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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026

La nuova strategia cinese di satelliti "chiavi in mano"

Si registra una nuova svolta nel settore spaziale cinese. Un’azienda privata di Pechino ha consegnato a un governo straniero il suo primo “pacchetto completo” composto da satellite e sistema di terra. La società in questione, GalaxySpace, ha realizzato e messo in orbita un satellite Lingzhi-09 Thailand CubeSat per il telerilevamento a bordo di un razzo Long March 6C. Il Dragone ha così delineato un modello inedito attraverso il quale conquistare i mercati dei Paesi in via di sviluppo.

La Cina ha infatti costruito il satellite per conto di Bangkok, lo ha lanciato usando un proprio razzo e ha pure messo a disposizione delle autorità thailandesi le apparecchiature necessarie per comunicare con il CubeSat. Sviluppato per l’Agenzia thailandese per lo sviluppo della geoinformatica e delle tecnologie spaziali (Gistda), il satellite raccoglierà dati di telerilevamento per applicazioni in ambito territoriale, agricolo ed ecologico, e supporterà anche la formazione pratica degli studenti universitari thailandesi.

La nuova strategia spaziale della Cina

Il “pacchetto chiavi in mano”, se così può essere definito, è uno stratagemma pensato dalla Cina per espandere la propria influenza nel settore spaziale internazionale e sfidare SpaceX di Elon Musk. Con la Thailandia, Pechino ha dimostrato di poter offrire una soluzione integrata dalla consegna del satellite alle operazioni di lancio, fino a includere anche la formazione del personale straniero. Nello specifico, GalaxySpace, la prima azienda cinese del settore spaziale commerciale a raggiungere una valutazione di un miliardo di dollari, ha fornito a Gistda un pacchetto chiavi in mano comprendente il veicolo spaziale, il sistema di terra e la preparazione degli addetti thailandesi.

Yang Kuan, professore associato presso l’Istituto di Tecnologia di Pechino e vicedirettore dell'Istituto di Politica e Diritto Aerospaziale, ha spiegato a Financial News che le aziende spaziali commerciali cinesi si stanno spostando dall'“esportazione di prodotti” all'“esportazione di servizi ed ecosistemi”, trasformando la tecnologia satellitare in un’offerta di servizi completa per i mercati esteri.

Non solo: questa silenziosa espansione internazionale avviene proprio mentre Pechino intensifica il dispiegamento di costellazioni satellitari sfidando il progetto Starlink di SpaceX.

La sfida a SpaceX

Se GalaxySpace si è fatta notare per aver offerto un servizio spaziale chiavi in mano, SpaceSail, altra azienda cinese rilevante nell’ambiente, ha ottenuto l’autorizzazione a fornire servizi di comunicazioni satellitari in Brasile, esplorando al contempo mercati come Malesia, Thailandia e Kazakistan. Geespace, una società sostenuta da Geely, ha invece condotto test di comunicazioni satellitari con operatori tlc in oltre 20 Paesi tra Medio Oriente, Africa, Sud Est Asiatico, Asia centrale, Asia meridionale e America Latina.

Attenzione però perché, come ha spiegato il South China Morning Post, la capacità del Dragone di esportare satelliti dipende da un duplice fattore ancora da sviluppare: i razzi ma ancor più la possibilità di lanciare satelliti a prezzi accessibili.

Secondo un recente paper del Mercator Institute for China Studies, alcuni servizi di lancio cinesi possono costare circa 20.000 dollari al chilogrammo rispetto ai circa 2.700-3.000 dollari al chilogrammo del Falcon 9 riutilizzabile di SpaceX.

A proposito: sul fronte dei razzi riutilizzabili LandSpace ha recuperato il primo stadio del suo razzo Zhuque-3 (ne abbiamo parlato qui): un traguardo necessario per consentre alla Cina di sfidare e, prima o poi forse superare, il colosso di Musk.

Fonte

25/07/2026

L’industria della colonizzazione lunare

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi da Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare...

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

Fonte 

09/07/2026

La sfida dei data center spaziali

I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.

Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.

È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.

A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.

I progetti a stelle e strisce

I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.

In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore di Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).

Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.

La Cina accelera: la Three-Body Computing Constellation

Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.

Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.

Il ruolo delle aziende private

C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento IA direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.

Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.

A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.

Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.

C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.

Vulnerabilità e limiti

Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.

Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.

Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.

Il vuoto normativo

L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica. 

A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.

Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.

Payal Arora, professoressa di IA inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.

Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.

Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. 

Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.

Fonte 

30/05/2026

Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo

(Seconda parte)

La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.

È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastassero il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.

La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.

Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.

Space industry significa operai

La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi, il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.

Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.

La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.

Non si tratta più di costruire “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.

Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale. Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente attuata nella space industry.

Nella grande fabbrica fordista classica:

  • il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
  • l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
  • il lavoro era spezzettato e ripetitivo.

Il taylorismo separava brutalmente:

  • concezione,
  • esecuzione.

La space industry contemporanea, invece, funziona sempre più attraverso:

  • automazione avanzata,
  • sistemi integrati,
  • produzione flessibile,
  • digitalizzazione,
  • feedback continuo.

Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.

In altre parole il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.

Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.

La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.

Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.

Allo stesso tempo molti giovani ingegneri lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.

La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:

  • il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
  • il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
  • la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.

La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.

Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.

La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?

Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.

Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.

Questo produceva salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.

Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.

Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.

La differenza rispetto al Novecento è questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni, vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.

L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.

Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale. Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole (e non può) più garantire stabilità strutturale, quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.

C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.

Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.

Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.

Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.

La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:

  •  operai sempre più cognitivi;
  •  ingegneri sempre più subordinati;
  •  tecnici sempre più precarizzati;
  •  ricerca sempre più industrializzata.

Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.

Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.

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28/05/2026

Dall’orbita alla fabbrica/1. Dalla “space economy” alla “space industry”

Per anni la politica spaziale europea è stata raccontata come un settore marginale ma prestigioso dell’economia continentale: ricerca scientifica, satelliti per il clima, cooperazione internazionale, innovazione tecnologica, missioni lunari. Una retorica rassicurante, quasi post-politica, dentro cui lo spazio appariva come l’ultima frontiera “pacifica” della modernità occidentale.

Nel 2026 questa narrazione è ormai insostenibile. Lo spazio è diventato una delle infrastrutture fondamentali della guerra economica globale, della competizione interimperialista e della ristrutturazione del capitalismo europeo. E la politica spaziale dell’Unione Europea non rappresenta più semplicemente un investimento nella ricerca: rappresenta il tentativo di costruire una nuova infrastruttura continentale di potenza.

