Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/06/2020

Covid 19 – Meno contagi? No meno tamponi, soprattutto dove servirebbero

È tornata a picchiare duro la Fondazione Gimbe in merito alla gestione della pandemia di Covid 19 di cui, in questi giorni, molti fanno a gara per ridurne la gravità e le conseguenze.

“Nella settimana 4-10 giugno, il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE – afferma il Presidente Nino Cartabellotta – conferma sia la costante riduzione del carico su ospedali e terapie intensive, sia l’ulteriore rallentamento dei contagi e, in misura minore, dei decessi”.

Nel rimarcare l’affidabilità e le tempestività dei dati che provengono dagli ospedali, legati a flussi standard trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute, la Fondazione GIMBE rileva che

– il numero dei deceduti rimane ancora elevato per due ragioni: innanzitutto, il decesso può essere relativo a contagi non recenti; in secondo luogo, come dimostrato anche dal recente report ISTAT-ISS, la sottostima dei decessi è un fenomeno che si è progressivamente ridotto sino, verosimilmente, ad azzerarsi;

– il numero dei nuovi casi rimane un indicatore dipendente dal numero di tamponi diagnostici eseguiti.

E questo secondo aspetto è quello che rimane decisamente più sconcertante e contraddittorio. “Rispetto a quest’ultimo punto – spiega il prof. Cartabellotta – abbiamo valutato il trend dei tamponi totali e di quelli diagnostici effettuati a partire dal 23 aprile, ed esaminato l’attitudine delle Regioni all’esecuzione dei tamponi diagnostici nelle ultime due settimane”.

Trend tamponi (figura 1). Esaminando il periodo 23 aprile-10 giugno, il trend dei tamponi totali risulta in picchiata libera nelle ultime 2 settimane (complessivamente -12,6%). Il trend dei tamponi diagnostici è crollato del 20,7% in prossimità delle riaperture del 4 maggio, per poi risalire e precipitare nuovamente del 18,1% in vista delle riaperture del 3 giugno. Nell’ultima settimana si assiste a un lieve rialzo (+4,6%).


Trend regionali tamponi diagnostici. L’incremento complessivo del 4,6% (+9.431) nella settimana 4-10 giugno, rispetto a quella precedente, non è il risultato di comportamenti omogenei su tutto il territorio nazionale: infatti, mentre 12 Regioni e Province Autonome fanno registrare un incremento assoluto dei tamponi diagnostici, nelle rimanenti 9 si attesta una ulteriore riduzione (figura 2).


La conclusione a cui giunge la Fondazione Gimbe è la stessa alla quale stanno arrivando tutti coloro che da tempo segnalano come il numero dei contagi rilevati dipenda da quello dei tamponi effettuati. Meno tamponi si fanno e meno contagiati si rilevano... e si dichiarano.

“Da queste analisi emergono tre ragionevoli certezze” sottolinea la Fondazione Gimbe, “innanzitutto il numero dei tamponi diagnostici, finalizzati all’identificazione di nuovi casi, è calato drasticamente alla vigilia delle due riaperture del Paese del 4 maggio e del 3 giugno; in secondo luogo, dopo il crollo nella settimana 28 maggio-3 giugno, complice la doppia festività, nell’ultima settimana poco più della metà delle Regioni hanno aumentato il numero dei tamponi diagnostici rispetto alla precedente; infine, proprio le Regioni con una circolazione del virus ancora sostenuta nell’ultima settimana hanno ulteriormente ridotto i tamponi diagnostici invece di potenziarli”.

L’attività di testing – conclude Cartabellotta – finalizzata all’identificazione dei nuovi casi, alla tracciatura dei contatti e a loro isolamento continua a non essere una priorità per molte Regioni: purtroppo, nella gestione di questa fase dell’epidemia, in particolare dove la diffusione del virus non sembra dare tregua, la strategia delle 3T non è adeguata.

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26/05/2020

La breve vita dell'”assistente civico”

Non se ne farà niente, ed è l’unica buona notizia. La proposta di mettere in campo sessantamila volontari come “guardie civiche” per i controlli sulla movida ha avuto la stessa durata di una droplets infetta sotto il sole di agosto. Seccata appena emessa dalla bocca sconsiderata del ministro Boccia, teoricamente a capo del dicastero per le Regioni, che si era catapultato a corpo morto su una richiesta dei sindaci.

I quali sono terrorizzati dalla possibilità che la massa di persone di nuovo in strada la sera, soprattutto giovani, possa alimentare una “seconda ondata” di contagi e quindi riportare la situazione al lockdown di partenza, con disastri ulteriori per commercianti e turismo.

Inutile dar conto nei dettagli delle comiche reazioni della cosiddetta “politica”, con la destra che urla alla “svolta autoritaria” (da che pulpito, per chi voleva i “porti chiusi” e le “ronde”), i “democratici” che minimizzano e tanti tontoloni che discettano.

In poche ore queste “guardie di complemento” sono state derubricate prima ad “assistenti civici”, incaricati di “consigliare” comportamenti di massa meno sbarazzini. Poi a “volontari” addetti a dare aiuto a chi non può uscire di casa per comprare cibo e medicinali o per aiutare nel contingentamento degli ingressi nei parchi, a metà strada tra la caritas e gli ausiliari del traffico davanti alle scuole materne.

Una evaporazione velocissima della prima formula, dove venivano presentati come una specie di “aiutanti vigili urbani”, incaricati di far rispettare il distanziamento sociale anche a chi viaggia con aperitivo o birra in mano.

Il che, sul piano concreto, sollevava diversi “problemini”. Se sarebbero stati assunti e retribuiti (o assicurati, perché si sa che le dinamiche di strada, dopo una certa ora, facilitano le “discussioni accese” e qualche sberla). Come sarebbero stati selezionati (vi immaginate una banda di Casapound o Forza Nuova con la “legittimazione” a rompere le scatole ai passanti “sgraditi” per ragioni estetiche e comportamentali?). Quali poteri sanzionatori avrebbero mai potuto avere (che è una prerogativa delle “forze dell’ordine”, richiedono un minimo di informazioni legali, una qualche “responsabilizzazione” trasmessa con una formazione più o meno seria, ecc). E tanti altri.

È sorprendente, comunque, che in un Paese tormentato dalla presenza di un numero spaventoso di polizie (carabinieri, polizia propriamente detta, guardia di finanza, vigili urbani, polizia penitenziaria, ecc), con centinaia di migliaia di uomini e donne in divisa e non, più altre decine di migliaia di vigilantes privati, si “senta il bisogno” di arruolare altri 60.000 “volontari” per disciplinare l’ora dell’aperitivo.

Il che solleva più di una riflessione sul livello di competenze della classe politica nella materia che in teoria meglio dovrebbe conoscere, ossia l’assetto istituzionale. C’è voluto il mormorio incazzoso dei vertici delle polizie vere, subito raccolto e fatto proprio dal ministro dell’interno Lamorgese (una “tecnica” issata al Viminale) per ricordare a tutti questi dilettanti che “l’ordine pubblico” è una materia complessa e pericolosa, che non può essere neanche in parte delegata a volenterosi ignoranti.

Che però sembra proprio la definizione giusta per la presente classe politica. Una posse di “parlamentari per caso” che apre bocca e spara “proposte” senza neanche chiedersi se possano avere un senso nell’equilibrio di poteri e contropoteri che costituisce lo Stato (quello che dovrebbero governare, poveri noi...).

Si capisce che siamo agli ultimi stadi di una degradazione della classe politica. Una situazione in cui chi ricopre un incarico pubblico non sa neppure quali siano le sue stesse prerogative (ossia: cose deve saper fare e cosa non si deve permettere neanche di pensare). Un dilettantismo parolaio – tipo quei “dietrologi” che riscrivono cento volte la storia d’Italia annaffiandola di “misteri” che devono rigorosamente restare tali – in cui tutto può esser detto a beneficio di telecamera e tutto può esser negato o dimenticato un attimo dopo.

Con il pericolo, sempre in agguato, che nessuno ci faccia lì per lì caso e quindi che quella corbelleria, sparata tanto per guadagnarsi un titolo di giornale, diventi legge. “L’orrore...”, direbbe Kurz...

Proprio l’“ordine pubblico”, non per caso, è diventato negli ultimi anni il terreno dove l’improvvisazione “che fa notizia” trova il suo massimo di applicazione. Si può capire facilmente il perché: le materie economiche e industriali sono di competenza Ue o affidate agli ordini di Confindustria. La politica estera, tranne alcune “pensate” anche interessanti (tipo il memorandum di adesione alla Via della Seta), sta in mano alla Nato e alla stessa Ue. Tutto il resto interessa poco e pochi (basti vedere come vengono trattati scuola, ambiente e sanità, da decenni).

Sull’ordine pubblico invece si possono guadagnare facilmente titoli e quindi voti, anche se si è obbligati a spararla sempre più grossa degli altri (su questo Salvini era quasi inarrivabile; e il non essere più ministro è stato per lui un disastro).

Una riflessione seria, però, alla fine di questa presa per i fondelli, ci sembra doverosa.

Che possano venir fuori “pensate” come questa – dei sindaci e di Boccia – è la dimostrazione fisica che tra “potere” (anche minimo, come quello residuale della classe politico-amministrativa) e popolazione non c’è più nessun “corpo intermedio”. Ossia partiti di massa, sindacati, associazionismo, “organismi di massa” in grado di recepire bisogni dal basso e sintetizzarli in “disegni di riforma” dotati di una qualche razionalità sistemica.

Quegli stessi corpi intermedi riuscivano bene o male a svolgere anche la funzione opposta, ossia far comprendere a tutti i propri membri le “disposizioni generali” che venivano dall’alto, per farle accettare oppure contrastarle secondo una logica politica altrettanto razionale e sistemica. Cioè politica in senso alto.

Oggi il potere sa che c’è un sacco di gente, quaggiù. Ma se ne ricorda, per rabbonirla, solo in campagna elettorale. Non la conosce, soprattutto non l’ascolta né vuole farlo. Perché non ha più molto da offrire in cambio di una partecipazione subordinata (anche le clientele sono meno estese, causa tagli faraonici alla spesa pubblica e ai “costi della politica”).

Quindi, quando deve preoccuparsi di far capire alla popolazione cosa bisogna fare, ha nel cervello solo il tasto del “comando”. Al massimo con la subordinata della “comunicazione”, che è poi la stessa supposta rivestita con molta vaselina.

E quindi ogni provvedimento che si sa in partenza essere impopolare si trascina dietro un “di più” in termini di forze dell’ordine.

Siamo arrivati ai “volontari”, anche su questo terreno. Significa che il fondo del barile è stato raggiunto. Perché un “volontario” non ha alcun titolo per imporre a nessuno alcunché. Anzi, stimola la voglia di farsi “volontari” a fare tutt’altro...

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18/05/2020

La “nostra” Fase 2

Oggi, come tutti i lunedì mattina, ho staccato da lavoro alle 6 e sono rientrato con la macchina a casa. Ieri sera però mi sentivo agitato, quanti pensieri l’ultima notte di quarantena.

Stamattina il bar dove mi fermavo tornando dal lavoro aveva la serranda abbassata. Non riaprirà. Il proprietario delle mura non vuole abbonare l’affitto al signore che gestisce il bar, che a sua volta deve dare 5 mensilità alla ragazza che lavorava al bancone. Chiuso. Quante altre serrande non rialzeranno?

Intanto Amazon, che prima del lockdown valeva in Borsa 1.700 dollari per azione, oggi ne vale 2.400. Secondo un articolo di Milena Gabanelli uscito stamattina, con molta probabilità tra qualche anno Amazon riuscirà a stabilire un vero e proprio monopolio privato. Questo vuol dire che avrà facoltà anche di decidere il prezzo dei prodotti, di uno spazzolino o di una webcam per intenderci. Quanto paga di tasse Amazon in Italia? Non è dato saperlo: ha la sede fiscale in Lussemburgo.

La “Fase 2” riparte anche con gli aiuti alle imprese. Sembrerebbero confermati i 6 miliardi da parte dello Stato italiano a FCA. L’azienda degli Agnelli conta circa 60 mila dipendenti e rappresenta una parte importante del mercato automobilistico italiano.

Quando gli Agnelli vincono sul mercato, aumentano le proprie ricchezze personali; quando perdono, lo Stato versa un po’ delle nostre tasse nelle loro tasche. Allora non sarebbe più coerente dividere anche quando vince? Altrimenti, per quale motivo dovremmo finanziare pubblicamente una multinazionale con sede in Olanda?

