Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
23/02/2026
26/07/2025
Fuori la guerra dalla città di Genova!
In una piazza gremita abbiamo portato a conoscenza dei presenti che l’idea del governo centrale e della giunta regionale sulla duplice natura della nuova diga foranea (uso civile e uso militare), non è un semplice esacamotage per ottenere finanziamenti per l’opera, ma si inserisce in un quadro inquietante relativo ai sempre più forti venti di guerra che soffiano in Occidente, in Italia e anche nel nostro territorio.
Gli interventi, con l’apertura della portavoce di PAP Marta Collot a nome del Coordinamento, di esperti di portualità e logistica come Riccardo Degli Innocenti, di Luca Recla per USB Ricerca e di Josè Nivoi per USB Porti hanno descritto il quadro della situazione.
Dall’inutilità dell’opera anche a livello strettamente commerciale (i traffici del porto sono in diminuzione costante da anni), all’impatto ambientale, ai rischi sulla sicurezza che hanno portato, negli scorsi mesi a dimissioni anche all’interno della direzione tecnica del progetto. Senza trascurare l’esorbitante impatto economico di un’opera i cui costi sono in aumento e tutti a carico della collettività, mentre per i costruttori, ogni ritardo e criticità realizztiva che ermrge è una opportunità di ulteriore guadagno.
Ma è sull’uso bellico che si è concentrata l’attenzione. Abbiamo messo in evidenza che l’uso militare della nuova diga si configura all’interno di un allargamento dell’utilizzo militare dei porti, che interessa vari scali in tutta Europa (Anversa, Rotterdam, Amburgo). Di particolare interesse anche il fatto che, la destinazione d’uso anche militare della diga foranea, trasformerà totalmente il porto e che i soggetti finanziatori della nuova infrastruttura, avranno voce diretta in capitolo nella gestione delle attività portuali.
Come Coordinamento “Disarmiamoli” siamo giunti a questa assemblea con alle spalle anni di mobilitazioni contro i traffici di armi nel Porto di Genova, a opera del CALP e di USB Porti. Mobilitazioni che hanno spostato decisamente l’attenzione su questi temi e che hanno condotto alla creazione di un coordinamento internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi.
Abbiamo quindi la possibilità di intervenire nel dibattito cittadino in base a un lavoro politico, sindacale e militante costante e coerente oramai riconosciuto da tutti. Anche, almeno a parole, dalla nuova giunta comunale di centro sinistra che nei giorni precedenti ha chiamato i lavoratori di USB del Porto di Genova, dimostrando attenzione per le mobilitazioni e il lavoro fatto.
Lo riteniamo un fatto positivo, raggiunto con le dure lotte di questi anni, ma su questo servono prese di posizione concrete e tangibili, non solo parole. In merito non faremo sconti a nessuno, come sempre. L’assemblea, seguita con grande attenzione dai presenti, è per noi un primo passo, in preparazione delle lotte di settembre, in cui occorrerà che il futuro della città di Genova sia al centro delle nostre attenzioni.
Un futuro in cui non ci sia spazio per i traffici di morte, per opere inutili. Una città di pace che lavori per il bene comune, per i servizi sociali, per i servizi alla comunità e non solo per pochi padroni. Come ben ribadito in tutti gli interventi non è una lotta di pochi, ma una questione che riguarda il futuro di tutti, in particolare per le nuove generazioni come ricordato dagli applauditi interventi di OSA e Cambiare Rotta.
In attesa di riconvocarci per settembre, lanceremo da subito una petizione cittadina contro l’uso militare della nuova diga. Continueremo a monitorare e ad intervenire in caso di transiti di materiale mlitare pronti, come sempre, ad intervenire e a coordinarci con i lavoratori portuali a livello internazionale.
La lotta contro la guerra, contro i massacri e i genocidi, contro l’imperialismo dell’Occidente, contro la NATO, si salda con la lotta per una città sicura, una città solidale, una città che deve combattere per i più deboli, per le fasce popolari e non per pochi padroni spalleggiati da una classe politica indecente.
