Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/10/2026

Data Center, a Milano i comitati rilanciano la moratoria: la questione è chi decide

La manifestazione del 10 ottobre in piazza della Scala a Milano ha segnato un passaggio significativo nella mobilitazione contro la proliferazione dei Data Center. Oltre un migliaio di persone, in rappresentanza di decine di comitati provenienti prevalentemente dalla Lombardia ma anche da altre regioni, hanno portato nel centro della metropoli le vertenze nate nei territori interessati dalla crescente concentrazione delle infrastrutture digitali.

Una partecipazione che testimonia il progressivo superamento della dimensione esclusivamente locale delle mobilitazioni, già emerso durante il convegno del 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano e nella manifestazione del 3 ottobre a Rho. Un percorso attraverso il quale realtà nate dalla contestazione di singoli progetti hanno cominciato a individuare le contraddizioni comuni che ne determinano la proliferazione.

A Rho, dove l’Osservatorio Datacenter del Rhodense si confronta con la concentrazione di più insediamenti, emerge il problema degli impatti cumulativi, a Travagliato la mobilitazione contro il consumo di suolo agricolo ha accompagnato il ritiro del progetto, mentre tra Siziano e Certosa di Pavia il confronto investe le dimensioni degli impianti, le infrastrutture energetiche necessarie e le conseguenze ambientali.

A queste esperienze si affiancano quelle dei comitati di Bollate, Trezzano sul Naviglio, Cornaredo e di numerosi altri territori che hanno contribuito alla costruzione della Rete nazionale.

Le situazioni sono differenti, ma il problema che le accomuna è evidente: la localizzazione dei Data Center risponde a strategie economiche che operano su scala internazionale, mentre le conseguenze ambientali e territoriali ricadono su comunità locali, chiamate a confrontarsi con decisioni sulle quali dispongono di strumenti di intervento limitati.

La frammentazione delle procedure autorizzative rischia così di impedire una valutazione complessiva degli effetti di una trasformazione che supera ampiamente i confini amministrativi dei singoli comuni.

Dietro la rappresentazione apparentemente immateriale dell’economia digitale esiste infatti una struttura produttiva che richiede ingenti quantità di energia, infrastrutture, acqua e suolo. Come richiamato anche dal professor Marco Mazzotti, ingegnere chimico e professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo, intervenuto durante il presidio, l’espansione dei Data Center pone problemi rilevanti rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione.

La sostenibilità di queste infrastrutture non può dunque essere valutata esclusivamente attraverso l’efficienza dei singoli impianti, senza considerare la crescita dei consumi complessivi e le differenti finalità alle quali la capacità di calcolo viene destinata.

È proprio dalla necessità di affrontare queste contraddizioni nella loro dimensione complessiva che nasce la proposta di moratoria presentata dalla Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center alla vigilia della manifestazione. Il documento chiede la sospensione temporanea dei nuovi procedimenti autorizzativi, comprese le infrastrutture energetiche direttamente funzionali agli insediamenti, fino all’adozione di un Piano nazionale sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

Il punto qualificante della proposta non risiede soltanto nella sospensione delle autorizzazioni, ma nel rovesciamento del criterio attraverso il quale viene programmato lo sviluppo del settore. Prima di decidere quanti Data Center costruire e dove localizzarli, occorre determinare il fabbisogno nazionale di capacità di calcolo, verificare la disponibilità delle risorse energetiche e idriche e valutare la capacità dei territori di sostenere il carico complessivo degli insediamenti.

La moratoria pone così una questione che precede logicamente le valutazioni sui singoli progetti. Non si tratta semplicemente di rendere meno impattanti gli investimenti proposti dai privati, ma di stabilire preliminarmente quali infrastrutture siano necessarie e a quali bisogni debbano rispondere.

Da questa impostazione discendono le richieste di sostituire la strategia ministeriale di “attrazione degli investimenti” con un Piano nazionale, modificare la normativa lombarda, abrogare le disposizioni di accelerazione autorizzativa e arrestare l’iter parlamentare dell’A.S. 1821. Per gli impianti già autorizzati ma non ancora operativi si chiede inoltre di riesaminare le istruttorie laddove non siano stati adeguatamente valutati gli effetti microclimatici e cumulativi.

Il significato politico della proposta emerge con particolare evidenza nel confronto con gli indirizzi istituzionali. Governo e Regione Lombardia hanno introdotto strumenti finalizzati anche a facilitare gli investimenti, mentre gli stessi problemi sollevati dai territori stanno già imponendo una discussione sulla revisione della legge regionale approvata appena quattro mesi fa. La contraddizione non riguarda però soltanto la maggioranza di governo.

Il disegno di legge nazionale sui Data Center, approvato alla Camera il 24 febbraio e attualmente all’esame del Senato, ha raccolto 243 voti favorevoli, nessuno contrario e sei astensioni. Insieme a Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, hanno sostenuto il provvedimento anche Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Azione e Italia Viva, mentre Alleanza Verdi e Sinistra si è astenuta.

Una distinzione che, pur esprimendo differenti posizioni sulle garanzie urbanistiche e ambientali, non ha prodotto una contrapposizione parlamentare all’indirizzo generale di promozione del settore. La stessa AVS aveva dichiarato di condividerne gli obiettivi, concentrando le proprie critiche principalmente sulle condizioni della loro realizzazione.

Una contraddizione che non è sfuggita ai comitati, i quali hanno ricordato alle forze politiche presenti in piazza le rispettive responsabilità parlamentari, tanto nell’introduzione del presidio quanto nell’intervento del fisico Sergio Manera, dell’Università di Pavia. La partecipazione alle mobilitazioni territoriali non cancella infatti le scelte compiute nelle sedi istituzionali.

È anche in questo quadro che assume significato la rivendicazione di autonomia e indipendenza della Rete: la volontà di mantenere nelle mani dei comitati la definizione delle proprie rivendicazioni, senza subordinarle alle compatibilità politiche dei partiti.

Ma la questione sollevata dalla moratoria va oltre le contraddizioni parlamentari e investe la funzione stessa della pianificazione economica. Lo sviluppo dei Data Center richiede già un coordinamento su larga scala delle reti elettriche, delle infrastrutture di connessione, degli investimenti energetici e delle trasformazioni urbanistiche.

La pianificazione, dunque, non è affatto assente: è già necessaria per rendere possibile la valorizzazione degli investimenti privati. Ciò che viene messo in discussione è chi ne determini gli obiettivi e nell’interesse di chi venga organizzata.

Una pianificazione realmente pubblica non potrebbe infatti limitarsi a individuare le aree disponibili o a garantire l’energia necessaria agli investimenti già decisi dagli operatori. Dovrebbe partire dalla determinazione dei bisogni sociali e produttivi, stabilire quali priorità soddisfare e valutare l’impiego delle risorse rispetto alle loro possibili destinazioni alternative.

In questo senso, pianificare significa anche decidere quanta capacità di calcolo destinare alla ricerca, ai servizi pubblici e alle attività produttive, con quali criteri di accesso e attraverso quali forme di controllo sulle infrastrutture. La definizione del fabbisogno non è quindi un esercizio puramente tecnico, ma una scelta economica e politica.

La capacità di calcolo costituisce ormai una componente fondamentale delle forze produttive contemporanee, indispensabile alla ricerca, all’industria, alla sanità e a un numero crescente di attività sociali. Proprio questa importanza rende necessario distinguere lo sviluppo delle potenzialità tecnologiche dalle specifiche modalità economiche attraverso le quali vengono utilizzate.

La domanda commercialmente remunerativa di servizi digitali non coincide necessariamente con il fabbisogno socialmente necessario, così come la redditività degli investimenti non costituisce di per sé una misura della loro utilità collettiva.

La manifestazione del 10 ottobre ha mostrato come, attraverso la costruzione di una rete nazionale, la difesa dei territori possa cominciare a confrontarsi con queste contraddizioni generali. La moratoria rappresenta una rivendicazione immediata, ma il suo significato politico risiede nella possibilità di spostare il terreno del conflitto dalla compatibilità dei singoli insediamenti alla determinazione delle finalità dello sviluppo tecnologico.

Non si tratta quindi soltanto di stabilire quanti Data Center realizzare e dove costruirli, ma di affrontare una questione più generale: chi debba decidere quali bisogni soddisfare attraverso la capacità di calcolo e nell’interesse di chi debbano essere impiegate le risorse necessarie al suo sviluppo.

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01/09/2026

Cambiamenti climatici. Militari e guerre pesano enormemente ma non rientrano nei calcoli

“Mission impossible”. Il Bulletin of the Atomic Scientists – la rivista fondata nel 1945 dagli scienziati che avevano costruito la bomba atomica, è che aggiorna continuamente il cosiddetto Orologio dell’Apocalisse – ha dato questo titolo ad un rapporto appena pubblicato e che denuncia il più grande “buco” nella contabilità climatica globale: le emissioni nell’atmosfera dei militari e dei conflitti bellici.

Quando nel 1997 venne firmato il Protocollo di Kyoto, gli USA pretesero e ottennero una esenzione per le emissioni militari dai requisiti di rendicontazione internazionale sulle emissioni in atmosfera.

Era stata pensata come misura temporanea per garantire l’adesione statunitense al Protocollo di Kyoto ma alla fine è diventata una limitazione strutturale dai calcoli delle emissioni e quindi nei negoziati sui cambiamenti climatici.

Quella concessione, pensata come misura temporanea per garantire l’adesione americana, è diventata la norma de facto per trent’anni di negoziati climatici. Una deroga nata per necessità diplomatica e sopravvissuta a ogni cambio di stagione politica.

Secondo i dati a disposizione, le forze armate statunitensi emettono in atmosfera circa 50-60 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno. Il Pentagono risulta essere il più grande consumatore istituzionale di petrolio a livello globale.

Ma anche in Europa, il riarmo accelerato dopo l’intervento militare russo in Ucraina del 2022, ha fatto lievitare pesantemente queste cifre. Come noto ogni jet o aereo che decolla scarica in quota non solo anidride carbonica, ma anche vapore acqueo e scie di condensazione, fenomeni che non entrano nei calcoli ufficiali.

Ma se questo è già così in tempi di pace, i dati esplodono in tempi di guerra.

Emblematici gli effetti del sabotaggio al gasdotto North Stream dove si stima che a seguito dell’esplosione siano state rilasciate ben 465.000 tonnellate metriche di metano, equivalenti e circa 13,85 milioni di tonnellate di CO₂. Oppure il caso di Gaza dove solo nei primi 60 giorni di guerra, circa il 90% delle emissioni proveniva dalle missioni aeree, con i voli cargo americani di rifornimento militare a Israele che producevano da soli 133.650 tonnellate di CO₂ equivalente.

In Iran non sono ancora state quantificate con precisione le emissioni associate all’attacco israeliano al più grande giacimento di gas del mondo, il campo di South Pars, il 18 marzo.

Secondo il Bulletin of Atomic Scientists le emissioni belliche sono dispersive nel tempo e nello spazio: gli incendi sul fronte bruciano per settimane in aree inaccessibili, le perdite di metano da infrastrutture danneggiate continuano per mesi.

Le metodologie di calcolo utilizzate dai ricercatori sono diverse: alcuni usano approcci bottom-up, cioè calcolano ogni singola sorgente, altri con un approccio top-down, cioè basati sui dati satellitari di concentrazione dei gas, ma la classificazione militare occulta molti dati operativi e rende impossibile le verifiche.

Le raccomandazioni del Bulletin of Atomic Scientists chiedono ai governi l’obbligo di rendicontazione standardizzata delle emissioni militari nei report nazionali, inclusi quelle sui conflitti in corso. Inoltre chiedono la creazione di un protocollo internazionale di misurazione delle emissioni belliche, con metodologie condivise e verificabili da terzi ed infine l’integrazione delle emissioni dovute alla ricostruzione post-bellica nei calcoli del costo climatico dei conflitti.

