di Sandro Moiso
Paolo Riberi, Giancarlo Genta, I segreti di Alien. Gnosi, orrore cosmico, scienza e IA nella saga degli Xenomorfi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2024, pp. 246, 20,00 euro
Quando nel 1979 un ancor giovane Ridley Scott, alla sua seconda regia di un lungometraggio, portò sugli schermi Alien
probabilmente nessuno, e tanto meno il regista inglese, avrebbe potuto
anche solo lontanamente pensare che tale film stesse per dare inizio ad
una delle saghe fantascientifiche cinematografiche più durature,
complesse e articolate. Una saga ampliatasi ben al di là degli schermi
cinematografici per espandersi nei fumetti, videogiochi, serie
televisive e, più in generale, nell’immaginario collettivo e nelle paure
inconsce di milioni di spettatori di tutte le età.
Anche se l’ultimo prodotto cinematografico ispirato alle vicende
degli Xenomorfi e del loro atroce coinvolgimento nelle disavventure di
equipaggi spaziali umani del tutto incapaci di far fronte alla loro
minaccia, Alien Romulus di Fede Álvarez, nonostante un ottimo
inizio e il successo al botteghino si sia rivelato come il più debole di
quelli realizzati fino ad ora, vale la pena di ripercorrere le vicende
della ideazione e della realizzazione delle storie contenute nella saga
e, soprattutto, le riflessioni e invenzioni scientifiche, letterarie,
filosofiche, religiose e tecnico-economiche che in esse si annidano.
A guidare il lettore nell’autentico e interessante, oltre che
caotico, labirinto formato dall’insieme degli infiniti rivoli di orrore e
paura sgorgati da quella fonte iniziale ci pensano Paolo Riberi e
Giancarlo Genta con il volume appena uscito per le edizioni Mimesis. Il
primo, laureato in Filologia e letterature dell’antichità e in Economia
presso l’Università degli Studi di Torino, è giornalista, studioso di
storia antica e letteratura delle origini cristiane oltre che membro
della Società Italiana di Storia delle Religioni e autore di vari saggi
dedicati al mondo dei vangeli apocrifi e alla simbologia del cinema
contemporaneo.
Il secondo è professore emerito di Costruzione di macchine presso il
Politecnico di Torino, membro dell’Accademia delle Scienze della stessa
città e dell’Accademia Internazionale di Astronautica. È autore di
numerosi testi di formazione, di articoli e di volumi sull’esplorazione
spaziale e il programma Search for Extra-Terrestrial Intelligence, oltre
che di sei romanzi di fantascienza e di un altro saggio in coppia con
Riberi, anch’esso edito da Mimesis, sul ciclo di Dune di Frank Herbert (qui).
Diviso in tre parti riguardanti, nell’ordine, la saga stessa e la sua
ideazione e realizzazione, i rapporti della stessa con il mito e la
filosofia e, per ultima, quelli con la scienza e l’economia, il testo si
rivela come un’autentica bibbia per tutti gli appassionati non soltanto
del ciclo degli Xenomorfi, ma della fantascienza in generale. Qui il
recensore, però, non potrà che riprenderne e sottolinearne alcuni
aspetti, lasciando ai lettori la scoperta dei numerosi altri.
Nella prima parte, comprensiva di una ricostruzione in ordine
cronologico degli eventi narrati nei primi sei film, sicuramente la
parte del leone la fa la ricostruzione dei conflitti, delle rivalità tra
sceneggiatori e successivi registi e dei dubbi della casa di
produzione cinematografica, la 20th Century Fox, che portarono alla
realizzazione del cult movie nel 1979. Una ricostruzione che
vede tra i protagonisti Dan O’Bannon, John Carpenter, Walter Hill,
Ridley Scott, James Cameron, Sigourney Weaver (destinata a dare volto e
corpo ad una delle figure femminili più iconiche della cinematografia
degli ultimi quarant’anni), Alejandro Jodorowsky (con il suo
fallimentare progetto di un film, basato sul ciclo di Dune di
Frank Herbert, della durata prevista di dieci ore) e Ron Shusett al
quale, in definitiva, si deve l’idea di coniugare «le sfumature dei
racconti di Howard P. Lovecraft con i tabù sessuali più oscuri della
storia dell’Occidente», con la creazione «di un mostro alieno che, dopo
essere salito a bordo di un’astronave umana, “violenta uno
dell’equipaggio, gli salta sulla faccia, gli infila un tubo nel corpo,
introduce il suo seme e poi fuoriesce dal suo stomaco”»1.
