Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/03/2026

Presentata denuncia contro la speculazione sui prezzi della benzina

La speculazione sui prezzi dei carburanti è già ben visibile. La guerra in corso in Medio Oriente ha visto il prezzo di gas e petrolio schizzare subito verso l’alto, ma i carburanti stoccati nelle raffinerie sono stati acquistati quando i prezzi erano ancora bassi. Eppure alle pompe di benzina sono già saliti e non di poco.

Affinchè si indaghi e si sanzioni seriamente ogni speculazione, l’Associazione di Base dei Consumatori (A.Ba.Co) e l’Asia USB – insieme all’avvocato Vincenzo Perticaro – hanno presentato una denuncia penale alle Procure per la speculazione sul prezzo dei carburanti.

La denuncia è stata presentata oggi alle Procure delle seguenti città: Roma, Milano, Genova, Bologna, Napoli, Firenze, Palermo, Bari, Cagliari.

L’attuale ed ingiustificato aumento dei prezzi causato dalla guerra in Medio Oriente sta determinando enormi profitti per le multinazionali, mentre danneggia in modo grave tutta la cittadinanza. Le speculazioni finanziarie hanno fatto sì che i prezzi si impennassero immediatamente esulando dalle normali dinamiche di domanda ed offerta, con il flusso fisico di petrolio e del GNL messo in crisi dalla chiusura dello stretto di Hormuz, ma con un calo degli approvvigionamenti non proporzionale all’aumento immediato dei prezzi.

Asia USB e A.Ba.Co., quindi, hanno deciso di denunciare in quanto il rischio di ripercussioni a danno di cittadini ed economia è grande, ragione per cui occorre intervenire immediatamente per fermare le speculazioni sui prezzi dei carburanti.

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21/12/2025

Sugli affitti la proprietà privata non è predominante. Lo afferma la Cassazione

Nella giornata di sabato abbiamo pubblicato un focus sulla questione abitativa del Cnel, oggi pubblichiamo una interessante segnalazione di Asia-Usb su una sentenza della Corte di Cassazione sul fatto che in materia abitativa – e in particolare sugli affitti brevi – gli interessi privati non sempre devono essere quelli predominanti. La sentenza smonta la tesi del governo secondo cui la regolamentazione degli affitti è una violazione della proprietà privata.

Qui di seguito il commento dell’Asia-Usb alla sentenza della Corte di Cassazione.

*****

La proprietà non è sacra, il suo limite è la funzione sociale

La sentenza di Cassazione numero 186 del 2025 cassa l’idea del Governo Italiano: la proprietà privata può essere limitata per legge al fine di assicurarne la funzione sociale, così come chiaramente scritto nell’articolo 42 della Costituzione

Regolamentare sugli affitti brevi si può. Ma non è solo questo il punto. Difatti, quanto stabilisce la sentenza della Corte Costituzionale numero 186 del 2025 ci racconta anche altro. Intanto la notizia: nello scontro Governo- Regione Toscana la Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultima. Il Testo Unico Regionale infatti dava, tra le altre cose, disposizioni su limiti e regole da adottare in sede territoriale per i comuni ad alta densità turistica in materia di locazioni brevi. Un tentativo, seppur debole a nostro avviso, di contrastare i fenomeni di turistificazione e la loro incidenza sul diritto all’abitare e alla città degli abitanti.

Una sconfitta dunque per il Presidente del Consiglio dei Ministri, firmatario del ricorso, che contro i limiti alle locazioni turistiche in civili abitazione senza il cambio di destinazione di uso in struttura ricettiva extra-alberghiera (così dice il Testo Toscano), aveva investito parte del ricorso. Secondo il ricorrente infatti questa sarebbe una ingiusta limitazione alla proprietà privata. Beh la Cassazione ha stabilito che non è così, ed ha ribadito quanto scritto in Costituzione, cioè che la proprietà privata ha dei limiti eccome, e sono riscontrabili nella sua funzione sociale. Il passaggio avviene nel sesto paragrafo ed è importante, per cui lo riportiamo quasi integralmente:
6.2.– La questione promossa in riferimento all’art. 42 Cost. non è fondata.

Secondo il ricorrente, la scelta di non consentire la gestione non imprenditoriale delle strutture ricettive extra-alberghiere priverebbe i proprietari, «in modo del tutto sproporzionato e irragionevole», della possibilità di ricavare un reddito dal loro bene. In realtà, il ricorrente non tiene conto del fatto che l’obbligo posto dagli articoli da 42 a 45 non priva in assoluto i proprietari (che non vogliano assoggettarsi ad esso) della possibilità di locare l’immobile a fini turistici, (…). Dunque, le norme impugnate determinano un’ingerenza nelle libere scelte dei proprietari, seppur minore di quella paventata nel ricorso. Occorre dunque verificare la possibilità di giustificare le norme in esame ai sensi dell’art. 42, secondo comma, Cost., che consente di limitare la proprietà «allo scopo di assicurarne la funzione sociale».
Ed ecco che anni di propaganda dei Patrioti crollano miseramente. La proprietà privata non è sacra, è prevista e tutelata dalla legge nelle sue forme, e può essere soggetta a regole e limiti ai fini di assicurarne (il verbo è importante) la funzione sociale. Non vi è dunque alcuna legittimità nel consentire a pochi soggetti privilegiati (grandi proprietari, fondi di speculazione etc) di condizionare negativamente la vita di milioni di famiglie in affitto o costrette a pagare un mutuo. Altro che decreti sicurezza, altro che ladri di case: affitti insostenibili, umiliazione dell’Edilizia Pubblica e uso del bene Casa come mero strumento finanziario sono i veri nemici di milioni di Italiani, i quali non si sentono assolutamente rappresentati dalla narrazione condotta sulla questione abitativa fin qui da questo Governo.

Asia-Usb si batte da decenni per la difesa e la promozione del Diritto alla Casa, richiamando allo stesso tempo questi principi in modo netto, in forte contrasto con quanto affermato negli anni dai vari Governi che si sono succeduti e soprattutto con l’idea di società proposta dalla Destra che governa il paese e che, finalmente, su questo tema è stata “cassata”.

A nostro avviso gioverebbe agli esponenti del Governo, in particolare il Presidente del Consiglio ed il Ministro delle Infrastrutture, la lettura integrale di questa Sentenza.

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25/10/2025

L’emergenza abitativa esplode. Una proposta di legge per mettere in campo soluzioni

Ultimamente siamo sommersi da numeri riguardanti l’emergenza abitativa e da ipotesi, proposte, cifre che arrivano da più parti. Istituti di ricerca, organizzazioni datoriali e sindacali, forze politiche e amministratori locali stanno sciorinando dati e progetti per analizzare ed affrontare specifici aspetti dell’ormai inafferrabile accesso alla casa, da ciò che riguarda chi lavora nel pubblico impiego alle giovani generazioni, passando per la spesso nominata (a sproposito) fascia grigia.

È ormai cosa notoria che le spese della casa erodano fino al 60 percento del reddito dei singoli nuclei familiari (quando la soglia di insostenibilità è fissata al 30 percento), e che il 10% dei nuclei familiari residenti in Italia è a rischio di sfratto e di finire in strada senza soluzioni. Inoltre, è proprio di pochi giorni fa la pubblicazione, da parte del Ministero dell’Interno, dei drammatici (e intempestivi) dati sugli sfratti richiesti ed eseguiti nell’anno 2024.

La tendenza è quella al costante incremento: a fronte di 81.054 richieste di sfratto, oltre 20mila sono state eseguite. È opportuno sottolineare che oltre l’80 percento di questi sfratti è per morosità incolpevole; inoltre, dalla Lombardia alla Calabria le richieste di esecuzione rispetto all’anno precedente (2023) con la forza pubblica sono aumentate dal 50 a oltre il 60 percento, mentre tra le singole città spiccano (in negativo) gli incrementi di esecuzioni forzose a Milano (+1100,75% rispetto al 2023), Nuoro (+145,45%) e Cosenza (+105,88%).

Roma detiene poi il poco invidiabile primato di provincia con il maggior numero di sfratti in termini assoluti, laddove a fronte di 5286 sentenze di sfratto emesse (6.101 nel Lazio) le richieste di esecuzione sono state ben 4.041 (nel Lazio 5.349) di queste 1.724 (nel Lazio 2204) sono state “soddisfatte”. Ciò vuol dire che più di 2000 nuclei familiari sono stati messi in strada senza soluzione solo nella nostra regione. Se a questo aggiungiamo 26mila senza fissa dimora, perlopiù quarantenni, segnalati dalla Caritas di Roma, ci possiamo rendere conto di come il disagio abitativo sia visibile ad occhio nudo. Anche perché, come ci dicono altri dati di pochi giorni fa, in Italia 5,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta.