È doveroso sapere che a oggi nessuna di queste misure è in agenda nei negoziati climatici internazionali. Anche la conferenza COP30 tenutasi nel 2025 in Brasile non ha fatto alcun passo in aventi né prodotto alcun impegno su questo fronte.

Fonte

06/08/2026

Il peso dell’intelligenza artificiale

Il caso Travagliato apre una discussione che riguarda tutta la Lombardia

Per molti anni ci siamo abituati a pensare al mondo digitale come a qualcosa di immateriale. Le nostre fotografie finiscono “nel cloud”, i documenti vengono archiviati su server lontani, l’intelligenza artificiale sembra vivere in una dimensione virtuale, senza occupare spazio.

La realtà è molto diversa.

Dietro ogni risposta di un sistema di intelligenza artificiale, dietro ogni archivio digitale, dietro ogni piattaforma informatica esiste una gigantesca infrastruttura fisica fatta di edifici, linee elettriche, trasformatori, impianti di raffreddamento, gruppi elettrogeni e consumi energetici enormi.

È proprio questa realtà che sta emergendo con forza a Travagliato.

Lo scontro politico

Il progetto del maxi Data Center previsto nell’area Averolda ha rapidamente trasformato una pratica urbanistica in un caso politico.

Il Consiglio comunale del 22 luglio si è svolto davanti ad una sala gremita di cittadini, mentre all’esterno oltre trecento persone hanno manifestato con striscioni e cartelli. Una mobilitazione inconsueta per Travagliato, segno che il tema ha ormai superato gli stretti confini dell’urbanistica.

Il sindaco Renato Pasinetti ha invitato alla prudenza, sostenendo che non esiste ancora una pratica edilizia definitiva e che l’amministrazione intende approfondire ogni aspetto prima di assumere decisioni. Ha inoltre respinto le accuse di scarsa trasparenza, ricordando come il Comune avesse già affrontato il tema dei data center nell’aggiornamento degli oneri urbanistici.

Di diverso avviso le minoranze consiliari, che contestano soprattutto il metodo seguito finora. Secondo il gruppo “Travagliato Bene Comune”, il progetto sarebbe stato portato all’attenzione pubblica troppo tardi e senza un adeguato confronto preventivo. Pur riconoscendo il valore strategico dei data center, l’opposizione definisce l’intervento «fuori scala» rispetto alle caratteristiche del territorio.

Al termine della discussione il Consiglio ha approvato l’istituzione di una Consulta comunale di Garanzia Ambientale e di monitoraggio del progetto, segnale evidente della volontà di mantenere alta l’attenzione durante l’iter autorizzativo.

Un impianto dalle dimensioni eccezionali

Le cifre aiutano a comprendere perché il progetto susciti tante discussioni.

Nella versione iniziale l’impianto prevedeva una potenza di 300 Megawatt, successivamente ridimensionata a 120 MW. Anche nella configurazione ridotta si tratta comunque di una struttura di dimensioni eccezionali.

Il progetto prevede un edificio principale di circa 48 mila metri quadrati, una sottostazione elettrica dedicata, sessanta generatori diesel di emergenza, quasi seicentocinquanta posti auto e mezzi pesanti e un’area complessiva di circa 130 mila metri quadrati. Il funzionamento dovrà essere continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette.

Accanto alle preoccupazioni ambientali, l’operazione rappresenterebbe anche un’importante entrata economica per il Comune, con oltre undici milioni di euro tra oneri di urbanizzazione, monetizzazioni e altre compensazioni.

Una questione che va oltre Travagliato

Sarebbe però un errore considerare questa vicenda come un semplice conflitto locale.

La documentazione disponibile mostra che progetti analoghi sono già in corso anche in altri territori lombardi.

Il caso di Pozzaglio ed Uniti, nel Cremonese, è particolarmente significativo. Anche lì è previsto un grande campus destinato ad ospitare un Data Center, con procedure urbanistiche, consulenti tecnici e problematiche molto simili a quelle oggi discusse a Travagliato.

Non siamo quindi davanti ad un episodio isolato, ma ad una trasformazione destinata probabilmente a interessare numerose aree della regione.

Una strategia sempre più centralizzata

Mentre a Travagliato e in altri comuni lombardi cresce il contrasto tra amministrazioni, cittadini e comitati, il Governo sembra aver già indicato con chiarezza la direzione di marcia.

Nell’ultimo Consiglio dei Ministri è stata infatti deliberata la dichiarazione di “preminente interesse strategico nazionale” per alcuni grandi Data Center destinati a sorgere tra Lombardia e Piemonte, con investimenti complessivi pari a circa otto miliardi di euro. La scelta consentirà la nomina di commissari straordinari incaricati di rilasciare un’autorizzazione unica destinata a sostituire i diversi provvedimenti normalmente richiesti per opere di questa portata.

Verso l’economia di guerra

Non si tratta soltanto di un’accelerazione amministrativa. È un segnale politico preciso, un rapido scivolamento verso l’economia di guerra. La crescente importanza strategica dei Data Center è infatti legata anche al ruolo assunto dall’Intelligenza Artificiale nei moderni sistemi bellici.

Oggi l’IA viene impiegata nell’analisi dell’intelligence, nella gestione di droni e sistemi autonomi, nella pianificazione delle operazioni, nella guerra elettronica e cibernetica, nelle campagne di informazione e propaganda, nel supporto alle decisioni dei comandi militari e nella progettazione e manutenzione dei sistemi d’arma. La capacità di elaborare enormi quantità di dati è ormai considerata una risorsa essenziale non solo per l’economia digitale, ma anche per fare la guerra. I Data Center quindi non vengono più considerati semplici investimenti immobiliari o iniziative imprenditoriali private.

Il nuovo quadro normativo

La scelta compiuta dal Governo riguarda alcuni progetti dichiarati di “preminente interesse strategico nazionale”, ai quali si applica una procedura straordinaria. La generalità dei Data Center segue invece il percorso previsto dalla nuova normativa nazionale e regionale del 2026. Nei documenti progettuali relativi al caso di Pozzaglio ed Uniti, ad esempio, viene richiamata una procedura autorizzativa unica che concentra le competenze principalmente in capo alla Regione o, nei casi previsti dalla legge, al Ministero dell’Ambiente, riducendo il ruolo decisionale dei singoli Comuni. In altre parole, anche senza ricorrere alla procedura straordinaria prevista per le opere dichiarate di interesse strategico nazionale, il legislatore ha già avviato un processo di progressivo accentramento delle decisioni su queste infrastrutture. Proprio per questo, però, cresce l’esigenza di garantire ai territori un’informazione completa e un confronto pubblico effettivo prima che le decisioni diventino definitive.

Seri interrogativi

Questa impostazione apre seri interrogativi. La procedura straordinaria comprime il ruolo degli enti territoriali e rende più difficile il confronto pubblico sugli impatti ambientali e urbanistici delle nuove infrastrutture. Nello stesso tempo, mentre i promotori sottolineano il valore degli investimenti, resta aperto il dibattito sul loro effettivo ritorno occupazionale, sui consumi energetici e sui costi che l’adeguamento della rete potrebbe comportare per i territori interessati.

In questa prospettiva, la vicenda di Travagliato assume un significato che va oltre i confini del comune bresciano. Diventa uno dei primi luoghi nei quali si misura il rapporto fra una strategia nazionale di sviluppo delle infrastrutture digitali e il diritto delle comunità locali a conoscere, discutere e valutare trasformazioni destinate a incidere profondamente sul proprio territorio.

Le domande ancora aperte

La documentazione tecnica contiene molte risposte ma lascia aperti anche numerosi interrogativi.

Alcuni studi preliminari affrontano i rischi connessi ai serbatoi di gasolio destinati ai gruppi elettrogeni, escludono scenari di esplosione e prevedono sistemi di contenimento e protezione antincendio. Tuttavia gli stessi elaborati precisano che le valutazioni sono ancora preliminari e che le analisi dettagliate sugli scenari incidentali, sugli areali di impatto e sui piani di emergenza saranno sviluppate nelle fasi successive del procedimento autorizzativo.

Questo non costituisce di per sé una prova dell’inadeguatezza del progetto. È semplicemente la dimostrazione che molte delle verifiche decisive devono ancora essere completate.

Ed è comprensibile che proprio su questi aspetti cittadini e amministratori chiedano il massimo livello di trasparenza.

Il peso fisico del digitale

Forse la vera lezione che arriva da Travagliato è un’altra.

Per anni abbiamo parlato di “economia immateriale”, di cloud e di intelligenza artificiale come se tutto questo non avesse un impatto concreto sui territori.

I Data Center raccontano invece una realtà diversa.

L’intelligenza artificiale ha un peso. Consuma energia, richiede acqua per il raffreddamento, occupa suolo, modifica la rete elettrica, produce nuove infrastrutture industriali. In altre parole, il cloud ha un indirizzo.

Ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe accompagnare il dibattito pubblico: non per fermare l’innovazione, ma per governarla. Perché il progresso tecnologico non può essere valutato soltanto in termini economici o industriali. Deve essere compatibile con il territorio, condiviso con le comunità locali e sottoposto ad un confronto trasparente, prima ancora che alle inevitabili autorizzazioni amministrative.

Solo così il futuro digitale potrà diventare davvero una risorsa e non l’ennesimo terreno di scontro tra sviluppo e tutela del territorio.

Fonte

08/05/2026

Stessa crisi, stessa rabbia

Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro

Dalla fase imperialistica in avanti, il capitalismo si è caratterizzato per una tendenza alla propria generalizzazione su scala mondiale: apertura e conquista di nuovi mercati, mondializzazione della forza‑lavoro, delocalizzazione produttiva, intensificazione della circolazione globale delle merci. La fase attuale, per molti aspetti, si configura invece come un movimento di segno inverso.

La crisi sistemica apertasi nel 2008, si è aggravata negli ultimi anni, e nessun settore si è mostrato all’altezza dell’industria bellica nella capacità di rilancio dei processi di valorizzazione.

La crisi sistemica del capitale ha indotto infatti quella che è stata definita frammentazione del mercato globale, ovvero la fine della globalizzazione e l’apertura di una nuova forma di competizione di carattere economico – e in ultima istanza anche bellico – tra blocchi (Il Giardino e la Giungla, 2023).

I due pilastri economici della globalizzazione, libero scambio e delocalizzazioni, sono entrati in crisi di fronte ad un conflitto su scala mondiale e a nuove misure che limitano gli scambi commerciali transnazionali, imponendo alle filiere di ristrutturarsi.

Il sistema delle esternalizzazioni, che per ottenere il risultato di produttività più alto mette segmenti di produzione in competizione tra loro (il produttore, chi trasporta le merci, chi le distribuisce, chi le stocca e chi le manutiene), non è più sostenibile di fronte a guerra e a un assetto mondiale a geometrie variabili.

In questo scenario, i mercati si restringono, pezzi di produzione vengono reinternalizzati cambiano le stesse forme della produzione.

La contraddizione capitale-natura nella fase di frammentazione del mercato globale e conseguenze della ristrutturazione economica europea

L'obiettivo principale dei governi europei è quello di ambire a una sovranità economica interna e costruire catene di fornitura “sicure”, attraverso le strategie di reshoring, friendshoring o nearshoring, ridefinendo i partner economici secondo una sfocata e negoziata definizione dei paesi vicini, “amici” o economicamente affidabili, in funzione anti Cina e Russia, ma anche in un rapporto con gli USA reso sempre più difficile dalle scelte dell’amministrazione Trump.

