi scienza?

Non conosco nessun altra scienza che è insensibile ai danni che provoca. Del resto, parliamo di una scienza che glorifica l’ineguaglianza, e sono proprio la sua spiegazione e razionalizzazione che hanno mobilitato i più grandi talenti nella sfera del pensiero economico. Come ha dichiarato Galbraith, ‘Nella quasi totalità della storia economica, la maggioranza delle persone sono state povere e una piccola minoranza ricche. Di conseguenza, si è sempre avvertito il bisogno urgente di spiegare come mai – e, ahimè, di frequente, di spiegare anche perché così deve essere’.

La povertà come risultato del disappunto divino viene tradotta dagli economisti in ineguaglianza che determina sviluppo e felicità: ai poveri non resta che imitare i ricchi e contribuire così allo sviluppo economico. In verità, nel seguire l’esempio dei privilegiati, si genera soltanto acquiescenza per un sistema che permette ai privilegi apertamente in mostra di rimanere accessibili a pochi. Se lasciati fare, i mercati producono, così ci viene detto, i risultati più efficienti ed equi. Questa nozione che serve solo gli interessi di chi la formula, in realtà, giustifica la ridistribuzione di reddito verso l’alto, limitando anziché ampliare l’area della ricchezza. Ma quest’ultima non dovrà prima o poi ‘sgocciolare’ verso il basso? Beh, la metafora dello ‘sgocciolamento’ non sembra alludere a un getto né a una cascata poderosa, ma a un banale rubinetto che perde.

Fonte