Questi e altri drammatici dati enunciano che ognuno di questi pezzi della crisi abitativa, per essere affrontato adeguatamente, richiede l’investimento di miliardi di euro di risorse statali, regionali, e comunali. Sollecitazioni che arrivano da più parti e da soggetti diversi, comprese ANCE, Confindustria e Legacoop. La richiesta, rivolta anche all’Unione Europea, è di procurare le risorse necessarie per incrementare l’offerta di alloggi accessibili. Nessuno dei soggetti economici citati propone però di farlo regolamentando i canoni di locazione, ponendo freno alla diffusione selvaggia degli alloggi e immobili a uso turistico, interrompendo la dismissione del patrimonio pubblico in nome del debito pubblico, tassando e riutilizzando il vuoto, come parrebbe invece logico.

Nonostante nella sola Italia ci siano oltre 9,5 milioni di case vuote e incalcolabili edifici pubblici lasciati in malora, amministratori e costruttori (autoproclamati “trasformatori urbani”) invocano risorse e norme ancora più rilassate per costruire ancora più case e gestire il fabbisogno abitativo attraverso la partnership pubblico-privato. Si capisce dunque bene quale sia l’intento: finita la sbornia di risorse iniettate dal Next Generation EU e altre misure nazionali, l’emergenza casa è la nuova gallina dalle uova d’oro per rilanciare il settore delle costruzioni e la filiera del cemento in crisi visto che le persone, in tutta Europa, non riescono a permettersi una casa o non vogliono indebitarsi a vita per acquistarne una.

Nel frattempo, le cifre a nove zeri chieste dai costruttori e dagli amministratori in cerca di risorse a Bruxelles fanno amaramente sorridere chiunque abbia invece contezza delle reali risorse sul piatto per le politiche abitative. Queste ultime, ormai da anni, sono affrontate prettamente sul piano locale (a discrezione, dunque, della sensibilità delle singole amministrazioni) con mezzi spesso spuntati ed esigui, visto il tracollo sistematico delle risorse stanziate a livello nazionale per le politiche abitative, e il contestuale definanziamento anche di quei pochi e insufficienti strumenti rimasti a disposizione (come il fondo per le morosità incolpevoli).

La stessa sorte tocca a tutte le risorse di welfare (reddito, salute, istruzione, trasporti) mentre si continua ad aumentare, in Europa e nei singoli Paesi, la percentuale di PIL dedicata alle spese militari per ottemperare alle richieste della NATO e favorire la filiera bellica transnazionale che trae senza vergogna profitto dalle guerre e dai genocidi in corso. Per fare un esempio su tutti: il consenso bipartisan allo stanziamento di un miliardo e mezzo di euro per adeguare il nostro Genio Militare alle richieste di armi e tecnologia previste dal Global Combat Air Program, dove la Leonardo fa da capofila di una cordata internazionale.

Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza immediata: chi abita le città e tutti i territori interessati dalla crisi abitativa deve alzare la voce e cominciare a farsi sentire per unirsi e lanciare una campagna capace di affrontare la crisi (e non emergenza!) abitativa fermando chi sogna di sfruttare e mettere a valore ogni centimetro, urbano e non, con o senza il consenso di chi quei luoghi li vive.

Facciamolo partendo da una proposta di legge, costruita nel tempo e con l’apporto di soggetti diversi, che afferma un principio molto semplice: di fronte all’intersezionalità della crisi abitativa, l’affitto deve essere calmierato, il vuoto tassato e l’uso turistico regolamentato. Non c’è più tempo, la crisi abitativa esplode!

Su questo appello chiamiamo la città all’assemblea che si terrà giovedì 30 ottobre alle ore 18,00 al Centro sociale Intifada in via di Casalbruciato 15.

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20/10/2025

La repubblica degli sfratti a getto continuo

Come c’era da aspettarsi, in assenza di politiche abitative degne di questo nome da parte del Governo e delle Regioni, i numeri dell’annuale aggiornamento dei dati sugli sfratti (richiesti, emessi, eseguiti con intervento dell’Ufficiale Giudiziario, ossia della forza pubblica) rimangono massicci e costanti.

Nel 2024, secondo la tabella ministeriale, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto cui sono seguite ben 40.158 richieste di esecuzione (+1.000 circa) e ben 21.337 sono gli sfratti eseguiti.

Nei territori a dominare sono le grandi regioni, ma per numero di sfratti richiesti ed eseguiti la Lombardia non ha eguali: quasi 25.000 i primi e quasi 5.000 i secondi. Uno sfratto ogni 5 in Italia avviene in Lombardia, la regione più ricca, a riprova del fatto che la questione abitativa è il terreno principale in cui si manifestano le diseguaglianze economiche e sociali. A livello dei dati provinciali la capitale degli sfratti rimane Roma in termini assoluti, ma è Torino la provincia con più sfratti rispetto al numero di abitanti.

Come sempre a rilevare e confermare alcune tendenze sono i motivi di sfratto. Ovviamente la morosità rimane il motivo principale delle esecuzioni, ma è costante l’aumento della motivazione della finita locazione a sostegno della tendenza dei canoni ad aumentare per effetto delle opportunità illimitate consentite dalla norma vigente (L. 431/98) al “sacro diritto proprietario”.

Asia-Usb esprime ferma e rinnovata preoccupazione per la questione abitativa italiana, vera e propria piaga sociale che comincia a produrre eventi di cronaca estremi. Denunciamo le politiche intraprese dal Governo che, oltre a cancellare gli aiuti economici a chi è in difficoltà e rendere ancor più deregolamentato il mercato delle locazioni, non ha fatto nulla per calmierare gli affitti, aumentare la disponibilità di alloggi pubblici, contrastare la sovrapproduzione di alloggi utile ai meccanismi di speculazione parassitaria e consumo di suolo.

Le nostre proposte per ribaltare la situazione ed uscire dalla logica emergenziale rimangono:

– aumentare lo stock di Edilizia Pubblica Residenziale di almeno un milione di unita (+ 1.000.000 di case popolari); 

– emanare una nuova legge sui canoni (Calmierazione, proporzionalità sui redditi delle famiglie, esigibilità del diritto all’abitare). 

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08/10/2025

Gli sfratti uccidono un anziano a Sesto S. Giovanni

Un uomo di 71 anni si è gettato dalla finestra al sesto piano quando l’ufficiale giudiziario ha suonato al suo citofono per notificargli lo sfratto dall’appartamento in cui viveva a Sesto San Giovanni. È accaduto stamattina intorno alle 9 in via Puricelli Guerra.

Oggi era in programma l’esecuzione dello sfratto dall’appartamento dove l’anziano viveva da solo senza pagare l’affitto al proprietario da qualche mese. L’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto eseguire lo sfratto su disposizione del Tribunale civile di Monza. Era presente anche il legale dell’anziano.

L’uomo che si è tolto la vita mentre veniva sfrattato dall’appartamento si chiava Letterio Buonomo ed era originario di Messina. Prima di togliersi la vita ha lasciato un biglietto in cui esprimeva la sua disperazione: “non ce l faccio più”.

In un sistema costruito per premiare profitto e speculazione, la vita non conta nulla. Conti per il reddito e /o il patrimonio di cui disponi. E se non hai nulla puoi anche morire.

“I valori della civiltà occidentale” si misurano in euro o dollari, e guai a chi non ne ha...

Qui di seguito un comunicato dell’Asia – Usb su questa vicenda:
Oggi un uomo di 71 anni a Sesto San Giovanni si è tolto la vita mentre aspettava l’accesso dell’Ufficiale Giudiziario.

Nel nostro paese, nel 2025, si muore perché si è soli e sotto sfratto, con salari o pensioni da fame e affitti insostenibili. Si muore mentre il Governo difende il Diritto proprietario a spada tratta, azzerando qualsiasi investimento in materia ed aumentando le spese militari o per grandi opere inutili.

Si muore per mancanza di politiche abitative, di case popolari, di gestione del patrimonio (migliaia di case non assegnate, lasciate vuote e in deperimento).

Non è un paese per vecchi né un paese per poveri, ma neanche per giovani: è un paese che in 25 anni di liberalizzazione dei canoni e contenimento dei salati ha lasciato tutti indietro a favore di pochissimi, quei pochissimi hanno inventato i ladri di case.

La destra al governo ha solo dato il colpo di grazia.

Asia-Usb esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza.

