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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2026

L’industria della colonizzazione lunare

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi da Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare...

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

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25/04/2025

Cina - Quali sono gli obiettivi della nuova missione spaziale?

Il 24 aprile la Cina ha lanciato la 35esima missione del proprio programma spaziale. La navicella Shenzhou-20 è decollata dal sito di Jiuquan, situato in profondità nell’entroterra del paese. A bordo del mezzo ci sono tre astronauti (Chen Dong, Chen Zhongrui e Wang Jie), diretti verso la stazione spaziale Tiangong.

Il lancio è avvenuto in una data simbolica: il 24 aprile 1970 il Dragone aveva portato in orbita il suo primo satellite, il Dongfanghong-1, partito dallo stesso cosmodromo. Ma, al di là dell’anniversario, l’iniziativa è tutto fuorché simbolica. Si tratta di un passo fondamentale per raggiungere l’obiettivo di portare il primo astronauta cinese sulla Luna entro il 2030.

Si prevede che Shenzhou-20 tornerà sulla terra il prossimo ottobre, dopo aver continuato l’opera della precedente missione Shenzhou-19, in procinto di rientrare il 29 aprile. Quello appena partito è il quinto viaggio con equipaggio del Programma Tiangong, ovvero il progetto tutto cinese che ha permesso la realizzazione di una stazione spaziale modulare con finalità primariamente scientifiche.

Lin Xiqiang, portavoce dell’agenzia spaziale cinese (abbreviata in CMSA) ha infatti parlato del fatto che l’equipaggio della Shenzhou-20 condurrà indagini e sperimentazioni biologiche che “potrebbero fornire spunti per affrontare problemi di salute umana correlati a lesioni indotte dallo spazio”. È evidente l’interesse correlato al programmato arrivo sul satellite terrestre.

Anche in questo caso, però, bisogna evitare di pensare che si tratti di un semplice strumento propagandistico. Lo sa bene Ted Cruz, nuovo Segretario di Stato USA, che solo qualche settimana fa ribadiva durante una sua audizione al Senato, in occasione della conferma di Jared Isaacman alla guida della NASA, che Washington deve rimettere piede sulla Luna prima di Pechino.

Gli interessi del Dragone, infatti, sono ben concreti, e sono perseguiti a tutta velocità. Alla Casa Bianca lo sanno bene, e per questo sono preoccupati. Vediamo di evidenziare l’importanza di alcune iniziative cinesi, a partire dal fatto che, dopo il primo sbarco sulla Luna, la volontà è quella di costruire una base stabile sul satellite entro il 2035.

Già lo scorso novembre alla stazione Tiangong sono stati portati dei mattoni di polvere lunare simulata: è attraverso il materiale trovato sullo stesso satellite che si spera di poter abbattere i costi di un’opera del genere. La ricerca scientifica potrebbe giovarne assai, ma rimangono dubbi sulla possibilità che i trattati internazionali offrono riguardo allo sfruttamento delle risorse di quel corpo celeste.

Ad ogni modo, come ha sottolineato Andrew Jones, giornalista della rivista statunitense SpaceNews, “se la Cina avrà una base lunare fissa prima degli statunitensi, detterà le regole che tutti dovranno seguire”. Al di là delle risorse, vi sono importanti questioni come i luoghi in cui è possibile atterrare o quali sistemi di navigazione e comunicazione utilizzare sul satellite.

Ma non è solo questo. Questa base lunare, che prenderà il nome di International Lunar Research Station (ILRS) e dovrebbe cominciare a essere costruita a partire dal 2028, è un progetto di natura collaborativa e internazionale, in cui alla Cina si affianca la Russia e a cui ci si può liberamente associare.

Questo non vale però per gli USA, che nel 2011 hanno approvato il Wolf Amendment che proibisce alla NASA di impegnarsi in progetti comuni con il governo cinese e agenzie collegate senza l’approvazione di FBI e Congresso. Cosa abbastanza difficile da immaginarsi con la composizione che ha da qualche mese a questa parte.