Per sostenere questa “reindustrializzazione”, viene messo al centro l’utilizzo di nuove tecnologie avanzate, chiamando in causa in primis i settori strategici e quelli più duramente colpiti dalle conseguenze economiche dei conflitti in corso: automobilistico, elettronica, semiconduttori, aerospazio e difesa.

Lo sviluppo tecnologico e digitale vanno di pari passo con la concezione di un quadro normativo che all’occorrenza utilizza il paravento della “sostenibilità” per sacrificare ulteriormente – in termini di salari, occupazione e diritti – la forza-lavoro, reale motore della produzione e generatrice di valore.

Questa ristrutturazione, così come si sta delineando – in primo luogo nel settore industriale – ripropone così la falsa contrapposizione tra tutela dell’ambiente e difesa del lavoro, in cui per salvaguardare l’uno bisogna sacrificare l’altro.

Questa opposizione è di natura puramente politica e interna ai rapporti di produzione capitalistici, e compromette in maniera miope le basi stesse della riproduzione sociale. L’ambiente e la salute, infatti, non entrano in contraddizione con il lavoro in quanto tale, ma vengono posti artificialmente contro i lavoratori quando il capitale utilizza l’ambiente come scusa per fare tagli e licenziamenti, o al contrario quando la forza lavoro viene utilizzata come ostaggio per sottrarsi a ogni vincolo di compatibilità ambientale.

Dagli anni ’70 quando a Seveso la produzione fu mantenuta nonostante rischi taciuti che portarono alla dispersione di diossina, o a Taranto dove l’ILVA ha per anni subordinato la tutela ambientale e sanitaria alla continuità occupazionale: il ricatto “o il lavoro o la salute” è imposto dalla politica e dalle imprese come falso dilemma, mentre nella realtà i lavoratori risultano essere al tempo stesso le prime vittime dell’inquinamento e le prime vittime delle politiche di dismissione o ristrutturazione produttiva.

Dall’altra parte, l’impiego di forza-lavoro e la risoluzione del problema occupazionale viene utilizzata nel discorso politico come giustificazione per portare avanti grandi disastri ambientali come la TAV o il Ponte di Messina, mentre l’ambiente diventa oggi l’alibi per smantellare l’industria e mandare a casa i lavoratori. Lo testimoniano a gran voce le mobilitazioni recenti che hanno riguardato il settore metalmeccanico e altri pezzi importanti dei settori coinvolti nella ristrutturazione produttiva come Stellantis e ST Microelectronics.

Ma l’“ambiente” non è una questione neutrale, e questa ristrutturazione non viene portata avanti né negli interessi dei territori né in quello di lavoratori e popolazioni. Anzi, vediamo come quelli che oggi lavorano sotto ricatto sono anche quelli che pagano le conseguenze della crisi climatica nelle giornate di lavoro sotto il sole e senza tutele, o durante le alluvioni in cui sono i lavoratori a non avere la possibilità di ricostruirsi una casa.

Eppure lo Stato si ritrae, rinuncia a una pianificazione industriale pubblica e utilizza la questione ambientale per giustificare licenziamenti, cassa integrazione e desertificazione produttiva.

Che si tratti di “politiche green” o del loro superamento, il dato di fondo del sostegno alle imprese e dell’abbandono dei lavoratori non cambia. Le macro-politiche europee si fondano su meccanismi di mercato che garantiscono sgravi fiscali, incentivi e risorse pubbliche alle imprese, alimentando nuove forme di monopolio, mentre i costi reali della transizione vengono scaricati sulle piccole imprese, su una classe media impoverita, e, soprattutto, sulle classi popolari. La prezzatura delle risorse naturali, le sanzioni pecuniarie per l’inquinamento e l’alleggerimento degli obblighi di rendicontazione ambientale consentono ai soggetti economicamente più forti di continuare a competere, producendo concentrazione della proprietà, privatizzazione delle risorse naturali e nuove forme di colonialismo, impedendo percorsi di sviluppo autonomi e rafforzando le disuguaglianze sociali e territoriali.

Lo stesso “Green New Deal” non poteva che rivelarsi propaganda, essendo impossibile qualsiasi transizione all’interno dell’economia di mercato poiché la distruzione della natura è uno dei motori della competizione inter-capitalistica. Sostituire la “mano invisibile” con il controllo sociale della produzione significa rompere la catena che vedono la natura solo come una risorsa da saccheggiare per produrre merci spesso inutili o distruttive (industria militare in primis).

Lo vediamo in maniera ancora più eclatante nel caso delle aziende che fanno extraprofitti sulle spalle delle popolazioni tra guerra ed ecocidio, e che al contempo continuano a sfruttare la mano d’opera sottopagata e a appaltare servizi ad altre imprese: è il caso di Eni, che negli ultimi due anni di genocidio in Palestina ha stretto i suoi rapporti con Israele per i giacimenti di gas naturale di fronte alle coste gazawi, o di Enel, al centro dell’episodio dell’esplosione della centrale elettrica di Suviana, che ha portato alla morte di tre lavoratori.

Emerge così la natura eminentemente politica dell’opposizione tra ambiente e lavoro, e l’esigenza di capovolgere questa visione, ricostruendo un punto di vista di classe sulla questione ambientale, e un focus ambientale nella questione di classe.

In questo quadro, la ristrutturazione in corso non si limita a ridefinire rapporti di forza sociali, ma produce anche una nuova geografia delle esternalità, ovvero una redistribuzione spaziale dei suoi impatti, riportando entro i confini europei quelle contraddizioni ambientali e materiali che per decenni erano state scaricate altrove. Il processo delineato è infatti quello di un riavvicinando al “giardino” dei danni creati da questo modello economico, che i capitali e la politica europea non sono più in grado di gestire esclusivamente fuori dai propri confini nazionali, con importanti costi da un punto di vista ambientale.

Se, infatti, nella fase precedente il sistema di delocalizzazioni aveva appaltato una serie di costi ambientali e sociali ai paesi del cosiddetto Sud globale, l’accorciamento delle filiere produttive e la reinternalizzazione mirata dell’industria secondo il principio della “resilienza strategica”, hanno importanti conseguenze allo stesso tempo sui lavoratori e sull’ambiente dei paesi europei, riportando a casa danni ecologici e povertà.

Un settore paradigmatico, a questo proposito, è quello della logistica, che ridisegna la circolazione delle merci, tra ricadute territoriali e lavoro povero.
“La riduzione dei tempi di circolazione e la velocizzazione dei processi logistici sono elementi centrali per l’accumulazione capitalistica, ma comportano un aumento dei consumi energetici, dell’uso delle risorse naturali e della pressione sui territori.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
In termini marxiani, la logistica partecipa alla cosiddetta rotazione del capitale che si compie sostanzialmente di tre fasi: produzione delle merci, circolazione delle merci, la commercializzazione delle merci, finalizzata al processo di accumulazione attraverso il plusvalore. In ognuna di queste tre interagisce con l’uomo e con la natura, compiendo l’assoggettamento e lo sfruttamento del primo e l’assoggettamento e la distruzione della seconda:
“Quanto più è breve il tempo di rotazione, tanto minore diventa tale quota inoperosa del capitale, in rapporto al totale e, restando invariate le altre circostanze, tanto maggiore il plusvalore acquisito. Nel libro II si è pure dimostrato come la riduzione del tempo di rotazione, ovvero di una delle due fasi, il tempo di produzione ed il tempo di circolazione, accresca la massa del plusvalore prodotto. Poiché il saggio del profitto esprime soltanto il rapporto della massa del plusvalore prodotta rispetto al capitale complessivo impiegato in quella produzione, è evidente che ogni riduzione del genere accresce il saggio del profitto. (...) Il mezzo principale per la riduzione del tempo di circolazione sta nel perfezionamento delle comunicazioni”
(C. Marx, Il Capitale, libro III, sezione I, capitolo 4)
Le grandi infrastrutture di mobilità, sono una necessità della circolazione sempre più veloce delle materie prime e delle merci per accelerare la rotazione del capitale, generando grandi impieghi energetici, dissesto territoriale e geologico, inquinamento atmosferico, acustico, paesaggistico, produzione dei rifiuti e la necessità del loro smaltimento (accelerando la circolazione delle merci e la riduzione, indotta o reale, della vita di queste, viene aumentato anche il loro consumo).

Il passaggio dal “just in time” al “just in case” avviato a partire dalla fase di instabilità prodotta dal Covid-19, ha portato alla moltiplicazione di magazzini, sfruttamento e impatto ambientale nei nostri territori. Nel quadro della ristrutturazione in corso molti attori industriali (Barilla, IKEA) hanno scelto di reinternalizzare il settore logistico, senza appaltare la circolazione delle merci a terzi.

La logistica – tra le nuove frontiere del conflitto di classe in Europa – lega a doppio filo sfruttamento ambientale-lavoro povero e guerra. La crescente militarizzazione dei corridoi europei rivela la funzione strategica di queste infrastrutture per il capitale e per la guerra, a partire dal caso della TAV e del progetto in cantiere del corridoio Reno-Alpi.

In questo contesto, è nostro compito ricomprendere le contraddizioni ambientali prodotte da questo sistema e aggravate nella fase attuale all’interno del conflitto di classe, dotandoci degli strumenti teorici adeguati.
“Le questioni ambientali non sono esterne al conflitto capitale-lavoro, ma ne rappresentano una manifestazione specifica. La loro separazione dal terreno della lotta di classe produce una falsa alternativa tra occupazione e tutela dell’ambiente.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 1)
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro: cassetta degli attrezzi teorica

Riorganizzare un punto di vista di classe sulla questione ambientale significa innanzitutto recuperare una base teorica materialista che, già nelle prime articolazioni sul materialismo di Marx ed Engels, non riduceva la storia al solo rapporto dell’uomo con l’uomo, ma includeva quello tra l’essere umano e la natura come parte integrante della produzione sociale:
“Il materialismo storico ha dunque un’ambivalenza, cioè l’unita dialettica di due aspetti fra loro strettamente intrecciati e non separabili: il rapporto tra uomo e natura e il rapporto intraspecifico, cioè tra uomo e uomo all’interno di una società. In quest’ultimo sta la lotta di classe, intesa anche e soprattutto come lotta per l’appropriazione delle condizioni di produzione e quindi dell’uso della natura.”
(Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1846).
La rottura prodotta dal capitalismo non è soltanto una rottura sociale (fra capitale e lavoro), è anche una rottura storica nel metabolismo tra società e ambiente.
“La crisi del capitalismo nel suo aspetto più eclatante è proprio la contraddizione capitale-natura, che non si pone come elemento esterno o sovrastrutturale rispetto al conflitto capitale-lavoro, ma come parte integrante del suo sviluppo storico. (...) Il capitale, nella sua necessità di valorizzazione, non può che intensificare lo sfruttamento sia della forza-lavoro sia della natura, in un processo che tende a erodere le stesse basi materiali della riproduzione sociale.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
Il capitalismo generalizza la forma di merce e subordina ogni attività alla valorizzazione, penetrando nella vita stessa e trasformando la natura in “risorsa” da mettere a valore, contribuendo a rompere il legame organico tra uomo e natura: In questo processo, la tendenza allo sviluppo incondizionato delle forze produttive entra in conflitto con l’ambiente e la limitatezza delle sue risorse, limitando anche la possibilità di valorizzazione del capitale. È questo il limite fisico in cui si imbatte la produzione capitalistica, che è al centro delle preoccupazioni della tecnica sin dai primi studi sui fertilizzanti, ma che dalla crisi petrolifera in poi si è dispiegato sempre più chiaramente nella sua dimensione globale e nelle sue ricadute concrete.