Fonte
24/07/2025
Genova nel mirino
Carlo De Simone, sub-commissario alla realizzazione della nuova diga foranea di Genova, ai microfoni di Primocanale conferma che l’infrastruttura è “dual use” perché funzionale allo sbarco su larga scala di uomini, mezzi ed equipaggiamento militare in caso di guerra.
Pochi giorni dopo, il viceministro del MIT Rixi, dichiara a Repubblica che il Governo Meloni sta valutando di classificare come dual use anche i bacini di carenaggio.
Non è solo una furbata contabile
Le dichiarazioni di De Simone e Rixi potrebbero apparire come l’ennesima furbata del Governo Meloni per allungare la coperta delle spese militari in ossequio al raggiungimento del famigerato 5 per cento di PIL in spese militari diviso in:
- un 3,5% da spendere in armi prettamente dette (carri armati, missili, aerei ecc.);
- un 1,5% da spendere in infrastrutture, come la nuova diga di Genova.
Non è un esercizio di stile ricordare che larga parte dei principi e della tecnica che determina la logistica contemporanea – quella che porta nelle nostre case un manufatto prodotto in Cina, acquistato su Amazon e transitato dal Mar cinese al Mediterraneo via canale di Suez – deriva dalle “sfide” poste dai grandi conflitti del ‘900 alla movimentazione di colossali quantità di uomini e materiale bellico.
Il caso emerso con la nuova diga di Genova in questo senso è da manuale.
La diga – ammesso e non concesso che sia effettivamente realizzabile e completata nei tempi previsti – consentendo al porto di accogliere le portacontainer di maggior pescaggio, identificherebbe Genova come zona di sbarco ideale per uomini e mezzi pesanti NATO da schierare nell’Europa centro-orientale per fronteggiare una fantomatica invasione russa.
Invasione che le classi dirigenti economiche e politiche europee, più che temere, ormai sembrano auspicare.
Il corridoio Sud – Nord
Lo schema logistico è presto delineato:
- cargo e navi militari, grazie alla nuova diga, sbarcano nel porto di Genova soldati e armamenti in quantità;
- questi, tramite i ripristinati collegamenti ferroviari diretti con le banchine portuali, affluiscono nel retroporto Campasso (sotto al Ponte San Giorgio) dove sono stivati su treni merci da 750m di lunghezza e, via Terzo Valico, raggiungono celermente l’alessandrino;
- giunti in Pianura Padana soldati e armi prendono definitivamente la via del fronte, imboccando il cosiddetto “corridoio Mediterraneo” o terzo asse del sistema di reti transeuropee di trasporto, quello in cui è collocato il TAV/TAC Lione-Torino.
Peraltro, l’identificazione della nuova diga foranea come infrastruttura di valenza anche militare, colloca la Superba quale saliente di sempre più probabili proiezioni di forze NATO/UE in tutto il cosiddetto “Mediterraneo allargato” – dall’Africa del Nord e sahariana all’Oceano Indiano, passando per il Vicino Oriente –.
Il percorso sarebbe quello precedentemente descritto, ma a senso inverso, e avrebbe come perno la Germania, già sede del Comando Militare statunitense per l’Europa.
Genova al vertice della tensione
A questo punto è evidente come il modello di sviluppo che la città ha subito negli ultimi 30 anni:
- deindustrializzazione forzata che ha risparmiato soltanto il complesso industriale bellico (Leonardo, Piaggio Aero/Baykar) e cantieristico “dual use” (Fincantieri);
- espansione bulimica delle infrastrutture logistiche;
Diventa quindi fondamentale espandere nel modo più ampio la consapevolezza verso questa situazione, per costruire l’opposizione a politiche economiche ed internazionali che ci stanno portando ad avere un mirino, reale, puntato direttamente sulle nostre teste.
Genova City Strike – Rete dei Comunisti Genova
Fonte
12/07/2025
Dual use: porti per la guerra?
Cioè avrà un doppio scopo, da un lato quello dei traffici mercantili, dall’altro servirà per favorire gli attracchi militari, i traffici di armi, gli spostamenti di truppe in collegamento con la NATO. Per De Simone, per il governo e per i politici locali, immaginiamo che sarà una buona idea: si possono usare i fondi per il riarmo europeo, progetto che l’Italia e il Governo Meloni hanno accolto con giubilo.