Il problema è che i pro che potrebbe dare a tanti paesi la collaborazione con Cina e Russia si prospettano molto superiori di quelli che offe la Casa Bianca. I mezzi Chang’e 5 e Chang’e 6 hanno già portato a termine il recupero di campioni lunari (il secondo persino dal lato oscuro del corpo celeste), cosa che invece gli USA non hanno mai fatto.

Tali fatti palesano anche un evidente recupero da parte della Cina della distanza che la separava dagli Stati Uniti per ciò che riguarda la robotica spaziale. Ma c’è di più, perché se il rover Perseverance ha già raccolto campioni su Marte ma non è stato ancora organizzato il suo ritorno, il Dragone prevede il lancio di una sua missione con lo stesso scopo entro il 2028.

La propaganda è semmai quella di Jared Isaacman, il quale ha intrecci affaristici con Elon Musk e che ha parlato di arrivare, appunto, sul pianeta rosso. Cosa da considerarsi pressoché impossibile senza aver preliminarmente studiato i campioni raccolti su di esso. Cosa che comunque rimane di discutibile interesse.

Infatti, il nodo dello spazio non è tanto – o non è ancora, diciamo così – quello della colonizzazione, ma semmai quello del controllo delle orbite terrestre e lunare, cosa che prevede il dispiegamento di satelliti (come i Queqiao cinesi per il lato oscuro della luna), ma anche di infrastrutture e della robotica avanzata collegata. Su cui la Cina ha mostrato grandi capacità.

A ciò si aggiungono anche le missioni di studio e campionamento di alcuni asteroidi, ma anche e soprattutto il programma di condivisione dati dei satelliti dei paesi BRICS, partito nel maggio del 2022. Lo sviluppo di questa costellazione per il telerilevamento vuole essere usato per affrontare possibili disastri.

I servizi satellitari che il Dragone vuole offrire sono anche esplicitamente diretti ai partecipanti della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, con l’obiettivo di aiutare i vari paesi nello sviluppo delle loro capacità spaziali e nel progresso delle attività agricole, della prevenzione dei disastri e delle iniziative per le smart cities.

Insomma, l’assunzione di un ruolo guida nel settore spaziale significa assumere un ruolo guida nelle opportunità di sviluppo futuro di importanti aree del mondo. Si capisce perché a Washington sbraitino senza poter però davvero arrestare l’ascesa cinese.

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17/04/2020

Trump scopre la Luna

Il leggendario filosofo turco Nasreddin Hoca narra di un uomo che, vedendo la Luna riflessa nell’acqua in fondo ad un pozzo, cercò di recuperarla e restituirla al cielo per mezzo di una fune. La fune rimase impigliata ad una roccia sporgente e l’uomo, cadendo all’indietro per l’inutile sforzo, si compiacque nel vedere che la Luna era effettivamente tornata al suo posto.

Si tratta di una favola certo, di un racconto popolare sul desiderio di onnipotenza e realizzazione individuale, come se fosse davvero possibile far affondare la Luna in un pozzo e magari bloccarla lì, escludendola dalla vista degli altri. Eppure, la realtà spesso supera la fantasia.

Infatti, il 6 aprile 2020 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha del clamoroso: esso punta infatti a promuovere ed incoraggiare le attività di estrazione di materie prime al di fuori dell’atmosfera terrestre, dando così inizio allo sfruttamento, per ora solo futuribile, delle risorse del nostro satellite naturale.

Il rinnovato interesse per l’esplorazione spaziale non è una novità, è stato anzi un tratto caratteristico dell’ultima amministrazione nordamericana. Nel 2019, il vicepresidente Mike Pence ha annunciato il programma spaziale Artemis, con lo scopo di riportare un equipaggio sulla Luna entro il 2024, per poi stabilirvi più in là un avamposto, nella prospettiva di un viaggio verso Marte.

Nello stesso anno è stata istituita la United States Space Force, il sesto ramo delle forze armate statunitensi, dedicato all’astronautica militare.

