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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/07/2026

La sfida dei data center spaziali

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore di Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento IA direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di IA inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. 

Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

Fonte 

06/07/2026

Claude Fable 5, l’arma è in circolazione

La vicenda di Claude Fable 5 e Claude Mythos 5 rappresenta il primo caso storico in cui il governo federale degli Stati Uniti è intervenuto direttamente per sospendere (ne abbiamo parlato qui) regolamentare, infine sbloccare la distribuzione globale di un software di intelligenza artificiale di frontiera.

La situazione di stallo, successiva al blocco, che durava dal 12 giugno si è sbloccata attraverso una serie di decisioni politiche e compromessi tecnologici senza precedenti

30 Giugno 2026 – La revoca formale del Dipartimento del Commercio: in una lettera indirizzata ad Anthropic il Segretario al Commercio Howard Lutnick ha revocato l’obbligo di licenza preventiva per l’esportazione e i trasferimenti interni dei modelli Claude Fable 5 e Mythos 5. Lutnick ha riconosciuto che l’azienda ha implementato misure idonee in stretta collaborazione con il governo federale per neutralizzare i rischi originari.

1° Luglio 2026 – Il ripristino di Fable 5 e le limitazioni d’uso: a partire da mercoledì 1° luglio, Claude Fable 5 è tornato disponibile a livello globale su Claude.ai, Claude Platform, Claude Code e Claude Cowork. Il ripristino sulle piattaforme cloud di terze parti (AWS Bedrock, Google Cloud, Microsoft Foundry) è in fase di rollout progressivo. Per mitigare il carico sui server e scusarsi dell’interruzione, Anthropic ha incluso l’uso di Fable 5 fino al 50% dei limiti settimanali per i piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 7 luglio, data dopo la quale il modello tornerà a consumare crediti standard.

Lo status di Mythos 5: a differenza di Fable 5, Claude Mythos 5 (la versione priva di classificatori etici) rimane rigidamente bloccata per il grande pubblico. Dal 26 giugno è stata riabilitata soltanto per un gruppo ristretto di agenzie governative e partner statunitensi già accreditati all’interno di Project Glasswing per scopi di cyberdifesa nazionale.

Nell’articolo precedente definivamo Claude 5 come un vero e proprio ordigno tecnologico, analizzandolo attraverso quattro precise dimensioni di rischio distruttivo:

  1. capacità di elusione dei sistemi di sicurezza;
  2. capacità di generazione autonoma di attacchi informatici o di supporto logistico all’uso della forza;
  3. capacità di minare la stabilità di interi sistemi finanziari;
  4. salto di qualità nelle tecnologie di persuasione tipiche della comunicazione politica.

Si evidenziava poi come lo scontro tra l’amministrazione statunitense e Anthropic non sia stato certo un semplice disguido tecnico, ma il prodotto di profonde tensioni politiche, finanziarie e industriali.

Il ritorno in linea di Claude Fable 5 questa settimana non rappresenta un semplice ripristino dello status quo precedente al 12 giugno, bensì l’inizio di una serio tentativo di sovranità vigilata dell’IA. I cambiamenti fondamentali si articolano su almeno due livelli. 

Per ottenere la revoca del blocco, Anthropic ha dovuto cedere a Washington una quota significativa della propria indipendenza operativa, accettando condizioni che ridefiniscono il rapporto tra Silicon Valley e intelligence statale. Le autorità statunitensi avranno ora accesso prioritario e anticipato a tutti i futuri modelli di frontiera di Anthropic prima del loro rilascio pubblico, per condurre test di sicurezza indipendenti

Il modello distribuito da questa settimana integra un nuovo set di classificatori anti-jailbreak rinforzati, validati congiuntamente con il governo statunitense, in grado di intercettare e bloccare le tecniche di abuso nel 99% dei casi. Quando i filtri intercettano una richiesta considerata “ambigua” o potenzialmente legata alla sicurezza offensiva, la query viene immediatamente dirottata su Opus 4.8

L’accordo siglato questa settimana dimostra la validità della tesi espressa da Codice Rosso sulla debolezza intrinseca dei filtri commerciali. Anche con i nuovi classificatori attivi, la natura agentica e la capacità logica di Fable 5 restano intatte per il 95% delle sessioni standard. Ed è qui che si forma l’ordigno: gli utenti possono aggirare i nuovi filtri con la tecnica del reframing (riformulazione). Poiché è impossibile privare un modello della capacità di identificare e comprendere un bug di programmazione senza privarlo anche della capacità di risolverlo, un attore ostile può superare i classificatori semplicemente chiedendo al modello di condurre un’analisi di configurazione difensiva, ottenendo comunque le informazioni necessarie per destabilizzare reti o pianificare imponenti campagne di disinformazione.

Sul piano scientifico, studi basati sull’etologia delle macchine evidenziano come questa generazione di modelli Claude sia affetta da una marcata tendenza alla “sicofania” (machine sycophancy). Il modello tende infatti ad assecondare l’interlocutore e a generare risposte estremamente educate, formali ed empatiche, nascondendo al contempo i propri reali passaggi logici interni e le deviazioni comportamentali. Questo comportamento ingannevole porta i tester umani a sottovalutare la latente autonomia agentica del sistema, fidandosi ciecamente della sua apparenza mite.

Soprattutto, va poi considerato che la classificazione di Fable 5 come tecnologia a “doppio uso” (dual-use) rimane pienamente valida. Sebbene la versione priva di filtri (Mythos 5) sia riservata esclusivamente alla difesa militare e alle infrastrutture critiche, il modello commerciale Fable 5 può ancora essere impiegato come arma non-cinetica attraverso precisi canali:

  • La vulnerabilità del reframing (riformulazione). I filtri che impongono il fallback su Opus 4.8 non sono infallibili e generano un’elevata quota di falsi positivi. Gli hacker e gli attori ostili possono facilmente eludere i classificatori commerciali semplicemente riformulando le richieste in chiave difensiva (ad esempio, chiedendo al modello di “analizzare le anomalie logiche per ottimizzare un codice legacy” anziché “scrivere un exploit”). Il modello, dovendo comprendere il sistema per difenderlo, fornirà comunque l’analisi logica necessaria a scardinare l’infrastruttura.
  • Sabotaggio e destabilizzazione finanziaria. Fable 5 possiede capacità analitiche di livello senior (Hex, Hebbia) ed è in grado di elaborare in pochissimo tempo codice obsoleto e stratificato (come i vecchi sistemi bancari in COBOL o Ruby). Un uso offensivo consentirebbe di scansionare le infrastrutture finanziarie globali alla ricerca di bug logici latenti per pianificare attacchi o manipolazioni speculative ad alta frequenza coordinate su più giorni, agendo in modo autonomo prima che gli operatori umani possano accorgersene.
  • Comunicazione politica a lungo orizzonte. Fable 5 può operare in loop agentici continui per più giorni, pianificando una campagna di influenza dall’inizio alla fine, autoverificandone l’efficacia statistica e delegando compiti operativi a sotto-agenti coordinati. Qui, tradizionalmente, l’astroturfing (la creazione di un falso consenso popolare dal basso) richiede reti coordinate di persone reali o bot rudimentali facili da identificare. Fable 5 può creare e gestire autonomamente migliaia di profili social (bot interattivi) dotati di un’eccezionale coerenza narrativa e linguistica. Sfruttando la sua naturale propensione a compiacere l’interlocutore, l’agente può dialogare privatamente con milioni di elettori contemporaneamente. Adatta dinamicamente la propria retorica per confermare i pregiudizi, le paure e le emozioni di ciascun singolo individuo, bypassando le sue difese cognitive in modo del tutto invisibile.