Lotteremo di più, lotteremo anche per te
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14/11/2024

Casa. Quella “sporca” questione che nessuno vuole affrontare

La questione abitativa nel nostro paese sta assumendo caratteri sempre più rilevanti e non si può parlare di essa riferendosi solo ad un suo aspetto, ma va analizzata (e possibilmente affrontata) nel suo insieme.

Il sistema duale sbilanciato

Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.

Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).

Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.

Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.

La funzione pubblica tradita

A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).

Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.

È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.

Narrazione mainstream

Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.

Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.

Fiscalità ingiusta

Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.

In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.

Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.

A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.

Lo strapotere proprietario

Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.

In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.

Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.

Un cambio di prospettiva

Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.

Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.

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21/10/2023

Diritto alla Casa - Successo per la manifestazione nazionale

Successo per la mobilitazione promossa dalle parti sociali e conflittuali che lottano per il Diritto alla Casa in tutto il paese. In oltre 15 città sono scese in piazza migliaia di persone. La realizzazione di un milione di case popolari senza consumare suolo ed una nuova legge sui canoni sono state le due rivendicazioni principali. Ma ad animare le iniziative non sono mancate le istanze dei territori in lotta, dei giovani, degli studenti e delle comunità migranti.

Ieri in almeno 15 città sono scese in piazza migliaia di persone per la manifestazione nazionale a sostegno del Diritto all’Abitare. Solo a Roma il corteo ha portato in piazza duemila persone che hanno sfilato da Piazzale Aldo Moro a Porta Pia, cioè dalla sede della prima Università di Roma, La Sapienza, ove sono stati attendati per settimane gli studenti in protesta contro il folle prezzo delle stanze e dei posti letto, fino al ministero delle Infrastrutture presieduto dal Ministro Salvini. In corteo anche le città di Bologna e Milano, mentre presidi sono stati organizzati da Asia e movimenti in altre città: Torino, Catania, Livorno, Palermo, Pisa, Parma, L'Aquila etc..

Da nord a sud, al centro dell’iniziativa il Diritto alla Casa e alla Città, per tutti e tutte. Ad animare le piazze inquilini di ogni tipo (case popolari, piani di zona, enti previdenziali, affitti privati e mutuatari in difficoltà), una delegazione degli inquilini di Monterotondo messi all'asta, gli inquilini INPS, sfrattati, senza casa, occupanti e discriminati dell’abitare come la comunità dei migranti, i precari e i disoccupati, oltre che naturalmente i giovani e gli studenti.

Un tema quello dell’abitare che negli anni ha prodotto la rottura di qualsiasi patto all’interno della società, da quello economico a quello di solidarietà, passando per quello generazionale e che ha visto il tema Casa più volte strumentalizzato per attaccare gli ultimi, i più poveri, italiani o migranti che siano. Ed è questo uno dei temi che più conta per questo sindacato, riuscire a ricomporre quegli strappi che lo strapotere della rendita ha creato nel nostro blocco sociale di riferimento.

L’analisi del problema abitativo non può prescindere dai dati sugli sfratti pubblicati recentemente dal Ministero né da quelli sui pignoramenti, e questi sono stati denunciati in tutte le piazze coinvolte nell’iniziativa. I numeri certificano il fallimento dell’attuale legge sui canoni (431/1998) e svelano il dramma di chi nello status proprietario per decenni sponsorizzato da tutte le forze politiche del paese, ha investito tutto il suo risparmio per vedersi casa pignorata da una banca alla prima difficoltà economica. Così come non può essere ignorata la questione dell’edilizia pubblica: ormai è un dato acquisito e certificato da autorevoli centri di ricerca, che solo per tamponare l’emergenza occorrano 800.000 case popolari, per garantire il Diritto alla Casa, aggiungiamo noi, servono invece almeno un milione di alloggi.

Ed è alla luce di questi dati e di questi ragionamenti che le dichiarazioni del Ministero nonché del Governo e della Maggioranza che lo sostiene, lasciano perplessi. In primis perché le risorse che vengono solo ipoteticamente richiamate (300 milioni) sono ridicole, sia rispetto al problema sia rispetto a quanto invece vuole essere destinato a grandi opere inutili (Ponte sullo Stretto, ecc.) e dannose o alle spese militari. In seconda battuta perché il dibattito sul tema abitativo viene sempre incasellato nella categoria superiore della Sicurezza e dell’Ordine Pubblico. Non è così. È un’emergenza sociale che ormai ci trasciniamo dietro da così tanto tempo che anche definirla emergenza appare inappropriato. È un sistema strutturale che determina una crisi a ciclo continuo per milioni di famiglie. Il grande merito dell’iniziativa di ieri e di averlo finalmente urlato in faccia a chi quel sistema lo difende e lo rafforza, dagli scranni più alti del potere.

Non è un caso che le porte del Ministero siano rimaste chiuse.

ASIA-USB

Fonte

19/04/2023

Cresce l’incubo degli sfratti per migliaia di famiglie

Nelle aree metropolitane l’emergenza sfratti ha subito un’ulteriore impennata. Ma sia le Regioni che i Comuni si guardano bene dal mettere in campo provvedimenti strutturali sull’emergenza abitativa, resa più drammatica dal crollo dei redditi, dall’aumento degli affitti e dalla scarsità di alloggi di edilizia popolare.

In venti anni, dal 2002 al 2021 in tutta Italia sono stati eseguiti con l’ufficiale giudiziario 519.243 sfratti, secondo i dati del ministero dell’Interno. Il doppio, 1.091.065, quelli emessi: 29.068 (2,66%) per necessità del locatore, 150.687 (13,81%) per finita locazione e la stragrande maggioranza, 911.310 (83,52%), per morosità e altro. Le richieste di esecuzione, in 20 anni, superano quota 2 milioni.

“Siamo il Paese in Europa che ha la percentuale più bassa di case pubbliche e nelle grandi aree urbane persiste l’emergenza abitativa“, dice Michelangelo Giglio di Asia Usb, il sindacato inquilini e abitanti.

La crisi avanza e le persone vengono mandate via di casa: 33.208 sono state nel 2021 le richieste di esecuzione presentate su tutto il territorio nazionale, +45,39% rispetto all’anno precedente. 9.537 sono stati gli sfratti eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario, +80,97% rispetto al 2020 quando erano stati 5.270 – in virtù della sospensione degli sfratti con l’emergenza Covid. L’anno in cui sono stati eseguiti più sfratti in assoluto, 36.340, è stato il 2014.

Negli ultimi 5 anni sono stati eseguiti 7.412 sfratti a Roma, 9.513 in tutto il Lazio. Nella capitale “al momento ci sono più di 5 mila sfratti in esecuzione per morosità incolpevole“, spiega Maria Vittoria Molinari, anche lei sindacalista Asia Usb. “Nonostante il comune abbia stanziato fondi per nuovi alloggi popolari, è necessario del tempo per attuare il piano casa. Ad oggi, se una famiglia viene sfrattata, non ha soluzione.
Ma se Roma piange per gli sfratti anche Milano non ride. Dal 2017 al 2021 Milano ha assistito a 5.835 sfratti, mentre quasi 20 mila ce ne sono stati in tutta la Lombardia. Nel capoluogo lombardo c’è un’emergenza affitti gravissima“, le famiglie di lavoratori e lavoratrici fanno fatica a trovare una casa perché i redditi sono considerati insufficienti da chi affitta.

Interi nuclei famigliari vengono sfrattati oppure non possono permettersi un affitto, e vivono in condizioni di sovraffollamento, in alloggi precari e condizioni igieniche difficili. Secondo i dati del ministero dell’Interno per il 2021 sono stati emessi a Milano e provincia 1706 provvedimenti, la maggior parte per finita locazione. A questi si aggiungono i pignoramenti immobiliari che il Sicet stima in circa mille all’anno. Pignoramenti che rischiano di subire un’impennata con il rialzo dei tassi dei mutui e delle spese condominiali.

Anche in un’altra area metropolitana come Napoli ci sono 10mila sfratti esecutivi programmati solo a Napoli città, un fenomeno dovuto dall’aumento dei costi di affitto e delle spese per l’energia che fanno si che molte persone, soprattutto quelle con redditi bassi, non riescano più a far fronte ad affitti, spese condominiali e mutui.

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09/03/2023

Il Fatto Quotidiano l’ha fatta fuori dal vaso

“Parte del sindacato USB sta con lui”, titola oggi in modo spericolato il Fatto Quotidiano. “Lui”, è Giuliano Castellino, il famigerato leader neonazi ricomparso ultimamente sulle scene a San Basilio, sullo sfondo delle lotte per la casa.