Come molti sanno, l’era spaziale è iniziata il 4 ottobre del 1957, quando i sovietici riuscirono a mettere in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Negli anni successivi Stati Uniti e URSS si sono contesi il primato tecnico-scientifico ed il prestigio internazionale in quella corsa allo spazio che divenne il simbolo della stessa Guerra Fredda. Nel frattempo, le superpotenze si sono impegnate a circoscrivere giuridicamente l’operato dell’uomo in orbita e oltre.

Nel 1967, 105 Paesi – tra gli stati depositari USA, URSS e Regno Unito – siglarono il Trattato sullo Spazio Esterno (Outer Space Treaty), che stabilisce divieti e limitazioni alle attività umane nello spazio extra-atmosferico. Ad esempio, il Trattato proibisce di condurre manovre o esercitazioni militari, di costruire basi e di utilizzare o allocare armi nucleari in orbita terrestre, sulla Luna o su altri corpi celesti.

All’articolo 2 inoltre riporta: «lo spazio esterno, compresa la Luna e altri corpi celesti, non è soggetto all’appropriazione nazionale per rivendicazione di sovranità, mediante uso o occupazione, o con qualsiasi altro mezzo».

Una formula lapidaria che però lascia questioni aperte, in quanto nella comunità giuridica si dibatte se tale divieto valga anche per i privati e per le attività di sfruttamento (il cosiddetto space mining).

I principi del Trattato furono riaffermati nel 1979 con il Trattato sulla Luna, firmato e ratificato da Paesi che hanno avuto un ruolo marginale nell’esplorazione spaziale [1]. Esso prevede che ogni Stato possa effettuare ricerche su altri corpi celesti, ribadendo ad ogni modo il divieto di sfruttarli per fini militari. Stabilisce inoltre che eventuali attività di estrazione vanno condotte sotto regime internazionale, evitando l’alterazione ambientale.

Con la fine della Guerra Fredda l’esplorazione spaziale ha perso in parte le sue implicazioni strategiche e militari, ponendo invece al centro l’aspetto collaborativo e scientifico. Ma oggi gli Stati Uniti hanno un nuovo potenziale concorrente, la Cina, recentemente atterrata sulla Luna con le sonde Chang’e-3 e Chang’e-4.

In tale mutato scenario internazionale, il Congresso USA ha approvato nel 2015 il Commercial Space Launch Competitiveness Act, (o “Space Act”), che autorizza le società statunitensi ad «impegnarsi nell’esplorazione commerciale e nello sfruttamento delle risorse spaziali», quindi della Luna, degli asteroidi, ed in futuro anche di Marte e di altri corpi celesti.

Per la sua approvazione si sono spese aziende come la Planetary Resources, la Deep Space Industries e la Bugelow Resources, e ciò è indicativo della presenza di forti interessi economici di gruppi privati che già puntano ai profitti derivati dallo sfruttamento di risorse spaziali.

In continuità con l’operato del Congresso, mentre negli Stati Uniti e in tutto il mondo divampa la pandemia, l’ordine esecutivo emanato da Trump introduce alcuni elementi di novità, che analizziamo.

Premesso che «le esplorazioni di successo a lungo termine e le scoperte scientifiche della Luna, di Marte e di altri corpi celesti richiederanno una collaborazione con entità commerciali per recuperare e utilizzare risorse» e dato che «la mancanza di certezze riguardo ai diritti di sfruttamento delle risorse spaziali da parte di soggetti privati […] ha scoraggiato alcune imprese a partecipare al programma spaziale», si ribadisce il diritto nordamericano all’utilizzo delle risorse spaziali e lunari, anche al di fuori dell’interpretazione di altri stati o della comunità internazionale.

«Lo spazio esterno» è infatti «un dominio legalmente e fisicamente unico dell’attività umana e gli Stati Uniti non lo considerano un bene comune».

La questione quindi è duplice. Il primo aspetto riguarda le differenze nella concezione delle attività di sfruttamento lunare dell’amministrazione Trump rispetto ai precedenti trattati e al diritto internazionale. Il Trattato sullo Spazio Esterno dispone infatti (articolo 6) che tali attività possano essere svolte dagli Stati e che i privati possano operare solo se autorizzati e controllati da questi ultimi, che quindi dovrebbero vincolarli al rispetto delle normative internazionali.