L’aumento del peso della tecnologia e della scienza nella produzione diviene quindi necessario per cercare di spingere sempre più in avanti questo limite, con la doppia conseguenza di ridurre il lavoro vivo innescando processi di flessibilizzazione e precarizzazione della forza lavoro, e di incidere in maniera sempre più irreparabile negli equilibri degli ecosistemi. Nel capitalismo il progresso tecnico non ha lo scopo di alleggerire il carico per il singolo lavoratore, o di ridurre l’impatto ambientale della produzione, ma di sostenere la competizione tra capitali per accaparrarsi sempre maggiori fette di mercato ed estrarre in maniera più efficace le risorse, risultando in un crescente sfruttamento della forza lavoro e della Natura.
“La mercificazione della natura, attraverso meccanismi di mercato come la compravendita dei diritti di emissione o la finanziarizzazione delle risorse naturali, rappresenta una nuova frontiera della valorizzazione capitalistica.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5)
Anche questo meccanismo si scontra con un limite, quello della caduta tendenziale del saggio di profitto data dalla proliferazione di competitori economici ugualmente attrezzati al livello tecnico per contendersi i mercati mondiali.

In questo contesto, si ricorre alla finanziarizzazione dell’economia, che crea l’illusione di poter superare i limiti fisici alla valorizzazione del capitale.

Dai crediti di carbonio che partecipano al sistema europeo cap-and-trade per le emissioni di CO₂ (EU Emissions Trading System – EU ETS), fino ai “certificati verdi” italiani, anche la questione ambientale è stata strumentalizzata come ulteriore sponda finanziaria per i capitali dei grandi settori (energia, industria pesante...), partecipando alla sovrapproduzione di capitale – e ai conseguenti rischi di esplosione di bolle speculative – dovuta all’uso sregolato della leva finanziaria.

Negli ultimi anni, questi incentivi alle aziende sono stati il rovescio della medaglia della difficoltà delle classi popolari a sostenere il costo della “transizione ecologica”, trasformando la questione ambientale in una forbice di classe.
“Le teorie ‘alternative’ non alternative, comprese quelle che fanno riferimento allo sviluppo sostenibile e alla green economy, non mettono in discussione i rapporti di produzione capitalistici ma tentano di renderli compatibili con nuovi ambiti di valorizzazione.”
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5)
La questione ambientale non è dunque un tema secondario, “culturale”, né un terreno estraneo alla lotta di classe. È, al contrario, uno dei punti in cui oggi la contraddizione capitale-lavoro si manifesta in forma più netta, perché il capitale scarica contemporaneamente sulla natura e sulla forza lavoro i costi della propria crisi e della propria riproduzione. Questa equazione, apparentemente semplice, è invece decisiva: quando il capitalismo entra in difficoltà, intensifica lo sfruttamento del lavoro e l’estrazione delle risorse, accelerando la distruzione delle condizioni stesse che rendono possibile la vita sociale e la riproduzione della forza-lavoro.

In questo senso, la questione ambientale va riportata dentro il conflitto capitale-lavoro: non come tema “aggiuntivo”, ma come parte della stessa dinamica che produce precarietà, desertificazione industriale, ricatto occupazionale, povertà energetica, crisi agricola e sanitaria:
“Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi.”
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 6)
“Non possiamo però ignorare, e in questo fare autocritica, e da questa ripartire, che la storia del movimento operaio e dei partiti comunisti, anche in Italia, ha vissuto, con intensità diversa in funzione delle sue fasi, una prevalente disattenzione, in qualche caso avversità, alle questioni ambientali o una incapacità ad affrontarle. Spesso, infatti, queste ultime sono state “sacrificate” sull’altare di una visione sviluppista, e in qualche caso ritenute limitanti al raggiungimento delle aspirazioni del lavoro.
Nel caso dell’Unione Sovietica e dei paesi del cosiddetto socialismo reale del XX secolo, in alcuni momenti si è andato anche oltre. Eventi storici come la seconda guerra mondiale, l’accelerazione del capitalismo all’industrializzazione prima e al post-fordismo poi, l’inizio del neoliberismo e dell’attuale fase della mondializzazione del capitale, hanno infatti indotto i paesi del socialismo reale a non ritenere prioritaria la salvaguardia della natura, in nome di una concorrenza-competizione con il capitalismo che in alcuni casi ha prodotto paradossalmente la riproposizione di modelli del capitalismo stesso nei confronti dell’ambiente.”
(Capitale e natura – Prima parte – Capitolo 1)
Storicamente, anche il movimento operaio e comunista non sempre ha saputo leggere fino in fondo questa dimensione. In varie fasi la questione ambientale è stata considerata limitante rispetto allo sviluppo produttivo, sacrificata sull’altare di una visione “sviluppista”, o trattata come tema borghese, estraneo al cuore del conflitto. In alcuni contesti del socialismo reale, spinti dalla competizione col capitalismo e da condizioni storiche eccezionali, si è arrivati persino a riprodurre modelli simili a quelli capitalistici nei confronti dell’ambiente.

Sebbene non esista una effettiva distanza tra cambiamento dei rapporti di produzione e ristabilimento del rapporto organico con la natura, non dobbiamo fare l’errore di “buttare il bambino con l’acqua sporca” – dobbiamo cioè riconoscere che mentre da una parte ci troviamo davanti a scelte politiche determinate dalla lotta contingente per la sopravvivenza di un’ipotesi socialista, dall’altra abbiamo un sistema di rapporti di produzione che per definizione non può fare altro che determinare il collasso ambientale.

Per questo riteniamo che chi (anche e soprattutto dicendosi di sinistra e anticapitalista) ha usato la questione ambientale per squalificare le esperienze di socialismo reale abbia nei fatti fornito con la scusa dell’autocritica una potente clava ideologica anticomunista alla controparte, mettendo sullo stesso piano due ipotesi di organizzazione sociale dagli scopi e dagli esiti totalmente divergenti.

Non a caso ricordiamo l’Unione Sovietica degli albori come un laboratorio ecologico senza precedenti (“Il Comunismo è verde”, Salvatore Engel-di Mauro, 2025). Scienziati come Vernadsky e Vavilov avevano intuito che solo una pianificazione razionale poteva gestire il metabolismo tra uomo e natura. Il Piano, in questa ottica, non è solo uno strumento economico, ma l’unico modo per sottrarre la natura umana ed extra umana ai ritmi distruttivi dell’accumulazione capitalistica. Mentre il mercato capitalista corre verso il baratro, la pianificazione socialista ci permette di decidere cosa, come e per chi produrre, rispettando i tempi di rigenerazione della biosfera.

Consapevoli di questo, lavoriamo quindi per tenere insieme le dimensioni di lavoro e ambiente come due fronti dello stesso conflitto.
“Tirare fuori la testa dalla sabbia, ponendoci fin da ora il problema della compatibilità della pianificazione socialista con la salvaguardia delle ricchezze naturali, senza rimandarle e consegnarle ad una “soluzione naturale” e “ovvia” del momento della realizzazione del superamento del Modo di Produzione Capitalista, non è soltanto un esercizio che allena le nostre capacità teoriche, ma è anche di fondamentale importanza per comprendere l’attuale e agire in questo, nelle direzione della trasformazione radicale per la prospettiva socialista.
(...) L’attenzione verso la natura non è necessariamente un tema borghese come nel caso di molto ambientalismo già visto nel passato, ma pienamente interno al conflitto capitale-lavoro. Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi, nel quale va strettamente legato il concetto di sostenibilità ambientale dello sviluppo a quello di progresso sociale, che ponga fin da subito il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali.
(Capitale e natura – Seconda parte parte – Capitolo 6)
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro significa spiegare perché questi conflitti si ripresentano incessantemente e come possano essere superati solo rompendo i vincoli capitalistici che li generano.

Se la crisi climatica e la crisi del lavoro sono due facce della stessa medaglia, la risposta non può essere una semplice difesa “di settore”, né un ambientalismo astratto: serve una politica di classe capace di unificare ciò che il capitale divide.

Il rapporto tra uomo e natura si ricompone solo quando i lavoratori smettono di essere ingranaggi di una macchina governata dal plusvalore e diventano i soggetti che gestiscono collettivamente il metabolismo tra uomo e natura. È l’idea dietro il concetto di “produttori associati” – coloro che, liberati dal ricatto occupazionale e dal dominio del capitale, possono finalmente governare la produzione in modo razionale, superando la frattura metabolica di cui parla Foster. È in questa gestione collettiva che la salute del lavoratore e l’ambiente smettono di essere in conflitto e diventano lo stesso obiettivo politico.
“Il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali deve essere posto fin da subito come questione politica centrale di una prospettiva socialista.”
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 9)
Abbiamo quindi la necessità di comprendere l’attuale fase e agire dentro di essa, mostrando che le lotte contro la devastazione dei territori, contro l’inquinamento nei quartieri popolari e per la sicurezza sul lavoro non sono “esterne” alla lotta di classe. Il proletariato è il soggetto che subisce sulla propria pelle il duplice attacco del capitale: l’estrazione di plusvalore nel salario e l’espropriazione della salute e dell’ambiente nella vita quotidiana.

Ricostruire un punto di vista di classe significa oggi dare voce a questo soggetto unico, capace di unificare la fabbrica e l’ambiente in un solo fronte di controtendenza rivoluzionaria individuando le contraddizioni e i nodi politici centrali, dotandoci di strumenti teorici adeguati a combattere il nemico di classe e immaginare una trasformazione strutturale dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali che comprenda una rivoluzione del rapporto tra uomo, scienza e natura.

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18/01/2026

L’1% più ricco del Pianeta ha già esaurito le proprie emissioni annuali, ora userà le nostre

Il 2026 si è aperto sotto la coltre delle emissioni dell’1% più riccco del Pianeta, in un’evidente distribuzione delle responsabilità della crisi climatica che è profondamente legata alle disuguaglianze sociali. Secondo gli ultimi dati diffusi da Oxfam, nei primi 10 giorni di gennaio questa ristretta élite mondiale ha già emesso la quantità di CO2 che gli “è consentita” per tutto il 2026, se si vuole mantenere l’aumento delle temperature entro la soglia critica di 1,5 gradi.

Il 10 gennaio è stato ribattezzato dai ricercatori Pollutocrat Day. E se sono 77 i milioni di persone (chi guadagna oltre 140.000 dollari annui) per le quali il limite è scattato il secondo sabato dell’anno, per lo 0,1% dei super-ricchi la soglia è stata superata dopo appena 72 ore dall’inizio del 2026.

Per dare un’idea della fascia di popolazione di cui stiamo parlando, ricordiamo che, secondo i dati Inps, nemmeno i quadri si avvicinano lontanamente alla retribuzione di 140 mila dollari annui, circa 120 mila euro secondo il cambio odierno. Parliamo, dunque, davvero di una ristretta fascia di dirigenti, manager, rentier, speculatori finanziari, e altre figure di questo tipo.

I numeri delle loro emissioni sono impietosi: mentre il budget annuo pro capite di carbonio compatibile con gli obiettivi di Parigi è di circa 2,1 tonnellate di CO2, un esponente di questo 1% ne emette mediamente 75,1. In termini comparativi, una persona appartenente allo 0,1% più ricco produce più inquinamento da carbonio in un solo giorno di quanto il 50% più povero del pianeta ne emetta in un anno intero.

Le conseguenze di questo squilibrio non sono solo statistiche, ma umanitarie ed economiche. Secondo le stime, le emissioni prodotte ogni anno dall’1% più ricco causeranno circa 1,3 milioni di morti legate ad ondate di calore entro la fine del secolo. Entro il 2050, poi, i paesi a basso e medio-basso reddito subiranno perdite per 44 mila miliardi di dollari a causa del consumo eccessivo dei super-ricchi.