Il problema è che questo processo viene spesso presentato come inevitabile progresso tecnologico, mentre produce già effetti molto concreti: sulla composizione del lavoro, sulla distribuzione della spesa pubblica, sulla militarizzazione tecnologica, sulla precarizzazione del lavoro cognitivo, sulla centralizzazione industriale, sul controllo sociale, sulla subordinazione della ricerca agli interessi strategici del capitale europeo.

Dietro il mito della “space economy” sta emergendo qualcosa di molto più materiale e molto più duro: una vera e propria “space industry” europea. E questa trasformazione racconta molto più della crisi storica dell’Unione Europea di quanto facciano i vertici NATO o i documenti della Commissione.

La prima mistificazione da smontare è l’idea che lo spazio riguardi soprattutto astronauti, ricerca o innovazione. Nel capitalismo contemporaneo le infrastrutture spaziali sono diventate essenziali per il funzionamento stesso dell’accumulazione.

Lo spazio è ormai una gigantesca infrastruttura di sincronizzazione del capitale globale (senza satelliti non esistono: logistica globale, finanza digitale, geolocalizzazione, catene di fornitura integrate, telecomunicazioni istantanee, gestione energetica, trasporti automatizzati, economia delle piattaforme, guerra contemporanea).

Marx aveva già individuato nei Grundrisse la tendenza del capitale ad “annullare lo spazio mediante il tempo”, cioè a ridurre continuamente distanze e tempi morti per accelerare la valorizzazione. Nel XXI secolo questa tendenza raggiunge un nuovo livello storico. Satelliti, reti orbitali e telecomunicazioni consentono al capitale:

  •     di comprimere i tempi della circolazione,
  •     di controllare i flussi globali,
  •     di coordinare il lavoro in tempo reale,
  •     di aumentare la produttività,
  •     di ridurre gli spazi di autonomia del lavoro vivo.

Lo spazio diventa così una “condizione generale della produzione”, cioè una delle infrastrutture materiali indispensabili al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Ma qui emerge immediatamente il nodo politico fondamentale. Questa infrastruttura viene costruita collettivamente con:

  •     ricerca pubblica,
  •     università,
  •     investimenti statali,
  •     lavoro sociale diffuso,
  •     cooperazione scientifica internazionale.

Eppure, il controllo e i profitti vengono concentrati:

  •     nei monopoli tecnologici,
  •     nei complessi militari-industriali,
  •     nei grandi gruppi finanziari,
  •     negli apparati strategici statali.

La produzione è sempre più socializzata, l’appropriazione resta privata.

Dalla “space economy” alla “space industry”

Per anni Bruxelles ha raccontato lo spazio attraverso il linguaggio neoliberale della “space economy”. La parola chiave era: innovazione. Il paradigma era quello della globalizzazione: startup, venture capital, servizi digitali, mercato globale, competitività. Lo spazio veniva pensato soprattutto come settore economico avanzato dentro il capitalismo delle piattaforme.

Nel 2026 però questa impostazione entra in crisi. L’Europa scopre improvvisamente che non bastano startup, software, eccellenza universitaria, servizi satellitari. Servono industria, manifattura, infrastrutture, capacità produttiva, autonomia nei lanciatori, filiere integrate, sovranità tecnologica. In altre parole, serve potenza materiale. Ed è qui che emerge il passaggio dalla “space economy” alla “space industry”. La differenza non è terminologica. È politica e strutturale.

La “space economy” era ancora compatibile con la globalizzazione liberista: servizi, piattaforme, venture capital, innovazione diffusa. La “space industry” nasce invece dentro la crisi dell’ordine globale e la frammentazione del mercato mondiale.

I numeri degli ultimi anni mostrano chiaramente che non siamo più davanti soltanto a una crescita del mercato dei servizi spaziali, ma alla costruzione di una vera base industriale europea. Il Programma Spaziale Europeo 2021-2027, istituito col Regolamento UE 2021/696, dispone di circa 14,8 miliardi di euro. È il più grande investimento spaziale mai realizzato direttamente dall’UE.

Secondo la Commissione Europea, l’economia spaziale europea vale già oltre 230 miliardi di euro l’anno considerando servizi, infrastrutture, manifattura e applicazioni industriali. Ma il dato decisivo è la crescita della componente upstream, cioè produzione satellitare, manifattura spaziale, lanciatori, telecomunicazioni strategiche, infrastrutture orbitali, componentistica critica.

Il caso più emblematico resta però Ariane (il lanciatore europeo). La crisi prodotta dal pensionamento di Ariane 5 e dai ritardi di Ariane 6 ha mostrato tutta la fragilità europea. Per mesi il continente è rimasto senza accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. La risposta europea non è stata semplicemente tecnologica. È stata industriale. L’UE e l’ESA stanno ora tentando di:

  •     ricostruire capacità manifatturiera,
  •     proteggere filiere strategiche,
  •     finanziare lanciatori europei,
  •     sviluppare componentistica autonoma,
  •     rafforzare la produzione continentale.

Anche il numero di startup New Space europee è esploso: oltre 1800 aziende spaziali attive in Europa secondo gli ultimi report ESA e Commissione UE. Ma dietro la retorica delle startup sta crescendo soprattutto:

  •     concentrazione industriale,
  •     integrazione con difesa e telecomunicazioni,
  •     centralizzazione produttiva.

Il capitalismo europeo sta quindi passando dalla monetizzazione dei servizi spaziali alla costruzione di un apparato industriale strategico (segue).

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25/04/2025

Cina - Quali sono gli obiettivi della nuova missione spaziale?

Il 24 aprile la Cina ha lanciato la 35esima missione del proprio programma spaziale. La navicella Shenzhou-20 è decollata dal sito di Jiuquan, situato in profondità nell’entroterra del paese. A bordo del mezzo ci sono tre astronauti (Chen Dong, Chen Zhongrui e Wang Jie), diretti verso la stazione spaziale Tiangong.

Il lancio è avvenuto in una data simbolica: il 24 aprile 1970 il Dragone aveva portato in orbita il suo primo satellite, il Dongfanghong-1, partito dallo stesso cosmodromo. Ma, al di là dell’anniversario, l’iniziativa è tutto fuorché simbolica. Si tratta di un passo fondamentale per raggiungere l’obiettivo di portare il primo astronauta cinese sulla Luna entro il 2030.

Si prevede che Shenzhou-20 tornerà sulla terra il prossimo ottobre, dopo aver continuato l’opera della precedente missione Shenzhou-19, in procinto di rientrare il 29 aprile. Quello appena partito è il quinto viaggio con equipaggio del Programma Tiangong, ovvero il progetto tutto cinese che ha permesso la realizzazione di una stazione spaziale modulare con finalità primariamente scientifiche.