In Italia, in saloni estetici, barbieri e parrucchieri sono impiegati circa 250mila persone, 4 volte più dei dipendenti della Fca. Un 30% di queste persone rischia seriamente di perdere il lavoro a causa dell’emergenza Coronavirus. Perché lo Stato non tira fuori qualche miliardo di euro anche per loro?

Tra monopoli privati e giganti economici, questo lockdown ha accelerato la corsa verso un nuovo feudalesimo digitale. L’altra faccia di questo impero è un popolino incosciente che se la prende con una ragazza di 23 anni convertita all’Islam, i migranti che dormono alla stazione Tiburtina e i runner.

D’altronde è difficile pensare con la propria testa in un paese in cui gli Agnelli – comprandosi La Repubblica – in una settimana hanno cambiato completamente la faccia dell'”informazione e dell’intrattenimento di qualità”.

Noi cosa facciamo in questa “Fase 2”? Cominciamo intanto dallo sciopero dei braccianti di questo giovedì.

Poi c’è un mondo devastato da ricostruire, il mondo delle periferie sociali e geografiche di questo paese. Dove abitano lavoratori e lavoratrici, che sono stati in prima linea durante l’emergenza e che da oggi già si sentono un po’ meno a casa loro... in questa Italia sempre più diseguale.

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Il rischio incalcolabile della “riapertura” padronale

Sulla bastardata retorica del “rischio calcolato” abbiamo già detto con l’intervento di stamattina.

Ma la realtà è molto più dura di qualsiasi frasetta inventata da Casalino o chi per lui. E tutti abbiamo imparato che, se hai un problema serio e concreto, non basta “cambiargli nome” per risolverlo.

La “ripartenza”, o “riapertura”, innescherà certamente – per ragioni fisiche e statistiche che non dipendono dalla volontà o dalla “responsabilità individuale” – un aumento dei contagi da coronavirus.

La dimensione dell’aumento dipenderà da molte variabili: quanta gente in più andrà a lavorare oltre quella che c’è sempre andata o ha ripreso già il 4 maggio; quanta gente comincerà a frequentare le attività riaperte solo stamattina; quante cautele saranno prese dai gestori di queste attività (e capiamo benissimo che i costi supplementari per le “misure di sanificazione e sicurezza” confliggono radicalmente con un giro d’affari comunque molto minore rispetto al pre epidenia); con quanto scrupolo i singoli individui che da stamattina si sentono psicologicamente “liberati” dagli arresti domiciliari riusciranno a rispettare le norme di autotutela sanitaria.

Questo video, girato proprio stamattina nella metropolitana di Napoli, non ci lascia molte speranze sul poter limitare i danni sanitari di massa conseguenti a questo tipo di “riapertura” senza troppi limiti pretesa da Confindustria e padroncini vari...

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10/05/2020

#iorestochiuso: spunti di riflessione per una partenza condivisa e organizzata

Da settimane provo a scrivere questo articolo e la difficoltà nel farlo nasce principalmente dall’inevitabilità che assuma toni troppo soggettivi, rendendo il mio pensiero impopolare per molti.

Tuttavia, non sono un giornalista di professione e questo è un articolo divulgativo con il solo scopo di invitare al dibattito costruttivo e alla riflessione e questa volta mi concederò di non essere molto Politically correct, anzi, prendendo in prestito le parole del buon Biggiogero “Molto political poco correct“.

La voglia di ricominciare (sia quella genuina che quella usata a fini commerciali) a me proprio non è venuta, anche dopo avere attraversato tutte le comuni fasi psicologiche di quarantena: dall’ottimismo dell’#iorestoacasa, dalla riscoperta del “piccolo pizzaiolo”, al nazionalismo di Fratelli d’Italia, dalla delusione sull’inutilizzabilità di Tinder, alla frustrazione, alla rivalsa sociale del “fatemi uscire”, fino alla depressione, la noia, etc. etc.

L’unico modo per riappropriarmi di questo tempo è stato di fatto disinstallare i Social Network, (Facebook e Instagram) per un po’ di tempo ed evitare di seguire ridicole proteste e discussioni da parte di alcuni esponenti/imprenditori (grandi e piccoli) del settore ristorativo.

Quello che è apparso evidente è una mancanza di comprensione da parte delle persone coinvolte nel settore che ci troviamo davanti ad una crisi di sistema e non di settore.

È possibile che le uniche preoccupazioni emerse nel settore in questione siano state solo sulle tempistiche della riapertura e sulle modalità dei delivery? Eppure, se siamo davanti ad una crisi economica mondiale, pare chiaro che non è solo l’offerta a risentirne ma chiaramente anche la domanda.

In soldoni: chi comprerà questo cibo da asporto? O peggio ancora, chi si metterà a impiattare kit-monostellati a pasquetta sul balcone?

L’insistenza di aprire al più presto al delivery, rivendicando quello che accadeva ad esempio nel capoluogo lombardo che non ha mai smesso di distribuire cibo, è stata un’azione alquanto fuori luogo, inappropriata e soprattutto ha messo in luce un parterre di domande mai poste:

- Ma davvero la produzione è più importante della salute? Perché non è solo quella dei clienti ma anche dei dipendenti. Siamo davvero in grado di mettere in sicurezza anche loro? O crediamo bastino delle mascherine chirurgiche per fermare la riproduzione di un virus che è stato in grado di spargersi dall’Est all’Ovest in meno di due mesi? Del resto in quelle regioni il sistema produttivo, non solo del cibo, non si è mai arrestato del tutto e non è forse questa una ragione plausibile che ha influenzato la curva dei contagi, rendendola la più alta dell’intero paese?

- Un Business che è risaputo, a livello mondiale, basarsi sul Cashflow settimanale o a volte anche giornaliero e che non riesce quasi mai a realizzare somme cuscinetto consistenti (per via degli eccessivi costi di gestione in proporzione ai guadagni) è davvero in grado di sostenersi solo con i delivery?

- Ma se la produzione è ferma, o lo è stata, chi avrebbe dovuto produrre e consegnare le mozzarelle da mettere sulle nostre margherite? Possibile che ci sia stata una versione aziendo-centrica e non ha considerato che, anche per fare due pizze, bisognava mettere in moto una macchina produttiva e distributiva parecchio complessa in questo periodo? Ma soprattutto, avremmo avuto possibilità di pagare i fornitori o avremmo continuato ad accumulare debito con loro? O li avremmo delegati, come spesso accade, ad essere l’ultima ruota del carro?

- The last but not the least: se la crisi è di sistema e quindi coinvolge tutti, quanta disponibilità e sicurezza economica c’è in questo periodo, da parte della popolazione media, che l’avrebbe portata a spendere in beni di consumo? (sia chiaro il cibo come bene primario è un’altra cosa).

Insomma mi è sembrata piuttosto una corsa individuale al mettersi in mostra, al voler dimostrare che “ci siamo” e al non volersi fermare che, nonostante possano essere considerate tutte reazioni positive, non hanno lasciato spazio ad un’analisi più accurata del problema: sviscerandolo, magari confrontandosi con tutto il settore, per cercare soluzioni alternative in una rete con tutti i professionisti coinvolti, disegnando richieste di legge ad hoc, riforme e sostegni economici efficaci e mirati per tutta la catena.

La situazione non è stata diversa fuori dal Paese.

In nord Europa, in Danimarca ad esempio, dove il settore gastronomico è più che mai una solida base del PIL nazionale, le attività hanno solo ridotto la loro continuità produttiva, avvalendosi appunto del famoso servizio di delivery e di kit per fare a casa il proprio piatto.

Ma la situazione lì era ben diversa dalla nostra, sia come curva di contagio con numeri meno preoccupanti dei nostri, sia per una situazione economica più stabile. Infatti, le garanzie sociali per le inoccupazioni nate in questo periodo e i patrimoni personali non hanno sicuramente gravato allo stesso modo quanto in una città come Napoli dove gran parte del lavoro è fondato sulla precarietà, la stagionalità e il nero.

In molte città italiane, molti dei lavoratori del settore (cuochi, camerieri, pizzaioli, etc.) hanno il serio problema che i loro contratti sono dichiarati con la metà delle ore di lavoro effettivo e pertanto, la famosa cassa integrazione in cui molti imprenditori ripongono fiducia, copre realmente solo l’80% della metà di quello che realmente avrebbero dovuto ricevere come stipendio.

Più vicino a noi è forse quello che accade negli Stati Uniti.

The national resturant association ha stimato che tra Marzo e Aprile, negli USA ci sia stata la perdita di 225 miliardi di dollari e 3 milioni di persone hanno già perso il loro lavoro.

Sempre negli States, nel 2019, sono 30 milioni le persone che utilizzano APP di delivery quali Uber eats, DoorDash, GrubHub che, non dimentichiamo, chiedono anche il 20% dello scontrino.

Se dunque già prima era difficoltoso sostenere le attività terze di delivery, oggi pare impossibile, tanto che molti proprietari hanno prestato loro stessi la disponibilità alle consegne o hanno coinvolto i loro stessi dipendenti.

È chiaro precisare che le attività che erano già concentrate e strutturate con il delivery debbano continuare a farlo, ma quanto è sostenibile invece per tutti gli altri?

Per molti non lo è affatto, soprattutto per chi normalmente ha numerose sedute (100 e oltre) è stato più conveniente chiudere completamente i battenti.

Inoltre, per molte tipologie di cucina, occorrerebbe un cambiamento radicale nella struttura del ristorante stesso, del personale, delle licenze per potersi muovere in città o dell’approvvigionamento di packaging, etc.

I sovvenzionamenti statali e i prestiti stentano a muoversi e intanto la riapertura comporta una serie di considerazioni da fare: la tutela della salute di chi ci lavora, l’umore delle persone stesse a lavoro, quello dei clienti, ma soprattutto la voglia e l’appetito della clientela, la diffidenza nel condividere spazi in luoghi che logicamente e inevitabilmente prevedono assembramento.

Non meno importante è mantenere inalterato l’organico lavorativo che immagino possa venire drasticamente ridotto se venisse dimezzata la vendita con i soli delivery. Per cui la domanda sorge spontanea: chi torna a lavorare e chi resta a casa? E anche con una turnazione, si riuscirà a garantire uno stipendio adeguato rispetto alle minori ore di lavoro svolte?

La visione dovrebbe quindi essere più lungimirante, non focalizzarsi sui mesi di fermo ma sui mesi a venire e cioè quelli nella fase di convivenza e quella degli anni futuri. Intanto, come fronteggiare il problema delle distanze di sicurezza quando la maggior parte delle attività ristorative, per esempio del Centro Storico di Napoli, si sviluppano su pochi metri quadri o se la seduta per metro quadro concessa negli spazi esterni, sia in grado di coprire i costi del fitto del suolo pubblico.

Ma quello che probabilmente spaventa di più, ed è inevitabile in tutti i settori, è che la domanda oltre ad essere ridotta quantitativamente convergerà verso una riduzione qualitativa e quindi più economica.

Insomma il messaggio che è passato negli scorsi mesi, tra ridicole dirette Instagram e polemiche individuali sul proprio esercizio commerciale, ha evidenziato una forte superficialità e individualità nell’affrontare i problemi.

Se prendiamo consapevolezza di essere davanti ad una crisi mondiale del nostro sistema produttivo e consumistico, è forse opportuno FERMARSI (momentaneamente si intende) per riflettere sul ridistribuire le carte in tavola (o cambiare ricetta per essere più pertinenti) e capire quali sono stati gli errori commessi, incanalando le energie verso dei più grandi cambiamenti, piuttosto che autorizzazioni temporanee di vendita.

Se i costi di gestione sono alti, spesso per “orpelli” inutili all’attività in sé, forse è il momento di tagliarli. Se le numerose spese burocratiche di inizio attività (firme e firmette) ormai anacronistiche in altri paesi, influenzano i nostri investimenti e le normative e controlli annuali (HACCP, revisioni e aggiornamenti software dei registri di cassa) intaccano la redditività, forse è il momento di chiederne una sospensione definitiva o un controllo statale e non affidato ad aziende esterne.

Ancora, se un ristoratore vuole regolarizzare al 100% i suoi dipendenti ma non ci riesce, nonostante la sua attività lavori discretamente, forse è arrivato il momento di chiedersi perché.

In questo settore pare infatti più difficile che in altri garantire cose fondamentali come assicurazioni a infortuni, malattie, previdenza sociale, etc. e tale mancanza genera costantemente quella precarietà di fondo, di cui tutti ci lamentiamo, che porta i professionisti ad emigrare in paesi dove queste condizioni esistono anche per loro (non è poi cosi difficile capire perché oggi è raro trovare disponibili bravi Chef, Maître e altre figure).