Le attività di sfruttamento dovrebbero quindi avere alla base un rapporto di solidarietà e collaborazione tra Stati, eppure gli Stati Uniti hanno ammesso invece, con una legge nazionale contestata da altri Paesi, il diritto per le compagnie private di appropriarsi delle risorse ricavate con attività di space mining per fini commerciali. Insomma, una vera e propria corsa all’oro.

Il secondo aspetto è ancor più sostanziale. È possibile attribuire la proprietà della Luna (o di altri corpi celesti) a qualcuno? Sembrerebbe di no. La Luna rientra in una categoria di beni che già i giuristi romani avevano individuato: le res communes omnium [2], beni naturali non escludibili poiché tutti gli esseri umani possono farne uso. Si menzionano il mare, le coste, persino la luce del sole, l’aria e beni da essa deducibili, come il vento.

Proprio sul mare è opportuno concentrarsi, in quanto l’articolo 1 del Trattato sullo Spazio Esterno stabilisce il «principio di libera esplorazione dello spazio», dei corpi celesti e della Luna secondo delle modalità che per la comunità scientifica sarebbero assimilabili alla normativa sulle acque internazionali: nessuno può dirsene proprietario, ma chiunque può sfruttarne le risorse, ovviamente nei limiti della loro tutela e riproducibilità.

A questo punto l’amministrazione Trump si scaglia contro il trattato sulla Luna, non firmato dagli USA: «gli Stati Uniti non ritengono che l’accordo sulla Luna sia uno strumento efficace o necessario per guidare gli Stati nazionali […]. Il Segretario di Stato si opporrà a qualsiasi tentativo da parte di qualsiasi altro stato o organizzazione internazionale di trattare l’Accordo sulla Luna come […] espressione del diritto internazionale consuetudinario».

Insomma, una presa di posizione unilaterale da parte della prima potenza mondiale, una riproposizione del problema che investe in maniera cronica il diritto internazionale, che fa affidamento sulla correttezza tra i singoli Stati, la quale però è spesso incrinata dai rapporti di forza e di prestigio vigenti. Come garantire quindi la tutela pubblica e universale, immediata sul piano logico, della Luna e dello spazio in generale?

Sul tema dei “Beni Comuni”si segnala un dibattito molto florido e di grande attualità, soprattutto in Italia [3]. Brevemente, in tale concetto rientrano una serie di beni materiali e immateriali fondamentali per la sopravvivenza e lo sviluppo della persona. L’esempio di scuola riguarda l’acqua e, per estensione, la tutela ambientale.

Il problema-corollario in questo caso è di riuscire a garantire che tali beni siano tutelati anche fuori dalle frontiere nazionali, come nel caso della foresta Amazzonica, patrimonio ambientale essenziale per tutta l’umanità, ma che rientra nella giurisdizione del Brasile. Se questa categoria di beni predispone la libertà di accesso, la stessa prevede delle regole, prima tra tutte la gestione comunitaria degli stessi beni.

Classificando la Luna come bene comune, riconoscendo quindi la sua natura di res communes omnium, la comunità che dovrebbe regolarne l’attribuzione e il libero accesso è senza dubbio la comunità internazionale e non un singolo Stato.

Nel momento in cui gli USA prospettano una nuova corsa allo spazio, non solo esclusivamente rivolta al conseguimento di interessi nazionali, ma persino finalizzata all’accumulazione di profitti da parte di società private e quindi difficilmente controllabili, essi compiono, sul piano giuridico, una grave lesione del diritto internazionale.

È allora necessario un intervento di caratura internazionale che preveda però strumenti reali, tramite cui le organizzazioni e i singoli Stati possano far valere le ragioni universalistiche della tutela dei beni terrestri ed extra-terrestri, beni che non possono essere trattati secondo logiche di mercato.