A Genova i portuali di USB e del CALP, le navi che trasportano mezzi e armi militari, normalmente le bloccano. In più, nei mesi scorsi hanno anche lavorato per una rete di lavoratori dei porti in Europa e in altre parti del mondo che si coordinano tra loro per bloccarle. Si tratta di una lotta contro la guerra che parte dal basso e che ha grande sostegno popolare ma qualche problemino ai trafficanti di morte, ai governi che compiono genocidi come quello sionista, alla NATO, all’Unione Europea e al nostro governo, effettivamente lo crea.
Oggi ci ritroviamo una infrastruttura che servirà anche per quello.
Farà il paio con la prevista iniziativa governativa che vuole inserire il commercio di armi tra i beni essenziali, esattamente come il pane, il latte, le medicine, i servizi ospedalieri. Il tutto è ovviamente ridicolo e serve solo per proibire gli scioperi, per spingere verso la guerra.
Ovviamente come Potere al Popolo siamo sempre stati al fianco dei lavoratori portuali che bloccano l’invio delle armi. Lo siamo stati dall’inizio e lo saremo sempre. Aspettiamo ovviamente anche l’intervento di chi, apparentemente e a parole, si schiera contro il riarmo europeo, vedremo se alle parole seguiranno i fatti. Il porto di Genova come hub militare della NATO per la guerra non può passare senza nemmeno una presa di posizione, se non altro per le ricadute sulla sicurezza in città.
Ovviamente, una presa di posizione concreta contro la guerra da parte della nuova giunta comunale è auspicabile.
Da parte nostra, in ogni caso, non ci faremo certo intimidire e continueremo a lottare contro i traffici di morte, contro le guerre di un occidente sempre più aggressivo e complice di massacri in giro per il mondo.
Per la pace, contro il riarmo europeo.
Non un passo indietro!
Fonte
11/05/2025
Rixi e Bucci falliti come i cassoni della diga
Per soddisfare il monarca Aponte, dal quale a Ginevra nel 2017 erano andati insieme come uno stuolo di vassalli devoti, promettendogli tutto il possibile anche a nome del Governo nazionale, compresa ovviamente la nuova diga di fronte al terminal Bettolo di MSC per consentirne la maggiore agibilità. Una promessa che siccome tarda a realizzarsi, Aponte fa pagare al porto utilizzando il terminal nemmeno al 20% della sua capacità senza che Palazzo San Giorgio abbia niente da eccepire.
Per soddisfare l’amico Salini principale azionista di WeBuild, a cui si sono subito anticipati 253 milioni per le sue esigenze finanziarie di gruppo e non certo per quelle operative di impresa; infatti, siamo al 2,5% del cronoprogramma ma WeBuild ha già intascato il 30%. Addirittura, a tutela di WeBuild è stato inserito da Signorini nel contratto che gli “imprevisti” saranno a carico del committente pubblico. Quello che sta appunto accadendo, con ottima soddisfazione di WeBuild che, come previsto, vede progressivamente aumentare il suo budget, i suoi ricavi e i suoi profitti.
Per soddisfare il sodale Spinelli, e di riflesso i vizi del suo compare Signorini, fedelissimo di Toti e raccomandato da Bucci, per cui occorreva dichiarare un termine temporale di riferimento della nuova diga per favorire la vendita, con una ricchissima plusvalenza, delle quote societarie a Hapag Lloyd. Per soddisfare Bucci e la sua inesauribile boria di fare credere di essere l’uomo della provvidenza, capace di costruire una diga in mare aperto di oltre 6km a 40-50mt di profondità su fondo limaccioso a spese del pubblico, così come ha ricostruito un ponte metallico prefabbricato di 1km a 40mt di altezza sul greto secco di un torrente a spese del privato. Una madornale presunzione da manager millantatore, ma solo perché gode del favore “pubblico” perché degli azionisti privati lo avrebbero già cacciato a calci nel sedere (basta immaginare che fine farebbe con una Autorità portuale trasformata in società di capitali!). Ma il supercommissario Bucci non riesce più a mistificare la sua incapacità (o peggio) neanche con le dichiarazioni di scherno rivolte alle opposizioni ogni qualvolta è costretto a rifugiarsi in reticenze e falsità sull’avanzamento dei lavori.