Forse è il momento opportuno di creare delle community, di rione o di quartiere e poi cittadine, con incontri tra tutte le persone coinvolte del settore (dai produttori, ai distributori, dai contadini ai cuochi e i camerieri) per fronteggiare insieme il momento di difficoltà ed evitare di fare scelte che possano ricadere tra un soggetto e l’altro. Una buona occasione anche per creare una rete di idee (insieme si sarebbero potuti offrire pasti ai bisognosi del quartiere con le derrate in scadenza, per esempio, con 5kg di pasta si sarebbero potuti far mangiare 50 persone) affinché si possa rivedere, insieme, anche un cambiamento radicale nell’offerta proposta, perché possa diventare più sostenibile in visione dei prossimi mesi e forse anni futuri.

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07/05/2020

Il “governo della peste”: la retorica dell’unità nazionale e la sparizione della sinistra critica

di Alessandra Algostino e Tomaso Montanari

Padrona del dibattito politico oramai da quarant’anni, la logica binaria torna a farsi, in queste ore, particolarmente virulenta. È la nefasta logica schmittiana dell’amico/nemico, quella che di male minore in male minore, in un’interminabile sequenza di appelli al «voto utile», ci ha condotto al punto in cui siamo: ad avere le destre neofasciste sulla soglia dei pieni poteri. La pandemia ha ulteriormente drammatizzato la contrapposizione e, nel contempo, ha evocato la retorica dell’unità nazionale, per emarginare ed espellere ulteriormente (dopo i vari decreti sicurezza) le possibilità di espressione del dissenso, non di quello, strumentale, à la Salvini o à la Renzi, ma di quello che nasce ed esprime il conflitto sociale.

Da una parte si sono schierati alcuni intellettuali di sinistra, per i quali il governo, novello Gesù Cristo, è quotidianamente «messo in croce» da mestatori interessati con argomenti «volgari», «immotivati», «ipocriti» e «pretestuosi», quando, sebbene non sia «forse [forse!??] il governo più perfetto che si possa immaginare», è pur sempre guidato da un Presidente del Consiglio che agisce «con apprezzabile prudenza e buonsenso», un esponente politico che «anche a confronto con gli altri governi occidentali […] ha svolto più che onorabilmente la sua parte».

Dall’altra gli ultraliberisti per i quali il governo ha fatto della pandemia «un pretesto per l’autoritarismo», cogliendo l’occasione per disporre «misure che restringono indefinitamente le libertà e i diritti fondamentali»: «confinamento con minime eccezioni», «impossibilità di lavorare e produrre», «manipolazione delle informazioni». Misure che «neppure la più terribile delle dittature» avrebbe osato adottare. Come se non bastasse, sullo sfondo incombe il risorgere dello «statalismo, l’interventismo e il populismo con un impeto che fa pensare a un cambio di modello lontano dalla democrazia liberale e dall’economia di mercato». Sui nostri usci si staglia nientemeno – attenzione, bambini! – che l’ombra minacciosa di un «Orco Filantropico»: molto probabilmente, un parente stretto di quella Bestia che, affamata da decenni di neoliberismo, oggi non è nemmeno più in grado di prendersi decentemente cura dei malati.

Così, sovrastata dal clamore dello scontro tra difensori e assalitori del governo (anzi, del Presidente del Consiglio), a tacere è oggi una critica libera, radicale, argomentata. Una qualunque sinistra: la cui voce è, di fatto, irrintracciabile.

Qualsiasi persona di buon senso non può che sorridere di fronte all’isterica denuncia della destra, che grida al «golpe sanitario» in atto. E non può che guardare con enorme preoccupazione alle torbide, irresponsabili e interessate manovre esterne ed interne volte a rovesciare – in un momento come questo! – il governo in carica. E ciò benché quello insediato a Palazzo Chigi sia sicuramente un pessimo governo, incapace di una reale discontinuità con il passato (dalla patrimoniale alla sanatoria per gli immigrati al reddito di carattere universale ecc.) e guidato da un uomo disponibile a qualsiasi giravolta pur di mantenersi al potere (e non immune a un certo protagonismo venato di paternalismo, patriottismo a buon mercato e narcisismo).

Ma colpisce negativamente anche l’incondizionato sostegno da sinistra a Giuseppe Conte: che ha firmato, e poi mai ritirato i Decreti Sicurezza che gli stessi attuali sostenitori del Presidente del Consiglio definivano ‘fascisti’. E colpisce la radicale rimozione dell’infame provvedimento con cui questo governo ha chiuso i porti ai migranti: poche settimane fa, in piena pandemia.

Un governo che ha sicuramente commesso errori di processo democratico nella gestione della stessa emergenza sanitaria. Come inequivocabilmente dimostra la sua stessa decisione di abrograre il decreto-legge inizialmente adottato per inquadrare l’emergenza (il n. 6/2020) e di sostituirlo con un secondo decreto-legge diversamente impostato (il n. 19/2020). Se il primo, infatti, attribuiva al Presidente del Consiglio il potere di adottare, con dpcm, «ogni misura di contenimento e di gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica», prevedendo sanzioni penali per i violatori delle misure adottate, il secondo elenca puntualmente le misure adottabili dal Presidente del Consiglio con dpcm, così restringendone i poteri, e converte le sanzioni da penali ad amministrative. Un radicale cambio di rotta: inspiegabile se non a partire dal riconoscimento dell’errore pregresso.

Ora, non c’è dubbio che non siamo di fronte ad un colpo di Stato, né ad una patente violazione formale della Costituzione: ma non ci può essere nemmeno dubbio sull’evidente disprezzo del Parlamento, e sulla irritualità di un processo decisionale che rinnega qualsiasi collegialità, perfino quella dello stesso Consiglio dei Ministri (come dimostrano le surreali discussioni pubbliche tra Presidente del Consiglio e Ministro della Salute su come si debbano interpretare i dpcm), per accentrare tutto nelle mani di un uomo solo alla guida. È evidente che si considera la democrazia una stanca ritualità, da accantonare nel momento dell’emergenza: e si può essere certi che molte delle stesse personalità che ora accorrono in difesa dell’esecutivo, avrebbero invece indossato l’elmetto se lo stesso accentramento ‘presidenzalista’ fosse stato praticato da altri presidenti del Consiglio (da Salvini a Renzi). Ebbene, non rischiano di essere proprio loro a usare la sfilza di pessimi precedenti formali creati da questo governo?

E se anche gli intellettuali di ‘sinistra’ accettano di piegare i giudizi di merito alla logica amico-nemico, essi tolgono ogni spazio a una critica argomentata e serrata all’azione del governo. E questo è un errore davvero grave. Perché proprio perché questo è il ‘meno peggiore’ dei governi ora possibili, sarebbe necessario incalzarlo pubblicamente ogni giorno, perché si corregga e migliori la propria azione. Non c’è, infatti dubbio che altre correzioni saranno necessarie nel prossimo futuro (l’abuso dei dpcm è denunciato persino dai gruppi parlamentari del Pd, di certo non annoverabili tra le forze ostili all’esecutivo): dunque, ben vengano altre analisi e osservazioni critiche, tanto nel metodo, quanto nel merito delle politiche sociali, scolastiche, culturali, economiche, ecc. che, specie con il cambio di fase, sarà necessario mettere in atto. Errori molto seri sono, d’altra parte, evidenti anche nel merito: la cosiddetta fase 2 è presentata in modo confuso (e tale da lasciare, ancora una volta, un ruolo abnorme all’arbitrio delle forze di polizia), e non appare fondata su un reale accertamento delle dimensioni del contagio, ma invece innescata dalle pressioni delle forze produttive. La scarsissima attenzione dedicata alla scuola, e il primato riconosciuto da questo governo all’impresa rispetto alla centralità della persona umana, rendono evidente che il progetto della Costituzione non è la bussola politica del Governo Conte.

Norberto Bobbio ha scritto che «il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità»: mai come in un momento in cui un governo è costretto a limitare così drammaticamente le libertà, quel governo deve essere sottoposto al vaglio costante e severo del pensiero critico. Mai come in un momento in cui i lavoratori rischiano di essere, letteralmente, carne da cannone c’è bisogno di una sinistra che non difenda il governo, ma i più fragili, i più esposti, i più poveri. C’è bisogno, insomma, di non lasciare proprio alla destra che vogliamo fermare il monopolio della necessaria critica.

È di questo che chi guida oggi l’Italia ha oggi più bisogno: di un pensiero critico – costruttivamente e disinteressatamente critico –, non di un pensiero strumentalmente amico.

(4 maggio 2020)

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Governare da irresponsabili, tanto la colpa è dei cittadini

Le buche della città di Roma sono nefaste, un problema impossibile da risolvere, ma che con impegno può essere tenuto sotto controllo: investendo risorse per tapparle. Un metodo semplice, ma anche efficace in misura direttamente proporzionale alle risorse investite.

Dopo un paio di millenni il sistema è stato cambiato: dato che tappare le buche costa troppo, si obbligano i romani ad andare più piano così da ridurre il rischio di incidenti. Per questo, da qualche anno nelle strade della capitale (anche su quelle a scorrimento veloce) il limite di velocità è stato fissato a 30km/h.

Soprattutto in una città grande come Roma è impensabile rispettare un limite del genere; il Comune è perfettamente cosciente che la regola è inapplicabile.

L’Amministrazione sa di non essere in grado di ottemperare ai propri doveri e ha trovato un modo per deresponsabilizzarsi: affrontare il problema mettendo una regola impossibile da rispettare e quando qualcosa inevitabilmente andrà storto, la colpa sarà solo del cittadino che non ha rispettato la regola.

A Roma se un veicolo finisce con una ruota dentro una buca e succede un incidente, la colpa non è del Comune che non tappa le buche, ma del cittadino che non rispetta il limite di 30km/h.

Oltretutto, qualora un veicolo (specialmente se a due ruote) va piano, rispettando il limite di 30km/h, non sarà comunque sicuro: magari non prenderà una buca, ma correrà il rischio di venire travolto da chi non rispetta il limite. Quindi se uno provasse a stare nella regola potrebbe essere investito da coloro che non la rispettano (nel traffico i differenziali di velocità sono una delle prime cause di incidenti).

Ai romani è negato il diritto alla sicurezza sulle strade e quello alla mobilità: “tecnicamente” è tutto perfettamente “legale”, ma politicamente è inaccettabile.

Il peggior approccio burocratico è quello di affrontare i problemi “lavandosene le mani”, scaricandoli su qualcun altro, che di norma (magari attraverso alcuni passaggi, perché la deresponsabilizzazione – o “scaricabarile”, è un metodo contagioso) è il cittadino.

Il metodo per le buche di Roma ora è stato copiato dal Governo e da quasi tutte le amministrazioni locali italiane per far fronte all’emergenza Coronavirus: vengono inventate regole impossibili da rispettare.

In questo modo, se dovesse esserci un ritorno del contagio, la colpa non dovrà essere attribuita a chi non ha chiuso le fabbriche nell’epicentro dell’epidemia, ma ai lavoratori che sono andati in quelle fabbriche non rispettando le nuove norme sui trasporti pubblici.

Quello dei mezzi pubblici infatti è il caso più eclatante. Verrà ridotto il numero di persone che potrà salire su ogni vettura, ma nella maggioranza dei casi non verrà aumentato il numero di corse (servirebbero più mezzi e il doppio del personale). Quindi il servizio diventerà insufficiente a soddisfare i bisogni e soprattutto i lavoratori saranno costretti ad infrangere la regola del distanziamento a bordo.

L’alternativa è non andare a lavorare o accumulare ritardi che diventano facilmente motivo di licenziamento.

A Roma chi rispetta il limite di velocità corre il rischio di essere travolto da chi non lo rispetta, sugli autobus succederà qualcosa di analogo: se una persona non salirà su un autobus in quanto si è già raggiunta la capienza massima, non è detto che su quello dopo troverà posto. Potrebbe dunque non arrivare mai al lavoro.

Quindi il cittadino è costretto ad infrangere la regola se vuole esercitare il diritto alla mobilità e salvaguardare la propria occupazione.

Discorso analogo al trasporto pubblico riguarda anche i luoghi e le modalità di lavoro, gli acquisti, l’uso degli spazi pubblici e dei beni comuni, ecc.

Rispetto alla logica del “capro espiatorio” c’è però un’evidente avanzamento: non più qualcuno da criminalizzare, bensì deresponsabilizzare chi governa. Obbligando i cittadini ad infrangere regole impossibili e ad assumersi un onere collettivo di tutto ciò che potrebbe conseguirne.