Uno studio dell’Università dell’Arizona, pubblicato su PNAS, rivela che la crisi climatica ha già ridotto i redditi negli USA del 12% dal 2000. Altri studi in passato hanno valutato che, per ogni grado di aumento della temperatura, il PIL mondiale rischia una contrazione del 12%, che si riflette direttamente sulle buste paga dei lavoratori più poveri attraverso una lenta erosione del potere d’acquisto.

Per riequilibrare la bilancia, infatti, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030, intanto chi ha contribuito meno alla crisi ambientale (paesi in via di sviluppo, che sono anche tra i più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, gruppi indigeni, donne) continuerà a subirne le conseguenze peggiori.

Nel frattempo, però, un segnale importante è arrivato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito l’obbligo giuridico per i paesi di ridurre le emissioni per tutelare i diritti fondamentali alla vita, al cibo, alla salute e a un ambiente pulito. Per posizionarsi su questa nuova rotta, Oxfam e gli esperti dell’Università dell’Arizona prima citati suggeriscono una strategia chiara: colpire la ricchezza inquinante.

Tasse sui redditi e i patrimoni dei super-ricchi, imposte sugli extra-profitti del settore fossile, limiti all’uso di jet privati e superyacht, investimenti massicci per le aree più vulnerabili. Il problema è che per adottare politiche del genere, ci sarebbe bisogno di un cambio profondo del modello di sviluppo, che mostra la chiara contraddizione tra capitale e natura.

Ci sarebbe bisogno, insomma, di togliere il controllo dei mezzi di produzione e degli indirizzi di investimento al grande capitale, e ricordarci che senza anticapitalismo, la lotta al cambiamento climatico è giardinaggio.

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03/12/2025

I territori in piazza presentano il conto al governo

Contro la finanziaria della devastazione ambientale e della guerra

Il weekend di lotta 28-29 è risultato vincente non solo per i numeri – oltre 100mila persone solo domenica a Roma – ma anche perché ha saputo riunire diversi settori di società civile attorno a una critica ampia e radicale al governo, dando finalmente corpo e gambe a quel largo movimento d’opinione contrario alla guerra e solidale con il popolo palestinese. Accanto a lavoratori e giovani – protagonisti indiscussi delle mobilitazioni, in continuità con gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre – un altro soggetto si è distinto nelle piazze dell’ultima “tornata” di mobilitazioni contro la finanziaria di guerra: le realtà territoriali.

Si tratta di comitati, movimenti, coordinamenti che dal Nord al Sud Italia si sono riconosciuti in un percorso comune, avviato a partire dall’assemblea nazionale del 19 novembre e uniti dalla parola d’ordine di opporsi al “governo della devastazione ambientale”.

Presenti all’appello: Ecoresistenze, No Tav Torino, No Ponte, No Base, No Tap, No Triv Basilicata, Balia dal Collare (Rieti), No Corridoio Roma-Latina, i Boschi che resistono (Vicenza), No rigassificatore (Ravenna), No Passante (Bologna).

Sanno bene da che parte stare quelle comunità che da tempo difendono gli ecosistemi del paese, prendendosi la responsabilità non solo di salvaguardare i propri territori, ma anche di difendere lavoratori, lavoratrici e nuove generazioni dalle devastanti conseguenze dei cambiamenti climatici. Una lotta, quella ambientale, che oggi più che più che mai si intreccia con il rifiuto della guerra e con le rivendicazioni sociali di quella classe lavoratrice che sta tentando di ricomporsi e riorganizzarsi.

La finanziaria di guerra, infatti, è solo l’apogeo delle politiche di disinvestimento – portate avanti da governi di ogni colore – nei territori, nella sanità, nell’istruzione, a vantaggio della “difesa”, dell’high-tech, delle grandi infrastrutture strategiche, ovvero quei settori in cui si gioca il ruolo dell’Italia nel blocco atlantico, e dell’UE nella competizione globale.

Negli ultimi anni questo processo ha vissuto un’accelerazione costante e progressiva: militarizzazione dei territori, corsa alle materie prime e alla “sovranità energetica”, progetti speculativi imposti con sempre più violenza, disinvestimento nella messa in sicurezza e nei territori, con conseguente spopolamento e abbandono forzato.

Il proliferare di grandi opere inutili in questo paese è testimonianza del buco nero in cui vengono assorbiti miliardi di soldi pubblici e del filo diretto che lega devastazione ambientale e guerra: ne sono esempio il progetto della TAV, strategico per i corridoi di mobilità militare europei, o il tentativo (fallito) di inserire il Ponte sullo stretto tra le opere di carattere strategico per la difesa nazionale, e ancora l’ampliamento delle basi militari a Coltano ai danni di un’area protetta.

Sul piano energetico, gli impianti in Emilia Romagna, hub energetico del paese, e i pozzi della Basilicata, massacrata dalle trivelle, parlano degli interessi atlantisti e guerrafondai, e del sacrificio dei territori in loro nome: il rigassificatore di Ravenna per riconvertire il costosissimo GNL statunitense (nonostante lo scandalo Nord Stream), in sostituzione di quello russo, le tonnellate di greggio lucano inviate direttamente a Israele, la complicità tra ENI e l’entità sionista.

In questo quadro non stupisce la reattività dei territori e la volontà di creare una piattaforma condivisa che parli di ambiente, territori, guerra, sanità e diritti.

Le realtà ambientaliste hanno animato le mobilitazioni, organizzando spezzoni, interventi, e portando “il conto” al governo, con due azioni dimostrativa a Roma il 28 e 29: due enormi scontrini, uno sulle previsioni spesa della finanziaria che avranno ricadute nefaste sui territori, l’altro – interminabile – sul prezzo pagato negli ultimi anni in termini di ambiente e salute nelle varie regioni.

La costellazione di piazze, presidi e azioni del 28 e 29 restituisce una sorta di mappatura dei territori sensibili nel nostro paese, e delle loro comunità resistenti:

A Torino in sanzionamento della sede di Nucleo da parte di Ecoresistenze, e l’azione NO TAV ad Avigliana, dove è stato presentato anche lo scontrino delle spese pagate dal territorio piemontese, a Vicenza i No TAV hanno manifestato davanti alla sede di Leonardo, a Bologna un grande spezzone di realtà ambientaliste e comitati si è unito al corteo principale, a Pisa spezzone dei no Base, a Potenza quello dei No Triv, a Roma il 28 le realtà territoriali hanno “bocciato” la legge di bilancio davanti al Parlamento.

Domenica, a Roma, nello spezzone ambientalista sono confluiti i comitati territoriali delle province di Latina e Rieti: il No Corridoio Roma–Latina, Balia dal Collare (Rieti) e il coordinamento Scagni (Sabina). Hanno sfilato insieme in un unico spezzone, uniti dallo slogan condiviso a livello nazionale.

Nello stesso momento, a Messina, si svolgeva il grande corteo contro il Ponte. Tra le molte istanze portate in piazza, è stata denunciata anche la partecipazione dell’azienda Webuild al progetto, una delle imprese che trarrebbero profitti anche dalla ricostruzione di Gaza.

Negli ultimi anni di passività politica generalizzata, i movimenti territoriali hanno sempre costituito un’eccezione alla regola, mobilitando puntualmente importanti pezzi di società civile, e riuscendo a colpire il nemico là dove faceva più male. Adesso che la solidarietà con il popolo palestinese ha rotto gli argini, svelando una marea di contraddizioni che bruciano sulla pelle dei lavoratori e nelle ferite dei nostri territori, la lotta per l’ambiente e i suoi protagonisti devono tornare al centro della mobilitazione contro la guerra. Lo scorso weekend abbiamo assistito ad un primo passo in questa direzione, per la ricostruzione di un fronte unito ambientalista e dal basso, che sappia sfidare il governo e la sua repressione. Ci auguriamo che sia solo l’inizio.

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25/10/2025

Tunisia in rivolta: proteste e scioperi contro l’inquinamento dell’impianto chimico

Il 21 ottobre 2025, la città tunisina di Gabès è stata paralizzata da uno sciopero generale e da massicce proteste contro l’inquinamento causato dall’impianto chimico statale gestito dal gruppo Tunisian Chemical Group (CGT), un centro produttivo di fosfati ritenuto responsabile di una grave crisi ambientale. Decine di migliaia di manifestanti, mobilitati dalla potente Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT), hanno bloccato scuole, mercati, negozi e caffè, paralizzando la vita economica della città costiera, mentre sfilavano per le strade con striscioni e slogan come “Gabes vuole vivere” e “Smantellate le unità inquinanti”, denunciando l’impatto negativo del complesso industriale sulla salute della popolazione.

Gabès, un tempo nota per le sue oasi e le acque limpide del Mediterraneo, oggi soffre di gravi danni ecologici e sanitari: un audit commissionato da CGT e condotto a luglio 2025 ha rivelato che l’impianto scarica quotidianamente tra le 14.000 e le 15.000 tonnellate di fosfogesso nelle acque costiere, emettendo al contempo alte concentrazioni di ammoniaca, ossidi di azoto e solfati, sostanze che hanno provocato la morte di alberi, la drastica riduzione della fauna marina e un incremento dei casi di malattie respiratorie e tumori nella popolazione locale.

L’intera vicenda si inserisce in un contesto di crescente malcontento sociale e crisi economica, dove proteste frequenti per disoccupazione, interruzioni idriche e servizi pubblici inefficaci mettono a dura prova la gestione del presidente Kais Saied, al potere in modo consolidato dal 2021. Saied ha definito la situazione un “assassinio ambientale” imputando ai governi precedenti scelte politiche criminali responsabili della distruzione dell’ecosistema e dell’aumento di patologie gravi, promettendo interventi per affrontare la crisi, ma i cittadini manifestanti hanno respinto le sue dichiarazioni considerandole insufficienti e prive di azioni concrete. Il ministro della Salute, Mustapha Ferjani, ha annunciato l’intenzione di costruire un ospedale oncologico a Gabès per far fronte al crescente numero di casi, senza però fornire un calendario preciso per la realizzazione, alimentando ulteriormente la sfiducia della popolazione. Le autorità tunisine si trovano così a dover bilanciare la tutela della salute pubblica con la produzione di fosfati, risorsa economica fondamentale per il paese, in un momento in cui la crisi finanziaria limita le capacità di investimento pubblico e aumenta la pressione sociale.

Le organizzazioni ambientali locali hanno sottolineato che la vita marina è stata gravemente compromessa, con pescatori che denunciano un drastico calo dei pesci negli ultimi dieci anni, minacciando le fonti di sostentamento di molte famiglie della regione. Lo sciopero e le manifestazioni di Gabès rappresentano la più grande sfida politica per il governo di Saied negli ultimi anni e segnalano un conflitto tra sviluppo industriale e sostenibilità ambientale che mette in discussione il modello di crescita adottato dalla Tunisia, sollevando dubbi sulla capacità delle istituzioni di rispondere efficacemente alle legittime richieste dei cittadini. La crisi di Gabès, caratterizzata da tensioni sociali e da una popolazione sempre più consapevole dei rischi ambientali, evidenzia come l’incapacità di affrontare tempestivamente problemi ecologici e sanitari possa trasformarsi in una minaccia per la stabilità politica e l’economia nazionale, rendendo necessario un approccio integrato che contempli sia la protezione dell’ambiente sia la sicurezza economica e sociale della regione.

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26/09/2025

Petro all’ONU invoca la creazione di una forza di difesa dei palestinesi, e attacca gli USA sull’America Latina

Il discorso che Gustavo Petro ha tenuto all’80esima Assemblea Generale dell’ONU, lo scorso 23 settembre, non ha attirato l’attenzione che merita sui media nostrani. Ma le parole che ha pronunciato alle Nazioni Unite come presidente della Colombia – il prossimo anno ci saranno le elezioni – sono, in realtà, di una portata dirompente, sotto tanti aspetti che vale la pena accennare.