Lin Xiqiang, portavoce dell’agenzia spaziale cinese (abbreviata in CMSA) ha infatti parlato del fatto che l’equipaggio della Shenzhou-20 condurrà indagini e sperimentazioni biologiche che “potrebbero fornire spunti per affrontare problemi di salute umana correlati a lesioni indotte dallo spazio”. È evidente l’interesse correlato al programmato arrivo sul satellite terrestre.

Anche in questo caso, però, bisogna evitare di pensare che si tratti di un semplice strumento propagandistico. Lo sa bene Ted Cruz, nuovo Segretario di Stato USA, che solo qualche settimana fa ribadiva durante una sua audizione al Senato, in occasione della conferma di Jared Isaacman alla guida della NASA, che Washington deve rimettere piede sulla Luna prima di Pechino.

Gli interessi del Dragone, infatti, sono ben concreti, e sono perseguiti a tutta velocità. Alla Casa Bianca lo sanno bene, e per questo sono preoccupati. Vediamo di evidenziare l’importanza di alcune iniziative cinesi, a partire dal fatto che, dopo il primo sbarco sulla Luna, la volontà è quella di costruire una base stabile sul satellite entro il 2035.

Già lo scorso novembre alla stazione Tiangong sono stati portati dei mattoni di polvere lunare simulata: è attraverso il materiale trovato sullo stesso satellite che si spera di poter abbattere i costi di un’opera del genere. La ricerca scientifica potrebbe giovarne assai, ma rimangono dubbi sulla possibilità che i trattati internazionali offrono riguardo allo sfruttamento delle risorse di quel corpo celeste.

Ad ogni modo, come ha sottolineato Andrew Jones, giornalista della rivista statunitense SpaceNews, “se la Cina avrà una base lunare fissa prima degli statunitensi, detterà le regole che tutti dovranno seguire”. Al di là delle risorse, vi sono importanti questioni come i luoghi in cui è possibile atterrare o quali sistemi di navigazione e comunicazione utilizzare sul satellite.

Ma non è solo questo. Questa base lunare, che prenderà il nome di International Lunar Research Station (ILRS) e dovrebbe cominciare a essere costruita a partire dal 2028, è un progetto di natura collaborativa e internazionale, in cui alla Cina si affianca la Russia e a cui ci si può liberamente associare.

Questo non vale però per gli USA, che nel 2011 hanno approvato il Wolf Amendment che proibisce alla NASA di impegnarsi in progetti comuni con il governo cinese e agenzie collegate senza l’approvazione di FBI e Congresso. Cosa abbastanza difficile da immaginarsi con la composizione che ha da qualche mese a questa parte.

Il problema è che i pro che potrebbe dare a tanti paesi la collaborazione con Cina e Russia si prospettano molto superiori di quelli che offe la Casa Bianca. I mezzi Chang’e 5 e Chang’e 6 hanno già portato a termine il recupero di campioni lunari (il secondo persino dal lato oscuro del corpo celeste), cosa che invece gli USA non hanno mai fatto.

Tali fatti palesano anche un evidente recupero da parte della Cina della distanza che la separava dagli Stati Uniti per ciò che riguarda la robotica spaziale. Ma c’è di più, perché se il rover Perseverance ha già raccolto campioni su Marte ma non è stato ancora organizzato il suo ritorno, il Dragone prevede il lancio di una sua missione con lo stesso scopo entro il 2028.

La propaganda è semmai quella di Jared Isaacman, il quale ha intrecci affaristici con Elon Musk e che ha parlato di arrivare, appunto, sul pianeta rosso. Cosa da considerarsi pressoché impossibile senza aver preliminarmente studiato i campioni raccolti su di esso. Cosa che comunque rimane di discutibile interesse.

Infatti, il nodo dello spazio non è tanto – o non è ancora, diciamo così – quello della colonizzazione, ma semmai quello del controllo delle orbite terrestre e lunare, cosa che prevede il dispiegamento di satelliti (come i Queqiao cinesi per il lato oscuro della luna), ma anche di infrastrutture e della robotica avanzata collegata. Su cui la Cina ha mostrato grandi capacità.

A ciò si aggiungono anche le missioni di studio e campionamento di alcuni asteroidi, ma anche e soprattutto il programma di condivisione dati dei satelliti dei paesi BRICS, partito nel maggio del 2022. Lo sviluppo di questa costellazione per il telerilevamento vuole essere usato per affrontare possibili disastri.

I servizi satellitari che il Dragone vuole offrire sono anche esplicitamente diretti ai partecipanti della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, con l’obiettivo di aiutare i vari paesi nello sviluppo delle loro capacità spaziali e nel progresso delle attività agricole, della prevenzione dei disastri e delle iniziative per le smart cities.

Insomma, l’assunzione di un ruolo guida nel settore spaziale significa assumere un ruolo guida nelle opportunità di sviluppo futuro di importanti aree del mondo. Si capisce perché a Washington sbraitino senza poter però davvero arrestare l’ascesa cinese.

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09/04/2025

La corsa allo spazio dell’UE contro Starlink... ma non senza problemi interni

Sul nostro giornale abbiamo sempre dato conto di come la nuova corsa allo spazio si stia intersecando con l’inasprirsi della competizione globale. E ciò vale sia che si parli della ricerca di materie prime, sia che si tratti dello sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della loro sempre più importante applicazione a fini bellici.

Lo abbiamo visto in maniera chiara con Starlink e la guerra in Ucraina. Ma ora che l’illusione euroatlantica si è definitivamente rotta, e le classi dirigenti continentali vogliono provare a contare solo sulle proprie forze, Bruxelles deve trovare disperatamente un’alternativa ai servizi forniti da SpaceX, o per lo meno un percorso complementare.

Se fino a poco tempo fa si pensava che Giorgia Meloni potesse essere l’ariete degli interessi di Elon Musk nel Vecchio Continente (in un rapporto che si è però raffredato velocemente, almeno così scriveva Bloomberg un mese fa), ora i principali attori di questo settore ancora piuttosto vergine, dal punto di vista della normazione, scoprono le loro carte.

Qui rendiamo conto di due temi che sono comparsi nel dibattito pubblico degli ultimi giorni: l’attività Eutelsat e una costellazione italiana in orbita bassa (come è Starlink), annunciata dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. Per ora, lasciamo da parte Iris2, il sistema di satelliti geostazionari che dovrebbe entrare pienamente in funzione dal 2035.

Le caratteristiche di Iris2 lo rendono più adatto a scopi civili (trasmissione televisiva e comunicazioni mobili), mentre l’interesse è quello di rendere conto brevemente di progetti che dimostrano di avere importanti applicazioni militari. In un periodo del genere, sembra almeno necessario sapere di cosa si sta parlando, per capirne i risvolti.