Una bellissima canzone recita “Ti chiedono la vita ma non è mai finita, non devi rallentare, devi collaborare, se questa barca affonda è colpa di chi rema”. Sintetica ed efficace descrizione della “normalità” a cui non si deve tornare.

Il Governo e le amministrazioni locali si facciano carico dei propri doveri per poter garantire i diritti dei cittadini. “Lavarsene le mani” è una soluzione per il loro tornaconto, ma non per la società.

Non bisogna consentire a chi governa di poter scaricare le proprie responsabilità sul cittadino.

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Mettiamo a frutto la crisi. Manifesto per la riconquista popolare della città

Con la ripresa di molte attività lavorative diventa dirimente la questione dei trasporti pubblici. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente sono più di 5 milioni i lavoratori pendolari in Italia che ogni giorno si spostano con i treni o altri mezzi pubblici per lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di persone che usano la metropolitana nelle sole città di Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania. Tra questi, più della metà sono residenti nelle regioni del nord. Non c’è invece ancora un dato aggregato rispetto al trasporto pubblico su bus e tram.

Dei 4,5 milioni di lavoratori tornati ai posti di lavoro da lunedì 4 maggio, il problema della gestione del sistema di trasporto diventa centrale sotto diversi punti di vista.

Da un lato la questione della gestione dei mezzi urbani ed extraurbani, e di tutte quelle misure che i comuni stanno mettendo in atto, se da un lato impongono l’uso della mascherina e il rispetto delle distanze di sicurezza a tutela degli utenti e degli autisti, dall’altro non saranno mai sufficienti a garantire l’efficienza del servizio: fin tanto che il servizio non verrà potenziato con più corse e più autisti a turnarsi, si creeranno sempre enormi file alle fermate!

Dal momento infatti che gli autisti non hanno il potere di controllo su quanta gente salga ad ogni fermata, ancora una volta il modello proposto dalle istituzioni si basa da un lato sull’intensificazione dei controlli e delle multe da parte delle forze dell’ordine, e dall’altro lato al “buon senso individuale” delle persone che dovranno quindi decidere se arrivare tardi a lavoro saltando una o due corse, o rischiare la propria salute e quella degli altri, e salire su quel mezzo.

Dall’altro lato, non proprio secondaria in un momento in cui ci siamo tutti resi conto dell’enorme scontro in atto tra capitale e natura, c’è anche la questione ecologica. A fronte delle problematiche e del livello di rischio legato alla gestione dei mezzi pubblici, in questa fase l’uso del mezzo proprio (per chi ce l’ha e può usarlo) diventa di fatto il mezzo più sicuro per spostarsi e questo ha già dato i primi segnali, nella giornata di ieri, di intasamento delle tangenziali nelle grandi città e di lunghe file di auto incolonnate nelle arterie principali delle città. Questa modalità di trasporto, in ripresa e amplificata da ieri in tutte le grandi città, potrebbe vanificare in pochi giorni gli effetti benefici del lockdown sulla qualità dell’aria e dell’ambiente.

Da più punti di vista il dibattito sulla città e sul trasporto pubblico cittadino ritorna quindi alla ribalta. L’occasione è ghiotta per chi pensa alle piste ciclabili e ai futuri investimenti su mobike e monopattini, soluzioni ecologiche e utili per brevi spostamenti primaverili-estivi, ma che sappiamo bene celare un altro nuovo business di speculazione e svendita di servizi che dovrebbero essere pubblici ma molto spesso sono privati.

C’è chi pensa che la responsabilità individuale farà si che tra ritmi di lavoro scaglionati sarà possibile diminuire la pressione sui mezzi di trasporto pubblici, e c’è chi invece pensa che questa sia l’occasione per rivedere radicalmente gli elementi della pianificazione dell’ecosistema urbano secondo regole ragionate, ora più che mai necessarie, che rendano la mobilità davvero sostenibile per chi la vive tutti i giorni.

In questo articolo, pubblicato dal Gruppo Urbanisti perUnaltracittà del Laboratorio politico di Firenze, ci vene ricordato bene come le nostre città siano da anni programmate per servire il turismo e i flussi finanziari più che i cittadini, con cui dobbiamo tutti fare i conti. Questa, in sostanza, è e sarà una fase delicata ma estremamente importante per rilanciare la battaglia per il diritto alla città e per invertire la rotta che si sta imponendo da anni nei nostri territori, per riportare i nostri ambienti, urbani e non, al servizio di chi li vive e non di chi li sfrutta.

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Mettiamo a frutto la crisi. Manifesto per la riconquista popolare della città

Guppo Urbanistica perUnaltracittà www.perunaltracitta.org

Alla fine della “fabbrica del turismo” resta una Firenze esangue. Esito (inimmaginabile, per come si è manifestato) di un’economia di rapina che ha sfruttato i corpi, il lavoro, il quotidiano, lo spazio. Una città per decenni depredata in nome della competitività e dell’attrattività globale, della rendita immobiliare e dei profitti privati, mai redistribuiti.

La crisi del ciclo economico rende ineludibile la riappropriazione sociale e politica della città.

Un passaggio epocale che libera gli spazi urbani, emancipandoli dal vincolo mercantile. La dimensione “pubblica” della città ridiviene, allora, terreno di scontro e di nuova progettualità.

La riappropriazione passa attraverso alcune, imprescindibili, tappe: riconquista dello spazio pubblico, di vie, piazze, giardini ed edifici collettivi, ambito precipuo della politica e della socialità; ripubblicizzazione dei servizi: trasporti, rifiuti e acqua in primis; liberazione del Comune dalla colpa del debito, anche tramite il depennamento delle grandi opere, inghiottitoio di denaro pubblico ben altrimenti impiegabile; revoca del Piano delle alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico.

Nella Firenze del dopo-virus gli abitanti hanno il potere di immaginare e pianificare i luoghi di vita.

È perciò ineludibile procedere verso un’abbondanza immaginativa e desiderante, e lasciarsi alle spalle il cappio dell’austerità. Quell’austerità, causa suprema di impoverimento delle città dove gli edifici pubblici si svendono al massimo ribasso. Dove le pubbliche piazze si gestiscono e si disciplinano come cosa privata. Dove il governo delle trasformazioni urbane è affidato alle multinazionali e risiede – ben saldo – in mano privata.

È perciò ineludibile, innanzitutto, il rifiuto del modello urbano, securitario e segregante, fondato su recinti, zone rosse, Daspo.

È il tempo di mettere in opera le alternative elaborate negli anni dalle realtà attive sul territorio, divenute oggi largamente desiderabili.

Tali alternative sono state sistematicamente ignorate dai governanti, il cui vuoto immaginativo ha portato la città allo sfascio economico. I piani urbanistici che essi hanno partorito, modellati per sostenere la speculazione immobiliare e finanziaria, sono da gettare al macero.

Firenze non è sana, se la Piana è malata.

La nuova configurazione della città e della sua bioregione avviene nel segno della conversione ecologica. È urgente rivitalizzare le relazioni ecologiche, garanzia di salute ambientale e potenza rigenerativa. La prospettiva ecosistemica implica: conferire fertilità agli ambiti agricoli periurbani e urbanità alle aree periferiche; sopprimere la gerarchia centro-periferica tramite il riordino territoriale incardinato sui sistemi naturalistici; costellare la conurbazione di luoghi centrali ad alta vocazione civile e sociale, e di aree ad alta vocazione rigenerativa dell’ecosistema, connesse da un ripensato sistema di mobilità pubblica e adeguata ai luoghi.

Gli edifici pubblici, fulcro della riorganizzazione urbana a partire dai rioni.

Inalienabili, i grandi complessi pubblici sono da ritenere inseparabili dal corpo della città, che ne trae vitalità. Tali complessi, rimodellati per molteplici esigenze collettive, fanno sponda a nuove relazioni e a nuovi bisogni. Forniscono metri cubi di compensazione a fronte della mancanza di spazi, di alloggi e dell’esiguità strutturale dello spazio privato.

E come un organismo – in cui le parti svolgono all’occorrenza diverse e molteplici funzioni – la città diviene ridondante.

In caso di nuova pandemia, i grandi ambienti delle ex caserme, trasformati per destinarvi funzioni culturali o sociali, sono facilmente riconvertibili in locali ospedalieri o di supporto alle scuole. I corpi dell’edificio già destinati ad alloggi militari accoglieranno “alloggi volàno” per chi vive il disagio abitativo, o, se necessario, per contagiati pandemici.

Nuove “maisons du peuple” possono trovare posto in edifici collettivi. Per la loro configurazione architettonica, le Poste di via Pietrapiana, ad esempio, sono atte a fungere da casa della cultura, con sale per assemblee ad uso della cittadinanza, tanto ricercate nell’avara Firenze.

Case popolari a contrasto della rendita.

Le case popolari sono un caposaldo nel riequilibrio delle disparità socio-economiche. Nel centro imborghesito e desertificato, e nelle periferie, ex conventi, ex caserme, ex ospedali possono essere riconvertiti in alloggi pubblici, frammisti ad attrezzature di servizio.

L’ex ospedale militare di San Gallo si confà per posizione e conformazione ad accogliere alloggi residenziali pubblici: un’occasione per sperimentare modalità di autocostruzione e autogestione del processo edilizio. È imprescindibile bloccarne la vendita.

La riconquista procede per progetti e conflitti.

La riappropriazione urbana è accompagnata da un dispiegarsi di “micropolitiche”, procede per conflitti e progetti, provocati da soggetti collettivi e plurali. Avanza per pratiche sperimentali messe in atto da soggettività di movimento, di cui Firenze è stata un esempio storico con i “comitati di quartiere” del post-alluvione 1966.

Laboratori spontanei, collettivi di autogestione e altre forme autorganizzate metteranno al lavoro gli spazi comuni, poiché è inevitabile che la riappropriazione sociale riparta proprio dai beni pubblici e comuni, dalla base materiale, dal territorio.

Costruire un’alternativa ecosistemica per Firenze – urbana e rurale, ma anche locale e globale – significa mettere in opera desideri, alimentare l’immaginazione. Inventare e riscoprire nuovi e antichi modelli di relazione tra i viventi. Tra l’umano, il non umano, e i luoghi che contengono la vita.

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06/05/2020

Rompiamo il Silenzio: se il 4 maggio riparte Confindustria, riparte anche la lotta nelle piazze!


Con la giornata di oggi, annunciata ieri nei giornali e nei social (leggi qui), riparte la mobilitazione nelle piazze per rivendicare reddito, diritti e dignità, oggi ancora più dirimente per milioni e milioni di persone.

Contro le frasi facili di questo periodo, dello “siamo tutti nella stessa barca”, la Federazione del Sociale USB, assieme alla campagna giovanile Noi Restiamo e ai movimenti per l’abitare di diverse città in Italia, hanno ben sottolineato che se la barca è unica, ci sono sicuramente, come nel Titanic, i piani alti e i piani bassi.

E che come si va ripetendo da mesi, ora è il momento che chi tiene il timone di questa barca si occupi e preoccupi seriamente non solo delle imprese, ma anche dei migliaia di lavoratori, studenti, precari, discoccupati che – se prima della pandemia già non ridevano – oggi vivono in una condizione davvero insostenibile. Perché oggi hanno non solo il problema dell’abitare (affitti esorbitanti, bollette da pagare, graduatorie per case popolari inesistenti), ma anche del reddito (precario prima, assente oggi, precario nel futuro), senza il quale sembra a volte venir meno il diritto all’esistenza stessa della persona.

La giornata di mobilitazione di oggi, giunta dopo un percorso di assemblee e mobilitazioni virtuali, e alla mobilitazione del 30 Aprile scorso (leggi qui), segna un punto ripresa del conflitto in questo Paese che oggi più che mai ha la necessità di cogliere l’occasione per ripartire nella giusta direzione, quella che tuteli i deboli e non i forti.

“Non vogliamo tornare alla normalità se quella normalità era sfruttamento e classismo”, dice al megafono Federico Fornasari, della FdS -USB, denunciando che c’è chi, da questo governo, ha ricevuto SOLO 600 euro dal governo per sopravvivere, e quelli che non hanno ricevuto proprio niente.

Non si può parlare di reddito di emergenza perché il problema per moltissimi c’era già, il virus lo ha solo portato alle estreme conseguenze”.

Oggi in Italia, da Milano a Roma, passando per Bologna, Livorno, Napoli e molte altre città, ci sono stati presidi “in sicurezza” sotto le prefetture, per rompere il silenzio che le istituzioni stanno ponendo rispetto al continuo rimando delle misure di sostegno al reddito del Governo, rispetto a tutti quei precari e a quell’enorme esercito di riserva composto da giovani, precari e disoccupati nel nostro paese, e chiedere sostegno al reddito e stop degli affitti.