Il teorema del giornale di Travaglio è che Asia – l’associazione inquilini e abitanti affiliata a USB – e Italia Libera di Castellino siano in buona sostanza vasi comunicanti, con travaso di militanti e parole d’ordine, per cui bene fa il ministro di polizia Piantedosi a usare la mano pesante con sgomberi e interventi repressivi, come in effetti sta accadendo nelle ultime settimane, non solo a San Basilio ma in tutta Italia.

La pubblicità che l’articolo regala all’assaltatore della sede della Cgil fa il paio con il pesante discredito che l’articolo getta su quei militanti che quotidianamente e da anni sono impegnati in una solitaria e durissima battaglia per difendere il diritto alla casa, che non trova mai un simile spazio di inchiesta sulla stampa italiana

L’Unione Sindacale di Base vuole essere molto netta sull’argomento: l’antifascismo è patrimonio storico del sindacato, così come le lotte per la casa e per la difesa degli ultimi.

Accostare USB al nome di Giuliano Castellino e accreditare un ascendente di costui sui militanti di Asia è operazione spregevole e falsa. Lo dimostrano le centinaia di persone che ieri pomeriggio, proprio a San Basilio, hanno partecipato al presidio di Asia USB davanti alla lapide in memoria di Fabrizio Ceruso, in risposta all’ennesima provocazione sul campo firmata da Castellino.

USB e Asia si tuteleranno in ogni sede dalla diffusione di notizie false e artatamente costruite a tavolino.

*****

Castellino e Asia Usb non c’entrano nulla. Sembra ridicolo anche solo doverlo scrivere.

Eppure, a Il Fatto Quotidiano non hanno problemi ad accostare un’organizzazione – che dell’antifascismo non fa una bandiera, ma una pratica quotidiana – al nome di un neofascista conclamato, protagonista tra le altre cose di un assalto alla CGIL.

Potrebbe essere solo becero sensazionalismo, cosa già grave. Ma in un periodo di strette autoritarie e incremento di sgomberi e repressione, associando la lotta per il diritto all’abitare coi neofascisti, si finisce inevitabilmente per avallare le politiche securitarie e repressive di questa amministrazione, della prefettura e del governo.

Associare dei neofascisti al movimento di lotta per la casa diventa a tutti gli effetti un attacco inaccettabile alla credibilità di compagnə, militanti, cittadinə che da sempre lottano per la dignità, per i diritti e per l’esistenza stessa di un presidio antifascista in un territorio totalmente abbandonato dalle istituzioni.

Strumentalizzare l’antifascismo è una cosa vergognosa in generale, farlo per sensazionalismo è totalmente inaccettabile.

Al Fatto Quotidiano chiediamo la rettifica dell’articolo e soprattutto rispetto per chi lotta quotidianamente e pratica l’antifascismo nei fatti, non solo a parole.

Solidarietà ad Asia Usb, giù le mani dai sindacati antifascisti e dallla lotta per il diritto all’abitare!

Casa del Popolo Casalbruciato – Potere al Popolo Roma

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19/01/2023

Giustizia per Soumaila Sacko

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Antonio Pontoriero a 22 anni per l’omicidio volontario di Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista USB ucciso con 4 colpi di fucile il 2 giugno 2018 nella fornace Tranquilla a San Calogero (RC). Pontoriero era stato riconosciuto colpevole e condannato a 22 anni di carcere sia in primo grado che in appello.

L’Unione Sindacale di Base, che da cinque anni lotta perché giustizia sia fatta e che si è costituita parte civile nel processo, esprime soddisfazione per la sentenza e ringrazia gli avvocati Arturo Salerni e Mario Angelelli per il lavoro fatto in questi anni.

USB continuerà a battersi per il riconoscimento dei diritti dei braccianti migranti, ancora oggi in tutta Italia vittime di condizioni di lavoro indegne e dello sfruttamento dei caporali, nella pressoché totale assenza delle istituzioni.

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16/12/2022

Vivere nelle occupazioni non sarà più una condanna all’esclusione

Nella Capitale dalla prossima settimana chi vive nelle occupazioni abitative o in situazioni informali o in alloggi popolari, potrà finalmente richiedere il riconoscimento della residenza anagrafica, l’allaccio dell’utenze e di conseguenza accedere a una serie di servizi pubblici (scuola e sanità) fino ad oggi negati dal famigerato art.5 del Decreto Lupi. L’assessorato al Decentramento di Roma ha emanato la circolare che disciplina la direttiva del sindaco Roberto Gualtieri che mette fine ad una vita di negazioni e di esclusioni per migliaia di famiglie senza casa.

La direttiva era stata contestata dal centrodestra e congelata per un periodo dalla Prefettura. Si tratta di una deroga all’articolo 5 del decreto 80 del 2014 a firma dell’ex ministro Maurizio Lupi e che rientrava nel piano casa varato dal governo di Matteo Renzi.

La legge del 2014 impedisce il riconoscimento anagrafico della residenza a coloro che vivono in occupazione, ma prevede per i sindaci la possibilità di attuare deroghe. E la direttiva di Gualtieri si è mossa in questo senso.

Asia e USB hanno ribadito che nulla della direttiva del Campidoglio deve essere cambiato, in modo da “ridare finalmente piena dignità a chi, a causa della crisi abitativa, si trova costretto a vivere in un immobile senza titolo. La direttiva è stata ottenuta grazie alla mobilitazione di tante e tanti, siamo di nuovo pronti a nuove iniziative in difesa del diritto alla residenza e contro l’articolo 5”.

Per i Blocchi Precari Metropolitani “La Direttiva Gualtieri è un atto di civiltà che interviene coraggiosamente sull’articolo 5 della Legge Renzi-Lupi del maggio 2014 che nega la residenza e l’allaccio delle utenze a chi non ha un titolo per dimostrare il proprio diritto a vivere nel luogo dove risiede abitualmente”.

Sono due le categorie sociali che potranno presentare domanda: le persone e i nuclei familiari svantaggiati dal punto di vista sociale (che abbiano quindi in carico disabili, minorenni, anziani dai 65 anni in poi); le persone e i nuclei familiari in condizione di svantaggio economico, ovvero con un reddito cumulativo annuo non superiore ai 21.200 euro.

La fascia di reddito di povertà è quella individuata dalla Regione Lazio, secondo i parametri di riferimento territoriale. Saranno esclusi coloro che negli ultimi cinque anni abbiano riportato una condanna per reati, per lo più legati alla criminalità organizzata o alla mafia, in doppio grado di giudizio. Potranno far domanda anche tutti i migranti, richiedenti asilo e rifugiati, in possesso del permesso di soggiorno, seppure non siano in grado di certificare il reddito. La richiesta può essere presentata recandosi agli uffici anagrafici del Municipio di riferimento, oppure può essere inviata tramite pec.

Ai richiedenti verrà fatto compilare un modulo, in autocertificazione, in cui si chiede di indicare di quale dei due gruppi si fa parte (svantaggio sociale o svantaggio economico) e in cui si autodichiara di non avere condanne per i reati contemplati. Nelle successive 48 ore, con la formula del silenzio assenso, se l’interessato non riceve alcuna comunicazione dagli uffici municipali, può ritenere riconosciuta la residenza. Avrà poi 60 giorni di tempo per richiedere l’allaccio delle utenze (è obbligatorio) e consegnare la relativa documentazione, in presenza, agli uffici anagrafici di zona. Dal canto loro, nei 45 giorni successivi alla domanda, gli uffici capitolini faranno le verifiche amministrative sulle autocertificazioni.

“Tengo a far sapere che la misura c’è e resta, stiamo organizzando gli uffici, la circolare sarà operativa per sempre e non c’è la necessità di accalcarsi con le richieste nei primi giorni”, ha fatto sapere l’assessore Catarci. “Tra l’altro dai prossimi mesi la procedura sarà disponibile interamente online: stiamo predisponendo la procedura digitale, grazie al sistema capitolino e al collegamento virtuale con l’anagrafe nazionale”.

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25/09/2022

Le ignobili proposte di confedilizia: il ritorno al far-west!

I padroni, certi di avere il prossimo Governo dalla loro parte, pubblicano un documento contenente le richieste per il nuovo esecutivo. Se anche solo una di esse dovesse essere messa in atto, sarebbe a discapito delle classi più deboli.

Confedilizia ha pubblicato un documento riassuntivo che contiene, in soli 5 punti, tutta l’arroganza e la strafottenza padronale di questo paese. Il documento è intitolato “5 Priorità per l’Immobiliare”. Una vera e propria richiesta per chi si presume vinca le prossime elezioni, che mette al centro gli interessi della grande proprietà immobiliare, responsabile della crisi perenne vissuta da milioni di famiglie che non riescono a pagare l’affitto o sono indebitate a vita perché hanno acceso un mutuo per l’acquisto di una prima casa di abitazione.