Lo scorso 4 aprile Eva Berneke, amministratrice delegata di Eutelsat, ha dichiarato a Reuters che la società fornisce il suo servizio internet satellitare ad alta velocità all’Ucraina da almeno un anno. Questo avviene attraverso un operatore tedesco, ed è stata proprio Berlino a finanziare il tutto, anche se Berneke si è rifiutata di commentare i costi.

Eutelsat è nata quasi mezzo secolo fa come organizzazione intergovernativa europea, poi privatizzata a inizio anni Duemila. Ha sede a Parigi, e opera in Italia attraverso la concessionaria Telespazio, società partecipata dall’italiana Leonardo (67% delle azioni) e dalla francese Thales (il restante 33%).

Ad oggi ci sono solo mille terminali che collegano Eutelsat ad utenti ucraini, ma Berneke è convinta che il numero aumenterà tra i 5 e i 10 mila nel giro di poche settimane. Annalena Baerbock, che guida il ministero degli Esteri della Germania, si è rifiutata di commentare la notizia, mentre rimangono i soliti dubbi su chi finanzierà l’espansione di iniziative future.

“Non sappiamo ancora come l’UE, collettivamente o paese per paese, finanzierà gli sforzi futuri”, ha detto Joanna Darlington, portavoce di Eutelsat. Quello che è certo è che nel 2022 la società ha completato l’acquisto di OneWeb, unico attore europeo in grado di competere sulle costellazioni satellitari in orbita bassa, anche se rimane tuttora molto indietro rispetto a SpaceX.

In realtà, già dalla metà di quest’anno si prevede l’attivazione di EU GOVSATCOM, iniziativa parallela a Iris2, che vuole però garantire servizi di comunicazione satellitare alle autorità pubbliche nazionali, impegnate in attività riguardanti la sicurezza nazionale. Inizialmente si baserà sul coordinamento tra sistemi satellitari nazionali, mentre poi potrebbe svilupparsi un’infrastruttura spaziale ad hoc.

Sempre il 4 aprile il ministro Urso ha annunciato che il governo italiano sta valutando un proprio sistema satellitare per rispondere alle esigenze istituzionali riguardanti difesa e sicurezza. “Lo scorso anno – ha detto il ministro – abbiamo dato mandato all’Agenzia spaziale italiana di realizzare un primo studio di fattibilità sui tempi, le modalità e i costi, studio di fattibilità che ci è stato consegnato ed è incoraggiante”.

L’Agenzia spaziale italiana (ASI) ora dovrà verificare la capacità della filiera nazionale di raggiungere questo obiettivo. Tuttavia, Roma deve mantenere aperte varie interlocuzioni: non solo i costi di un’impresa del genere sarebbero nell’ordine dei miliardi di euro, ma i tempi per completarla sono tutt’altro che brevi.

Allo stesso tempo, non sono mancate le scintille tra l’ASI e Leonardo. Infatti, a fine marzo Leonardo, Thales e Airbus hanno presentato alla Commissione Europea un piano preliminare per riunire le loro risorse spaziali in un’unica società. Ipotesi di cui avevamo già reso conto sul nostro giornale alla fine dello scorso anno.

Sarebbe un’opportunità straordinaria per creare un ‘campione europeo’ che, attraverso la sinergia tra competenze complementari e le economie di scala, riesca per lo meno a stare a galla in questo settore fondamentale dell’innovazione. Un passo verso la centralizzazione ulteriore dei capitali a livello del Vecchio Continente.

Vedremo cosa risponderà l’Antitrust UE, date anche le resistenze già esposte dalla tedesca OHB, altro player del settore. Ma intanto, anche Marco Lisi Turriziani, inviato speciale per lo Spazio del ministero degli Esteri e membro del consiglio di amministrazione dell’ASI, ha espresso preoccupazioni al riguarda di un’operazione di tale portata.

Secondo Turriziani, sono innanzitutto tutte le Piccole e Medie Imprese (PMI) europee del settore le prime a subire un contraccolpo. Una filiera che comprende 400 imprese e vale 3 miliardi di fatturato nel nostro paese. Una filiera magari anche tecnologicamente avanzata, ma che di fronte al nuovo colosso Leonardo-Thales-Airbus non potrebbe nulla.

Alessandro Sannini, esperto di politiche economiche spaziali, riguardo questo nuovo soggetto ha detto: “sarebbe capace di dettare unilateralmente le condizioni di mercato, chiudere l’accesso ai grandi programmi e concentrare il know-how”. In sostanza, sarebbe quel ‘campione europeo’ che trasformerebbe davvero il mercato spaziale in senso monopolistico, o quasi.

Dunque, possiamo dire che, nel pieno della crisi delle prospettive dell’imperialismo UE, nel settore spaziale si va delineando in maniera chiara lo scontro tipico che contrappone il capitale multinazionale e la borghesia nazionale. Aspettiamo di vedere se questo si concluderà in favore del primo, oppure se l’azione congiunta di interessi nazionali e di altri grandi attori come OHB fermerà il tutto.

La tendenza, il tentativo di salto di qualità è però incontrovertibile. E a perdere saranno ad ogni modo i lavoratori.

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27/01/2025

SpaceX cancella la Nasa

Dalle eroiche esplorazioni spaziali all’uso commerciale (e militare) dello spazio. Musk sostiene che i diecimila dipendenti della sua SpaceX possono umiliare concorrenti venti volte più grandi come Boeing o Lockheed, i tradizionali fornitori della Nasa. I razzi riutilizzabili e le navette di SpaceX richiedono costi e tempi di sviluppo inferiori a quelli dei concorrenti. Come scrive su Limes l’analista Marcello Spagnulo, possibile che il prossimo allunaggio punti sulla navetta Starship di Musk rottamando vecchi giganti del complesso militare industriale Usa. Operazione non solo tecnica. Lo ‘Stargate’ di Trump.

‘Stella Elon’, costellazione Trump, destra intergalattica

«È nata una stella, Elon!’: così il neoeletto presidente Donald Trump nel suo primo discorso a urne chiuse». E l’accoppiata fa paura anche nei cieli, intesi come ‘Spazio’, senza scomodare il padreterno. «E se il patron di Tesla pare destinato a rifulgere come Sirio – scrive Marcello Spagnulo su Limes – un asteroide sta per abbattersi sull’agenzia spaziale più famosa al mondo». Anche la Nasa bersaglio, come le democrazie britannica e tedesca, in attesa di ‘trumpini locali’ da portare al potere nell’Universo Elon.