Ora, con questa intervista del Secolo XIX a Rixi, si scopre che, dopo avere già accumulato un ritardo di un anno e mezzo dei 4 previsti, i 7 cassoni della diga (dei 93 totali!) appena collocati andranno rifatti perché costruiti male e difettosi (la mescola del calcestruzzo è sbagliata, ma i cassoni sono fatti solamente di calcestruzzo!). Saranno rifatti naturalmente a spese dello stato, senza che Rixi neanche sollevi il problema della responsabilità tecnica e produttiva dell’appaltatore (chi ha sbagliato la mescola?). Con ciò, altre centinaia di milioni saranno dati in aumento all’appalto di WeBuild e soci, come volevasi dimostrare. Infine, Rixi ha ammesso che il motivo degli extracosti è l’aumento della profondità dei pali di sostegno (da 6 a 12 mt, il doppio!), dovuto alla presenza dello spessore di limo sul fondale, rivelato a suo tempo dal progettista Ing.Piero Silva costretto alle dimissioni per l’onestà professionale di questa sua denuncia.
Pertanto, i tempi si allungheranno? Ma no, risponde Rixi. Mai come ora siamo andati spediti! Il giovanotto, senza arte né parte, che ha fatto carriera politica berciando slogan xenofobi contro nomadi ed extracomunitari, ora approdato alla soglia del Ministero a gestire miliardi di opere pubbliche strategiche, pensa di cavarsela così. Cambiando la mescola dei cassoni, coi soldi del “popolo bue”.
A meno che non si scopra molto presto che il problema non è la mescola (la cui formula non è affatto difficile da realizzare) ma come è verosimile il cedimento del fondale. Allora sì che non basteranno nemmeno i soldi del "popolo bue" e Rixi e Bucci se ne andranno ignobilmente a casa.
Fonte
22/12/2024
L’ampliamento del porto di Genova per navi da crociera e portacontainer è un problema
Gli sversamenti di ghiaia necessari alla costruzione della diga foranea e
i lavori di dragaggio per ampliare il Terminal Rinfuse preoccupano i
pescatori e le organizzazioni ambientaliste. Il governo ha dato il via
libera all’uso dei sedimenti per riempire i cassoni della diga, parlando
di “sostenibilità ed economia circolare”. Mentre la Procura ipotizza lo
smaltimento di fanghi potenzialmente tossici
A Genova le attività legate all’espansione del porto sollevano timori sul futuro della pesca e sui danni ambientali. In particolare, alcuni pescatori sono preoccupati per gli sversamenti di ghiaia necessari alla costruzione della diga foranea e per i lavori di dragaggio per ampliare il Terminal rinfuse (il gate di accesso per i prodotti alla rinfusa e non solo, che transitano da e per il Nord Italia, ndr). Questi interventi, che permetteranno l’ingresso di grandi navi da crociera e portacontainer, generano un massiccio movimento di sedimenti e causano acqua torbida e l’impoverimento dell’habitat marino.
“I lavori della diga ci stanno creando tantissimi problemi già ora e chissà in futuro. Ci hanno tolto il tratto di mare da Cornigliano alla Foce, vitale per noi, soprattutto tra novembre e aprile, quando le barche pescano lungo il tratto riparato dalla diga”, spiega un membro della Cooperativa piccoli pescatori di Genova, che ha preferito rimanere anonimo, il cui mestiere gli è stato tramandato da quattro generazioni. Quando i pescherecci attraversano questa zona con gli strumenti accesi non trovano più traccia di pesce. “Ogni barca dà lavoro a quattro famiglie, e qui nel porto ce ne sono circa cento – spiega il pescatore –. Ma la condizione è desolante. Non sappiamo più dove gettare le reti”.
Numerose segnalazioni ricevute da Stefano
Bigliazzi, presidente di Legambiente Genova, indicano l’allontanamento
dei pesci dalle aree interessate dai lavori in corso. “Il movimento dei
sedimenti in mare coinvolge un terreno vivo, che ospita cibo per molte
specie marine – osserva Bigliazzi –. Quando i pesci abbandonano un’area,
significa che la zona è diventata inospitale per la vita marina, segnale
di una contaminazione che li tiene lontani”.