In questo senso, non essendo soddisfatti di aver contribuito notevolmente al ristagno economico (incidenza degli affitti sui salari oltre il 50%), condizionato tutte le scelte politico-urbanistiche degli ultimi decenni ed essersi arricchiti attraverso i meccanismi della rendita parassitaria, i Confedilizi si spingono oltre provando a smontare quei pochissimi meccanismi che portano un minimo di redistribuzione e tenuta sociale.

Il documento non ha nessun interesse a difendere quella piccolissima proprietà che ha solo una casa ed in quella vi abita, ma tenta di presentarsi come manifesto espresso nell’interesse generale della rendita parassitaria.

Al punto 1 si chiede ovviamente di abolire l’Imu, o meglio, sostituirlo con un tributo che sia in relazione con i servizi che i comuni (cioè tutti noi) forniscono non ai cittadini, ma ai beni immobili!

Secondo Asia-Usb invece una fiscalità equa deve essere progressiva e deve tassare di più chi ha di più. Vista l’abbondanza di patrimonio immobiliare abitativo abbandonato ed il venir meno quindi della sua funzione sociale (art. 42 della Costituzione), ci si chiede perché questo debba godere di una tassazione privilegiata e non debba essere, come noi proponiamo, acquisito al Patrimonio Pubblico ed assegnato a chi per reddito ne abbia diritto.

Al punto 3, non essendosi saziati con il bonus 110% per il rifacimento delle facciate, i padroni continuano a chiedere soldi al Governo, anche a quello che verrà. Del resto loro sono liberisti quando devono pagare le tasse, mentre chiedono l’intervento dello Stato se si tratta di spendere, come dimostrato dalla richiesta di calmierare i prezzi dei materiali edilizi risalente all’anno scorso!

Al punto 4 Confedilizia invoca lo sviluppo della “proprietà diffusa”. Non contenti della turistificazione degli affitti e della gentrificazione in corso nelle grandi città, fenomeni che qualsiasi governo dovrebbe contrastare, i padroni vogliono estenderle ad ogni latitudine.

Come? Chiamando “proprietà diffusa” la vendita a prezzi stracciati (sempre a loro stessi, sia chiaro) di patrimonio artisticamente o culturalmente di interesse, magari rimuovendo eventuali vincoli, in modo che loro possano affittarlo in regime di B&B.

Per quanto lo svuotamento dei piccoli centri e borghi sia un processo in corso su cui intervenire, Asia-Usb crede che l’unico modo per invertire la tendenza sia riattiva i tessuti sociali ed economici dei paesi attraverso il potenziamento e la difesa dei diritti e delle tutele dei lavoratori, in primis i salari.

Nel quinto, e per fortuna ultimo punto, viene raggiunto il culmine dell’anima nera della classe padronale italiana. Senza troppi problemi Confedilizia chiede che sia loro permesso di assoldare delle squadre al soldo dei padroni per effettuare gli sfratti di chi non riesce a pagare il canone di locazione.

I padroni dunque dovrebbero gestire tutto, dalla convalida all’esecuzione, attraverso squadre di legali e guardie private ben pagate. La violenza espressa durante gli sfratti da Ufficiali Giudiziari e Forze dell’Ordine non è dunque sufficiente, i padroni vogliono poterla esercitare per conto loro e vogliono che questo sia permesso dalla legge.

L’Asia-Usb denuncia con preoccupazione i contenuti di questo documento e rilancia alle forze politiche e sociali del paese la sfida di realizzare con urgenza un Piano Casa complessivo che ci liberi dal giogo di queste grandi gruppi di interesse.

In Italia servono un milione di case popolari, senza consumare un millimetro di suolo. Nuovi alloggi di qualità che assicurino subito il Diritto alla Casa per tutti e tutte e che fungano anche da meccanismo di calmierazione del folle mercato degli affitti.

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13/12/2021

Ravanusa, territorio collassato, un disastro ampiamente annunciato

Il disastro di Ravanusa, con il suo carico di morte e rovine, è il prolungamento del carico di morte e rovine che ha colpito Catania e il resto della Sicilia durante le alluvioni di novembre. Un filo unico collega questi disastri: le pessime condizioni del territorio, il rischio idrogeologico, la mancanza di manutenzione, la cementificazione, i cittadini considerati utenti.

Il centro storico di Ravanusa da anni continua a franare, altissimo il rischio idrogeologico, dove insiste una frana, a valle di Corso Della Repubblica fino alla zona del Canale, che ufficialmente dovrebbe essere monitorata dal Comune e dalla Protezione civile, nello specifico: via San Francesco, via Ibla, via Dante Alighieri, via San Giuseppe, Corso della Repubblica e il quartiere ‘Mastro Dominici’.

L’amministrazione di Ravanusa nel 2018 ha ottenuto un primo stralcio di 7 milioni di euro per avviare un progetto contro il dissesto idrogeologico e la frana che interessa l’area a valle del centro storico.

Un progetto per attivare e consolidare le condizioni di sicurezza e per arrestare lo scivolamento a valle dell’intero centro abitato. 7 milioni di euro per realizzare paratie di pali per consolidare il suolo.

7 milioni di euro anche per mettere a regime le acque superficiali, adeguare le sezioni idrauliche di deflusso dove risultano insufficienti allo smaltimento della portata dell’acqua. Oltre al ripristino della rete fognaria.

È ovvio che prima di tutto viene la vita umana, e la nostra vicinanza e la nostra solidarietà oltre alle cittadine e ai cittadini di Ravanusa, va agli instancabili lavoratori Vigili del Fuoco impegnati nei soccorsi. Ma ciò non ci impedisce di chiedere e di chiederci: che cosa è stato fatto realmente a Ravanusa per mettere in sicurezza il territorio e la cittadinanza tutta?

La strage di sabato sera 11 dicembre a Ravanusa è stata causata probabilmente dal collassamento del terreno che ha investito la condotta di Italgas.

ASIA USB Sicilia chiede un intervento immediato da parte della Regione Siciliana in tutti i territori dell’arcipelago siciliano che mostrano pericoli di collassamento del territorio e per la messa in sicurezza della cittadinanza e delle abitazioni.

ASIA USB Sicilia chiede che venga resa pubblica dalla Protezione Civile regionale la mappatura dei centri urbani dove c’è pericolo di crolli e di frane.

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13/08/2021

L’emergenza sfratti ormai è materia per l’ONU. Ai picchetti con i Caschi Blu?

Ieri mattina a Roma era previsto l’accesso dell’Ufficiale Giudiziario per sfrattare una giovane donna, Elisabetta, ma quando è arrivato il funzionario ha dovuto prendere atto della notizia – arrivata ieri – della richiesta al governo italiano di sospensione dello sfratto ed ha rinviato l’esecuzione, in attesa di atti ufficiali degli uffici competenti, al prossimo 23 settembre. Il picchetto dell’Asia Usb ha comunicato così all’ufficiale giudiziario che la questione era diventata qualcosa di più di una drammatica formalità burocratica che però rovina la vita a migliaia di famiglie alle prese con gli sfratti.

Elisabetta è una giovane donna che ha perso il lavoro e non può più pagare l’affitto ossia ben 450 euro per un “appartamento” di 13 metri quadrati. Un affitto assurdo per una ‘abitazione’ che somiglia ad un cubicolo, senza contratto, in violazione di legge e delle imposte previste, ratificato da un giudice del tribunale civile che non ha ritenuto di sanzionare l’abuso di chi affitta nel contrasto delle norme più elementari.

Ma il caso di Elisabetta è destinato a non rimanere l’unico. Anche per lo sfratto che sta subendo Marco nelle case dei famigerati Piani di Zona, in questo caso quello di Montestallonara, è stato richiesto l’intervento dell’Onu, visto che le istituzioni preposte al controllo sulle truffe realizzate da false coop e ditte costruttrici nei PdZ, che ne stravolgono la funzione sociale e pubblica, continuano a latitare.

Sull’emergenza sfratti siamo ormai all’assurdo, cioè interviene l’ONU ma non la politica italiana, che si conferma sempre di più indifferente alla mancanza della casa che coinvolge sempre più famiglie e single (giovani e anziani). Il governo il 1 luglio ha proceduto senza tentennamenti allo sblocco degli sfratti così come a quello dei licenziamenti, incurante dell’emergenza sociale che entrambi rappresentano per il paese.

Dobbiamo immaginarci che ai prossimi picchetti antisfratto ci dovremo presentare con i Caschi Blu?