La Stazione spaziale internazionale, ISS

Il più impegnativo e costoso manufatto dell’umanità al di fuori del pianeta Terra. Lo è dal punto di vista ingegneristico per le dimensioni e per l’ambiente extraterrestre cui è sottoposto. Ma lo è anche dal punto di vista politico, perché frutto di una collaborazione internazionale tra americani, russi, europei, canadesi e giapponesi. Grido d’orgoglio, forse uno degli ultimi, della Nasa, l’Agenzia aerospaziale americana, l’unica al mondo ad aver inviato esseri umani sulla Luna. Oggi il simbolo ancora tangibile della sua primazia è proprio la ISS.

Space Shuttle e una nuvola di dollari

Ci sono voluti oltre cento miliardi di dollari e 37 missioni dello Space Shuttle per assemblare la Stazione spaziale in orbita a 400 chilometri di altezza da terra. La Nasa spende tre miliardi di dollari all’anno per mantenerla operativa ma dopo più di due decenni per aria, la stazione accusa gli acciacchi dell’età e dal 2019 una piccola fuga di ossigeno. Mentre la guerra in Ucraina ha incrinato la collaborazione Usa con Mosca, partner fondamentale della ISS, anche se non tale da mettere in pericolo gli astronauti che condividono la vita a bordo.

ISS in pensione nel 2030

Acciacchi pericolosi, e la Nasa ha deciso di mandare l’ISS in pensione nel 2030, ma anche la sua fine non sarà cosa tecnica da poco. Sarà riportata nell’atmosfera terrestre da uno speciale rimorchiatore spaziale, che la condurrà a frantumarsi in mille pezzi sopra il ‘Point Nemo’ – dal nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari – Pacifico meridionale, a oltre 1.500 miglia da ogni terra più vicina. E chi condurrà la gloriosa ISS alla scomparsa? SpaceX di Elon Musk, con un contratto da 850 milioni di dollari per il rimorchiatore spaziale da demolizione di ogni residua concorrenza.

Definitiva privatizzazione dello Spazio

«Una immagine fortemente simbolica – sottolinea Marcello Spagnulo  – quella del fondatore di SpaceX che accompagna verso il cimitero oceanico l’ultimo gioiello cosmico della Nasa». La definitiva «privatizzazione dello Spazio». E sarà l’imprenditore più ricco del mondo, astro nascente dell’amministrazione Trump, appena nominata al vertice del ‘Doge’ – dipartimento per l’Efficienza governativa – a fare le pulci economiche agli enti federali come la stessa Nasa.

Lottizzazione anche degli astronauti

Da subito via la ‘vecchia Nasa’: al posto di Bill Nelson, democratico ed ex astronauta, arriva Jared Isaacman, finanziatore di SpaceX (due voli a pagamento nello Spazio a bordo dell’astronave Dragon). Gigantesco conflitto d’interesse per SpaceX che ha un suo finanziatore a capo della Nasa. Ma questi sono gli Usa dell’era Trump-Musk. «Elon, fai partire quelle navi spaziali, perché vogliamo raggiungere Marte prima della fine del mio mandato!», ha detto più volte Trump durante la campagna elettorale. Un’accelerazione elettorale estranea alle procedure rigorose Nasa.

Government Accountability Office

Il programma lunare Artemis, che mezzo secolo dopo Neil Armstrong dovrebbe riportare gli americani sulla Luna, ha problemi. Artemis è in ritardo di anni, ha sforato di miliardi il budget previsto e sinora nessun astronauta è decollato da Cape Kennedy per la Luna. Elemento chiave del programma Artemis è il Gateway, una stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Costa cinque miliardi e un miliardo di manutenzione annuale. Partecipa anche l’Agenzia spaziale europea (Esa), tra cui l’Italia, che sta realizzando dei moduli che attraccheranno alla stazione. Ma anche qui, problema di costi.

Ricerca scientifica e planetaria

Il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, licenzia il 5% della forza lavoro per le cancellazioni della missione su Venere, il rover lunare Viper e il telescopio Neo Surveyor per la ricerca di asteroidi. Anche il programma Mars Sample Return per la raccolta e l’invio sulla Terra di campioni di suolo marziano è nella spirale dei ritardi e degli extracosti. Michael Griffin, ex amministratore Nasa e poi sottosegretario al Pentagono per la Ricerca, repubblicano: «Artemis è eccessivamente complesso, ha un prezzo irrealistico, ed è altamente improbabile che venga completato in modo tempestivo».

Tutto SpaceX e Musk al governo

Di fatto il governo americano si affida già a SpaceX per trasportare gli astronauti sulla ISS, per fornire la connessione satellitare alle Forze armate statunitensi e a quelle ucraine (presto anche a quelle italiane), e per un veicolo d'atterraggio lunare. Negli ultimi dieci anni la società di Musk ha avuto contratti governativi per circa 15 miliardi di dollari. E l’amministrazione Trump aumenterà questa co-dipendenza, inserendo il suo fondatore all’interno della governance statunitense. La Nasa governativa utilizza aziende private ma le comandava: oggi Trump vuole privatizzare le scelte sul futuro dei voli spaziali americani.

Deregulation selvaggia

Musk sul Wall Street Journal espone il piano «di riduzioni strutturali nel governo federale». Il Washington Post, di Jeff Bezos, rivale di Musk e anche lui impegnato nella corsa spaziale, pubblica un articolo sul neo capo della potente Federal Communications Commission, Brendan Carr, apertamente sostenitore di SpaceX. Nell’incarico, il potere di decidere sulle richieste di aumentare il numero di satelliti Starlink, con Musk che ne vorrebbe 30 mila in aggiunta ai 12 mila già approvati, e abbassare le loro orbite a poco più di 300 km di altezza da terra.

Non sono solo problemi americani

Non passerà molto tempo che anche i paesi europei riceveranno da SpaceX domande per costruire torri e rampe di decollo e atterraggio delle Starship. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività europea, diagnostica una lenta agonia se non si agisce subito spendendo 800 miliardi di euro all’anno in investimenti aggiuntivi. Un intero capitolo è dedicato allo Spazio, «settore all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e che contribuisce ai progressi più avanzati, alla resilienza e alla sicurezza delle società moderne, sia direttamente che attraverso le ricadute».

Troppa burocrazia anche europea

Complessità del processo decisionale e troppe istituzioni: l’Esa (22 Stati), mentre la Commissione di Bruxelles (tutti i 27 Stati) ha creato l’agenzia Euspa (Eu Agency for the Space Programme) della direzione Difesa e Spazio. Infine, le agenzie nazionali degli Stati, ognuna con un ministero della Difesa che considera strategico lo Spazio ma esita – eufemismo – a collaborare con gli altri. Proposta Draghi: tagliare vincoli ‘in un contesto normativo di mercato unico’. Meno fronzoli e regole semplici ed uguali per tutti. Ma voi ci credete?