Per rivendicare il blocco degli affitti subito, con la messa a disposizione oggi delle risorse economiche oggi investite per i palazzinari, investimento su welfare molto di prima, revisione della normativa del lavoro a tutela dei lavoratori non di Confindustria, e una patrimoniale che redistribuisca la ricchezza a chi non ce l’ha, e che non prenda in giro sempre i più deboli.

Al termine dei presidi, in tutte le città universitarie, una lettera è stata consegnata nei diversi Rettorati ancora semichiusi, perché anche le università mettano in atto delle misure serie per il sostegno al diritto allo studio di migliaia di studenti e precari della ricerca:

- abolizione di tutte le rate dell’anno accademico in corso e del prossimo;

- eliminazione di ogni differenziazione per i fuori corso;

- monetizzazione dei servizi attualmente non erogabili all’interno della borsa di studio;

- abolizione dei criteri di merito per le borse di studio del prossimo anno accademico con valutazione solo del reddito attraverso l’ISEE 2020 o l’ISEE corrente 2020;

- prolungamento della carriera universitaria di almeno un semestre senza aumento delle tasse;

- agevolazioni per la didattica a distanza con messa a disposizione gratuita dei libri di testo in formato pdf;

- disposizione gratuita dei testi online delle biblioteche universitarie;

- eliminazione di tutti i test di ingresso alle università;

- attivazione di corsi di recupero per gli studenti del primo anno di laurea di triennale;

- blocco del pagamento di affitti e bollette;

- aumento delle residenze universitarie pubbliche, stabilizzazione di prezzi calmierati per gli alloggi nelle città;

- blocco del pagamento residenze universitarie e dell’espulsione dei beneficiari;

- retribuzione completa di tutti i contratti di collaborazione a tempo parziale interrotti;

- retribuzione dei tirocini curriculari;

- proroga delle scadenze e della retribuzione per dottorandi, assegnisti e precari della ricerca;

- stabilizzazione di tutti i precari della ricerca.

Le foto che seguono sono del presidio di Roma, realizzate da Patrizia Cortellessa

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Covid-19. Più morti in Gran Bretagna che in Italia. Studio mette in guardia sulle riaperture


La Gran Bretagna ha superato l’Italia per numero di vittime ufficiali del Covid-19. Il totale dei morti per coronavirus in Gran Bretagna è salito a 29.427, mentre in Italia, il bilancio ieri si è “fermato a 29.315. In realtà il bilancio britannico risulta essere ancora più pesante se si includono le persone decedute nelle case di riposo, che vengono conteggiate direttamente dall’anagrafe con vari giorni di ritardo: il dato complessivo è di oltre 32mila vittime. In testa a questo triste bilancio rimangono però gli Stati Uniti con quasi 70mila vittime.

Ma è proprio dalla Gran Bretagna che arriva un allarme sull’Italia per le riaperture di molte attività e la mobilità consentite da lunedì 4 maggio.

Anche un ritorno al 20% dei livelli di mobilità precedenti al lockdown appena terminato potrebbe causare un deciso aumento dei decessi da coronavirus in Italia, che per alcune regioni sarebbe maggiore dell’ondata pandemica che si sta concludendo: è quanto afferma uno studio dell’Imperial College di Londra pubblicato lunedì, all’inizio della fase 2 nel nostro Paese.

In particolare lo studio prende in esame le sette regioni più colpite dalla pandemia (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Marche e Toscana) e ipotizza tre scenari a otto settimane: mobilità invariata rispetto alla fase di lockdown, aumento rispettivamente del 20% e del 40%.

“Simulando le future 8 settimane, stimiamo che, se la mobilità resta invariata, ci sarà una continua riduzione nei morti e l’epidemia verrà soppressa. Al contrario, un ripristino della mobilità al 20% o 40% dei livelli pre-quarantena può portare ad una ripresa dell’epidemia con più decessi dell’ondata attuale in assenza di ulteriori interventi” scrivono i ricercatori londinesi. Nel dettaglio, nello scenario con una crescita della mobilità del 20% la stima è di un aumento dei decessi tra 3.700 e 5.000, e nello scenario al 40% il numero totale di decessi potrebbe aumentare tra 10.000 e 23.000.

Tutto ciò però senza tenere conto delle misure di distanziamento sociale e l’obbligo di mascherina che accompagnano la ripresa della circolazione delle persone. Il rapporto costi-benefici tra i nuovi interventi e il rilassamento delle misure di lockdown “non è noto, e dipende dall’efficacia di questa nuova serie di interventi, dal comportamento, dall’adesione alle raccomandazioni e dal corretto uso dei dispositivi di protezione individuale”. “Siccome interventi come l’analisi virologica su larga scala, il tracciamento di contatti e il distanziamento sociale verranno implementati, le nostre stime possono essere considerate pessimistiche. D’altra parte, però, simulare un aumento del 20% e 40% della mobilità nelle prossime 8 settimane è probabilmente uno scenario prudente”.

Lo studio dell’Imperial College nota come il rapporto di infettività sia effettivamente inferiore a uno in tutte le regioni, ma sottolinea anche come “nonostante l’alto numero di decessi, la percentuale della popolazione che è stata infettata da SARS-CoV-2 (il tasso d’attacco) è lontana dalla soglia dell’immunità di gregge in tutte le regioni italiane, con il più alto tasso d’attacco osservato in Lombardia".

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A maggio fioriscon le rose

A maggio fioriscon le rose... e l’Occidente esce dall’ibernazione iniziata fuori stagione, quando già l’inverno era alle spalle. Nel farlo, non risponde tanto al richiamo di Madre Natura, ma a quello più prosaico del Profitto.

Andiamo a vedere, però, se la quarantena del vicino è sempre più verde. Nel frattempo sono verdi le zone della Francia dove, dall’11 maggio in poi, si ritornerà alla libertà di movimento: l’intero Paese è stato diviso in zone colorate. Quelle rosse, come l’Île-de-France (la regione parigina, che da sola “pesa” dodici milioni di abitanti e che una volta era rossa anche per colore politico), dovranno attendere un altro po’. Le scuole riapriranno proprio l’11 maggio (anche nella zona rossa, per quanto domenica 3 maggio oltre trecento sindaci dell’hinterland parigino abbiano manifestato la loro contrarietà), mentre le università saranno ferme fino a settembre. I famosi “assembramenti” saranno consentiti non prima di metà luglio, mentre ancora non c’è un’indicazione precisa per i ristoranti, i cinema e quant’altro. Il confinement per gli anziani e i soggetti a rischio non era tecnicamente obbligato, ma “consigliato”. In tutto ciò, passa quasi in secondo piano – tanto da essere sottolineato solo dalla stampa di sinistra (che Oltralpe ancora esiste, a differenza dell’Italia), che il governo abbia prolungato fino al 24 luglio lo stato di emergenza sanitaria, che gli conferisce, di fatto, i pieni poteri, facendo saltare gli equilibri tra gli organi dello Stato, già piuttosto sbilanciati, tra l’altro, in un regime semipresidenzialista. In vista della riapertura del Paese, il ministro dell’Interno, ad esempio, ha elencato le numerose categorie di “agenti” che potranno erogare multe a chi non rispetterà le regole del déconfinement: riservisti (della polizia e della gendarmeria), agenti aggiunti di sicurezza, gendarmi volontari, addirittura “agents de sécurité assermentés”, che sarebbero una specie di guardie giurate. Facile passare, quindi, dall’emergenza sanitaria a quella sanzionatoria.

In Spagna attenderanno settembre per riaprire scuole e università. Le attività produttive rimaste chiuse in quanto non strettamente interne alla filiera alimentare (l’industria e l’edilizia, per esempio) hanno riaperto il 14 aprile, mentre il 2 maggio c’è stato un generale via libera alla mobilità, per quanto solo ludica e canalizzata in fasce orarie, in attesa della “desescalada”, che è iniziata il 4 maggio, come da noi. La clausura è stata totale – coerente, del resto, con un Paese travolto da un’onda impetuosa e per fortuna breve di contagi e morti – poiché gli spostamenti erano limitati all’essenziale e le uscite risultavano del tutto interdette, se non strettamente necessarie. Dopo l’alleggerimento del lockdown in favore di bambini (26 aprile) e sportivi e anziani (2 maggio), il ritorno alla “normalità” sarà graduale, diviso sicuramente per regioni e, probabilmente, per classi di età, ma anche qui manca la certezza e l’improvvisazione (nonostante un “Plan para la Transición hacia una Nueva Normalidad” in apparenza così dettagliato che neanche un Piano quinquennale) sembra la cifra distintiva di un governo che, non dimentichiamolo, formalmente è di sinistra, “anfibio” nella sua natura riformista e “radicale” (socialisti e Podemos). Fatto sta che anche i compagni “istituzionali”, in quel di Madrid, non sono stati sordi alle lusinghe confindustriali, concedendo ampie deroghe alle attività svolte nelle fabbriche e nei cantieri, dopo solo un paio di settimane di blocco, appena scavallato il presunto “picco” e contro il parere delle diverse équipe mediche. In compenso, le scuole non ricominceranno prima di settembre, eppure anche qui il quadro è meno drammatico rispetto a quello italiano, sia perché la decisione non è ancora ufficiale, sia perché gli ultimi sondaggi davano la popolazione spagnola assolutamente pro-confinamiento (all’80%), tanto da avvantaggiare la spinta del governo su questo crinale.

In Scandinavia, la Danimarca ha riaperto gli asili e i primi cicli scolastici già dal 15 aprile, posticipando le scuole superiori e le università all’11 maggio. Per quanto concerne le attività, restano chiuse quelle pensate proprio per le grandi folle, come i ristoranti e i centri commerciali, mentre i parrucchieri, le autoscuole, gli studi dentistici, le spa e i centri massaggi... hanno riaperto già a fine aprile. In coerenza con quanto sopra, anche qui non si parla ancora della possibilità di “assembramenti”, per quanto misure particolari di quarantena non siano state mai prese. Mentre gli ultraottantenni sono invitati a rimanere a casa, gli studenti rientrano nelle aule con un minimo di accorgimenti: due metri di spazio tra i banchi, classi numericamente ridotte, la precedenza accordata alle attività esterne, da svolgersi all’aria aperta, tanto che alcuni parchi – interdetti alla popolazione, in questo periodo – sono stati riservati proprio agli studenti più piccoli. Gli assembramenti vietati qui riguardano un numero di visitatori non inferiore a dieci; intanto il sistema sanitario regge (i morti per Covid-19 sono stati solo 355, i casi dichiarati 7.500), nella piena consapevolezza che la diffusione del virus sia stata ben più larga di quanto non dicano le cifre ufficiali. Anche perché, fino a pochi giorni fa, i test avevano riguardato appena centomila danesi.

In Germania, che l’attuale borsino del contest “Il Paese più bravo contro il Covid-19” segnala in testa (ma in un passato recente il medesimo giudizio era stato attribuito anche al Regno Unito, alla Svezia, al Portogallo, persino all’Italia!!) il 4 maggio hanno riaperto le scuole dalla quinta elementare in su, mentre gli asili nido restano chiusi. Gli studenti maturandi, in compenso, erano tornati in classe già il 20 aprile. Ci si potrà “assembrare” felicemente per strada non prima di settembre; gli esercizi commerciali hanno riaperto dallo scorso 20 aprile, a meno che non fossero più grandi di 800 metri quadri e sempre che predisponessero una particolare profilassi igienica. Nessuna misura particolare di confinamento domestico, pure le funzioni religiose erano permesse: la popolazione si è vista consegnare una modalità “morbida” di distanziamento sociale, che prevedeva la raccomandazione di stare ad almeno 1,5 metri (che arrivano a 2 in qualche länder) dagli altri, senza però l’obbligo di rimanere a casa. Il dibattito pubblico, lì, è stato molto più sereno e i diversi reportage testimoniavano il clima sociale giustamente preoccupato, ma non isterico: nessuna zona rossa, nessuna interdizione oraria, la maggior parte dei negozi aperti e controlli di polizia manifestatamente indirizzati solo agli assembramenti di almeno tre persone. Alberghi e ristoranti chiusi, calcio fermo almeno fino ad agosto, ma neanche le mascherine sono obbligatorie (tranne che in Sassonia), solo consigliate. Il risultato? Un quinto dei morti di Italia e Francia, giusto per fare un paragone, a fronte di sedici milioni di abitanti in più; e la Merkel che, pare, vola nei sondaggi.