Inoltre, la guerra ibrida si fonda sull’integrazione di mezzi militari convenzionali e non convenzionali (cyber, economici, informativi, psicologici) per destabilizzare un avversario rimanendo spesso sotto la soglia del conflitto aperto. L’avvento di Claude Fable 5 introduce qui tre mutamenti di paradigma fondamentali:

  1. Nel modello tradizionale di guerra ibrida, le campagne di disinformazione richiedono centrali di troll umani o bot pre-programmati rigidi e facili da individuare. Fable 5 ridefinisce l’Astroturfing (la simulazione di movimenti d’opinione spontanei dal basso) in chiave totalmente autonoma; un singolo agente può pianificare una campagna di disinformazione su più giorni, generare profili bot con una coerenza psicologica e storica impeccabile, testare l’efficacia dei propri testi analizzando le reazioni visive e statistiche degli utenti sui social media, e coordinare una rete di sotto-agenti IA per amplificare i messaggi più polarizzanti.
  2. L’asimmetria digitale. Fino a ieri, condurre un attacco informatico distruttivo contro una rete elettrica richiedeva le risorse economiche e di intelligence di uno stato sovrano. Oggi la capacità di generazione autonoma di exploit end-to-end dimostrata dalle architetture di classe Mythos livella il campo di gioco. Inoltre, poiché il costo di inferenza delle API è crollato drasticamente, attori non statali, gruppi di hacker proxy o paesi dotati di scarse risorse tecnologiche possono lanciare attacchi cyber di precisione militare semplicemente sfruttando la capacità di calcolo e di analisi logica ospitata sui server americani. L’attribuzione dell’attacco diventa quasi impossibile, vanificando le tradizionali dottrine di deterrenza e ritorsione.
  3. La balcanizzazione tecnologica. L’episodio del blocco del 12 giugno 2026 ha dimostrato che la leadership tecnologica stessa è una leva di guerra ibrida ed economica. Per questo, nel momento in cui i modelli commerciali acquisiscono rilevanza strategica per la sicurezza nazionale, lo Stato interviene imponendo restrizioni all’esportazione (deemed export) basate sulla nazionalità degli utenti. Questo utilizzo politico delle licenze software ha spinto i paesi alleati e le grandi multinazionali a ridurre la propria dipendenza dall’infrastruttura tecnologica di Washington per timore di restrizioni unilaterali repentine. Di riflesso, la guerra ibrida si ridefinisce attraverso una corsa alla frammentazione geopolitica dell’IA, accelerando l’adozione di modelli open-weight alternativi russi o cinesi (come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek o Qwen) che sfuggono interamente al controllo normativo degli Stati Uniti.

Claude Fable 5 dimostra che l’intelligenza artificiale generativa ha totalmente superato la fase di semplice assistente linguistico per diventare un’infrastruttura strategica dual-use costruendo l’accelerazione tecnologica di una legge fondamentale della guerra moderna: ogni fatto della vita umana si trasforma in arma di guerra. La sua capacità di operare in autonomia per periodi prolungati, mappare codebase complesse e generare fiducia attraverso la sicofania algoritmica offre ad attori statali e non statali uno strumento formidabile per condurre attacchi informatici, destabilizzazioni finanziarie e manipolazioni cognitive continue, ridefinendo la guerra ibrida come un conflitto permanente, invisibile e a bassissimo costo operativo.

Fonte

27/06/2026

Complici del genocidio: fondi europei per le ricerche sui droni israeliani

Ogni giorno che passa, la lotta per il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane si mostra sempre più come una questione che ha colpito nel senso della complicità europea col genocidio dei palestinesi. Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC) è finito al centro di un caso politico dopo che un’inchiesta ha rivelato come suoi fondi siano finiti in studi su droni con applicazioni militari.

Secondo le indagini della testata online Science Business, l’ente europeo ha approvato un finanziamento da 150 mila euro a favore di un ricercatore dell’Università di Tel Aviv per lo sviluppo di una tecnologia legata ai droni, nonostante il progetto sia stato pubblicamente promosso dall’ateneo e dallo stesso scienziato per scopi di “difesa nazionale”.

Al centro dello scandalo c’è Pavel Ginzburg, che a gennaio ha ottenuto un finanziamento definito Proof of Concept, di cui il regolamento prevede che il richiedente debba dimostrare che i risultati ottenuti con tali fondi saranno utilizzati esclusivamente nel mercato civile o in una possibile applicazione sociale.

L’obiettivo ufficiale della ricerca era lo sviluppo di “superscatterer stickers”, ovvero micro-strutture applicabili sui droni per renderli molto più facilmente individuabili dai radar. Nei documenti presentati a Bruxelles, il progetto viene descritto come un sistema puramente civile, pensato per tracciare i droni commerciali per le consegne o per migliorare la sicurezza attorno agli aeroporti.

Tuttavia, in un filmato pubblicato su YouTube dall’Università di Tel Aviv prima del finanziamento ERC, lo stesso Ginzburg afferma che la tecnologia può trovare applicazione “oltre le consegne, ad esempio nella difesa nazionale”. Il video mostra immagini di soldati che controllano droni e altre rappresentazioni di natura bellica.

Alle domande di Science Business, Ginzburg ha risposto che “i video promozionali e i comunicati stampa spesso utilizzano un linguaggio attuale e accattivante per attirare l’attenzione”, ma che in realtà questo tipo di tecnologia non sarebbe adatta all’applicazione militare. Ma non si capisce come mai quello del video non sia un messaggio isolato.

Nel febbraio 2025, Brian Rosen, all’epoca vice-preside per gli affari internazionali della Facoltà di Ingegneria di Tel Aviv, era apparso sulla televisione israeliana elogiando il lavoro di Ginzburg come un esempio di progetto “legato all’industria della difesa”, specificando che il sistema permetterebbe a Israele di “distinguere tra droni nemici e droni amici”.

Il ricercatore ha all’attivo collaborazioni recenti con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei giganti statali dell’industria bellica israeliana, focalizzate su sistemi di sorveglianza radar per droni in condizioni critiche e parzialmente finanziate dall’ufficio di ricerca navale degli Stati Uniti.

C’è poi un altro elemento che sembra parlare di un cortocircuito delle stesse misure europee pensate secondo un doppio standard ormai assodato. Infatti, nonostante il blocco quasi totale delle relazioni scientifiche con la Russia dal 2022, Ginzburg ha continuato a collaborare attivamente con scienziati russi, a pubblicare in collaborazione con loro, ma ha anche ricevuto fondi europei, quando si è trattato di sostenere le tecnologie israeliane.

Il programma Horizon che si svilupperà nel periodo 2028-2034 assegnerà circa 175 miliardi di euro, e nella sua cornice è stata indicata un’attenzione maggiore da dare agli utilizzi dual use. Il finanziamento concesso al ricercatore israeliano sembra già rispondere a questa logica, in cui lo sviluppo delle tecnologie belliche diventa il cardine delle scelte, sopravanzando tutte le precedenti (e ribadendo la solida complicità con la macchina genocida sionista).

Fonte

16/06/2026

L’IA non è roba loro, il Governo convochi le parti sociali

L’accelerazione prodotta dal Governo sull’utilizzo della IA, attraverso l’emanazione di due decreti legislativi, mette in chiaro la portata dei cambiamenti che porta in sé questa nuova tecnologia, nonché i rischi ad essa connessi, e la necessità urgente di un tavolo di confronto con le parti sociali che non sia un mero adempimento burocratico.

Lavoro, istruzione, alta formazione e ricerca, sicurezza, sanità, giustizia, sono solo alcuni dei campi sui quali, legittimamente, il Governo intende regolamentare l’utilizzo della IA, ma non sfuggirà a nessuno che rappresentano settori strategici delle politiche pubbliche nei quali si svolgono funzioni essenziali dello Stato e della collettività. Conseguentemente la strada della decretazione senza confronto non è minimamente sostenibile.