Piccola Europa tecnologica

Le due più grandi aziende spaziali europee in sofferenza. Airbus Defence and Space, franco-tedesco-spagnola, annuncia 2.500 esuberi, mentre alla franco-italiana Thales Alenia Space, ‘ristrutturazione’ dei siti francesi e belgi. Monito da ciò che sta accadendo nel settore dell’automobile dove operatori cinesi e statunitensi hanno innovato producendo nuovi veicoli ibridi ed elettrici che stanno sconvolgendo il mercato con crisi delle case automobilistiche tedesche, francesi e italiane che per decenni avevano dominato il mercato.

Iris europeo contro Starlink

Le due aziende spaziali stanno discutendo di una possibile fusione con un probabile restringimento del ‘perimetro occupazionale’. Il progetto ‘Iris -Infrastructure Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite’– concorrente europeo di Starlink 25 – cioè una costellazione europea da trecento satelliti per le comunicazioni sicure da lanciare in orbita entro questo decennio. L’iniziativa costerebbe tra i sei e i dodici miliardi di euro ma, con tutta probabilità, diventerà operativa quando i satelliti di Elon Musk saranno verosimilmente già dodicimila. Iris potrà competere sul mercato?

Dall’esplorazione allo sfruttamento

Ciò che sembra mancare all’Europa non è solo una strategia sullo spazio, ma soprattutto un ente federatore in grado di attuarla. Mentre il resto del mondo va avanti. La Cina ha una sua stazione in orbita terrestre bassa, punta a inviare astronauti sulla Luna nel decennio, stimola la crescita di aziende commerciali con finanziamenti di capitali privati e sviluppano innovativi sistemi spaziali. Ed è stata aperta alle compagnie private la base di lancio di Hainan, sinora appannaggio delle missioni governative, per ospitare diversi tipi di razzi.

Astronave indiana e arabi coi sino-russi per la luna

L’India sta costruendo una sua astronave per lanciarla entro un paio d’anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi investono sia in Artemis Usa, sia nel programma lunare sino-russo. Il Giappone spenderà più di due miliardi per una sua rete satellitare militare di comunicazioni. La Corea del Sud dispone di tecnologia missilistica spaziale anti Kim. In questo contesto è strategia vincente per l’Europa inseguire Starlink con dieci anni di ritardo? L’Italia, terzo contributore all’Esa e seconda realtà manifatturiera, ha di fronte rischi ma anche opportunità. Od opportunità rischiose.

Italia e innovazione tecnologica industriale

La nostra industria ha realizzato la metà dei moduli abitati della Iss e l’unica struttura vetrata da cui gli astronauti fotografano la Terra. Da quindici anni produce i cargo Cygnus che riforniscono la Stazione spaziale. In Europa queste capacità industriali esistono solo nel nostro paese. Resta il fatto che per la maggior parte dei decisori politici un progetto spaziale, l’idea di autonomia tecnologica e strategica europea può apparire velleitario e irrealistico. Ma li non c’è ballo solo la competitività del continente, ma quello della rilevanza geopolitica nei prossimi anni.

Stargate il progetto di Trump 2

100 miliardi di dollari di investimento per far muovere 500 miliardi in quattro anni nel settore dell’intelligenza artificiale, in una alleanza tra istituzioni e grandi multinazionali del tech. E non solo con i chiacchierati Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg. «Trump, non vuole dipendere da un solo leader tecnologico ma lasciarli ‘sbranare’ tra loro» avverte qualcuno. Elon Musk è avvertito. Militarizzare l’industria tecnologica come risposta alla corsa degli investimenti cinesi. E la nostra Europa? Ad ascoltare Ursula von der Leyen a Davos, sembrava un aggiornamento della favola di Cappuccetto rosso e del lupo cattivo.

Fonte

28/09/2024

La saga di Alien tra orrore cosmico e capitalismo dello spazio profondo

di Sandro Moiso

Paolo Riberi, Giancarlo Genta, I segreti di Alien. Gnosi, orrore cosmico, scienza e IA nella saga degli Xenomorfi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2024, pp. 246, 20,00 euro

Quando nel 1979 un ancor giovane Ridley Scott, alla sua seconda regia di un lungometraggio, portò sugli schermi Alien probabilmente nessuno, e tanto meno il regista inglese, avrebbe potuto anche solo lontanamente pensare che tale film stesse per dare inizio ad una delle saghe fantascientifiche cinematografiche più durature, complesse e articolate. Una saga ampliatasi ben al di là degli schermi cinematografici per espandersi nei fumetti, videogiochi, serie televisive e, più in generale, nell’immaginario collettivo e nelle paure inconsce di milioni di spettatori di tutte le età.

Anche se l’ultimo prodotto cinematografico ispirato alle vicende degli Xenomorfi e del loro atroce coinvolgimento nelle disavventure di equipaggi spaziali umani del tutto incapaci di far fronte alla loro minaccia, Alien Romulus di Fede Álvarez, nonostante un ottimo inizio e il successo al botteghino si sia rivelato come il più debole di quelli realizzati fino ad ora, vale la pena di ripercorrere le vicende della ideazione e della realizzazione delle storie contenute nella saga e, soprattutto, le riflessioni e invenzioni scientifiche, letterarie, filosofiche, religiose e tecnico-economiche che in esse si annidano.

A guidare il lettore nell’autentico e interessante, oltre che caotico, labirinto formato dall’insieme degli infiniti rivoli di orrore e paura sgorgati da quella fonte iniziale ci pensano Paolo Riberi e Giancarlo Genta con il volume appena uscito per le edizioni Mimesis. Il primo, laureato in Filologia e letterature dell’antichità e in Economia presso l’Università degli Studi di Torino, è giornalista, studioso di storia antica e letteratura delle origini cristiane oltre che membro della Società Italiana di Storia delle Religioni e autore di vari saggi dedicati al mondo dei vangeli apocrifi e alla simbologia del cinema contemporaneo.

Il secondo è professore emerito di Costruzione di macchine presso il Politecnico di Torino, membro dell’Accademia delle Scienze della stessa città e dell’Accademia Internazionale di Astronautica. È autore di numerosi testi di formazione, di articoli e di volumi sull’esplorazione spaziale e il programma Search for Extra-Terrestrial Intelligence, oltre che di sei romanzi di fantascienza e di un altro saggio in coppia con Riberi, anch’esso edito da Mimesis, sul ciclo di Dune di Frank Herbert (qui).