Il Regno Unito (in cui Boris Johnson continua a inscenare una sorta di one-man-show, tra elezioni, referendum, trattativa con l’Europa, contagio, terapia intensiva, guarigione, paternità: quanto normalmente accade in tre vite, ma sviluppato nel suo caso in quattro mesi) si è chiuso in casa dal 23 marzo, dopo aver addirittura minacciato di lasciare piena libertà di movimento, inseguendo quello che è stato una sorta di Sacro Graal del Covid-19, vale a dire “l’effetto gregge”. In settimana il governo deciderà se ammorbidire il lockdown, considerando che il “fuso orario” di due settimane rispetto all’Italia è stato ormai smaltito, a livello di picco di intensità, tanto che il Paese ci sta per superare, in quanto a decessi. Si parla di una “nuova normalità” da fine maggio, con un percorso di avvicinamento che si compone di controllo della temperatura, distanziamento nei locali pubblici, accesso contingentato al trasporto locale.

L’Austria si è chiusa fino allo scorso 2 maggio, mantenendo in seguito gli obblighi del distanziamento fisico e dell’uso delle mascherine. Il Paese ha avuto 15mila contagi e circa seicento decessi; le scuole riapriranno dal 18 maggio (scaglionate, fino gli istituti professionali, previsti per il 3 giugno), tre giorni dopo le messe. Per cinema, parchi e teatri bisognerà aspettare fine giugno. I lavoratori stagionali potranno entrare nel Paese dopo essersi sottoposti a una quarantena di due settimane (ma c’è anche una possibilità, che temiamo si diffonderà presto anche altrove: test in aeroporto, a pagamento, con risultato nel giro di due ore), mentre i frontalieri che passano il Brennero devono avere il permesso; i voli dall’Italia, invece, saranno vietati ancora fino a fine maggio. Per una volta gli indesiderati siamo noi. Non ci vogliono neanche in Slovenia, dove il governo ha ceduto alle pressioni popolari (tremila in piazza venerdì sera a Lubiana) e ha allentato il lockdown, considerando che il Paese ha avuto meno di cento morti. L’accesso dall’Italia, è stato già annunciato, sarà molto più rigido di quello dagli altri Paesi confinanti, Croazia compresa.

Il Belgio ha più o meno fatto lo stesso (chiuso dal 18 marzo al 3 maggio), per quanto con un tasso di letalità decisamente più elevato (qui, però, la limitata base demografica rende scorretta la comparazione); la Svizzera è stata più sbrigativa (dal 20 marzo al 27 aprile), il Portogallo si è allineato (19 marzo – 3 maggio). Quest’ultimo, peraltro, è stato forse il vero vincitore della battaglia statale contro il Covid-19. Ci piace pensare che ciò sia avvenuto perché è governato da una coalizione di sinistra meno gattopardesca che altrove, ma non è questo il punto: per l’alta concentrazione di anziani, molti dei quali giunti da altri Paesi europei dopo il pensionamento, e la vicinanza con il bubbone spagnolo, il Portogallo era l’indiziato perfetto per una mattanza di vittime. Al contrario, si è fermato a meno di ottocento decessi, sia per la decisione di istituire il lockdown alla comparsa dei primi casi (quando l’Europa, comunque, risultava abbondantemente colpita), sia soprattutto perché le politiche espansive in materia di sanità pubblica (con un aumento degli investimenti pari al 18% rispetto al 2016) hanno permesso al Paese di farsi trovare preparato rispetto alle necessità di personale sanitario e di posti in terapia intensiva.

Il quadro europeo, quindi, è piuttosto omogeneo, a livello di limitazioni emergenziali della libertà individuale, ma il diavolo – si sa – si nasconde nei dettagli: analizzando aspetti solo apparentemente secondari della lotta contro il Covid-19 si può distinguere la diversa intensità con cui i singoli Stati (ancora) forniscano servizi pubblici alla propria popolazione oppure, al contrario, intendano la loro funzione istituzionale solamente in senso repressivo. Certo, non la Grande Repressione – che d’altronde sarebbe difficilmente giustificabile, in assenza di conflitto – ma la sottile Repressione Questurina, il cui brodo di coltura è dato dalla delazione spicciola (che la Giunta Raggi ha addirittura istituzionalizzato, con uno spazio apposito sul sito del Comune...), dal piccolo spionaggio della porta accanto, dallo sguardo rancoroso attraverso le feritoie delle persiane. La Francia, ad esempio, ha accompagnato la ripresa con la produzione statale di 17 milioni di mascherina settimanali (quelle lavabili, peraltro, non quelle che ritroveremo questa estate in spiaggia, sempre che ci si riesca ad andare) e la predisposizione dell’occorrente per eseguire mezzo milioni di test a settimana, il triplo di quanto non faccia già oggi. E parliamo di test virologici, non quelli fatti sfogliando i petali delle margherite (“ce l’ho”, “non ce l’ho”). Impietoso il confronto con l’Italia, il cui governo è riuscito a partorire solo il topolino di un prezzo calmierato di cinquanta centesimi sulle mascherine usa e getta, “imposto” peraltro solo dopo cento giorni di lockdown e solo dopo, soprattutto, aver fatto diventare la produzione di questo oggetto una sorta di “affare dell’anno”, addirittura con improbabili riconversione industriali di aziende che prima producevano, magari, reattori nucleari e adesso si dedicano ai pezzi di stoffa da mettersi sulla bocca e il naso.

Il sistema scolastico è diventato l’involontario protagonista (tra i servizi non medico-sanitari) della vita collettiva al tempo del Covid-19, per la sua involontaria capacità di coinvolgere più sfere sociali: gli studenti e la formazione, i genitori e la conciliazione tra lavoro e famiglia, il welfare e gli aiuti a chi ha di meno (si pensi alla disponibilità dell’hardware per usufruire delle lezioni), gli insegnanti e i contratti (con “l’esplosione” dell’orario scolastico e il venir meno della distinzione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro), il Paese e l’effettivo livello di sviluppo tecnologico – così si scopre che la connessione necessaria a seguire le videolezioni non arriva dappertutto, alla faccia “dell’Internet delle cose” e del 5G – la classe politica e la sua concreta lista delle priorità. Il risultato è noto: mentre in quasi tutti i Paesi il ritorno a scuola viene calendarizzato, pur dentro un sistema di inevitabili tutele (in Francia vengono previsti per maggio rientri scaglionati a seconda della regione e doppi turni, per evitare aule troppo affollate), in Italia questo argomento assume il carattere di assoluta residualità, come accade, del resto, in pochi altri Paesi (si veda la Spagna), dove pure dovrebbero governare partiti progressisti.

Guardando in prospettiva, un altro tipo di servizio pubblico che si candida come fronte di conflitto è costituito dai trasporti collettivi. L’implementazione su bus e metro del distanziamento sociale rischia di far saltare totalmente gli equilibri già precari di servizi che, nella Città neoliberista, da anni sono rimodulati al ribasso. L’affollamento che caratterizza le vetture e i vagoni mal si concilia con il metro di distanza (o quello che è) necessario a evitare i colpi di coda del virus. Essendo improbabile, però, sostituire il gomito a gomito a cui eravamo abituati – quando riuscivamo a salire su un autobus o un vagone della metro – con una spaziosa e algida permanenza e conseguente spostamento da un punto A fino a un punto B, è facile immaginare all’orizzonte tutti i nodi che arriveranno al pettine per gli autisti, i passeggeri e i vertici delle singole aziende (e i sindaci).

La città di Milano ha ipotizzato una riduzione di un terzo del volume di utenti ammessi a salire sui mezzi, a Parigi – più realisticamente – si prevede una soluzione draconiana: solo il 10-20% dei passeggeri attualmente in circolazione potrà continuare a farlo, nei prossimi giorni. Va al di là di qualsiasi immaginazione, invece, la simulazione di cosa accadrà a Roma e nelle grandi città del Sud. Certo, la variabile indipendente sarà fornita dalla pedissequa applicazione dei protocolli di comportamento oppure da una gestione “all’italiana”, ma già adesso si può notare come l’argomento sia una ideale sentina delle tattiche degli attori politici e sociali coinvolti. In Francia, ad esempio, sui giornali circola un documento dei sindacati in cui le principali organizzazioni dei lavoratori dei trasporti (l’UTP, la Ratp, la SNCF) chiedono al premier Philippe l’obbligo delle mascherine per i passeggeri – e fin qui va bene – e addirittura “la mobilisation des forces de l’ordre”, dal momento che la pesante riduzione nella capienza dei mezzi provocherà sicuramente problemi di ordine pubblico. Fa un po’ specie, sinceramente, che quegli stessi sindacati pronti a mandare al macello i lavoratori, accettando che lavorassero ininterrottamente durante il lockdown, spesso senza alcuna protezione, sentano adesso l’esigenza di mettere i marines sui mezzi pubblici per evitare le proteste di chi non riesce a raggiungere il posto di lavoro oppure tornare a casa. Il caso ricorda un po’ quanto accadde all’azienda romana del trasporto pubblico (l’Atac), il cui sindacato maggioritario (la Cisl) chiese e ottenne, negli scorsi anni, un unico intervento migliorativo “strutturale”, da parte dell’azienda – famosa per mandare in giro ancora le vetture degli anni Sessanta – vale a dire imponenti poster in quadricromia, messi su ogni autobus e vagone del tram, che ricordavano ai passeggeri che picchiare l’autista avrebbe comportato l’arresto dell’aggressore. Senza parole.

La panoramica che abbiamo appena proposto, con l’obiettivo di analizzare le politiche dei principali Stati europei sulla gestione dell’emergenza dettata dal Covid-19 e del ritorno alla normalità, sarebbe dovuta partire da una premessa, che invece abbiamo saltato a piè pari: ha senso confrontare modelli diversi di isolamento e di lockdown, inevitabilmente connessi all’organizzazione sanitaria (e, più in generale, alla governance) del singolo Paese? Ilenia Rossini, in un articolo su «Dinamo Press» in cui analizza ottimamente la risposta cubana al Covid-19, nega questa possibilità. Noi siamo, invece, del parere opposto: se l’obiettivo del ragionamento non è espressamente epidemiologico – non siamo, del resto, esperti di malattie infettive – ma politico, il confronto ha senso quando riguarda Stati che condividono le medesime linee guida e gli stessi criteri di spesa pubblica, spesso a prescindere dal colore del governo in carica. È quello che accade, evidentemente, dentro l’Unione Europea, la cui impalcatura neoliberista imbriglia i consociati, ma concede sorprendenti deroghe quando le fondamenta iniziano a traballare: ed è qui che emerge la cultura politica del singolo Stato e del suo ceto politico, nella gestione di questa improvvisa (per quanto ancora presunta) agibilità di spesa, nella decisione sull’allocazione delle risorse, nella capacità di contrattare le eventuali condizioni, infine nella lungimiranza di evitare di ottenere oggi un’elemosina che diventi, domani, un grosso debito. Ed è qui che siamo messi molto male: il governo Conte si è azzerbinato alla Confindustria delineando una road map delle riaperture con cui provare a bilanciare le linee della profittabilità con quel minimo di buonsenso per cui, dopo settimane di bombardamento mediatico e di conseguenti misure fortemente restrittive, sia necessario attendere qualche ora prima di organizzare mega-raduni in posti chiusi. In un Paese che ancora oggi ha le tre Regioni più produttive con un numero quotidiano a tre cifre di nuovi contagiati (e in cui la Regione più ricca ha un numero quotidiano a tre cifre di decessi) riapriranno prima quelle attività, come i bar, con una forte propensione alla vicinanza fisica, che non servizi essenziali come quello scolastico. Senza neanche voler citare – perché già abbondantemente citati – gli innumerevoli e autocertificati casi di chi ha costretto i propri lavoratori a salire sui ponteggi o ad andare in fabbrica senza soluzione di continuità anche durante l’isolamento, ci soffermiamo sul fatto che la riapertura dei parrucchieri o delle toelette per animali sia stata considerata prioritaria rispetto alle scuole. Per non parlare, poi, delle modalità tuttora “terroristiche” con cui viene ammantato il ritorno settembrino nelle classi, in sfregio ai più elementari diritti tanto degli studenti, quanto dei docenti, i quali avranno – salvo augurabili marce indietro – orari di lavoro spalmati lungo l’intera giornata, se non addirittura l’intera settimana, come in una sorta di “bancomat dell’insegnamento” oppure di “hot-line della didattica”, da animarsi rigorosamente con le proprie risorse (hardware, costo delle utenze, produzione e diffusione di materiale didattico).