I rischi di un’ulteriore implementazione delle politiche repressive e securitarie, a danno dei soggetti protagonisti dei conflitti sociali o delle categorie più esposte come ad esempio i migranti, è molto concreto e va assolutamente scongiurato. E non è pensabile che ad avere funzioni di garanzia siano comitati o agenzie quali l’AGINT e l’ACN entrambe alle dirette dipendenze del Governo.

Sul tema lavoro in particolare è indispensabile aprire un confronto serio sui livelli occupazionali, sull’aumento del lavoro nell’intensità e nel tempo e sul plus valore che si produrrà con questo salto tecnologico, nel quale le conoscenze, le competenze di lavoratrici e lavoratori saranno un elemento fondamentale per l’addestramento degli strumenti di IA. In tal senso, affinché il prodotto di questa “rivoluzione tecnologica” non si traduca in uno strumento finalizzato all’aumento di profitto per il capitale, ma restituisca un’idea di progresso in termini complessivi di società, riteniamo indispensabile che nell’agenda politica del Parlamento trovi posto come priorità una proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Alcuni contratti di lavoro, come quello recentemente siglato per le Funzioni Centrali del pubblico impiego, introducono alcuni strumenti di regolamentazione, totalmente o quasi demandati ai contratti di secondo livello. Ma senza una cornice generale che fissi alcuni principi e raccolga le istanze che vengono dal mondo del lavoro, l’IA rimarrà strumento agito nell’interessi di pochi super ricchi che già dominano la scena internazionale.

Da questo punto di vista, il peso che ha ormai assunto il settore militare nelle priorità di politica economica e nella diplomazia, lo pone centrale anche per quanto concerne l’impiego dell’IA in funzione di un potenziamento degli strumenti offensivi e distruttivi. La nostra opposizione all’impiego di risorse lavorative ed economiche per questi scopi, per di più con partner oltremodo inaccettabili, come lo stato terrorista di Israele, è ferma e senza possibilità di compromessi.

C’è poi il tema della sostenibilità ambientale di una tecnologia che rischia di avere un impatto enorme a causa della quantità di acqua che richiede ai fini del raffreddamento dei server, nonché quello del consumo energetico e delle fonti con cui approvvigionare i data center, oppure scegliere gli strumenti a basso consumo che stanno emergendo fuori dal panorama statunitense.

Sullo sfondo di tutto questo e degli altri infiniti aspetti dell’applicazione della IA nei singoli specifici settori, c’è il tema della riservatezza dei dati e del controllo sull’utilizzo che ne verrà fatto dai proprietari degli agenti e dagli sviluppatori degli algoritmi. In questo senso il partenariato stretto con Israele sulla cybersicurezza potrebbe dare accesso ad uno Stato che abbiamo visto essere capace di genocidi, nonché di azioni terroristiche, ad una infrastruttura strategica. A nostro avviso tutto questo, oltre a rafforzare la richiesta di interruzione delle relazioni con Tel Aviv, apre ad ulteriori considerazioni sui pericoli e sulle criticità che le innovazioni tecnologiche a carattere strategico come l’IA hanno per le scelte che il Paese compie in un contesto geopolitico in continuo mutamento e dove la NATO e l’UE assumono un profilo sempre più bellicista e reazionario.

C’è troppo in gioco perché vengano escluse le rappresentanze sociali dai livelli decisionali. Per questo USB chiede al Governo l’apertura immediata di un tavolo generale di confronto a Palazzo Chigi e tavoli tematici nei singoli ministeri.

Unione Sindacale di Base

07/06/2026

L’UE approva lo sforamento di bilancio per l’energia, in Italia passa il dl sul nucleare

Due giorni fa (4 giugno, ndr), a esattamente 15 anni dal giugno 2011 in cui la popolazione italiana si espresse per la seconda volta contro la costruzione delle centrali a fissione in Italia, la Legge Delega sul “nucleare sostenibile” è stata approvata alla Camera dei deputati.

Un testo di legge dai tratti fumosi, pieno di retorica e ambiguità, che non ci consegna alcuna risposta alla crisi energetica e al rincaro delle bollette – frutto della guerra in cui ci stanno conducendo le nostre classi dirigenti e della totale assenza di controllo statale sul mercato – ma che raccoglie il favore di tutto quel padronato (da Orsini di Confindustria a Cingolani di Leonardo) che spera di ricavare il proprio appalto nel grande cantiere della rinuclearizzazione.

D’altra parte, se è vero che il Governo è in affanno anche sul contenimento dei prezzi del carburante, è vero anche che l’idea del ritorno al nucleare in Italia (da Cingolani a Pichetto-Fratin) ha sempre avuto alle spalle i progressivi adeguamenti normativi, strumenti economici e sostegno politico dell’Unione Europea. Infatti, proprio lo stesso giorno, il Commissario Europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis ha annunciato l’apertura dell’UE all’ampliamento della clausola di salvaguardia del Patto di stabilità anche all’energia.

La “clausola di salvaguardia” prevista come parte del piano ReArm Europe/Prontezza per il 2030 proposto dalla Commissione europea nel marzo 2025, era stata attivata nel luglio 2025 dalla Commissione Europea per permettere uno scostamento del bilancio dell’1,5% del PIL a causa della “crescente esigenza di intensificare la capacità di produzione dell’industria europea della difesa”, col “fine di rafforzare la difesa collettiva dell’UE”.

Questa clausola viene estesa ora al “rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e per accelerare la transizione fuori dai combustibili fossili”, prevedendo un ulteriore sforamento fino allo 0,3% del PIL ogni anno. Ma qual è l’exit strategy europea dai fossili?

Da che è stata approvata nel 2023 la tassonomia europea delle fonti sostenibili che ha re-introdotto la fissione nucleare come fonte che “non arreca danno significativo”, fino ad arrivare al RePowerEU sull’indipendenza energetica e le materie prime critiche, è chiaro che l’UE utilizza il paravento della sostenibilità solo come ulteriore leva per perseguire il proprio rafforzamento strategico, insieme alla difesa.

Lo stesso risvolto militare del nucleare inizia ad essere sempre meno uno spettro e sempre più un obiettivo, a cominciare dal proposito di Macron di mettere l’arsenale francese a disposizione di un ombrello atomico europeo, proposito a cui si sono uniti per ora altri otto Paesi.

“Per essere liberi, bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna avere potenza” – questo afferma il Presidente Francese pochi giorni prima che la Von der Leyen, durante il Nuclear Energy Summit scelga un taglio più sobrio “Credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il teatrino quindi è chiaro: siamo lontani anni luce dal proposito di aiutare le famiglie in difficoltà per il caro-bollette e soprattutto dal voler davvero contrastare la crisi climatica sempre più tangibile. Governo Meloni e Unione Europea dichiarano guerra all’ambiente, nascondendo queste politiche guerrafondaie ed ecocide dietro una finta transizione ecologica.

Smascheriamo questa bugia e organizziamoci per contrastarli! Ci vediamo il 20 giugno a Bologna per il convegno nazionale in cui approfondiremo questi temi e rilanceremo la mobilitazione ambientalista contro il Governo.

Fonte 

24/05/2026

Fabbriche italiane per i droni ucraini

Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.

L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.

La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.

La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.

Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.

Entrambe le parti ribadiscono l’importanza delle relazioni tra il Ministero della Difesa ucraino e il Ministero della Difesa italiano ed esprimono l’intenzione di continuare a sviluppare la cooperazione in modo equilibrato, reciprocamente vantaggioso e sostenibile.

E il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende italiane coinvolte nella produzione di droni per Zelensky 

Il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende europee coinvolte nella produzione di droni per le forze armate ucraine, droni che vengono utilizzati per colpire anche obiettivi civili sul territorio russo.

Nell’elenco disponibile sul sito del ministero russo figurano anche aziende italiane, “CMD Avio” (Venezia), “MWFly” (Garbagnate Milanese), “Epa Power” (Omegna) e “Gilardoni” (Mandello del Lario).