A costoro vanno aggiunti almeno tre importanti artisti e
illustratori: lo statunitense Ron Cobb, destinato a dare forma alle
astronavi del ciclo; il francese Jean Giraud alias Moebius, ideatore
delle tute spaziali e, soprattutto, lo svizzero Hans Ruedi Giger dai cui
disegni e illustrazioni da incubo sarà tratta la forma definitiva, allo
stesso tempo oscena e spaventosa, del primo Xenomorfo. Immagine tratta,
come tra l’altro molte di quelle che animavano i racconti di H. P.
Lovecraft, direttamente dagli incubi dell’autore.
Ma non sono soltanto gli incubi notturni di Giger a far sì che sia
possibile un rinvio dell’intera saga all’immaginario lovecraftiano,
poiché i principali protagonisti della sua ideazione e realizzazione, da
O’Bannon a Shusett fino allo stesso Ridley Scott (che nel complesso
sarà responsabile della realizzazione di tre film dei primi sei di
quelli appartenenti alla saga ed esclusi quelli della serie “parallela” Alien Vs. Predator), solo per citarne alcuni, saranno tutti “discepoli” e amanti dell’opera del solitario di Providence.
Il cui concetto di “orrore cosmico”, come ben si dimostra
nell’apposito capitolo contenuto nella seconda parte del testo è
sostanzialmente alla base dell’intero ciclo. Come affermano gli autori,
la sua influenza su Alien è innegabile, così come quella del suo Necronomicon,
libro maledetto scaturito totalmente dalla fantasia e dagli incubi
dello scrittore americano, ma ripreso in seguito come fonte di
ispirazione non soltanto per i suoi romanzi e racconti ma anche per un
numero infinito di altri appartenenti ad altri autori. Oltre che per i
disegni di Giger, da cui sarebbe stata ripresa quasi integralmente la
morfologia della creatura figlia dello spazio profondo.
A ben vedere, la stessa immagine del mostro che fuoriesce
all’improvviso dal petto della vittima dopo averla dilaniata
dall’interno è già presente nei racconti lovecraftiani: in La casa delle streghe,
il mostruoso famiglio dai denti aguzzi Brown Jenkin, con il viso e le
mani umanoidi, e il corpo di topo, si comporta esattamente come il chestbuster di Alien,
uccidendo il povero protagonista Walter Gilm […] Analogamente –
osserva il critico cinematografico Davide Comotti – “l’abominio che
fuoriesce dalle uova (il facehugger) è un essere tentacolare
che ricorda da vicino lo Cthulhu lovecraftiano”, mentre lo Xenomorfo,
“che viene definito dal robot [Ash] come un superstite, richiama i
Grandi Antichi, mostruosità innominabili anch’esse ricorrenti negli
scritti di Lovecraft”2.
Ma più che nelle immagini orrorifiche e nelle creature mostruose
oppure nelle trame, la vicinanza maggiore tra la saga e Lovecraft sta
proprio nella filosofia di fondo che li sostiene, poiché:
L’alieno non è mai soltanto un “predatore dello spazio”,
un parassita o un animale feroce, bensì un’entità molto più oscura e
incomprensibile, al pari di Cthulhu e del folle Yog-Sothoth. Come
direbbe Charles Darwin – parlando dei suoi “Xenomorfi in miniatura” – si
tratta di un’entità così assurda da indurci a negare l’esistenza stessa
di Dio…3
Così come sembrano confermare le recenti osservazioni del fisico Carlo Rovelli e del teologo Giuseppe Tanzella-Nitti:
Se le costanti della fisica fondamentale fossero diverse,
come sarebbe il mondo? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che noi non ci
saremmo, perché il mondo che ci ha generato è quello di queste costanti,
non di altre. Questo per noi ha un enorme valore. Quindi ci sembra,
rispetto a ciò a cui noi diamo valore, che le costanti siano fissate
«stranamente» proprio per generare ciò a cui noi diamo valore, cioè noi
stessi. L’errore che stiamo commettendo è di non vedere che noi abbiamo
ovviamente valore, siamo ovviamente «speciali», ma lo siamo rispetto a
noi stessi. Se l’universo fosse diverso, sarebbe quello che sarebbe […].