Confrontando come i diversi Paesi europei stiano gestendo l’emergenza di un virus che per tutti è allogeno e che si è diffuso dall’esterno con modalità di volta in volta diverse, dobbiamo quindi premettere che solo una componente parziale di tale modalità (cioè il dato temporale) non si presta a critica politica – per quanto si potrebbe indagare anche questa variabile, sulla base dell’evidenza per cui i Paesi che hanno ricevuto il virus dopo di altri avrebbero potuto far valere un minimo di consapevolezza in più (come verificatosi in Portogallo) – mentre la velocità del contagio e la capacità di predisporre efficienti risposte (in termini di cura dei malati e di isolamento delle aree infette) sono conseguenze di scelte politiche e non variabili indipendenti, da accogliersi passivamente. A meno di non pensare, hegelianamente, che tutto ciò che è reale è razionale, traendone la conseguenza che “non poteva che andare come è andata”, trovando una inevitabilità nel fatto che la Germania abbia avuto 40mila contagiati e 23mila morti in meno dell’Italia.

Invece che ipostatizzare la Natura, preferiamo proporre una possibile linea di interpretazione: nei cento giorni che hanno sconvolto, nelle democrazie liberali, il rapporto tra governanti e governati come non accadeva da decenni, la classe politica ha inizialmente fatto perno sullo shock sanitario per rafforzare la propria posizione, spesso traballante. Capocorrente, in questo senso, è l’ungherese Orbán, che prima si è fatto affidare dal Parlamento poteri assoluti e sostanzialmente perpetui e poi ha di fatto riaperto il Paese, con qualche eccezione per la sola Budapest, sulla base dell’evidenza che il contagio non fosse poi così diffuso. Dietro di lui, disposti in buon ordine, tutti i governi hanno rafforzato il proprio gradimento presso l’elettorato. Nel passaggio – ancora in transizione – dallo shock sanitario a quello economico alcuni hanno cercato di bilanciare profitti privati e servizi pubblici, altri hanno dato assoluta priorità ai primi a discapito dei secondi. In attesa di capire quanto profonde e vaste saranno le ferite che dovremo leccarci, già adesso è possibile affermare come il “Partito del PIL”, con la grancassa di una inedita unanimità giornalistica, abbia causato in Italia un ulteriore arretramento del fronte dei diritti sociali.

All’orizzonte, oltre a segnali di ulteriori ritirate, si intravedono due considerazioni di fondo, una micro, l’altra macro.

1) Nonostante tanti iniziali elogi sul “modello italiano” di contenimento della pandemia, la gestione del post Covid-19 renderà l’Italia ancora di più anello debole della catena europea. Colpevole sarebbe, quindi, non provare a forzare la rottura proprio in questo punto.

2) Allargando lo sguardo oltre le-democrazie liberali, la battaglia contro il Covid-19 e la conseguente minaccia alla tenuta interna del singolo sistema può essere letta anche come confronto tra il liberalismo occidentale e la centralizzazione cinese. Come accade sempre nei casi di “sfida globale”, l’esito avviene per contrarietà, non per esplicito successo: saranno decisivi i difetti, non i pregi. In questo senso, conteranno di più i limiti del pluralismo politico (per quanto in forma di simulacro) e dell’individualismo di massa, da un lato, oppure la rigidità burocratica di uno Stato a partito unico, dall’altro? Sta vincendo la Cina.

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04/05/2020

Si riparte, il vero pericolo arriva ora...

Si riparte come ci si era “fermati”, nel peggiore dei modi. Stamattina oltre 4 milioni di lavoratori sono usciti di casa aggiungendosi agli altri milioni (il 55,7% della forza lavoro, secondo l’Istat) che non hanno mai smesso di farlo, neanche nei giorni di lockdown stretto, quelli in cui tutto il resto della popolazione era obbligato a restare in casa.

Gli occupati ufficiali in Italia erano a marzo 23,4 milioni. Significa che 13 milioni sono “rimasti in giro” per tutto questo periodo. Il che ha certamente avuto un grosso peso sulla “lentezza” con cui la curva dei contagi è scesa, specie nelle regioni a più alta industrializzazione (Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte, in misura minore Veneto).

Non possiamo saperlo con esattezza perché i dati diffusi ogni giorno dalla Protezione civile, provenienti dalle Regioni, distinguono per fasce di età, ma non per occupazione. Sembra comunque statisticamente probabile che molti dei contagiati siano lavoratori rimasti in attività e le loro famiglie.

A questi milioni di lavoratori si aggiungono molti altri milioni di “consumatori” (solo in parte coincidono con chi va al lavoro, fuori dall’orario di sfruttamento), che andranno in giro quasi “come prima”. Anche per il comprensibile, umanissimo desiderio di riassaggiare un po’ di vita all’aria aperta...

Il governo fa appello al “senso di responsabilità” individuale, sapendo benissimo che questa modalità folle avrà come conseguenza un aumento di contagi, ricoverati, morti.

È un modo, vile come pochi, di scaricare la responsabilità di un atteggiamento servile nei confronti delle imprese. Le quali, come sempre, se ne fottono completamente delle conseguenze sanitarie del proprio “funzionare”.

Ne abbiamo avuto un esempio lampante nel documentario de La7 dedicato al “buco nero” della Val Seriana – la più alta concentrazione di contagiati e morti al mondo – in cui gli “imprenditori” locali non solo rivendicano di “aver fatto pressione” per evitare che fosse dichiarata “zona rossa” quel territorio, ma buttano la responsabilità addosso “alla politica” (“il governo, al limite la Regione Lombardia”) per aver obbedito e non deciso altrimenti.

Una schizofrenia molto comoda, per cui da un lato “si pretende” una certa politica e dall’altra se ne scaricano le conseguenze sugli esecutori.

Non c’è da stupirsi. È la stessa logica seguita dalla giunta leghista lumbard, che accusa l’Ats (Agenzia di tutela della salute) per la delibera firmata da Fontana e Gallera. È la stessa logica dell’Ats che prova a scaricare la responsabilità finale... sui medici mandati al massacro senza difese.

La classe dirigente tutta, insomma, sia “imprenditoriale” che “politica”, sta lì per fare affari e soldi, ma non ammette mai alcuna colpa per quel che deriva dalle proprie decisioni. E non lo farà mai spontaneamente, ma solo sotto una “pressione” fenomenale, ossia un popolo che si ribella e pretende almeno il minimo: poter sopravvivere.

Si riparte come ci si era “fermati”, nel peggiore dei modi. Tutta l’Italia con le stesse modalità, senza guardare all’incidenza del contagio sul territorio. Come se gli attuali 37.000 contagiati ufficiali in Lombardia rappresentassero lo stesso livello di rischio dei 700 in Calabria o dei 180 in Molise. Come se lavorare nei campi o negli uffici e nei capannoni industriali fosse la stessa cosa.

Si riparte insomma alla spera-in-dio, con mascherine (non ancora sempre reperibili a prezzi tollerabili e comunque dall’efficacia molto differente a seconda dei modelli) e “lavatevi spesso le mani”.

Si riparte con comiche distinzioni tra affetti “stabili”, amicizie, “congiunzioni”, autentici lapsus rivelatori di subculture arretrate, ma soprattutto di consapevolezza del pericolo.

Lo ripetiamo dall’inizio: il “confinamento territoriale” non è più stato messo in opera, dopo Codogno e Vò Euganeo, perché Assolombarda e in genere Confindustria (oggi coincidono, dopo la nomina di Carlo Bonomi) hanno preteso di poter mantenere aperte quasi tutte le fabbriche, persino quelle di armi (notoriamente utilissime per combattere i virus).

Il virus si è dunque diffuso su tutto il territorio nazionale molto più di quanto non sarebbe accaduto adottando davvero il “modello Wuhan” (chiusura totale di alcune zone, rapida identificazione dei contagiati altrove, Paese che continua a funzionare, sia pure a ritmo ridotto). Non paradossalmente, la difesa a tutti i costi del Pil a scapito della salute si è tradotta in maggiori perdite di Pil e in un massacro di dimensioni quasi belliche (siamo vicini ai 30.000 morti, per ora).

Non c’è al momento un vaccino, né terapie farmacologiche certamente valide in tutti i casi (si va avanti in tutto il mondo a forza di prove ed errori, con “cocktail” in continua variazione).

Perciò, fino a quando non sarà creato un vaccino efficace, il rischio di contagio è esattamente uguale a prima del lockdown – anzi, ingigantito dai numeri cresciuti nel tempo – appena temperato dalla consapevolezza del problema e dei precari “mezzi di protezione individuale” adottati dai singoli.

E non basterà neanche che un vaccino sia scoperto, perché bisognerà attendere che sia prodotto in miliardi di dosi, e che queste siano iniettate in altrettante persone su tutto il pianeta. Parecchi mesi, come minimo...

Solo allora ci sarà un abbozzo di “immunità di gregge” diverso dal malthusiano “chi muore, muore, e i sopravvissuti vanno avanti”.

Questa è la condizione oggettiva di cui le imprese non vogliono neppure sentir parlare. Con lo sguardo fisso sulle relazioni trimestrali di cassa (effettivamente disastrose), la carenza di liquidità, il sapersi – ognuna di esse – al tempo stesso cacciatore e preda di appetiti feroci, in una crisi senza precedenti.

Un assaggio corposissimo è arrivato in queste ore proprio da Bonomi, che pretende di spazzar via qualsiasi interesse sociale non coincidente con quello delle imprese e qualsiasi regola o legge che limiti le prevaricazioni.

In tutto l’Occidente neoliberista, dunque – in Italia come negli Usa, in Francia come in Germania o in Gran Bretagna – si riparte nel peggiore dei modi. O comunque ci si prova.

Quello che accadrà nei prossimi mesi è scritto. Lo si può leggere o far finta di non vedere, ma è scritto.

Possiamo prendere le parole di un qualsiasi virologo, in queste ore. Dicono tutti la stessa cosa. Andrea Crisanti, l’uomo che ha “salvato il Veneto”, giudica pessima questa decisione: “Una riapertura differenziata per Regioni ci avrebbe dato la possibilità di valutare la nostra capacità di reazione. Non sappiamo se siamo in grado di spegnere nuovi focolai, se non con il solito lockdown, il rischio dipende dal numero di casi e come sono distribuiti. Una riapertura totale come questa dà una senso di insicurezza, gli effetti li vedremo tra 2-3 settimane”.

Massimo Galli, primario del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ricorda che l’emergenza “Non è affatto finita. Si sta cominciando a vedere la luce perché ci sono stati i provvedimenti di distanziamento sociale. Tutti fuori senza le debite precauzioni vorrebbe dire cercare guai e non capire che tutto può ricominciare. Servono le precauzioni, altrimenti rimaniamo bloccati in una situazione economicamente disastrosa in cui non si riesce a far ripartire nulla. Attenzione perché se si riparte, non si sta attenti e si deve richiudere, sarebbe veramente il disastro”.

L’ondata di ritorno dell’epidemia è una certezza, non un’eventualità sfortunata. Lo sarebbe anche nel migliore dei sistemi possibile, ripetiamo, fin quando non ci sarà un vaccino efficace. Ma è assolutamente impossibile evitarla o ridurne l’impatto devastante in un sistema come quello in cui viviamo – il capitalismo neoliberista occidentale – in cui è l’interesse delle imprese private a prevalere nettamente sull’interesse collettivo e dunque sul “potere pubblico”.

Tantomeno in un Paese con una classe politica ridicola, dove 20 nomenklature regionali trovate per caso con il casting fanno a gara nel produrre “ordinanze” in competizione con il governo centrale (già di suo parecchio sconquassato da ambizioni e obbedienze diverse).

Ma è il dato economico, la crisi sistemica globale, la “cornice” dentro cui collocare avvenimenti altrimenti solo “curiosi”.

Per avere un’idea non provinciale sulle “aspettative” economiche per i prossimi mesi, le compagnie aeree asiatiche stanno mandando i loro vettori intercontinentali (i Boeing 747, ecc) in deposito ad Alice Springs, nel deserto al centro dell’Australia, che funge un po’ da Arizona per l’Asia orientale. Ciò significa che non prevedono una ripresa, in quanto far giungere i velivoli ad Alice Springs è come metterli in naftalina per diverse stagioni.

Questo replay iniziato oggi, più o meno in tutta Europa, ha una doppia valenza, come tutto: approfondirà la crisi di sistema, vanificando i primi tentativi di ricostruzione ed allontanando nel tempo l’agognato “ritorno alla normalità”. Ma accentuerà la ferocia del potere economico (e politico, in posizione servile e securitaria).

Abbiamo visto già nel periodo di lockdown la sperimentazione di dispositivi di controllo di massa che – nel loro insieme – puntano a ridisegnare gli spazi di mobilità e socialità in funzione della sola circolazione ai fini produttivi, vietando tutto il resto.