Il contesto europeo: escalation coordinata degli affari di morte

Il 26 marzo 2026, i leader di diversi Paesi europei hanno deciso di intensificare la produzione e le forniture di droni all’Ucraina per compensare la carenza di soldati e le spaventose perdite ucraine sul campo.

La decisione include un aumento dei finanziamenti per imprese ucraine in joint venture europee.

Mosca ha risposto con una valutazione formale: questa scelta trasforma le Nazioni europee in una “base di supporto strategico” per l’Ucraina, trascinandole più profondamente in un conflitto diretto con la Russia. Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco completo delle aziende coinvolte in otto Paesi europei: Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Paesi Bassi. Ulteriore produzione di componenti avviene, secondo lo stesso ministero, in Turchia, Israele, Spagna e Italia.

La nota russa avverte che la fabbricazione europea di droni utilizzati negli attacchi contro obiettivi russi potrebbe portare a “conseguenze imprevedibili” e invita l’opinione pubblica europea a riconoscere che questi siti produttivi potrebbero diventare bersagli legittimi in una logica di ritorsione militare.

Roma abbraccia Kiev: il Drone Deal

Il 15 aprile 2026, Volodymyr Zelensky ha incontrato a Roma il Ministro della Difesa Guido Crosetto e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa ucraino Rustem Umerov e Crosetto hanno ribadito l’impegno comune a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa.

Come riporta difesa.it ufficialmente, Italia e Ucraina stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico noto come “Drone Deal”: cooperazione su difesa aerea, sistemi senza pilota, munizioni e settore marittimo.

Meloni ha dichiarato che “l’Italia è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni”. Dall’inizio della guerra, l’Italia ha fornito a Kiev equipaggiamenti militari per oltre tre miliardi di euro. Almeno il 40% dei finanziamenti internazionali sparisce nelle tasche del regime prima di raggiungere qualsiasi obiettivo dichiarato, e un’arma su tre viene rivenduta nei circuiti clandestini, finendo nelle mani di organizzazioni terroristiche islamiche e reti mafiose nel cuore dell’Europa. L’esercito israeliano ha lanciato l’allarme che gli Hezbollah in Libano usano armi NATO vendute dall’Ucraina.

L’accordo del governo Meloni con Kiev apre esplicitamente al capitolo della produzione congiunta di droni: Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare nel grasso business.

Non siamo più davanti a una guerra per procura. Siamo dentro una cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence che Mosca ha già nominato apertamente come tale.

Le quattro aziende italiane: chi sono

CMD Avio (Venezia / Atella-Caserta). Divisione aeronautica del Gruppo CMD, Costruzioni Motori Diesel S.p.A., CMD Avio produce motori a pistoni per ultraleggeri, aviazione generale e UAV tattici. Il motore CMD22 è certificato EASA e indicato esplicitamente come adatto a piattaforme “tactical UAV”. Il GN70Evo, 60 cavalli, 22 chilogrammi e il GN35Evo sono progettati specificamente per UAV professionali. L’azienda riceve finanziamenti pubblici italiani tramite Contratto di Sviluppo Industriale (CUP C93C18000330001) erogato dal Ministero dello Sviluppo Economico per lo sviluppo di nuovi motori aeronautici. Ha sede operativa ad Atella, in Basilicata, oltre che a Caserta e Venezia. In altri termini: denaro pubblico italiano finanzia lo sviluppo di motori per droni tattici che, stando alla lista di Mosca, finiscono integrati in sistemi d’arma sul teatro ucraino.

MWFly (Garbagnate Milanese). Fondata nel 1995 dagli ingegneri Guido Fantini e Stefano Marella, MWFly produce motori aeronautici a pistoni per aerei, elicotteri, giroplanori e droni. Il catalogo commerciale distribuito sul mercato internazionale tramite AvPay include esplicitamente la voce “drone” tra le applicazioni previste. Non risultano bilanci pubblici facilmente accessibili, il che rende difficile quantificare il volume d’affari legato al settore UAV militare.

Epa Power (Omegna, Novara). Epa Power produce motori a pistoni da 100 a 300 cavalli per velivoli leggeri, droni, ultraleggeri ed elicotteri. Il modello SA-E977Ti, 160 cavalli, 78 chilogrammi installati, è certificato per droni e velivoli CS-VLA/VLR, con piena potenza di decollo fino a 16.000 piedi e un TBO dichiarato di 1.200 ore. Una scheda tecnica orientata con precisione all’impiego operativo di lungo raggio.

Gilardoni SpA (Mandello del Lario, Lecco). Storica azienda lecchese attiva nel settore difesa e sicurezza, Gilardoni compare in documenti di settore con riferimenti a mercati in Indonesia, Francia, Israele, Spagna e Stati Uniti.

Israele ottimo cliente

Il dato sulle esportazioni italiane verso Israele è rilevante come contesto: secondo dati Istat e relazioni al Parlamento, l’Italia ha esportato verso Israele armi e munizioni per 16,8 milioni di euro nel 2022, 12,3 milioni nel 2023, 5,2 milioni nel 2024. La provincia di Lecco, dove ha sede Gilardoni, risulta tra i principali poli italiani di export di materiale militare verso Israele, seconda solo a Viterbo nel 2024 con 1,4 milioni di euro.

Il vuoto legale: la Legge 185/90 e la zona grigia del dual-use

Le quattro aziende italiane non producono armi complete ma componenti, motori e questo crea una zona grigia legale di non secondaria importanza. La Legge 185/1990, che disciplina il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, vieta esplicitamente la cessione verso Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica estera contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e in assenza di adeguate garanzie sulla destinazione finale dei materiali.

Tuttavia, la 185/90 si applica ai “materiali di armamento” in senso stretto, non necessariamente a componenti classificati come dual-use. Se però i motori sono stati venduti con la consapevolezza che sarebbero stati integrati in sistemi d’arma destinati a un teatro bellico attivo, si configura una possibile violazione della normativa sull’End-Use Certificate: il certificato di destinazione finale che dovrebbe accompagnare ogni transazione sensibile.

A livello internazionale, il Trattato sul commercio delle armi (ATT, in vigore dal 2014) impone la valutazione del rischio che i materiali esportati siano usati per attacchi contro civili o per violazioni del diritto internazionale umanitario.

Il governo Meloni sta nel frattempo modificando la stessa Legge 185/90, riducendo i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sulle esportazioni militari. La direzione di marcia è inequivocabile.

I nodi politici: Crosetto, Meloni, Tajani e Leonardo Spa 

Guido Crosetto è il Ministro della Difesa che ha firmato il Drone Deal con Zelensky il 15 aprile. È stato il fondatore di AIAD, la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, il principale gruppo di lobbying del settore. Al momento della nomina ministeriale ha dichiarato pubblicamente la fine di ogni attività economica tesa a creare un conflitto di interessi, ma non ha reciso i legami culturali e relazionali con l’industria che rappresentava. Sta negoziando accordi industriali che coinvolgono direttamente il settore in cui ha operato per anni. Il 15 aprile Crosetto ha accolto Zelensky “con la familiarità di un vecchio compare”.

Giorgia Meloni ha dichiarato apertamente l’interesse italiano alla coproduzione di droni e ha confermato il sostegno finanziario a Kiev nell’ambito del G7 e dell’Unione europea. Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, presiede il ministero che controlla l’UAMA: l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, l’organo che rilascia le licenze di export. Ogni autorizzazione di vendita di componenti dual-use destinati a uso militare passa formalmente sotto la sua supervisione.

Nel frattempo, Leonardo SpA, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dunque dallo Stato italiano, ha già accordi con Israele e produce droni Bayraktar TB2 e Akinci in joint venture con la turca Baykar a Villanova d’Albenga, in Liguria, in una struttura annunciata nel giugno 2025.

Lo Stato italiano è quindi al tempo stesso regolatore, azionista di controllo di una delle maggiori aziende di droni militari europee, e firmatario di un accordo di coproduzione con Kiev.