L’elemento di certo più significativo è la proposta che l’ONU crei una forza armata internazionale che protegga i palestinesi dal genocidio perpetrato da Israele. La responsabilità di Tel Aviv in questo senso è confermata da un’indagine indipendente delle stesse Nazioni Unite, che in passato non hanno mancato di approvare varie altre missioni di cosiddetto peacekeeping.

Ma in questo caso Petro si è spinto oltre, denunciando anche i meccanismi con cui spesso l’ONU è ridotto all’immobilismo. Il presidente colombiano ha criticato gli Stati Uniti, per aver posto il veto sul cessate il fuoco nella Striscia, nella votazione del 18 settembre. Dunque, ha invocato il cambiamento delle regole di questi consessi, per far fronte a squilibri non più accettabili.

Ha, però, fatto qualcosa in più. Sottolineando come l’opposizione al genocidio non si possa fermare alle sole condanne, e nemmeno alle risoluzioni di cui, purtroppo, abbiamo visto Israele fregarsene tranquillamente, Petro ha chiesto che sia l’Assemblea Generale, senza il blocco del Consiglio di Sicurezza, a votare per creare questa forza di protezione internazionale dei palestinesi.

Non si tratterebbe, dunque, di un intervento dei ‘caschi blu’, bensì “un potente esercito di paesi che non accettano il genocidio”, riporta El Pais. “La diplomazia ha già esaurito il suo ruolo nel caso di Gaza”, ha aggiunto Petro, ed è dunque ora di intervenire per fermare Israele, lì dove l’Occidente ha fallito la missione che propaganda di avere, cioè quella di tutelare diritti umani e democrazia.

Perché infatti, nella parole di Petro, c’è qualcosa di più della semplice insofferenza di fronte alla pulizia etnica che non accenna a fermarsi. C’è una presa di posizione contro il capitalismo occidentale, una presa di posizione netta contro l’ordine – o disordine – guidato dagli USA e, a seguire, dalle potenze sue ‘alleate’, o per meglio dire vassalle.

C’è la rivendicazione del ruolo che deve avere il Sud Globale di fronte all’ennesimo genocidio e all’ennesima guerra mondiale, seppur a pezzi, a cui il colonialismo e il suprematismo occidentali stanno obbligando il mondo intero ad assistere e partecipare. O a subire attacchi o, peggio, la stessa sorte di Gaza.

“Ci stanno mostrando che quello che succede a Gaza – ha detto Petro – potrebbe succedere anche a noi. E lo stiamo già vedendo con i missili in America Latina contro giovani disarmati che non hanno colpe”. Il riferimento è agli attacchi portati dagli Stati Uniti contro delle navi al largo del Venezuela, che con la scusa del narcotraffico mirano a destabilizzare il paese e l’intera regione.

A farne le spese sono stati già diversi pescatori. Washington ha escluso la Colombia dalla lista dei paesi alleati nella lotta alla droga. Ma su questo Petro è stato chiaro: “la politica antidroga [degli USA, ndr] non ha lo scopo di impedire alla cocaina di raggiungere gli Stati Uniti. Lo scopo è dominare la popolazione del Sud in generale”.

Il presidente colombiano ha individuato in fatti che sembrano così diversi e lontani un minimo comune denominatore nell’espansionismo occidentale e nell’arbitrio della NATO, che minano i reali processi democratici e favoriscono l’emergere di nuove tirannie. Mentre Petro diceva tutto ciò, la delegazione statunitense non c’era, perché aveva lasciato l’aula.

È un piano inclinato che va verso la guerra, quello del capitale occidentale, o verso la distruzione del pianeta. “Ci siamo sbagliati – ha detto Petro – le Nazioni Unite si sono sbagliate, non ci sarà un capitalista buono che investirà nell’energia verde, non esiste il capitalismo verde. Il capitale investirà sempre nell’energia fossile a meno che qualcuno non lo vieti”.

Quella del presidente di Bogotà non è una critica verso un governante o un’azione (per quanto possa essere terribile, come un genocidio), ma è una condanna senza appello a un intero sistema politico e di sicurezza internazionale – fallimentare – e a un modello di sviluppo che ha prodotto solo disuguaglianze, povertà e, infine, persino l’avvelenamento dell’ambiente in cui viviamo.

Per concludere, e tornando alle proposte fatte per l’emergenza più immediata, ovvero lo sterminio dei palestinesi, Petro chiama i paesi che si oppongono al genocidio a intervenire concretamente. Col discorso che ha tenuto, ha però inserito questo intervento in quadro di compiti più ampio e più alto: quelli del Sud Globale di liberarsi dal giogo del capitale occidentale, e di farsi infine alternativa di giustizia e pace.

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25/09/2025

La Corte dei Conti pone dubbi sul Ponte sullo Stretto: pratiche e deroghe poco chiare

Salvini farebbe bene a occuparsi della sua fallimentare gestione del ministero delle Infrastrutture piuttosto che del diritto di sciopero in sostegno del popolo palestinese. Anche perché poi arrivano i rilievi della Corte dei Conti a palesare l’opacità o, quantomeno, l’inadeguatezza degli atti riguardanti uno dei suoi cavalli di battaglia: il Ponte sullo Stretto di Messina.

I magistrati contabili, infatti, hanno inviato sei pagine fitte di osservazioni alla presidenza del Consiglio, elencando una serie di dubbi che vanno sciolti per poter dare via libera al progetto della grande opera inutile (se non per la speculazione e la criminalità organizzata), reso definitivo a inizio agosto.

Sono due in particolare i nodi che non tornano: le deroghe ai vincoli di tutela ambientale e l’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate. Insomma, le questioni che più di tutte hanno acceso le proteste, ovvero la devastazione ambientale e il fatto che il ponte sarà un pozzo senza fondo per i soldi pubblici, senza nessuna utilità concreta.

La Corte dei Conti chiede di chiarire su cosa si fondi il superamento del parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva redatto una relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest).

Tramite questo documento il ponte veniva dichiarato un’infrastruttura strategica di interesse militare, non sottostando più, dunque, alle stesse norme di tutela oggi vigenti. Associazioni ambientaliste e comitati avevano però presentato un ricorso all’Unione Europea, e oggi la Corte dei Conti chiede di verificare lo stato dell’interlocuzione in merito prima di procedere.

Bisogna anche ricordare che le pretese del governo di annoverare il Ponte sullo Stretto tra le infrastrutture di interesse militare è stata già abbastanza azzoppata dagli Stati Uniti stessi. L’ambasciatore USA alla NATO ha messo in chiaro che non sono disposti a considerare la grande opera tra quegli investimenti da conteggiare per la sicurezza in senso lato, utili per raggiungere il target di spesa dell’Alleanza Atlantica.

Come detto, inoltre, vengono segnalate dalla Corte aumenti immotivati di spese, con alcune voci che vengono addirittura raddoppiate senza analisi a comprovare tale necessità. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle stime di traffico e delle tariffe della TPlan Consulting, e sulla “modalità di scelta della predetta società di consulenza“.

Una serie di problematiche e di forzature procedurali a cui la presidenza del Consiglio ha 20 giorni per dare una risposta convincente. Si tratta di una “fisiologica interlocuzione“, secondo il ministero delle Infrastrutture. Per chi lotta contro questa opera inutile, è l’ennesima conferma dell’immenso regalo speculativo che il governo vuole fare ai prenditori nostrani.

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14/04/2025

La Toxic Town è fra noi

La serie TV Netflix Toxic Town (2025), scritta da Jack Thorne e Amy Trigg e diretta da Minkie Spiro, è ispirata agli avvelenamenti tossici propagatisi nella cittadina inglese di Corby dove, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, il consiglio comunale decise lo smantellamento di un’azienda siderurgica che aveva lavorato a pieno ritmo a partire dagli anni Sessanta. Durante le operazioni di dismissione si sprigionano delle polveri tossiche che contaminano la città e i dintorni: il risultato più immediato e terribile dell’inquinamento da scorie tossiche è la nascita di diversi bambini con malformazioni. La serie racconta la battaglia legale delle madri di Corby contro il consiglio comunale a guida laburista che ha avviato la pratica di smaltimento all’insegna del risparmio ed è stato disposto a chiudere un occhio di fronte alle nocività per ottenere i fondi statali necessari alla riqualifica della cittadina.

Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo: le vicende reali di Corby e quelle raccontate magistralmente dalla serie, ad esse ispirate, fanno parte senza mezzi termini della nostra quotidianità, anche vicino a noi. E non pensiamo soltanto al disastro di Seveso, nel lontano 1976, in tempi in cui non venivano applicate le misure di sicurezza di oggi e in cui il potere statale ha lasciato diverso tempo i cittadini all’oscuro della gravità della situazione, ma anche alla nostra quotidianità dove sono innumerevoli le città e i paesi sottoposti a pervasivo inquinamento provocato da siti industriali e siderurgici ma anche da impianti dedicati alle merci e al turismo, come i porti industriali e turistici, città sommerse quotidianamente da una raffica di fumi tossici, nerissimi, provenienti dai motori delle navi. Si crea una dialettica fra soggetti e potere, laddove sono i corpi dei soggetti a subire le manipolazioni e le macchinazioni da parte di qualsiasi potere; e quei corpi sono indifesi perché lasciati all’oscuro riguardo agli effetti immediati (tossicità, nocività di vario tipo) di quelle macchinazioni.

È interessante ricordare che, nel caso di Corby, come vediamo anche nella serie TV, il potere agisce in ombra per riqualificare la città: in un luogo riqualificato, dove si deve vivere bene, non c’è spazio per scorie tossiche e queste ultime, pure se ci sono, devono essere tacitate. È così, probabilmente, che la macchina burocratica dei poteri agisce per rendere attrattivi paesi e città, anche dal punto di vista turistico: far passare sotto silenzio qualsiasi fonte vera o presunta di inquinamento, qualsiasi nocività proveniente da smantellamenti industriali, costruire nuove abitazioni in siti pericolosi, cementificare, disboscare. La morte e il dolore arrivano dopo anni, e vanno a colpire le nuove generazioni, come nel caso di Corby, ma possono arrivare anche alla prima ondata di intenso maltempo, come spesso è avvenuto nella cronaca recente. Perché, è bene ribadirlo, gli interessi del potere non saranno mai quelli dei soggetti. E, a volte, questi ultimi, o una parte di essi, fanno il gioco del potere per un tornaconto economico o per i sempre più fantomatici “posti di lavoro”. Eh sì, per i posti di lavoro questi soggetti sono disposti ad accettare che la loro salute e quella dei figli venga irrimediabilmente compromessa. Come succede ai soggetti maschili di Corby: se sono le donne a lottare in prima fila per difendere la salute dei loro figli, i loro mariti, per difendere il buon nome delle acciaierie che hanno offerto tanto bel lavoro in passato (e molti di essi, tra l’altro, sono impiegati nei lavori di smantellamento), abbandonano e contrastano la lotta.