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30/01/2021

La giustizia è diventata roba da ricchi. “Abolire il Decreto55/2014”

In un assordante silenzio, da anni e ogni giorno, nelle aule di giustizia si perpetra la negazione dei diritti dei più deboli. È l’effetto devastante del decreto ministeriale 55 del 2014. Il provvedimento ha stabilito con tabelle spese legali e di (in)giustizia a carico della cosiddetta parte soccombente. Con il risultato che chi perde la causa si vede presentare dai giudici un conto mostruoso per migliaia di euro, spesso decine e decine di migliaia di euro.

Il più delle volte la “parte soccombente” è, guarda caso, la parte più debole del processo. Sono lavoratori, inquilini, cittadini, sindacalisti fuori dal coro, soggetti piegati dalla crisi che ricorrono alla giustizia come ultima spiaggia. Invece, non solo non si vedono riconoscere le proprie ragioni, ma sono puniti con la condanna a pagare cifre insostenibili. Così imparano...

Il “merito” è del governo Renzi e del ministro Orlando, ma i governi successivi hanno confermato questa nuova interpretazione del diritto alla difesa: bastonare, bastonare, bastonare. In questo modo si è certamente ridotto l’“arretrato” nei tribunali. Ma ad un prezzo inaccettabile per chiunque ritenga che la giustizia in Italia non sia quella amata dai marchesi del Grillo di turno (“Io so’ io e voi...”) ma “è amministrata nel nome del popolo” come prevede la Costituzione.

In un colpo solo con un decreto ministeriale:

– è stato di fatto abolito o fortemente indebolito il diritto alla difesa, che prevede la parità tra le parti;

– è stato di fatto largamente vanificato, se non affossato del tutto, il principio del giusto processo;

– sono stati di fatto aboliti i tre gradi di giudizio sanciti dalla Costituzione (chi osa promuovere appello se in primo grado oltre ad aver torto è stato condannato a spese-monstre?).

Di fronte al silenzio e all’indifferenza, è ora di alzare la testa perché al più presto il Parlamento cancelli questa vergogna.

– Per il diritto alla difesa;

– Per la tutela dei diritti;

– Per la difesa della Costituzione.

– No alla (in)giustizia a pagamento;

– No alla (in)giustizia al servizio dei poteri e dell’arroganza.

CAMPAGNA PER L’ABOLIZIONE DEL DM 55/2014

RIVENDICHIAMO IL DIRITTO COSTITUZIONALE ALLA DIFESA!

Per adesione e-mail: asia@usb.it

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06/05/2020

Rompiamo il Silenzio: se il 4 maggio riparte Confindustria, riparte anche la lotta nelle piazze!


Con la giornata di oggi, annunciata ieri nei giornali e nei social (leggi qui), riparte la mobilitazione nelle piazze per rivendicare reddito, diritti e dignità, oggi ancora più dirimente per milioni e milioni di persone.

Contro le frasi facili di questo periodo, dello “siamo tutti nella stessa barca”, la Federazione del Sociale USB, assieme alla campagna giovanile Noi Restiamo e ai movimenti per l’abitare di diverse città in Italia, hanno ben sottolineato che se la barca è unica, ci sono sicuramente, come nel Titanic, i piani alti e i piani bassi.

E che come si va ripetendo da mesi, ora è il momento che chi tiene il timone di questa barca si occupi e preoccupi seriamente non solo delle imprese, ma anche dei migliaia di lavoratori, studenti, precari, discoccupati che – se prima della pandemia già non ridevano – oggi vivono in una condizione davvero insostenibile. Perché oggi hanno non solo il problema dell’abitare (affitti esorbitanti, bollette da pagare, graduatorie per case popolari inesistenti), ma anche del reddito (precario prima, assente oggi, precario nel futuro), senza il quale sembra a volte venir meno il diritto all’esistenza stessa della persona.

La giornata di mobilitazione di oggi, giunta dopo un percorso di assemblee e mobilitazioni virtuali, e alla mobilitazione del 30 Aprile scorso (leggi qui), segna un punto ripresa del conflitto in questo Paese che oggi più che mai ha la necessità di cogliere l’occasione per ripartire nella giusta direzione, quella che tuteli i deboli e non i forti.

“Non vogliamo tornare alla normalità se quella normalità era sfruttamento e classismo”, dice al megafono Federico Fornasari, della FdS -USB, denunciando che c’è chi, da questo governo, ha ricevuto SOLO 600 euro dal governo per sopravvivere, e quelli che non hanno ricevuto proprio niente.

Non si può parlare di reddito di emergenza perché il problema per moltissimi c’era già, il virus lo ha solo portato alle estreme conseguenze”.

Oggi in Italia, da Milano a Roma, passando per Bologna, Livorno, Napoli e molte altre città, ci sono stati presidi “in sicurezza” sotto le prefetture, per rompere il silenzio che le istituzioni stanno ponendo rispetto al continuo rimando delle misure di sostegno al reddito del Governo, rispetto a tutti quei precari e a quell’enorme esercito di riserva composto da giovani, precari e disoccupati nel nostro paese, e chiedere sostegno al reddito e stop degli affitti.

Per rivendicare il blocco degli affitti subito, con la messa a disposizione oggi delle risorse economiche oggi investite per i palazzinari, investimento su welfare molto di prima, revisione della normativa del lavoro a tutela dei lavoratori non di Confindustria, e una patrimoniale che redistribuisca la ricchezza a chi non ce l’ha, e che non prenda in giro sempre i più deboli.

Al termine dei presidi, in tutte le città universitarie, una lettera è stata consegnata nei diversi Rettorati ancora semichiusi, perché anche le università mettano in atto delle misure serie per il sostegno al diritto allo studio di migliaia di studenti e precari della ricerca:

- abolizione di tutte le rate dell’anno accademico in corso e del prossimo;

- eliminazione di ogni differenziazione per i fuori corso;

- monetizzazione dei servizi attualmente non erogabili all’interno della borsa di studio;

- abolizione dei criteri di merito per le borse di studio del prossimo anno accademico con valutazione solo del reddito attraverso l’ISEE 2020 o l’ISEE corrente 2020;

- prolungamento della carriera universitaria di almeno un semestre senza aumento delle tasse;

- agevolazioni per la didattica a distanza con messa a disposizione gratuita dei libri di testo in formato pdf;

- disposizione gratuita dei testi online delle biblioteche universitarie;

- eliminazione di tutti i test di ingresso alle università;

- attivazione di corsi di recupero per gli studenti del primo anno di laurea di triennale;

- blocco del pagamento di affitti e bollette;

- aumento delle residenze universitarie pubbliche, stabilizzazione di prezzi calmierati per gli alloggi nelle città;

- blocco del pagamento residenze universitarie e dell’espulsione dei beneficiari;

- retribuzione completa di tutti i contratti di collaborazione a tempo parziale interrotti;

- retribuzione dei tirocini curriculari;

- proroga delle scadenze e della retribuzione per dottorandi, assegnisti e precari della ricerca;

- stabilizzazione di tutti i precari della ricerca.

Le foto che seguono sono del presidio di Roma, realizzate da Patrizia Cortellessa

Fonte e foto

30/04/2020

Utenze, storia di un paese che svende al privato i beni collettivi

Il 29 aprile del 1906, ad Aqualagna, piccolo paesino nel marchigiano, nasceva Enrico Mattei.

Partigiano del Cnlai durante la Resistenza, parlamentare Dc nel primo governo eletto della Repubblica, ma soprattutto imprenditore e dirigente pubblico italiano, fondatore del gruppo Eni nel 1953, quando assunse la proprietà dell’Agip e la trasformò, anziché liquidarla come richiesto dalla Commissione centrale per l’economia del Cln nell’immediato Dopoguerra, in una multinazionale del petrolio.

Morì in un incidente aereo solo 9 anni dopo, riconosciuto nel 2012 come vittima di un attentato da una sentenza al processo collegato alla scomparsa del giornalista De Mauro, dopo aver messo in crisi il dominio delle “Sette sorelle” nell’industria petrolifera.

Erano i tempi dei colossi di Stato, ossia della proprietà statuale dei settori strategici, come con l’Eni appunto, ma anche con l’Enel, privatizzate nella sbornia liberista degli anni '90. Quali sono le conseguenze oggi, in piena pandemia, di quel giro di privatizzaizioni?

Per quanto riguarda le utenze, lasciamo la parola al sindacato degli inquilini e abitanti Asia Usb e alla Rete giovanile nazionale Noi Restiamo, impegnati nella campagna per la richiesta del blocco pagamento degli affitti e delle utenze, specialmente per le nuove generazioni, in questo momento di crisi.