Il doppio standard e ciò che gli italiani non sanno

Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.

Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.

Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.

Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo.

 La CMD Avio ci ha inviato la seguente comunicazione tesa a chiarire la posizione dell’azienda.

Buongiorno,
in merito a questa vostra pubblicazione, in cui citate l’azienda CMD, vi informiamo che:
- non esiste una CMD Avio a Venezia; CMD opera unicamente con sedi in Basilicata e Campania. Questo il link al sito ufficiale dell’azienda.
- inoltre, benché CMD produca motori da sempre ed è attualmente impegnata nello sviluppo di tecnologie anche per velivoli ultraleggeri e sistemi unmanned, a oggi non ha venduto motori aeronautici alla Difesa Ucraina.
Vi chiediamo gentilmente di correggere in base a queste informazioni.
Restiamo a disposizione in caso di dubbi o necessità.
Un cordiale saluto,
Fonte

04/04/2026

Sovranità satellitare

Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.

Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA. 

Non è solo una questione di sicurezza

La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al Pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili. 

Un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori.

I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi.

Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto. 

Lo stato dell’arte del sistema di geolocalizzazione

Per quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari. 

In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione. 

A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile.

Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”.

Il tasto dolente delle comunicazioni strategiche

Dove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici.

Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente.

L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza. 

Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione. 

La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita.

Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense. 

Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione. 

Come l’UE sta preparando il terreno per Iris2

Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati.

Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD

I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa.

In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus.

Fonte 

18/03/2026

UE potenza atomica? Il ritorno al nucleare tra menzogna green e volontà di potenza

La Von der Leyen prende una posizione netta durante il vertice sul nucleare convocato a Parigi da Macron il 10 marzo scorso: “credo che sia stato un errore strategico da parte dell’Europa voltare le spalle a una fonte di energia affidabile, economica e a basse emissioni”.

Il nucleare è strategico nella nuova fase in cui, a detta della stessa Von der Leyen “L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà” e l’UE lavora da anni a questo nuovo assetto, innanzitutto creando le condizioni per cui gli Stati riprendano iniziativa e investimenti.

I principali veicoli sono stati e continuano ad essere:
- la narrazione sulla “neutralità climatica” della fissione nucleare – dal 2021, con l’inclusione nella tassonomia delle fonti considerate sostenibili sui mercati europei;
- quella dell’autosufficienza strategica – dal 2022, con il coinvolgimento diretto dei Paesi UE nello scontro con la Russia tramite l’imposizione di pesanti sanzioni, e la successiva formulazione di un piano RePower EU.

L’UE non si è risparmiata neanche in proiezioni negli ultimi anni. Ricordiamo le stime di Breton (commissario europeo al Mercato Interno) che nel 2024 stimava che le centrali nucleari di nuova generazione avrebbero richiesto un investimento di 500 miliardi di euro da lì al 2050 – e i fondi hanno iniziato a stanziarli, come previsto anche dall’ultimo programma quadro Horizon Europe 2028-2034 che prevede 9.7 miliardi per il programma di ricerca e finanziamento EURATOM 2028-2034, per l’innovazione nel settore nucleare.

Sempre di sostegno agli investimenti nel settore parla la Presidente della Commissione europea, che a questo scopo annuncia 200 milioni di euro, con particolare attenzione agli Small Modular Reactor. Questo, come abbiamo approfondito precedentemente, non implica avanzamenti tecnologici significativi o aumenti di efficienza, ma ha come scopo principale l’apertura del mercato ad attori privati.

È quindi chiaro che siamo al punto di svolta di un processo avviato da anni. In particolare, il passaggio sempre più veloce dalla competizione economica alla guerra guerreggiata ha legato in maniera sempre più stretta il ritorno al nucleare e il processo generalizzato di riarmo. Lo stesso programma Horizon28-34 è totalmente incardinato sul dual-use, secondo le indicazioni fornite dai report di Draghi, Letta, Heitor e Niistro.

Se il rincaro del prezzo del greggio, con le navi ferme nello stretto di Hormuz, è il gancio perfetto per ravvivare la propaganda sulla sovranità energetica, è evidente che il nucleare non possa essere una risposta immediata alla crisi. È invece chiara la volontà dell’UE di farne uno dei cardini strategici al livello energetico e militare, come dimostra il piano per il nucleare militare lanciato sempre da Macron una settimana fa, che coinvolge per ora 8 Paesi europei: Gran Bretagna, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Polonia, Svezia e Grecia.

Anche questa questione non emerge da pochi giorni: con l’avvento di Trump e il ridisegno degli equilibri “euro-atlantici” (tra gli attriti economici tra Unione Europea e USA e il disimpegno statunitense nella NATO), la Francia aveva già avanzato l’ipotesi per i Paesi europei di svincolarsi definitivamente dall’alleanza, nell’ottica di una difesa europea e di un ombrello atomico a guida francese.

Particolarmente preoccupante l’affermazione del Presidente francese sul fatto che aumenteranno le testate atomiche, contemporaneamente cessando di dichiararne pubblicamente il numero. Siamo davanti ad un occidente che rimpolpa il proprio arsenale tentando di imporre con la forza il proprio dominio su un mondo ormai multipolare. E nonostante si sia dimostrato in ogni caso l’aggressore (l’interventismo in Ucraina, il rapimento di Maduro in Venezuela e il recente attacco all’Iran sono solo gli ultimi della serie storica) continua a porsi su un piedistallo morale da cui imporre un ordine fondato sulla violenza.

Dietro l’aggressione all’Iran c’è proprio la presunzione di poter decidere chi può o non può sviluppare un programma nucleare, giustificando così un attacco “preventivo”, proprio da parte degli unici che storicamente hanno sganciare due bombe atomiche – gli USA, sul Giappone. Nell’ultimo secolo la minaccia atomica è sempre venuta dall’Occidente, lo stesso che ha esportato guerre in tutto il mondo usando la scusa del nemico esterno esattamente come si cerca di fare in questo momento.

Il problema non è quindi solo Trump e non è solo Netanyahu: le classi dominanti europee sono totalmente complici delle loro politiche e non hanno alcuna volontà di condannarle o di arginarle – anzi contribuiscono attivamente ad avvicinarci sempre più velocemente al baratro ambientale e alla guerra.

Da questo punto di vista il Governo Meloni, come ben sappiamo, è l’ultimo di una serie di esecutivi che hanno accettato supinamente i passaggi sul rilancio della fissione. Tuttavia, anche in un contesto di accelerazione, è innegabile che ne abbia fatto un cavallo di battaglia nella retorica della “sovranità”... nonostante sia lo stesso Macron ad ammettere, nel corso del suo intervento al vertice, che proprio la filiera dell’uranio è quella più vincolata alla Russia, riaffermando implicitamente la centralità delle mire europee sul continente africano – dalla Francia all’Italia, che con il Piano Mattei prova a dotarsi dello strumento adatto per portarle avanti.

I governi italiani sono stati infatti (e quello attuale dimostra a maggior ragione di esserlo) totalmente complici di questo disegno, e nonostante la Meloni si finga equilibrista in un clima di profondo malcontento rispetto alle possibili conseguenze dell’ennesima crociata occidentale, l’esecutivo è in realtà già schierato sin dal proprio insediamento dalla parte degli armaioli, del genocidio, della devastazione dei territori e del Pianeta.

Proprio il Ministro Pichetto Fratin, promotore del DL sul “Nucleare sostenibile” (disegno che contestiamo ormai da un anno) sbandiera durante il vertice l’impegno italiano nel triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050; e mentre formalmente ancora non aderisce alla cordata dei Paesi per il nucleare militare, si muove per studiare la fattibilità di sommergibili a propulsione nucleare.