E allora la serie TV bene ci mostra questa dialettica impari, questo campo di forze e di lotta fra deboli e forti. Ma se i forti hanno dalla loro parte le manipolazioni e le macchinazioni, i deboli hanno la volontà di resistere e allora le dinamiche si invertono. Sono deboli ma anche forti le donne di Corby nella loro tenacia resistente – soprattutto il personaggio di Susan, interpretato da Jodie Whittaker – una tenacia segnata da colori e luminosità che caratterizzano l’universo della working class. Lo spazio prediletto per portare avanti la lotta tramite riunioni con lo stesso avvocato è il pub (luogo inglese per eccellenza di socialità e discussioni), caratterizzato da colori vivaci e da canti e voci allegre: è questo lo spazio della working class e delle sue lotte e queste ultime avvengono anche tramite un importante filtro musicale. È la musica pop rock, di cui il film è disseminato, a costituire il Leitmotiv trainante della lotta al potere. Quest’ultimo, invece, è connotato da interni bui e silenziosi, rappresi nell’ordine fittizio che esso stesso vorrebbe imprimere ad ogni ambito sociale, incanalato nei suoi rituali e nelle sue pratiche ciniche. È una lotta pressoché tutta femminile quella raccontata da Toxic Town: le donne e le madri levano alte le loro grida contro le dinamiche imposte dal potere, mentre i maschi sembrano tacitamente sottovalutare l’orrore suscitato dalle pratiche di insabbiamento sopravvalutando, invece, i benefici che possono emergere da nuove prospettive di lavoro per la loro cittadina. Le donne, in quanto madri, sembrano essersi liberate gridando alto il loro diritto di esseri umani che vogliono far crescere al meglio i propri figli; gli uomini, invece, sembrano tetre marionette del lavoro e del capitale, piegati ai deliri di un partito laburista intriso di un populismo vuoto, pronti a chinare il capo in nome di lavoro e riqualificazione.

Che possa, la lotta delle madri di Corby raccontata dalla serie TV, contagiare la realtà e il nostro quotidiano, laddove le pratiche di insabbiamento, in materia di sostanze tossiche e nocive, sono all’ordine del giorno e dove ci sono sempre più marionette disposte a sacrificare la propria salute e quella delle nuove generazioni in nome di lavoro e riqualificazione (cioè malattie e morte), offerti con sempre più ciniche blandizie dal capitale.

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22/12/2024

L’ampliamento del porto di Genova per navi da crociera e portacontainer è un problema

Gli sversamenti di ghiaia necessari alla costruzione della diga foranea e i lavori di dragaggio per ampliare il Terminal Rinfuse preoccupano i pescatori e le organizzazioni ambientaliste. Il governo ha dato il via libera all’uso dei sedimenti per riempire i cassoni della diga, parlando di “sostenibilità ed economia circolare”. Mentre la Procura ipotizza lo smaltimento di fanghi potenzialmente tossici

A Genova le attività legate all’espansione del porto sollevano timori sul futuro della pesca e sui danni ambientali. In particolare, alcuni pescatori sono preoccupati per gli sversamenti di ghiaia necessari alla costruzione della diga foranea e per i lavori di dragaggio per ampliare il Terminal rinfuse (il gate di accesso per i prodotti alla rinfusa e non solo, che transitano da e per il Nord Italia, ndr). Questi interventi, che permetteranno l’ingresso di grandi navi da crociera e portacontainer, generano un massiccio movimento di sedimenti e causano acqua torbida e l’impoverimento dell’habitat marino.  

“I lavori della diga ci stanno creando tantissimi problemi già ora e chissà in futuro. Ci hanno tolto il tratto di mare da Cornigliano alla Foce, vitale per noi, soprattutto tra novembre e aprile, quando le barche pescano lungo il tratto riparato dalla diga”, spiega un membro della Cooperativa piccoli pescatori di Genova, che ha preferito rimanere anonimo, il cui mestiere gli è stato tramandato da quattro generazioni. Quando i pescherecci attraversano questa zona con gli strumenti accesi non trovano più traccia di pesce. “Ogni barca dà lavoro a quattro famiglie, e qui nel porto ce ne sono circa cento – spiega il pescatore –. Ma la condizione è desolante. Non sappiamo più dove gettare le reti”.

Numerose segnalazioni ricevute da Stefano Bigliazzi, presidente di Legambiente Genova, indicano l’allontanamento dei pesci dalle aree interessate dai lavori in corso. “Il movimento dei sedimenti in mare coinvolge un terreno vivo, che ospita cibo per molte specie marine – osserva Bigliazzi –. Quando i pesci abbandonano un’area, significa che la zona è diventata inospitale per la vita marina, segnale di una contaminazione che li tiene lontani”.

Per accogliere le grandi navi portacontainer al porto di Genova sono infatti in corso imponenti lavori, a partire dall’ampliamento del terminal Msc, che includono il tombamento delle darsene per aumentare la capacità del piazzale.

È giunta alle fasi finali la realizzazione delle prime 850 colonne sommerse della nuova diga foranea, con 370mila tonnellate di materiale posate sul fondo. Per consolidare l’area e per preparare lo spazio alla posa dei cassoni in cemento armato vengono utilizzate colonne di ghiaia infisse nel terreno argilloso, che formeranno la struttura della nuova diga. I dragaggi, necessari per garantire la profondità dei canali, sono essenziali per permettere l’accesso a queste navi di grandi dimensioni.  

A metà dicembre un operaio di 52 anni è morto al porto di Genova, schiacciato da due ralle. È stata aperta un’indagine per omicidio colposo

“I lavori sui fondali davanti al terminal Msc, anche se sono sedimenti fini e molto inquinanti di per sé e per legge sono da trattare in modo specifico, grazie a un decreto legge Salva-diga potranno essere usati per riempire le celle dei cassoni in cemento armato che costituiscono l’ossatura della diga”, spiega ad Altreconomia Piero Silva, ingegnere ed ex direttore tecnico del project management consulting della diga.

Silva sottolinea che “il dragaggio è una delle attività che provoca l’impatto ambientale più importante per la vita marina” poiché implica lo spostamento di grandi quantità di sedimenti per mantenere i fondali profondi. Questi sedimenti, una volta rimossi, restano in sospensione nell’acqua, creano torbidità e mettono a rischio l’habitat delle specie marine.

In passato, i materiali dragati venivano spesso scaricati in mare aperto senza misure di contenimento, con effetti nocivi per l’ecosistema marino. A Genova, non ci sono vasche di colmata (che servono per gestire elevati volumi di materiale di dragaggio), ma al loro posto ci sono delle fosse lungo le dighe che vengono utilizzate per versare il materiale dragato.  

“Questo metodo è molto più critico perché nelle fosse non c’è nessun contenimento, e si crea sicuramente torbidità – precisa l’ingegnere –. La fossa più utilizzata è il canale di calma tra la diga e l’aeroporto, un’area non navigabile e utilizzata per versarci i materiali dragati”.

Silva spiega che “il problema nell’utilizzare i cassoni della diga per contenere il materiale dragato è legato ai tempi”. Mentre il dragaggio, infatti, è un’attività molto rapida, in grado di movimentare anche 50mila-100mila metri cubi al giorno con macchine di grande capacità, “la costruzione e il posizionamento dei cassoni procede molto più lentamente”.  

Al momento, sono stati posizionati cinque cassoni, sui 105 totali necessari per completare la struttura della diga. E la fine dei lavori, fissata al 30 novembre 2026, è slittata al novembre 2027. Il progetto della nuova diga foranea prevede lo scarico in mare di circa sette milioni di tonnellate di roccia, con “un impatto considerevole: in questi sversamenti, circa il 10% (pari a circa 700mila tonnellate) è costituito da materiali fini che entrano in sospensione”.

Così, il 16 luglio 2024, la Regione Liguria ha bloccato il piano per riempire i cassoni della nuova diga con materiali di recupero e sedimenti provenienti dai dragaggi, a causa delle presunte elevate concentrazioni di inquinanti chimici nei sedimenti portuali e il rischio di gravi danni ambientali.

Nel frattempo, il 20 agosto 2024 la Procura di Genova ha avviato un’inchiesta sui presunti dragaggi illeciti in porto, ipotizzando reati come lo smaltimento illegale di circa 700mila metri cubi di fanghi, potenzialmente tossici, e violazioni ambientali a carico di otto indagati tra Regione e Autorità portuale.  

Il piano, elaborato con l’intento di utilizzare materiali di risulta prodotti sia dal cantiere della diga sia da altri lavori sul territorio, presenta però criticità secondo i tecnici. Per la Regione sono versabili nei cassoni solo materiali dalla classe A alla classe D. Una delle questioni principali riguarda quindi il trattamento dei fanghi più inquinanti, classificati come classe E: mentre il piano prevede di sversarli nei cassoni, la Regione e la stessa Autorità portuale sottolineano che andrebbero gestiti come rifiuti pericolosi.  

Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha dato il via libera all’uso dei sedimenti dei dragaggi e dei materiali provenienti da demolizioni e rocce da scavo di altri cantieri per riempire i cassoni della diga, tramite il decreto legge Ambiente sulle “politiche di sostenibilità ed economia circolare per le infrastrutture”. Questa norma, in vigore dal 17 ottobre 2024, consentirebbe di aggirare e semplificare le lunghe procedure per il trattamento di questi sedimenti. Tra i materiali previsti figura anche l’utilizzo di 220mila metri cubi di terre di risulta provenienti dagli scavi a Sestri Ponente, dove è in corso la realizzazione di un bacino per Fincantieri, destinati anch’essi ai cassoni.

Tuttavia, la Regione ha sollevato dubbi sulla “scarsamente indagata presenza di amianto e nichel in queste terre”. Ma per Bigliazzi il cuore della questione è “la salubrità e il rispetto del mare: una delle più belle e importanti ricchezze che Genova deve custodire”. 

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12/11/2024

Al via la Cop29, incognita Trump ma è tutto l’Occidente che diserta

Ha preso avvio ieri la Cop29, la conferenza internazionale che ogni anno dovrebbe riunire i vari governi per avanzare sugli obiettivi degli Accordi di Parigi e limitare l’innalzamento della temperatura globale a 1,5° rispetto all’età pre-industriale. Dovrebbe, perché il consesso di quest’anno palesa come le priorità di questa fase storica stanno cambiando.

Lasciamo da parte il luogo dell’evento: Baku, una delle capitali del petrolio mondiale. A tenere banco nei media nostrani è stata soprattutto la rielezione di Trump, dopo che alcune fonti del Wall Street Journal hanno rivelato che il tycoon sarebbe pronto a sfilarsi dagli impegni di Parigi il giorno stesso del suo insediamento.

Nonostante ciò, l’inviato della Casa Bianca, John Podesta, pur avendo riconosciuto che la prossima amministrazione USA “cercherà di cambiare direzione”, ha assicurato che la spinta che verrà dal basso obbligherà il governo a continuare l’azione contro la crisi climatica. Ma a quale comunità internazionale si stava rivolgendo?

I nomi che pesano in Occidente hanno disertato la conferenza: non ci sarà Biden, non ci saranno von der Leyen, Macron e Scholz, e mancherà anche il primo ministro dei Paesi Bassi Dick Schoof. Fuori dalla filiera euroatlantica, anche Putin e Lula (che però sembra abbia avuto problemi di salute) hanno deciso di non presenziare all’incontro di Baku.

Ma sono le assenze europee e statunitense che mettono una seria ipoteca sugli sforzi per combattere il disastro ambientale. La Cop29 è stata definita anche come “finance Cop”, perché in questa occasione verrà stabilito il New Collective Quantified Goal (NCQG), in pratica la quota di investimenti che dai paesi più industrializzati dovrebbero andare alla transizione ecologica.

L’obiettivo di 100 miliardi di dollari l’anno, fissato alla Cop del 2009 – per inciso, raggiunto solo nel 2022 –, andrà a scadenza nel 2025. Le nuove stime fatte dagli organi ONU prevedono la necessità di decuplicare lo sforzo: mille miliardi l’anno, e a decidere come ripartire l’onere dovrebbe essere la Cop.

Ovviamente, sono i paesi che più hanno inquinato storicamente che dovrebbero contribuire di più, considerato che sono quelli in via di sviluppo che spesso subiscono i danni maggiori del cambiamento climatico. Ma è difficile credere che oggi, in questo contesto di crisi, l’Occidente metta sul piatto centinaia di miliardi, soprattutto perché è dai centri finanziari che arriva il dietrofront sull’ambiente.