È quindi possibile, anzi probabile, che questi dispositivi vengano mantenuti, in varia forma e dimensione, per selezionare le forme di socialità ammessa e quelle “vietate”.

Un esempio concreto è venuto il 25 Aprile, con la polizia a scortare magre cerimonie ufficiali e pronta alla caccia all’uomo nei confronti delle celebrazioni popolari.

A questa realtà dobbiamo prendere intanto le misure. Non è più il mondo in cui si possa “desiderare” qualcosa senza interrogarsi su modi e strumenti per cambiarlo, senza conoscere (o chiedersi) la struttura o la gerarchia dei poteri reali. Il resto sono chiacchiere da boy scout.

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54 giorni di niente. Inizia la "fase 2"

Nel momento in cui scriviamo il Paese ha raggiunto il 54esimo giorno di isolamento.

In questo lasso di tempo, la gestione sconsiderata della pandemia da Covid-19 – sono riusciti a fare peggio solo gli USA di Trump – ha causato ufficialmente la morte di oltre 28 mila persone.

Non particolarmente curante di questo e altri dati (1) il Presidente del Consiglio Conte, domenica 26 aprile ha varato la cosiddetta “fase 2”, quella in cui il sistema paese dovrebbe riattivarsi per tornare alla “normalità” a partire da lunedì 4 maggio.

Non è nostra intenzione, in questa sede, sottolineare la sconsideratezza di una simile scelta dal punto di vista sanitario (2), o quanto essa sia il risultato della costante pressione dei padroni, che prima hanno ottenuto un de potenziamento enorme della serrata generale (3), con tutto ciò che ne è conseguito a livello di estensione del contagio (4), ed ora possono finalmente accarezzare il miraggio del ritorno ai profitti di “ieri”. Un miraggio appunto, che quasi certamente nasconde un disastro di proporzioni oggi incalcolabili cui nessuno, in questo continente, pare volersi attrezzare per farvi fronte nel modo giusto (5), anche perché, a questo giro, è probabile che il consueto massacro dei subalterni non sarà sufficiente a salvare le sorti di tanti piccoli e medi “commendatori”.

È l’essenza di quella che abbiamo preso a chiamare “crisi sistemica”. Di seguito argomenteremo per quale motivo essa non venga tutt’ora percepita nella propria portata dalle classi dirigenti di questo paese.

Come scritto in apertura, 54 giorni di quarantena, al netto di un’insopportabile clima di unità nazionale sparso a piene mani da media infarciti di retorica bellica (6) hanno messo a nudo le criticità accumulatesi in 40 anni di capitalismo declinato in chiave neoliberale.

Dallo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale non più in grado di tutelare il diritto alla salute, alla deindustrializzazione per cui mascherine e ventilatori polmonari sono divenuti notte tempo beni di sconcertante rarità, anche il cittadino più disinteressato o indottrinato dal pensiero unico ha dovuto riconoscere che il Paese è semplicemente collassato.

Non esiste altro termine per definire un sistema che “tiene” provocando 28 mila morti, sottoponendo a un livello di sfruttamento che farà storia il personale sanitario e puntellandosi grazie alla solidarietà di nazioni – Cuba, Cina, Russia – tutt’oggi considerate, al più, come “in via di sviluppo”, se non come stati canaglia tout court.

Parimenti, 54 giorni di isolamento, nonostante la propaganda martellante (anche contraddittoria, vedi i litigi tra virologi, epidemiologi ed “esperti” d’ogni risma, assurti a nuovi tronisti di tutti i palinsesti mediatici) hanno consegnato all’opinione pubblica l’immagine di una classe politica e dirigente composta da “vecchi burocrati e recenti alfabetizzati” (7), completamente inadeguata a gestire l’emergenza sanitaria e del tutto incapace a comprenderne i solchi che l’attuale condizione pandemica scaverà in ogni ambito della vita sociale del Paese e non solo.

In questo periodo, abbiamo notato come nelle opinioni maturate a sinistra, spesso si produce l’equivalenza per cui l’incapacità della classe politica, nella realtà riflette “meccanicamente” la natura di classe dei provvedimenti emanati. Che esiste ed è evidente ma è accompagnata in egual misura da molta impreparazione, pressapochismo e voglia di apparire a tutti i costi per motivi i più disparati.

L’episodio più emblematico in questo senso è stato quello relativo al gruppo di lavoro, incaricato da Conte di delineare la “fase 2”, presieduto da Vittorio Colao.

L’ingaggio dell’ex CEO di Vodafone (8) ha giustamente sollevato gli strali non solo dei compagni ma anche di tanti semplici “democratici” che nel nome di Colao hanno visto identificato l’esclusivo indirizzo padronale delle scelte governative relativamente alla ripartenza del paese.

Tale indirizzo è certamente reale e si era già manifestato, come abbiamo detto poc’anzi, in una serrata particolarmente ricca di deroghe a favore dei padroni.

La scelta di Colao, tuttavia dice molto di più:

1) ci indica che l’approccio “smart” alla produzione di beni e servizi si imporrà definitivamente come terreno di imposizione di nuove subalternità per i lavoratori, mandando in soffitta – si spera definitivamente – 20 anni di tormentoni circa il ruolo salvifico incarnato dalle tecnologie digitali a prescindere da chi ne detenga la proprietà e la carica rivoluzionaria sottesa al “cognitariato” che dalla digitalizzazione avrebbe tratto libertà creativa e reddituale rispetto all’operaio fordista. Per farla breve la “classe aspirazionale” (9) tutta social network e cosmopolitismo d’accatto, rischia di ritrovarsi a fare il “rider” con una bella pettorina di Deliveroo, Just Eat o Fodora indosso (10);

2) ci dice che, improvvisamente, il lavoro vivo, quello che non può essere mediato completamente dall’automazione nemmeno nella “gig economy” dei “rider”, è tornato improvvisamente fondamentale (11); anche nella narrazione mediatica non è più derubricabile a mera variante dipendente dei profitti. Proprio al fine dell’accumulazione di profitto e della riproduzione sociale nell’attuale sistema, il lavoro vivo è, anzi, indifferibile e richiede professionalità di alto livello – capitalisticamente parlando – per essere nuovamente irregimentato dopo gli scioperi spontanei che a marzo hanno riconsegnato, seppur per breve tempo, una centralità alla “classe operaia” che non era riconosciuta come tale dagli anni ‘70 del secolo scorso.
Su questo argomento intendiamo essere particolarmente chiari: è quello un punto da cui partire, è quella la forza che va risvegliata, sostenuta e in prospettiva resa fattore sistemico a favore dei subalterni. Perché anche l’attuale problema, il tornare a lavorare, non è una questione di se, ma di come e per produrre che cosa: in quali condizioni di sicurezza, con quali contrattazioni che canonizzeranno lo “smart working”, se per produrre mascherine e respiratori oppure F-35 ecc.
Su questo fronte, per la prima volta dopo decenni, i lavoratori hanno intravisto nuovamente la possibilità di poter incidere. Non dobbiamo consentire ai padroni di mettere nuovamente sotto cloroformio queste spinte. Dai luoghi di lavoro, inoltre, può ripartire, sfruttando il potere di chi deve, per forza, tornare a lavorare una richiesta complessiva che non si limiti alle officine o ai mezzi di trasporto ma alluda alla sicurezza per tutti, anche quelli che stanno a casa ma soffrono come altri perché la sanità è stata smantellata, il reddito di emergenza è una chimera e se ti ammali non hai neppure la possibilità di fare i tamponi e rischi di morire a casa tua o in una casa di riposo.

3) ci indica che i decenni di ristrutturazione neoliberale scanditi dal mantra “più Stato per il mercato” hanno consunto fino al punto di non ritorno la capacità dello Stato stesso di formare e selezionare una classe dirigente in grado di conoscere, governare e nel caso modificare la riproduzione sociale del Paese, anche in antitesi momentanea all’accumulazione di profitto borghese (12);

4) sancisce ormai in via definitiva il totale superamento del paradigma democratico nella gestione della riproduzione sociale del Paese. La Costituzione del 1948 è formalmente ancora in vigore, ma nella prassi politica è stata sostituita in toto dal governismo emergenziale, quello che scade rapidamente negli stati di eccezione, dove si creano “task force” – ultima in ordine di tempo quella posta in essere dalla ministra Azzolina per organizzare la ristrutturazione della scuola al tempo della pandemia – di soggetti avulsi dalle istituzioni, del tutto slegati da qualsivoglia controllo democratico, con un Parlamento trasformato di fatto in un contenente vuoto di potere, di istanze e pure di legittimità dato il livello intellettuale e culturale insulso della classe politica che lo occupa.

A fronte di quanto appena esposto, è evidente come la crisi odierna travalichi ampiamente i seppur gravissimi aspetti sanitari e, dunque, sia impossibile anche soltanto sperare che “andrà tutto bene”.

Ciò, è bene sottolinearlo, non soltanto a causa del vuoto pneumatico della classe dirigente di cui abbiamo appena scritto, e dei rivolgimenti economici che stanno pesantemente minando la tenuta sociale e geografica del Paese (13), ma anche a causa dell’atomizzazione su base ultra individualista di quello che identifichiamo come l’ipotetico nostro “blocco sociale” di riferimento.

Lo dimostrano questi ultimi giorni di isolamento forzato, dove ampia parte della popolazione ha manifestato segni palesi d’insofferenza nei confronti del confinamento e una voglia di ritorno alla “normalità” che, per quanto comprensibile, è tutta declinata in chiave puramente individualista e rischia seriamente di soffiare il vento in poppa alla smania confindustriale della riapertura a tutto tondo, accelerando un ritorno di fiamma del contagio. Tutto questo mentre una profilassi di cura per il Covid-19 è ancora al di la da venire, così come un vaccino.

In questa condizione l’obiettivo da perseguire crediamo risieda nello stimolare l’autorganizzazione sociale – che è uno dei pochi lasciti positivi di questo disastro – a emanciparsi dall’alveo meramente solidaristico per elevarsi a una forma prima di coscienza e immediatamente dopo d’azione politica antagonista (14). Non è certamente un impegno facile, considerando il minimale accesso agli spazi pubblici che un potere sempre più in crisi di legittimità, molto probabilmente, proverà ad imporre come nuovo standard delle relazioni sociali.

Tuttavia, è quasi certo che la marea montante della crisi economica prossima ventura, unità alle limitatissime capacità d’azione dell’attuale classe dirigente (15), forniranno probabilmente ambiti d’azione fino a ieri impensabili.

Note:

(1) come questo “abbiamo chiuso l’Italia con 1.797 casi al giorno e la riapriamo tutta quanta insieme con 2.200

(2) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/27/una-riapertura-da-pazzi-scriteriati-0127282

(3) a “lockdown” in vigore il 55% dei lavoratori italiani si recava regolarmente presso il proprio posto di lavoro

(4) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/26/i-contagi-di-covid-19-aumentano-nelle-zone-dove-le-imprese-non-si-sono-fermate-0127240

(5) https://www.citystrike.org/2020/04/24/consiglio-europeo-i-lavoratori-hanno-perso/

(6) https://www.carmillaonline.com/2020/04/16/retorica-bellica-e-narrazione-della-pandemia/

(7) Aldo Giannuli – Governo e autorità hanno fallito https://youtu.be/v0XxRXYkmU8

(8) esaltato non solo in quanto presunto manager di successo, ma anche perché “sbirro dentro” https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/04/11/colao-il-manager-carabiniere-dentro/5767244/

(9) La nuova classe aspirazionale – http://www.militant-blog.org/?p=14736

(10) La città e il lavoro nella “fase 2” – http://www.militant-blog.org/?p=16044

(11) https://contropiano.org/news/politica-news/2020/04/05/quel-poco-che-funziona-in-mano-ai-lavoratori-0126335

(12) Il fatto era per altro divenuto già manifesto a fronte dell’incapacità governativa di tracciare la filiera produttiva localizzata sul territorio nazionale, al fine di tentare una seppur parziale riconversione in tempi rapidi o per contingentare la produzione già attiva sull’emergenza sanitaria rispetto alle esigenze di profitto della singola azienda (emblematico il caso dei tamponi volati in marzo da Brescia agli USA).

(13) Rimandiamo in merito alla penultima domanda rivolta a Raffaele Sciortino in questa intervista.

(14) Fase 2 – Incubo sulla città contaminata – https://www.carmillaonline.com/2020/04/29/economia-di-guerra-3-fase-due-incubo-sulla-citta-contaminata/

(15) https://www.citystrike.org/2020/04/24/consiglio-europeo-i-lavoratori-hanno-perso/

Fonte