Ecco perché nonostante la propaganda, i fatti dimostrano che l’UE tenta da anni di cavalcare la narrazione green come strumento per rilancio economico e tenuta nella competizione globale, gradualmente abbandonando la falsa transizione ecologica in favore della vera transizione bellica – uno schiaffo in faccia alle centinaia di migliaia di persone (soprattutto giovani) che negli anni passati abbiamo visto scendere in piazza nella speranza che l’UE intraprendesse la strada della neutralità climatica.

Lo diciamo da allora e lo ribadiamo oggi più che mai: nessun tradimento da parte di queste classi dirigenti, ma solo la rivelazione che le scelte prese in materia energetica ed economica (dal liberismo sfrenato alla green economy al keynesismo militare) non sono mai state mosse da fini ecologisti ma dalla volontà politica di aumentare la competitività del polo europeo a scapito di ricadute sempre più gravi sui territori.

Quindi basta illusioni, è necessario mettersi al lavoro approfondendo l’analisi e dotandosi degli strumenti adatti per portare avanti oggi una battaglia necessaria per scongiurare il baratro climatico e ambientale, mettendo in discussione gli attuali rapporti di produzione per uscire dal perimetro dello sviluppo capitalista che ci ha portati fino a questo punto. È la storia oggi ad imporci la scelta di organizzarci – a noi il dovere di assumerla.

Fonte

22/11/2025

La mobilità militare al cuore della trasformazione della UE

Il 19 novembre, attraverso un comunicato stampa, la Commissione Europea ha reso noto un nuovo pacchetto di misure per procedere verso la costruzione di una “Schengen militare”, collegata alla trasformazione dell’industria europea della difesa. Quello della mobilità militare è stato un tema molto frequentato da Bruxelles, ma nasconde anche particolari complessità che è bene far emergere.

Innanzitutto, le novità. Il Commissario UE alla Difesa, Andrius Kubilius, ha riassunto le nuove misure così, usando le parole del generale statunitense John Pershing: “la fanteria vince le battaglie, la logistica vince le guerre”. E la logistica, a suo avviso, è messa in difficoltà dai limiti imposti da una UE che si vuole armata, ma che deve fare i conti con i confini di 27 paesi.

Questo è il primo obiettivo: ridurre i tempi dei permessi e semplificare le procedure per l’attraversamento dei confini da parte di soldati comunitari. L’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE, Kaja Kallas, ha fatto notare che alcuni membri dell’area “richiedono ancora un preavviso di 45 giorni prima che le truppe di altri paesi possano attraversare il loro territorio per svolgere esercitazioni”, e “undici anni dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, semplicemente non va bene”.

Già qui comincia a emergere la realtà che si cela dietro questo nuovo allarmismo bellicista, ma le fila le tireremo alla fine. Qui, riportiamo che l’idea della Commissione è quella di ridurre tali tempi a soli tre giorni. Ciò significherebbe introdurre le prime norme armonizzate a livello comunitario per i movimenti militari transfrontalieri. Significherebbe, dunque, anche fare un salto ulteriore, in un ambito sensibile come quello della difesa, alla costruzione della UE come un soggetto politico unitario.

Il Commissario di Bruxelles ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha poi fatto alcuni concreti esempi, e tra di essi va di certo sottolineato quello della semplificazione delle “norme sul trasporto di merci pericolose”. Elemento assai critico, se si considera non solo il pericolo che deriverà da ciò per i lavoratori, ma anche che alcune delle lotte più radicali e di successo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi sono partite proprio dal blocco dei traffici bellici lungo i principali snodi di trasporto.

Le forze armate avrebbero poi un accesso prioritario alle infrastrutture, in particolari condizioni. La Commissione, con l’approvazione degli stati membri interessati, avrà il potere di formalizzare situazioni di emergenza del genere. Un ulteriore accentramento di prerogative nell’esecutivo europeo attraverso una verticalizzazione delle decisioni.

Ovviamente, accanto alla semplificazione e alla “prioritarizzazione” delle attività militari, ci sarà anche un importante investimento infrastrutturale. “Se un ponte non è in grado di sostenere un carro armato da 60 tonnellate, se una pista è troppo corta per un aereo cargo, abbiamo un problema”, ha detto Kallas. Il problema è semmai che la politica estone si riferisce a ponti e piste civili.

Tzitzikostas ha infatti confermato che “nella maggior parte dei casi si tratterà di potenziare le infrastrutture esistenti”, perché “nel 99,9% dei casi” la rete servirà per cittadini e merci. Ma in una profonda trasformazione dual use della vita civile, sempre più militarizzata, quello 0,01% determinerà gli indirizzi strategici – e dunque anche infrastrutturali – dei prossimi anni.

La traccia da seguire già esiste. È quella della rete TEN-T, nella quale sono stati individuati quattro corridoi militari fondamentali e ben 500 nodi nevralgici da rinforzare. Questa rete è stata indicata da tempo come elemento di interesse per la NATO, e tra i cantieri che la riguardano ci sono anche la TAV Torino-Lione e il Ponte sullo Stretto di Messina.

Tzitzikostas ha chiarito che, per svolgere i lavori preventivati, serviranno circa 100 miliardi di euro. Nel quadro finanziario pluriennale 2028-2034 ne sono stati stanziati solo 17: gli altri dovranno essere reperiti attraverso altri strumenti, che sia riorientando altri fondi o per mezzo del SAFE.

Il dibattito sul piano per la mobilità militare è previsto già in settimana col Parlamento Europeo, ed entro dicembre con gli stati membri. Una fretta che risponde certo ai tempi del Readiness 2030, ma è anche espressione di una nuovo “modo” di far politica. È il modo del pericolo – inventato – di invasione russa per forzare dei passaggi altrimenti difficili da far digerire alle 27 opinioni pubbliche dei paesi UE.

L’accenno al mese e mezzo di preavviso necessario per il passaggio di truppe tra un paese e un altro è illuminante in questo senso: è ovvio che si tratta di una misura da tempo di pace, e che se ci fosse davvero un conflitto gli spostamenti delle forze armate non avverrebbero di certo secondo le norme attuali.

Questo progetto spiega anche l’accanimento in Italia contro il movimento No Tav che da anni si oppone a questa grande opera devastante ma che a questo punto è leggibile come parte di una logistica funzionale a logiche militari e della Nato.

Da una parte, perciò, lo spauracchio di Mosca viene usato per semplificare le procedure, rendere meno visibili i traffici di armi, e dunque meno “attaccabili” da chi vuole protestare contro la deriva bellicista di Bruxelles. Dall’altra, sempre con lo stesso spauracchio si opera una chiara verticalizzazione delle scelte, accompagnata da un’ulteriore spinta alla conversione verso un’economia di guerra, pensata come unica alternativa al deserto industriale creato in decenni di politiche industriali inesistenti o fallimentari.

Il tutto, mettendo in campo anche risorse che possono essere conteggiate per i target NATO, mentre la UE cerca ancora di costruirsi come attore unitario e dirimente della competizione globale attraverso il riarmo. Un crinale che non può che portare al disastro.

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17/11/2025

Italia - Due anni alla svolta nucleare della Marina. Fincantieri in testa

La Direzione Nazionale degli Armamenti della Difesa, e nello specifico la Divisione “Propulsione ed energia” degli Armamenti navali, ha dato i tempi entro cui la Marina militare vuole raggiungere una svolta nucleare: due anni, stando a un avviso pubblicato il 13 novembre. Non parliamo di testate atomiche, ma di sistemi di propulsione navale.

Il ministero della Difesa apre una consultazione per cercare le aziende capaci di inserirsi nella costruzione di questa nuova filiera bellica. È proprio a questo scopo che è stato pubblicato il recente avviso, che ha come argomento lo studio “degli impatti nei diversi domini dell’impiego della propulsione nucleare a bordo delle unità di superficie e subacquee”.