Nulla, della stretta dipendenza di ciò che esiste dalle costanti, può
legittimamente essere interpretato come prodotto da un disegno
intelligente. Se la struttura e l’evoluzione dell’universo rispondono
all’intenzione di un Dio Creatore, ciò non può essere dedotto dalle
osservazioni e dalle misure proprie del metodo scientifico4.
In un universo in cui «la vita stessa è una temporanea anomalia
frutto del caso, che dal Nulla nasce, e al Nulla ritorna. Non c’è più
spazio per alcuna legge, sia essa di natura morale, giuridica o
fisico-scientifica»5.
Dove predominano la morte, il caos e la distruzione, esattamente come
in quello dell’ateo e visionario Lovecraft al cui centro balla
Yog-Sothoth, dio nudo e idiota, in una cacofonia di flauti e tamburi. Di
cui lo pseudo-biblium Necronomicon, traducibile come Libro delle leggi dei morti,
costituisce l’anti-Bibbia per eccellenza. Un universo casuale in cui il
mondo non è stato affatto creato per l’uomo e in cui il cosmo caotico
che lo circonda lo tollera a malapena, poiché i Grandi Antichi oppure i
loro corrispondenti Ingegneri, compresi nella saga, hanno probabilmente
creato la vita e l’uomo stesso per errore oppure come semplice e atroce
esperimento oppure, ancora, per dare ospitalità nei loro corpi al seme
degli Xenomorfi affinché questi ultimi possano riprodursi su scala più
ampia e diffusa. Attraverso la filosofia e l’opera dell’autore
statunitense avviene così
lo svelamento di una verità profonda e incontrovertibile
(“la più terribile concezione del cervello umano”), ovvero la
consapevolezza di essere del tutto soli di fronte alla sconfinata
vastità dell’Universo. Alla base di queste teorie c’è il radicale
ateismo dell’autore: vivendo pur sempre nei primi anni del Novecento,
ossia un tempo fortemente influenzato dal pensiero di Arthur
Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche, Lovecraft rifiuta alla radice
l’ottimistica visione del mondo giudaico-cristiana, sostenendo di “non
essere mai riuscito a placarsi con le dolci illusioni della religione”.
Il suo categorico rifiuto lo induce a ripudiare non soltanto l’idea di
un benevolo Dio Padre, ma – coerentemente – anche la concezione umanista
che deriva dalla Bibbia, e che nel corso degli ultimi due millenni ha
plasmato la storia dell’Occidente: per Lovecraft, il cosmo è un abisso
oscuro e misterioso, che non ha al proprio centro né la Terra, né
tantomeno l’uomo, e che non risponde a quelle “immutabili leggi della
natura” a cui l’homo sapiens, con i suoi studi scientifici, ha preteso di attribuire una valenza universale e assoluta6.
Tanto per Lovecraft quanto per Alien
l’approdo finale non può che consistere nel cosiddetto nichilismo: se
Dio non esiste – e non esiste neppure un ordine razionale dell’universo –
allora nulla ha davvero senso, e l’unica certezza diventa il Nulla
supremo, oppure come avrebbe affermato il colonnello Walter Kurtz in un
altro celebre film, null’altro che «l’orrore, l’orrore!»7.