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Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.

Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.

Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto.

Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.

Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplice cliente.

Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.

Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di “maggior tutela” fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore.

Dagli anni ‘90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.

Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.

Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari.

Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare il proprio domani un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.

Fonte

23/01/2020

Roma. Sfrattata Marina, la madre di quattro figli che “asfaltò” Casa Pound

È stata una brutta giornata lunedì mattina in via della Borghesiana quando polizia e ufficiale giudiziario si sono presentati a casa di Marina ed hanno eseguito lo sfratto. Marina è una madre di quattro figli, di cui un bambino autistico.

A febbraio scorso e poi a giugno, Marina ed altre donne si erano incatenate in Campidoglio, sostenute dagli attivisti dell’Asia-Usb. Con quella protesta intendevano denunciare l’insostenibile situazione di chi si trova senza una casa a causa di sfratti e sgomberi o sotto la minaccia di finire in mezzo ad una strada e senza alcuna alternativa, come è accaduto per l’ennesima volta lunedì.

Non solo. Nel maggio scorso, in una trasmissione televisiva, Marina con grande semplicità asfaltò letteralmente un fascista di Casa Pound sulla gazzarra che avevano scatenato contro un famiglia rom a cui era stata assegnata una casa popolare a Casalbruciato. “Quella era una madre, come me che ho quattro figli, e una madre fa di tutto per assicurare un tetto ai propri figli”. E il fascista dovette ammutolire.

La storia di Marina certifica però la politica fallimentare del buono casa e delle politiche abitative dell’amministrazione comunale. Ma evidenzia anche l’accanimento di alcuni dirigenti comunali che invece di trovare soluzioni all’emergenza casa trovano cavilli per ostacolare soluzioni.

Ricordiamo brevemente la vicenda. Marina, dopo essere stata sfrattata da una casa privata per morosità incolpevole, attiva nel 2016 il primo buono casa con il Comune.

A giugno 2018 viene sfrattata dalla banca, che era la vera proprietaria dell’immobile sul quale il comune aveva attivato il buono casa. Marina, si rimette alla ricerca di un nuovo alloggio, invia il nuovo contratto al dipartimento comunale che aveva avallato tutta l’operazione, ma poi tutto si blocca.

Da luglio 2018 ad oggi, il Comune non ha pagato l’affitto e il proprietario ha avviato la procedura nuovamente di sfratto. Si conclude così con lo sfratto di oggi, una assurda vicenda che fa emergere le vere responsabilità dell’amministrazione comunale che si rivela più attenta nel condurre una guerra alle famiglie più deboli anziché trovare soluzioni.

Gli attivisti dell’Asia Usb hanno per il momento messo al riparo Marina e i suoi quattro figli, ma le responsabilità istituzionali in vicende come queste cominciano ad essere pesanti come macigni e non più accettabili, da nessun punto di vista.

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25/10/2019

La questione abitativa in Italia. Una emergenza che non consente più inerzie

La scorsa settimana centinaia di persone provenienti da diverse città d’Italia, hanno manifestato a Roma presso il Ministero delle Infrastrutture per ribadire al nuovo governo l’assoluta urgenza di provvedimenti e politiche abitative da troppo tempo inesistenti nel paese. Una delegazione dell’Asia-Usb e dei Movimenti per il diritto all’abitare è stata ricevuta dal capo di gabinetto della ministra De Micheli aprendo una interlocuzione franca, che ha avuto il merito di mettere sul piatto diversi temi importanti.

Sul tavolo sono state messe alcune proposte per la soluzione della crescente emergenza abitativa, tra questi un nuovo piano decennale di edilizia pubblica e il finanziamento di una nuova Gescal. È stata riaffermata la necessità di tornare ad investire sul tema dell’edilizia residenziale pubblica come parte essenziale di un nuovo welfare in grado di aggredire precarietà e povertà; l’importanza di garantire che il patrimonio degli enti previdenziali come l’edilizia agevolata non venga trasformato in nuove occasioni di speculazione privatistica, ma conservi il ruolo sociale di edilizia intermedia fra l’edilizia residenziale pubblica ed il mercato. La necessità di cancellare il famigerato art.5 del piano casa Lupi che impedisce a chi occupa per necessità di avere la residenza e con essa il medico e l’iscrizione a scuola per i figli.

Sull’emergenza abitativa incombe poi la minaccia degli sgomberi delle occupazioni che, in parte, in questi anni sono state l’unica soluzione concreta per migliaia di famiglie altrimenti senza casa. In particolare c’è la necessità impellente di scongiurare, a partire dalla occupazione di via del Caravaggio, nuovi possibili sgomberi e quindi il ripetersi di scene terribili con azioni di forza, tensioni e deportazioni che non vogliamo più vedere e che oltretutto non hanno risolto in nessuna forma il problema.

Nell’incontro con la delegazione, il Ministero si è dimostrato attento e disponibile, rimarcando la volontà di investire un miliardo di euro solo in parte con la realizzazione di nuovi alloggi e allo stesso tempo di voler portare avanti una vasta operazione di rigenerazione urbana, delle case popolari e delle periferie in primis. Il problema è che nella manovra di Bilancio del governo, si stenta a trovare traccia di risorse e misure adeguate per mettere a soluzione una emergenza sociale che cresce di anno in anno e di giorno in giorno, sia nelle grandi aree metropolitane sia nei centri urbani più piccoli.

È impossibile non denunciare come nel nostro paese siamo praticamente tornati all’anno zero del diritto all’abitare. Lo dimostrano gli impegni finanziari degli ultimi governi su questo settore. Il Pil impiegato attualmente dallo Stato italiano per la costruzione di alloggi popolari è intorno allo 0,02 per cento, mentre la media europea è del 3,0 per cento. In un alloggio sociale (casa popolare) in Europa ci vive un quinto delle famiglie, mentre in Italia solo il 3,5 per cento.

L’Italia infatti continua ad essere il paese europeo che spende poco o niente nei programmi di edilizia sociale, alimentando così penuria di alloggi con affitti accessibili, speculazione a tutto campo in materia di abitazioni e una conseguente ma perdurante emergenza sociale abitativa in tutti i grandi e medi centri urbani.

La questione abitativa in Italia continua ad essere aggredita da ogni punto di vista dalle misure governative che favoriscono gli interessi degli speculatori privati.

In un documento l’Asia Usb ricorda come la cancellazione di ogni politica pubblica per la casa, avvenuta a partire dagli anni '90, ha favorito la soluzione privata al problema abitativo incentivando l’acquisto, lasciando campo libero alla speculazione edilizia e al consumo del suolo (in alcune aree metropolitane – sia al centro che al nord – a fronte di una crescita zero della popolazione abbiamo visto la triplicazione delle aree edificate).

Nei decenni passati alcuni strumenti pubblici come l’INA-Casa e successivamente la GESCAL (Gestione Case per i Lavoratori), mediante contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro, avevano permesso di dare importanti risposte ai problemi abitativi del nostro paese che usciva da anni di guerra.

La politica dell’epoca ha agito attraverso la realizzazione in continuazione di case popolari, mediante gli Istituti previdenziali e gli Iacp (Istituto Autonomo Case Popolari) oggi diventati regionali come l’Ater nel Lazio o l’Aler in Lombardia. In alcune città erano le stesse amministrazioni comunali a impegnare fondi per l’edilizia pubblica.

Esistevano sistemi di esenzioni fiscali indirizzate alle abitazioni di proprietà, in particolar modo a quelle realizzate attraverso la cooperazione. Sono state approvate la legge 167/62 e la legge 865/71 per mettere a disposizione aree comunali fabbricabili e finanziamenti delle Stato per realizzare case pubbliche per affrontare la questione abitativa.

Da metà degli anni '90 in poi, il modello sopra descritto è entrato in crisi: hanno iniziato a dare i primi effetti le politiche europeiste di privatizzazione, gli Enti previdenziali hanno dismesso la funzione di contenimento del mercato della casa a prezzi equi, gli Istituti per le case popolari sono stati trasformati in aziende economiche, non hanno avuto più gli strumenti necessari alla realizzazione di nuovi alloggi, né la possibilità di rispondere alle nuove esigenze che emergono dal contesto sociale urbano. La crisi di questo modello porta anche all’abbandono e alla non volontà di gestire il patrimonio pubblico fin ora realizzato, il quale è ormai divenuto dequalificato e fatiscente a causa dell’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria.

Quella di svuotare gli strumenti pubblici messi in piedi fino a quel momento per affrontare il problema della casa, sempre più emergente, è stata una scelta ben congegnata per favorire le rendita parassitaria e il dominio sulle città dei costruttori e dei palazzinari.