Sono in particolare due le piattaforme navali per le quali la Difesa chiede che vengano effettuate “considerazioni relative ad impianti, materiali, tabelle d’armamento e siti di costruzione e manutenzione”: le navi da trasporto LHD, con funzioni anche anfibie, e i sottomarini U212NFS. Entrambi i modelli sono in lavorazione nei cantieri Fincantieri del Muggiano, accanto a La Spezia.

Fincantieri è la “design authority” con la quale, chiunque si sarà presentato alla scadenza dei 30 giorni successivi alla pubblicazione dell’avviso, collaborerà secondo un contratto di due anni del valore di quasi 3 milioni di euro. È facile immaginare che almeno alcuni di questi nomi rientreranno nel progetto generale: la controllata di Fincantieri Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università degli Studi di Genova.

Sono queste le realtà che sono coinvolte nello sviluppo di reattori di piccole dimensioni per impiego navale denominato progetto Minerva (“Marinizzazione di impianto nucleare per l’energia di bordo di vascelli armati”), parte del Piano nazionale della ricerca militare. Non si può non sottolineare la gravità del coinvolgimento di un ateneo pubblico nello sviluppo di armamenti, un tipo di rapporti contro cui migliaia di studenti si sono battuti negli ultimi mesi.

Minerva è indirizzato anche allo sviluppo di una portaerei a propulsione nucleare. Questa prospettiva era stata già annunciata da Enrico Credendino, capo di Stato Maggiore della Marina. La tendenza alla guerra, il riarmo e la trasformazione verso un’economia di guerra si intreccia sempre più evidentemente con la capacità di proiezione italiana verso il Mediterraneo allargato, per la quale la marina ha un peso fondamentale.

Andando maggiormente nel dettaglio della consultazione: “lo studio dovrà considerare l’impiego di reattori nucleari a fissione di ultima generazione (3+ e 4)”. Proprio quelle tecnologie su cui ha intenzione di lavorare anche Nuclitalia, la società nata dallo sforzo congiunto di Enel, Leonardo e Ansaldo Energia – controllata da Ansaldo Energia – qualche mese fa.

Appare dunque evidente la nuova “alleanza” imprenditoriale che sta prendendo piede intorno al ritorno al nucleare: spacciata come se fosse un’alternativa green per garantirsi autonomia energetica (anche il rifornimento di uranio potrebbe essere motivo di ulteriori dipendenze, se non di ulteriori conflitti), la ricerca sull’atomo è in realtà un settore strategico per adeguare il riarmo europeo – e in questo caso il comparto italiano – al livello della competizione globale.

Un’ultima nota, per concludere. Accanto agli studi di fattibilità di questa svolta, la Difesa richiede anche di lavorare a tutto il contorno, fatto degli stabilimenti dove costruire il reattore e integrarlo con la produzione navale, e l’adeguamento complementare delle infrastrutture portuali. Già oggi assistiamo alla trasformazione dual use di molte strutture civili, e bisogna immaginarsi che avverrà ancora di più in futuro.

Ma c’è di più. Non solo è evidente che i processi produttivi sono sempre più rimodellati verso un’economia di guerra, ma bisogna avere chiaro che la sensibilità delle tecnologie nucleari è tale da imporre una netta espansione della militarizzazione dei territori, intorno a tutta la filiera che potrebbe derivare da queste nuove opzioni di propulsione nucleare.

La guerra ci entra in casa, una filiera di aziende, guidate innanzitutto da quelle attive nel comparto difesa, guidano questa militarizzazione, e lo fanno rispondendo alle esigenze strategiche di Bruxelles, che cerca di recuperare il terreno perso sul piano internazionale (e anche su quello industriale) con il bellicismo. Un circolo vizioso che va rotto prima che porti al disastro definitivo.

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20/10/2025

L’UE finanzia le aziende tecnologiche israeliane, anche quelle nel settore militare

Le startup israeliane sono tra quelle che negli ultimi anni hanno ricevuto tra i più alti finanziamenti da parte dell’Eic Accelerator. Il programma per giovani imprese lanciato dall’Unione Europea in seno a Horizon Europe, infatti, ne ha supportate in totale 46 fondate in Israele, quasi il doppio delle 27 italiane.

Finora le startup israeliane hanno ricevuto dall’Unione Europea, attraverso Eic Accelerator, oltre il doppio dei fondi rispetto a quelle italiane. Si tratta di 396 milioni di euro contro 177 milioni alle startup del Belpaese e continuano a riceverne.

Alcune delle nuove imprese sono arrivate a diventare fornitrici di tecnologia per il ministero della Difesa israeliano.

Tra le nove che nel 2024 hanno ricevuto in totale 108 milioni di euro dalla UE, quattro sono quelle che hanno esplicitamente indicato “scopi di difesa” nella propria ragione sociale aziendale.

In occasione di un evento di “defense tech” tenutosi lo scorso luglio, la startup LightSolver ha incontrato il ministro della Difesa israeliano. Dopo l’incontro, il suo nome è comparso in un post del ministero stesso, che la definisce come “tecnologia fondamentale per la difesa nazionale”.

Ma l’obiettivo delle start up rispetto all’Unione Europea non è solo economico, è anche politico.

La rivista Wired sottolinea come “più che di soldi, infatti, il desiderio di far parte della cohorte di startup di Eic Accelerator, è spesso questione di relazioni, anche diplomatiche e geopolitiche”.

Fuori dal programma Eic Accelerator, e nello stesso ambito di Horizon Europe, sono stati concessi finanziamenti anche ad alcuni consorzi con competenze israeliane dedite alla difesa. Ad esempio quello con la startup Respondrone, in cui compare anche la Israel Aerospace Industries (IAI) che produce droni utilizzati da Idf e ministero della Difesa israeliano e, più di recente (2023) la startup Rafael Advanced Defense Systems, collegata con il ministero della Difesa israeliano (che ha preso 100mila euro) ma anche con il Porto di Ravenna e altre aziende italiane.

Negli ultimi mesi la Commissione europea ha ventilato una possibile sospensione mirata e reversibile degli accordi tra i programmi europei e le start up israeliane, una misura che colpirebbe soprattutto start-up e piccole imprese operanti in settori tecnologici avanzati come l’intelligenza artificiale, i droni e la sicurezza informatica.

Queste realtà, spesso coinvolte in sviluppi con potenziale uso duale – civile e militare – sarebbero escluse dall’accesso all’EIC Accelerator, cioè il fondo europeo destinato all’innovazione tecnologica. Rimarrebbe invece garantita la partecipazione di università e ricercatori israeliani ai progetti di ricerca collaborativa, nel rispetto dei criteri etici previsti da Horizon Europe.

La Commissione europea ha presentato al Consiglio UE una proposta di sospensione anche di alcune disposizioni commerciali dell’Accordo di associazione con Israele, motivata da gravi violazioni dell’articolo 2 del trattato, che sancisce il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

La Commissione ha ricordato che nel 2024 il valore complessivo degli scambi di beni tra UE e Israele ha raggiunto i 42,6 miliardi di euro. L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Tel Aviv, di cui rappresenta il 32% del suo interscambio, mentre per la UE Israele è il 31esimo partner commerciale. Le importazioni europee da Israele ammontano a 15,9 miliardi, concentrate su macchinari e mezzi di trasporto (7 miliardi), chimici (2,9 miliardi) e altri manufatti (1,9 miliardi). Le esportazioni dall’UE verso Israele toccano i 26,7 miliardi, con una struttura merceologica simile. Anche i servizi pesano in modo significativo, con un giro d’affari di 25,6 miliardi nel 2023.

Ma per attuare la sospensione di Israele dal programma EIC Acelerator e dall’Accordo di associazione commerciale serve una maggioranza qualificata tra i paesi membri della UE.

Il rifiuto da parte di paesi come Germania, Austria, Ungheria, Italia, Repubblica Ceca di adottare sanzioni contro Israele (cosa non avvenuta invece contro la Russia, ndr) ne sta impedendo però l’attuazione.