Per accogliere le grandi navi portacontainer al porto di Genova sono infatti in corso imponenti lavori, a partire dall’ampliamento del terminal Msc, che includono il tombamento delle darsene per aumentare la capacità del piazzale.
È giunta alle fasi finali la realizzazione delle prime 850 colonne sommerse della nuova diga foranea, con 370mila tonnellate di materiale posate sul fondo. Per consolidare l’area e per preparare lo spazio alla posa dei cassoni in cemento armato vengono utilizzate colonne di ghiaia infisse nel terreno argilloso, che formeranno la struttura della nuova diga. I dragaggi, necessari per garantire la profondità dei canali, sono essenziali per permettere l’accesso a queste navi di grandi dimensioni.
A metà dicembre un operaio di 52 anni è morto al porto di Genova, schiacciato da due ralle. È stata aperta un’indagine per omicidio colposo
“I lavori sui fondali davanti al terminal Msc, anche se sono sedimenti fini e molto inquinanti di per sé e per legge sono da trattare in modo specifico, grazie a un decreto legge Salva-diga potranno essere usati per riempire le celle dei cassoni in cemento armato che costituiscono l’ossatura della diga”, spiega ad Altreconomia Piero Silva, ingegnere ed ex direttore tecnico del project management consulting della diga.
Silva sottolinea che “il dragaggio è una delle attività che provoca l’impatto ambientale più importante per la vita marina” poiché implica lo spostamento di grandi quantità di sedimenti per mantenere i fondali profondi. Questi sedimenti, una volta rimossi, restano in sospensione nell’acqua, creano torbidità e mettono a rischio l’habitat delle specie marine.
In passato, i materiali dragati venivano spesso scaricati in mare aperto senza misure di contenimento, con effetti nocivi per l’ecosistema marino. A Genova, non ci sono vasche di colmata (che servono per gestire elevati volumi di materiale di dragaggio), ma al loro posto ci sono delle fosse lungo le dighe che vengono utilizzate per versare il materiale dragato.
“Questo metodo è molto più critico perché nelle fosse non c’è nessun contenimento, e si crea sicuramente torbidità – precisa l’ingegnere –. La fossa più utilizzata è il canale di calma tra la diga e l’aeroporto, un’area non navigabile e utilizzata per versarci i materiali dragati”.
Silva spiega che “il problema nell’utilizzare i cassoni della diga per contenere il materiale dragato è legato ai tempi”. Mentre il dragaggio, infatti, è un’attività molto rapida, in grado di movimentare anche 50mila-100mila metri cubi al giorno con macchine di grande capacità, “la costruzione e il posizionamento dei cassoni procede molto più lentamente”.
Al momento, sono stati posizionati cinque
cassoni, sui 105 totali necessari per completare la struttura della
diga. E la fine dei lavori, fissata al 30 novembre 2026, è slittata al
novembre 2027. Il progetto della nuova diga foranea prevede lo scarico
in mare di circa sette milioni di tonnellate di roccia, con “un impatto
considerevole: in questi sversamenti, circa il 10% (pari a circa 700mila
tonnellate) è costituito da materiali fini che entrano in sospensione”.
Così, il 16 luglio 2024, la Regione Liguria ha bloccato il piano per riempire i cassoni della nuova diga con materiali di recupero e sedimenti provenienti dai dragaggi, a causa delle presunte elevate concentrazioni di inquinanti chimici nei sedimenti portuali e il rischio di gravi danni ambientali.
Nel frattempo, il 20 agosto 2024 la Procura di Genova ha avviato un’inchiesta sui presunti dragaggi illeciti in porto, ipotizzando reati come lo smaltimento illegale di circa 700mila metri cubi di fanghi, potenzialmente tossici, e violazioni ambientali a carico di otto indagati tra Regione e Autorità portuale.
Il piano, elaborato con l’intento di utilizzare materiali di risulta prodotti sia dal cantiere della diga sia da altri lavori sul territorio, presenta però criticità secondo i tecnici. Per la Regione sono versabili nei cassoni solo materiali dalla classe A alla classe D. Una delle questioni principali riguarda quindi il trattamento dei fanghi più inquinanti, classificati come classe E: mentre il piano prevede di sversarli nei cassoni, la Regione e la stessa Autorità portuale sottolineano che andrebbero gestiti come rifiuti pericolosi.