Ma tra le proposte in circolazione, invece che prendere di petto un impegno strategico dello Stato sulla questione abitativa, in questi giorni si parla solo del cosiddetto Fondo Salva Casa. L’obiettivo del Fondo, è quello di acquistare gli immobili pignorati e messi all’asta che, in un secondo momento, potranno essere assegnati in locazione, ad un canone sostenibile, a coloro che hanno subito il pignoramento dell’abitazione favorendone, successivamente, il riacquisto da parte degli stessi. Il Fondo, sponsorizzato dall’organizzazione cattolica delle Acli e presentato dal senatore del M5S Daniele Pesco, intenderebbe attenuare l’impatto sociale dei circa 248 mila sfratti, che secondo le stime saranno resi esecutivi in Italia nei prossimi 5 anni (Fonte Ministero Giustizia), senza però penalizzare i diritti legittimi dei creditori cioè le banche. Se si considera un nucleo familiare medio, composto da 4 persone, i dati rilevano che circa 1 milione di persone a livello nazionale rischia potenzialmente di perdere la propria casa a causa del mancato pagamento dei mutui. Gli immobili che rientrano nella casistica di interesse del Fondo, come ad esempio quelli abitati e adibiti a prima casa, sono pari solo a circa 13 mila, più o meno il 5% del mercato complessivo.

Secondo le stime della Caritas sono in continuo aumento le richieste di assistenza da parte di quelle persone impoverite dalla crisi economica e che ora rischiano di perdere la propria abitazione, comprata negli anni in cui le banche erogavano con facilità “mutui prima casa”, per importi anche a totale copertura del prezzo di acquisto. Spesso gli immobili pignorati subiscono una forte svalutazione a seguito dell’acquisto al ribasso con aste giudiziarie da parte delle banche creditrici. Con questo meccanismo le famiglie, oltre a perdere la casa, restano indebitate a vita e tagliate fuori dal circuito bancario. Si consideri infatti che a fronte di circa 120 mila immobili, con un valore medio non superiore a 250 mila euro, viene recuperato solo il 33% del credito.

Ma sull’emergenza della questione abitativa dobbiamo invece confrontarci con una realtà assai più estesa, grave e complessa: sono quasi 3 milioni le famiglie italiane (11,7% del totale) in difficoltà con le spese sulla casa, rate del mutuo, imposte, affitto e utenze, e più di trecentomila sono sotto sfratto che rischiano di finire in mezzo alla strada.

Ci sono poi migliaia di inquilini delle case popolari esistenti in estrema difficoltà e vittime dei processi di privatizzazione spinti dai governi e da alcune regioni che restringono sempre di più i criteri per l’edilizia pubblica; ci sono decine di migliaia di inquilini delle case degli enti previdenziali pubblici e privatizzati che hanno visto raddoppiare o triplicare i canoni di affitto e vengono sfrattati se non sono in grado di pagarlo o sono vittime di dismissioni a prezzi speculativi. C’è poi, spesso sottaciuto, lo scandalo di decine di migliaia di inquilini a cui sono stati affittati o venduti alloggi sociali a prezzi di mercato, truffati da cooperative e imprese, realizzati con finanziamenti e su terreni pubblici nei piani di zona di edilizia agevolata, è il caso dello scandalo dei Piani di Zona a Roma.

Il diritto all’abitare è un fattore centrale dell’emancipazione sociale di tutti e non una bancarella in più per gli appetiti dei mercati e degli speculatori. È la difesa del bene comune, dell’idea del recupero urbano del patrimonio sfitto e abbandonato, del consumo zero del suolo. Ma anche l’affermazione del diritto all’accoglienza per i migranti e alla solidarietà. Sul diritto all’abitare come sull’emergenza sociale abitativa occorre cambiare completamente registro e costringere governo e speculatori a retrocedere, con ogni mezzo.

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04/09/2019

Quando le periferie rivendicano dignità e identità “di classe”

Roma. Il campo sportivo in via Morrovalle a San Basilio alle 18.00 è già pieno di gente. Sul ring allestito in mezzo al campo i ragazzi delle palestre popolari si affrontano in brevi incontri di box. I boxeur vengono annunciati per nome, cognome e palestra di provenienza e già lì si capisce che è “sport popolare”: Quarticciolo, San Lorenzo etc.

L’occasione dell’incontro non è però una manifestazione sportiva, è una festa organizzata dal Centro Popolare San Basilio, nato occupando alcuni locali abbandonati sotto le nuove case popolari, chiamata per discutere il feroce rapporto tra Roma e le sue periferie e per rivendicare il fatto che Roma è anche le sue periferie e i loro abitanti.

E se questa rivendicazione di dignità e identità, di riscatto contro l’esclusione, sta tutta dentro l’oggi, viene rivendicata anche la memoria storica di come a tutto questo si è arrivati. Tra pochi giorni sarà il 45° anniversario dell’uccisione di Fabrizio Ceruso da parte della polizia durante la battaglia di San Basilio nel 1974 per il diritto alla casa. Sabato ci sarà il corteo per le strade del quartiere e molte altre iniziative collaterali in vari quartieri della Tiburtina come Casalbruciato o a Tivoli, la cittadina a est di Roma da dove veniva Fabrizio, ucciso a 19 anni nelle strade di San Basilio durante gli scontri. Dal palco lo ricorda la sorella, sottolineando come ottenere la casa con la lotta sia un fattore di dignità ed emancipazione.

C’è quindi una continua connessione tra passato, presente e aspettative che si incrocia anche nel dibattito a cui partecipano il cantautore Mannarino (nato e vissuto a San Basilio) e il disegnatore Zerocalcare (nato e vissuto poco più in là, oltre la barriera rappresentata dal carcere di Rebibbia che divide San Basilio da Ponte Mammolo e dal quartiere che ha preso il nome del carcere stesso). Insieme a loro ci sono gli attivisti sociali che hanno fortemente voluto e costruito questa giornata: Lillo del centro popolare, Federico, abitante di San Basilio e attivista della Federazione del Sociale Usb, Maria Vittoria anche lei dell’Asia-Usb ma attiva in un’altra periferia, quella di Tor Bella Monaca, e Sukena una delle occupanti delle case di via Cardinal Capranica (periferia nord, a Primavalle) sgomberate questa estate.

Una discussione vera, sentita che riassume una voglia di recupero di identità e dignità sociale di questo “popolo” e una loro forte riaffermazione dentro le priorità sociali della Capitale. Significativo il passaggio di Federico quando rifiuta la dicotomia tra cattivi o piagnoni con cui vengono conformati gli abitanti delle periferie nei format televisivi. O rabbiosi contro immigrati e zingari oppure meri casi individuali di disagio sociale. Una dicotomia falsa e strumentale che va spezzata recuperando identità collettiva e azioni comuni.

Si è quasi emozionato Mannarino, cantautore ormai affermato, nato e vissuto in mezzo a quei lotti di case popolari e poi soggetto del “salto” che ti porta altrove. Anche Zerocalcare racconta della sua vita in questi quartieri, sui quali magari i genitori ti suggerivano di fornire indicazioni vaghe per non farti affibbiare addosso l’etichetta di chi viene da San Basilio o da Rebibbia, una stimmate spesso non dichiarata ma che mette sull’allerta molti interlocutori.

In serata il campo sportivo si riscalda con il concerto di Franco Ricciardi, anomalo autore neomelodico napoletano con una sua dichiarata sensibilità sociale, magari interpretata in modo molto personale, ma indubbiamente coinvolgente sul piano musicale, scoprendo che anche a Roma, e non solo a Napoli, centinaia di persone conoscono a memoria i suoi testi.

Intorno centinaia di persone, del quartiere e non solo, che si sono ritrovate e riconosciute come parte di un corpo sociale che va però del tutto ricostruito dopo anni e anni di feroce frammentazione sulla quale è stata alimentata strumentalmente una guerra tra poveri. “Prima gli sfruttati” riassume bene il radicale rovesciamento della logica su cui la destra vorrebbe acquisire egemonia nei quartieri popolari. Quando si parla di riscatto degli abitanti delle periferie si parla proprio di questo, e il nemico “di classe” questo rovesciamento di priorità lo teme come la peste.

È un lavoro complicato ma necessario quello della ricomposizione di un blocco sociale che riconosca i propri interessi “di classe” e li rimetta in conflitto contro il nemico nel modo dovuto. È un lavoro politico ma anche culturale, sociale ma anche “psicologico” che ha bisogno di molti fattori e che vanno agiti tutti insieme, perché uno solo non ha ancora la forza di diventare fattore di ricomposizione e di lotta.

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