Allo stesso tempo, è necessario un forte movimento popolare, già in avanzamento rispetto alle tematiche ecologiche, dotato della consapevolezza che, di fronte ad un sistema economico deleterio per le risorse del nostro pianeta, occorre cambiare il sistema e non il pianeta.

Si tratta di una necessità storica e contemporaneamente di una questione di sopravvivenza, oggi più di ieri, domani più di oggi, dinanzi alla prospettiva della nascita di un “imperialismo spaziale” che getta un’ombra sul futuro di tutti.

Note:

[1] Il Trattato sulla Luna è stato ratificato solo da Australia, Austria, Belgio, Cile, Filippine, Kazakistan, Libano, Marocco, Messico, Paesi Bassi, Pakistan, Perù e Uruguay. Francia, Guatemala, India e Romania l’hanno solo firmato, senza ratificarlo.

[2] Il Giurista Marciano li definiva così, in 3 inst. D. 1.8.2.1: ‘Et quidem naturali iure omnium communiasuntilla: aer, aquaprofluens, et mare, et per hoc litoramaris‘.

[3] Due dei testi più profondi a riguardo sono senza dubbio “il Terribile Diritto”, di Stefano Rodotà e “Il territorio bene comune degli italiani” di Paolo Maddalena.

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03/01/2019

La Cina atterra sul lato oscuro della Luna

L’agenzia spaziale cinese Cnsa ha annunciato che la sonda Chang’e-4 è atterrata con successo sul lato nascosto della Luna. La missione era iniziata il 7 dicembre con l’obiettivo di un risultato mai ottenuto prima nell’area inesplorata del satellite terrestre.

La missione lunare Chang’e, chiamata così in onore della divinità lunare della mitologia cinese, era stata lanciata a dicembre dalla città sudoccidentale di Xichang, dove è presente un centro spaziale di lancio. E’ la terza sonda cinese che raggiunge la Luna. La prima era stata Yutu (Coniglio di giada) del 2013.

Poi un’altra sonda cinese si era posata sulla Luna il 6 dicembre 2016 con la missione Chang’e-3. In quel caso c’era stato anche il primo veicolo spaziale a posarsi sulla Luna dopo 40 anni dall’ultima missione, la missione sovietica Luna 24, del 1976.

L’obiettivo della missione è raccogliere nuovi dati che aiutino a ricostruire l’evoluzione della Luna e tentare la coltivazione di piante in vista della costruzione di una futura base lunare. Il rover cinese si trova sull’altra faccia della Luna, fattore che impedisce un contatto diretto con la Terra. A tale scopo viene utilizzato il satellite Queqiao, lanciato nel maggio 2018. Secondo una notizia diffusa in primavera dall’agenzia cinese Xinhua, la sonda Chang’e-4 ha condotto sulla Luna anche una mini “biosfera” con semi di patata e Arabidopsis, una pianta da fiore e uova del baco da seta, per testarne la coltivazione, un esperimento progettato da 28 università cinesi.

Lanciata il 7 dicembre 2018 dall’agenzia spaziale cinese (Cnsa) la sonda Chang’e-4, era entrata nell’orbita lunare il 12 dicembre scorso. La missione prevedeva 27 giorni di viaggio, al termine dei quali era previsto che il lander e il rover a bordo della sonda riuscissero a posarsi nel cratere Von Karman, all’interno del bacino Polo Sud-Aitken.

L’avvicinamento della sonda cinese alla Luna era cominciato il 30 dicembre, quando il veicolo era sceso su un’orbita più bassa di 15 chilometri.

Secondo l’Afp/Askanews Pechino intende inviare una seconda sonda lunare, Chang’e-5, quest’anno per raccogliere campioni e riportarli sulla Terra. E’ uno dei progetti ambiziosi di Pechino, che includono la realizzazione di un lanciatore riutilizzabile entro il 2021, un razzo estremamente potente che dovrebbe portare carichi superiori a quelli della NASA e del lanciatore privato SpaceX, una base lunare, una stazione spaziale permanente e un rover per Marte.

Fonte