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha dato il via libera all’uso dei sedimenti dei dragaggi e dei materiali provenienti da demolizioni e rocce da scavo di altri cantieri per riempire i cassoni della diga, tramite il decreto legge Ambiente sulle “politiche di sostenibilità ed economia circolare per le infrastrutture”. Questa norma, in vigore dal 17 ottobre 2024, consentirebbe di aggirare e semplificare le lunghe procedure per il trattamento di questi sedimenti. Tra i materiali previsti figura anche l’utilizzo di 220mila metri cubi di terre di risulta provenienti dagli scavi a Sestri Ponente, dove è in corso la realizzazione di un bacino per Fincantieri, destinati anch’essi ai cassoni.
Tuttavia, la Regione ha sollevato dubbi sulla “scarsamente indagata presenza di amianto e nichel in queste terre”. Ma per Bigliazzi il cuore della questione è “la salubrità e il rispetto del mare: una delle più belle e importanti ricchezze che Genova deve custodire”.
25/05/2024
“Non demolire la vecchia diga di Genova prima che la nuova subisca una forte mareggiata”
“L’opera ha un valore complessivo di 1,3 miliardi di euro ed è finanziata per 1,223 miliardi con fondi statali tra cui Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari, Fondo Infrastrutture e legge n.56 del 2024. La differenza, pari a 77 milioni di euro, viene coperta col Disegno di Legge 179 con 57 milioni a carico della Regione Liguria e 20 milioni a carico dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale” ha spiegato una nota della Regione Liguria.
I dubbi relativamente all’esito di un voto che meno di un mese fa sarebbe stato scontato sono emersi nelle ultime due settimane, sulla scorta dell’inchiesta che ha portato alle misure cautelari a carico, fra gli altri, del presidente della regione Giovanni Toti e dell’ex presidente dell’Adsp del mar Ligure Occidentale e commissario straordinario per la diga Paolo Emilio Signorini.
A gettar benzina sul fuoco, inoltre, due note, redatte a cavallo dei fermi e rivelate da Il Secolo XIX, che il direttore dei lavori e il responsabile unico del procedimento (Giuseppe Galluzzo e Marco Vaccari) per l’appalto hanno mandato a Pergenova Breakwater, il consorzio appaltatore della prima fase (950 milioni di euro) guidato da Webuild.
Vi si lamenta perentoriamente e diffusamente una “fortissima preoccupazione” per il ritardo dei lavori e si richiama la responsabilità di Webuild nella decisione di procedere venerdì alla posa del primo dei 97 cassoni della diga (i blocchi di cemento dai 18 ai 34 metri di altezza che, poggiati sullo scanno di rocce, ne costituiscono la struttura portante e che diverranno 105 se sarà approvata la variante per l’accorpamento delle due fasi) senza prima aver concluso i test (“campi prova”) di tenuta geotecnica dei fondali.
Webuild non ha commentato ufficialmente ma ha circolato alle agenzie alcune informazioni che ufficialmente nulla smentiscono ma tentano di gettare acqua. Si segnala ad esempio la realizzazione di 3.800 colonne di ghiaia (propedeutiche al consolidamento del terreno) senza dire che ne sono previste oltre 70mila.
Il sindaco di Genova Marco Bucci, attuale commissario all’opera, ha invece derubricato a “consueta dinamica di discussione tra appaltante e impresa esecutrice” e di “ricostruzioni dei fatti sostanzialmente sbagliate” pur dicendosi “confidente che si possa recuperare il tempo perso” e che il Consiglio regionale voterà per il finanziamento alla fase due dell’opera (cosa oggi in effetti avvenuta).
Del resto la firma delle due note non è indifferente e pare segnare un ripensamento nei rapporti fra Adsp (stazione appaltante) e struttura commissariale, finora imperniati sulla piena uniformità di vedute. Galluzzo è infatti colui che Rina Consulting chiamò al posto di Piero Silva quando quest’ultimo, due anni fa, si dimise per il diniego di Signorini e Bucci di ascoltarne l’allarme su tempi e fattibilità geotecnica del progetto.