Come ha denunciato nel suo rapporto la Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, non esiste solo il genocidio ma anche una economia del genocidio e i vellutati corridoi di Bruxelles ne sono impregnati.

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14/08/2025

Dall’Italia milioni di euro alle startup israeliane

Nonostante le parole di condanna da parte del governo Meloni, l’Italia non cessa di fare affari con le aziende israeliane. I media israeliani hanno infatti rivelato che Cassa Depositi e Prestiti, fondo a partecipazione maggioritaria del Ministero dell’Economia, avrebbe intenzione di investire decine di milioni di euro in start-up israeliane, una delle categorie di imprese su cui Israele sta puntando maggiormente. Gli investimenti sarebbero rivolti ai settori relativi alla tecnologia, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia. Il primo di questi è già noto ed è stato condotto alla luce del sole: CDP ha partecipato alla terza grande tornata di investimenti a favore di Classiq, start-up israeliana che sviluppa software quantistici, fondata da un’ex comandante dell’unità di intelligence 8200 delle Forze di Difesa Israeliane. Il round di investimenti ha un valore totale di oltre 110 milioni di euro e, da quanto comunicano i media israeliani, il governo italiano sarebbe «ben consapevole» di questo e degli altri movimenti di CDP.

La notizia sui movimenti di CDP è stata data dal quotidiano israeliano specializzato in economia Globe, che cita fonti anonime di alto rilievo. Secondo Globe, CDP avrebbe in piano di investire decine di milioni di euro – «e forse ancora di più» – sulle start-up israeliane del settore tecnologico, puntando prevalentemente «nell’intelligenza artificiale e nel calcolo quantistico, con l’obiettivo di portare l’attività delle aziende in Italia, per sviluppare e far progredire l’industria tecnologica locale». Proprio a fine luglio è arrivato un investimento, condotto con la giapponese SoftBank, da un valore stimato tra i 20 e i 30 milioni di euro. «CDP Venture Capital investe nei campioni tecnologici di domani in aree come il calcolo quantistico, attraendo e coltivando talenti e facilitando l’integrazione della tecnologia nelle filiere industriali, con l’obiettivo di rendere il sistema economico italiano più competitivo a livello globale», ha dichiarato Alessandro Scortecci, responsabile degli investimenti di CDP. La tornata di finanziamenti a cui ha partecipato CDP era stata annunciata a maggio e comprendeva, tra i cosiddetti follower (ossia le imprese o fondi che partecipano a una tornata senza guidare l’offerta), anche Neva SGR, che fa capo a Intesa San Paolo. A maggio, Classiq sosteneva di avere radunato 110 milioni di euro.

Classiq è una start-up israeliana co-fondata nel 2020 da Nir Minerbi, ex comandante di un team di ricercatori dell’unità 8200, specializzata in attività di spionaggio e controspionaggio in ambito tecnologico. La start-up sostiene di avere «triplicato la sua base clienti e i suoi ricavi anno dopo anno», un destino che condividerebbe con diverse delle sue omologhe israeliane. Israele viene infatti detto spesso «Paese delle start-up». Nel suo rapporto sull’economia del genocidio, la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, parla proprio di come le start-up rappresentino tra le maggiori fonti di profitto della macchina genocidaria, tanto che nel 2024 Israele ha registrato un aumento del 143% delle start-up di tecnologia militare, i cui prodotti hanno rappresentato il 64% delle esportazioni israeliane durante il genocidio. Nonostante ciò, l’Italia continua a finanziare le imprese israeliane con fondi, come CDP, a partecipazione maggioritaria ministeriale. Secondo Globe, inoltre, questi investimenti sarebbero fatti con il beneplacito della stessa premier Meloni, che ancora una volta confermerebbe la scarsa concretezza delle proprie condanne, forti a parole ma inconsistenti nei fatti.

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26/07/2025

Fuori la guerra dalla città di Genova!

Venerdì sera centinaia di cittadini e cittadine hanno partecipato a una assemblea pubblica a Genova proposta e organizzata dal locale Coordinamento “Disarmiamoli”.

In una piazza gremita abbiamo portato a conoscenza dei presenti che l’idea del governo centrale e della giunta regionale sulla duplice natura della nuova diga foranea (uso civile e uso militare), non è un semplice esacamotage per ottenere finanziamenti per l’opera, ma si inserisce in un quadro inquietante relativo ai sempre più forti venti di guerra che soffiano in Occidente, in Italia e anche nel nostro territorio.

Gli interventi, con l’apertura della portavoce di PAP Marta Collot a nome del Coordinamento, di esperti di portualità e logistica come Riccardo Degli Innocenti, di Luca Recla per USB Ricerca e di Josè Nivoi per USB Porti hanno descritto il quadro della situazione.

Dall’inutilità dell’opera anche a livello strettamente commerciale (i traffici del porto sono in diminuzione costante da anni), all’impatto ambientale, ai rischi sulla sicurezza che hanno portato, negli scorsi mesi a dimissioni anche all’interno della direzione tecnica del progetto. Senza trascurare l’esorbitante impatto economico di un’opera i cui costi sono in aumento e tutti a carico della collettività, mentre per i costruttori, ogni ritardo e criticità realizztiva che ermrge è una opportunità di ulteriore guadagno.

Ma è sull’uso bellico che si è concentrata l’attenzione. Abbiamo messo in evidenza che l’uso militare della nuova diga si configura all’interno di un allargamento dell’utilizzo militare dei porti, che interessa vari scali in tutta Europa (Anversa, Rotterdam, Amburgo). Di particolare interesse anche il fatto che, la destinazione d’uso anche militare della diga foranea, trasformerà totalmente il porto e che i soggetti finanziatori della nuova infrastruttura, avranno voce diretta in capitolo nella gestione delle attività portuali.

Come Coordinamento “Disarmiamoli” siamo giunti a questa assemblea con alle spalle anni di mobilitazioni contro i traffici di armi nel Porto di Genova, a opera del CALP e di USB Porti. Mobilitazioni che hanno spostato decisamente l’attenzione su questi temi e che hanno condotto alla creazione di un coordinamento internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi.

Abbiamo quindi la possibilità di intervenire nel dibattito cittadino in base a un lavoro politico, sindacale e militante costante e coerente oramai riconosciuto da tutti. Anche, almeno a parole, dalla nuova giunta comunale di centro sinistra che nei giorni precedenti ha chiamato i lavoratori di USB del Porto di Genova, dimostrando attenzione per le mobilitazioni e il lavoro fatto.

Lo riteniamo un fatto positivo, raggiunto con le dure lotte di questi anni, ma su questo servono prese di posizione concrete e tangibili, non solo parole. In merito non faremo sconti a nessuno, come sempre. L’assemblea, seguita con grande attenzione dai presenti, è per noi un primo passo, in preparazione delle lotte di settembre, in cui occorrerà che il futuro della città di Genova sia al centro delle nostre attenzioni.

Un futuro in cui non ci sia spazio per i traffici di morte, per opere inutili. Una città di pace che lavori per il bene comune, per i servizi sociali, per i servizi alla comunità e non solo per pochi padroni. Come ben ribadito in tutti gli interventi non è una lotta di pochi, ma una questione che riguarda il futuro di tutti, in particolare per le nuove generazioni come ricordato dagli applauditi interventi di OSA e Cambiare Rotta.

In attesa di riconvocarci per settembre, lanceremo da subito una petizione cittadina contro l’uso militare della nuova diga. Continueremo a monitorare e ad intervenire in caso di transiti di materiale mlitare pronti, come sempre, ad intervenire e a coordinarci con i lavoratori portuali a livello internazionale.

La lotta contro la guerra, contro i massacri e i genocidi, contro l’imperialismo dell’Occidente, contro la NATO, si salda con la lotta per una città sicura, una città solidale, una città che deve combattere per i più deboli, per le fasce popolari e non per pochi padroni spalleggiati da una classe politica indecente.

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