L’unico appunto che si potrebbe fare a questa parte del testo,
certamente una delle più interessanti, è dovuto al fatto che gli autori
si sono un po’ troppo basati sulle considerazioni derivate dai testi
sulla vita e l’opera di Lovecraft del controverso Sebastiano Fusco, più
che su quella monumentale e più autorevole di S. T. Joshi8.
Il riferimento precedente al film di Coppola ispirato a Cuore di tenebra
di Joseph Conrad non è casuale, poiché fin dal primo film di Ridley
Scott altri elementi conradiani sono comparsi nella saga di Alien. Ad esempio il nome dell’astronave su cui iniziano le avventure di Ellen Ripley è Nostromo,
mentre quello della scialuppa di salvataggio sulla quale si salverà la
stessa figura femminile interpretata da Sigourney Weaver è Narcissus, nomi presi entrambi a prestito da romanzi brevi dell’anglo-polacco Conrad.
Ed è proprio a partire dalla Nostromo che inizia nella saga
quella riflessione sull’espansione capitalistica nello spazio che occupa
un capitolo nella terza e ultima parte del libro di Riberi e Genta. Una
riflessione che fin dalle prime immagini porta il conflitto salariale e
di classe nello spazio profondo e che vedrà nella Weyland-Yutani
Corporation la massima espressione dell’avidità e indifferenza del
capitale nei confronti dei suoi dipendenti e dell’intera specie umana.
Ecco allora che tutto quanto si è detto e citato prima a riguardo
dell’inesistenza di un “piano regolatore” delle vicende umane e del
cosmo trova la sua perfetta adesione alle finalità anonime e distruttive
riconducibili agli interessi dell’accumulazione capitalistica. Costi
quel che costi, anche in termini di devastazione delle esistenze dei
singoli oppure di interi pianeti. Un’ipotesi che sembra essere non del
tutto approfondita dai due autori che preferiscono lasciare, forse, un
filo di speranza a chi legge ma che già oggi, nelle “imprese” spaziali
private di Elon Musk e nelle su promesse di conquista di Marte, iniziano
a dare i primi segni del bisogno di espansione infinita del capitale e
del suo sogno di eternità. Ben rappresentato dagli obiettivi iniziali
del fondatore della stessa corporation Weyland-Yutani.
Una disponibilità a divorare vite, ricchezze accumulate socialmente e
digerite privatamente, pianeti interi che ben si accompagna
all’immagine degli Xenomorfi e degli incoscienti Ingegneri o Space Jokey
che perseguono piani non del tutto chiari nemmeno a loro. In cui la
creazione si accompagna alla distruzione, lasciando spesso soltanto un
mondo di rovine e di guerre senza fine e senza scopo. Una visione
apocalittica, e qui ancora il riferimento all’Apocalisse di
Coppola, per cui l’intera saga costituisce una delle critiche più
radicali del modo di produzione capitalistico, la cui massima
espressione sembra essere, oggi sulla Terra e domani nello spazio
profondo, la guerra.
Tema indagato soprattutto nell’espansione della saga nei fumetti e per
questo motivo non troppo sottolineato all’interno della ricerca
pubblicata da Mimesis. Rimane comunque ancora il profumo di un altro
autore di fantascienza, il vecchio Jules Verne, che già nel sul Dalla Terra alla Luna, nel 1865, illustrava il grande interesse finanziario contenuto nel battage pubblicitario destinato a raccogliere i fondi per il lancio del proiettile/navicella verso la Luna.
Sbagliò di poco i conti lo scrittore di allora rispetto al tempo
impiegato nel 1969 dalla Apollo 11 per portare gli astronauti Neil
Armstrong e Buzz Aldrin sulla superficie lunare e centrò invece
perfettamente l’obbiettivo dell’operazione. Cosa che gli sforzi di Musk
oggi confermano, in attesa che una Weyland-Yutani di domani riporti sul
pianeta qualche strano essere più adatto a fare la guerra e a dominare
il cosmo di quanto lo sia la specie umana. Forse ancora “troppo umana” e
dunque sostanzialmente inutile per le finalità ultime del capitale.
Note
Fonte