Diviso in tre parti riguardanti, nell’ordine, la saga stessa e la sua ideazione e realizzazione, i rapporti della stessa con il mito e la filosofia e, per ultima, quelli con la scienza e l’economia, il testo si rivela come un’autentica bibbia per tutti gli appassionati non soltanto del ciclo degli Xenomorfi, ma della fantascienza in generale. Qui il recensore, però, non potrà che riprenderne e sottolinearne alcuni aspetti, lasciando ai lettori la scoperta dei numerosi altri.

Nella prima parte, comprensiva di una ricostruzione in ordine cronologico degli eventi narrati nei primi sei film, sicuramente la parte del leone la fa la ricostruzione dei conflitti, delle rivalità tra sceneggiatori e successivi registi e dei dubbi della casa di produzione cinematografica, la 20th Century Fox, che portarono alla realizzazione del cult movie nel 1979. Una ricostruzione che vede tra i protagonisti Dan O’Bannon, John Carpenter, Walter Hill, Ridley Scott, James Cameron, Sigourney Weaver (destinata a dare volto e corpo ad una delle figure femminili più iconiche della cinematografia degli ultimi quarant’anni), Alejandro Jodorowsky (con il suo fallimentare progetto di un film, basato sul ciclo di Dune di Frank Herbert, della durata prevista di dieci ore) e Ron Shusett al quale, in definitiva, si deve l’idea di coniugare «le sfumature dei racconti di Howard P. Lovecraft con i tabù sessuali più oscuri della storia dell’Occidente», con la creazione «di un mostro alieno che, dopo essere salito a bordo di un’astronave umana, “violenta uno dell’equipaggio, gli salta sulla faccia, gli infila un tubo nel corpo, introduce il suo seme e poi fuoriesce dal suo stomaco”»1.

A costoro vanno aggiunti almeno tre importanti artisti e illustratori: lo statunitense Ron Cobb, destinato a dare forma alle astronavi del ciclo; il francese Jean Giraud alias Moebius, ideatore delle tute spaziali e, soprattutto, lo svizzero Hans Ruedi Giger dai cui disegni e illustrazioni da incubo sarà tratta la forma definitiva, allo stesso tempo oscena e spaventosa, del primo Xenomorfo. Immagine tratta, come tra l’altro molte di quelle che animavano i racconti di H. P. Lovecraft, direttamente dagli incubi dell’autore.

Ma non sono soltanto gli incubi notturni di Giger a far sì che sia possibile un rinvio dell’intera saga all’immaginario lovecraftiano, poiché i principali protagonisti della sua ideazione e realizzazione, da O’Bannon a Shusett fino allo stesso Ridley Scott (che nel complesso sarà responsabile della realizzazione di tre film dei primi sei di quelli appartenenti alla saga ed esclusi quelli della serie “parallela” Alien Vs. Predator), solo per citarne alcuni, saranno tutti “discepoli” e amanti dell’opera del solitario di Providence.

Il cui concetto di “orrore cosmico”, come ben si dimostra nell’apposito capitolo contenuto nella seconda parte del testo è sostanzialmente alla base dell’intero ciclo. Come affermano gli autori, la sua influenza su Alien è innegabile, così come quella del suo Necronomicon, libro maledetto scaturito totalmente dalla fantasia e dagli incubi dello scrittore americano, ma ripreso in seguito come fonte di ispirazione non soltanto per i suoi romanzi e racconti ma anche per un numero infinito di altri appartenenti ad altri autori. Oltre che per i disegni di Giger, da cui sarebbe stata ripresa quasi integralmente la morfologia della creatura figlia dello spazio profondo.

A ben vedere, la stessa immagine del mostro che fuoriesce all’improvviso dal petto della vittima dopo averla dilaniata dall’interno è già presente nei racconti lovecraftiani: in La casa delle streghe, il mostruoso famiglio dai denti aguzzi Brown Jen­kin, con il viso e le mani umanoidi, e il corpo di topo, si comporta esattamente come il chestbuster di Alien, uccidendo il povero protagonista Walter Gilm […] Analogamente – osserva il critico cinematografico Davide Co­motti – “l’abominio che fuoriesce dalle uova (il facehugger) è un essere tentacolare che ricorda da vicino lo Cthulhu lovecraftia­no”, mentre lo Xenomorfo, “che viene definito dal robot [Ash] come un superstite, richiama i Grandi Antichi, mostruosità innominabili anch’esse ricorrenti negli scritti di Lovecraft”2.

Ma più che nelle immagini orrorifiche e nelle creature mostruose oppure nelle trame, la vicinanza maggiore tra la saga e Lovecraft sta proprio nella filosofia di fondo che li sostiene, poiché:

L’alieno non è mai soltanto un “predatore dello spazio”, un parassita o un animale feroce, bensì un’entità molto più oscura e incomprensibile, al pari di Cthulhu e del folle Yog-Sothoth. Come direbbe Charles Darwin – parlando dei suoi “Xenomorfi in miniatura” – si tratta di un’entità così assurda da indurci a negare l’esistenza stessa di Dio…3

Così come sembrano confermare le recenti osservazioni del fisico Carlo Rovelli e del teologo Giuseppe Tanzella-Nitti:

Se le costanti della fisica fondamentale fossero diverse, come sarebbe il mondo? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che noi non ci saremmo, perché il mondo che ci ha generato è quello di queste costanti, non di altre. Questo per noi ha un enorme valore. Quindi ci sembra, rispetto a ciò a cui noi diamo valore, che le costanti siano fissate «stranamente» proprio per generare ciò a cui noi diamo valore, cioè noi stessi. L’errore che stiamo commettendo è di non vedere che noi abbiamo ovviamente valore, siamo ovviamente «speciali», ma lo siamo rispetto a noi stessi. Se l’universo fosse diverso, sarebbe quello che sarebbe […]. Nulla, della stretta dipendenza di ciò che esiste dalle costanti, può legittimamente essere interpretato come prodotto da un disegno intelligente. Se la struttura e l’evoluzione dell’universo rispondono all’intenzione di un Dio Creatore, ciò non può essere dedotto dalle osservazioni e dalle misure proprie del metodo scientifico4.