In vista dell’imminente posa del primo cassone in assenza di garanzie geotecniche (un’apposita celebrazione è prevista per venerdì 24 maggio) torna a pronunciarsi Piero Silva con questa intervista rilasciata a SHIPPING ITALY.
Cosa ne pensa Ing. Silva della posa del primo cassone, ora che l’Autorità portuale ha ammesso avverrà senza aver completato i test di tenuta dei fondali?
“La situazione è preoccupante. Malgrado gli innumerevoli segnali di problemi, si continua a non mettere le carte sul tavolo e a giocare col fuoco. Mai e poi mai si inizia a costruire un’opera marittima senza aver concluso positivamente le verifiche geotecniche.”
Cosa si rischia per l’instabilità dei fondali?
“Il collasso geotecnico: il crollo cioè dell’opera, che rischia di provocare un’onda lunga (dell’ordine dei 150 secondi) con conseguenze potenzialmente devastanti. Ci sono casi noti in letteratura, in primis quelli di Nizza del 1979, che fece anche diverse vittime, o Sibari nel 1977, il cui piccolo scalo fu fortemente danneggiato. Figurarsi cosa accadrebbe nel primo porto italiano.”
Uno scenario e un rischio in qualche modo ancora evitabile?
“Se proprio non ci si vuole fermare e ripensare il progetto, il minimo è evitare di demolire la diga vecchia prima che la nuova non sia sottoposta a una mareggiata importante, il più valido dei test. Ma è chiaro che si tratterebbe d’un ripiego, che non risolve il rischio di realizzare un’opera costosissima, inutile e con tempi molto più lunghi di quelli che si propagandano.”
Si potrebbe invece ancora fare qualcos’altro?
“Certo, anzi sarebbe doveroso! L’attuale progetto continua a esser propugnato senza vere ragioni tecniche, nell’incredulità dei maggiori esperti europei, dato che si potrebbe migliorare l’accessibilità nautica al porto con una diga realizzata su fondali meno profondi e più stabili. Bucci e Signorini hanno sempre opposto come pretesto il vincolo della Soprintendenza su 200 metri della diga esistente. Ma nessuno ha mai provato a discutere con quest’ente, in altre occasioni sensibile alle ragioni di porto e città, i vantaggi che il progetto alternativo garantirebbe a fronte del sacrificio del mantenimento in situ dell’attuale diga ottocentesca (peraltro preservabile diversamente).”
Quali sarebbero tali benefici?
“Innanzitutto i risparmi. L’attuale progetto non costerà meno di due miliardi di euro. A spanne, con una diga su fondali non superiori a 30-35 metri, tracciato possibile, si risparmierebbero circa 900 milioni. Una cifra che permetterebbe importanti interventi di sviluppo dello scalo, dall’elettrificazione piena delle banchine al miglioramento delle connessioni terrestri, tema particolarmente sentito a Genova.”
E in secondo luogo?
“L’incertezza geotecnica sarebbe come detto contenuta e l’abbattimento del troncone di vecchia diga consentirebbe di posizionare il cerchio di evoluzione (dove le navi fanno manovra nei porti ad ingresso unico, ndr) in un luogo migliore. E poi i tempi, aspetto su cui le menzogne sono ridicole e tragiche. Basta considerare le altre dighe a cassoni di realizzazione recente. A Nador, in condizioni di fondale decisamente migliori non s’è andati oltre i 350 metri l’anno come ritmo di costruzione. L’attuale progetto genovese, al netto di inconvenienti, non terminerebbe prima del 2036. Ridimensionandolo si potrebbe puntare al 2030.”
Ma perché allora continuare così?
“Fatico a spiegarmelo. Bucci è persona intelligente, non può non aver capito. Ma non si può nemmeno attribuire un simile errore e i possibili danni che ne deriveranno all’ego di una sola persona. D’altronde ad altre spiegazioni non voglio nemmeno pensare. Quel che mi preme è che un progetto cresciuto nella menzogna, torni nella verità: siamo ancora in tempo.”
Fonte