Secondo molti osservatori, chi potrebbe approfittarne dal punto di vista di immagine è la Cina, sulla carta inserita nei paesi sottosviluppati, ma che è ormai la seconda potenza globale: la sua industria verde è trainante a livello mondiale. Non sono in pochi a chiedere che Pechino contribuisca a una grossa fetta degli investimenti previsti.

In molti hanno criticato la scelta dell’inviato del Dragone di aprire la presenza alla Cop29 attaccando i dazi occidentali. Ma ci sono nomi illustri dell’accademia statunitense che ricordano come le politiche protezioniste euroatlantiche stanno creando un ostacolo serio all’unica possibilità che abbiamo di mettere una pezza sul collasso climatico.

Insomma, sembra che la conferenza di Baku stia subendo gli effetti della precipitazione della competizione globale verso l’orizzonte di guerra voluto dall’Occidente. Al punto che il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, uno dei paesi più esposti dal punto di vista ambientale, ha affermato che la riunione è “una perdita di tempo, andare non serve a niente”.

Commento decisamente netto, ma sicuramente esplicativo di quello che ci si può aspettare dalla Cop29.

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22/09/2024

L’impero siderurgico Arvedi, da Cremona a Terni. Tra inquinamento e proteste


Gli impianti insistono in zone già duramente provate dagli impatti ambientali e non solo, con una situazione sanitaria critica. Il nostro viaggio dalla Lombardia all’Umbria, incontrando residenti, medici e ambientalisti, che denunciano da anni situazioni ormai insostenibili. Tra gli ultimi sviluppi, il caso delle scorie radioattive inviate in Sardegna

Il Gruppo Arvedi, colosso italiano della siderurgia, produce e trasforma oltre cinque milioni di tonnellate l’anno di acciaio e nel 2023 ha registrato un fatturato di sette miliardi di euro. Nonostante utilizzi solo forni elettrici e non altoforni a carbone (come l’Ilva di Taranto), le criticità ambientali lamentate da chi vive vicino ai suoi impianti, a Cremona come a Terni, sono numerose.

Il nostro viaggio inizia proprio dall’acciaieria cremonese, che si sviluppa tra Spinadesco e la frazione di Cavatigozzi (CR), lungo la riva sinistra del canale Pizzighettone. Nella città del violino occuparsi in modo critico dell’acciaieria non è semplice. Il magnate Giovanni Arvedi, con un patrimonio personale stimato in 1,8 miliardi di euro, supporta il museo del violino, la squadra di calcio della Cremonese (42 milioni di euro nel 2023), le squadre di atletica e ciclismo, l’Università del Sacro Cuore e l’ateneo Santa Monica, sua è la casa di riposo “Giovanni e Luciana Arvedi”, senza dimenticare i giornali locali e la tv locale Cremona 1.

“Iniziammo con una petizione firmata nel 2004 da 96 persone residenti per chiedere al sindaco di Cremona se tra i rifiuti e le polveri prodotte dall’acciaieria fosse presente anche la diossina – ricordano alcuni ex residenti di Cavatigozzi –. Dopo poche settimane ci trovammo a casa lettere di diffida e pretese di scusa dal pool di avvocati di Arvedi. Molti si spaventarono, pochi di noi andarono avanti, con ricorsi contro l’ampliamento dell’acciaieria e contro la nuova discarica”.

A settembre 2019 dopo il terzo incidente in pochi mesi, il sindacato UGL attaccò duramente l’azienda per mancanza di sicurezza, lamentando che “chi tenta di far uscire una piccola parola viene immediatamente licenziato”.

A Cavatigozzi, a poche centinaia di metri dalle prime case, sorge una discarica di rottami a cielo aperto, autorizzata nel 2020. “In realtà l’autorizzazione era per un deposito temporaneo coperto ma da allora ha sempre lavorato in deroga – dice Paolo Galante, ex residente della zona che non abita più lì per disperazione –. Ogni giorno polvere, rumori, e paura di ammalarsi. Arvedi si era impegnato a ricoprire il deposito ma non l’ha mai fatto. Dopo anni di proteste inascoltate, chi poteva se n’è andato”.

A Crotta d’Adda, a otto chilometri dell’acciaieria di Cremona, sulla sponda del Canale e a poche centinaia di metri dalle anse dell’Adda, sorge un’altra grande discarica a cielo aperto di 86.900 metri quadrati e oltre un milione di metri cubi di scorie dell’acciaieria, vicino a campi coltivati e allevamenti.

A maggio 2024 otto container su venti, provenienti dalla Arvedi di Cremona, avviati allo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, sono stati bloccati nel porto di Cagliari per la presenza di cesio-137, una sostanza radioattiva. Stando alle dichiarazioni ufficiali, il portale radiometrico per i materiali in ingresso all’acciaieria aveva sempre funzionato regolarmente e non aveva mai rilevato alcuna radioattività.

“I materiali radioattivi in entrata sono schermati in contenitori a parete di piombo –spiega Edoardo Bai, medico di Isde, Medici per l’Ambiente –. Ma nei forni il piombo fonde. Per questo, fin dal 1997 in Regione Lombardia vige un’ordinanza che impone che i controlli radiometrici vengano effettuati anche in uscita dallo stabilimento. Arvedi ha fatto questi controlli anche in uscita?”.

Varie interrogazioni regionali e comunali hanno cercato di far luce sull’evento. “Se questi container torneranno a Cremona, dove saranno stoccati? – si domanda Paola Tacchini, consigliera comunale del Movimento 5 Stelle –. E perché l’Osservatorio attività metallurgiche creato anni fa, che riuniva vari soggetti, comitati compresi, non si è più riunito?”.

Ezio Corradi, storico attivista ambientale, ricorda di aver segnalato camion scoperti e fumanti sul percorso dall’acciaieria ai siti di stoccaggio. “Quale sarà il livello di contaminazione dei terreni tutt’intorno l’acciaieria?”, incalza. Intanto pende la richiesta per una nuova discarica di scorie (non pericolose) poco lontano, nell’ex cava di Grumello, dove dal 2010 al 2013 furono illegalmente smaltiti rifiuti edili dal precedente proprietario. “Siamo già pieni di discariche, polveri e inquinamento, non si può più aggiungere altro”, protestano esasperati i residenti.

Cremona anche quest’anno si conferma la città più inquinata d’Italia e tra le peggiori in Europa, secondo i dati dell’Agenzia europea dell’ambiente (2024), per le numerose fonti emissive. All’acciaieria, infatti, si aggiunge l’inceneritore di rifiuti, le centrali a biomassa, l’autostrada, e altro ancora.

Uno studio epidemiologico preliminare nel 2019 firmato dal dottor Paolo Ricci, responsabile dell’Osservatorio epidemiologico della Ats Val Padana, aveva evidenziato un’incidenza di patologie respiratorie del 13 per cento più alta a Cremona rispetto ad altri Comuni della zona meno esposti, un eccesso di mortalità per il tumore del polmone del 17 per cento, e un eccesso del 23 per cento di casi di leucemia. Lo studio epidemiologico doveva andare avanti, per trovare la connessione tra malattie e inquinanti e accertare le cause di tanti tumori, ma venne bloccato e Paolo Ricci andò in pensione anticipata.

La seconda fase dello studio epidemiologico resa pubblica nell’ottobre 2023 dalla Ats Val padana ha messo in evidenza l’aumento dell’asma tra i bambini tra i sei e gli undici anni nel decennio 2010-2019. Secondo Ricci, però, “l’obiettivo originario dell’indagine epidemiologica, cioè la valutazione di impatto sanitario delle emissioni industriali, è purtroppo uscito dall’orizzonte del nuovo studio, che non ha identificato l’area di ricaduta delle principali emissioni industriali, né quantificato il peso della esposizione aggiuntiva di chi vive nella zona industriale rispetto all’inquinamento di fondo della Val Padana”.

Nel 2022 l’impero di Arvedi ha raggiunto anche Terni, rilevando l’85% dell’acciaieria Ast (Acciai speciali di Terni) dalla ThyssenKrupp. Nei quartieri di Prisciano e Borgo Bovio una coltre di pulviscolo bianco, aggressivo e corrosivo, ricopre ogni cosa. Anche gli alberi sono bianchi e svettano scheletrici ai lati della strada. Dalle scale alle auto, dai cartelli stradali alle siepi: “L’acqua non lava questa polvere, solo con l’acido se ne va. Qui da noi è perfino impossibile installare pannelli fotovoltaici, dopo poco sono oscurati dalla polvere e non funzionano più”.

Dal 2016 a Prisciano c’è il divieto di coltivare e di allevare animali all’aperto. “Questa polvere è causata dal processo di ‘scorificazione’ che consiste nel gettare calce sopra l’acciaio fuso per assorbire le impurità, la calce liquida ricca di impurità viene quindi portata nella rampa scorie e buttata per terra, così si crea una corrente ascensionale che raffreddandosi genera nuvole di polvere basica e ricca di metalli pesanti, tra cui nichel e cromo, che trasportata dai venti ricade sulle abitazioni. Questo avviene circa una volta all’ora”, spiega un ex dipendente.

L’ex assessore all’Ambiente del Comune di Terni, Mascia Aniello (Alternativa Popolare), dimessasi nel giugno 2024, ha presentato vari esposti alla magistratura e non usa mezzi termini: “È un sistema inaccettabile e Arvedi è l’ennesima multinazionale, dopo ThyssenKrupp, che si stabilisce nel nostro territorio già martoriato. Oltre alle polveri bianche che cadono dal cielo, a terra ci sono 330mila metri quadrati di discariche asservite al siderurgico, con colline artificiali alte 80 metri e valutazioni di impatto ambientale vecchie di vent’anni. Nei decenni sono state interrate scorie e fanghi tossici, contaminate le falde con metalli pesanti e cromo esavalente. Siamo un’area Sin mai bonificata. Mi sono dimessa opponendomi a una nuova ennesima discarica”.

Nel frattempo, a marzo 2024 si è costituito il comitato dei cittadini di Prisciano. “Secondo la stessa Arpa – spiegano – le emissioni di nichel nell’aria sono raddoppiate negli ultimi tre anni. A questo si aggiunge un odore acre e sgradevole, di plastica bruciata, che deriva, su ammissione dei dirigenti Ast, dagli pneumatici dei mezzi che passano sopra le scorie in raffreddamento. Chiediamo centraline per rilevare diossina e altri inquinanti ma le risposte sono insoddisfacenti”.

Anche le misure tampone prescritte nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), cioè bagnare i piazzali e le strade, non ottengono i risultati sperati. “Da anni siamo sepolti dalle polveri e la terra trema sotto ai nostri piedi, a causa della triturazione delle scorie nere (destinate ad essere riutilizzate da aziende di calcestruzzo, ndr) – sospira un’anziana signora che abita vicino all’acciaieria, mostrando la sua casa piena di crepe –. Non si può più vivere così”.

Nella Conca ternana come a Cremona la situazione sanitaria è critica. Il rapporto Sentieri 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità aveva evidenziato la presenza di un eccesso di tumori tra bambini e giovani e un eccesso di mortalità nella popolazione in tutta la Conca rispetto al resto dell’Umbria.

I cittadini chiedono ora uno studio che approfondisca la correlazione tra emissioni dell’impianto siderurgico e le malattie dei quartieri più esposti. Nel frattempo Arvedi-Ast ha annunciato che entro agosto 2025 saranno costruiti capannoni dove confinare le scorie bianche, promettendo così di ridurre le emissioni delle polveri e del nichel del 30%. Ma secondo Mascia Aniello non può essere sufficiente: “Parte della produzione deve essere sospesa, questo territorio ha già dato”.

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