In un universo in cui «la vita stessa è una temporanea anomalia frutto del caso, che dal Nulla nasce, e al Nulla ritorna. Non c’è più spazio per alcuna legge, sia essa di natura morale, giuridica o fisico-scientifica»5. Dove predominano la morte, il caos e la distruzione, esattamente come in quello dell’ateo e visionario Lovecraft al cui centro balla Yog-Sothoth, dio nudo e idiota, in una cacofonia di flauti e tamburi. Di cui lo pseudo-biblium Necronomicon, traducibile come Libro delle leggi dei morti, costituisce l’anti-Bibbia per eccellenza. Un universo casuale in cui il mondo non è stato affatto creato per l’uomo e in cui il cosmo caotico che lo circonda lo tollera a malapena, poiché i Grandi Antichi oppure i loro corrispondenti Ingegneri, compresi nella saga, hanno probabilmente creato la vita e l’uomo stesso per errore oppure come semplice e atroce esperimento oppure, ancora, per dare ospitalità nei loro corpi al seme degli Xenomorfi affinché questi ultimi possano riprodursi su scala più ampia e diffusa. Attraverso la filosofia e l’opera dell’autore statunitense avviene così

lo svelamento di una verità profonda e incontrovertibile (“la più terribile concezione del cervello umano”), ovvero la consapevolezza di essere del tutto soli di fronte alla sconfinata vastità dell’Universo. Alla base di queste teorie c’è il radicale ateismo dell’autore: vivendo pur sempre nei primi anni del Novecento, ossia un tempo fortemente influenzato dal pensiero di Arthur Schopenhauer e di Friedrich Nietzsche, Lovecraft rifiuta alla radice l’ottimistica visione del mondo giudaico-cristiana, sostenendo di “non essere mai riuscito a placarsi con le dolci illusioni della religione”. Il suo categorico rifiuto lo induce a ripudiare non soltanto l’idea di un benevolo Dio Padre, ma – coerentemente – anche la concezione umanista che deriva dalla Bibbia, e che nel corso degli ultimi due millenni ha plasmato la storia dell’Occidente: per Lovecraft, il cosmo è un abisso oscuro e misterioso, che non ha al proprio centro né la Terra, né tantomeno l’uomo, e che non risponde a quelle “immutabili leggi della natura” a cui l’homo sapiens, con i suoi studi scientifici, ha preteso di attribuire una valenza universale e assoluta6.

Tanto per Lovecraft quanto per Alien l’approdo finale non può che consistere nel cosiddetto nichilismo: se Dio non esiste – e non esiste neppure un ordine razionale dell’universo – allora nulla ha davvero senso, e l’unica certezza diventa il Nulla supremo, oppure come avrebbe affermato il colonnello Walter Kurtz in un altro celebre film, null’altro che «l’orrore, l’orrore!»7.

L’unico appunto che si potrebbe fare a questa parte del testo, certamente una delle più interessanti, è dovuto al fatto che gli autori si sono un po’ troppo basati sulle considerazioni derivate dai testi sulla vita e l’opera di Lovecraft del controverso Sebastiano Fusco, più che su quella monumentale e più autorevole di S. T. Joshi8.

Il riferimento precedente al film di Coppola ispirato a Cuore di tenebra di Joseph Conrad non è casuale, poiché fin dal primo film di Ridley Scott altri elementi conradiani sono comparsi nella saga di Alien. Ad esempio il nome dell’astronave su cui iniziano le avventure di Ellen Ripley è Nostromo, mentre quello della scialuppa di salvataggio sulla quale si salverà la stessa figura femminile interpretata da Sigourney Weaver è Narcissus, nomi presi entrambi a prestito da romanzi brevi dell’anglo-polacco Conrad.

Ed è proprio a partire dalla Nostromo che inizia nella saga quella riflessione sull’espansione capitalistica nello spazio che occupa un capitolo nella terza e ultima parte del libro di Riberi e Genta. Una riflessione che fin dalle prime immagini porta il conflitto salariale e di classe nello spazio profondo e che vedrà nella Weyland-Yutani Corporation la massima espressione dell’avidità e indifferenza del capitale nei confronti dei suoi dipendenti e dell’intera specie umana.

Ecco allora che tutto quanto si è detto e citato prima a riguardo dell’inesistenza di un “piano regolatore” delle vicende umane e del cosmo trova la sua perfetta adesione alle finalità anonime e distruttive riconducibili agli interessi dell’accumulazione capitalistica. Costi quel che costi, anche in termini di devastazione delle esistenze dei singoli oppure di interi pianeti. Un’ipotesi che sembra essere non del tutto approfondita dai due autori che preferiscono lasciare, forse, un filo di speranza a chi legge ma che già oggi, nelle “imprese” spaziali private di Elon Musk e nelle su promesse di conquista di Marte, iniziano a dare i primi segni del bisogno di espansione infinita del capitale e del suo sogno di eternità. Ben rappresentato dagli obiettivi iniziali del fondatore della stessa corporation Weyland-Yutani.

Una disponibilità a divorare vite, ricchezze accumulate socialmente e digerite privatamente, pianeti interi che ben si accompagna all’immagine degli Xenomorfi e degli incoscienti Ingegneri o Space Jokey che perseguono piani non del tutto chiari nemmeno a loro. In cui la creazione si accompagna alla distruzione, lasciando spesso soltanto un mondo di rovine e di guerre senza fine e senza scopo. Una visione apocalittica, e qui ancora il riferimento all’Apocalisse di Coppola, per cui l’intera saga costituisce una delle critiche più radicali del modo di produzione capitalistico, la cui massima espressione sembra essere, oggi sulla Terra e domani nello spazio profondo, la guerra.

Tema indagato soprattutto nell’espansione della saga nei fumetti e per questo motivo non troppo sottolineato all’interno della ricerca pubblicata da Mimesis. Rimane comunque ancora il profumo di un altro autore di fantascienza, il vecchio Jules Verne, che già nel sul Dalla Terra alla Luna, nel 1865, illustrava il grande interesse finanziario contenuto nel battage pubblicitario destinato a raccogliere i fondi per il lancio del proiettile/navicella verso la Luna.

Sbagliò di poco i conti lo scrittore di allora rispetto al tempo impiegato nel 1969 dalla Apollo 11 per portare gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla superficie lunare e centrò invece perfettamente l’obbiettivo dell’operazione. Cosa che gli sforzi di Musk oggi confermano, in attesa che una Weyland-Yutani di domani riporti sul pianeta qualche strano essere più adatto a fare la guerra e a dominare il cosmo di quanto lo sia la specie umana. Forse ancora “troppo umana” e dunque sostanzialmente inutile per le finalità ultime del capitale. 

Note

  1. P. Riberi, G. Genta, I segreti di Alien. Gnosi, orrore cosmico, scienza e IA nella saga degli Xenomorfi, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2024, p.16.  

  2. P. Riberi, G. Genta, op. cit., pp. 90-91.  

  3. Ibidem, p. 97.  

  4. Carlo Rovelli, Giuseppe Tanzella-Nitti, Universo, un disegno poco intelligente: la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio, Corriere della sera qui  

  5. P. Riberi, G. Genta, op.cit., p.105.  

  6. Ibid., pp. 104-105.  

  7. Interpretato da Marlon Brando nel film, di Francis Ford Coppola, Apocalypse Now nel 1979.  

  8. S. T. Joshi, Io sono Providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft, 3 voll, Providence press

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